Chirico: debutto in Turchia a metà aprile, come si è preparato?

23.04.2022
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Luca Chirico ha dato il via alla sua stagione solamente al Giro di Turchia (foto apertura Getty Images), dopo più di due mesi rispetto al resto del gruppo. Tutto sommato non si è affatto comportato male, sempre davanti ed un 18° posto nella classifica finale. Il Giro di Turchia, il cui nome completo è Presidential Tour of Turkey, non è di certo una gara estremamente impegnativa, ma neanche Luca si sarebbe aspettato di andare così bene, perché sono stati mesi complicati.

«E’ da un po’ che non ho molta fortuna – dice con un misto di tristezza tra una risata e l’altra il corridore della Drone Hopper Androni – sei mesi fa, ad ottobre, mi sono rotto la clavicola. Ho dovuto rallentare la preparazione, riprendendo la bici solamente a fine novembre». 

Il Giro di Turchia è un’ottima gara per iniziare, il clima mite permette di correre e recuperare al meglio (foto Instagram)
Il Giro di Turchia è un’ottima gara per iniziare, il clima mite permette di correre e recuperare al meglio (foto Instagram)
Vi avevamo incontrati in ritiro in Spagna e tu stavi facendo dei lavori a parte.

Già, al ritiro di fine novembre con la squadra non avevo fatto grandi lavori di preparazione, mantenendo un ritmo più blando perché ero in fase di recupero. A dicembre avevo iniziato ad allenarmi con più intensità, ed il programma, in accordo con la squadra, era di fare un paio di corse a Mallorca per prendere il ritmo gara. Poco prima di partire, ho preso il Covid e sono saltate anche quelle.

Con il Covid quanto ti sei dovuto fermare?

In realtà poco, non ho avuto particolari sintomi, sono stato fermo 5-6 giorni e subito dopo mi sono negativizzato. Si era deciso di ripartire con il Gran Camino, ma il 25 febbraio in allenamento sono caduto e mi sono rotto il quinto metacarpo. La degenza è durata sei settimane, poi io in accordo con la squadra ho deciso di prolungare leggermente la convalescenza, decidendo di ripartire dal Giro di Turchia.

La condizione di Chirico è aumentata tappa dopo tappa (foto Instagram)
La condizione di Chirico è aumentata tappa dopo tappa (foto Instagram)
Una preparazione a “macchie” con tanti giorni di stop, come hai fatto a trovare la condizione?

Nonostante tutte le sfortune, ho avuto un bel mese di dicembre, nel quale i carichi di lavoro sono stati normali. Il Covid non mi ha destabilizzato molto, anche perché arrivavo da 4 giorni di carico, quindi è stato un “recupero” forzato.

E la frattura?

Quella mi ha tenuto fermo pochi giorni, solamente una decina, poi ho fatto un tutore apposito in una clinica di Lugano e sono tornato ad allenarmi su strada. Prima di andare in Turchia sono andato 15 giorni a Livigno, dal 23 marzo al 5 aprile, il giovedì siamo partiti. Mi ha aiutato molto mettere il focus su una gara, per gestire il rientro ed i carichi di lavoro.

Come hai lavorato?

Nei giorni successivi alla frattura, ho fatto qualche sessione di rulli, dalla mezz’ora all’ora e mezza. Sono stati utili per non rimanere completamente fermo e mantenere un discreto ritmo.

Prima di partire per la Turchia, Luca Chirico ha affrontato un ritiro di 15 giorni in altura (foto Instagram)
Prima di partire per la Turchia, Luca Chirico ha affrontato un ritiro di 15 giorni in altura (foto Instagram)
In altura?

Lì mi trovo molto bene a lavorare, riesco a concentrarmi e fare la vita da atleta al cento per cento. Di base sono uno che si allena bene, non mi tiro mai indietro. Preferisco andare in ritiro, anche da solo. Ho visto che nelle gare di ritorno dall’altura riesco ad andare sempre bene.

Il ritmo gara ormai è fondamentale per entrare in condizione, come lo hai sostituito?

Con il mio preparatore, Michele Bartoli, ho fatto un piano di allenamento improntato su tante ore con degli allenamenti ad alta intensità. Su 5 ore di lavoro, allenavo molto la forza, ma soprattutto i cambi di ritmo.

Quelli li facevi in salita immaginiamo.

Sì, sceglievo una salita a lunga percorrenza, per esempio il Foscagno. All’inizio facevo i primi 20 minuti a ritmo medio. Poi, più vicino alla cima, inserivo i cambi di ritmo o le ripetute. Questo per avvicinarmi di più alla quota dei 2.000 metri e lavorare anche per massimizzare il consumo di ossigeno. 

Prima di partire per la Turchia si è allenato spesso con l’amico Diego Ulissi (foto Instagram)
Prima di partire per la Turchia si è allenato spesso con l’amico Diego Ulissi (foto Instagram)
Il confronto con Bartoli com’è?

Direi che è costante, siamo spesso in contatto. Lui ti fornisce la tabella con i lavori e poi ti chiama per discuterla insieme. Ci confrontiamo anche sui numeri e sui valori, io solitamente li faccio controllare a lui, ma poi mi piace curiosare. Vedevo che i valori corrispondevano a quelli degli altri ritiri in altura che facevo gli anni precedenti.

Sei arrivato con più certezze in Turchia?

Anche se sai di aver lavorato bene hai sempre il dubbio sul livello degli altri. I più grandi dubbi sono sulla resistenza e sul ritmo di gara nelle grandi distanze. Il Giro di Turchia però è stata la corsa perfetta per rientrare, 8 giorni di gara, di cui 2 sopra i 200 chilometri. Poi c’erano tappe di “recupero” con chilometraggio ridotto e poco dislivello (ad esempio la terza, 118 chilometri piatti, ndr). 

Quindi la condizione è in crescendo?

Considerate che la sfortuna non mi abbandona, sono tornato dalla Turchia e stavo poco bene, ho provato la temperatura ed avevo qualche linea di febbre. Per fortuna tampone negativo, è una forma di polmonite che sono riuscito ad individuare presto, evitando complicazioni. Ora sono ancora sui rulli, forse nei prossimi giorni parto per il Giro della Grecia, vediamo come sto.

