Bettini, un salto a Parigi. Ipotesi inquietanti e pronostico impossibile

31.07.2024
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Paolo Bettini da oggi è a Parigi come testimonial del made in Italy, in quanto ambassador di Manifattura Valcismon. Una toccata e fuga, poiché già domani sera sarà a casa. Pur essendo campione olimpico ed essendo stato tecnico della nazionale, non gli è toccato in sorte un accredito e così seguirà la gara di sabato in televisione. Ma che gara sarà quella olimpica, lunga 272 chilometri e con 89 corridori al via? Si può stravolgere il ciclismo per contenere il numero dei posti nel Villaggio Olimpico? C’è tutta una serie di domande che ci assillano durante questi Giochi dalle quote rimaneggiate, ma perché non sembrino le paranoie di chi scrive, abbiamo provato a sentire l’opinione di chi ne ha corse tre e una l’ha vinta. Paolo Bettini, appunto, cinquant’anni compiuti ad aprile: nono a Sydney, primo ad Atene, diciottesimo a Pechino.

Il CIO ha deciso per la riduzione del numero (anche) dei ciclisti, per ammettere altre discipline. Chi si è opposto?
Il CIO ha deciso per la riduzione del numero (anche) dei ciclisti, per ammettere altre discipline. Chi si è opposto?
Che effetto fa una gara di 272 chilometri con 90 corridori? Non è un po’ falsato il concetto di gara di ciclismo?

In effetti, mi sembra più una randonnée. Io ci sto per il chilometraggio lungo. Ad Atene 2004, il 14 di agosto con 42 gradi, mi ero quasi lamentato che fosse solo di 224 chilometri, abituato da buon cacciatore di classiche a vincere a su distanze di 250-260. Dissi che almeno avrebbero potuto farla di 240. Poi però scoprii una cosa che in realtà avevo già capito da giovane a Sydney, cioè che tenerla è un casino. Si correva in 5 per Nazione. Adesso cosa hanno fatto? La brillante idea è di ridurla addirittura a 4 come numero massimo di atleti per le Nazioni più rappresentative, per poi scendere a 3 come con l’Italia, poi 2 e poi gli isolati che correranno da soli. Se l’idea era di ridurre il numero per aprire a più Nazioni, perlomeno 130 corridori da portare alla partenza li avrei trovati. Partire in 90 per fare quel tipo di chilometraggio? Si salvi chi può…

Continua.

E’ un casino fare la riunione tecnica di come andrà la gara. E’ veramente una gara alla si salvi chi può. Se dopo 50 chilometri rimani con 30 corridori davanti e 60 dietro, che corsa viene fuori? Considerate che di 90, un bel mucchio di corridori va in crisi dopo 140 chilometri. Se la fai un po’ “garellosa”, dopo 140 chilometri rimani con 60 corridori. Ma se per disgrazia esce un po’ di sole, di quello parigino estivo vero, e corrono a 32 gradi, sarà una gara che possono finire 18 corridori. Poi è vero che a loro basta il podio per fare le medaglie, però come avete detto prima, si snatura il concetto di grande classica. Non è più un palcoscenico internazionale con la sfida tra grandi atleti. Va bene che qualcuno non è venuto, tipo Pogacar, ma quanti professionisti europei, americani, australiani non sono stati convocati perché le nazionali sono ridotte alla metà di quelle dei mondiali?

Nonostante i 224 chilometri di Atene 2004, Bettini si rese conto che la corsa fosse incontrollabile: si correva in 5
Nonostante i 224 chilometri di Atene 2004, Bettini si rese conto che la corsa fosse incontrollabile: si correva in 5
Ce ne sono fuori almeno altri 90 se non di più.

Okay, allora anziché ridurre a 4, perché non fare un numero massimo di 6 per squadra? E qui si capisce perché sono scesi a 4 senza aumentare il numero delle Nazioni. Perché così facendo, risparmiano posti nel Villaggio Olimpico. Lo scopo è questo. Meno gente da accreditare, meno gente da far girare, meno di tutto. Apertura però ad altre discipline. Pertanto se nel complesso al Villaggio Olimpico deve gravitare in due settimane un certo numero di persone, quello deve essere. E se uno sport ne porta troppe, io lo riduco.

Uno dei motivi per cui tolsero la 100 chilometri a squadre, inserendo la crono individuale…

Quello che mi dispiace è che non vorrei che in un futuro non troppo lontano, pensassero proprio di eliminare la prova su strada. Se continuano a ridurla così, mi sembra che non gli interessi nemmeno troppo. Il ciclismo viene bistrattato, basta guardare come hanno fatto il calendario olimpico. Se mi proponi una gara da 272 chilometri con 90 corridori, non è più una grande classica. E’ una gara olimpica, tutto il rispetto per chi vince ed entra a pieno titolo nell’Olimpo, però il discorso non mi torna.

Parigi ospiterà la gara dei pro’ su strada sabato prossimo: 272,2 km con i primi 225 in linea. 89 partenti.
Parigi ospiterà la gara dei pro’ su strada sabato prossimo: 272,2 km con i primi 225 in linea. 89 partenti.
Diciamo che tolta la maratona, il ciclismo è il solo sport che costringe a chiudere le strade. In fondo nel velodromo i corridori non danno fastidio a nessuno.

Esatto, esatto. Ma speriamo di no…

Tu che correvi un po’ alla Van der Poel, come avresti gestito una corsa del genere?

Con 225 chilometri prima di arrivare nel circuito, io spacco tutto prima di entrare a Parigi. Quando arrivo in città, voglio che siamo il meno possibile e poi con gli altri me la gioco nel circuito. E io sto fermo 225 chilometri, secondo voi? Questi sono ragazzi che non hanno paura di prendere vento. Evenepoel è abituato a partire lontano all’arrivo e farsela per conto suo. Van der Poel è uno abituato al ciclocross, dove si fa un’ora fuori soglia come pochi, figuratevi se ha paura a stare fuori 100 chilometri, cercando poi di vincere in volata. Sono fatti così. Quando entri in circuito, rischi veramente. Per questo io approfitterei della campagna francese che proprio pianura non è. Se poi, niente niente, tira un filo di vento… aiuto! Dopo 100 chilometri c’è uno sparpaglìo galattico. Altrimenti devi fare una gara come quella femminile, dove le più forti sanno che gli bastano gli ultimi 30 chilometri. Così vanno via col gruppetto delle migliori sempre appallato e poi negli ultimi 60 chilometri aprono il gas e fanno la corsa. Ma i professionisti non fanno così.

E poi c’è anche chi non ha interesse a fare la corsa di certi fenomeni.

Anche perché l’Italia, che sulla carta non ha grandi chance, magari sgancia prima Bettiol. E se non faccio muovere prima lui, allora faccio attaccare Viviani. Sennò che cosa è venuto a fare Elia? Gli faccio accendere la corsa, perché non credo che abbia la la gamba per chiudere un buco di 30 secondi su Evenepoel, se la corsa la accendono loro. Viviani è meglio trovarlo davanti, in un gruppetto di 7-8. Perché se arrivano Evenepoel e Van der Poel, magari anche con Bettiol, forse Elia là davanti mi serve a qualcosa. Sennò cosa fa?

Ai mondiali di Wollongong, dopo aver vinto la Vuelta, Evenepoel dimostrò di gradire gli attacchi da lontano
Ai mondiali di Wollongong, dopo aver vinto la Vuelta, Evenepoel dimostrò di gradire gli attacchi da lontano
Stare coperti forse non serve a molto…

Stai nascosto, ma non credo che si corra per arrivare tutti insieme. Le Nazioni cui interessa arrivare in fondo sono l’Olanda, il Belgio… La Spagna come corre? E la Francia? Alaphilippe se la gioca, ma deve anticipare. Lui e Bettiol dovrebbero fare coppia fissa, perché in questo momento storico sono simili per quello che vogliono e possono fare. La Spagna invece si butta e magari porta via Olanda e Belgio. Per questo dico che dopo 80 chilometri restano in 30 corridori.

Ti sarebbe piaciuto correre una gara così?

