EDITORIALE / Il ciclismo non ha ricette complicate

06.02.2023
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Una volta sulla cima di Guzet Neige, nel lontano Tour del 1995 (foto di apertura), chiedemmo a Marco Pantani se non trovasse strano correre e vincere così all’antica, con quegli attacchi da lontano che sembravano giungere da un ciclismo precedente. E Marco, cui certo non mancava una visione di ciò che avrebbe potuto rendere spettacolare questo sport, rispose in modo chiaro.

«Non credo di correre all’antica – disse – forse sono semplicemente troppo moderno».

Negli anni in cui si limavano i secondi in salita e si distribuivano minuti a crono, il ciclismo era più un esercizio di equilibri. Pertanto l’avvento di quello scalatore così… sovversivo ebbe lo stesso effetto che si osserva oggi quando nel gruppo ci sono Van der Poel e Van Aert, Pogacar ed Evenepoel. Nessuno si sognerebbe di fargli la stessa domanda, tutt’altro. Si elogia il ciclismo moderno che in certi giorni manda in malora i calcoli e fa esplodere il gruppo. Pantani faceva lo stesso.

Van Aert e Van der Poel concordi sull’importanza della loro rivalità: per lo sport e per se stessi
Van Aert e Van der Poel concordi sull’importanza della loro rivalità: per lo sport e per se stessi

La meraviglia di Hoogerheide

Non tutti sono capaci e non sempre le imprese sono possibili se non si ha un rivale che le renda necessarie. Il campionato del mondo di ciclocross corso ieri a Hoogerheide ne è stato la prova lampante. E le parole finali del vincitore Van der Poel davanti allo sconfitto Van Aert hanno ottimamente sintetizzato il concetto.

«Sono felicissimo per questa vittoria – ha detto l’olandese – che considero una delle tre più importanti. Incredibile, perché ottenuta a due passi da casa e scaturita al termine di una lotta leale ed appassionante con Wout. Vi assicuro che la nostra è una sana rivalità che fa bene a questo movimento e che ci migliora in modo reciproco. Certo quando si perde brucia, ma se manca uno di noi alla partenza, la gara non ha lo stesso sapore».

Il fatto che Van Aert, seduto accanto, gli abbia dato prontamente ragione fa capire che gli stessi campioni siano consapevoli di quale sia l’ambiente ideale per rendere lo sport davvero appassionante e una vittoria memorabile.

Il Tour del 2020 fu super avvincente per il duello fra Pogacar e Roglic
Il Tour del 2020 fu super avvincente per il duello fra Pogacar e Roglic

Il gioco delle coppie

Gli ingredienti sono sempre gli stessi e una sana rivalità è forse il principale. I monologhi di uno o dell’altro alla lunga stancano, i duelli all’ultimo colpo di pedale infiammano il pubblico. Coppi e Bartali. Gimondi e Merckx. Moser e Saronni. Hinault e Lemond. Bugno e Chiappucci. Cunego e Simoni. Pantani e Indurain, Tonkov oppure Ullrich.

La più grande sfortuna per un campione è non avere qualcuno contro cui lottare per la gloria. E’ stato ben più spettacolare il primo Tour di Pogacar vinto in extremis su Roglic, rispetto al secondo, corso senza veri avversari. Per lo stesso motivo è stato elettrizzante il Tour di Vingegaard, capace di disarcionare lo stesso Pogacar.

La differenza fra questi campioni e tutti gli altri, oltre alla dotazione naturale da cui non si può prescindere, sta nell’aver capito che per vincere bisogna rischiare di perdere. Per questo sono felici quando vincono e non fanno drammi eccessivi quando non ci riescono: se te la giochi a viso aperto, perdere fa parte del gioco. Le formule perfette e tutti i calcoli di questo mondo vanno bene quando ci si allena, poi però bisogna essere capaci di accettare il dolore che viaggia con la fatica, spingendosi sempre più a fondo. E questo a ben vedere è mancato troppo a lungo nel ciclismo degli ultimi anni.

Quintana ha corso i campionati colombiani da isolato: può correre, ma nessuno lo prende
Quintana ha corso i campionati colombiani da isolato: può correre, ma nessuno lo prende

Una grande primavera

Pensare che rivedremo presto Van der Poel e Van Aert contrapposti alla Strade Bianche, poi alla Sanremo e sulle stradine del Nord è già un buon motivo per augurarsi che la primavera arrivi in fretta. Aspettare Pogacar ed Evenepoel al UAE Tour sarà il primo momento per vedere contrapposti due che non si accontentano mai semplicemente di esserci. Il danno degli squadroni che fanno incetta di campioni sta proprio nell’impoverimento del gruppo. Sarebbe stato interessante vedere Evenepoel alla Liegi contro Alaphilippe, invece il francese è stato dirottato sul Fiandre.

Per lo stesso motivo Pantani rifiutò a suo tempo di infilarsi nella Mapei, pagando alla lunga di tasca propria. A ben vedere il mondo non è poi così diverso. Ci sono i campioni. Ci sono le grandi squadre. E c’è chi governa il ciclismo, esercitando il potere come meglio ritiene, spesso senza metterci la faccia. E così, dopo aver azzerato la Gazprom senza offrire una via d’uscita, adesso ha deciso di fermare Quintana e Lopez, facendo però in modo che la scelta ricada sugli altri. I due possono correre, hanno licenza e passaporto biologico. Che colpa ne hanno quelli che governano (e dispensano consigli: richiesti e non) se nessuno vuole più tesserarli? Squalificateli, se ci sono gli elementi, oppure lasciateli in pace. Che colpa avevano se il Tour smise di invitare Pantani, aprendo la strada al nuovo dominatore? Visto come finì la storia, peccato che dalle lezioni del passato non si riesca quasi mai ad imparare.

Galati, pace fatta col ciclismo. Ora lo insegna ai giovani

20.01.2023
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Vincenzo Galati ha vissuto il ciclismo in modo intenso, conoscendone suo malgrado anche le pieghe più brutte. Ora ci è rientrato solo dopo averci fatto pace per prestare la sua esperienza al servizio dei giovani dell’Onec Team di Parma.

Il 54enne palermitano era uno scalatore pimpante e non è stato uno qualunque a cavallo degli anni Novanta. Da junior nel 1987 conquista il secondo posto al Lunigiana dietro Zanini, nel 1992 stesso piazzamento dietro il grande Pantani nella generale del Giro d’Italia Dilettanti, categoria nella quale Galati ottiene otto vittorie e dodici secondi posti. Tutti risultati che gli valgono un contratto tra i pro’ con la Amore&Vita. Poi però nel ’94 qualcosa non va per il verso giusto e la sua carriera si interrompe, vivendo difficili momenti sul piano psicologico e personale. Partiamo da qui per capire quale sia stata la molla che lo ha fatto tornare nel mondo del pedale dopo tanti anni e come lo ha ritrovato.

Vincenzo come mai ha smesso di correre?

Mi sono trovato di fronte a un bivio. Già a fine ’92 avevo perso gli stimoli però Giorgio Vannucci, l’allora diesse dell’Amore&Vita, voleva prendermi perché credeva in me. Accettai volentieri perché alla fine era il mio sogno. Ripresi morale, stavo bene e nel ’93 disputai il Giro d’Italia. Nonostante non fossero arrivati i risultati, fu una buona stagione. L’anno successivo mi dissero di prepararmi che avrei corso nuovamente il Giro per farmi trovare pronto soprattutto dalla seconda settimana in avanti. L’avvicinamento fu buono. Andai bene all’Appennino e al Trentino (attuale Tour of the Alps, ndr). Poi arrivò la mazzata…

Cosa successe?

Vannucci se ne era andato dalla squadra e per me si complicarono le cose. Infatti a poche settimane dall’inizio del Giro, mi dissero che ero già troppo avanti con la condizione, che la squadra aveva puntato sui velocisti e che quindi serviva gente che andasse forte in pianura. In pratica non gli servivo più. Per me fu la goccia che fece traboccare il vaso. La presi molto male. Conclusi la stagione, ma non ne volevo più sapere del ciclismo. Mi dava fastidio anche solo vedere girare una ruota. Da quel momento non mi vergogno a dire che ho passato circa otto anni di depressione. E capisco gli stati d’animo vissuti dal povero Marco. Che corridore che era, quello andava forte davvero in salita. Ho avuto la fortuna di duellare con lui e quel secondo posto per me vale una vittoria (sospirando e riferendosi a Pantani, ndr)…

Lungo corso: il diesse dell’Onec Team è Olivano Locatelli
Lungo corso: il diesse dell’Onec Team è Olivano Locatelli
Adesso però la ritroviamo in una formazione di U23. Come ci è arrivato?

