Mapei Sport, 30 anni Centro Mapei

Mapei Sport: un progetto a 360°, dalla testa alla strada

29.03.2026
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MILANO – Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia ospita l’evento organizzato per festeggiare i 30 anni del Centro Ricerche Mapei Sport, un traguardo raggiunto grazie alla visione lungimirante del suo fondatore Giorgio Squinzi. Lavoro iniziato nel mese di dicembre del 1996 e adesso portato avanti dai figli Marco e Veronica, capaci di mantenere saldi i principi, garantendo comunque al progetto di evolversi e assecondare le esigenze degli atleti, che cambiano in maniera sempre più rapida.

A Castellanza, dove è stato inaugurato trent’anni fa il Centro Mapei, è partito un progetto con alla base un motto semplice ma estremamente efficace: “Mai smettere di pedalare”. Ed è così che Giorgio Squinzi e Aldo Sassi hanno iniziato, con l’obiettivo di portare la scienza e la ricerca all’interno dello sport ma anche al servizio degli sportivi. Riconoscendo il valore sociale dell’attività sportiva.

Passione e rigore

Tra le figure che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del progetto di Mapei Sport c’è stata anche quella del dottor Claudio Pecci, ora Amministratore Delegato di Mapei Sport e Direttore Sanitario di Mapei (nella foto di apertura).

«Lo sport – racconta nel suo intervento che apre la conferenza – deve essere a misura d’uomo e dell’atleta. Lo stesso principio ha guidato la nascita e lo sviluppo del Centro Mapei, dove la scienza utilizzata per migliorare le prestazioni dei campioni potesse poi essere al servizio di tutti. In un continuo impegno sociale e civile. Per questo siamo orgogliosi di aver svolto oltre 200.000 test e di aver pubblicato ben cento lavori scientifici.

Il ciclismo come motore

Se si pensa al nome Mapei ci vengono in mente le iconiche divise a cubetti che hanno caratterizzato il ciclismo negli anni ’90 e nei primi 2000. Una squadra, quella nata dalla volontà di Giorgio Squinzi, capace di vincere ovunque e di mettere la firma in ogni angolo di mondo. E mentre sullo schermo posizionato sul palco della presentazione scorrono le immagini dei tanti protagonisti che hanno vestito questa maglia sono proprio due di loro che ci hanno raccontato cosa volesse dire far parte del team Mapei.

«Alla Mapei – racconta Paolo Bettini – devo tanto, mi hanno preso quando ero un corridore acerbo e mi hanno accompagnato in un cammino di crescita unico e incredibile. Era il 1999 quando sono entrato nel team scoprendo il mondo della ricerca e del rigore scientifico. Al quale però, è sempre stato accostato un grande aspetto umano, con la persona al centro di tutto. Giorgio Squinzi ci ha fatto sentire tutti parte integrante dell’azienda, dico spesso che non eravamo sponsorizzati, mai noi eravamo Mapei.

«Gli anni del team Mapei – continua Bettini – hanno rappresentato un passaggio importante per il ciclismo, con l’introduzione di una parte di ricerca e sviluppo scientifico. La loro bravura è stata quella di farci scoprire in maniera attiva questo nuovo modo di fare, permettendo a noi atleti di essere parte del progetto. Senza dimenticarsi mai dell’aspetto umano».

Mapei Sport, laboratorio, Aldo Sassi, Claudio Pecci
Aldo Sassi all’interno del suo laboratorio presso il Centro Mapei. A sinistra si riconosce il dottor Pecci
Mapei Sport, laboratorio, Aldo Sassi, Claudio Pecci
Aldo Sassi all’interno del suo laboratorio presso il Centro Mapei. A sinistra si riconosce il dottor Pecci

Dalla testa alle gambe

Il Centro Mapei dal 1996 ad oggi ha formato tanti tecnici, questo grazie al lavoro del professor Aldo Sassi e di tutto lo staff. Entrare all’interno di questo progetto per i giovani era motivo di orgoglio e passione. Gli stessi sentimenti che hanno accompagnato Luca Guercilena, oggi team manager della Lidl-Trek, il giorno in cui ha fatto i primi passi all’interno del centro.

«L’aspetto che mi porto dietro – confida – è quello del gruppo, noi eravamo i “ragazzi del Centro Mapei” e posso dire di sentirmi ancora parte di tutto ciò anche ora. L’aspetto umano è stato importante anche per noi tecnici, Squinzi e Sassi hanno preso un gruppo di persone che hanno fatto crescere attraverso la ricerca. Lo sport come mezzo per comunicare cultura».

Il nome di Aldo Sassi si rincorre e si intreccia nelle varie storie. E ricordando la sua prematura scomparsa avvenuta nel 2010, qualche lacrima scorre sul volto dei presenti.

«Luca Guercilena ed io – racconta Andrea Morelli, preparatore – siamo stati allievi di Aldo Sassi e ne abbiamo poi colto l’eredità. Un passaggio arrivato nel 2011 quando al Tour de France eravamo tecnici di due squadre rivali (Leopard Trek e BMC, ndr) e ci siamo giocati la maglia gialla fino all’ultimo giorno. Quel Tour lo vinse Cadel Evans, del quale ero diventato preparatore dopo la scomparsa di Aldo, mi piace pensare che nonostante la rivalità sportiva tra me e Luca Guercilena ci sia stato l’orgoglio di aver raccolto l’eredità di un lavoro importante e che ci ha formati in maniera davvero profonda».

La palla passa poi agli altri sport, perché il Centro Mapei ha abbracciato e seguito tanti atleti. C’è il calcio con la storia dell’U.S. Sassuolo, ma anche atletica e sci. Perché non esiste un’unica via per trasmettere il messaggio che lo sport è uno strumento al servizio della società. Anche se tutto è iniziato con un colpo di pedale.

Milano-Sanremo 2026, Tadej Pogacar, Tom Pidcock

«Una sbavatura è costata a Pidcock la volata della vita»

28.03.2026
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POMARANCE (PI) – Abbiamo approfittato di una pedalata con Paolo Bettini, in ricognizione sui percorsi che sta tracciando per il suo evento GeoGravel Tuscany del 6-7 giugno, per tornare, ad una settimana di distanza, sulla Milano-Sanremo vinta da Pogacar, con un particolare focus sulla volata contro Pidcock. L’inglese, non certo il favorito numero uno della vigilia, è stato l’unico a tenere lo scatenato sloveno su Cipressa e Poggio. Per cui, il secondo posto in via Roma a mezza ruota dal campione del mondo può far sembrare il bicchiere mezzo pieno. Ma è così? Sentiamo Bettini, come lo sentimmo nel 2025 quando la vittoria fu di Van der Poel

«A posteriori siamo sempre tutti bravi – inizia il toscano – però vediamo di cogliere qualche indizio di questa volata. Pogacar è stato super, qui non ci piove: ha fatto la corsa, ha fatto quello che voleva. E’ caduto, si è rialzato, ha staccato tutti, tranne Pidcock. Pidcock ha avuto la grande occasione della vita, quando è partita la volata ha scelto di andare alla sua destra, praticamente si è infilato nell’imbuto tra Pogacar e le transenne».

La volata dopo 290 chilometri era una grande icognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo ha stroncato il britannico
La volata dopo 290 chilometri era una grande incognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo l’ha giocata di gambe e di astuzia
La volata dopo 290 chilometri era una grande icognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo ha stroncato il britannico
La volata dopo 290 chilometri era una grande incognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo l’ha giocata di gambe e di astuzia
Tutto regolare però…

Certo, Pogacar non ha chiuso, non è stato scorretto, ha semplicemente dato il “cenno” di appoggiarsi verso le transenne, cosa che Pidcock ha capito subito. Infatti, se riguardate la volata, esce fuori, gli gira intorno e passa dalla parte sinistra. Alla fine ha perso per pochi centesimi, una trentina di centimetri.

