L’ultima Parigi-Roubaix è stata bellissima, incerta fino al velodromo e piena di colpi di scena. Anche per i molti imprevisti meccanici che hanno colpito tutti i grandi favoriti. Pogacar ha forato tre volte, Van Aert due, Van Der Poel addirittura due in poche centinaia di metri all’interno della Foresta di Arenberg, dalla quale è uscito con oltre due minuti di ritardo dal gruppo di testa.
Soprattutto la gestione del problema da parte del campione olandese e di tutta la sua squadra ha fatto alzare più di un sopracciglio, con il pasticcio del cambio bici tra lui e Philipsen risolto alla fine dal giovane Del Grosso che ha ceduto la sua ruota. Una situazione che ha attirato anche l’attenzione di Alan Marangoni, che su GCN ha raccontato la sua esperienza nelle Classiche del Nord.
L’ex corridore romagnolo ha spiegato che nei suoi anni alla Liquigas aveva il compito di stare sempre vicino a Peter Sagan, dal momento che aveva le sue stesse misure, pronto a passargli la bici in caso di imprevisti. Cosa infatti accaduta alla Roubaix del 2014 (ma non solo, come abbiamo scoperto). Quindi l’abbiamo contattato per farci raccontare la sua esperienza da uomo-ombra di un campione delle pietre.


Alan, cos’è successo alla Roubaix del 2014?
Avevamo passato la Foresta di Arenberg – ricorda Marangoni – si andava forte e io ero riuscito a restare con Peter. Ad un certo punto, quando mancavano circa 70 chilometri all’arrivo, lui ha avuto un problema, mi pare avesse bucato. In quel momento ho tentennato un attimo perché non sapevo se aspettare l’ammiraglia, ma Paolo Longo Borghini che era con noi mi ha detto di dargli la bici e così ho fatto. Peter ha fatto più di 20 chilometri con quella, poi l’ha cambiata in un momento tranquillo sull’asfalto e alla fine è arrivato sesto.
Tu e Sagan avevate proprio le stesse misure?
Identiche. Io avevo solo qualche spessore in più sul manubrio, quindi una guida leggermente più alta. Infatti dopo quella volta Peter mi prendeva in giro, dicendo che gli sembrava di essere su un chopper. Ma non era la prima volta, era già successo quell’anno.
Quando?
Giusto due settimane prima, al GP E3 di Harelbeke. C’era stata una caduta abbastanza grossa e c’era un ammasso di corridori, le ammiraglie erano bloccate dietro e allora gli ho passato la bici. Anche in quel caso l’ha tenuta per un po’ di chilometri, poi l’ha cambiata e alla fine ha vinto la gara.


Quindi era qualcosa che ti veniva chiesto proprio esplicitamente?
Sì certo, mi veniva sempre detto di stargli vicino, almeno il più possibile. Veniva più facile perché noi non dovevamo fare la corsa, a controllare c’era già la squadra di Cancellara. Quindi non dovevo tirare il gruppo, l’importante era che stessi lì con lui.
Torniamo alla Roubaix di quest’anno, alla scena di Van Der Poel che cammina a bordo strada contromano rispetto alla gara. Secondo te cosa non ha funzionato?
Secondo me lì tutto è partito da una decisione sbagliata di Philipsen che poi ha incasinato tutto. Non ha ragionato, ha voluto dare subito la bici a Van Der Poel senza pensare che è più basso e quindi la sua bici è più piccola e soprattutto che aveva dei pedali diversi. Lì è venuto fuori un disastro.
Quando sarebbe bastato che Philipsen desse la ruota al compagno e avrebbero perso la metà del tempo…
Infatti anche Van der Poel non era lucidissimo secondo me, anche se dall’esterno poteva sembrare il contrario. Certo in quei momenti non è sempre facile prendere le decisioni giuste, infatti credo dovrebbero allenarsi anche in questo, alla gestione degli imprevisti. Soprattutto in una corsa come la Roubaix.


Come si potrebbe fare?
Non credo facciano riunioni su questo ed è strano se ci pensi, visto tutti gli altri dettagli sono studiati in ogni aspetto. Basterebbe dire prima cosa fare se succede qualcosa, mettere insieme la lista delle cose che possono succedere. Per esempio quando è meglio dare la bici al leader e quando è meglio aspettare l’ammiraglia, quando invece cambiare la ruota.
A volte sembra che i corridori siano così abituati a cambiare la bici per ogni problema che non pensino quasi più alla possibilità, a volte migliore, di cambiare soltanto la ruota.
Un po’ sì. Certo magari cambiando la ruota perdi immediatamente qualche secondo in più, ma poi hai la tua bici. Se invece ti trovi con una bici non tua e devi farci magari 10 o 20 chilometri, ovviamente non riesci a spingere allo stesso modo. Conviene decidere prima cosa fare, sapere già come si deve intervenire.
Come hai visto la scelta di Pogacar di prendere una bici dell’assistenza neutra? Bici della quale poi si è anche lamentato…
Ho parlato con un ragazzo dell’assistenza di Shimano e mi ha detto che loro hanno cinque bici con le misure dei cinque favoriti e in più con il reggisella telescopico per fronteggiare tutti gli imprevisti. Magari però questo dettaglio Pogacar non lo sapeva o lì per lì non se n’è accorto, ma bastava un attimo per regolarsi la sella come voleva lui. Invece dalle immagini si vede che era troppo alto e non pedalava bene. Quindi credo che quei suoi commenti siano stati ingenerosi, diciamo così.


Anche perché in quell’occasione nessuno dei suoi compagni si è fermato, cosa strana in una gara così importante.
In realtà in quel momento era l’ultimo della fila e semplicemente credo non l’abbiano visto. In più la radio non aveva campo in quel settore quindi hanno avuto anche dei problemi di comunicazione. Ma anche questa è un’altra cosa da prevedere, fra gli imprevisti da considerare, perché in quella gara può succedere davvero di tutto.
Abbiamo parlato della Roubaix perché è la corsa più complicata a livello meccanico. Ce n’è un’altra dove secondo te avere accanto un compagno è fondamentale?
Direi il Fiandre. E’ una corsa diversa ovviamente, il pavé è meno estremo, ma le pietre comunque ci sono, le strade sono strette, c’è molto stress. Anche se devo dire che quest’anno l’hanno trasformato in un tappone di montagna, con gruppetti sparsi ovunque già a 100 chilometri dall’arrivo, una cosa che non avevo mai visto.


Una strategia che vediamo sempre più spesso messa in atto dalla UAE. Può essere utile anche per evitare imprevisti?
Sì perché se riduci il gruppo già all’inizio è più semplice, più scremi e meno imprevisti possono crearsi. Così il leader ha meno stress, perché il ritmo è alto fin da subito e poi mantenere la posizione diventa più semplice. Certo, poi per farlo ci vogliono le gambe: di Pogacar e anche dei compagni.
Alan, ultima domanda. Se fossi un direttore sportivo che consiglio daresti ai corridori prima di una gara complicata come la Roubaix?
Gli direi che gli imprevisti succedono, ma quasi sempre si possono gestire con l’aiuto dei compagni. Chiaro che se poi spacchi in due la bici devi per forza aspettare l’ammiraglia, ma non è una cosa che succede in tutte le gare. Perderei mezz’ora il giorno prima o la mattina stessa della corsa facendo l’elenco di dieci problemi che possono succedere. Con altrettante soluzioni rapide per gestirli nel modo migliore.