Ancora Roubaix: le tre mosse azzeccate di Sonny

07.10.2021
4 min
Salva

Oggi Sonny Colbrelli torna in gara al Gran Piemonte ma è ancora lunga, lunghissima l’onda della sua Parigi-Roubaix. Analisi tecniche, emozioni, punti di vista si susseguono. E in questo articolo, nato a “mentre fredda”, rivediamo i tre punti chiave della corsa del corridore della Bahrain-Victorious, le tre mosse azzeccate da Sonny e quelle che secondo noi gli hanno permesso di portarsi a casa la mitica pietra del Nord.

Pochi minuti alla partenza: Colbrelli controlla la pressione (bassissima) delle gomme
Pochi minuti alla partenza: Colbrelli controlla la pressione (bassissima) delle gomme

Setup perfetto

Posto che in primis contano le gambe e il tanto allenamento, una bella fetta della torta in una gara come la Roubaix spetta al mezzo meccanico. E qui abbiamo visto come Colbrelli e il suo staff non abbiano lasciato nulla al caso.

Forse proprio perché era alla sua prima partecipazione alla Roubaix, Sonny ci è andato con i piedi piombo. Magari se non fosse stato così ed inesperto non avrebbe scelto le gomme da 32 millimetri, ma quelle da 30. E queste si sono fatte sentire, tanto più con il gonfiaggio super basso che aveva impostato, ben al di sotto delle 4 atmosfere. E si è visto nella guida, sempre sciolta, e nella capacità di far fronte anche agli ostacoli, come lo scarto effettuato nella Foresta di Arenberg. Alla sterzata improvvisa altri sono caduti, lui ha solo sbandato.

Inoltre in casa Bahrain avevano studiato al dettaglio le condizioni meteo, e questo ha influito molto sul setup della bici. Non solo gomme e pressione giusti, ma anche rapporti, tipologia di nastro manubrio… In poche parole un pezzetto di Roubaix, Colbrelli se l’è portata a casa già prima del via.

Sempre due borracce per il bresciano, anche verso fine gara
Sempre due borracce per il bresciano, anche verso fine gara

Alimentazione: puntualità svizzera

Ogni volta che le telecamere lo inquadravano e non si era sui tratti in pavé, Sonny mangiava o beveva. Sempre. Solo negli ultimi 50 chilometri lo abbiamo visto mettere le mani nelle tasche per prendere qualcosa da mandare giù non meno di quattro volte. L’ultima delle quali poco dopo l’uscita dall’ultimo settore (il penultimo considerando la “passerella” dentro Roubaix).

Questo, oltre che un segno di lucidità, ha consentito al campione europeo di avere sempre la benzina migliore, i carboidrati (gli zuccheri), a disposizione per i suoi muscoli. Cosa stra-importante in una corsa che tende a distruggerli in quanto al consumo energetico assomma quello delle contrazioni ulteriori dovute ai sobbalzi. Il tutto senza contare che faceva anche abbastanza fresco. Ma questo aspetto però si potrebbe anche tralasciare visto che Colbrelli ama il maltempo e le temperature più basse.

E la stessa cosa vale per i liquidi. Era l’unico del gruppetto inseguitore di Moscon ad avere la doppia borraccia fino alla fine. Sonny è stato fedele ai dogmi di Artuso: in corsa si mangia, in allenamento di dimagrisce.

«Ho mangiato – dice Colbrelli stesso – tre paninetti con la marmellata, bevuto 5 borracce di maltodestrine, 4 borracce di carboidrati che sono come le malto ma con il doppio del dosaggio e 11 gel. Alla fine ho bruciato circa 7.000 calorie».

A poco più di 60 chilometri dall’arrivo, Colbrelli se ne va con Planckaert e Boivin
A poco più di 60 chilometri dall’arrivo, Colbrelli se ne va con Planckaert e Boivin

Anticipo: energie risparmiate

E poi la tattica. Okay il correre nelle prime posizioni, cosa che diventa più un fatto di gambe che non di abilità col passare dei chilometri, e sulla quale Sonny è stato perfetto. Okay, francobollare Van der Poel come un vecchio difensore fedele alla marcatura ad uomo, ma una “genialata” Colbrelli l’ha fatta dopo la prima grande scaramuccia fra Van der Poel e Van Aert.

Quando il belga è rientrato il gruppo si è aperto un po’. Tutti ne hanno approfittato per mangiare dopo l’ennesimo settore di pavè. Sonny invece no: perché lo aveva già fatto! Come abbiamo scritto anche sopra, mangiare era la prima cosa che faceva non appena la sua ruota posteriore aveva lasciato il pavè. E così ha approfittato dell’allungo di Boivin, comprimario che in pochi hanno calcolato. Lui ha chiuso senza neanche scattare, sotto lo sguardo noncurante dei favoriti, molti dei quali erano intenti proprio a mangiare. A loro due si è aggiunto Planckaert. Un terzetto perfetto.

Con questa azione a circa 60 chilometri dall’arrivo di fatto Colbrelli ha anticipato la furia di Van der Poel. Ha guadagnato una trentina di secondi ed è andato via regolare. Regolare, concentratevi su questo termine. In questo modo si è risparmiato tre-quattro trenate infernali dell’olandese, intento a staccare l’eterno rivale belga e a guardare alla testa della corsa. E chissà, magari sono state proprio quelle, le energie che hanno fatto la differenza nella volata finale…

Cambio di bici fatale. Moscon si è trovato con gomme “diverse”

04.10.2021
4 min
Salva

Ancora sulla Roubaix, ancora sulla prova coraggiosa e potente di Gianni Moscon. Il trentino stava volando verso il traguardo quando una foratura prima e una caduta poi gli hanno tarpato definitivamente le ali. Avrebbe vinto? Ci siamo posti ieri questo quesito. Per come stava andando e visto anche che Van der Poel, il maggior motore degli inseguitori, non era riuscito a fare la selezione probabilmente sì. In fin dei conti Gianni teneva alla grande nei tratti di asfalto e a volte guadagnava su quelli in pavè. Guadagnava, almeno fino al cambio di bici. Perché da quel momento le cose non sono andate più come prima.