Pidcock poteva fare qualcosa di diverso?

Forse, se fosse uscito dalla parte ampia della strada, dove aveva tutto lo spazio per esprimersi senza indecisioni, non lo so come sarebbe potuta andare a finire. Magari si sarebbe parlato del “fotofinish della storia” e quei due centesimi diventavano pochi millimetri, per giunta, chissà, a favore suo.

La mossa di Pogacar è stata dettata da un po’ di malizia?

Direi di… professionalità. Ripeto, non ha commesso alcuna scorrettezza. E’ normale che, se tra me e le transenne ho un metro, bastano dieci centimetri d’appoggio. A volte basta solo allargare il gomito che già chiudi un varco. E’ astuzia.

Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne: per Pidcock porta chiusa, dovrà andare verso centro strada
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock per un attimo pensa di infilarsi. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock esita. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock per un attimo pensa di infilarsi. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Diciamo che Pidcock è caduto in un tranello?

Se fosse passato da subito a centro strada, avrebbe avuto tutta la sede stradale libera. A quel punto Pogacar per “appoggiarsi” avrebbe dovuto cambiare traiettoria. In quel caso, sì, sarebbe stata una scorrettezza. Pertanto l’inglese avrebbe avuto tutto lo spazio per rimontarlo dalla parte sinistra.

Secondo te Pidcock ha qualcosa da recriminare in questa Sanremo?

No, se la riguarderà e dirà: «Come poteva andare la mia volata della vita se uscivo subito a sinistra?». Ma con i “se” e i “ma” non si vincono le Sanremo.

L’anno scorso Pogacar arrivò a giocarsi lo sprint con Van der Poel e Ganna, partendo dall’ultima posizione, leggermente defilato, un po’ passivo. Stavolta invece si è messo in testa con un atteggiamento più rabbioso. Cosa è cambiato?

Lui è abituato a svegliarsi la mattina e sapere che le gare praticamente le vince. La Milano-Sanremo rimaneva una delle poche dove al mattino poteva anche contemplare la sconfitta. La caduta gli ha tirato fuori ancora più adrenalina, si è esaltato ancora di più e, sì, la voleva davvero vincere questa gara…

Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Abbiamo detto che con i “se” e con i “ma” non si fanno le storie delle corse. Ma se Van Aert fosse rientrato ai 500 metri o se Van der Poel avesse tenuto i due battistrada, Pogacar avrebbe impostato la volata allo stesso modo?

Beh, visto com’è andata con Pidcock, viste queste piccole sbavature dell’inglese che abbiamo analizzato, penso che Pogacar avrebbe perso la volata sia da Van der Poel che da Van Aert.

Anche tu, nel 2003 facesti uno sprint vittorioso sul traguardo della Sanremo dovendo marcare un solo avversario, Mirko Celestino, perché l’altro era il tuo compagno di squadra, Luca Paolini. Che ricordi hai di quella volata?

Avevo sfiorato la Sanremo già un paio di volte. In un’occasione venni ripreso all’ultimo chilometro, un’altra alla fontana. Quell’anno arrivai a vedere via Roma aperta e avevo un compagno di squadra eccezionale come Luca Paolini.

Ti disse qualcosa?

No, però mi servì il rettilineo d’arrivo come a dire: «Adesso sbagliala!». Pertanto, partii dalla terza posizione che in realtà era la seconda perché sapevo che Luca si sarebbe sacrificato fino all’ultimo metro.

E’ il 22 marzo del 2003: Bettini vince la Sanremo indossando la maglia di leader di Coppa del mondo. Dietro, Celestino e Paolini
Paolo Bettini, Luca Paolini, Milano-Sanremo 2003, Quick Step
E’ il 22 marzo del 2003: Bettini vince la Sanremo indossando la maglia di leader di Coppa del mondo. Dietro, Celestino e Paolini
E poi?

Io dovevo aspettare il momento giusto per anticipare e per mettere la ruota davanti a Celestino. Così è stato. Un’emozione incredibile anche perché quella Sanremo la vinsi con una maglia speciale per me: la maglia di Coppa del mondo che non esiste più, bellissima. C’era stato da poco il cambio di squadra dalla Mapei alla Quick Step, dall’Italia siamo andati a correre sotto bandiera belga. Partire con la prima grande classica Monumento e centrarla subito è stato veramente, veramente emozionante.

A proposito di Monumento, Pogacar può centrarle tutte e cinque?

Sì, magari anche non quest’anno, però ricordo che di vittorie grandi gliene mancano due: oltre alla Roubaix c’è anche l’Olimpiade…

Peccioli Gravel Clinic, con Bettini 3 giorni per migliorarsi

Peccioli Gravel Clinic, 3 giorni a lezione dai campioni

22.03.2026
5 min
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Tre giorni in gravel, dall’1 al 3 maggio, in una località, Peccioli che ormai è considerata un “tempio” italiano per le due ruote, fra la memoria di corse e gesta di campioni. La particolarità del Peccioli Gravel Clinic è che sarà una tre giorni davvero piena di eventi clou perché è stata pensata per regalare a chi parteciperà un’esperienza quanto mai ampia e ricca. Mischiando semplici appassionati ad influencer e vecchi campioni del pedale, per abbinare cicloturismo, buona tavola e cura della propria capacità di guida.

Da sinistra Marco Pavarini (Extragiro), Francesco Casagrande e il Sindaco di Peccioli Renzo Macelloni
Da sinistra Marco Pavarini (Extragiro), Francesco Casagrande e il Sindaco di Peccioli Renzo Macelloni
Da sinistra Marco Pavarini (Extragiro) e Francesco Casagrande alla presentazione del Peccioli Gravel Clinic
Da sinistra Marco Pavarini (Extragiro) e Francesco Casagrande alla presentazione del Peccioli Gravel Clinic

Grandi campioni per “maestri”

Perché è proprio questo il nocciolo dell’iniziativa che vede in primo piano Comune, Fondazione e Belvedere. L’idea è stata loro, trovando un necessario supporto tecnico in Extragiro che ha messo in campo la sua struttura trovando anche quelli che faranno da guide sul territorio e da “maestri”, in primis l’olimpionico Paolo Bettini e il campione di strada e MTB Francesco Casagrande che questi luoghi li conosce bene e ben ricorda la vittoria alla Coppa Sabatini 2002, dopo essere stato terzo l’anno precedente.

Il concetto di base in quest’esperienza è nella parola “clinic”, molto usata in vari ambiti sportivi e mutuata dall’America dove si svolgono frequenti simili appuntamenti, soprattutto nelle discipline di squadra, per focalizzarsi su aspetti tecnici del movimento o della tattica. In questo caso i partecipanti al corso saranno monitorati nelle due uscite in bici previste, la loro azione sui pedali sarà ripresa nei video che saranno poi proiettati al pomeriggio con gli istruttori pronti ad analizzare il movimento e dare i giusti consigli al fine di migliorare.

Il fantastico murales di Peccioli che racconta la storia dei primi 70 anni della Coppa Sabatini
Il fantastico murales di Peccioli che racconta la storia dei primi 70 anni della Coppa Sabatini
Il fantastico murales di Peccioli che racconta la storia dei primi 70 anni della Coppa Sabatini
Il fantastico murales di Peccioli che racconta la storia dei primi 70 anni della Coppa Sabatini

Peccioli cerca nuovi sbocchi

Per Peccioli è un’iniziativa che segna uno spartiacque. La città è legata in maniera indissolubile al mondo delle due ruote attraverso la Coppa Sabatini, che ha visto transitare sulle sue strade molti dei più grandi campioni (immortalati in uno splendido murales cittadino) basti pensare che da tre anni va a rimpinguare il carniere dei successi della UAE, i primi due con Marc Hirschi e lo scorso anno con Isaac Del Toro. Ma la località toscana oggi vuole essere molto più di questo. Intanto sono stati organizzatori corsi per gli operatori turistici per allargare anche il sistema delle guide cicloturistiche a disposizione.