La vita mi ha portato a vivere a Salsomaggiore Terme. E contemporaneamente a riallacciare il rapporto col ciclismo. Un po’ di anni fa ho conosciuto Allegri, il presidente dell’Onec Team, che mi chiedeva dei consigli. Aveva suo figlio che correva, ma non aveva riferimenti. Così abbiamo iniziato a frequentarci, finché lui a metà 2022 ha rilevato la società che aveva diverse difficoltà e mi ha chiesto di entrare nello staff. Non posso fare il diesse, perché non ho la tessera e perché col lavoro non riuscirei a garantire una certa presenza, però sono ottimamente coperti con Olivano Locatelli. In ogni caso mi sono reso subito disponibile per aiutare il presidente e i suoi ragazzi.

Perché ha accettato questa proposta?

Non voglio entrare troppo nello specifico della precedente gestione della squadra, ma il motivo è semplice. All’inizio del 2022 avevo visto alcuni ragazzi che, da fuori, sembravano abbandonati a se stessi. E che ad un certo punto si sono ritrovati senza un alloggio. Sono stati tutti ospitati dal presidente Allegri e questa cosa mi ha toccato l’anima. Perché non si può giocare col sogno di un ragazzo. In loro mi ci sono rivisto io quando da addirittura esordiente e allievo emigrai dalla Sicilia al Lazio per correre. Per fortuna che in quel periodo trovai brave persone che mi insegnarono anche un lavoro, quello del meccanico, che faccio tutt’ora.

Che squadra è l’Onec Team?

Abbiamo tanti ragazzi giovani che, per un motivo o l’altro, non voleva più nessuno. Siamo contenti di poterli formare e farli crescere. La nostra punta è Andrea Colnaghi (fratello di Luca della Green Project Bardiani, ndr) che è già elite. Abbiamo anche Nikita Tur, un ragazzo bielorusso con un buon talento e che è andato lontano da casa per correre e diventare un corridore. Infine mi fa piacere ricordare che tesserata con noi c’è anche Veronica Frosi, già campionessa italiana di handbike.

Si ritrova a lavorare con Locatelli. E’ uguale ai suoi tempi o si è ammorbidito?

Con Olivano c’è una buona amicizia. Con lui da dilettante alla Domus 87 ho fatto i miei migliori risultati con 175 punti internazionali che valevano tanto all’epoca. So che è sia amato che odiato, ma per me rimane uno dei migliori tecnici e preparatori in circolazione. Ha dovuto certamente rivedere i suoi metodi perché sa anche lui che non vanno più bene per i corridori di oggi. Ma secondo me sa ancora tirare fuori il meglio dai corridori.

Che tipo di ciclismo ha ritrovato Vincenzo Galati a distanza di tanto tempo?

E’ cambiato parecchio naturalmente. Stanno bruciando le tappe col rischio che alla fine si brucia soltanto il ragazzo. Adesso c’è troppo stress attorno a questi ragazzi. Ho sposato il progetto del nuovo Onec Team perché vogliamo insegnare un ciclismo vecchio stampo, con dei valori. E’ un programma a medio-lungo termine. Abbiamo gettato le basi. Ci vorrà pazienza però siamo convinti di raccogliere risultati e soddisfazioni.

Riunione tecnica e pranzo. Locatelli con i suoi ragazzi durante un pre-gara
Riunione tecnica e pranzo. Locatelli con i suoi ragazzi durante un pre-gara
E’ una scelta anacronistica visto il ciclismo giovanile attuale. In cosa consiste?

Sì, è vero, ma siamo una squadra piccola. Ad oggi il nostro budget non ci permette di avvalerci di figure specifiche fisse come nutrizionista o biomeccanici o altre ancora. Non è detto che non possa succedere in futuro, però vogliamo far capire ai ragazzi che si può fare ciclismo anche in questo modo. Quantomeno nella nostra zona. Poi vogliamo che i nostri atleti crescano sotto il profilo umano. Per noi è importante che vadano bene con lo studio perché gli tornerà utile nella vita. Ci teniamo che sappiano fare aggregazione fra loro. Il ciclismo ha anche un valore sociale. Ti tiene lontano dalle cattive compagnie e ti fa crescere nelle relazioni con le altre persone.

Il complotto ci fu: Pantani aveva ragione

11.01.2023
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Stavamo mangiando la pizza con Vallanzasca nella fioreria di Antonella, la compagna che di lì a poco ne sarebbe diventata moglie. L’idea era venuta a Tonina, nell’estenuante ricerca di verità per suo figlio Marco Pantani, morto ammazzato nel residence di Rimini. Eravamo in giro per la presentazione del libro e il passaggio milanese fu l’occasione perfetta.

Il discorso approdò finalmente alla soffiata in carcere, affinché scommettesse che Pantani non avrebbe vinto il Giro del 1999. C’era il dubbio che fosse una boutade, inserita da Vallanzasca nel suo libro per fare cassetta. Tuttavia, quando ci puntò gli occhi gelidi negli occhi e aprì bocca, i dubbi se ne andarono.

«Se sapeste com’è la vita nelle carceri – disse Vallanzasca a bassa voce, con tono fermissimo – sapreste anche che là dentro a uno come me non si raccontano bugie. E se qualcuno mi disse di fare quella scommessa, che poi non feci, era certo che fosse una buona scommessa. Pantani il Giro non lo avrebbe finito».

Nel giro di pochi mesi, i titoli osannanti virarono verso il linciaggio senza la minima concessione del dubbio
Nel giro di pochi mesi, i titoli osannanti virarono verso il linciaggio senza la minima concessione del dubbio

“Violazioni diverse e gravi”

Fu una conferma. A Campiglio era successo qualcosa di poco chiaro, ma nessuno in quei giorni ritenne di ascoltare Pantani e di dargli fiducia dopo il tanto di bello che aveva donato loro. Nessuno. Zero. Decisero che fosse colpevole. Condannato a mezzo stampa sulla base di un controllo inaffidabile ed eseguito in modo improprio. Perché?

«Grazie all’attività istruttoria compiuta dalla Commissione antimafia ed in particolare dal Comitato coordinato dal Senatore Endrizzi, è stato accertato che numerose anomalie contrassegnarono la vicenda che portò all’esclusione dell’atleta Marco Pantani dal Giro d’Italia a Madonna di Campiglio, il 5 giugno 1999: diverse e gravi furono le violazioni alle regole stabilite affinché i controlli eseguiti sui corridori fossero genuini e il più possibile esenti dal rischio di alterazioni», lo afferma in una nota il Presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra nel presentare il nuovo lavoro appena pubblicato. 

Nicola Morra è il Presidente della Commissione antimafia (foto Fanpage)
Nicola Morra è il Presidente della Commissione antimafia (foto Fanpage)

Quel filo rosso

A forza di insistere, Tonina c’è arrivata. La sua voce è stata affiancata da quella dei media più potenti che hanno sempre creduto in Marco, con Davide De Zan in testa e Le Iene come sponda. La commissione Antimafia non ha fatto altro che mettere in fila tutti gli elementi che a più riprese avevamo già raccontato. E il quadro di colpo si è fatto chiaro anche agli occhi di chi aveva abboccato alle tesi opposte.

La relazione è composta da 48 pagine, prive di elementi di novità. Solo che vedere tutto insieme fa un certo effetto. Vi si parla di Campiglio e di Rimini e, come detto centomila volte, non si esclude più a priori che i due luoghi siano in qualche modo uniti. Quando con Tonina si girava per l’Italia raccontando la storia di Marco, non essendo uomo di spettacolo, ricorrevo sempre allo stesso incipit. Chi c’è capitato magari lo ricorda. «C’è una sottile linea rossa – dicevo – che unisce Rimini a Madonna di Campiglio…».