In Ineos hanno potuto provare per la prima volta il pavé della Roubaix con la F Disc solo pochi giorni prima (e con l’asciutto)
In Ineos hanno potuto provare per la prima volta il pavé della Roubaix con la F Disc solo pochi giorni prima (e con l’asciutto)

Cambio bici fatale

Da quando ha inforcato la Pinarello Dogma F Disc “fresca di ammiraglia” Moscon non ha più guidato come aveva fatto fino al settore precedente. E si è visto appena è entrato sul pavè: un grande sobbalzo, tante scodate e in generale un atteggiamento più rigido. La nostra idea, cioè che molto fosse dipeso dalle gomme, trova riscontro nelle parole di Matteo Cornacchione, uno dei meccanici della Ineos-Grenadiers.

«Le due bici, quella che Gianni stava usando e quella sull’ammiraglia sono identiche – spiega Cornacchione – Nelle misure, nel montaggio e anche nelle gomme. Solo che quella di Gianni macinava chilometri e fango da un bel po’ e il feeling potrebbe essere stato diverso. In teoria la bici nuova sarebbe dovuta andare meglio in quanto era più pulita e la catena era ben lubrificata, ma qualcosa è cambiato nella pressione delle gomme».

Pressioni “apparentemente” uguali

Ed è proprio su questo aspetto che vogliamo insistere. Si sa che con tutti quei sobbalzi la pressione diminuisce col passare dei chilometri. Di conseguenza cambia la sensibilità del “pilota”. Anni fa nelle ricognizioni con Pozzato e il meccanico Enrico Pengo, vedevamo che individuavano una pressione e poi aggiungevano mezza atmosfera, proprio in previsione del calo.

«Non posso parlare di pressioni – dice apertamente Cornacchione – è una politica di squadra, ci tengono molto, tuttavia le gomme sporche in qualche modo si erano adattate al terreno».

E questa cosa è vera: per una questione di umidità, di consumo, di “posizione” dello sporco sul battistrada. E’ qualcosa che in Mtb avviene molto spesso.

«E anche Gianni – riprende il meccanico – si è adattato a quelle gomme e a quella guida. Lui magari è partito con 5 atmosfere e in quel momento, verso fine gara magari era sceso a 4,4. Una perdita, graduale, di 0,6-0,7 atmosfere. Una perdita normale a 20 chilometri o poco più dal termine. Mentre la pressione delle gomme sulla bici nuova era a 5 atmosfere come da programma, come in partenza. Quella non aveva subito le stesse sollecitazioni. Si dovrebbe farle scendere un po’, ma non è facile in corsa… Inoltre bisogna pensare che nel primo tratto (90 chilometri, ndr), la Roubaix è veloce, non prevede pavè e i corridori non vogliono scendere troppo con le pressioni, sprecherebbero troppe energie».

La tubeless Gran Prix 5000 S Tr è una delle ultime gomme entrate in gamma in Continental
La tubeless Gran Prix 5000 S Tr è una delle ultime gomme entrate in gamma in Continental

Prima Roubaix col tubeless

Ma che gomme e ruote aveva Moscon? Quanto le ha provate?

«Gianni ha utilizzato dei tubeless Continental da 30 millimetri e ruote Princeton Disk 50-55 (profilo ad onda che tra l’altro non risulta ancora nel sito del brand americano, ndr). I ragazzi avevano fatto dei test in precedenza, ma con dei tubolari, mentre il cambio radicale dei materiali, legato al passaggio al freno a disco, è avvenuto più tardi. L’anno scorso avevano i tubolari, quest’anno appunto con il passaggio al disco si è visto che il tubeless era meglio».

«Chi doveva fare la Roubaix o comunque certe gare in cui si sarebbe utilizzata la nuova bici con il disco, ha ricevuto la Dogma Disc già a casa. Alcuni di questi atleti hanno provato gli “assetti Roubaix” già all’Eurométropole Tour o al Gp Denain (gare che comunque Moscon non ha disputato, ndr). Certo, avere più esperienza con i materiali è meglio, ma viste le condizioni è stato difficile per tutti. I belgi sono avvantaggiati perché vivendo lì fanno i test ogni giorno praticamente. Sanno cosa va e cosa no».

Infine una domanda sul rake della forcella, che a volte si cambia proprio per la Roubaix preferendone una più “aperta”. «No – conclude Cornacchione – Gianni ha mantenuto quella con rake da 43 millimetri mentre Van Baarle aveva quella da 47. Tante volte è anche una questione di testa e se i corridori si trovano bene con un certo materiale preferiscono non cambiare».

Un giorno da Balsamo sulla strada per l’Inferno

Giada Gambino
04.10.2021
3 min
Salva

Elisa guarda la sua maglia e la sua bici iridata prima di andare a letto. Le brillano gli occhi, hanno una luce particolare dettata, forse, dal fatto che al momento (in apertura, Balsamo nella foto ASO/F. Boukla) è la ciclista più forte al mondo…

«La sera prima della mia Parigi-Roubaix ero abbastanza serena, non mi sentivo particolarmente stressata o con qualche responsabilità di troppo. Volevo solo divertirmi e onorare la maglia».

Pochi problemi sul pavé asciutto, poi è cominciato l’Inferno
Pochi problemi sul pavé asciutto, poi è cominciato l’Inferno

Inizia la corsa, ma il terreno sembra quasi diverso da quello di due giorni prima. 

«Quando abbiamo fatto la ricognizione, la strada era asciutta e sembrava già difficile in quel modo, ma tutta bagnata e piena di fango mi sembrava quasi impossibile. Il pavé è diverso rispetto a quello a cui sono abituata ad esempio al Giro delle Fiandre. Questo è più alto, più scivoloso, mette un po’ più in difficoltà. Sicuramente, però, le persone a bordo strada che mi incitavano davano tanto morale. Mi emozionava, mi sentivo parte integrante della storia».

Al via con il numero uno. Alla sua destra Vittoria Guazzini, caduta e finita all’ospedale
Al via con il numero uno. Alla sua destra Vittoria Guazzini, caduta e finita all’ospedale

Ad un certo punto cade Vittoria Guazzini… 

«Ho avuto paura, tanta. Ho visto che si era fatta seriamente male e non è stata una bella scena. In alcune zone c’erano delle pozzanghere di fango molto grandi ed era lì che si perdeva maggiormente l’equilibrio».

Elisa abbassa un attimo lo sguardo e osserva la sua bici. 