Poi si è lavorato sulla costruzione di percorsi in grado di accontentare ogni esigenza ciclistica, non solo quindi legata alla strada anche pensando all’offroad, che ha ampliato le sue trame grazie all’evoluzione del gravel. Merito di un territorio che non propone asperità particolarmente difficili e che ha una grande ricchezza nelle sue strade bianche, meta di tanti appassionati. Territorio che ha anche un grande richiamo turistico dato dai suoi piccoli borghi ma anche dalla vicinanza con le principali città d’arte.

Isaac Del Toro (MEX) sul podio della scorsa edizione, vinta su Thomas (FRA) e Granger (GBR)
Isaac Del Toro (MEX) sul podio della scorsa edizione, vinta su Thomas (FRA) e Granger (GBR)
Isaac Del Toro (MEX) sul podio della scorsa edizione, vinta su Thomas (FRA) e Granger (GBR)
Isaac Del Toro (MEX) sul podio della scorsa edizione, vinta su Thomas (FRA) e Granger (GBR)

Tre uscite come esame per tutti

Il Peccioli Gravel Clinic tiene un po’ le fila di tutto ciò. Il programma prevede innanzitutto il soggiorno presso l’Agriturismo Le Palaie, vicino a Peccioli e con tutte le strutture ideali per ospitare un gruppo composto da una trentina di iscritti e dallo staff accompagnatore. Ognuna delle tre giornate si aprirà con un briefing dove verranno illustrate le caratteristiche delle uscite, la durata, le principali asperità.

La prima escursione, quella del venerdì sarà l’Anello della Costellazione, di 53 chilometri per 1.100 metri di dislivello. Al sabato possibilità di scelta per l’Anello Peccioli-Volterra: o il lungo di 63 chilometri per 1.100 metri o il medio di 31 per 450. Una doppia opzione prevista anche alla domenica quando si andrà a Terricciola e ritorno: 39 chilometri per 750 metri e una prova speciale di 31,5 per 550 metri.

Il programma del Peccioli Gravel Clinic si articola su 4 giornate, con tre escursioni in bici
Il programma del Peccioli Gravel Clinic si articola su 4 giornate, con tre escursioni in bici
Il programma del Peccioli Gravel Clinic si articola su 4 giornate, con tre escursioni in bici
Il programma del Peccioli Gravel Clinic si articola su 4 giornate, con tre escursioni in bici

L’analisi davanti al video

Nel corso delle pedalate verranno prodotti dei filmati su ognuno dei partecipanti, che poi saranno proiettati e discussi al pomeriggio, alla presenza di Bettini e degli altri istruttori per analizzare e correggere il gesto tecnico. Ciò non significa che non ci sarà anche spazio per il relax, per la vera e propria vacanza.

Prevista ad esempio una visita guidata all’impianto di smaltimento e trattamento rifiuti di Belvedere, famoso in tutto il mondo per le sue gigantesche installazioni artistiche. Ci saranno poi degustazioni enogastronomiche nelle aziende del luogo e ci sarà da fare anche per gli eventuali accompagnatori che non vanno in bici…

Una delle gigantesche installazioni artistiche che contraddistinguono l'impianto di smaltimento rifiuti
Una delle gigantesche installazioni artistiche che contraddistinguono l’impianto di smaltimento rifiuti
Una delle gigantesche installazioni artistiche che contraddistinguono l'impianto di smaltimento rifiuti
Una delle gigantesche installazioni artistiche che contraddistinguono l’impianto di smaltimento rifiuti

La gravel si prende i propri spazi

La scelta di avere numeri di partecipazione così bassi è dettata innanzitutto dal fatto che si tratta di una prima edizione, poi che si vuole dare a tutti coloro che aderiranno la giusta attenzione, trattandosi proprio di un clinic, quindi con un’importante funzione didattica.

Infine c’è la voglia di sperimentare il territorio attraverso le bici gravel, pensando magari a qualche ulteriore sviluppo anche agonistico da pensare per il futuro. E’ l’occasione ideale per conoscere da vicino luoghi che hanno dato tantissimo al ciclismo, strade solcate da ruote prestigiose che però ora vogliono guardare al futuro.

Peccioli Gravel Clinic

Paolo Bettini Frecce Tricolori

Paolo Bettini, un giorno sulle Frecce Tricolori

15.02.2026
5 min
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Dalla bici alla Freccia. A fine gennaio Paolo Bettini è stato ospite della Pattuglia Acrobatica Nazionale, nota al mondo come Frecce Tricolori. Lui, da sempre appassionato di volo e con brevetto da pilota, ha condiviso per un giorno la routine dei “Pony” (il nome in codice dei piloti delle Frecce) nella base di Rivolto, in Friuli Venezia Giulia. 

Un’esperienza nata da lontano e che ha molto più in comune con il ciclismo di quanto non si potrebbe pensare, come abbiamo scoperto quando l’abbiamo contattato per farci raccontare di questa sua esperienza. 

Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha vissuto una giornata da vero e proprio pilota delle Frecce Tricolori, divisa compresa (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha vissuto una giornata da vero e proprio pilota delle Frecce Tricolori, divisa compresa (foto ATCommunication)
Paolo, com’è nata questa opportunità?

Da lontano, una cosa del genere non si improvvisa. La collaborazione tra me e l’aeronautica è nata anni fa, ci siamo incrociati per la prima volta nel 2006 dopo la mia vittoria al mondiale. In quell’occasione mi hanno invitato a passare una giornata con loro all’aeroporto di Grosseto, ospite del IX Gruppo Caccia, inquadrato nel 4° Stormo. Lì ho scoperto che molti piloti sono appassionati di ciclismo e che usano la bici come parte della preparazione atletica. Poi nel 2008, a fine carriera, mi hanno invitato nella base di Pratica di Mare a volare su un caccia particolare. Quell’anno ho smesso di correre e ho fatto il brevetto di volo, iniziando a capire meglio quel mondo.

Insomma il vostro è un rapporto davvero molto consolidato.

Che durante i miei anni da CT si è ulteriormente concretizzato. Dal 2010 al 2013 abbiamo collaborato molto, ho chiamato gli ufficiali dell’aeronautica per diversi incontri di formazione con i ragazzi nelle scuole. Poi sono stati loro a chiamare me per portare la mia esperienza agli ufficiali e ai piloti. Sono stato in una base in Puglia e a due incontri a Firenze, dove ho parlato ai nuovi comandanti di base.

Paolo Bettini Frecce Tricolori
La collaborazione tra il campione del mondo e l’Aereonautica Militare è iniziata ormai vent’anni fa (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
La collaborazione tra il campione del mondo e l’Aereonautica Militare è iniziata ormai vent’anni fa (foto ATCommunication)
Cosa gli hai raccontato in quell’occasione?

Gli ho parlato del mio percorso, in cui prima sono stato atleta e poi commissario tecnico. E’ molto simile al loro, perché prima erano stati semplici piloti e poi erano stati chiamati a comandare una base, un gruppo, una squadra.

Quindi come sei arrivato a salire sulle Frecce Tricolori?

La Rai sta producendo un documentario sulla mia vita, in cui naturalmente si raccontano la mia carriera, le mie vittorie, ma anche la passione del volo. Abbiamo chiesto all’Aeronautica Militare le immagini del mio volo del 2008 a Pratica di Mare, loro hanno ritenuto fossero vecchie e ci hanno proposto di farne di nuove. Da qui è nata l’idea di andare a girare con la PAN, la Pattuglia Acrobatica Nazionale.