A Madonna di Campiglio l’ultima vittoria di Pantani nel Giro del 1999
A Madonna di Campiglio l’ultima vittoria di Pantani nel Giro del 1999

Gli orari corretti

La relazione, stampata su carta intestata del Senato, quella linea rossa la mostra. E anche se è tardi per ridarci Marco e sarà impossibile rendergli quel Giro – semplicemente perché lui quel Giro non l’ha concluso – è il modo per aprire gli occhi e rendersi conto che il suo annaspare per tornare a galla era dettato non già da un delirio, ma dall’impotenza del condannato a morte per un fatto che non ha commesso.

«Nell’effettuare i controlli sugli atleti a Madonna di Campiglio – si legge – non venne rispettato il Protocollo siglato dall’UCI con l’ospedale incaricato di eseguirli. In particolare, dal lavoro della Commissione, è emerso che nell’apporre l’etichetta sulla provetta che conteneva il campione ematico di Marco Pantani non vennero seguite le regole imposte per garantirne l’anonimato, essendo presenti altri soggetti, diversi dall’ispettore dell’UCI che avrebbe dovuto essere l’unico a conoscere il numero che contrassegnava la provetta. 

«Contrariamente a quanto affermato in sede giudiziaria, l’ipotesi della manomissione del campione ematico, oltre che fornire una valida spiegazione scientifica agli esiti degli esami ematologici, risulta compatibile con il dato temporale accertato dall’inchiesta della Commissione: collocando correttamente l’orario del prelievo a Marco Pantani alle ore 7,46, quindi più di un’ora prima rispetto a quanto sino ad oggi ritenuto, risulta possibile un intervento di manipolazione della provetta.

«Tale ipotesi – prosegue Morra – è inoltre ancor più plausibile alla luce delle informazioni fornite da Renato Vallanzasca – confermate dagli altri elementi acquisiti dall’organismo di inchiesta parlamentare – che rivelano i forti interessi della camorra sull’evento sportivo, oggetto di scommesse clandestine, e l’intervento della stessa per ribaltarne il risultato tramite l’esclusione di Marco Pantani, del quale era ormai pressoché certa la vittoria». 

Ai funerali di Marco a Cesenatico, la grande prova dell’amore dei suoi tifosi
Ai funerali di Marco a Cesenatico, la grande prova dell’amore dei suoi tifosi

Superficiali e frettolosi

Dissero che non ci sarebbe stato il tempo per manomettere la provetta, invece il tempo c’era, eccome. E allo stesso modo in cui non rispettarono i protocolli a Madonna di Campiglio, l’operato degli investigatori a Rimini risultò altrettanto superficiale e inspiegabilmente frettoloso. Lo scrivemmo. Lo dicemmo. Ma se ne fecero ugualmente un baffo.

«Diverse – dice la relazione – sono le scelte e i comportamenti posti in essere dagli inquirenti che appaiono discutibili. Innanzitutto, la frettolosa conclusione che la morte di Marco Pantani fosse accidentale o addirittura conseguenza di un suicidio, cui si pervenne anche sul presupposto che egli fosse rimasto isolato per diversi giorni fino a quello della sua morte, con la conseguente esclusione di responsabilità di terzi».

«Resta aperto l’interrogativo – si legge – che da anni la famiglia del corridore pone: è davvero certo che Marco Pantani sia morto per assunzione volontaria o accidentale di dosi letali di cocaina, connessa all’assunzione anche di psicofarmaci? 

«Gli elementi emersi dall’istruttoria svolta da questa Commissione parlamentare consentono di affermare che una diversa ricostruzione delle cause della morte dell’atleta non costituisca una “mera possibilità astratta che possa essere ipotizzata in letteratura e in articoli di cronaca giornalistica” e devono indurre chi indaga a scrutare ogni aspetto della vicenda senza tralasciare l’eventualità che non tutto sia stato doverosamente approfondito, ricercandone, eventualmente le ragioni».

A Marco, scrivemmo anni fa, negarono la fiducia anche nel momento della morte. Le intercettazioni telefoniche fra i pentiti di camorra aggiungono elementi a un quadro già chiaro. Ogni tentativo di deviare, insabbiare, raccontare il falso come fosse vero fu l’ennesima coltellata.

Marco riposa nella tomba di famiglia, meta di tifosi che in lui hanno sempre creduto
Marco riposa nella tomba di famiglia, meta di tifosi che in lui hanno sempre creduto

La dea bendata

Lo stesso schema, a Campiglio come a Rimini: la stessa vittima, un quadro probatorio confuso e reso ancor più illegibile dalla negligenza o dalla complicità di chi avrebbe dovuto fare chiarezza, il sostegno a senso unico di certa stampa e la condanna popolare dettata dalla disinformazione.

La storia di Marco Pantani dal 5 giugno 1999 al 14 febbraio del 2004 fu soprattutto questo, in un Paese popolato da ombre e fantasmi, che dopo 40 ann riapre il caso di Emanuela Orlandi. Anche nel suo caso domina la sensazione che ci sia in giro chi conosce la verità e finora è rimasto accucciato all’ombra di chi ha avuto convenienza nel proteggerlo.

Per chi ci ha sempre creduto, questa storia sarà per sempre causa di una rabbia che non passa. Ci consola il fatto che in un modo o nell’altro, tutto questo sarà servito per restituire a Marco la sua dignità e a Tonina un po’ di pace.

«La Procura di Rimini – conclude la relazione – ha riaperto le indagini; auspichiamo che anche per quanto riguarda i fatti di Madonna di Campiglio si voglia e si possa andare in fondo, qualunque sia lo scenario che verrà a dipanarsi e chiunque sia coinvolto. Perché la Giustizia sia, come nelle immagini che la rappresentano, una dea bendata capace di assolvere al suo compito, chiunque abbia di fronte». 

Lanfranchi racconta Briancon, il Pirata e i giovani

18.12.2022
5 min
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«Quella tappa del Giro d’Italia (la Saluzzo-Briancon del 2000, ndr) rimane la ciliegina sulla torta della mia carriera, non capita tutti i giorni di lasciarsi alle spalle Pantani e Simoni». A raccontare l’aneddoto è Paolo Lanfranchi, che parlando di quel giorno fa una lieve risata e continua: «Anche la Gazzetta dello Sport titolò “Il coraggioso sbagliato nel giorno sbagliato”. La tappa successiva, la Torino-Milano, fu lo stesso Pantani che venne a congratularsi con me».

Lanfranchi (a sinistra) ha passato tanti anni accanto ai giovani, parlando ed insegnando ciclismo
Lanfranchi (a sinistra) ha passato tanti anni accanto ai giovani, parlando ed insegnando ciclismo

La ciliegina sulla torta

Il cielo sopra Milano, nella tarda mattinata di venerdì, è plumbeo e pesante, carico di pioggia che non si decide a venir giù. Paolo Lanfranchi si trova fermo in coda sulla tangenziale, tra meteo e traffico è facile far scivolare la mente verso ricordi più caldi

«Marco ed io – riprende Lanfranchi – nonostante non avessimo mai corso insieme ci volevamo bene, eravamo amici. Negli anni della Mercatone Uno ha provato a portarmi da lui, parlai anche con Magrini ma non se ne fece nulla. Pantani aveva un unico difetto, era troppo sensibile. Quel giorno, 2 giugno 2000, c’erano in programma Colle dell’Agnello e Izoard. Ebbi la fortuna di entrare in una fuga di trenta corridori che arrivò a guadagnare un bel po’ di minuti. Ci ripresero nella scalata dell’Izoard, lì Tonkov si staccò e io lo aspettai (i due erano compagni di squadra alla Mapei, ndr). Sapevo che nella discesa verso Briancon sarebbe stato fondamentale rientrare il prima possibile e così fu.

«ho rivisto quella gara proprio qualche giorno fa – confessa – e ho rivisto un dettaglio che negli anni avevo quasi dimenticato. Appena rientrati sul gruppetto di Pantani e Simoni, Tonkov mi fece un cenno ed io andai avanti per tirare. Gli altri, invece di seguirmi, mi lasciarono un paio di metri così continuai, la mia fortuna fu che dietro si guardarono e io riuscì a vincere».

La passione per la bici

Una volta smesso di andare in bici, Lanfranchi, ha iniziato a seguire qualche squadra juniores delle sue zone. Lui è di Gazzaniga, in provincia di Bergamo, una terra che dal ciclismo ha preso e dato tanto.