Eh, quella sarebbe la mia corsa (sorride, ndr). Quando c’era disordine, lo sapete, quando c’era disordine c’era Bettini! Anzi, quasi sempre la creavo. Mi ricordo nel 2008, pur di far gara dura, si fece partire Nibali su un ponte dell’autostrada tra Pechino e la Grande Muraglia (in apertura la partenza di quella gara, ndr). Però eravamo in cinque. Dietro c’eravamo io, il povero “Rebella”, Pellizotti e Bruseghin. Non andò male, perciò vediamo cosa faranno sabato che corrono in tre. Me la guardo per bene in televisione, così posso anche allenarmi. Il mio viaggio in Grecia per festeggiare i 50 anni e i 20 dall’oro olimpico, zitto zitto, arriva.

Bettini, i 50 anni e il ritorno all’oro di Atene

10.07.2024
7 min
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ROMA – Ci sono Paolo Bettini e sul tavolo la medaglia d’oro di Atene, con un casco, la maglia e un paio di scarpini. In un angolo alle spalle c’è la sua gravel 3T, pronta per partire anche domani. L’ambasciata di Grecia ha spalancato le porte al campione toscano che ad agosto compirà un viaggio a tappe dentro se stesso e lungo le strade di Grecia che vent’anni fa lo consegnarono alla storia di Olimpia. Fuori Roma è una fornace che ricorda davvero quei giorni magici di Atene 2004, quando lo vedemmo vincere e facemmo festa con lui e il cittì Ballerini.

«Partirò dall’Olimpo – sta dicendo Bettini alla presenza dell’ambasciatrice Eleni Sourani e della Console Onoraria di Grecia a Livorno Elena Konstantos – salirò su quel monte per andare a rendere omaggio agli Dei. E da lì inizierà il mio viaggio. Pertanto ci tengo a ringraziare per questa accoglienza. Abbiamo portato prima di tutto la bicicletta, con una grafica particolare che richiama l’antica Grecia e le antiche Olimpiadi. La maglia è una replica di quella 2004, ma in versione moderna, con i tessuti attuali. Il casco è dedicato e le scarpe saranno perfettamente in linea con tutto il resto. E grazie a Elena, perché da uno scambio di idee è nata questa avventura che mi permetterà di fare un viaggio in Grecia e dentro me stesso».

A destra, l’ambasciatrice Eleni Sourani, a sinistra la Console Onoraria Elena Konstantos
A destra, l’ambasciatrice Eleni Sourani, a sinistra la Console Onoraria Elena Konstantos

Da Katerini ad Atene

Elena Konstantos è Console Onorario, ha l’accento livornese e ci racconterà di essere nata in Toscana da padre greco e madre italiana. Viene dall’atletica leggera e ha la praticità della sportiva e l’idea di usare lo sport come modo per favorire i contatti fra Grecia e Italia ce l’ha da sempre in testa. Bettini gliel’ha presentato Alessandro Fabretti e parlando fra loro della sua intenzione di fare un viaggio, è nata l’idea di organizzarlo in Grecia. Il tour di Bettini inizierà a fine agosto da Katerini, la città di origine della Console e dopo 12 tappe si concluderà ad Atene. Ed è proprio Paolo a guidarci in questa idea romantica in cui verrebbe già voglia di affiancarlo.

«L’ho sempre detto – racconta – sono legato a vari passaggi della mia carriera. Sicuramente la prima Liegi è quella che mi ha mentalizzato in maniera diversa e mi ha fatto capire, a me prima che a tutti voi, che se avevo vinto quella, forse avrei potuto vincere altre grandi corse. E’ partito tutto da lì e sicuramente la Liegi ha un valore. Sappiamo che valore abbiano i mondiali, quanto sia importante quella maglia, ma credo che portare a casa una medaglia olimpica ti tiri un po’ fuori. Lo dico banalmente, ma con tutta sincerità. Oggi siamo qua a parlare di ciclismo perché ho vinto le Olimpiadi, ma se fossi venuto solo con i miei mondiali, magari non avrebbero aperto le porte. La medaglia olimpica ha un valore completamente diverso che ti proietta in qualcosa di più grande».

Con i 50 anni è nata l’idea del viaggio. Come mai?

E’ un’idea che avevo da tempo, già prima di Jovanotti, che ha fatto i suoi viaggi introspettivi prima di me. Avevo l’idea di regalarmi un viaggio: io e la mia bici in qualche parte del mondo. Avevo preso contatti per il Tibet e l’idea era di fare Lhasa-Kathmandu: 1.000 chilometri salendo per tre volte sopra i 5.000 metri, restando costantemente fra 2.800 e 4.000. Poi politicamente in Tibet sono cambiate un po’ di cose e avevo puntato il Sud America. Finché a gennaio ho conosciuto la Console ed è nato il progetto greco.

Viaggerai da solo?

Pedalerò da solo, ma non sarò solo. Ci sarà la mia compagna, che si muoverà con un mezzo e si sposterà lungo i vari punti del percorso. Ma è soprattutto il mio viaggio, sarà un pedalare e ripercorrere la mia vita. Documenterò tutto, perché l’idea è quella di mettere tutto insieme e fare il punto della situazione a 50 anni. Magari confezionando un docufilm che racconti il viaggio e lo scambio tra Italia e Grecia. Loro come turismo hanno attivato tutti i canali. Ho il patrocino del Ministero del turismo greco e mi stanno supportando in tutto. Sarà un mio viaggio di vita, un fare il punto sui primi 50 anni, guardandosi indietro e sfruttando i 20 che mi legano ad Atene e alla Grecia. Per me è una vacanza, dalla quale spero di portare indietro un sacco di belle cose.

Questa la traccia di massima del percorso: alcune tratte vanno ancora suddivise, fino al totale di 12 tappe
Questa la traccia di massima del percorso: alcune tratte vanno ancora suddivise, fino al totale di 12 tappe
Ti sei dovuto e ti dovrai allenare sul serio?

Ma non mi trovate meglio? Vedrete a settembre… Se non sarò finito (sorride, ndr) chiederò spazio a Bennati per fare il mondiale. Allora, devo pedalare. Non è una passeggiata, ci metterò tutta la mia esperienza. Quel quasi milione di chilometri che ho nelle gambe lo userò per cavarmela bene. Non stiamo lasciando niente al caso. Sono tappe giornaliere che non superano i cento chilometri, se non due o tre. La prima, tanto per capirci, che è la più lunga. Per andare sul Monte Olimpo c’è una sola strada e, dopo essere salito, devo tornare giù. Come si dice in Toscana, il problema è andare su, in giù vanno anche barattoli. A parte due o tre giorni più lunghi, non farò più di 85 chilometri per volta.

Perché la gravel?

Perché per me è un viaggio e la gravel vuol dire viaggiare. Gravel non è competizione, gravel sta nel mezzo. Lo dico sempre che le due facce del gravel siamo io e Pozzato. Lui, chapeau, il primo organizzatore di un campionato del mondo gravel senza regolamento. Una gara in cui partono anche con la bici da strada e le scarpe da strada, dice che l’UCI non ha capito molto neanche questa volta. Però lui è stato bravo a cogliere l’attimo. Io invece sono l’altra faccia del gravel: molto più cicloturistico. Non per niente abbiamo portato la bici con le borse.

Il bagaglio però non viaggia con te.

Sapendo che faccio 80 chilometri, avrò bisogno del necessario per essere autonomo. Se foro o si spacca qualcosa, più che avere il bagaglio con l’abbigliamento (e comunque un minimo me lo terrò, perché non si sa mai cosa succede), avrò arnesi e pezzi di ricambio. Avrò materiali da testare, sarà anche il modo per provare qualcosa e farlo a 40 gradi, trattandola anche male, perché non avrò il tempo di pulire la bici e lucidarla tutte le sere. Pertanto diventa anche una cooperazione con le aziende che mi seguono, per provare i tessuti e altri aspetti. Magari tornerò utile ai ciclisti che fra qualche anno viaggeranno in bicicletta.

Ci sarà un passaggio sulla riga d’arrivo delle Olimpiadi?