Dev’essere stata una bella emozione anche per uno scafato con te… 

Assolutamente sì. Sono stato ospite nella base di Rivolto, in provincia di Udine, dove ho potuto vivere una giornata di lavoro assieme a loro. Capisci subito cosa vuol dire essere ai massimi livelli, fin dalle più piccole cose. Per esempio dal primo caffè della mattina, in cui i piloti si guardano negli occhi. Quello che per noi può essere un momento banale, per loro è molto importante, perché anche in quel modo si costruisce la fiducia, un componente fondamentale per volare come volano le Frecce.

Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha il brevetto da pilota, ma in quest’esperienza con le Frecce Tricolori ha capito cosa sia l’eccellenza nel volo (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha il brevetto da pilota, ma in quest’esperienza con le Frecce Tricolori ha capito cosa sia l’eccellenza nel volo (foto ATCommunication)
Dopo il caffè come è proceduta la giornata?

Poi c’è stato il briefing, che fanno ogni mattina. Lì capisci davvero cos’è l’Aeronautica. Viene condiviso ogni dettaglio, dai bollettini meteo, al check della parte aerea, meccanica e molte altre informazioni. Ti accorgi che è davvero un lavoro di squadra e qui c’è una grande similitudine con il ciclismo. Sono un gruppo di persone che si fidano ciecamente le une delle altre. Come io mi fidavo del mio meccanico Fausto Oppici, ci parlavo ogni mattina per le questioni tecniche, ma anche per includerlo, fargli sentire che era un tassello importante.

Insomma il volo in sé, come la gara nel ciclismo, è solo la punta dell’iceberg.

Infatti, dietro 35 minuti di volo quotidiano delle Frecce Tricolori, c’è tutto un lavoro costante fatto di massima professionalità ed umiltà. Ciascuno si occupa del proprio compito, ma ogni supporto è fondamentale. Non ci sono solo i 10 piloti, che sono un po’ le star, ma alle loro spalle c’è tutto un comparto che comprende oltre 100 persone super qualificate. 

Il volo com’è stato?

La parte più emozionante naturalmente, ho capito che significa volare a quei livello. Io volo in Italia, faccio i miei giri, mi godo i panorami. Loro invece lo fanno ad un livello di performance altissima, con una precisione incredibile. Sono a 2-3 metri di distanza l’uno dell’altro e si muovono con tecniche avanzatissime, per rendere possibile quello spettacolo che si vede dal basso. Loro sono davvero la massima espressione del volo.

Paolo Bettini Frecce Tricolori
Il volo delle Frecce in formazione sopra i cieli di Rivolto, il momento più emozionante della giornata (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
Il volo delle Frecce in formazione sopra i cieli di Rivolto, il momento più emozionante della giornata (foto ATCommunication)
La cosa che ti ha colpito di più?

Nella formazione normale, quella da nove aerei, è solo il capo pattuglia che guarda i comandi e gli strumenti, gli altri otto seguono quello che fa lui. E’ una continua manovra a vista con margini di errori tendenti a 0, il tutto fatto a 500 chilometri all’ora. Qualcosa di incredibile. E qui torna la fiducia di cui parlavo prima, che si costruisce in ogni momento di ogni giorno.

Quindi un modo di volare molto diverso da quello a cui sei abituato.

Col mio aereo vado a 200 all’ora. E quando nelle belle giornate iniziamo a trovare un po’ di traffico e vediamo altri aerei a 5-600 metri inizi già a sudare freddo. Loro sono a due metri l’uno dall’altro e a più del doppio della velocità. Non a caso si arriva a pilotare le Frecce solo alla fine di un lungo processo. E non a caso è qualcosa che tutto il mondo ci invidia, perché l’Italia è l’unico paese che può schierare 10 aerei in formazione, non ci riesce nessun altro. E oggi posso dire che anch’io sono stato Pony per un giorno.

Campionati europei 2025, Drome et Ardeche, Diego Ulissi

Da Bettini a Villa, con Ulissi diamo i voti ai cittì azzurri

07.10.2025
7 min
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Dopo gli europei corsi bene in appoggio a Scaroni, leader di nazionale e compagno di squadra alla XDS-Astana, Diego Ulissi sta ricaricando le batterie a Lugano, prima del rush finale della stagione. I suoi 36 anni ne fanno un osservatore d’eccezione sulla nazionale: il cittì Villa è il quarto con cui ha lavorato, ma in precedenza aveva avuto modo di interagire anche con Alfredo Martini e Ballerini. I due mondiali vinti da junior lo avevano fatto entrare infatti nel giro azzurro e certi incontri non si dimenticano. Così gli abbiamo proposto un viaggio fra i suoi tecnici in nazionale. Partendo da Villa che lo ha convocato per gli europei e tornando poi indietro a Bettini, Cassani e Bennati.

Sopralluogo mondiali 2013 Firenze, Paolo Bettini, Diego Ulissi
Bettini fece debuttare Ulissi in nazionale a Firenze 2013, a 24 anni
Sopralluogo mondiali 2013 Firenze, Paolo Bettini, Diego Ulissi
Bettini fece debuttare Ulissi in nazionale a Firenze 2013, a 24 anni
Che nazionale hai trovato con Villa?

Marco lo conoscevo già, perché è stato sempre in ambito nazionale e mi è capitato di lavorarci spesso e nel corso degli anni. E’ veramente una grande persona, basta vedere quello che ha fatto in questi anni con la pista. Ha portato il suo progetto fino al tetto del mondo, per i risultati che hanno ottenuto. E’ una persona con cui a livello umano si lavora benissimo, parlo per me stesso. Mi ha reso partecipe già a giugno, dopo il Giro d’Italia, che gli serviva la mia esperienza accanto a diversi giovani per gli europei. E’ una persona con le idee ben chiare, ci si lavora benissimo.

Marco stesso ha ammesso che non avendo grande esperienza, si è appoggiato molto al gruppo. E il gruppo è stato coeso.

E’ normale che quando arrivi in un mondo diverso da quello cui eri abituato, bisogna affinare certi meccanismi. Però l’esperienza gli ha permesso di fare gruppo e comunicare bene con tutti e questo è cruciale per mettere armonia tra di noi. Dovendo fare gruppo in pochi giorni, non facendo ritiri o altro, la comunicazione e la giusta pianificazione sono importanti. In modo che ognuno sappia cosa deve fare e in pochi giorni si possano mettere a fuoco tutti i meccanismi. Devo dire che su questo aspetto ci sa fare molto.

Il primo cittì che ti ha convocato da professionista è stato Bettini, due volte iridato, campione olimpico e via elencando…

Forse anche per il fatto che portava avanti tante idee di Ballerini, sopra ogni altra cosa la coesione del gruppo, era un cittì con le idee chiare. Su chi fossero i capitani e chi dovesse lavorare e chi fare il regista in corsa. “Betto” voleva un’impronta di gara all’attacco ed era esigente. Mi ricordo che lo facemmo sia mondiali di Valkenburg sia quelli di Firenze. Appena entrammo nel circuito di Firenze, che ancora pioveva, prendemmo in mano la situazione. Era lui che voleva questo e ci dirigeva. Sono appassionato di calcio e ogni cittì è come un allenatore: ciascuno ha la sua identità e il suo stile, anche in base ai corridori che ha a disposizione.

Campionati del mondo firenze 2013, casa di Alfredo Martini, visita della nazionale
Prima dei mondiali del 2013, Bettini portò gli azzurri a casa di Alfredo Martini, storico e indimenticato cittì azzurro dal 1975 al 1997
Campionati del mondo firenze 2013, casa di Alfredo Martini, visita della nazionale
Prima dei mondiali del 2013, Bettini portò gli azzurri a casa di Alfredo Martini, storico e indimenticato cittì azzurro dal 1975 al 1997
Firenze è stato il solo mondiale che hai corso in Italia, anzi in Toscana: che effetto ti fece?