Sul Muro d’Huy, la vendetta di Teuns su Valverde

20.04.2022
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«Sono contento – dice Valverde – sono stato bene tutto il giorno e molto vicino alla vittoria. Sono mancate un po’ di gambe. Abbiamo fatto un bel lavoro di squadra, ma nel finale Teuns è stato superiore. Si è meritato questa Freccia, la mia ultima Freccia Vallone. Ho avuto buone sensazioni, credo che per domenica sarò pronto».

Il Re del Muro

Lo spagnolo ha fatto tutto alla perfezione, ma quando si è trattato di cambiare ritmo per l’ultima volta, ha scoperto che Dylan Teuns aveva più forza di lui e si è seduto. La Freccia Vallone si è conclusa sul Muro d’Huy strapieno di gente e profumi. Il Belgio si è riappropriato delle sue corse, come i francesi domenica a Roubaix hanno presidiato le stradine del pavé. Seguendo il copione di sempre, dato che tutte le squadre lavorano per arrivare col gruppo ai piedi del Muro, i migliori si sono giocati la corsa sullo storico strappo. E quando s’è capito che la vittoria stava sorridendo a un belga, la folla è esplosa.

«Cinque anni fa – dice Teuns – ero ugualmente con Valverde, ma non riuscii a rispondere alla sua accelerazione e arrivai terzo (era il 2017, anno dell’ultima Freccia del Bala, ndr). Per questo oggi è speciale avere come secondo alle mie spalle il Re del Muro, sono super orgoglioso. Per lui ho grandissimo rispetto. Non credo che a 42 anni sarò ancora in gruppo, ma vedrò queste corse dal divano di casa. Ma soprattutto non so se a 42 sarei in grado di andare così forte».

La vittoria nata, a detta di Teuns, nel buon recupero dopo il Covid
La vittoria nata, a detta di Teuns, nel buon recupero dopo il Covid

Ricordando Ciccone

Teuns è quello che fece andare di traverso il Tour del 2019 a Ciccone. Per fortuna alla Planche des Belles Filles per l’abruzzese arrivò la maglia gialla, altrimenti l’impatto della sconfitta di giornata sarebbe stato ben più pesante…

«Ma c’è una grande differenza – spiega il corridore del Team Bahrain Victorious – fra quella tappa e la corsa di oggi. Allora vinsi in una fuga di corridori forti, oggi ho vinto lasciandomi dietro tutti i migliori. Dire perché io vada bene sulle pendenze estreme rischia di essere banale. Potrei spiegarlo col fatto che sono molto leggero, la verità è che faccio anche io fatica come gli altri. Mentre più degli altri soffro lo stress. Prima dell’inizio del Muro mi sono tormentato per arrivarci nella giusta posizione. Poi però ho cercato di non pensare più a niente. Quando è partito Valverde, ho pensato che fosse il punto giusto anche per me. L’ho visto che risaliva, ma per fortuna avevo ancora un po’ di margine per accelerare ancora».

Soggetto a stress

Michele Bartoli, che lo allena, parla di un rapporto eccezionale con il belga. E segnatamente aggiunge che Teuns ha sempre avuto capacità di grandi prestazioni, ma gli era mancato finora il risultato che desse sicurezza.

«Non credo di aver mai dubitato di me e dei miei mezzi – dice – ma diciamo che ho passato la vita a combattere le pressioni che altra gente mi metteva addosso. Sono uscito bene dal Catalunya e sono arrivato alle prime classiche con buone sensazioni. Ho sofferto più ad Harelbeke che sul pavé della Roubaix, anche se quella convocazione mi ha spiazzato. Ci voleva un po’ di fortuna. Stavo bene anche all’inizio dell’anno alla Valenciana, ma ho preso il Covid. Credo che questa vittoria sia nata lì. Non sono andato nel panico. Per un po’ ho stressato il dottore della squadra, poi dopo 10 giorni senza bici e con il tampone finalmente negativo, ho cominciato ad allenarmi bene, cambiando programma e restando calmo. No Parigi-Nizza, sì Catalunya. E con l’aiuto di Bartoli le cose hanno iniziato a girare bene soprattutto in queste ultime settimane. Il suo modo di lavorare mi trasmette fiducia. Abbiamo preparato queste corse e adesso tutto funziona».

Un russo che corre

Il baccano nella strada si è attenuato. Resta il picchiettare dei giornalisti sulle tastiere nella sala stampa, mentre con un sorriso vagamente amaro salutiamo Vlasov, venuto a raccontare il suo terzo posto. Quando gli abbiamo chiesto se si senta fortunato a poter correre, nonostante sia russo, ha risposto allargando le braccia. «Io sono un corridore – ha detto – questo è il mio lavoro, per cui certo che mi sento fortunato».

Vorrebbero sentirsi così anche i corridori della Gazprom, ma ancora una volta nessuno si è degnato di dare loro una risposta.

Fare solo corse a tappe in vista dei grandi Giri. Giusto o sbagliato?

14.04.2022
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Allenarsi per un grande Giro facendo solo, o quasi, corse a tappe. E’ giusto? E’ sbagliato? Molti atleti stanno adottando questa strategia di preparazione. Perché? Rigoberto Uran per esempio è uno di quelli che sin qui ha preso parte solo a corse a tappe. E la stessa cosa vale per Mikel Landa: prima del Giro d’Italia farà, forse, solo la Liegi visto che è impegnato al Tour of the Alps. In pratica sarebbe come fare una tappa in più. Anche Primoz Roglic più o meno è sulla stessa lunghezza d’onda. E Daniel Martinez addirittura ha fatto solo una corsa di un giorno.

A tal proposito, fece quasi scalpore la richiesta dello sloveno di prendere parte ad una piccola corsa francese di un giorno prima della Parigi-Nizza dopo essere sceso dall’altura. Questo “abuso” delle corse a tappe è un argomento curioso di cui abbiamo voluto parlare con Michele Bartoli, coach di tanti pro’.

Michele, solo corse a tappe prima di un grande Giro: quali vantaggi e svantaggi ci sono?