Devo ammettere che non so cosa mi succederà ad Atene, sta gestendo tutto la Console. Tra le altre cose, mi ha ricordato che sono cittadino onorario di Atene. Tutte le medaglie d’oro di Atene 2004 furono insignite della cittadinanza onoraria. Però sicuramente in piazza Kotzia io ci arriverò, perché è dove ho vinto.

La partenza è fissata per il 26 agosto, l’arrivo previsto per il 6 settembre. Sarà caldo, però mai come in quel 14 agosto del 2004. Se gli chiedi quando capì di aver vinto, non parla del momento di passare la riga o del podio. Ricorda il momento in cui Sergio Paulinho lo anticipa in volata. Lui lo recupera, lo affianca facilmente e capisce quello che sta per succedere. Quel giorno si scrisse la storia: farlo ai piedi del Partenone nella città delle prime Olimpiadi lasciò a tutti il senso di aver vissuto qualcosa di grandioso.

Shimano GRX Di2: il gravel elettronico, con la doppia corona

06.06.2024
8 min
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POMARANCE – Perché Shimano ha lanciato il sistema gravel elettromeccanico specifico per la doppia corona anteriore? Perché vuole essere il punto di unione tra la strada ed il gravel. Ha l’obiettivo di accontentare gli amanti del doppio plateau anteriore con tutti i benefici e le opzioni dei sistemi Di2 di Shimano.

Non va in contrasto con il GRX meccanico lanciato nel 2023 (che si pone maggiormente tra la mtb al gravel), ma vuole essere un’alternativa meno sbilanciata verso le ruote grasse. Lo abbiamo provato nel magnifico contesto toscano della Geo Gravel Tuscany, al fianco di Paolo Bettini e dei tecnici Shimano.

Abbiamo provato il GRX Di2 sulla RaceMax Italia di 3T
Abbiamo provato il GRX Di2 sulla RaceMax Italia di 3T

Con Bettini la prova alla Geo Gravel Tuscany

«Per me è motivo di grande orgoglio – ci racconta Paolo Bettini – il fatto che Shimano abbia identificato questa manifestazione come il luogo adatto per il test ufficiale del nuovo gruppo. Quando si tocca il gravel si aprono orizzonti e pensieri. Per quanto mi riguarda è il primo motivo per salire in bici da quando ho tolto i panni del corridore professionista. Shimano mi ha coivolto nel progetto: dal primo GRX DI2 a 11 rapporti, sono tornato ad una trasmissione meccanica con il GRX a 12 meccanico. Poi di nuovo un Di2, una sorta di ritorno al futuro con il nuovo GRX 12. Colpisce il fatto delle 2 corone davanti. Una soluzione che vuole portare verso questa terra di mezzo il classico stradista».

E’ la prima del Front Next Shifting

«Il deragliatore del nuovo GRX Di2 supporta al massimo la corona da 52 – dice Nicola Sbrolli di Shimano – significa che si può montare anche una configurazione più stradale delle corone. Il perno passante della guarnitura è sempre da 24 millimetri. Fa parte di un ecosistema a 12 rapporti Di2 della nuova generazione. Inoltre sul nuovo GRX Di2 abbiamo anche una sorta di prima, quasi come fosse un debutto ufficiale della funzione Front Next Shifting.

«Significa che i due pulsanti superiori ai manettini, se opportunamente configurati con la app E-Tube, agiscono direttamente sulla deragliata e sulla risalita della catena sulle corone. Così si amplia ulteriormente la customizzazione del Di2, perché un solo pulsante agisce su due funzioni. In questo modo si liberano altri due bottoni che possono essere utilizzati per altro. Questa funzione è ora disponibile anche per il comparto strada a 12 rapporti Di2».

Nicola Sbrolli del Servizio Tecnico Shimano
Nicola Sbrolli del Servizio Tecnico Shimano

Doppia corona e meno attriti

«Merita una spiegazione – prosegue Sbrolli – la scala dei rapporti che Shimano ha dedicato al nuovo GRX, mi riferisco in modo particolare alle due corone 48-31. Dietro la derivazione dall’Ultegra Di2 è lampante. Ad esempio se usiamo la combinazione 31/34, corona piccola e pignone grande dietro, questa ha il medesimo sviluppo metrico del monocorona con soluzione 44 davanti e 51 posteriore. La catena lavora con una linea ottimizzata, eliminando molti degli attriti che si generano sulle maglie quando si utilizza una monocorona.

«Inoltre – conclude – in qualità tecnico e meccanico Shimano mi preme aggiungere due cose. Qualsiasi trasmissione a batteria deve tenere conto di una lunghezza della catena che rientra in un range specifico, al pari di un cambio posteriore che sfrutta una tensione ottimale. Sono due fattori estremamente importanti per sfruttare la trasmissione elettromeccanica al pieno delle postenzialità».

Sensazioni dopo l’utilizzo

Rimaniamo dell’idea che una trasmissione Di2 abbia bisogno di tempo per essere utilizzata al pieno delle funzioni e per sfruttare le diverse possibilità di configurazione. La trasmissione Di2 di Shimano non si basa su una sola funzione, ne ha 3. Può essere manuale, semi-automatica e completamente automatica. Per sfruttare a pieno queste ultime due, è necessario capire e adeguare al “proprio stile di cambiata” gli sviluppi metrici e avere un plateau anteriore 48-31 non è usuale. Non è al pari di una combinazione da strada. Il contesto ambientale di Pomarance non è un tappeto di velluto e nel suo essere divertente mette anche alla prova la tecnica del mezzo e le capacità di guida.

Cosa è emerso dopo circa 7 ore di guida spalmati su due giorni? La nuova ergonomia dei manettini offre dei vantaggi non trascurabili, perché si adatta bene ai manubri con flare diversi e offre tanto appoggio per palmi e polsi. Quando si pedala sullo sterrato aumenta il grip, quando si è su asfalto sono aumentate le possibilità di mettere le mani in diverse posizioni (senza gravare sui polsi). La regolazione della distanza della leva dalla piega (non è una cosa nuova) è sempre un valore aggiunto di grande livello.

Il nuovo bilanciere posteriore con il meccanismo di blocco e sblocco
Il nuovo bilanciere posteriore con il meccanismo di blocco e sblocco

Un Di2 non mente

Tutto quello che riguarda la trasmissione è perfettamente in linea con un pacchetto Di2 Shimano e questo identifica l’efficienza del cambio. Aggiungiamo la bontà della doppia corona che non lascia spazi vuoti in fatto di sviluppi metrici, su asfalto e su sterrato, quando si vuole fare velocità, oppure sulle rampe più arcigne.

La frizione posteriore che blocca il bilanciere, stabilizza la catena, soprattutto quando questa è sul pignone più piccolo e/o su quello più grande. Significa che la catena non cade tra telaio e pignone, non cade tra pignone e raggi della ruota. La frizione si attiva manualmente. L’impianto frenante è del tutto accostabile ad un Ultegra, anche in fatto di compatibilità delle pastiglie dei freni e dei dischi. Il liquido all’interno dell’impianto idraulico è sempre di natura minerale.

Il plateau da 48-31
Il plateau da 48-31

Un salto di 17 denti

La differenza tra corona grande e piccola è tanta. Se è vero che per questo Shimano Di2 gravel la derivazione Ultegra è reale, è altrettanto vero che un sistema gravel deve agevolare la salita anche su rampe che vanno ben oltre il 20% e sullo sterrato. Qui è fondamentale spingere e guidare la bici al tempo stesso e la combinazione 31/34 è “tanta roba” nei termini di una sfruttabilità del mezzo meccanico.

La corona da 31 è uno strumento di arrampicata. La 48 davanti permette di fare velocità, eventualmente di diminuire il numero delle rpm quando si percorrono i tratti di trasferimento su asfalto. Con un pacco pignoni 11/36 posteriore si può sfruttare molto bene anche in salita (bisogna avere gamba).

In conclusione

Lo aspettavamo ed il nuovo GRX Di2 è arrivato. A nostro parere completa la piattaforma Di2 di Shimano, che si pone comunque su un gradino diverso dalle trasmissioni meccaniche. E’ un’opzione e un’alternativa (come lo è anche la configurazione meccanica), sicuramente performante, certamente votata ad implementare l’elettronica funzionale e customizzabile anche in ambito gravel/off-road.