Fu particolare correre così vicino a casa. Sicuramente ero molto giovane, c’era tantissima emozione. Ci ritrovammo in ritiro a Montecatini una settimana prima e io capitai in una grande camera tripla con Scarponi e Nocentini. Penso sia stata la settimana più bella di tutta la mia carriera, veramente. Si lavorava bene e mi sono veramente divertito tanto. Eravamo una nazionale forte, eravamo coesi l’uno con l’altro. E’ una delle settimane che ricordo più volentieri di tutta la mia carriera.

Un giorno, a proposito di cittì, andaste anche a trovare Alfredo Martini nella sua casa di Sesto Fiorentino. Ricordi qualcosa?

Penso di avere ancora delle foto salvate. Partimmo in allenamento e andammo direttamente a casa sua per salutarlo. Per me, un giovane di 24 anni che seguiva il ciclismo da sempre, fu straordinario. Mi ero anche documentato sulla storia precedente, che non ho potuto vivere. Fu un susseguirsi di emozioni.

L’anno dopo arrivò Cassani. Il primo mondiale con lui lo facesti a Richmond nel 2015.

Con Davide è stato un crescendo. Ha sempre seguito le gare, però arrivava da un altro tipo di lavoro e bisognava annusarsi e prendersi le misure. Si è messo in ammiraglia e i primi due anni si sono serviti di assestamento. Poi anche con lui abbiamo creato un grande gruppo. Si è ritrovato tutti i ragazzi del 1989 e del 1990 con cui si riusciva a fare bene perché eravamo molto uniti. Lui l’ha capito e ha ottenuto dei grandi risultati. Quattro europei vinti, un argento mondiale che era quasi oro e se Nibali non fosse caduto a Rio, magari ci scappava anche la medaglia olimpica. Davide cerca di capire e di farti capire se sei in forma, se veramente puoi essere utile per la squadra. Mi ha chiamato tantissime volte in causa, perché gli piaceva il modo in cui gestivo la gara. E poi, è sempre stato chiaro.

Diego Ulissi assieme a Davide Cassani
Con Cassani, Ulissi ha sempre avuto un rapporto franco e sincero. Con il cittì vinse la preolimpica 2019 a Tokyo
Con Cassani, Ulissi ha sempre avuto un rapporto franco e sincero. Con il cittì vinse la preolimpica 2019 a Tokyo
In che modo??

Mi ricordo una volta, era il 2016 e si puntava verso le Olimpiadi di Rio. Io quell’anno andavo forte perché ero nei primi dieci del ranking mondiale e avevo appena fatto un grande Giro d’Italia, con due tappe vinte. Davide aveva l’idea di portarmi, però doveva prendere delle decisioni. Mi chiamò a due settimane dalla partenza. Mi volle incontrare di persona, perché certe cose è diverso dirle guardandosi in faccia. Sicuramente meritavo di andare alle Olimpiadi però toccava a lui prendere la decisione e fu lo stesso per Tokyo. Con lui ho sempre avuto un rapporto diretto. Io gli dicevo quello che pensavo, lui mi diceva quello che pensava e siamo andati veramente d’accordo.

Resta il fatto che ti ha escluso dalla rosa di due Olimpiadi…

Per quello che è il mio carattere e quello che ho imparato nel corso degli anni, sia verso i cittì sia verso i direttori sportivi, ho cercato sempre di mettermi nei loro panni. Devono prendere delle decisioni e non possono accontentare tutti. Io pensavo di meritare entrambe le convocazioni, ma il suo lavoro di selezione non era facile. Prendiamo i mondiali di Richmond…

Con Ulissi capitano…

Senza sapere che tipo di corsa sarebbe venuta fuori. Senza gli strumenti tecnologici di oggi che ti permettono di capire una strada a distanza. Come fai le scelte se non puoi vedere il percorso? Dieci anni fa era più difficile…

Ulissi ha corso nella nazionale di Bennati soltanto lo scorso anno a Zurigo. E’ il quarto da destra

Ulissi ha corso nella nazionale di Bennati soltanto lo scorso anno a Zurigo. E’ il primo da destra

E poi Bennati, con cui hai corso lo scorso anno a Zurigo.

Mi voleva convocare anche per i mondiali in Australia, ma la squadra non mi mandò. Dissero che era una trasferta lunga e c’era già il discorso dei punti e con la UAE Emirates si lottava già per le posizioni di vertice. C’erano già diversi corridori che andavano e io ho dovuto accettare la decisione. Penso sia stata una delle scelte più sbagliate che ho fatto in carriera, perché alla maglia della nazionale non si dice di no mai e poi mai. Con “Benna” un mondiale l’ho anche corso…

A Bergen nel 2017?

Esatto! E ho sempre avuto una grandissima stima da corridore e poi da tecnico. Che cosa gli vuoi dire? Bisogna avere anche la fortuna poi di trovare le nazionali giuste e corridori adatti ai percorsi. Purtroppo miracoli non ne fa nessuno e l’anno scorso a Zurigo chi doveva fare la corsa forse non era nelle condizioni giuste e il percorso non era adattissimo ai nostri capitani. E’ stata una somma di cose.

Tornando a te, che esperienza è stata questo europeo?

Bella. Eravamo un numero ridotto di corridori, però siamo partiti subito con l’idea chiara che Scaroni era il nostro leader. Ruolo più che meritato per la stagione che ha fatto e il livello che ha dimostrato. Il mio compito era proprio quello di stare accanto a lui fino a che non esplodeva la gara, metterlo nelle condizioni giuste perché si potesse esprimere al meglio. L’avevo già fatto altre volte in questa stagione. I ragazzi si sono mossi bene, ci siamo mossi tutti bene.

Campionati europei 2025, Drome et Ardeche, Diego Ulissi
Agli europei 2025, il compito di Ulissi è stato quello di scortare Scaroni (alla sua ruota) fino alle fasi decisive di corsa
Campionati europei 2025, Drome et Ardeche, Diego Ulissi
Agli europei 2025, il compito di Ulissi è stato quello di scortare Scaroni (alla sua ruota) fino alle fasi decisive di corsa
A Scaroni sono mancati 50 metri sullo strappo, altrimenti ci giocavamo il bronzo…

Probabilmente è più veloce di Seixas e se la poteva giocare. Anni fa, quando sono passato io era impossibile vedere un 19enne che si giocava il podio in una competizione internazionale. Si può dire che è cambiato il mondo. Io a 19 anni, nonostante avessi vinto due mondiali, ero uno junior. Vedere invece gli allenamenti che fanno questi ragazzi, fa capire che sono già professionisti. Io non sono molto in linea con questa filosofia, però adesso funziona così…

Ai 300 metri Van der Poel aveva già vinto. Bettini spiega

26.03.2025
5 min
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«La Sanremo è stata bella – dice Bettini – perché finalmente abbiamo visto, su un percorso sicuramente non perfetto per le sue qualità, che il numero uno del ciclismo attuale si può battere. Ci portiamo a casa questa sensazione. La parte veramente emozionante, parlo da italiano, è stato vedere Ganna che non è saltato di testa. Si è staccato due/tre volte. A ogni azione andava in difficoltà, ma con la testa era già all’arrivo, nel senso che sapeva quello che doveva fare. Peccato che non sia abituato a trovarsi troppo spesso in una volata del genere, credo che questa contro Van der Poel sia stata la prima volta…».

Paolo Bettini è in giro per l’Italia con la compagna Marianella Bargilli, lavorando dietro le quinte del Giro d’Italia. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Per il quarto anno consecutivo, RCS Sport sta realizzando i video di Giro Express, in cui si raccontano le località toccate dalla corsa rosa. Sono già stati in Albania, martedì quando ci siamo sentiti erano a Roma. Il viaggio dura 45 giorni e così il finale della Sanremo, Paolo l’ha visto nel cellulare durante uno degli spostamenti. E noi non potevamo esimerci dall’interpellarlo. Un po’ perché anche lui nel 2003 vinse la Sanremo con una volata a tre, anche se uno degli altri due era il suo amico e luogotenente Paolini. E un po’ perché la sua lettura di uno sprint come quello di via Roma è di quelle che ti lasciano senza dubbi, perché ti porta nella mente dei tre protagonisti.