«Non è stata la miglior gara per inaugurare maglia e bici nuove e bianche (ride, ndr). Però ha avuto il suo fascino fare la prima Parigi-Roubaix come prima competizione in maglia iridata. Un sogno, non l’avrei mai immaginato possibile!».

Anche per Elisa qualche scivolata senza conseguenze sul fango della Roubaix (foto ASO / F. Boukla)
Anche per Elisa qualche scivolata senza conseguenze sul fango della Roubaix (foto ASO / F. Boukla)

Negli spogliatoi del magico velodromo di Roubaix la Balsamo è ricoperta di fango dalla testa ai piedi, con difficoltà si intravede l’iride sulla sua maglia, eppure sorride… 

«E’ stato divertente, è stato leggendario, è stato unico. Sinceramente spero solo che nei prossimi anni non piova più (ride, ndr). Il prossimo anno la rifarei? Non so, adesso non voglio pensarci, un Inferno all’anno è già tanto. Sicuramente… se non dovesse piovere sarebbe meglio!».

Raggiunto il velodromo di Roubaix: strana sensazione per Balsamo, vera “star” della pista
Raggiunto il velodromo di Roubaix: strana sensazione per una “star” della pista

Chiude un secondo gli occhi. 

«Vedo l’arrivo, il fango, la bici sporca e le mani con le vesciche. Solo alla fine ho iniziato ad avvertire i primi dolori alle mani, una volta tolti i guanti. Durante la corsa l’adrenalina era tale da non sentire nulla».

La nostra campionessa del mondo è abbastanza positiva, l’iride non la spaventa, lo sa portare, non si sente grandi responsabilità sulle spalle ed è abbastanza contenta della sua stagione. Vuole solo continuare a fare del suo meglio divertendosi. L’Inferno è passato!

Vermeersch, il cronoman che danza nel fango

04.10.2021
5 min
Salva

Quando venne a sedersi al tavolo della conferenza stampa dei mondiali, pochi avrebbero scommesso un euro su Florian Vermeersch. Era il 20 settembre. Terzo dietro Price-Pejtersen e Plapp nella crono under 23, aveva risposto a poche domande dei colleghi fiamminghi, poi si era avviato all’antidoping. Due settimane dopo, il corridore di Gand è arrivato secondo alla Roubaix. A 22 anni.

Ieri lo conoscevano in pochi. Per cui nel racconto, storpiandone anche il nome, s’è attinto al cestino dei luoghi comuni. Superstite fortunato della prima fuga. Belga del ciclocross, confondendolo con il Gianni che corre alla Alpecin-Fenix. Eroe di giornata… Invece a sentirlo, ti rendi conto che lui ci credeva. E che alla fine gli giravano le scatole almeno quanto a Van der Poel. Perché lui la Roubaix l’ha guidata a lungo, mentre l’olandese l’ha solo rincorsa.

«Nei prossimi giorni – dice – la delusione lascerà sicuramente il posto all’orgoglio».

Sul podio ancora la delusione, che nei prossimi giorni diventerà orgoglio
Sul podio ancora la delusione, che nei prossimi giorni diventerà orgoglio

Il consiglio giusto

La vigilia è stata strana. Sul pullman della Lotto Soudal c’erano Gilbert e Degenkolb, due dei cinque vincitori di Roubaix ancora in attività. Un’occasione d’oro per il ragazzino passato professionista alla metà del 2020 e che quest’anno, al primo vero da professionista, aveva già sommato 66 giorni di corsa, con dentro la Parigi-Nizza, il Giro di Svizzera e la Vuelta. E che a Bruges, appunto, si era piazzato terzo nel mondiale U23 a cronometro.

«Soprattutto durante la ricognizione – racconta – ho ricevuto molti consigli. Abbiamo parlato molto delle edizioni precedenti. Mi hanno detto in quali punti dovevo stare attento, per esempio. Anche se il consiglio migliore che ho recepito è stato: “Continua a pedalare! Perché non sai mai cosa accadrà”. Avevano ragione loro».

Staccato da Moscon, Vermeersch ha avuto un momento di crisi, che ha superato bene
Staccato da Moscon, Vermeersch ha avuto un momento di crisi, che ha superato bene

Due al comando

In fuga dall’inizio. L’obiettivo era tenere davanti la squadra e capire come si sarebbe messa la corsa, cercando di… sopravvivere al forcing per prendere in testa i primi settori di pavé.

«E’ stata una battaglia per il posizionamento – annota – ho resistito bene. La prima selezione vera c’è stata nel settore di Saint Python, quando siamo rimasti in quattro. Per un po’ siamo andati avanti insieme, ma improvvisamente sono rimasto solo con Eekhoff. Con mia grande sorpresa, gli altri due erano scomparsi. Da quel momento ho ricordato i consigli della vigilia e mi sono messo a spingere senza dare mai veramente tutto».

Più crono che cross

Fango. Attraversamenti come guadi. La sua mentalità da cronoman a scandire il passare dei chilometri, dividendo il percorso in settori e i settori in porzioni più piccole. Dandosi riferimenti visivi e cercando di restare in piedi su un terreno tutt’altro che confortevole. La crono e quei pochi ricordi del cross di quattro anni fa, quando ne aveva 18 e si affacciava al grande mondo.

«Il ciclocross è stato un po’ di tempo fa – dice – ma da giovane ero abituato a queste condizioni, quando il fondo è scivoloso e la bici fa presa a malapena. Però vorrei provare anche una Roubaix asciutta. In questa corsa le motivazioni non mancano. E’ stata una motivazione anche la pioggia della notte prima».

Due scomodi clienti

A un certo punto però è parso che fosse tutto finito. L’arrivo di Moscon e il suo attacco. Da dietro Van der Poel con Colbrelli. Le gambe che facevano male e la testa sul punto di mollare.

«Ho avuto un momento davvero difficile – racconta – e sono stato staccato. Fortunatamente sono riuscito a riprendermi rapidamente e a restare agganciato quando sono arrivati Van der Poel, Colbrelli e Boivin. Le gambe si sono rimesse a girare bene. E quando abbiamo raggiunto Moscon e siamo sopravvissuti al Carrefour de l’Arbre, sapevo che stavo correndo per la vittoria. Il guaio è che quei due (Colbrelli e Van der Poel, ndr) avevano già vinto volate di gruppo, per questo ho provato per due volte ad attaccare. Infine lo sprint nel velodromo. Ho calcolato bene le distanze, ma negli ultimi cinquanta metri ho lottato con i crampi. E non ho potuto fare niente contro Colbrelli…».