Meglio o peggio di una trasmissione meccanica? Meglio o peggio di un monocorona? Ragionando con il cuore dello stradista vero e proprio, potremmo dire che il nuovo GRX è quello che si avvicina di più al modo di pedalare della strada e forse anche per questo motivo diventa più facile. Una trasmissione 2×12 ha di fatto 24 rapporti da sfruttare ed imparando ad usare le funzioni automatiche non esistono sovrapposizioni quando si tratta di entrare del dettaglio degli sviluppi metrici. Significa avere un potenziale di configurazione praticamente infinito.

Shimano

EDITORIALE / Quanto pesa la maglia rosa?

13.05.2024
6 min
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NAPOLI – Primo giorno di riposo. Mentre i corridori ricaricano le batterie di un Giro che finora non ha fatto mancare fatica ed emozioni, noi facciamo un passo indietro e torniamo al giorno di Fossano. Riprendiamo un tema che si potrebbe a buon diritto ritenere superato e che invece continua ad agitare i nostri lettori con numeri sbalorditivi. Quel giorno riportammo su Facebook e su Instagram una considerazione di Paolo Bettini a proposito della condotta di Pogacar, già in maglia rosa, che seguendo l’attacco di Honoré, cercò di anticipare i velocisti.

Ebbene, sia nelle prime ore e ancora adesso, quel tema e quel post continuano a smuovere opinioni. Per chi ne mastica, i 3.205 “Mi piace”, le 149 condivisioni e 1.395 (per ora) commenti su Facebook sono il segno di un argomento che ancora interessa e divide. Su Instagram, dove raramente si avviano grandi discussioni, i numeri parlano di 1.198 “Mi piace” e 66 commenti. Dati ancora in evoluzione, se volete in modo sorprendente.

Bettini ha mosso un appunto più che logico alla maglia rosa, ma forse il ciclismo è ormai lontano da certe logiche
Bettini ha mosso un appunto logico alla maglia rosa, ma forse il ciclismo è ormai lontano da certe logiche

Le parole di Bettini

Bettini, per chi non lo sapesse, è stato campione olimpico, ha vinto due mondiali, due Liegi, due Lombardia e la Sanremo. Una carriera da 62 vittorie, cui si aggiungono quattro anni da tecnico della nazionale. E’ un personaggio credibile, competente e che merita rispetto. Davanti a lui però si è schierato con prepotenza il popolo dei sostenitori di Pogacar, il cui tono è diventato presto incandescente. Che cosa aveva detto Paolo?

«A mio parere sono azioni che non deve fare – disse dopo Fossano – a me non è piaciuto. Non per il gesto atletico, chapeau, lo sappiamo che è un fenomeno, ma attenzione perché il Giro è lungo. In una tappa come questa, doveva lasciar giocare gli avversari, starsene dietro e non esporsi perché le azioni come queste poi ti rendono antipatico. Già sei forte e già vinci tutto, vuoi anche una tappa per velocisti facendo un’azione come questa? Attenzione, perché se arriva il giorno che lo trovano in difficoltà e inizia a girare il gruppo, gliele fanno suonare alla grande e a volte è più difficile gestire una tappa veloce che non una tappa di montagna (…) Non sto parlando di fair play, qui si sta parlando di gara».

Finita la prima settimana di Giro: finora la UAE Emirates ha corso da padrona in difesa della maglia rosa e spesso all’attacco
Finita la prima settimana di Giro: finora la UAE Emirates ha corso da padrona in difesa della maglia rosa e spesso all’attacco

Lo stile del leader

Il discorso di Bettini non è di stampo mafioso, come ha tuonato qualcuno, ma richiama un codice non scritto del gruppo che evidentemente non è più così attuale. In qualche modo stamattina lo ha sottolineato anche Bugno, sia pure con toni diversi. Se Pogacar in maglia rosa fa incetta di tutto quello che c’è in palio, si è chiesto Gianni, come farà ad avere buoni rapporti in gruppo?

Il fatto che dopo Bettini abbia parlato anche Bugno, rende palese che il ricambio generazionale esploso nel 2020 coinvolge i tifosi e probabilmente anche le ammiraglie e le reazioni del gruppo.

Non si sono mai visti campioni come Indurain, Contador, Nibali, Bernal, Froome, Pantani, Dumoulin, Roglic, Vingegaard, Quintana e persino Armstrong, che quanto a ingordigia non scherzava, mettersi a sprintare per i traguardi volanti. Si è sempre pensato che se un leader fa così, vuol dire che non si sente tranquillo dei risultati che potrà ottenere. Negli ultimi due Tour, Pogacar ha corso in questo stesso modo, ma alla fine ha pagato nel testa a testa con Vingegaard. Qui al Giro finora non ha lasciato nulla a nessuno e questo, applicando i canoni della tradizione e in assenza di un avversario davvero temibile, suona insolito.

Dieci anni fa quel che ha detto Bettini sarebbe stato di un’ovvietà disarmante, in un ciclismo che aveva nella durezza e nel galateo non scritto i suoi punti chiave. Il leader più forte ha sempre diviso la torta con il resto del gruppo. E se pure alla fine, oltre alla rosa vinceva la maglia della montagna e quella a punti, lo faceva con i risultati delle tappe decisive. Nel mezzo, c’erano 10-12 giorni in cui il palco era anche per gli altri, per la gioia dei loro sponsor.

Giro 1998: Pantani non aveva ancora la maglia rosa, ma a Selva lasciò la vittoria a Guerini
Giro 1998: Pantani non aveva ancora la maglia rosa, ma a Selva lasciò la vittoria a Guerini

Il diritto di Pogacar

D’altra parte ha ragione Roberto Damiani, quando ne difende la libertà di vincere come e quando gli pare. Ravvisando anche l’incapacità di fare pace con le proprie aspirazioni di chi reclama sempre tutto e il contrario di tutto.

«Pogacar è un campione – dice – uno che quando sente il profumo di vittoria va a cercarla, bello che sia così. Abbiamo martellato per anni quei campioni calcolatori che facevano solo il Giro o solo il Tour e adesso ce la prendiamo con questo che vince le classiche e poi viene a vincere il Giro? Chapeau a lui. Sinceramente non lo conosco, probabilmente gli ho detto tre volte ciao, però tanto di cappello».

Fossano, terza tappa: Pogacar attacca e stana Thomas. Inizia tutto così
Fossano, terza tappa: Pogacar attacca e stana Thomas. Inizia tutto così

Il ciclismo che cambia

Interpellato nei giorni successivi per commentare le reazioni alle sue parole, Bettini ha aggiunto di aver ricevuto messaggi e audio da parte di alcuni direttori sportivi dall’ammiraglia, seccati dell’andazzo di questo Giro e disposti a fare lo sgambetto alla maglia rosa qualora se ne presentasse l’occasione.

Nei giorni scorsi avete letto di un Pogacar nervoso, qualcuno ha anche ironizzato. Fra le ammiraglie si sussurra e si cerca di capire, fra giornalisti si fa lo stesso. Si dice che ciò sarebbe dovuto al fatto che lo sloveno non si stia divertendo a dominare in lungo e in largo, ma che questo gli venga imposto dalla squadra. Sono voci: lasciano il tempo che trovano, ma potrebbero spiegare i sorrisi più rari e la minore disponibilità della maglia rosa con i tifosi e con la stampa. Non deve essere facile essere guardato con fastidio e portare avanti una posizione che si condivide a stento. Al contrario, quanto sarebbe fastidioso doversi giustificare e quasi scusarsi per l’esercizio del proprio diritto di vincere?

Ciò detto, sulle ammiraglie ci sono davvero tecnici con il “pelo” per attuare le tattiche minacciate? Il ciclismo non è più fatto così, valuteremo successivamente se aggiungere l’avverbio purtroppo o fortunatamente. Siamo di fronte a uno sport che si decifra attraverso numeri e formule ripetibili. Che ha fatto della scienza e sempre meno della tattica il suo punto di partenza. Però il mal di pancia è sempre lo stesso e ricorda quello che si respirava nell’ambiente al Giro del 1999, quando si pensò che Pantani stesse esagerando. Anche Marco si trovò in mezzo alle rimostranze dei colleghi e alla posizione forte contro di lui di alcuni team. Anche in quel caso fu la squadra a spingerlo?