Ganna non molla e rientra ancora, Van der Poel se ne accorge
Ganna non molla e rientra ancora, Van der Poel se ne accorge
Si diceva di Ganna e la volata.

Si vede che era la prima di un certo livello. Magari il risultato non cambiava, però parla uno che s’inventava l’impossibile per battere gli avversari più forti. So che ho perso, per cui mi dimentico di avere Pogacar a ruota e Van Der Poel da solo dalla parte della strada non ce lo mando neanche morto. Piuttosto gli entro in tasca. La volata affiancato a Van der Poel, uno a destra e uno a sinistra, non si fa.

Perché?

Prendiamo vento tutti e due, ma io ho speso di più perché sono rientrato già tre volte. E parto a fare la volata con te che sei più forte di me, col vento in faccia e via Roma che un po’ tira all’insu? Neanche morto, ma un Ganna così forte lo giustifichiamo, gli diamo una grandissima giustificazione come si faceva a scuola. Perché ha fatto un numero solo ad essere lì con i due fenomeni attuali del ciclismo. Possiamo dire che Ganna c’è e ci apprestiamo a un mese di aprile molto interessante, perché un Ganna così alla Roubaix me lo voglio proprio gustare.

Van der Poel parte in anticipo, Ganna deve spostarsi: il gap è incolmabile
Van der Poel parte in anticipo, Ganna deve spostarsi: il gap è incolmabile
E’ Ganna che ha sbagliato o è stato più furbo Van der Poel a partire così lungo?

Vi spiego la psicologia di una volata così. Van der Poel è il più forte, però si trova in testa, quindi nella posizione sbagliata. E’ anche giusto, perché è il più veloce e gli avversari lo hanno fregato. Ganna che è rientrato va a cercare proprio lui e si trova nella posizione migliore. E Van Der Poel cosa fa? Si sposta tutta a destra, guardandoli, come per dire: che si fa? E loro lo lasciano fare. Ganna non l’ha seguito, Pogacar è stato a ruota di Ganna e Van Der Poel si è trovato solo.

Cosa poteva fare Ganna?

Guardate, via Roma, quando è tutta pulita dalle macchine e transennata a destra e a sinistra, è larga quasi 9 metri. Se sono Ganna e siamo pari – ma non lo erano perché Van der Poel era leggermente più avanti – per compensare e venire a cercarti, posso fare la mia volata, sapendo di avere Pogacar a ruota. Oppure parto lungo, però Van der Poel mi vede dato che siamo paralleli. Ma lui è più veloce e mi batte. E sicuramente mi salta anche Pogacar. Se non gli sto a ruota da subito, ho perso la volata.

Non c’è più spazio per chiudere, Ganna ha lasciato troppo spazio. Pogacar è sfinito
Non c’è più spazio per chiudere, Ganna ha lasciato troppo spazio. Pogacar è sfinito
Infatti Van der Poel ha anticipato tutti…

E’ il più veloce e ha fatto quello che non nessuno si aspettava: finché ci pensi, io ti anticipo e poi vienimi a prendere se sei capace…. Mathieu è molto più esplosivo, quando è partito gli ha preso 3 metri e come fai a chiudere? Anche perché non è uno qualunque, è il più forte della volata, non lo rimonti più. E poi un’altra cosa: quante volate di questo tipo, vinte e perse, ha fatto Van der Poel? E quante volate di quel tipo, vinte e perse, ha fatto Ganna? Secondo me era la prima vera volata che si trovava a gestire.

Invece Pogacar?

Ha fatto il tutto per tutto per staccarli e ha speso anche tanto. E’ veloce, ma non ai livelli di Van der Poel. In più si è un po’ perso nella volata, come quando perse il primo Fiandre sempre con Van der Poel, ma perché non è un velocista. Non ha l’occhio per gestire due avversari in una volata di quel tipo, un po’ come Ganna, forse qualcosina di più.

Il 22 marzo 2003, Paolo Bettini conquista la Milano-Sanremo su Celestino e il compagno Paolini
Il 22 marzo 2003, Paolo Bettini conquista la Milano-Sanremo su Celestino e il compagno Paolini
La tua volata del 2003 fu diversa, non ci fu rallentamento, ma uno degli altri due era Paolini…

Fu completamente diversa. Non avevo con me un gregario, ma l’altro capitano che ha gestito tutto. E’ stato facile, tra virgolette. Giù dal Poggio e toccata l’Aurelia, Paolini non mollò un metro. Nelle ultime due curve entrammo a tutta e il Gerva non smise mai di tirare. Tenne l’andatura a 50 all’ora finché io non partii con la volata.

Si può dire che per Ganna sia stata una grande esperienza?

Enorme, come lo sarebbe andare al Fiandre e prendere le misure al percorso e agli avversari. Vedrete che se l’anno prossimo arriva in via Roma allo stesso modo, chiunque si sposti dall’altro lato della strada, lui lo segue. Abbiamo un Ganna di tutto rispetto, per cui gli perdoniamo quella volata e lo aspettiamo alla Roubaix.

Corso ACCPI per neoprò, qualcuno salterà la scuola…

27.11.2024
4 min
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Il 29 novembre, venerdì prossimo, presso il Palazzo del Coni di Milano si svolgerà il consueto incontro organizzato dall’ACCPI per i neoprofessionisti. Una giornata di immersione totale nel mondo che li attende, per il quale sono pronti forse con le gambe, senza tuttavia immaginarne la vastità. I più fortunati hanno trascorso la stagione in un devo team e hanno respirato l’aria dello squadrone, ma ci sono dinamiche che anche loro dovranno scoprire.

Per questo il programma prevede un saluto da parte di Paolo Bettini, che nella veste di campione farà l’introduzione. Un’ora sarà dedicata all’UCI che spiegherà le norme dell’Adams e gli adempimenti giornalieri. Il presidente ACCPI Cristian Salvato parlerà dei diritti e i doveri dei corridori. Elisabetta Borgia, psicologa, illustrerà le sfide dei giovani atleti. Poi sarà la volta della Lega che parlerà di contratti e strutture del professionismo. Marco Velo parlerà dei dispositivi di sicurezza. Infine Giulia De Maio e Pietro Illarietti parleranno di rapporto con i media e gestione dei social media. Originariamente si svolgeva tutto in due giorni, dopo il Covid si è ritenuto che fosse troppo e per questo la giornata si annuncia piuttosto intensa.

Un momento dal corso del 2023, con De Pretto e Biagini (foto archivio ACCPI)
Un momento dal corso del 2023, con De Pretto e Biagini (foto archivio ACCPI)

L’idea di Salvato

Noi ci siamo rivolti direttamente a Salvato (in apertura durante l’edizione 2023) per farci raccontare come è andata finora e cosa si aspetta dalla prossima infornata di neopro’, che sono sempre più giovani, al punto che alcuni vanno ancora a scuola. Quali sono le loro priorità? Che cosa chiedono? Quanto sanno di ciò che li attende? E da quanto tempo il sindacato organizza questo incontro? Salvato si mette comodo e racconta.

«Ricordo che il corso nacque dopo che lessi un’intervista a Gallinari sull’NBA – dice – in cui raccontava che tutti gli anni si faceva un corso di una settimana, in cui spiegavano ogni dettaglio. Dalla circonferenza del pallone alle regole di gioco, passando per i contratti e il discorso finanziario. Rimasi affascinato da questo articolo e alla fine, parlandone fra noi, nacque l’idea del corso. Devo dire che da quando abbiamo iniziato, anche altre associazioni hanno preso ispirazione, soprattutto quella francese che è la più attiva. E anche I.T.A. ha iniziato a fare i suoi corsi sull’antidoping. Vengono direttamente loro e un legale dell’UCI per spiegare tutti i dettagli dell’antidoping ed evitare che per qualche sciocchezza qualcuno si rovini la carriera.