Vermeersch ha raccontato che negli ultimi 50 metri sono arrivati i crampi
Vermeersch ha raccontato che negli ultimi 50 metri sono arrivati i crampi

Nessun paragone

Come dire che altrimenti avresti potuto vincere tu? Ci pensa e lo vedi che valuta fra la risposta schietta e una diplomatica, da bravo giovane al primo assalto.

«Visto il mio fisico – dice – questa è la gara che meglio mi si adatta. Avevo già detto che un giorno avrei puntato al podio, ma non avrei mai immaginato di finire secondo al debutto. Questo percorso è fatto per me, ne sono convinto. Non sarò mai uno scalatore. Fisicamente è stato un giorno molto difficile. La schiena mi fa male immensamente e ci vorranno alcune settimane per riprendersi. Non sono uno che soffre il freddo, ma non c’erano alternative. Anche la pioggia… Per correre qui serve una mentalità speciale. Se la abbracci, ti viene tutto più facile. Ma per favore, nessun confronto con Tom Boonen. Avete visto il suo palmares? Meglio che resti concentrato sul mio percorso. Cominciamo da qui, vedremo cosa mi riserverà il futuro…».

Moscon ce l’avrebbe fatta? Difficile da dire, facile da sognare

03.10.2021
4 min
Salva

Scordatevi di riconoscerli dalla faccia, sono come pietre dalle mani di pietra che solcano strade di pietra per raggiungere una pista levigata e lunga che potrebbe consegnare loro la gloria. Una fatica di sei ore per ricevere in cambio un sasso, ma loro sanno benissimo che quella pietra spigolosa è il graal di un certo modo di intendere il ciclismo. Anche Moscon la vede così ed è talmente sicuro di poter portare avanti la sua fatica, da non aver fatto i conti con il dannato destino.

«E’ una delle corse più belle al mondo – dice – ho provato da lontano, ma ho avuto un po’ di cattiva sorte. Era davvero una situazione spettacolare, ho giocato le mie carte. Per fortuna ha vinto ugualmente un italiano, il Paese sarà contento».

Non tutti i tratti di pavé erano infangati, ma nel finale è stato tremendo
Non tutti i tratti di pavé erano infangati, ma nel finale è stato tremendo

Il mito Boonen

L’attacco da lontano. Quando era poco più di un ragazzino, capitò di parlare con lui della Roubaix e capimmo subito che alla corsa più crudele e anacronistica lo legasse un filo neppure troppo sottile. Del resto la seconda volta che ci mise sopra le ruote, tornò a casa con un quinto posto e anche allora cadde. 

«Ho in mente il Boonen – diceva Moscon – che se ne va a vincere attaccando a 60 chilometri dall’arrivo. A casa mia la Roubaix è sempre stata il pomeriggio di una domenica di primavera, un rito da vivere sul divano, senza perdersi nemmeno una pedalata».

Chi questa volta era sul divano e cercava di non perdersi neppure una sua pedalata, di colpo ha dovuto soffocare un’imprecazione, vedendo la sua ruota posteriore sgonfiarsi inesorabilmente, quando aveva più di un minuto di vantaggio a 30 chilometri dall’arrivo.

Luke Rowe era una delle carte della Ineos Grenadiers, ma è finito a oltre 20 minuti
Luke Rowe era una delle carte della Ineos Grenadiers, ma è finito a oltre 20 minuti

Bici con ruote diverse

Gianni maledice la cattiva sorte e salta su una bici pulita. La sensazione di alcuni, vedendolo ripartire, è subito di qualcosa che non vada. Che siano le ruote con il profilo più basso o chissà cos’altro. Sta di fatto che il trentino del team Ineos Grenadiers perde 25 secondi e riparte avendone ancora abbastanza per tenerli indietro. Anche se dalle retrovie gli dicono via radio che stanno arrivando Van der Poel e Colbrelli. Ma Gianni sa accelerare sul pavé e proprio nei tratti più brutti ha costruito il suo vantaggio.

Invece in effetti qualcosa non va. E in un tratto scivoloso come tanti, finisce disteso sulla destra della strada, con due ammiraglie ferme dietro e anche una moto messa di traverso. Riparte. Cerca di tenerli indietro. Lo prendono. Fa lui l’andatura, ma ha due sobbalzi insoliti. Qualcosa non va. Lo lasciano lì, ma ha ancora gambe per difendere il quarto posto dal ritorno di Van Aert.

«In certi momenti – dice – con la fatica se ne va anche la lucidità. Quando sei al limite, capita anche di commettere qualche errore e così sono scivolato. Non so che cosa sarebbe cambiato senza foratura e senza caduta, non so nemmeno quanto ho perso. Non ha senso fare certi discorsi. Ora ho solo bisogno di riposare. Farò forse il Giro di Lombardia e poi potrò finalmente pensare alla prossima stagione».

Moscon, una maschera di fango. Ha resistito da solo fino al 4° posto
Moscon, una maschera di fango. Ha resistito da solo fino al 4° posto

Knaven non ci sta

Chi appare decisamente meno conciliante con la cattiva sorte è il direttore sportivo Servais Knaven, l’uomo del pavé che la Roubaix la vinse nel 2001 e con il trentino ha sempre avuto un ottimo rapporto.

«E’ stato frustrante – dice – siamo stati in gara tutto il giorno e sembrava che Gianni avesse davvero buone possibilità di vincere. Prima la foratura, ma pensi che vada bene. Ha perso circa 30 secondi. Invece la caduta ci è costata più tempo. Ha avuto anche un impatto sul suo corpo ed è passato da circa 45 a 10 secondi. Penso che Gianni fosse probabilmente il ragazzo più forte in gara. Difficile dirlo, ma avrebbe meritato la vittoria. Sono le corse, tutto può succedere. Ognuno ha la sua storia. Ma è un vero peccato, era così vicino…».