Il genio napoletano! Pogacar ha radunato attorno a sé un popolo di tifosi accesissimi
Il genio napoletano! Pogacar ha radunato attorno a sé un popolo di tifosi accesissimi

Se fosse tricolore…

Peccato che sia fallito il piano del Giro di portare alla partenza anche Evenepoel. La presenza di un rivale molto forte avrebbe reso meno evidente il gap fra la maglia rosa e il resto del gruppo. Di certo, infilandosi in queste dinamiche e non avendo ancora affrontato le giornate davvero difficili del Giro, la corsa sembra tutto fuorché noiosa.

Tadej è di un altro pianeta. La tirata data ieri nell’ultimo chilometro dalla maglia rosa dimostra che ha forze traboccanti e forse anche per il miglior Vingegaard quest’anno sarebbe duro tenerlo a bada. E allo stesso modo in cui siamo certi di questo, un’altra consapevolezza si fa largo mentre si ragiona su questo Giro e il fatto che rischi di perdere interesse: se Pogacar fosse italiano, lamentele ce ne sarebbero certamente di meno.

Bettini sicuro: «Viviani ai Giochi? Non si può fare altrimenti…»

04.05.2024
4 min
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«Parlare di Olimpiadi? Per me è sempre bellissimo, è la vittoria che ricordo con più piacere tanto che ad agosto tornerò in Grecia per celebrare con un’avventura cicloturistica i miei vent’anni dall’oro di Atene». L’argomento a cinque cerchi solletica sempre Paolo Bettini, che ha vissuto l’esperienza a cinque cerchi sia da corridore che da commissario tecnico e non si tira indietro nel tracciare un profilo di quel che ci attende.

14 agosto 2004, Bettini vince di forza la medaglia d’oro, staccando tutti, ultimo il portoghese Paulinho
14 agosto 2004, Bettini vince di forza la medaglia d’oro, staccando tutti, ultimo il portoghese Paulinho

Quando Bettini ha gareggiato nella prova olimpica, nel 2000-2004 e 2008, la squadra italiana era composta da 5 elementi: «Ma non è che in 5 riesci a controllare la gara – dice – non potevi allora e ancor meno adesso che le nazionali al massimo possono averne 4 e noi non siamo tra queste. Allora poi il percorso era leggermente ridotto, 225-230 chilometri contro i 270 di oggi. E’ normale che, alle Olimpiadi ancor più che nelle altre gare titolate, vadano così a innescarsi quei legami non scritti, dipendenti dal club di appartenenza ma anche da comuni interessi perché, non va mai dimenticato, ai Giochi vincono in 3, non uno solo».

Che cosa si deve fare allora in una gara così sui generis?

Se non puoi controllarla, devi cercare soluzioni per risparmiare energie. Ricordo che quando corremmo a Londra eravamo io e Rebellin le punte e io avevo il compito di marcare Valverde. Si scelgono gli uomini sui quali fare la corsa oppure si cerca di mandare qualcuno dei tuoi in fuga in modo da non dover tirare. Ma ragioniamo di gare che avevano 5 uomini e nelle quali si cercava una collaborazione. Ora, con 4, è praticamente impossibile.

Viviani su strada? Per Bettini è una scelta giusta pensando alle possibilità nell’omnium
Viviani su strada? Per Bettini è una scelta giusta pensando alle possibilità nell’omnium
Noi addirittura ne avremo 3…

Il lavoro di Bennati è difficilissimo, io lo so bene, eppure paradossalmente in questo caso è più facile. Mi spiego: non si applicano i criteri che valgono per mondiali o europei. Esistono logiche completamente differenti. Intanto perché la rosa dalla quale pescare devi sceglierla molto tempo prima, a inizio anno per far fare le visite mediche ai ragazzi e per presentare la relazione alla Federazione che dovrà girarla al Coni. E’ questo che dirige.

Come giudichi allora le voci che vogliono Viviani nel trio per garantirgli un posto nella delegazione su pista?

E’ una scelta che rientra proprio in quelle regole diverse dal solito. Faccio un esempio per assurdo: Bennati può convocare Bettini e Paolini, ma questi due non vanno d’accordo (in realtà siamo amicissimi, ma è per far capire). Il cittì decide di puntare su uno dei due: questo potrebbe farlo se si trattasse di un mondiale, ma ai Giochi devono andare gli uomini più medagliabili a prescindere. Per questo dico che il lavoro di Bennati per certi versi è più semplice, perché certe scelte sono vincolate.

Van Der Poel è uno di quelli che può far esplodere la corsa anche da lontanissimo
Van Der Poel è uno di quelli che può far esplodere la corsa anche da lontanissimo
Non pensi sia una situazione un po’ triste?

Paghiamo il difficile momento che il ciclismo italiano sta vivendo, è giusto per certi versi pensare ad altre specialità dove ci sono concrete possibilità. Viviani ha belle carte da giocare su pista, un secondo uomo Bennati deve selezionarlo pensando alla cronometro da affiancare a Ganna, di fatto gli resta un solo corridore. Sono ragionamenti che tanti tifosi, i “cittì da tastiera” non conoscono, ma quando si parla, si critica il cittì, bisognerebbe ricordarsene…

La gara olimpica di quest’anno si preannuncia però un po’ diversa dalle edizioni precedenti, nel senso che al via si presenteranno corridori che non hanno paura di fare una gara “uomo contro uomo”…

E’ vero, al via ci saranno corridori che sono talmente forti al punto da poter fare la corsa per conto proprio, da cercare la soluzione di forza anche a 80 chilometri dal traguardo. Noi partiamo apparentemente senza grandi ambizioni, quasi per far numero.

Bettiol secondo l’ex cittì può anche fare il colpo a Parigi, ma serve la giornata perfetta
Bettiol secondo l’ex cittì può anche fare il colpo a Parigi, ma serve la giornata perfetta
Perché dici “apparentemente”?

Perché io un’idea me la sono fatta ed è legata al nome di Alberto Bettiol. E’ sicuramente il corridore italiano più strutturato per affrontare una corsa simile e se indovina la giornata giusta, fisicamente e mentalmente, potrebbe anche essere uno di quelli che a 80 chilometri dal traguardo, se e quando la gara esplode, è lì a giocarsi le sue carte. La differenza con i Van Der Poel e Pogacar (senza dimenticare quelli che sono ancora in infermeria per cadute, il resto dei “magnifici sei”) è che quelli sono sempre nella condizione per fare la corsa in quella maniera, per il toscano serve che una serie di circostanze combaci, ci sia quasi una congiunzione astrale favorevole…

Van der Poel a Liegi? Bartoli e Bettini dicono di no

16.04.2024
5 min
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Due che la Liegi la conoscono come le strade di casa, per averne conquistata una coppia ciascuno: Michele Bartoli e Paolo Bettini. Il maestro e l’allievo, esperti di Ardenne come pochi altri al mondo. Li abbiamo interpellati sul tema che inizia a tenere banco nei bar: Van der Poel può vincere la Liegi, scalzando Pogacar?

Si sa, quando ti restano negli occhi grandi imprese come quella dell’olandese alla Roubaix, ti sembra che per lui sia tutto possibile. Però poi si torna con i piedi per terra e si capisce che l’impossibile in realtà non esiste.

«Un bel duello fra Pogacar e Remco – dice Bartoli – quello sì che me lo sarei goduto! Ma stavolta è toccato a Evenepoel infortunarsi e per il secondo anno consecutivo, non riusciremo a vederlo. Ma ditemi una cosa: siete anche voi fra quelli che pensano che Van der Poel possa vincere la Liegi? Io non ci credo».

«Anche io sto dalla parte di quelli che indicano Van der Poel fuori dai giochi per la Liegi – dice Bettini – secondo me non può insidiare Pogacar, che su quel tipo di salita se lo toglie di torno quando vuole. Abbiamo già visto come in un’Amstel possa essere messo in difficoltà e la Liegi è un’altra cosa».

Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due
Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due

Le salite delle Ardenne

Michele Bartoli, che accanto ad Adrie Van der Poel ha vissuto il primo anno da professionista e ne fu tenuto a battesimo proprio sulle strade del Nord, all’ipotesi che il campione del mondo possa vincere la Liegi non ci crede proprio. E come già in passato con lui avevamo commentato le imprese dell’olandese e del rivale Van Aert, arrivando a paragonare il primo a un cecchino e l’altro uno che spara a pallettoni, anche questa volta l’analisi è lucida.

«Fa bene a provarci – dice il toscano che la Liegi l’ha vinta per due volte – ma le salite delle Ardenne non sono paragonabili ai muri del Fiandre. Sento dire che potrebbe vincerla, perché ha vinto il mondiale di Glasgow che sarebbe stato uno dei più impegnativi di sempre, ma evidentemente non ho visto la stessa corsa. Glasgow era un Fiandre senza pavé, salite che duravano poche decine di secondi. Alla Liegi alcune durano qualche minuto. E quand’è così, le cose cambiano».

La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio
La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio

Analisi sballate

Lo sguardo si fissa prima di tutto sugli avversari e non soltanto su Pogacar che di certo avrà addosso tanti riflettori. La selezione che Van der Poel ha attuato alla Roubaix, anche alla luce delle doti atletiche ben evidenziate da Pino Toni, non sarà replicabile. Il percorso della Liegi non è adatto alle sue caratteristiche e questo potrebbe far accendere la riserva ben prima che la corsa si decida.

«Dipende molto dallo sviluppo della corsa – prosegue Bartoli – perché è chiaro che se lo portano col gruppo compatto e al piccolo trotto sino all’ultima salita, poi non lo staccano di certo. Ma credo che se la corsa si farà come al solito, avversari come Skjelmose, Pello Bilbao, Vlasov, Carapaz e altri scalatori potrebbero metterlo in croce. Starei attento a pensare che possa vincere tutto, ci sono corridori più forti di lui su percorsi di salita. Mi viene in mente l’anno che Petacchi vinse nove tappe al Giro d’Italia e cominciarono a dire che forse avrebbe potuto fare classifica. Oppure quando qualcuno decise che Ganna potrebbe puntare a un Giro d’Italia, senza tenere in considerazione le sue caratteristiche fisiche. Quando leggo certe cose, mi verrebbe di prendere il telefono e chiamare, ma ho imparato a lasciar correre».

Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo
Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo

Occhio a Pidcock

Fra coloro che potrebbero dire la loro anche in barba a un gigante come Pogacar, Bettini vede il vincitore dell’Amstel Gold Race, che ha dimostrato di essere fra gli scalatori più in forma del momento.

«Non credo a Van der Poel per la Liegi – dice il livornese, che ha vinto anche due mondiali – mentre penso che un nome da seguire sia quello di Pidcock. Lui ha dimostrato che su quei percorsi sa anche vincere. Forse può essere proprio lui quello che può insidiare Pogacar. Ma di certo non sarà Van der Poel, questo mi sento di escluderlo abbastanza nettamente. Lo vedremo domenica alla Doyenne…».

Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita
Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita

Van Aert è un altro corridore

L’argomento da cui si prende spunto per dire che Van der Poel in realtà potrebbe davvero centrare la Liegi è legato al fatto che nel 2022 Van Aert, che atleticamente potrebbe ricordare il rivale di sempre, arrivò terzo dopo Evenepoel e Quinten Hermans. E che anche Mathieu nel 2020 conquistò il sesto posto, vincendo la volata alle spalle del gruppetto di Roglic, Hirshi, Pogacar, Mohoric e Alaphilippe.

«Van Aert è diverso – dice secco Bartoli – lui alla Liegi è già arrivato terzo, ma è soprattutto un corridore che ha vinto da solo dopo aver superato il Mont Ventoux. Ed è anche quello che, tirando per Vingegaard sui Pirenei, ha staccato Pogacar. Van Aert ha una predisposizione diversa per la salita, tanto che si parlava di lui come di uno che avrebbe potuto vincere il Tour. Non ci ho mai creduto, ma qualcuno lo ha detto. Bisogna anche ricordarsi che il ciclismo non è il terreno in cui si va per dimostrare le proprie teorie. A conoscerlo si capisce come tutto rientri in una logica precisa. Volete sapere quante possibilità darei a Van der Poel di vincere la Liegi? Direi un 10 per cento. Abbiamo visto vincerla anche da Gerrans, che era un velocista, ma onestamente non credo che sia l’anno delle grandi sorprese».

Il Giro è un gioco crudele: caro Wout, sei sicuro?

09.12.2023
6 min
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Da uomo da classiche a uomo da classiche, da Bettini a Van Aert: caro Wout, ma chi te lo fa fare? Anche il livornese all’inizio della carriera tentò di fare classifica al Giro, ma prese atto dei suoi limiti e ci ripensò.

«Van Aert uomo da grandi Giri? Abbiamo visto – dice Bettini – che è un grandissimo gregario, quello che ha fatto al Tour non è roba da tutti. Però una cosa è stringere i denti e lavorare, andare in fuga e farsi trovare davanti quando arriva il tuo capitano. Fargli da spalla, stringere i denti, saltare per aria, poi rientrare. Tirare ancora un chilometro e poi saltare definitivamente. Altra cosa è dover fare tutti i giorni la selezione, farti trovare lì e non poter perdere 10 secondi. E poi diciamo che il mese di aprile e il mese di maggio non sono troppo compatibili, volendo immaginare il percorso di avvicinamento al Giro d’Italia…».

Bettini ha vinto 2 mondiali, le Olimpiadi di Atene 2004, 2 Liegi, 2 Lombardia, una Sanremo, tre Coppe del mondo
Bettini ha vinto 2 mondiali, le Olimpiadi di Atene 2004, 2 Liegi, 2 Lombardia, una Sanremo, tre Coppe del mondo
Tu facesti il percorso inverso…

All’ultimo anno da dilettante, provai a fare classifica al Giro d’Italia U23, facendo settimo. Era l’anno di Sgambelluri, vinsi il tappone con arrivo a Romano d’Ezzelino. Si scalavano il Manghen e il Monte Grappa, roba abbastanza seria. A tre giorni dalla fine ero terzo in classifica, poi saltai per una crisi di fame. Tradotto: passo professionista e pur stando al fianco di Michele Bartoli, in molti mi indicano come uomo da grandi Giri.

Anche con qualche buon risultato, no?

L’anno del Panta, nel 1998, sicuramente non mi conoscevano e mi permisero di portare al traguardo una fuga bidone. Mi lasciarono quasi 12 minuti nella tappa di Asiago e di fatto chiusi settimo in classifica generale. Eravamo partiti mentalizzati, perché anche Bartoli voleva fare classifica. Ci allenavamo sull’Abetone, cercando le salite lunghe. Eppure proprio dopo quel Giro, capii che non avrei più voluto fare classifica.

Giro 1998, sull’arrivo di Asiago arriva la fuga: vince Fontanelli, Bettini guadagna 11’46”
Giro 1998, sull’arrivo di Asiago arriva la fuga: vince Fontanelli, Bettini guadagna 11’46”
Perché?

Troppa pressione addosso, con gente come Pantani, Zulle e Tonkov. Mi guardai allo specchio. Mi dissi: vado forte in salita, sono esplosivo e sono bravo anche in volata. Potevo fare altro. Mi promisi che non avrei più fatto classifica perché capii veramente quanto sia stressante preparare un fisico per le tre settimane. Vuol dire studiare il percorso, conoscersi bene, conoscere il metabolismo. Non è facile…

Torniamo a Van Aert, mettiti nei suoi panni…

Quest’anno è un Giro cattivo, parte duro con Oropa, per dirne una, e poi nell’ultima settimana ci sono le montagne vere. Allora se sono Wout Van Aert cosa faccio? Parto al 100 per cento e salto per aria nel finale? Oppure parto al 65 per cento: basterà, sapendo che potrei lasciare per strada un minuto nelle prime tappe? E’ uno stress, mi sono già stancato a raccontarvelo. Io in quel momento dissi mai più e su quella decisione ho costruito la mia carriera e la mia stessa vita. 