La spiegazione del convoglio della gara per molti ragazzi che arrivano dagli juniores è una novità assoluta (foto archivio ACCPI)
La spiegazione del convoglio della gara per molti ragazzi che arrivano dagli juniores è una novità assoluta (foto archivio ACCPI)
Quanto sono cambiati i neoprofessionisti in questi anni?

Sono molto più giovani, questo è certo. Ci sono in mezzo anche ragazzi che arrivano dagli juniores. Anni fa c’era stato anche un problema con la Federazione, perché non venivano accettati per un discorso legato al regolamento. Tanto che alcuni presero la residenza in altri Paesi confinanti. Io però li accolgo tutti, perché difendo i diritti dei corridori. Se uno ha 18 anni e va alla Corte Europea, vince a mani basse perché ha il suo diritto di lavorare. Bisogna sicuramente aggiornarsi anche se secondo me bisogna avere anche un attimo di pazienza. Avevamo fatto un’intervista su Pinarello, passato direttamente dagli juniores. Gli auguro che diventi fra i più forti corridori di tutti i tempi, però questo saltare la categoria U23 provoca la chiusura di squadre anche importanti. La Zalf è un esempio, anche se le cause in quel caso sono anche altre.

Che atteggiamento riscontri nei ragazzi?

Tanti dicono che ritornano a scuola, mentre alcuni ci vanno ancora. Sono molto educati, attenti, fanno domande, poi dipende dalle persone e dalle generazioni. Una delle cose che consigliamo è che imparino l’inglese. Ebbene circa 6-7 anni fa, non ricordo il nome, arriva un corridore che non sapeva neanche una parola. Gli avevano detto che nel momento in cui aveva firmato il contratto gli era arrivata di certo la mail di I.T.A. per l’inclusione nell’Adams. Lui diceva di no e così la persona che spiegava gli disse che era una mail in inglese. E lui con grande naturalezza disse che le mail in inglese neanche le apriva. Ricordo che gli raccomandai di cambiare registro, perché l’inglese ormai fa parte della quotidianità. E devo dire che riguardo a questo, sono sempre più preparati. Quasi tutti lo parlano e così diventa tutto molto più semplice.

Trentin è vicepresidente dell’ACCPI e nel 2023 intervenne in video. Quest’anno parlerà di sicurezza
Trentin è vicepresidente dell’ACCPI e nel 2023 intervenne in video. Quest’anno parlerà di sicurezza
Ci saranno anche le donne?

Sì, anche se per loro non è obbligatorio. Con il discorso del WorldTour e anche se in Italia per la Legge 91 non possono essere professioniste, hanno contratti uguali a quelli degli uomini. Il contratto della Longo Borghini e quello di Ganna a Aigle, nella sede dell’UCI, sono uguali. Anche in questo l’Italia è un’anomalia. Ma vorrei aggiungere un’ultima cosa…

Prego.

Una cosa che ribadisco è che noi italiani siamo stati i primi a fare questo corso. Anche quelli dell’antidoping hanno pensato bene di organizzarne uno sul nostro modello. E’ importante far capire ai neoprofessionisti il discorso della reperibilità, per cui hanno fatto anche un corso online. Si è scelta un’informazione diretta piuttosto che fidarsi che l’informazione arrivasse dal compagno di squadra più esperto. Un passaggio necessario.

Mondiale e Lombardia: la doppietta di Pogacar e i ricordi di Bettini

21.10.2024
5 min
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Tadej Pogacar ha concluso una stagione da primo della classe e lo ha fatto vincendo il suo quarto Giro di Lombardia. Allo sloveno è riuscita una doppietta che nel ciclismo mancava dal 2006, ovvero quella di mondiale e Giro di Lombardia. L’ultimo a riuscirci fu Paolo Bettini in maglia QuickStep, anche se quella del corridore di Cecina fu una doppietta particolare.

«Quando Pogacar ha detto di voler saltare la Vuelta per preparare il finale di stagione – dice Bettini – sapevo che il mio record avrebbe avuto vita breve. La stagione che ha fatto è davanti agli occhi di tutti, in più arrivava al mondiale e al Lombardia super carico. Però nello sport è così, le statistiche sono fatte per essere aggiornate».

Pogacar e Bettini hanno vinto entrambi il Lombardia in maglia iridata, ma con umori completamente differenti
Pogacar e Bettini hanno vinto entrambi il Lombardia in maglia iridata, ma con umori completamente differenti

Gestione opposta

Il parallelismo tra la doppietta mondiale e Lombardia di Bettini e quella di Pogacar si accostano a malapena. Bettini arrivò all’appuntamento iridato pronto e riuscì a vincerlo, ma poi la scomparsa del fratello Sauro pochi giorni dopo lo gettò in un oblio. La vittoria del Lombardia fu diversa da quella che è la gestione normale di una gara

«Pogacar e io – spiega il toscano due volte iridato – abbiamo avuto una gestione completamente opposta dei due momenti. Lui è un fenomeno che corre e vince, in più se non deve fare conti con infortuni o altro diventa imbattibile. Ricordiamoci che dopo la caduta della Liegi è andato al Tour ed è arrivato secondo. Quest’anno ha avuto una stagione perfetta, al contrario dei suoi avversari, ed ha vinto tutto quello che c’era sul piatto.

«Io al mondiale di Salisburgo – continua – arrivavo in condizione, ma su un percorso che non era esattamente l’ideale. Ero uno dei favoriti ma non il grande favorito, come invece era Pogacar a Zurigo. Sono riuscito a vincere allo sprint, ma otto giorni dopo, la scomparsa di mio fratello ha come cancellato tutto. Compagni e diesse mi hanno rimesso in bici e a quel Lombardia andai con l’intento di farlo durare il meno possibile. Nel mio immaginario sarei dovuto passare sul Ghisallo staccato, regalare la maglia iridata alla chiesetta e poi tornare a casa. Invece è andata come tutti ricordiamo (in apertura Bettini in lacrime dedica la vittoria al fratello scomparso pochi giorni prima».

Un anno prima

Parlando con Bettini emerge che il parallelismo viene meglio se si guarda all’anno precedente, il 2005. Il toscano non vinse la prova iridata di Madrid, ma poi vinse il Gran Premio di Zurigo, fece secondo al G.P. Beghelli e si portò a casa il primo Giro di Lombardia della sua carriera.

«Se guardiamo alla gestione dei grandi appuntamenti – spiega Bettini – e a come si vivono certi momenti di condizione, direi che il 2005 è l’anno giusto da prendere in considerazione. Al mondiale di Madrid arrivavo carico e in forma incredibile, fu uno dei giorni in cui andai più forte nell’arco della mia carriera. La delusione fu grande, ma la consapevolezza di essere forte mi spinse a presentarmi a Zurigo più agguerrito che mai. Vinto lì, arrivai al Lombardia certo delle mie forze, tanto da dichiarare che se non lo avessi vinto in quell’occasione non lo avrei fatto più. 

«Come Pogacar avevo preparato al meglio il finale di stagione – prosegue – ma non vinsi il mondiale. In certi casi però, la sconfitta e la vittoria si accomunano nella testa degli atleti. Vincere ti dà una scarica di adrenalina talmente grande che rischi di scaricarti. Al contrario la delusione della sconfitta può farti perdere motivazione. I grandi corridori, invece, riconoscono il momento di condizione e lo sfruttano fino in fondo. Anzi, si divertono nel farlo. Per questo dico che nel 2005 il paragone tra Pogacar e me ha più senso».