Colbrelli non perdona. Piega Van der Poel e vince la Roubaix

03.10.2021
6 min
Salva

Pioggia e fango hanno trasformato i corridori in statue di terra. I tre di testa entrano nel velodromo con maschere di fango e gli occhi riparati provvidenzialmente dai grossi occhiali. Colbrelli è guardingo, la tensione è alle stelle. E’ stato lui ad accelerare secco quando Van der Poel ha riagganciato Moscon, anche per capire quanta birra avesse l’olandese. Una volata in pista dopo 260 chilometri fatti a quel modo più che una lotteria è una guerra per la sopravvivenza e così si apprestano a viverla. Vermeersch che non sanno chi sia, ma nell’avvicinamento al velodromo ha provato ad attaccare.

Pochi minuti alla partenza: Colbrelli controlla la pressione delle gomme
Pochi minuti alla partenza: Colbrelli controlla la pressione delle gomme

Mondiale indigesto

Il mondiale gli era rimasto di traverso. Colbrelli era convinto di poter dire la sua, ma la caduta all’unisono di Trentin e Ballerini aveva fatto piombare sulle sue spalle tutto il peso della corsa. E in questa fase della stagione, se rispondi a uno scatto, non è detto che tu ne abbia per rispondere al secondo. Ma Sonny quando piove si diverte e chissà se stamattina, guardando il cielo e l’asfalto bagnato, ha pensato a un presagio felice. Sta di fatto che quando Van der Poel accelera e mette nel mirino Moscon, lui lo passa e prova l’allungo. Forse non si è reso conto che davanti il trentino prima ha bucato e poi è caduto.

«Gianni davanti è stato eroico – dice – è stato tanto da solo, ma noi dietro abbiamo fatto un buon lavoro. Da un certo punto in poi ho deciso di seguire soltanto Van der Poel. Il corridore della Lotto non lo conoscevo, però Mathieu è rientrato da dietro e per me lui è quello che fa solo numeri straordinari. Con lui ho lavorato bene e sono stato anche fortunato a non avere forature o guasti. Sono quasi caduto un paio di volte, ma ero molto concentrato nel rimanere in piedi. Poi ho dato tutto quello che mi restava per vincere».

Van Aert non ha il passo dei giorni migliori. Non si può essere sempre stellari…
Van Aert non ha il passo dei giorni migliori. Non si può essere sempre stellari…

La fede del fenomeno

Van der Poel non ha mai corso la Roubaix, ma per il suo modo di ragionare, sa andare forte sul pavé e sa danzare nel fango: vincerà lui. Ha conquistato il Fiandre. E’ campione del mondo di ciclocross. E se non fosse caduto per quello stupido errore, magari a quest’ora sarebbe anche campione olimpico di mountain bike. Quando apre il gas per staccare Van Aert e rientrare su Colbrelli e compagni di fuga, nella testa risuonano le parole della vigilia.

«Posso vincere la Roubaix? Penso di sì. Ai mondiali non sono arrivato lontano dai migliori e la forma non era al top. Il pavé l’altro giorno lo abbiamo visto asciutto, ma sarebbe bello se piovesse. Diventerà più pericoloso e scivoloso e si tratterebbe di restare in piedi, ma in corse come la Roubaix devi stare attento a tutto».

Chissà se quando Colbrelli si permette di mettergli la ruota davanti, l’olandese comincia a pensare di essersi cacciato in un brutto guaio. Forse no. I fenomeni non pensano mai di poter perdere. E quando questo succede, restano per terra a lungo chiedendosi come sia stato possibile.

Van der Poel stacca Van Aert (l’eterno duello!) e rientra sul Colbrelli, che non lo molla
Van der Poel stacca Van Aert (l’eterno duello!) e rientra sul COlbrelli, che non lo molla

Volata al limite

La pista per fortuna è asciutta. E quando i tre ci entrano, il boato che li investe li scuote dentro. Dopo chilometri e ore di poca gente sul ciglio e in certi tratti lo sferragliare delle catene più rumoroso dello sbattere dei denti, quell’effetto luna park produce scariche di adrenalina.

«Anche questa volta ho seguito Van der Poel – dice Colbrelli – ma di colpo la volata l’ha lanciata il corridore della Lotto (Vermeersch ha 22 anni ed è così sconosciuto, che anche il suo nome resterà misterioso fino al podio, ndr). Non si trattava più di essere veloci. Si trattava di riuscire a spingere forte. E io ero veramente al limite e alla fine ho conquistato questa leggenda. Ho fatto davvero un super sprint, poi mi è crollato il mondo addosso. Sono senza parole. Non posso credere di aver vinto la Roubaix. Voglio dedicarlo alla mia famiglia, a tutta la squadra e ai miei tifosi. Finora per me è stata una stagione fantastica».

Il mondo addosso

Sonny crolla. Forse vorrebbe fare il giro d’onore, forse la mente non sa venirne a capo. Così si ferma nel punto più lontano dai massaggiatori che iniziano a correre. Anche per i fotografi è una bella sfacchinata. Scende dalla bici e la solleva, la sua Reacto arancione. Poi si accascia sul prato e piange. Piange come a Trento, dove trovò ad abbracciarlo Davide Cassani. Questa volta è da solo e non ha pace. Succede così quando la vita pareggia i conti e tu stai lì attonito, a piangere più di quando ti ha colpito e ti ha lasciato senza fiato.

«E’ la mia stagione – dice – ma è stato ugualmente super difficile. Sono felice. Era la mia prima Roubaix e non posso ancora credere di averla vinta. Stamattina non riuscivo a pensare a una vittoria. Ho iniziato senza alcuna pressione, volevo solo divertirmi in una gara che ho sempre sognato. Mi sentivo bene e meglio chilometro dopo chilometro. Quindi ho voluto provare a cogliere la mia occasione, attaccando magari un po’ prima. Guardando le passate edizioni ho imparato che era un buon momento per provarci…».

Il terzo inno

La mitica pietra ora è fra le sue mani, mentre l’Inno di Mameli va avanti e il peso del più bel trofeo del ciclismo inizia a farsi decisamente insopportabile. E’ la terza volta quest’anno che quelle note suonano per lui, perché dopo Imola c’è stata Trento. E ora in quel velodromo in cui ancora si commuovono per Ballerini e inneggiano a Moser, il nome sulla bocca dei tifosi è quello di Sonny Colbrelli. Van der Poel accanto fatica a farsene una ragione. Ai fenomeni capita così. A lui e Van Aert il compito di una bella riflessione sull’opportunità di andare sempre al massimo, quando poi ti sfuggono (nel suo caso) il Fiandre, il mondiale e oggi la Roubaix. L’ha vinta Sonny Colbrelli. E intendiamoci, a noi va molto bene così.