«Ho cominciato grazie ad un amico, all’inizio non ero sicuro di voler prendere un impegno simile, sapevo sarebbe diventato importante. Da qualche anno, a causa del lavoro, non lo faccio più, ma ora che sono vicino all’età pensionabile sto pensando di ritornare. Non ho mai smesso di amare la bici, è la mia vita. Sono entrato anche nel comitato tappe per Bergamo, e quest’anno il Giro arriverà proprio qui da noi. Insomma il mondo della bici mi ha dato tanto e mi piace l’idea di restituire qualcosa».

L’esasperazione per la categoria juniores non permette una maturazione completa (photors.it)
L’esasperazione per la categoria juniores non permette una maturazione completa (photors.it)

I ragazzini

La categoria juniores è da tempo al centro di tante discussioni: l’età media dei corridori professionisti si abbassa e molte squadre vengono qui a cercare i campioni del futuro. 

«Ormai si sta esasperando la categoria – dice con un tono serio Paolo – viene presa alla pari del dilettantismo. A mio modo di vedere il passaggio tra i professionisti di ragazzi così giovani non è corretto, ma questo è il meccanismo, e se non fai così rischi di rimanere escluso. E’ un’età in cui si deve imparare ancora molto, io ho sempre consigliato di fare doppia attività: ciclocross o pista. Però se ti trovi i ragazzi, o meglio i diesse, che sono impuntati sulla strada fai fatica ad emergere perché estremizzano già tutto. Gli anni da junior devono essere quelli dell’apprendimento, i ragazzi devono sbagliare e poter imparare da quell’errore. Io mi sono arrabbiato di più per gare vinte correndo male che per sconfitte arrivate dopo buone prestazioni».

Uno dei punti di forza di Consonni è stata l’umiltà, una caratteristica trasmessa dalla famiglia
Uno dei punti di forza di Consonni è stata l’umiltà, una caratteristica trasmessa dalla famiglia

I Genitori

«Il problema tra gli juniores – racconta – sono anche i genitori, non tutti ovviamente, ma molti non riescono a capire il proprio ruolo. I ragazzi non sono ancora maggiorenni, quindi non hanno la patente e devono essere accompagnati. Avere i genitori così presenti non è sempre un bene, i ragazzini a quell’età hanno bisogno anche di un po’ di indipendenza. Guardate che ci sono anche i genitori dietro i passaggi prematuri tra i professionisti, non sempre, ovvio, ma spesso sì. Molti ragazzi accantonano la scuola per andare in bici, ed i genitori glielo permettono, anzi a volte sono proprio loro a dirglielo. Ci sono anche delle realtà molto belle, nelle quali ho lavorato, dove si è creato un bel gruppo coeso di persone».

Secondo Lanfranchi, Consonni non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità su strada
Secondo Lanfranchi, Consonni non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità su strada

Si parla di Consonni

Nel parlare con Lanfranchi emergono due nomi importanti: quello di Rota e Consonni. I due corridori, entrambi bergamaschi, sono passati sotto il suo occhio vigile proprio quando erano juniores. 

«Il percorso migliore per arrivare professionista lo ha fatto Consonni – ci spiega Lanfranchi – lui aveva quel qualcosa in più, lo vedevi. La sua fortuna è stata di essere davvero un ragazzo umile e con la testa sulle spalle. E’ una caratteristica di famiglia, suo padre non lo ha mai esaltato o montato. Simone quando correva da junior era un leader silenzioso, mai una parola fuori posto. In più nonostante fosse forte non disdegnava di mettersi a disposizione dei compagni, gli volevano bene tutti. E lui era il primo ad essere felice per una vittoria di un compagno. Quando lavori per gli altri loro lo fanno per te, si tratta di dare e avere. A mio modo di vedere, su strada, non ha ancora espresso a pieno il suo potenziale».

Per Rota un passaggio prematuro tra i pro’ stava per frenarne la carriera
Per Rota un passaggio prematuro tra i pro’ stava per frenarne la carriera

Invece Rota…

«Lorenzo – riprende a raccontare – ha rischiato quasi di smettere. E’ passato professionista nel 2016, dopo due stagioni da under: una alla Mg.K Vis ed l’altra alla Trevigiani. Dopo quattro anni difficili era lì lì per smettere e se Scinto non gli avesse dato l’occasione per riscattarsi, avremmo perso un bel corridore. Ora è cresciuto molto ciclisticamente, ma sta ancora imparando. Avrebbe potuto e dovuto farlo prima».

EDITORIALE / Da Pantani a Colbrelli, le salite e le discese

03.10.2022
6 min
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All’imbrunire di sabato scorso, Vallo della Lucania, paesone di 9 mila anime nel cuore del Parco del Cilento, ha voluto ricordare la figura di Marco Pantani nel quadro della rassegna Volumi, Spazio ai libri. Una chiamata inattesa, soprattutto perché il libro in questione – Era mio figlio, firmato dal sottoscritto assieme a Tonina Pantani – ha già qualche anno sulle spalle.

Dopo aver scoperto che della zona cilentana ha remote origini anche Elisa Balsamo, fra gli aspetti più curiosi dell’incontro, durato circa un’ora, la presenza in prima fila di Ferdinando: un ragazzino di 11 anni che ha seguito tutta la rassegna, divorando libri e intervenendo a ogni presentazione.

La storia di Marco

Fra gli aspetti legati alla figura di Marco, quelli che più hanno interessato vertevano sul suo carattere, le origini della sua grinta, che cosa rappresentasse per lui la bicicletta, in che modo i tifosi gli siano restati accanto dopo Madonna di Campiglio, perché il sistema di politica e stampa l’abbia attaccato in modo così compatto e perché da un certo punto in poi si sia chiuso in se stesso.

E’ stato come ripercorrere 12 anni di storia, raccontando episodi e aneddoti che magari un tempo erano più vivi nella memoria. Mentre oggi, a 18 anni dalla sua morte, galleggiano in un passato di sentito dire e tinte sfocate. Il ragazzino in prima fila non ha perso una battuta, al pari di alcune donne colpite dal racconto e dall’emozione difficile da ricacciare giù, che in certi passaggi – oggi come allora – riaffiora al solo parlarne.

Le scazzottate nel giardino della scuola per difendere i più deboli. Quella volta che a 14 anni tornò tardi da un giro in bici, raccontando di essere arrivato in un punto lontanissimo. La bici come mezzo per emanciparsi. Quel fuoco dentro che appartiene solo ai più grandi. Gli striscioni del Giro che ancora oggi parlano per lui. E poi la violenza degli attacchi di stampa e le 8 procure alle calcagna. Un uomo da solo contro un sistema che aveva deciso di non perdonargli nulla. L’inchiesta sulla morte condotta con superficialità. Le battaglie di sua madre Tonina. In quei minuti è stato come se la ferita chiusa da anni avesse ripreso a sanguinare negli occhi lucidi di alcuni che annuivano e ricordavano. Mentre Ferdinando fissava e stava zitto. 

I tifosi non hanno mai rinnegato Pantani, per contro gli hater non sono mai mancati
I tifosi non hanno mai rinnegato Pantani, per contro gli hater non sono mai mancati

Pantani e i social

Poi a un certo punto la domanda di Antonio Pesca, organizzatore della rassegna e nella circostanza moderatore dell’incontro, ha fatto sorgere una riflessione. Ha chiesto qualcosa sulla differenza fra il Pantani esuberante sulla bici e l’uomo chiuso e poco comunicatore nella vita di tutti i giorni. E in quel momento abbiamo realizzato che Marco, le sue imprese e poi le sue disgrazie appartengono all’epoca prima dei social. Così mentre da un lato è stato immediato sottolineare che Pantani fosse in realtà un comunicatore efficace e per nulla banale, capace di dare il titolo ogni volta che esprimeva un concetto, dall’altra è venuto da farsi qualche domanda. Che cosa sarebbe successo se Madonna di Campiglio fosse avvenuta oggi? Marco avrebbe avuto chiaramente un mare di follower e questi come avrebbero reagito? E i detrattori, invece?