Pogacar ha sfruttato fino in fondo l’ottima condizione, i grandi corridori cercano di cogliere sempre l’occasione
Pogacar ha sfruttato fino in fondo l’ottima condizione, i grandi corridori cercano di cogliere sempre l’occasione

Picchi di forma

Quando un grande corridore sta bene, la sua mente è portata a ricercare il massimo della concentrazione, quello che c’è all’esterno quasi non esiste. 

«Tra Pogacar e me – conclude continuando il discorso Bettini – il paragone rimane sui picchi di forma e la consapevolezza di essere forte. Io andai alla Vuelta per preparare gli ultimi mesi dell’anno, lui invece dopo il Tour è rimasto a casa. Ma la sostanza non cambia. Entrambi ci siamo presentati a fine settembre con una gamba super. La vittoria di Zurigo ha spinto Pogacar a continuare e raccogliere ancora risultati, al contrario la sconfitta di Madrid mi fece tirare fuori ancora più grinta. C’è una cosa da dire, al di là di sconfitte e vittorie: quando un grande corridore sa di essere in forma non esistono feste o altre distrazioni. Quando mi rendevo conto di andare forte, abbassavo la testa e mi godevo il momento. Penso che anche per Pogacar sia così. E’ un po’ lo spartiacque psicologico tra il corridore e il campione».

Langkawi iniziato nel segno di Syritsa e i ricordi di Scinto

29.09.2024
6 min
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KUAH (Malesia) – «Un’avventura a quei tempi. Ricordo le iguana per strada che a volte ci attraversavano la strada quando uscivamo in allenamento o i varani, quelle lucertolone al mattino in stanza che ci fissavano. Abbiamo persino dovuto firmare una dichiarazione di scarico di responsabilità per un volo interno su un aereo militare… che non ispirava certo sicurezza. Ma fu davvero una bella esperienza». Sono le parole di Luca Scinto che ci tornano in mente prima di partire per la Malesia, alla volta del Tour de Langkawi.

Un’avventura iniziata oggi con la Kuah-Kuah, andata al gigante dell’Astana-Qazaqstan Gleb Syritsa.

Lo sprint di oggi: Syritsa è a destra, Conforti (giunto 3°) a sinistra
Lo sprint di oggi: Syritsa è a destra, Conforti (giunto 3°) a sinistra

Langkawi… a noi

Questo Tour de Langkawi è dunque iniziato oggi e terminerà il 6 ottobre: otto tappe sparse in gran parte della Malesia. Per l’ente turistico nazionale sta diventando una vetrina alquanto importante, così come importanti sono i suoi sponsor: su tutti Petronas. Otto tappe, sei per velocisti, una per scalatori e una intermedia.

«All’epoca, era il 1997 – racconta Scinto – si correva a febbraio. Il Langkawi era ideale per fare la gamba. Il clima era buono e poi l’intero giro era bello lungo: ben 12 tappe. Arrivò un invito e Ferretti, il nostro diesse, ci portò appunto in Malesia. Arrivammo una settimana prima della corsa. Ricordo hotel bellissimi. Lì si era in pieno boom economico e stavano costruendo queste immense strutture. Un gran lusso».

In quella edizione di corridori italiani ce n’erano parecchi, anche Gianni Bugno. Il Tour de Langkawi era giovanissimo, un paio di edizioni, ma si stava aprendo ad un mondo nuovo e il ciclismo stesso iniziava il suo cambiamento. Quel cambiamento che lo ha portato oggi ad essere uno sport globale. 

«A quei tempi bastavano pochi chilometri che i corridori asiatici quasi sparivano del tutto. Davanti era una lotta tra noi europei». Prima di allora quel poco di ciclismo che c’era era tutto locale. Bisogna pensare che il Langkawi fu una vera rivoluzione.

Il primato di Scinto

Quell’anno succede che nella salita simbolo della Malesia, il loro Stelvio potremmo dire, Luca Scinto mette a segno un gran colpo. In quel periodo il toscano va forte… anche in salita.

«Io venivo da un 1996 molto difficile  – racconta Luca – avevo corso pochissimo, 7 forse 8 gare per via di un problema al ginocchio. Per fortuna che avevo il contratto anche per l’anno successivo… Quell’inverno dunque partii molto forte e infatti in Malesia andai bene. Verso Genting Highlands, questa salita simbolo, feci il vuoto. Era una scalata dura e lunga. Gli ultimi 4 chilometri erano al 20 per cento a quasi 2.000 metri di quota. Grazie a quella fuga vinsi la tappa e poi l’intero Langkawi mettendo dietro gente come Jens Voigt.

«Francois Belay, speaker del Tour de France presente laggiù, mi disse che fui il primo europeo a vincere la corsa». Alla fine era la seconda edizione del Langkawi, almeno per come lo conosciamo oggi, ma quella dichiarazione fece colore». Di certo Scinto fu, e chiaramente resta, il primo italiano ad averla vinta.

Quest’anno la salita di Genting Highlands non ci sarà. Il tappone, quasi certamente decisivo, sarà quello della terza frazione, quando il gruppo affronterà le rampe di Cameron Highlands, una sorta di doppia scalata, una sequenza stile Passo Tre Croci e Tre Cime di Lavaredo per intenderci. Ma solo per il profilo: le pendenze sono decisamente meno impegnative. Solo negli ultimi 8 chilometri la salita si fa un po’ più dura. Per il resto il Langkawi resta terreno di caccia per le ruote veloci. Nella quarta tappa c’è una lunga salita in avvio, ma poi solo tanta pianura.

Primi anni 2000 si parte dall’Aquila di Kuah, simbolo dell’isola di Langkawi dove quest’anno è avvenuta la presentazione dei team
Primi anni 2000 si parte dall’Aquila di Kuah, simbolo dell’isola di Langkawi dove quest’anno è avvenuta la presentazione dei team

Che premi!

Negli anni Scinto ha vissuto questa gara anche da tecnico. E pertanto ha avuto anche un altro punto di vista.

«Guardini è il re della Malesia, ci ha vinto moltissime corse e anche Mareczko (che quest’anno è presente, ndr) ha fatto molto belle cose. I ragazzi sono contenti di andare laggiù. Alla fine stanno bene.

«La prima cosa che chiedono è: “Come sono gli hotel? Come si mangia”? Lì gli standard sono buoni. Insomma non è la Cina dove in qualche caso la questione igienica non è al top. Ma poi oggi è tutto diverso. I team e gli hotel stessi sono organizzati, noi mangiavamo quel che trovavamo e lì era tutto molto piccante. Pollo… piccante. Un’altro tipo di carne… piccante. A volte persino il riso era piccante! Niente pasta, ma tante uova. Poche storie e pedalare».

I ragazzi del Li Nang Star, squadra cinese, si cambiano al volo prima di prendere il traghetto per la terra ferma

I ragazzi del Li Nang Star, squadra cinese, si cambiano al volo prima di prendere il traghetto per la terra ferma

«Il Langkawi era generosissimo. Noi della Mg-Technogym vincemmo due tappe, la classifica finale e altri premi: tornammo a casa con un bel gruzzolo a testa. Un gruzzolo che però riuscimmo a riprendere solo grazie agli uffici di Parsani, all’epoca in Mapei, in seguito ad un disguido. Ma vi dico questa, tanto per rendere l’idea delle cifre che giravano. Paolo Bettini era appena passato professionista con noi. Aveva firmato al minimo sindacale che era di 25 milioni di lire l’anno: tornò dal Langkawi con 28 milioni di premi!».

Oggi chiaramente i premi non sono più quelli e le tappe sono anche di meno, d’altra parte con un calendario così fitto è impensabile proporre una gara a tappe di 12 frazioni. Il Langkawi però è una corsa molto sentita in Asia. E di fatto apre al colpo di coda del calendario in questa parte di mondo, visto che poi si corre anche in Giappone e dopo ancora in Cina, con il Taihu Lake prima e il Tour of Guangxi poi, che chiude il WorldTour.