Wout Van Aert al Tour ha vinto 9 tappe, conquistato una maglia verde e aiutato Vingegaard. Qui Hautacam 2022
Wout Van Aert al Tour ha vinto 9 tappe, conquistato una maglia verde e aiutato Vingegaard. Qui Hautacam 2022
Fare classifica al Giro senza aver mai fatto il Giro.

Non so quante capacità atletiche abbia uno come Wout quando lo porti su salite come quelle del Giro. Quelle del Tour, almeno per le quattro volte che ci sono andato, non dico che siano facili ma non sono quelle ripide del Giro. L’Italia ha una conformazione geografica più cattiva. Mi ricordo un grande inglese come Thomas, che ha vinto il Tour, ma qui ha sempre preso legnate. Stessa cosa fu per Wiggins.

Di solito chi vince il Tour va forte al Giro.

Dipende dal tipo di corridore. Van Aert è un passista scalatore per salite lunghe e regolari. In Italia invece in determinate tappe serve improvvisazione, devi conoscere il territorio. Due curve e fai la differenza. Le tappe intermedie sono le più… bastarde. Sono quelle che quando ti distrai, ti scappa il gruppo e andare a riprendere 30 corridori è una pena. Fai fatica sull’Appennino, lo abbiamo visto tante volte (in apertura, Van Aert staccato a Sassotetto, all’ultima Tirreno, ndr). Magari il belga si salva nelle tappe più nervose, perché è corridore da classiche, ma per puntare alla classifica, deve cambiare pelle. E ha pochi mesi per farlo, perché a ottobre era ancora il corridore di sempre

Wiggins venne al Giro 2013 da vincitore del Tour, ma si perse nel maltempo e nelle curve
Wiggins venne al Giro 2013 da vincitore del Tour, ma si perse nel maltempo e nelle curve
Quindi sarebbe comunque un passaggio lungo?

Volendo, Wout potrebbe pensare di avviare un processo di cambiamento. Vuol dire che quest’anno viene al Giro a prendere le misure per il prossimo anno. Fa le sue esperienze, si lecca le ferite, capisce dove ha sbagliato e magari in due o tre anni capisce se vale la pena cambiare così tanto pelle.

Sembri scettico…

Sono un ragazzo moderato, non me la tiro mai. Siamo di fronte a dei grandissimi fenomeni, ma ricordatevi tutti che poi alla fine, nonostante in questo mondo digitale la comunicazione passi per essere essere fighi e attrarre follower, se si stampa il curriculum ti accorgi che di classiche Wout Van Aert ha vinto solo la Sanremo. Ragazzi, in termini di grossi risultati, Andrea Tafi ha vinto il doppio.

Van Aert ha vinto la Sanremo del 2020, ma nelle classiche del Nord ha sempre dovuto mandare giù bocconi amari
Julian Alaphilippe Wout Van Aert
Van Aert ha vinto la Sanremo del 2020, ma al Nord ha sempre mandato giù bocconi amari
Perciò tu cosa faresti?

Io consiglierei a questo ragazzo, dato che ha le qualità ma per varie situazioni non è ancora riuscito a portare a casa quello che merita, di concentrarsi sugli obiettivi a lui più adatti. Un Fiandre, una Roubaix, un’altra Sanremo, ci può stare anche un campionato del mondo. Ma se inizia a snaturare la sua attitudine rischia di non vincere più nulla. Si troverebbe a lavorare sulla massa, per cambiare fisicamente e tenere sopra i 2.000 metri. Basta una tappa per perdere un grande Giro e se anche riesci a gestirti, aggrappandoti agli specchi e facendo miracoli, quando arriva il tappone che fai? Quattro volte sopra i 2.000 metri: basta un giorno che ti manda a quattro minuti e sei finito.

Insomma, è una scelta che semmai potrebbe fare fra qualche anno?

Dipende. Faccio un altro ragionamento da quasi cinquantenne, visto che mi mancano pochi mesi (Bettini è nato il 1° aprile 1974, ndr). Quando hai costruito la tua carriera e hai trovato la tua identità, a un certo punto gli anni passano e invecchi. A quel punto arrivano i giovani leoni che ti asfaltano con la loro grinta. E tu pensi che avrai voglia di cambiare fisicamente per provare a vincere un grande Giro?

Fsa e Vision partner alla GeoGravel Tuscany di Bettini

06.09.2023
3 min
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I bike brand Fsa e Vision rivestono ufficialmente il ruolo di partner della prossima ed attesa prima edizione di GeoGravel Tuscany, la manifestazione gravel ideata dall’ex due volte campione del mondo Paolo Bettini in programma nelle meravigliose campagne attorno a Pomarance (Pisa) nel weekend del 22/24 settembre.

La GeoGravel Tuscany si caratterizza per essere la prima “gravel experience” dedicata alla geotermia. Una manifestazione che nelle intenzioni primarie intende accompagnare i partecipanti a scoprire… pedalando tutti gli sterrati più affascinanti delle colline metallifere, meglio conosciute anche come “Strade Grigie”.

C’è lo zampino di Paolo Bettini nella nascita della GeoGravel Tuscany
C’è lo zampino di Paolo Bettini nella nascita della GeoGravel Tuscany

Un’idea del “Betto”

Nato da un’idea del campione olimpico di Atene 2004, e due volte iridato Paolo Bettini, questo evento si caratterizza per essere un vero e proprio viaggio fra ulivi e macchia mediterranea, antichi borghi e incantate fortezze, con la vista sempre rivolta al suggestivo borgo medievale di Pomarance, autentico cuore pulsante dell’evento. Sullo sfondo, un territorio unico lungo il quale letteralmente ribolle il cuore caldo della Val di Cecina, tra geyser e lagoni che ispirarono persino Dante per il suo Inferno, e che ancora oggi affascinano i rider desiderosi di vivere grandi avventure.

Specchi d’acqua sperduti tra i boschi incontaminati, sentieri lontani dalla civiltà, un calice di rosso al tramonto e tutti i sapori autentici dell’entroterra. La GeoGravel intende proporre a tutti coloro che decideranno di parteciparvi una Toscana mai vista… o meglio, mai esplorata!

Vision sarà uno dei partner, insieme a Fsa, della GeoGravel Tuscany
Vision sarà uno dei partner, insieme a Fsa, della GeoGravel Tuscany

Due brand: una garanzia!

Ed è proprio in questo contesto che si inserisce l’accordo di partnership definito da Fsa e Vision con il comitato organizzatore della GeoGravel Tuscany. Full Speed Ahead (FSA), ventennale produttore di componenti per biciclette di livello mondiale, ha già da alcuni anni rivolto particolare attenzione al lancio di prodotti dedicati al mondo “off-road”. Ovvero XC e Gravel, oltre al downhill e all’intero mondo Trail, Enduro (sia tradizionale sia elettrico).

Title sponsor dell’evento expo Mtb più importante in Italia – il Bike Festival di Riva del Garda – Fsa supporta molte delle realtà protagoniste del mondo Mtb, oltre a diverse formazioni WorldTour su strada. Non a caso, Fsa ha introdotto una specifica linea dedicata al mondo gravel che si chiama AGX. Una linea composta da ruote, piega manubrio, attacco manubrio, reggisella e pedivella.

L’evento gravel, voluto da Paolo Bettini, si svolgerà tra il 22 e il 24 settembre
L’evento gravel, voluto da Paolo Bettini, si svolgerà tra il 22 e il 24 settembre

Dai pro’ al gravel

Con un impegno costante verso la qualità, l’eccellenza tecnica ma soprattutto molto attenta al punto prezzo, il brand Vision si è guadagnato nel tempo la fiducia sia di ciclisti professionisti quanto di moltissimi appassionati praticanti. Vision si dedica ad elevare l’esperienza del ciclismo attraverso la propria gamma di prodotti. Un catalogo che comprende ruote aerodinamiche in fibra di carbonio, trasmissioni avanzate, manubri e numerosi altri componenti progettati per ottimizzare le prestazioni su qualsiasi terreno.