Gilbert, l’Inferno, il doping, Remco, Pogacar e Armstrong

03.10.2021
6 min
Salva

La banalità non è mai appartenuta a Philippe Gilbert. E se prima aveva il suo bel da fare a gestirsi la vita da star a suon di vittorie, il lockdown e un infortunio di troppo (il secondo, al Tour del 2020) gli hanno lasciato come eredità il gusto e la possibilità di parlare chiaro. Non tutti lo fanno e ne avranno i loro motivi. Quando però accade, viene idealmente da sedersi ad ascoltare. Così alla vigilia della Roubaix, di cui è l’ultimo vincitore, il belga che da anni vive a Monaco dove ha anche aperto un negozio di bici (The Bike Shop), ha raccontato a L’Equipe un po’ dei suoi pensieri.

Sulla Roubaix

«Indosserò il pettorale numero 1, è un riconoscimento e un vero orgoglio. Nessuno avrà dubbi che sia io l’ultimo vincitore, ma in termini di ambizioni non è la stessa cosa. Posso anche dire che non ne ho. Già, in termini di equipaggiamento, non avrò lo stesso vantaggio di due anni fa quando correvo sulle migliori bici al mondo. Ricordo Nils Politt che era con me nel finale (foto di apertura, ndr). Pensai che probabilmente era forte quanto me, ma non aveva la stessa bici.

«In questi giorni non ho sentito lo stesso fervore della primavera. Non abbiamo il solito accumulo di pressione, quello che inizia ad Harelbeke poi alla Gand-Wevelgem e al Giro delle Fiandre. La Roubaix è il culmine di un ciclo della stagione, mentre qui arriviamo senza un punto di riferimento. Sono mesi che non corriamo sul pavé. Penso che per stare bene alla Parigi-Roubaix, abbiamo bisogno di quelle gare che permettono al corpo di acclimatarsi, di sopportare le sofferenze. La gamba deve girare sul pavé di Roubaix. Due anni e mezzo fa al via a Compiegne sapevo di essere pronto per la vittoria, non sono sicuro che stamattina molti possano dire lo stesso».

Gilbert è nato il 5 luglio del 1982, vive a Monaco dove ha aperto un negozio di bici
Gilbert è nato il 5 luglio del 1982, vive a Monaco dove ha aperto un negozio di bici

Sul lockdown e il ciclismo

«Il Covid ha cambiato tutto. Spesso avevo la sensazione guardando le gare che tutti avessero ancora più fretta di vincere, come se ogni corsa fosse l’ultima che facevano. Improvvisamente, gli atleti maturi come me hanno cominciato a soffrire. Sono uno che ha bisogno di allenarsi, mi ha disturbato non poter lasciare Monaco per andare verso l’entroterra francese. E anche se adesso tutto è tornato normale, ho l’impressione che ci stiamo divertendo molto meno. Sarà una semplice evoluzione, ma non riconosco più il mio sport.

«Anche io a 39 anni non sono più lo stesso corridore di prima, questo è certo. Ho sempre avuto grandi stagioni. Prima che l’UCI fissasse i limiti, correvo dai 95 ai 100 giorni all’anno e non perdevo mai più di un mese intero senza essere all’altezza. Oggi per me è tutto più complicato».

Qui Gilbert alla Gand 2021: come sarà la Roubaix senza queste gare prima?
Qui Gilbert alla Gand 2021: come sarà la Roubaix senza queste gare prima?

Sul tempo che passa

«Proprio la sera della vittoria a Roubaix, un giornalista mi fece per la prima volta la domanda quando mi sarei ritirato. Mi sorprese e un po’ mi infastidì. Ricordo che gli risposi duramente se volesse che me ne andassi, se gli dessi fastidio. Ora questo tipo di domanda mi tocca a ogni intervista e mi infastidisce seriamente. Ho annunciato che arriverò alla scadenza del mio contratto alla fine del 2022, ma non so come andrà a finire la mia carriera. Forse questa sarà la mia ultima Parigi-Roubaix, forse no. Non ho ancora idea del mio programma per la prossima stagione, la domanda sorgerà soprattutto per i grandi Giri. Questo è ancora il mio posto, alla mia età? Ne ho parlato durante il mondiale con Tchmil, Darrigade e Zoetemelk. Mi hanno consigliato di approfittare di quest’ultimo anno per accumulare ricordi.

«Però non c’è frustrazione. So da dove vengo e so quanto abbiano pesato le due cadute del Tour (nel 2018 e appunto nel 2020). Ogni volta sullo stesso ginocchio, il sinistro. La seconda soprattutto ha avuto conseguenze pesanti. Non sono più lo stesso. Prima i corridori prendevano la mia ruota per posizionarsi nel posto giusto, ora sono io che mi metto dietro qualcuno che sta per attaccare. Magari sembra un piccolo dettaglio, ma per me è un enorme cambiamento nel modo di correre».

Evenepoel è stato suo compagno da neopro’: i due sono spesso in contatto
Evenepoel è stato suo compagno da neopro’: i due sono spesso in contatto

Sui vecchi tempi

«Sono un ciclista diverso dai ragazzi di oggi. Sono sempre stato molto serio, ma prima in gruppo ridevamo di più. C’erano corse che cambiavano, fughe e taciti accordi tra le squadre per lasciarsele andare, mentre oggi si litiga in partenza e ci sono anche uomini forti che si mettono davanti. Prima i distacchi arrivavano fino a venti minuti, potevamo anche fermarci per un caffè, ma sapevamo che il gruppo sarebbe arrivato. Ora con tre minuti di vantaggio, una fuga può arrivare fino in fondo. E’ cambiato tutto, abbiamo meno tempo per ridere.

«Sono spesso in contatto con Evenepoel e soprattutto con i suoi genitori, che mi chiedono consiglio perché non ha un manager e non ha intorno grandi persone. E’ un corridore fenomenale, fisicamente e mentalmente, ma quello che gli sembra più importante oggi è la sua immagine. Aumentare i follower sui social e temo che questo si ritorcerà contro di lui. Non lo sto criticando, ma gli consiglio spesso di mollare un po’, perché i social non sono la vita reale. Tra le persone che lo seguono, ci sono tanti account falsi, società di marketing e cose del genere. Il resto sono fan che ovviamente sono esigenti con lui. Per lui va tutto veloce, ma è anche colpa sua perché ha fretta di arrivare».