Premesso però che Rigo farà anche la Freccia e la Liegi. Quest’anno è stato spesso malato, ed anche per questo ha iniziato solo alla Tirreno, dalla quale per altro ne è uscito con la febbre. Io non credo si debba parlare di svantaggi o svantaggi in questa scelta delle corse a tappe, quanto piuttosto di opportunità di risultato. Un Roglic ha minor possibilità di vincere un Fiandre, una Liegi o una Sanremo, piuttosto che una Parigi-Nizza o un Catalunya. E questo incide molto sulla scelte delle corse che si andrà a fare.

E sul piano strettamente legato alla preparazione cosa cambia?

La gara di un giorno porta con sé tante dinamiche utili, come sforzi massimali, ritmo, fuorisoglia… che le gare a tappe non hanno, dove invece è priviligiata la resistenza. Una corsa a tappe è molto più lineare: fuga, gruppo che va di passo e finale in crescendo. In una classica, con un giorno fai certe sollecitazioni massimali che in un grande Giro fai in tre settimane. Prendiamo la Freccia del Brabante di ieri: con decine e decine di rilanci dietro ogni curva, su ogni strappo, sui pezzi in pavè… e sono qualità che ti tornano utili a prescindere dalle corse a tappe.

Oggi con potenziometro, test continui, telemetria e dietro motore, si potrebbe preparare un GT quasi senza correre. Ma non una classica
Oggi con potenziometro, test continui, telemetria e dietro motore, si potrebbe preparare un GT quasi senza correre. Ma non una classica
E quindi non sei d’accordo nel preparare un grande Giro facendo solo corse a tappe?

Non sono in disaccordo se un corridore e un preparatore decidessero di fare così. Dico che la corsa di un giorno può fare bene, ma non è necessaria. Poi non vale neanche la regola contraria: cioè preparare un grande Giro facendo solo corse di un giorno. Corse a tappe e corse di un giorno insieme: sono due approcci utili entrambi.

Okay, ma potendo scegliere, potendo disegnare a tuo piacere il calendario come si regolerebbe il Bartoli preparatore?

Per esempio chi fa il Tour e punta alle Ardenne non sbaglia. Può puntare a migliorare le sue qualità atletiche e al tempo stesso può anche cercare il risultato. Prima del Tour de France l’avvicinamento standard ideale è Delfinato, altura e appunto Tour. Ma per quel che mi riguarda un atleta oggi dalla Liegi potrebbe andare direttamente al Tour. Questo ragionando per assurdo e dando per certo che si alleni bene.

Addirittura…

Sì. Quello che voglio dire è che sostanzialmente soprattutto oggi con gli strumenti che ci sono, un grande Giro lo puoi preparare anche solo con l’allenamento. Una corsa di un giorno no. Torniamo al discorso di prima, dei picchi massimali, del ritmo gara… che ti servono in una classica e che solo la corsa di un giorno ti dà. Mentre in un grande Giro lo sforzo è diverso.

Freccia del Brabante, come spiega Bartoli, ci sono moltissimi momenti di fuorisoglia e di sforzi massimali
Freccia del Brabante, come spiega Bartoli, ci sono moltissimi momenti di fuorisoglia e di sforzi massimali
Prima hai detto che l’avvicinamento standard al Tour è Delfinato e altura. Invece una corsa singola dopo l’altura, magari per velocizzare il lavoro fatto, per cercare un po’ ritmo, ci starebbe male?

Non ci sta male. E’ sempre un allenamento utile. In questo caso non sarebbe una corsa che toglie, ma un corsa che dà, tuttavia non è fondamentale.

Ma se un tuo corridore ti chiedesse di fare una corsa in più o di inserire questa o quella gara a tappe, tu cosa fai? Come l’esempio di Roglic all’inizio…

Per me il corridore va sempre ascoltato. Il bravo preparatore deve tirare fuori le potenzialità anche dalla sua testa. Anche perché se poi l’atleta pensa che quello che sta facendo non sia giusto, non va. Non va neanche se si allena. Deve essere convinto di ciò che fa.

Però ci sono dei corridori che preferiscono non pensare e lasciare fare tutto ai loro coach…

A meno che non siano automi totali… ma non ce ne sono molti. A me per esempio piace il corridore che prende decisioni, che dice la sua, che un giorno mi fa: “oggi mi sentivo che dovevo fare una salita a tutta e l’ho fatta”. Significa che ha personalità, che è sicuro, che ragiona. Certo, se poi fa così tre volte a settimana, allora il discorso cambia. Ma generalmente chi sa inserire qualcosa di suo, fosse anche una corsa, si conosce di più.

Cosa succede se la UAE Emirates attacca fortissimo sulla Cipressa?

18.03.2022
4 min
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Lo scenario che si va delineando in vista della Sanremo ha un doppio svolgimento. Da una parte c’è la solita corsa, quella con i velocisti che tenteranno di opporsi allo scatto sul Poggio. E poi c’è la Sanremo di Pogacar, che sembra volersi inventare un copione tutto suo. La voce secondo cui la UAE Emirates sarebbe al via con una squadra di scalatori e le parole di Tadej nella conferenza stampa finale della Tirreno-Adriatico fanno pensare che lo sloveno non si accontenterà del Poggio. E questo, nel ciclismo iperveloce degli ultimi anni, è di certo un’anomalia. Bisogna andare indietro al 1996 di Gabriele Colombo per trovare una Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa.

L’ultima Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa fu quella di Colombo nel 1996, su Gontchenkov e Coppolillo
L’ultima Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa fu quella di Colombo nel 1996

Attacco sulla Cipressa

Uno che la Sanremo non l’ha mai vinta, ma si chiama Michele perché quando nacque, nel 1970, Michele Dancelli vinse la Classicissima, è il toscano Bartoli. Nelle sue 11 partecipazioni, spiccano due quinti posti: quasi dei capolavori, vista l’allergia alla polvere degli ulivi, che gli impediva di respirare bene nel finale sanremese. Fra i suoi tentativi, è impossibile dimenticare l’attacco con Pantani proprio sulla Cipressa nel 1999, ma anche quello naufragò. Che cosa potrebbe inventarsi Pogacar?