L’esempio di Colbrelli

Qualche giorno fa, abbiamo pubblicato un’intervista di Filippo Lorenzon a Sonny Colbrelli, per farci spiegare come si faccia a battere Evenepoel quando parte nelle sue fughe. Il pezzo era ben fatto e ha scatenato il dibattito sui social. Ma la cosa più sorprendente è stata che fra gli oltre 400 commenti su Facebook, se da una parte c’era chi riconosceva che l’unico modo per Sonny di battere Remco agli europei di Trento del 2021 fosse proprio stargli attaccato a ruota per poi batterlo in volata, dall’altra si sono levate bordate di insulti. Parole offensive, che hanno colpito Colbrelli per il suo modo di correre e hanno adombrato legami fra quella corsa e la sua attuale salute. Sonny ha letto. Un po’ ha commentato, poi ha smesso di farlo. Ragazzi, siete seri? 

L’accoglienza di Bruxelles per Evenepoel. Quando Pantani vinse il Tour, a Cesenatico c’era la stessa folla
L’accoglienza di Bruxelles per Evenepoel. Quando Pantani vinse il Tour, a Cesenatico c’era la stessa folla

Ferdinando, 11 anni

Alla fine del dibattito, coinvolto un po’ per scherzo e un po’ per metterlo alla prova, il piccolo Ferdinando ha preso il microfono e dopo una lunga pausa cercando le parole e intanto guardando la copertina che ritrae Marco a 14 anni, ha tirato fuori la morale suggerita dai suoi 11 anni.

«Non conoscevo questa storia – ha detto – e mi ha molto incuriosito. Leggerò questo libro. La morale che se ne può tirare fuori è doppia. La prima, visto quello che la bicicletta rappresentava per Pantani, è che volendo si può fare tutto. La seconda è che si può aver faticato tanto nella vita ed essere saliti molto in alto con il proprio lavoro, ma basta davvero poco per essere buttati giù».

La storia si ripete, basta guardare (in piccolo) il rumore attorno a Ganna dopo il mondiale andato storto, oppure quello che si diceva contro Evenepoel dopo le sconfitte dello scorso anno. La storia di Pantani è più attuale di quello che sembri. Parla di un uomo che ebbe l’ardire di opporsi al sistema dell’antidoping inteso come strumento di potere, all’arroganza di una Federazione che aveva venduto i suoi atleti in nome di altri interessi, al dominio dei grandi sponsor e degli squadroni. Lui l’ha pagata. Forse per questo oggi i corridori stanno nel loro mondo ed evitano di uscirne per sortite inopportune. L’esempio di chi s’è fatto male prima di loro basta e avanza.

Lungomare Bike Hotel, una settimana all’insegna del Pirata

13.09.2022
5 min
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La Pantani Week è una settimana che va dal 16 al 22 settembre, dedicata al ricordo di Marco Pantani. Un momento dove il Lungomare Bike Hotel convoglia risorse, itinerari e guide nel ripercorrere ciò che ha rappresentato il campione romagnolo per il popolo di Cesenatico e della Romagna in generale. Il periodo racchiude anche il Memorial Pantani, gara pro’ in programma il 17 settembre. 

La struttura propone giri accompagnati dalle sue guide sulle salite iconiche dove si allenava Pantani, il Carpegna, il Cippo ma anche momenti di pellegrinaggio al museo a lui dedicato e ai luoghi dove la quotidianità di quegli anni di festa erano soliti consumarsi, come la piadineria di mamma Tonina e la casa dove è cresciuto. Per l’occasione ciclisti da tutto il mondo accorrono curiosi e vogliosi di ripercorrere quelle strade. 

Il ricordo passa anche da luoghi dove il ricordo del Pirata rimane indelebile
Il ricordo passa anche da luoghi dove il ricordo del Pirata rimane indelebile

Sette giorni per Marco

Giorni all’insegna delle due ruote, quale modo migliore per omaggiarlo, che si snodano ripercorrendo le strade e le salite più rappresentative.

«La settimana scelta – dice la titolare della struttura Silvia Pasolini – è quella in concomitanza con il Memorial Marco Pantani, la gara dedicata ai professionisti. E’ un periodo importante, è a un mese e mezzo dalla chiusura dell’albergo, ma è un periodo ancora caldo perché ci sono ancora tanti ciclisti molto appassionati che vengono da tutto il mondo. 

«L’abbiamo chiamata così perchè ricorre durante la corsa dei professionisti, e fino alla pandemia era in concomitanza anche con la gran fondo che purtroppo non viene più organizzata, sulla quale però si sta cercando di capire se ci sia modo di rilanciarla.».

Le guide sono pronte a fare scoprire le salite e le strade dove si allenava Marco
Le guide sono pronte a fare scoprire le salite e le strade dove si allenava Marco

Legame indissolubile

Parlando con Silvia Pasolini si carpisce che per Lungomare Bike Hotel il legame con Pantani vada oltre il semplice ricordo.

«Siamo strettamente legati alla memoria di Marco. Abbiamo sempre avuto un legame con la famiglia – prosegue – siamo sempre stati vicini di casa. Tonina ha lavorato da noi prima che mettesse su il chiosco della piadina, abbiamo collaborato per l’organizzazione delle GF. E’ un legame stretto e intimo a cui vogliamo rendere omaggio ogni anno. Non a caso anche la Bike Room è dedicata al Pirata, si chiama infatti “Marco Pantani”

«Vogliamo mantenere un ricordo affettivo perchè sono stati anni meravigliosi anche per quello che ha regalato a Cesenatico. Abbiamo voluto commemorarlo con una settimana dedicata a lui rivolta ai nostri ospiti. Il miglior modo è farlo in bici, infatti i giri organizzati per quella settimana sono le strade su cui amava allenarsi. Un aneddoto, l’anno che ha vinto il Tour de France e ci fu la grande festa di Cesenatico, io e mia sorella siamo andate a distribuire magliette, piadine e bandane insieme alla sua famiglia.

«Una festa meravigliosa, non so se ne accadranno di questo tipo nella mia vita. Marco aveva un anno in meno di me. La Manola, sua sorella ne avevo uno in più e siamo cresciuti insieme. Tutt’ora siamo molto legati con la famiglia Pantani, al netto del fatto che lavoriamo con il ciclismo».

Gli itinerari si snodano sulle strade romagnole con tappe iconiche come quelle sul lungomare
Gli itinerari si snodano sulle strade romagnole con tappe iconiche come quelle sul lungomare

In sella sulle strade del Panta

Il Lungomare Bike Hotel non si limita a dare un nome ad un’iniziativa solamente per creare attività. Bensì il ricordo passa dalle due ruote solcando strade e paesaggi cari a Marco.

«Sono itinerari che facciamo tutto l’anno, ma in particolare in quel periodo assumono tutto un altro significato. Si va al Carpegna, si va al Cippo e in tante strade della Romagna. Dopodiché ci sono un susseguirsi di attività per onorarlo e ricordarlo a dovere, si va al Museo, al cimitero, si va a visitare il monumento, si passa davanti a casa sua. E’ un modo per tenere vivi quei fantastici anni, non vuole essere un rimpianto ma un ringraziamento.

«Quando diciamo che li accompagniamo, lo facciamo in bicicletta. Le nostre guide saranno a completa disposizione dei ciclisti. Il ricordo pedalando assume tutto un altro significato. Ovviamente abbiamo pensato anche a chi accompagna e non pedala, in quel caso abbiamo il minivan per far vivere questa esperienza anche a loro. Poi magari ci troviamo tutti insieme a mangiare una piadina nel chiosco di Manola Pantani che si trova vicino alla nostra struttura. Ma anche al chiosco di Tonina, dove lavorava la sua mamma e la sua ragazza, che è vicino alla casa dove abitavano da bambini».

Memorial Marco Pantani

Il 17 settembre andrà in scena la corsa a lui dedicata, il Memorial Marco Pantani. Una corsa che da anni onora le strade e la memoria del campione romagnolo. Il Lungomare Bike Hotel è protagonista anche in questa occasione regalando agli ospiti della struttura un soggiorno condiviso con squadre importanti del panorama professionistico. 

«Ogni anno abbiamo squadre diverse – spiega Silvia – ci sono squadre che tornano. Anche se non decidono le squadre dove soggiornare però abbiamo team che chiedono espressamente di noi perché si crea un legame forte. Apprezzano molto il menù dedicato ai ciclisti e l’organizzazione a misura di bici, tant’è vero che alcune squadre vedendo la Bike Room e la nostra proposta gastronomica chiedono espressamente di noi».