La ricognizione sul pavé di Gilbert dei giorni scorsi, pre la Roubaix in cui avrà il numero uno
La ricognizione sul pavé di Gilbert dei giorni scorsi, pre la Roubaix in cui avrà il numero uno

Sui giovani

«Oggi il ciclismo è più coerente di quando ho iniziato. Per molto tempo mi sono chiesto cosa ci facessi in mezzo a quelli che giravano con le sacche di sangue. C’era un abisso tra gli anziani e noi. Di conseguenza, abbiamo imparato a vincere molto più tardi rispetto alla generazione attuale. Ovviamente loro si stanno comportando come avremmo dovuto fare anche noi, ma non lo sapevamo. E visto che ci riescono, sono più ambiziosi di noi alla stessa età.

«Solo che alcuni sono totalmente disconnessi dalla realtà, vivono in un altro mondo senza preoccuparsi dei più grandi. Alcuni però sono rispettosi. Quando vedo Pogacar venire con sua moglie nel mio negozio di biciclette a Monaco e aspettare il suo turno come tutti gli altri per fare una regolazione sulla sua bici, lo trovo rassicurante. E’ gentile e semplice nonostante abbia vinto due volte il Tour de France. Armstrong al suo posto non si sarebbe nemmeno mosso da casa, avrebbe mandato uno dei suoi compari».

Parigi-Roubaix: spiamo tra i ricordi e la startlist con Ballan

02.10.2021
5 min
Salva

Domenica si ritorna a correre la Parigi-Roubaix, due anni e mezzo dopo l’ultima edizione, vinta dal principe Philippe Gilbert (foto di apertura). Sono cambiate tante cose in questo periodo di assenza dall’inferno del Nord, l’unica cosa che non è cambiata è la magia della corsa più particolare del calendario ciclistico. Si corre in un periodo diverso e questo ve lo abbiamo già anticipato.

Ora analizziamo le possibili situazioni che vedremo domenica in gara, con l’aiuto di uno che, nel fango del Nord, ha sempre lasciato l’impronta. Abbiamo chiesto ad Alessandro Ballan chi saranno i favoriti di questa Parigi-Roubaix, ci sono tanti corridori che si vorranno mettere in mostra: passando dal duo del ciclocross, Van Aert e Van Der Poel fino ai nostri azzurri.

Alessandro Ballan è un vero esperto di pavé, con una vittoria al Fiandre (2007) e tre terzi posti alla Roubaix (2006, 2008, 2012)
Ballan è un vero esperto di pavé, con una vittoria al Fiandre (2007) e tre terzi posti alla Roubaix (2006, 2008, 2012)

Il veneto è già al velodromo di Roubaix, oggi hanno corso le donne con la vittoria di Lizzie Deignan davanti a Marianne Vos ed Elisa Longo Borghini. Domani sarà la volta dei loro colleghi uomini a darsi battaglia sulle pietre della Roubaix. «Fa davvero freddo – incalza Alessandro – domani è prevista pioggia che continuerà tra la notte di sabato e domenica. Correre in queste condizioni diventa proibitivo, il pavé bagnato è peggio del ghiaccio. Ricordo una delle mie prime Parigi-Roubaix, pioveva molto e al primo tratto in pavé metà gruppo era già a terra.

«E’ una gara particolare – rincomincia Alessandro ripescando dai ricordi – ci vogliono gambe e tecnica ma anche tanta fortuna, io la prima volta sono caduto 6 volte. Devi sempre correre nelle prime posizioni del gruppo, se finisci dietro è difficile recuperare e tornare in gara. Se piove diventa ancora più infernale, il nervosismo cresce e gli errori sono dietro l’angolo».

Quanto conta non aver corso qui per più di due anni?

Moltissimo, c’è il rischio di disabituarsi alla corsa e di “dimenticarsi” cosa vuol dire gareggiare da queste parti. Personalmente quando sono mancato un paio di anni ho sofferto molto il rientro, però qui il discorso vale per tutti. Diciamo che chi ha già una lunga esperienza su queste strade è leggermente avvantaggiato.

Van Der Poel non l’ha mai corsa, neanche da dilettante

Lui appartiene alla categoria dei fenomeni e questo gli dà un vantaggio, poi come Van Aert viene dal ciclocross, sanno guidare la bici in situazioni complicate. L’unica pecca, che alla Roubaix lo condizionerà molto, è il suo correre in coda al gruppo, prendere i tratti di pavé nelle ultime posizioni ti lascia in balia degli eventi e non va bene.

Alla Parigi-Roubaix Van Aert e Van Der Poel potranno sfruttare la loro abilità nella guida della bici.
Alla Parigi-Roubaix Van Aert e Van Der Poel potranno sfruttare la loro abilità nella guida della bici.
Visto che lo hai nominato, Van Aert come lo vedi?

Al mondiale ha sofferto molto la pressione. La condizione ed il colpo di pedale a mio avviso ci sono, potrà fare bene. Direi che chi ha fatto il mondiale domenica ha una marcia in più, che puoi raggiungere solamente se corri queste gare, in allenamento non l’avrai mai. Per farvi capire quanto è importante correre avanti vi faccio un esempio. Nel 2019 Van Aert forò nella Foresta di Arenberg, ci mise 15 chilometri a rientrare in gruppo. Per questo dico che serve fortuna, un episodio del genere rischia di farti uscire subito di gara.

Come Hincapie nel 2012 quando arrivasti terzo dietro Boonen e Tourgot.

Esattamente, la Foresta ti inghiotte e rischi che non ti risputi più. Alla mia prima Roubaix la approcciamo a 65 all’ora davanti a me caddero 20 atleti ed anche una moto ripresa.

I nostri azzurri come li vedi?

Trentin ci sguazza in queste situazioni, quando piove e fa freddo lui va veramente forte. Non bisogna trascurare Colbrelli e Nizzolo che sono usciti bene dal mondiale. Una menzione speciale per Moscon e Ballerini: loro possono essere dei buonissimi outsider con azioni da lontano.