«Lui deve fare la corsa dalla Cipressa – parte deciso Michele – perché è fortissimo, ma sul Poggio ritengo non abbia la strada per fare la differenza. Lassù non levi di ruota Van Aert. Al massimo fai una lunga fila, ma non li stacchi. Ma se la squadra porta tanti scalatori, allora il progetto cambia faccia. Se punti la Cipressa come se ci fosse l’arrivo in cima, allora la corsa esplode».

Bartoli e Pantani attaccarono dalla Cipressa nel 1999: azione spettacolare, ma non organizzata
Bartoli e Pantani attaccarono dalla Cipressa nel 1999: azione spettacolare, ma non organizzata
Perché dici che non avrebbe strada sul Poggio?

Lassù c’è da tenere in conto che la pendenza non è come sul Carpegna e poi c’è vento. Sul Carpegna salivano a 25 all’ora e l’utilizzo dei watt è stato lo stesso per tutti, davanti oppure a ruota. Lo scatto per fare il vuoto sul Poggio devi farlo a 40-45 all’ora e in quel caso chi sta a ruota risparmia tanto. Su un percorso veloce può avere una riserva del 2 per cento, non si va via. Per andare via a quella velocità, serve un margine del 30 per cento, ma parliamo di numeri improponibili.

Nibali però riuscì a farlo…

Nibali si giocò la carta della sorpresa e quando attaccò non si misero subito d’accordo per seguirlo. Nessuno se lo aspettava. Lui invece è Pogacar, appena si muove si apre la caccia. Sarà guardato e se attacca, ha tutto il gruppo a ruota.

Pogacar ha già provato l’allungo sulla Cipressa. Era il 2020, con lui Ciccone
Pogacar ha già provato l’allungo sulla Cipressa. Era il 2020, con lui Ciccone
Meglio la Cipressa?

La Sanremo è una corsa rognosa, ma nessuno ha mai portato una squadra di scalatori per attaccare sulla Cipressa. Col “Panta” facemmo un grande attacco. Partì prima lui e poi io gli andai dietro e diedi il mio impulso, ma fu l’attacco di due corridori isolati. Se invece porti la squadra, allora vuoi fare un attacco organizzato, tenendo poi semmai due uomini di scorta per il Poggio.

Attacco di squadra o azione solitaria dalla Cipressa a Sanremo?

Da solo non può neanche lui. Non è la Strade Bianche, in cui c’è una difficoltà dietro l’altra. Dopo la Cipressa è lunga andare al Poggio. Ma se parte, quelli forti non lo lasciano andare. E se si forma un gruppetto importante, allora è diverso. Ne porta via quattro, magari anche Van Aert (avrei detto Alaphilippe se non si fosse ammalato) e allora la storia cambia. Perché dietro ci sarebbero meno squadre per tirare…

Van Aert non si stacca. Nel 2020 sul Poggio rispose ad Alaphilippe e lo bruciò in volata
Van Aert non si stacca. Nel 2020 sul Poggio rispose ad Alaphilippe e lo bruciò in volata
Pensi che Pogacar possa vincere la Sanremo?

Vincere non è facile. Lui vince con facilità quando ha il terreno adatto. E’ una vita complicata. E adesso si troverà davanti Van Aert, che alla Parigi-Nizza ha impressionato. Chiunque di loro due si muova, avrà il gruppo a ruota. Sempre che il gruppo ce la faccia a prenderli…

Le tirate di collo fanno crescere: parola di Bortolami

13.03.2022
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Stanno per partire anche gli juniores. E siccome i discorsi degli ultimi giorni si sono un po’ incrociati, fra Bartoli che ha colpito duro, Boscolo che gli ha dato ragione, Damilano che ha messo dei paletti e Chioccioli che ha suonato l’allarme, fra una curiosità e l’altra sulla stagione che inizia, abbiamo pensato di coinvolgere Gianluca Bortolami. Il milanese è in ritiro a Castagneto Carducci con il suo GB Junior Team (In apertura Belletta tira il gruppo, foto Nardo) e oltre a raccontarci come vanno le cose, mette sul tavolo la sua idea di come far crescere i giovani. E la sua voce è pesante e incisiva quanto quella di Bartoli.

Giro delle Fiandre 2001, Gianluca Bortolami forza sul Grammont e va a vincere
Giro delle Fiandre 2001, Gianluca Bortolami forza sul Grammont e va a vincere

Gianluca è un ragazzo del 1968, è stato professionista dal 1990 al 2005. Ha vinto 33 corse e fra queste spicca il Giro delle Fiandre del 2001 in maglia Caldirola, anche se nel 1994 erano già venute una tappa al Tour e la vittoria della Coppa del mondo con i successi di Leeds e Zurigo.

Andiamo con ordine, a che punto siamo con gli juniores?

A parte qualcuno che si è preso il Covid e ha ritardato la partenza, stiamo bene. Usando gli stessi percorsi di allenamento, riusciamo a valutare i miglioramenti di quelli al secondo anno e ci facciamo un’idea dei primi anni, che sono meno strutturati. I ragazzi scaricano i dati tutti i giorni e in base a quello che si vede, regoliamo il tiro.

Il team ha lavorato in Lombardia fino a sabato scorso, poi si è spostato a Castagneto Carducci (foto Stefano Nardo)
Il team ha lavorato in Lombardia fino a sabato scorso, poi si è spostato a Castagneto Carducci (foto Stefano Nardo)
Ti occupi tu direttamente della preparazione?

Ci sono io, ma c’è anche Loris Ferrari, anche lui direttore sportivo, che segue l’aspetto dei test. Ci confrontiamo spesso in base a quello che ognuno di noi vede.

Siete stati in ritiro o sempre a casa?

L’inverno a casa, mentre mercoledì siamo partiti per Castagneto Carducci e restiamo qui per dieci giorni. Ci sarebbe piaciuto cominciare a Cesano Maderno e alla corsa per Franco Ballerini, dove avrei portato Belletta e ci avrei tenuto personalmente. Invece hanno già raggiunto il tetto dei 120 partenti e così debutteremo a Cesano Maderno.