LungomareBikeHotel

Chiodini, Pantani, Gregoire e la maledizione del Tour

18.08.2022
7 min
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«Il problema dei francesi – dice Chiodini – è il Tour de France. La sera dopo la prima corsa coi professionisti, per Gregoire è arrivata la troupe dell’Equipe TV a chiedergli quando vincerà la maglia gialla. Era U23 da appena due mesi, insomma. L’anno scorso era junior. Per fortuna in squadra li trattano da ragazzini e gli permettono di fare gli errori più utili…».

Anche quest’anno, Stefano Chiodini ha fatto le sue 90 giornate da massaggiatore con la Groupama-FDJ. Dopo averne parlato martedì con Jacopo Guarnieri, torniamo a sbirciare in casa dello squadrone francese. La stagione di “Chiodo” si concluderà infatti al Piccolo Giro di Lombardia e per allora avrà raggiunto quota 100. Finora ha fatto 60 giorni con la squadra WorldTour e 30 con la Continental (in apertura è con Gregoire e Watson dopo la vittoria nell’ultima tappa del Giro U23).

Chiodini è un modenese del 1967, ha due figli in Francia ed è uno che non lo vedi, perché gli piace stare dietro le quinte. La squadra lo ha investito della responsabilità della logistica al Giro d’Italia, per fare gli hotel. E lui ha gestito le 32 persone del team per la corsa italiana, pur senza fare salti di gioia. Però intanto ha chiuso la partita Iva, perché il team francese gli fa ogni volta un contratto regolare e versa i contributi.

Lavora alla Groupama FDJ dal 2020, qui con Demare
Lavora alla Groupama FDJ dal 2020, qui con Demare

Stefano l’abbiamo conosciuto in un’epoca precedente, quando correva al fianco di Pantani. C’era anche lui nel 1992 nella squadra dell’Emilia Romagna che conquistò il Giro d’Italia. Poi gli rimase accanto, chiamato dallo stesso Marco. Così, se da una parte lo abbiamo raggiunto per capire bene come vadano le cose nella continental della squadra francese, dall’altra i ricordi comuni fanno fatica a non affiorare.

Quanto sei stato con Marco?

Nel 1991 eravamo assieme alla Giacobazzi, ma non mi piaceva l’ambiente e cambiai squadra. Nel 1992 feci il Giro con lui e mi sacrificai. Vincere una tappa poteva significare passare professionisti, non tutti erano disposti a rinunciare. Poi l’ho seguito nel 1996, l’anno alla Carrera dopo l’incidente. Andavo a massaggiarlo a casa nel periodo degli allenamenti. Nel 2000 invece mi chiamò lui, perché voleva una persona che controllasse quel che mangiava e beveva. Feci con lui il Tour, quello delle ultime vittorie. Infine fummo insieme nel 2001, ma grazie a che gestiva la squadra feci con Marco solo la Vuelta Castilla y Leon. Il primo giorno mi licenziò, perché gli dissi in faccia quello che pensavo. Il secondo giorno mi riprese: «Chiodo, mi confessò, ormai nessuno mi dice più la verità». Non era più Marco, vedere le foto di quegli anni mi fa ancora male.

Torniamo al presente, come sei arrivato alla Groupama?

Li conobbi nel 2020. Il team manager è lo stesso Blatter che aveva in mano la BMC Development, affiancato da Marc e Yvon Madiot. Loro hanno spinto forte per diventare una continental di riferimento mondiale. Al ritiro dello scorso inverno venne Madiot. Spiegò l’origine del budget e disse quali sono i due punti chiave della squadra: no doping e il fatto che sarebbero passati tutti nella WorldTour. Pensavamo che scherzasse, invece è quello che ha fatto.

Che tipo di ambiente vedi?

I corridori devono vivere tutti a Besancon, con i preparatori che escono dall’Università della città. Sono tutti giovani, il più anziano avrà 35 anni. E all’inizio dell’anno, proprio gli allenatori dicevano che abbiamo la squadra più forte del mondo. Parlavano di Gregoire, Martinez, Thompson e Watson. Facevi fatica a stargli dietro, ma si è avverato tutto. Non è come in Italia.

Com’è in Italia?

Vedo le squadre continental. Ti pagano, ti danno il ritiro con la donna che cucina e fa le pulizie. Hanno tutto, i nostri sono un po’ viziati. A Besancon invece gli danno 1.200 euro al mese, ne pagano 400 di affitto e si comprano e fanno loro da mangiare. Gli danno il top per correre e lo vedi che hanno voglia di venire alle corse, perché è come entrare in una dimensione in cui qualcuno fa tutto per te. Poi ti dicono grazie e li vedi che sono più maturi e non hanno paura.

Paura?

Una volta c’erano i vecchi e i giovani avevano timore reverenziale. Questi sanno cosa valgono e non tremano. Sono abituati a stare in ritiro con 5 massaggiatori per 13 corridori. Al Giro d’Italia U23 c’era uno staff di 8 persone per 5 corridori. Gli abbiamo creato attorno un gruppo con zero tensioni. Ricordo quando feci il Giro Bio con il Team Brilla di Trentin ero il solo massaggiatore con 6 corridori.

Al Giro ha lavorato anche con il mitico Nakano Yoshifumi, massaggiatore giapponese
Al Giro ha lavorato anche con il mitico Nakano Yoshifumi, massaggiatore giapponese
All’inizio hai parlato di Gregoire…

Venne a fare la Faun Ardeche Classic e poi la Drome Ardeche, vinta da Vingegaard. Se non gli saltava la catena, finiva con Ulissi nei primi 15. E di fatto era uno junior al debutto tra i pro’. E proprio quella sera arrivarono i giornalisti de L’Equipe.

Hai parlato anche degli errori necessari.

Al Giro d’Italia U23 li hanno fatti proprio tutti. Io non sono presente alle riunioni tattiche, ma quello che hanno fatto nel giorno del Mortirolo mi ha ricordato quando eravamo al Giro del Friuli col “Panta”, contro Simoni. Sapevamo che sulla salita finale ci avrebbe staccati e così andammo all’attacco sulla prima salita, a 100 chilometri dall’arrivo. Anche loro hanno 19 anni e non hanno paura di niente. E per le corse italiane hanno rispetto.

Cioè?

Li sento parlare e per loro l’Italia è la culla del ciclismo. Al Giro guardavano l’albo d’oro e si meravigliavano dei grandi nomi che leggevano. Più di quanto accada con i nostri. Prima del Giro del Belvedere, massaggiavo Gregoire che aveva vinto da poco la Liegi. Voleva vincere e il giorno dopo hanno distrutto tutti. Alla vigilia del Recioto, disse che voleva vincere ancora. Provai a dirgli di lasciare spazio a un compagno, invece ha vinto anche quella. Nonostante le squadre italiane avessero cambiato corridori e avessero uomini più freschi.

Con Gregoire nei giorni della doppietta Belvedere-Recioto
Con Gregoire nei giorni della doppietta Belvedere-Recioto
Sono tutti forti allo stesso modo?

Gregoire è quello con più talento, ma deve anche capire se nei Giri va forte come nelle classiche. Martinez è il più ragazzino, ma ha cresciuto suo fratello da solo dopo che il padre andò via di casa. Watson è un fenomeno e secondo me è quello che si adatterà meglio al professionismo. Nell’ultima tappa del Giro decisero di voler vincere e vinsero.

Nel giorno del Mortirolo hanno combinato un bel casino…

Volevano vincere il Giro e c’erano tre leader: Gregoire, Martinez e Thompson, che l’anno prima aveva vinto il Val d’Aosta. Fra loro si rispettano e l’accordo era di non corrersi contro, per cui il primo che fosse partito sarebbe stato protetto. Quel giorno Martinez ha attaccato prima di tutti. Conosceva le salite per esserci stato in ritiro e ha fatto capire chiaramente che lui non avrebbe lavorato per gli altri. Gregoire è partito da dietro per riprenderlo, sembrava di essere in un cartone animato. Fra tutti loro, il più maturo per me è Watson.

Come vengono gestiti?

Il direttore sportivo non è carismatico come alcuni italiani. Però lavorano dalla base, non si concentrano sulle punte. Germani e come lui Palleni sono buoni perché aiutano. In questa squadra sanno premiare anche chi non vince. Hanno un diverso modo di vedere le corse, non guardano solo i vincitori. Germani e Palleni sanno gestire il gruppo dall’interno e passeranno entrambi. Ti danno fiducia quando meno te lo aspetti.