Anche Vision, come Fsa, ha avuto modo di sviluppare nel tempo ruote di tutti i livelli espressamente dedicate al mondo Gravel. Tra queste occorre ricordare le Metron 30 SL Disc Clincher o tubolare, le Metron 45 SL, le Trimax i25 Disc e le Trimax AeroGravel i23 Disc.

FSA

GeoGravel Tuscany

Doppio mondiale per Milan? Bettini dice di sì

16.06.2023
6 min
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Da corridore ha vinto i mondiali e le Olimpiadi, poi da tecnico ha guidato gli azzurri sugli stessi traguardi. Per cui quando ci siamo trovati a ragionare sulle prossime sfide di Glasgow, che si incrociano pericolosamente fra strada e pista, l’idea di interpellare Paolo Bettini è stata una delle prime. Soprattutto dopo che il Giro d’Italia ha mostrato la forza di Milan in volata, alla vigilia di un mondiale che in teoria potrebbe strizzare gli occhi agli uomini veloci. Tu che faresti con uno come Johnny: lo mandi su pista o lo porti anche su strada?

Il discorso è interessante per i tanti risvolti, anche perché sono diversi i corridori di spessore che potrebbero essere chiamati al doppio impegno. Certo Milan, ma anche Ganna, Viviani e anche Consonni. Proprio per questo occorre partire dalla grande concretezza, perché tutto questo non si trasformi in una chiacchiera da bar.

«Il ragionamento deve essere sottile – dice subito Bettini – nel senso che si deve partire dalla probabilità di medaglia. Se Milan fa il quartetto, anche se non conosco la condizione di tutti e quattro e quella degli avversari, hanno abbondantemente dimostrato che possono vincere il mondiale. E’ anche vero che un mondiale su pista, dopo che si sono portati a casa un oro olimpico, non cambia la vita. Mentre sono sincero, un mondiale su strada è una medaglia pesante. Ha il suo peso specifico come merito sportivo, ma anche come potere contrattuale. Insomma, è un mestiere, ti togli le tue soddisfazioni, però poi rinegozi il tuo valore in base ai risultati».

Alle Olimpiadi è già capitato di far correre lo stesso atleta su strada e in pista, giusto?

Esatto. Quando ero a Londra da Commissario tecnico, le indicazioni federali furono di privilegiare la multidisciplina e io schierai Viviani anche su strada. Forse proprio quella volta capì come poteva vincere su pista, non credo che la strada gli abbia precluso la medaglia dell’omnium. Magari non aveva ancora esperienza per giocarsi il titolo. Tradotto in parole povere: ci può anche stare il doppio impegno, ma dipende sempre dalla condizione. Se uno ha una condizione stratosferica, alla fine i 4 chilometri dell’inseguimento che ti vai a giocare in pista sono più psicologici che un fatto di energie.

Parlando di Milan, quando capiterà nuovamente un percorso così?

Allora dobbiamo fare un altro ragionamento e vedere su chi possiamo contare per il mondiale strada. Milan può essere buono in caso di arrivo in volata, ma siamo sicuri che a Glasgow si arriverà in volata? Per esperienza, i percorsi li valuto quando li vedo e io questo non l’ho visto. E’ certo che lui in volata ha dimostrato che le sa suonare a tutti. Non proprio tutti, in realtà, perché a maggio non c’erano proprio tutti. Comunque è una delle ruote veloci più importanti che ci siano in circolazione.

L’incognita è dunque se il mondiale dovesse rivelarsi più duro…

Esatto, io infatti me la giocherei diversamente, pur portando Milan, che in una rosa di nove corridori ci sta bene. Parlerei chiaro e gli direi: «Sei da potenziale medaglia in pista con Marco Villa, ma io ti do la possibilità di starci anche su strada, però sappi che non si può correre per ammazzare la corsa. Ci sono altre nazionali che lo faranno e noi dovremo tutelare gli uomini da classiche. Tu vieni e te ne stai nella pancia del gruppo. Se poi all’ultimo giro non è successo nulla, ti si compatta la squadra addosso e fai la tua volata. Quel che viene viene». Potrebbe essere anche il modo per fargli fare un mondiale senza la pressione e lasciarlo tranquillo in ottica pista.

Viviani agli ultimi europei di Monaco ha corso su strada e dopo 5 ore ha vinto l’eliminazione su pista
Viviani agli ultimi europei di Monaco ha corso su strada e dopo 5 ore ha vinto l’eliminazione su pista
Di sicuro non ruberebbe il posto a nessuno.

Ai miei tempi, veniva fuori un problema con chiunque lasciavano fuori, semplicemente perché andava forte. Lasciavano fuori Di Luca e lui andava forte. Rebellin, la stessa storia. Lasciavano fuori Petacchi e lui vinceva. Tutti gli anni era scontato che ci fossero 4-5 o addirittura 6 scontenti che andavano forte. Oggi questa problematica non c’è.

Dici di no?

Bennati che mettesse dentro Milan, lascerebbe a casa qualcuno che va così forte? Chi si offende? Chiunque pensi di meritare un posto al mondiale, da qui al 20 luglio deve vincere tre corse vere e allora può alzare la mano e dire: «Presente! Milan vada a fare la pista, qua ci penso io!». Ma alla fine la strada è sempre democratica.

Ganna ha stupito alla Sanremo e il sesto posto di Roubaix per Bettini è un altro ottimo risultato
Ganna ha stupito alla Sanremo e il sesto posto di Roubaix per Bettini è un altro ottimo risultato
Citazione di Alfredo Martini, giusto?

Una volta, quando tutti ci chiedevamo come facesse Alfredo a mettere insieme tante teste, lui ci rispose sempre: «Ma state tranquilli, settimane prima hanno tutti le loro pretese. Poi, quando si arriva a ridosso del mondiale, la strada è democratica e mette ognuno al suo posto». Se poi la democrazia della strada ti porta cinque atleti ad alti livelli, a quel punto subentra il commissario tecnico che non è un allenatore, ma è molto più psicologo e selezionatore. Sta a lui fare il lavoro sottile di amalgamare la squadra e di fare le proprie scelte. Però non credo che in Italia in questo momento ci sia questo tipo di problema, purtroppo no.

Per lo stesso discorso e senza chiedergli la luna, ci starebbe anche Ganna?

Potrebbe essere. Allora vi dico che a me Ganna ha veramente stupito alla Sanremo, perché non solo ha tenuto le accelerazioni, ma ha risposto alle accelerazioni di quelli che sapevamo essere tre spanne superiori agli altri. Qualcuno dice ha fatto flop alla Roubaix, ma chi corre oppure ha corso in bici sa che fare sesto alla Roubaix non è proprio una cosa dell’ultimo momento. E allora perché non buttarlo dentro? Se ti viene la corsa un pochino più dura, ti trovi davanti in un gruppetto di una decina che ha qualche minutino di vantaggio, non ci sono salite impossibili, solo nervose… Perché non contare anche su di lui?

Giro 2023, Bennati parla con Consonni: Simone è un altro pistard che potrebbe fare il mondiale su strada
Giro 2023, Bennati parla con Consonni: Simone è un altro pistard che potrebbe fare il mondiale su strada
Forse passate le prossime Olimpiadi per tutti loro la strada avrà un richiamo diverso, non trovi?

Io dico che erano anni che l’Italia soffriva su pista e ora è giusto portare a casa il più possibile. Poi i ragazzi crescono e si diventa vecchi tutto d’un colpo, perciò bisogna che siano bravi loro a trovare il limite. Il quartetto olimpico va difeso a prescindere. Se venisse la seconda medaglia, ci sarebbe da togliersi il cappello, anche se non fosse d’oro. In Italia bisogna andare sulle le discipline che fanno 18 finali, tipo il nuoto o la scherma, per avere due medaglie in due Olimpiadi consecutive. Poi però credo che ci sarà un po’ di ricambio, per cui dal 2024 direi: «Sai cosa c’è? Intanto penso esclusivamente alla strada per tre anni, poi guardiamo cosa succede nell’anno olimpico».

Cosa potrebbe succedere?

Che se poi nell’anno olimpico mi qualifico, mi qualificano o mi ripescano, allora se sono ancora utile alla causa, magari in pista ci torno. Ma prima faccio due anni a dedicarmi alla strada senza guardarmi indietro…