Si lavora in salita: lui è Alessandro Bonalda (foto Stefano Nardo)
Si lavora in salita: lui è Alessandro Bonalda (foto Stefano Nardo)
Come sta Belletta?

Ha avuto anche lui il Covid a dicembre e abbiamo cercato di andare con cautela. Siamo in linea con lo scorso anno, lui ha sempre le stesse grandi motivazioni. Abbiamo fatto una corsa in Svizzera dieci giorni fa vicino Grenchen e ha vinto una prova su tre. Siamo andati per avere indicazioni su come stesse e stiamo procedendo bene e soprattutto abbiamo ancora tempo per arrivare come si deve all’inizio di stagione. E sarà una stagione intensa e lunga, dovremo dargli il tempo per risparmiare le forze.

Uno come lui, con vittorie su strada e un mondiale in pista, è già oggetto del desiderio per squadre pro’?

Si sono già fatte sotto delle WorldTour, ma il ragazzo e la famiglia hanno deciso di affidarsi a me e alla squadra. Lui vuole crescere e io lo conosco da quando era piccolino, mentre prima era stato tirato su benissimo da Luciano Fusar Poli, giocando con la bicicletta. E’ un ragazzo intelligente e sa fare le valutazioni del caso.

I ragazzi di primo anno vanno osservati, con gli altri si parte da una base più alta (foto Stefano Nardo)
I ragazzi di primo anno vanno osservati, con gli altri si parte da una base più alta (foto Stefano Nardo)
Qual è l’obiettivo in questo inizio di stagione?

La volontà di fare lo junior senza bruciare i tempi. Se poi andrà forte, potrà passare U23 con chiunque. Ma non vi nascondo che stiamo cercando di fare la squadra per seguire lui e gli altri. Non è facile trovare sponsor, ma ci stiamo adoperando.

E qui arriviamo al discorso di Bartoli: fino a che punto sarà giusto tenerlo nella bambagia?

Condivido in pieno quello che ha detto Michele. Io sono passato anche prima di lui e correvo contro i corridori dell’Unione Sovietica e quelli della DDR (la Germania dell’Est, ndr) e quando c’erano loro, se andava bene si faceva terzi. Se si vuole crescere, bisogna fare esperienze di alto livello. Se un ragazzo vuole crescere, deve confrontarsi con i più forti. Quando passi pro’, nessuno guarda più l’età.

Nel 2021, Filippo Borello ha vinto due corse: Vaprio D’Agogna e il Trofeo Madonna di Campagna(foto Stefano Nardo)
Nel 2021, Filippo Borello ha vinto due corse: Vaprio D’Agogna e il Trofeo Madonna di Campagna(foto Stefano Nardo)
Come ti regolerai con Belletta?

Credo che i primi due anni da U23 tranquilli possano starci, anche se durante questi ci sta di prendere qualche tirata di collo confrontandosi con i più grandi. Chi gestisce il giovane di talento deve saperlo dosare, valutare l’esperienza e quando semmai puntare al risultato. Come si è sempre fatto. Se ti accontentavi di correre nel circuito di paese, non crescevi e non cresci. Andare nelle gare internazionali con quelli forti è lo stimolo che ci vuole.

Torniamo a Bartoli: le vittorie nelle piccole corse non fanno crescere.

Abbiamo avuto tanti corridori che passavano U23 senza confrontarsi ad alto livello. Sono poche le squadre juniores che vanno a misurarsi all’estero. Ci siamo noi, c’è il team Ballerini di Bardelli. A volte ci vanno le formazioni regionali. E là fuori ti confronti con i corridori che poi si vedono dominare da professionisti. D’estate andremo a fare una corsa a tappe in Belgio con gli allievi. Badate bene, non per fare risultato, ma per fare esperienza.

Foto di gruppo al via della stagione: si parte fra una settimana (foto Stefano Nardo)
Foto di gruppo al via della stagione: si parte fra una settimana (foto Stefano Nardo)
Un’esperienza importante…

Non voglio essere presuntuoso, ma se vogliamo crescere bisogna fare così. Anche con l’aiuto dei genitori, che ci permettono di farlo. Quando ero un ragazzino, mi sembrava già tanto andare a correre fuori regione, andare all’estero è come toccare il cielo con un dito. E correre in Belgio serve a far capire ai ragazzi che cosa vuol dire correre col vento e con l’acqua senza lamentarsi come fanno lassù. E la cosa funziona. Quando tornano non sono più gli stessi. Certe esperienze ti permettono di fare lo scatto mentale decisivo.

Damilano: «Bartoli ha ragione, ma 13 continental sono troppe»

07.03.2022
4 min
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Come ha scritto di recente su Facebook, Beppe Damilano ha avuto il piacere di guidare per due anni Stefano Garzelli fra i dilettanti, ma per chi è dotato di buona memoria, la sua Brunero-Bongioanni è stata per anni la squadra di Marco Bellini, Claudio Ainardi, Giovanni Ellena, Fulvio Frigo, Andrea Paluan e da un certo punto in poi anche di Gianluca Tonetti, tornato dilettante dopo cinque stagioni tra i professionisti. Non esistevano ancora gli under 23, ma bussavano alla porta.

Damilano è il secondo da sinistra, al via della stagione 2022
Damilano è il secondo da sinistra, al via della stagione 2022

La provocazione di Bartoli

Erano gli anni di cui parlava Bartoli qualche giorno fa. Quelli in cui il ragazzino di talento cresceva più in fretta confrontandosi con gente più esperta e solida fisicamente. Quello che mancherebbe oggi in un movimento giovanile che sta alla larga dai confronti… scomodi.

«Michele non ha torto – dice Damilano – battere i vecchi era un bell’insegnamento, anche se in quegli anni i vecchi non insegnavano ai giovani solo belle cose, però è vero che quando arrivò Tonetti, alzò il livello di parecchio. Quando il presidente mi ha fatto leggere l’intervista di Bartoli, ho cercato di ricordare come fosse in quegli anni. C’erano buoni corridori in tutte le squadre, oggi invece sono tutti concentrati nelle continental. E quando vengono nelle corse più piccole ci schiacciano. Un po’ quello che succede al Giro d’Italia, quando le professional non riescono a stare dietro alle WorldTour, tale è la differenza di livello. Sabato eravamo al Memorial Polese e il massimo che siamo riusciti a fare è un sesto posto (con Tommaso Rosa, ndr) e se questo è il massimo cui possiamo ambire, non è una prospettiva che mi piace tanto…».