Trentin e Colbrelli saranno due possibili outsider, il corridore della UAE caduto al mondiale vorrà riscattarsi
Trentin e Colbrelli saranno due possibili outsider, il corridore della UAE caduto al mondiale vorrà riscattarsi
Anche se la Quick Step ha una corrazzata…

A maggior ragione Ballerini potrebbe dire la sua, magari con azioni da lontano, Stybar, Lampaert e Asgreen rischiano di rimanere intrappolati in troppi tatticismi. Lefevere avrà il suo bel da fare per decidere la tattica di gara anche se tutte le squadre portano almeno due “punte”.

Per via delle numerose incognite?

Se una squadra vuole vincere deve avere un “piano b”, non ti puoi affidare ad un solo corridore.

Esempio la Bora: Politt e Sagan, il tedesco nel 2019 ha fatto secondo.

Politt è il corridore con il fisico più adatto a questa corsa, ha sempre fatto bene sulle pietre della Parigi-Roubaix. Probabilmente lui lo useranno per provare a smuovere la situazione già da lontano, mentre Peter Sagan, che non va mai sottovalutato, cercherà di arrivare nel gruppetto finale.

Invece l’ultimo vincitore, Gilbert, ha delle possibilità?

La sua presenza la vedo più come il canto del cigno, non ha corso il mondiale e questo influisce sulla condizione. E’ venuto per indossare il numero uno e perché la sua presenza sarà utile alla squadra.

Jonathan Milan, prima apparizione alla Parigi-Roubaix per il ventunenne della Bahrain-Victorious
Jonathan Milan, prima apparizione alla Parigi-Roubaix per il ventunenne della Bahrain-Victorious
L’Italia conta anche su Jonathan Milan, anche lui ha il fisico da Roubaix.

Jonathan fisicamente mi ricorda Boonen, sono molto simili sia in altezza che peso (Milan è più alto di 2 centimetri rispetto a Boonen, il peso differisce di un chilo a favore del friulano, ndr). Un consiglio che gli darei, ripensando alle mie prime Parigi-Roubaix, è quello di provare a centrare una fuga. Magari di una decina di atleti, potrebbe arrivare alla fine.

Come Dillier nel 2018 che fu ripreso a pochi chilometri dal velodromo ed arrivò secondo dietro Sagan.

Questa situazione è successa numerose volte, in fuga si va regolari e si corrono meno rischi, poi il gruppo pian piano si assottiglia ed aumentano le possibilità di arrivare in fondo.

Una maglia Look speciale per la Roubaix

02.10.2021
4 min
Salva

Domani torna in calendario dopo un anno di assenza la “Regina delle Classiche”, la Parigi-Roubaix. Si tratterà di un’edizione davvero speciale vista la collocazione inusuale ad ottobre e il fatto di rappresentare per molti la prima vera rivincita dopo i campionati del mondo di Leuven.

Divisa speciale per la Delko

Fra i tanti temi di interesse proposti dalla Roubaix di domani merita sicuramente un accenno la divisa speciale con la quale si presenterà al via il Team Delko. La formazione francese indosserà infatti un kit speciale denominato “Look 1985” che riprende in pieno l’iconica divisa de La Vie Claire, la formazione creata a metà degli anni ottanta dall’imprenditore Bernard Tapie. Oltre che per i successi ottenuti, La Vie Claire è passata alla storia per la sua rivoluzionaria maglia, con i suoi blocchi di colore rosso, giallo e blu all’interno di linee nere, ispirata ad un dipinto ad olio su tela realizzato nel 1919 dal pittore olandese Pier Mondrian.

Il 1985, anno speciale per Look

L’idea di far indossare al Team Delko una divisa particolare è venuta al fornitore di bici della squadra. Stiamo parlando di Look che in questo modo ha voluto ricordare un anno importante nella sua storia. Nel 1985 per la prima volta un team professionistico, La Vie Claire appunto, utilizzò i rivoluzionari pedali senza clip di Look arrivando a conquistare nello stesso anno con Hinault il Giro d’Italia e il Tour de France.

Hinault e LeMond, compagni di squadra a La Vie Claire, sulle strade del Tour
Hinault e LeMond, compagni di squadra a La Vie Claire, sulle strade del Tour

Kit storico

Il kit “Look 1985” è opera di MB Marcello Bergamo, fornitore tecnico del Team Delko. Si tratta di un progetto nato diversi mesi fa, come ci ha raccontato Marco Saggia, CEO dell’azienda: «Tutto è nato durante il primo ritiro invernale della squadra. Il responsabile marketing di Look voleva fare qualcosa di speciale in vista della Parigi-Roubaix per la quale il Team Delko aveva ottime speranze di potervi partecipare. Ecco quindi l’idea di ricreare la divisa de La Vie Claire. Dal momento che in quel periodo la gara era ancora in calendario ad aprile – continua Marco Saggia – ci siamo dovuti mettere subito al lavoro per realizzare il disegno da far approvare all’UCI. La divisa è un mix perfetto tecnicità e design con un suo stile “vintage” che siamo sicuri sarà apprezzato da tutti. Siamo davvero entusiasti del risultato finale e di poter essere parte attiva di questa bellissima iniziativa.».

La forte emozione del team

Philippe Lannes, Team Manager del Team Delko, ha raccontato con queste parole l’emozione dei ragazzi del team alla vista della nuova divisa: «Quando la maglia è stata mostrata al nostro giovane staff e ai nostri corridori, la loro prima reazione è stata quella di volerne una per sé. È una maglia storica che ha segnato la mia generazione. È la maglia indossata da grandi come Bernard Hinault e Greg LeMond. Siamo molto orgogliosi che Look ci permetta di indossare i suoi colori iconici in una delle più belle corse di un giorno come la Parigi-Roubaix».

Il kit “Look 1985” sarà disponibile in edizione limitata. Il costo è 89 euro per la maglia e 99 euro per i pantaloncini. La divisa completa potrà essere acquistata anche in Italia.

Anche una bici speciale

In occasione della Roubaix i ragazzi del Team Delko utilizzeranno una bicicletta speciale, ideale per affrontare il pavé. Si tratta della Look 785 Huez Rs Pro Team Disc sviluppata presso la sede Look di Nevers in Francia. La bici è stata realizzata con una geometria in grado di garantire il massimo del comfort, aspetto assolutamente da non trascurare in una corsa come la Roubaix.

lookcycle.com