Giro U23, Lenny Martinez stacca tutti sul Mortirolo: ha anticipato per avere la leadership (foto Isola Press)
Giro U23, Lenny Martinez stacca tutti sul Mortirolo: ha anticipato per avere la leadership (foto Isola Press)
Che cosa rappresenta per loro il Tour de France?

Lavorando anche con la WorldTour, ho il quadro piuttosto chiaro. Il Tour è un circo mediatico, per loro fondamentale. Il quarto posto di Gaudu è stato un bel risultato, ma non hanno vinto tappe e quindi non basta. La squadra ruota tutta sul Tour, per cui date per certo che ogni volta che Gregoire andrà in corsa, qualcuno gli chiederà della maglia gialla.

Non la vincono dal 1985…

Ma intanto il prossimo anno avranno cinque squadre WorldTour. Hanno capacità di gestire gli sponsor. Quando ho iniziato io, c’erano dieci squadre italiane al Tour, quest’anno nemmeno una. Questa è la Francia del ciclismo. E bisogna riconoscergli che non è per caso…

Nel silenzio del Carpegna, sotto il cielo del Pirata

14.07.2022
7 min
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Marche Outdoor propone varie soluzioni per gli amanti della bici da strada. Nella provincia di Pesaro Urbino ci sono tre anelli contigui per sbizzarrirsi a piacimento ma, oltre ad essi, nel portale web trova spazio anche la traccia della salita del Monte Carpegna. E noi abbiamo messo nel mirino proprio quella.

Carpegna vuol dire Pantani, non perché il Pirata vi abbia infiammato le folle, ma perché qui costruiva le sue imprese, scendendo da Cesenatico nei suoi allenamenti. Sentiamo che sarà una giornata particolare e che qualcosa succederà..

Via da Ca’ Virginia

Partiamo dal Ca’ Virginia, una country house nell’entroterra tra Pesaro e Urbino. Anticamente era un rustico padronale dei primi del ‘400, mentre ora è una pregiata sistemazione “amica” dei ciclisti. Giacomo Rossi, il titolare, è infatti un cicloamatore reduce dall’ultima Nove Colli e sarà lui a condurci in questo itinerario che lambisce il confine romagnolo.

Inforchiamo le bici sotto un cielo velato, a tratti plumbeo e la prima difficoltà che incontriamo è quella che porta a Sassocorvaro. Si costeggiano le paratie della diga che forma il Lago di Mercatale, si supera il livello dell’invaso e in pochi ma severi tornanti si arriva al paese che domina lo specchio d’acqua dall’alto. Alle nostre spalle si impone la Rocca Ubaldinesca, rinascimentale, soprannominata “Arca dell’Arte” perché durante la Seconda Guerra Mondiale custodì migliaia di capolavori di artisti del calibro di Raffaello, Tiziano, Piero della Francesca, Mantegna… per evitare che fossero trafugati dai nazisti in ritirata o distrutte dai bombardamenti alleati.

Il museo degli spaventapasseri

Riagganciamo i pedali, diamo una tirata di freni per controllare che sia tutto in ordine e ci ributtiamo in discesa per poi puntare al secondo borgo, stavolta arroccato in cima ad uno sperone roccioso. Il suo nome è Frontino, non è molto noto come meriterebbe, ma si fregia di essere nel circuito dei Borghi più belli d’Italia. E in effetti è un piccolo scrigno, dato che in un paio di vie ciottolate lunghe due centinaia di metri racchiude una torre dell’orologio completamente coperta da verdissima edera che lascia libero solo il quadrante con le lancette. C’è poi il museo degli spaventapasseri con i buffi manichini che sbucano da un porticato. Infine ospita il giardino intitolato a Giacomo Leopardi con tanto di busto del poeta portato in dono dalla cittadinanza di Recanati.

La salita è evidentemente dedicata a Pantani e al suo cielo
La salita è evidentemente dedicata a Pantani e al suo cielo

Destinazione Carpegna

Ma è tempo di riprendere il cammino. Ci avviciniamo di buon passo verso gli 800 metri del paese di Carpegna.

«Andrea vuoi due ciliegie?», chiede Giacomo che già si è fermato a bordo strada a saccheggiare l’albero. «Eccolo lì il Carpegna – dice – saliremo al Cippo dal versante est, quello classico».

Aggirato il seicentesco Palazzo dei Principi, iniziano ben presto i 6 chilometri al 10 per cento, tra faggi, querce e cerri. I primi due chilometri ce li prendiamo per studiare la salita, ma arrivati al tornante che mostra “il cielo del Pirata”, come indica la scritta sul muretto, ci rendiamo conto di dove siamo».

Andrea, vuoi un po’ di ciliegie? La stagione è quella giusta…
Andrea, vuoi un po’ di ciliegie? La stagione è quella giusta…

«E’ dura, d’accordo – prosegue – e ci affidiamo all’ultimo pignone. Ma nonostante ciò (o forse proprio per questo) nulla impedisce alla mente di vagare con l’immaginazione e vedertelo lì davanti a te. Pantani che si allena, sfuggire via sui pedali dietro uno dei ventidue tornanti, magari con la divisa rosa del Tour del 2000, oppure con quella classica gialla della Mercatone Uno, con la bandana o forse senza.

Una strada per pensare

«Questa è una salita da meditazione – dice Giacomo tra un respiro e l’altro – fra un po’ supereremo la sbarra che chiude il transito alle auto, la strada si restringerà ulteriormente e io spesso ci vengo apposta anche da solo. In autunno, poi, diventa un tappeto rosso».

Il Pirata romagnolo era solito allenarsi fin quassù
Il Pirata romagnolo era solito allenarsi fin quassù

Ha ragione, è una salita intima: per il suo fascino, per essere immersa nel bosco e dunque sempre all’ombra, per i suoi tornanti che si contorcono su di essa.

Nel silenzio più totale, alla nostra sinistra un piccolo ramo nel bosco si spezza e cade sull’erba. Poi una vocina sbuca dai faggi, taglia le fronde e arriva a noi.

«E’ sul Carpegna che ho preparato tante mie vittorie. Non ho bisogno, prima di un Giro o un Tour, di provare una ad una tutte le grandi salite. Una volta sola, se ricordo bene, sono andato a dare un’occhiata in anticipo al Mortirolo e al Montecampione. Ma in macchina. E non mi è servito neanche molto. Il Carpegna mi basta».

Anche Merckx brillò su questa salita nel 1973: un cartello lo ricorda
Anche Merckx brillò su questa salita nel 1973: un cartello lo ricorda

Una voce nel bosco

Giacomo, ma tu lo hai mai visto Pantani quassù? «Capitava a volte di vederlo sfrecciare in discesa davanti al bar di Carpegna. Oppure sai che faceva? Arrivava qui sopra al Passo Cantoniera, dal versante romagnolo. Li c’è la locanda “Il Mandriano” (dopo ti ci porto). D’inverno Marco… costringeva Roberto, il gestore di allora, a seguirlo con lo scooter per la discesa verso Carpegna che faremo anche noi. E poi di nuovo su per questa salita, in modo da essere più sicuro, in compagnia, soprattutto in questo tratto dove le macchine non passano. Ogni volta che Roberto lo racconta gli si inumidiscono gli occhi…».

L’acqua non manca. Qui ci si rinfresca prima della salita finale
L’acqua non manca. Qui ci si rinfresca prima della salita finale

Una pigna rotola giù lungo il ciglio della strada, la schiviamo con un supplemento di fatica e la voce del bosco si rifà viva: «Da Coppi in poi è una salita che ha fatto la storia del ciclismo e ogni tanto anche il Giro c’è passato. Io non le conto più le volte che l’ho fatta, allenandomi. Direte che sono un tradizionalista…».