Estate 2021, foto di gruppo per tutti i ragazzi della Rostese
Estate 2021, foto di gruppo per tutti i ragazzi della Rostese

Paradiso Rostese

Damilano oggi è alla Ciclistica Rostese, realtà storica del ciclismo piemontese: una società con un vivaio che parte dai giovanissimi e arriva agli under 23 con un entusiasmante fiorire di giovani atleti. A suo modo, la sua è una di quelle squadre che si vedrebbe penalizzata dalla presenza massiccia delle continental.

«Tredici continental sono troppe – va avanti il piemontese – perché se la politica è che prendono loro tutti i migliori, cosa fanno le squadre dei dilettanti? Quello che a me onestamente fa paura è che continuando così, facciamo morire un settore giovanile che è sempre stato il nostro fiore all’occhiello. Parliamo di una trentina di squadre che potrebbero chiudere i battenti, lasciando liberi 300 corridori e soprattutto chiudendo la porta in faccia agli juniores che faranno sempre più fatica a trovare uno sbocco fra gli under 23. La Rostese ha tutte le categorie e tutte le discipline. Abbiamo la pista chiusa per fare mountain bike al sicuro. E’ un piacere lavorare così, ma serve una tutela superiore».

Correndo in Francia, la Rostese si è trovata più volte con dei professionisti in gruppo (foto Camille Richard)
Correndo in Francia, la Rostese si è trovata più volte con dei professionisti in gruppo (foto Camille Richard)
Che cosa proponi?

Ne ho già parlato con il presidente Dagnoni. Ho suggerito di ridurre il numero delle continental e soprattutto bisogna stabilire che per diventarlo, si deve avere un numero minimo di punti. E poi, visto che vogliamo uniformarci al resto del mondo, facciamo che lo stipendio minimo per un corridore continental sia di mille euro al mese. Così si vede quanti possono o hanno davvero vantaggio ad andare avanti. E poi bisogna che i dilettanti più forti, non solo quelli delle continental, possano correre con i professionisti.

All’estero questo succede regolarmente.

Esatto. Siamo stati a correre per sei volte in Francia e c’erano dilettanti e professionisti insieme. Che ci pensi la Federazione a portarli, ma bisogna che qualcosa si faccia (in realtà, se si trova scomoda la convivenza con le continental, il confronto con i pro’ potrebbe essere ben peggiore, ndr).

La Rostese corre con bici Guerciotti (foto Nicolas Mabyle/DirectVeo)
La Rostese corre con bici Guerciotti (foto Nicolas Mabyle/DirectVeo)
Perché dici che le squadre piccole rischiano di smettere?

Sento i miei colleghi. Ormai andare a una corsa lontano da casa è un impegno notevole. I chilometri con il gasolio che costa un occhio. Gli hotel, perché ormai nessuno ti ospita più. Risultati neanche a parlarne. Poi magari tiri fuori un bel corridore, arriva la continental e te lo porta via. Se devono esistere, che vadano a correre tra i professionisti.

E se non le invitano?

Non può essere un nostro problema, anche se di fatto lo è. A che cosa serve essere continental, se poi fanno solo le corse dei dilettanti e pagano i corridori anche meno di noi? Ho parlato con Dagnoni: così com’è, il sistema non funziona.

Sulle parole di Bartoli, la risposta del CT Friuli

05.03.2022
4 min
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Eravamo abbastanza sicuri che dopo l’articolo con Bartoli sul GP La Torre qualcuno ci avrebbe contattato. Pensavamo qualcuno di quelli che si era sentito defraudato dalla vittoria di Buratti, invece a scrivere è stato proprio Renzo Boscolo, direttore sportivo di Buratti e del Cycling Team Friuli.

«Ho letto il tuo articolo con l’intervista a Bartoli – c’era scritto – e credo che hai centrato il punto. Siamo appena partiti e già ci sono lamentele sulle continental. Se hai tempo e piacere, ti dirò la mia…».

Sul podio di Fucecchio, Boscolo (a sinistra) con il vincitore Buratti e il CT Friuli
Sul podio di Fucecchio, Boscolo (a sinistra) con il vincitore Buratti e il CT Friuli

Continental e U23

Il Cycling Team Friuli 2022 è composto da 15 atleti e fatto salvo Donegà e i suoi imminenti 24 anni, gli altri sono tutti nati fra il 2000 e il 2003 (un atleta del 2000, 3 del 2001, 4 del 2002, 5 del 2003), pertanto si tratta di un team under 23 a tutti gli effetti che, non avendo ancora cominciato a correre con i professionisti, aveva tutto il titolo di correre a Fucecchio. Quel che poteva fare la differenza rispetto agli atleti delle piccole squadre toscane era la qualità degli atleti, ma da quando è dannoso correre contro rivali più forti?

«Bartoli ci ha preso – dice Boscolo, subito contattato – ma francamente mi spiace perché domenica non avevo percepito i malumori. Le continental alterano il panorama nel momento in cui iniziano a fare attività con i professionisti, ma anche noi quel giorno partivamo da zero e nei primi 10 c’erano anche ragazzi di squadre più piccole. Abbiamo dovuto sudare per andare a riprendere un corridore di Chioccioli (Lucio Pierantozzi, marchigiano, in fuga per quattro giri, ndr). E soprattutto parliamo sempre di corridori giovani, il cui impegno va dosato. Non puoi mandare i primi anni al massacro. Un po’ tra i professionisti e un po’ tra i dilettanti, non è pensabile con un gruppo così giovane andare a fare esclusivamente una stagione tra i professionisti».

Al GP La Torre, quattro giri in fuga per Lucio Pierantozzi (terzo da destra, al via della Firenze-Empoli, foto Facebook)
Al GP La Torre, quattro giri in fuga per Lucio Pierantozzi (terzo da destra, al via della Firenze-Empoli, foto Facebook)

Il calendario non basta

In realtà sarebbe possibile, su questo siamo parzialmente in disaccordo, se solo il calendario fosse tale da supportare il movimento per come si va strutturando.

«Tredici continental – dice Boscolo – sono troppe e limitano la partecipazione alle corse dei professionisti. Per cui capiterà anche a noi di andare alle gare più piccole, quelle organizzate dalle società che magari domenica si sono lamentate. Noi tutti dobbiamo dire grazie a Renzo Maltinti, ad esempio, che oltre ad avere la squadra, organizza le sue corse. Il ciclismo ormai esiste soltanto in Europa, e le WorldTour ce le ritroviamo anche nelle gare 2.1.

«Ad esempio, con la nostra squadra abbiamo sempre fatto il Sibiu Tour in Romania, ma quest’anno probabilmente non riusciremo. E’ ovvio che anche io preferisca le gare internazionali, ma per ora dobbiamo tenerci stretto il calendario italiano, che è apprezzato anche dalle squadre straniere. Gli sloveni ad esempio se non venissero di qua, non potrebbero garantire una grande attività ai loro ragazzi».

Al Sibiu Tour 2021, Fran Miholjevic in fuga con Aru: il confronto con i più forti fa crescere
Al Sibiu Tour 2021, Fran Miholjevic in fuga con Aru: il confronto con i più forti fa crescere

Guardiamo all’estero

Il punto debole dello sviluppo è infatti il calendario dei professionisti, che non riesce a strutturarsi in modo da concedere spazio a tutti.

«Agli organizzatori – dice Boscolo – interessano le WorldTour e le professional, non mi immagino una Coppi e Bartali con 13 continental italiane. Ma se ci guardiamo intorno, si vede che in Europa le squadre dei dilettanti corrono regolarmente fra le continental e le professional. Adesso va di moda portarli all’estero, dopo che per anni si è detto che così si cresce. Ma se vai fuori a fare figuracce, forse è bene che stai a casa. Per questo 13 continental sono troppe, perché non tutte hanno il livello necessario.

«Bartoli ha centrato il tema, i ragazzi devono confrontarsi con quelli più forti. Il Buratti che ha vinto La Torre, da junior non ha fatto niente. Non mi permetto di dire chi farà carriera e chi no, ma quando poi vai ai mondiali o all’estero, contro questi devi correre. Questi devi battere. Se ci provi tutto l’anno, magari soffri di meno».

Un altro scatto alla Bartoli su under 23 e certe abitudini

03.03.2022
5 min
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Proviamo a cambiare prospettiva, questa volta. E se piuttosto che un merito degli stranieri, alla base ci fosse un demerito italiano? Come mai tutti questi ragazzini prodigio vengono da oltre confine? Vuoi vedere che li avremmo anche noi, ma sbagliamo qualcosa? E’ un Bartoli bello acceso quello che si infila in questa discussione e alla fine risulterà anche piuttosto convincente.

«In Toscana siamo speciali a lamentarci – dice Michele, classe 1970 – ma quello che si è sentito dopo il Gp La Torre non si batte (corsa di Fucecchio vinta da Buratti, in apertura, ndr). Qualcuno era furioso perché sono venute le continental e hanno dominato la corsa. E’ assurdo solo pensarlo. Se ai tuoi corridori vuoi far fare uno step, hanno bisogno di confrontarsi con quelli più forti. Io a 18 anni correvo contro il Manzi che aveva sei anni più di me oppure contro Brugna, che era stato professionista e poi era tornato nei dilettanti. Come me, anche Casagrande, Fornaciari, Pantani, Belli… Tutti noi del 1970 e dintorni. Poi però appena passati vincemmo subito anche noi. E badate che non fu una casualità».

Gran festa al CT Friuli per la vittoria di Buratti a Fucecchio
Gran festa al CT Friuli per la vittoria di Buratti a Fucecchio

E vennero gli U23

Basta tornare un po’ indietro con la memoria per rivedere l’Italia dei dilettanti prima dell’avvento degli under 23. Dando un colpo al cerchio e uno alla botte, è giusto ricordare che il 1996 in cui fu istituita la nuova categoria coincise con quel pazzesco sbalzo dei valori ematici, che falsò stagioni di corse. Gli under 23 non ne furono immuni, perciò nel nome della loro salvaguardia si attuò tutta una serie di precauzioni. E da lì non ci siamo più mossi.

Al punto che oggi gli juniores stranieri e a seguire gli under 23 iniziano subito ad allenarsi da professionisti e a confrontarsi ai livelli più alti, mentre da noi permangono cautele che forse andrebbero riviste. Non per mancanza di riguardo verso gli atleti e il loro talento, ma perché il mondo è cambiato e oggi la fatica non poggia più sulla chimica. E’ lo stesso principio per cui i bambini del Nord Europa giocano scalzi sotto la pioggia, mentre i nostri vengono infagottati dalla mamma che non li fa uscire di casa.

Mondiali dilettanti 1991: Bartoli primo da destra: in quel ciclismo, il confronto con i più grandi era la regola
Mondiali dilettanti 1991: Bartoli primo da destra: in quel ciclismo, il confronto con i più grandi era la regola
Il confronto con i più forti fa bene?

Alle mie prime due corse da dilettante – ricorda Bartoli – arrivò primo Manzi e secondo io. Lui del 1964, io del 1970. Non ci dormivo la notte. Non perché mi bruciasse aver perso, ma pensando al modo in cui avrei potuto batterlo, anticiparlo, fregarlo. Se trovi i più forti, sei costretto a imparare. Cosa ti cambia se vinci una corsa battendo tre bambinetti? A chi giova?

Forse alla squadra che così sembra più appetibile per lo sponsor.

Può darsi. Il guaio è che in Italia spesso non abbiamo lo scopo di far crescere i giovani, se non per andare al bar il giorno dopo a vantarsi di aver vinto. In Toscana siamo bravi a farlo, ma probabilmente succede in tutta Italia. Solo pochi lavorano davvero bene

Di chi parli?

Della Zalf, la Colpack, il Ct Friuli e le poche squadre che comunque continuano a tirare fuori corridori.