Anche Pogacar

Ci ritroviamo d’istinto a forzare la mano, scattando in presa bassa sul manubrio, anche se per pochi metri. Ci sono cartelli che suddividono l’ascesa in tratti dai nomi evocativi. Ad esempio il settore “Fuga Merckx” misura 2 chilometri, ha una pendenza media del 12 per cento e massima del 18…

Al Cippo sembra quasi di sentir parlare Pantani: la sua storia è qui
Al Cippo sembra quasi di sentir parlare Pantani: la sua storia è qui

E oltre alle ruote di Pantani, Coppi e Merckx, all’ultima Tirreno-Adriatico qui hanno “bruciato” l’asfalto anche quelle di Pogacar, con la doppia ascesa del Carpegna innevato, in una sorta di fil rouge che lega questi fuoriclasse e le loro epoche distanti decenni, ma non così lontane come sembra.

Finalmente in cima esce il sole, c’è anche una benedetta fontanella poco prima della divertente e panoramica discesa con vista sul Sasso Simone e Simoncello. Ottimo per asciugarsi il sudore prima di tornare in paese. E’ qui, sul valico posto a 1.415 metri di quota, al fianco della gigantografia di Pantani vittorioso a Courchevel nel suo ultimo Tour de France, che la voce degli alberi conclude il suo discorso.

«Direte che sono un tradizionalista. Forse sì. Sempre ad allenarmi sulle stesse strade di casa. Sempre a spingere gli stessi rapporti che uso in corsa. Sempre in giro senza borraccia, perché mi bastano quelle quattro fontane che so io dove sono. Una proprio a Carpegna».

EDITORIALE / A questi fenomeni si perdona ogni errore

11.07.2022
5 min
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Quando ha vinto alla Planche des Belles Filles, il giorno dopo la vittoria di Longwy, abbiamo iniziato a guardarci intorno, cercando nelle altre squadre quegli sguardi. Non poteva lasciar vincere Kamna? Eppure non una voce in questo senso si è alzata dal gruppo o sui media. Al contrario, si è detto: è giusto che il più forte corra sempre per vincere. E’ il ciclismo dei giovani fenomeni e del pubblico che va di fretta. Sarebbe servito che Pogacar vincesse ieri a Chatel per averne la controprova. 

Perché del Pantani che vinse anche a Campiglio non si disse che fosse il più forte ed era giusto che vincesse, e si disse al contrario che stava esagerando, mentre lo sloveno può fare quel che vuole e nessuno trova da ridire? Una catena di ipermercati romagnoli era meno gradita al cospetto dei grandi, rispetto alla squadra degli Emirati? Niente di tutto questo, almeno non oggi. La sensazione è che sia tutto cambiato.

Kamna in fuga alla Planche des Belles Filles non ha avuto scampo contro Pogacar
Kamna in fuga alla Planche des Belles Filles non ha avuto scampo contro Pogacar

Tutto cambiato

Il ciclismo è cambiato. Sono cambiate le persone che ci lavorano, è cambiato il modo di starci dentro. Per certi versi è tutto così inquadrato, che è venuto meno un certo tipo di stress (sostituito da altre tipologie).

Prima c’era il direttore sportivo che faceva tutto da sé. Non aveva Velo Viewer e nemmeno le radioline. Per cui doveva costruirsi la tattica un pezzettino per volta, parlando con i corridori e sommando la sua e la loro esperienza. La sera in hotel, aspettava l’arrivo dei comunicati e li spulciava riga dopo riga, per capire che cosa avessero fatto i suoi corridori e gli avversari. Sapeva tutto di tutti. E i suoi ragionamenti tenevano conto dei suoi uomini e delle prestazioni dei rivali.

Oggi il direttore sportivo entra nella riunione del mattino dopo che i suoi colleghi hanno fatto la loro parte, svelando tutte le insidie del percorso e come spingere e mangiare per superarle. Lui aggiunge qualcosa della sua esperienza, poi sale in ammiraglia e spera che le cose vadano come ha previsto. Ammette Martinelli che ai tempi di Pantani, un corridore che potrebbe stare nella galleria dei fenomeni di tutti i tempi, non si usavano le radioline e forse alcune corse le avrebbero gestite diversamente.

Van Aert in fuga verso Longwy: un evidente errore tecnico, raccontato come gesto spettacolare
Van Aert in fuga verso Longwy: un evidente errore tecnico, raccontato come gesto spettacolare

L’errore di Van Aert

Vi siete divertiti a vedere Van Aert in maglia gialla, in fuga dal mattino? Chi scrive non si è divertito per niente. Okay, la Jumbo Visma non ha lavorato per tutto il giorno, ma puoi dirlo col senno di poi. Quella tappa con Van Aert dovevano vincerla correndo in altro modo: quella fuga non sarebbe mai arrivata. In tre, poi, figurarsi. Con Fuglsang che ancora non si è ripreso. Ma se chi racconta le tappe ne parla come di un’impresa, è ovvio che la gente sia contenta. Poi spegne la televisione e non ci pensa più.

Noi ci divertivamo anche a vedere Pantani contro Ullrich o contro Tonkov, ma in quegli anni c’era più gente che poi rimuginava e la vittoria non era mai foriera di sola serenità. Sono sparite le seghe mentali, dicono in gruppo, che non è poco.

«Pantani non voleva vincere a Madonna di Campiglio – ricorda Martinelli – e ci eravamo adoperati perché arrivasse la fuga. Dietro si era deciso così, invece Jalabert mise la squadra a tirare forse perché voleva vincere lui. E a fronte di quel comportamento, Pantani perse la pazienza e vinse lui».

Era il più forte, era giusto che vincesse. Come la prese il gruppo? Con voci e commenti sull’ingordigia di Marco e chissà cos’altro. E quando il giorno dopo il sole cadde dal cielo, ci fu anche chi si diede di gomito. Fra le squadre, soprattutto. E nel palazzo.

A Madonna di Campiglio l’ultima vittoria di Pantani al Giro d’Italia. Era il 4 giugno del 1999
A Madonna di Campiglio l’ultima vittoria di Pantani al Giro d’Italia. Era il 4 giugno del 1999

Sparita l’invidia

Oggi fra le squadre non ci sono più gelosie, ai fenomeni si perdona tutto. Proprio Martinelli racconta di aver scritto di recente al suo preparatore Mazzoleni che una volta piaceva a tutti curiosare in casa degli avversari, mentre oggi dopo l’arrivo si fa un reset e si guarda al giorno dopo. E proprio il non avere più il comunicato da studiare fa sì che il tecnico abbia una conoscenza diversa del gruppo. Se gli serve un’informazione, va su internet e tira fuori vita, morte, miracoli e piazzamenti di chiunque. Paradossalmente è un modo di fare che porta a una conoscenza meno approfondita del corridore, che prima avrebbero dovuto osservare, incontrare, parlarci e capire se ci fosse margine per costruirci qualcosa.

Oggi si va più di fretta. La gente vuole divertirsi e non farsi pensieri dopo. Per questo avere fenomeni come Pogacar, Van Aert, Van der Poel è bello e coinvolgente. Ma siamo sicuri che tutto quello che fanno sia oro? Ogni loro gesto viene dipinto come prodigioso, ma spesso certe fughe illogiche andrebbero bollate come errori.

Pogacar ha corso da padrone con Bennett e Majka: gregari formidabili, ma si hanno occhi solo per lo sloveno
Pogacar ha corso da padrone con Bennett e Majka: gregari formidabili, ma si hanno occhi solo per lo sloveno

L’appassionato di ciclismo

Chi è oggi l’appassionato di ciclismo? Quelli di ieri conoscevano anche corridori di cui negli ordini di arrivo non c’era traccia e sapevano inquadrare il risultato di oggi ricordando i piazzamenti di ieri. Oggi basta andare su Procyclingstats per avere le informazioni, ma non la conoscenza. Quanti sanno dire chi ci sia dietro a quei fenomeni?

«Una volta – dice Martinelli – incontravi per strada quello che ti chiedeva di Fontanelli. Secondo me oggi se chiedete a un telespettatore chi sia O’Connor, non tutti lo sanno. Ma sanno di Pogacar, Van Aert, Van der Poel e gli altri fenomeni. Si tocca con mano e per certi versi è bello che sia così».

Oggi quanti sanno chi siano i gregari di Pogacar o Van der Poel e perché siano speciali? All’opinione pubblica piace così perché probabilmente vi è stata portata dal racconto televisivo. Se Pogacar avesse vinto ieri a Chatel si sarebbe detto che per farlo avesse spremuto troppo la squadra (come tanti di noi hanno pensato, a prescindere dal risultato), oppure se ne sarebbe esaltata ancora una volta la forza?