Continental anche alla Firenze-Empoli: vince Zambelli, maglia Zalf Fior
Continental anche alla Firenze-Empoli: vince Zambelli, maglia Zalf Fior
Secondo Bartoli, si tirano fuori corridori anche andando a fare le gare regionali?

Questo è un altro discorso e riguarda il livello dell’attività che gli fai fare. Se io avessi una continental, non andrei a La Torre, ma andrei alle corse dove ci sono corridori di valore. Se però ho una piccola squadra e mi arriva la continental, devo essere contento, perché mi si offre la possibilità di fare esperienza. Forse si dovrebbe partire dai direttori sportivi…

Come devono essere fatti?

Io ricordo di averne avuto alcuni da cui si poteva imparare davvero tanto. Il Massini, ad esempio, che è tornato indietro dalla pensione e adesso fa il diesse del Gragnano. Lui ha insegnato il ciclismo a tanti campioni. Oppure il Tortoli. Erano direttori sportivi ambiziosi, che però tutelavano sempre il corridore, non lo mandavano a fare figuracce se non stava bene. Il Tortoli era quello che segava la catena, se non stavo bene. E mi diceva di spezzarla con un calcio, così potevo fermarmi e non fare figuracce. Oggi sembrano davvero poco tutelati.

Se trovi i più forti, sei costretto a imparare: spiega, per favore.

Ti ingegni. Ti alleni di più. Io passai professionista e vinsi subito tre corse. Casagrande vinse al primo anno. Pantani ebbe una tendinite, ma al secondo anno staccò Indurain e fece podio al Giro e al Tour. Per noi fu una fortuna avere tra i piedi quei corridori di trent’anni, perché ci fecero guadagnare tempo. Invece adesso dura tutto troppo…

Perché?

Perché c’è gente che fa la squadra da anni, ma non insegna il ciclismo che c’è adesso là fuori. Invece all’estero non hanno paura di farli confrontare con i più forti e quando arrivano professionisti hanno già una marcia in più.

EDITORIALE / Benvenuti alla scuola del Nord

28.02.2022
4 min
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Una volta c’erano i velocisti, che si mettevano di traverso quando la strada iniziava a salire. E se un giovane coraggioso, ingenuo o semplicemente incauto si permetteva di attaccare troppo presto, iniziava il volo delle borracce. Poi questa abitudine è scomparsa, il ciclismo è cambiato, gli sceriffi hanno dismesso certe abitudini e poi si sono estinti, ma ci sono ancora momenti e corse in cui i padroni del gruppo fanno la voce grossa. Sulle stradelle sconnesse del Nord, ad esempio, se ne vedono di cotte e di crude.

Il gruppo vola con i manubri distanti pochi millimetri uno dall’altro. L’arte del limare si impara soprattutto lassù e può capitare di assistere a manovre verso le quali normalmente si punterebbe il dito.

Van Aert ha chiuso Trentin verso il marciapiede: una manovra non così rara da vedere
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Le prendi e le dai

Vi siete accorti della chiusura di Van Aert ai danni di Trentin sul Muur alla Het Nieuwsblad? Matteo ha ammesso che forse il belga lo ha stretto di proposito per impedirgli di prendere la discesa in testa, ma si è guardato bene dal lamentarsi. Certe cose al Nord sono normali.

«Se vai in Belgio a fare quelle corse – conferma Michele Bartoli, il più fiammingo degli italiani degli anni 90 – di certe cose non ti puoi scandalizzare. Quando si dice “mors tua, vita mea”, lassù è proprio così, semplicemente perché non ci sono altre possibilità. Le prendi e stai zitto. E poi magari impari anche a darle».

Perché correre sempre in testa? Perché dietro si rischia di restare a piedi…
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Non è tutto lecito

E’ tutto così normale che Michele non aveva neppure considerato irregolare la manovra di Van Aert. Ma con la stessa franchezza ha anche messo l’accento sul fatto che non tutto sia lecito.

«Io ero uno che si lamentava spesso in corsa – sorride – ma al Nord non l’ho mai fatto. Eppure sapete quante volte sono finito contro una transenna? Non si contano. Prima dei muri è normale che ci siano degli scarti bruschi. Sai che se perdi 3-4 posizioni all’inizio della salita, in cima magari ne hai perse venti e la corsa è andata. Perciò ai giovani che vanno lassù consiglio di prenderle e imparare a renderle, sempre nei limiti della sicurezza. Non è che tutto sia permesso, ma i percorsi sono così».

Vout Van Aert, Mathieu Van der Poel, Julian Alaphilippe, caduta moto, Giro delle Fiandre 2020
Il volo di Alaphilippe al Fiandre del 2020. Quella volta la manovra di Van Aert non fu limpidissima
Vout Van Aert, Mathieu Van der Poel, Julian Alaphilippe, caduta moto, Giro delle Fiandre 2020
Il volo di Alaphilippe al Fiandre del 2020. Quella volta la manovra di Van Aert non fu limpidissima

La scuola del Nord

Quel confine è così labile, che diventa difficile anche stigmatizzarne il superamento. Allo stesso modo in cui la stretta di sabato ai danni di Trentin non ha avuto grosse conseguenze, se non quella di rallentarne lo slancio, non si può dimenticare la manovra, uguamente di Van Aert, ai danni di Van del Poel e Alaphilippe nel Fiandre del 2020. Il belga puntò la moto e poi scartò di colpo. L’olandese riuscì a schivarla, il campione del mondo francese rovinò a terra e si ruppe un polso. Tutte le invettive si concentrarono sul motociclista, la manovra venne ritenuta funzionale alla corsa.

Il Nord è la scuola di ciclismo più dura che ci sia ed è un peccato che ai tanti ragazzi che militano nelle nostre professional essa sia preclusa, sia perché non ci sono gli inviti, sia perché spesso non vengono neanche richiesti. Per questo, al pari di Pozzato nei giorni scorsi, facciamo anche noi il tifo per Cassani. E intanto spingiamo idealmente le continental e le professional di casa nostra affinché investano sui ragazzi che indossano la loro maglia. Le salite sono tutte uguali, le stradine del Nord se non le impari da ragazzo, rischi di non impararle più.