Vingegaard racconta, la presentazione della Visma-Lease a Bike è lo sfondo perfetto. Il danese è ripartito. Ribadisce di aver corso il Tour del 2024 con il grosso handicap dell’incidente di aprile e fa capire di non essere per nulla rassegnato davanti allo strapotere di Pogacar. Dopo la dura lezione della scorsa estate, la squadra olandese rialza il capo e sfida il numero uno al mondo con la consapevolezza di averlo già battuto. A sette mesi dal Tour, il guanto di sfida è stato lanciato.
«L’obiettivo principale della mia stagione – dice Vingegaard, in apertura con Jorgenson – è la terza vittoria al Tour. L’idea di fare il Giro era venuta considerandolo un utile passaggio di avvicinamento, ma ci sono troppi fattori di cui tenere conto. Il tempo, l’energia che devi mettere ogni giorno, troppe cose che non puoi controllare. Quindi abbiamo deciso che la cosa migliore da fare sarà un training camp in altura. E semmai ci sarà un secondo Grande Giro, sarà la Vuelta, ma valuteremo la mia condizione».
Nessun bluff: Vingegaard ha ribadito di essere arrivato all’ultimo Tour quasi per miracolo (foto Instagram)Nessun bluff: Vingegaard ha ribadito di essere arrivato all’ultimo Tour quasi per miracolo (foto Instagram)
Il ciclismo non è tutto
E’ una presentazione che parla di un’ambizione bella e buona: quella di tornare la prima squadra al mondo. Anche se il boss Richard Plugge ammette nel suo discorso che il primo obiettivo – quello davanti cui l’ambizione della squadra potrebbe finire in secondo piano – è proprio il Tour de France.
Il percorso scelto per il danese prevede il debutto all’Algarve, poi la Parigi-Nizza, il Catalunya, il Delfinato e il Tour de France. Non lo vedremo alla Tirreno-Adriatico in cui lo scorso anno aveva dato spettacolo, perché ogni traiettoria di questa sua stagione finirà nella direzione del Tour. E non ci sarà neppure il Giro dei Paesi Baschi, quello della caduta in cui lo scorso anno poteva perdere ben altro che la sola vittoria del Tour.
«Pensavo davvero che stavo per morire – racconta ancora – e questo mi ha fatto pensare che il ciclismo non sia tutto. Lo sapevo già, ma quando succede una cosa del genere, te ne accorgi anche di più. E’ stato molto difficile uscirne anche mentalmente, ma l’ho gestito bene e mi sento di nuovo bene con me stesso. Mi piace ancora andare in bicicletta, altrimenti non sarei qui con nuove ambizioni».
Al Tour, Kuss tornerà a fare il gregario di lusso: il ruolo che gli si addice meglio (foto Visma Lease a Bike)Al Tour, Kuss tornerà a fare il gregario di lusso: il ruolo che gli si addice meglio (foto Visma Lease a Bike)
Pogacar si può battere
E’ convinzione in casa UAE Emirates che in realtà il Vingegaard del Tour sia il migliore mai visto sinora: una tesi che il diretto interessato respinge con decisione e, tutto sommato, si sarebbe portati ad essere d’accordo. Se si è preso per buono il disagio di Pogacar per la frattura dello scafoide nel 2023, perché non credere che le tante fratture del danese possano averne rallentato la preprazione?
«E’ stato un miracolo – dice lui – essere arrivato secondo al Tour dietro Pogacar. Ho dovuto aspettare fino a metà maggio prima di potermi allenare nuovamente con intensità. Il fatto di essere arrivato alla partenza del Tour è stato oltre ogni aspettativa. Per questo il secondo posto è un risultato di cui sono molto orgoglioso. L’anno scorso tra noi ci sono stati più di sei minuti e se fossi stato in grado di prepararmi senza problemi, adesso avrei molti più dubbi e sarebbe stato un duro colpo alla mia fiducia.
«Ma io so da dove vengo e so che quando sono arrivato in ottima forma, l’ho battuto per due volte e sono determinato a farlo ancora. Chiaramente so che per riuscirci, il mio livello dovrà aumentare ancora. Quando hai già sconfitto qualcuno, sai che ne sei capace e sei disposto a fare qualsiasi cosa pur di riuscirci di nuovo. Mi sembra normale che un grande atleta abbia questa sensazione».
Campenaerts, appena arrivato, ha le stesse misure di bici di Vingegaard (foto Visma Lease a Bike)Campenaerts, appena arrivato, ha le stesse misure di bici di Vingegaard (foto Visma Lease a Bike)
La squadra più forte
Sulla sua strada ci sarà anche Remco Evenepoel, che i giornalisti belgi (non solo loro) considerano una minaccia concreta per gli aspiranti alla maglia gialla. Vingegaard risponde convinto, perché aver duellato con Remco sulle Alpi nel 2024 gli ha fatto intravedere le sue potenzialità.
«Remco è stato molto forte per tutto il 2024 – dice – e non solo al Tour. Alle Olimpiadi ha vinto due medaglie d’oro e poi nella crono dei mondiali ha replicato la vittoria dello scorso anno. Se lo incontreremo al Tour, sarà sicuramente un avversario che terremo in considerazione. Sono anche certo che la nostra squadra sarà attrezzata per contrastare anche lui».
La Visma-Lease a Bike non ha fatto misteri: alla Grand Depart di Lille porterà l’organico più potente. Con Vingegaard ci sarà Simon Yates, preso proprio per questo, con Kuss, Van Aert, Laporte, Jorgenson, Benoot e Campenaerts. «E’ una squadra molto forte – dice Vingegaard – sia in montagna sia nelle tappe di pianura. Senza dubbio la squadra più forte che abbiamo avuto. E’ importante provare a progredire anche collettivamente e penso che siamo a un ottimo livello».
Vingegaard appare molto sicuro di sé e calmo: è certo di poter battere ancora Pogacar (foto Visma Lease a Bike)Vingegaard appare molto sicuro di sé e calmo: è certo di poter battere ancora Pogacar (foto Visma Lease a Bike)
Tre mondiali di fila
L’ultimo saluto alla stampa, Vingegaard l’ha dato parlando dei prossimi tre mondiali che gli si addicono come guanti. Quelli del Rwanda, come pure quelli canadesi e a seguire i mondiali in Alta Savoia, sulle strade in cui al Tour del 2023 demolì Pogacar con la celebre cronometro di Combloux, alla vigilia dell’altrettanto aspra lezione di Courchevel. Se tutto va come deve, si annuncia un Tour di altissimo livello, con tre uomini che si stagliano sopra alla media e altri pronti ad approfittare di eventuali passi falsi. Ogni duello di qui in avanti sarà un anticipazione di futuro.
La televisione aiuta, ma non può sostituire l’ebrezza di vederli dal bordo della strada. Lo sanno bene gli appassionati di cross nei Paesi del Nord, che hanno la fortuna di assistere a giorni alterni a sfide esaltanti e rumorose, protagonisti a loro volta dell’esaltazione e del rumore. Lo sanno bene coloro che riescono a raggiungere le tappe dei Giri o il passaggio delle classiche e che magari subito prima li hanno attesi alla partenza, chiedendo una foto e sperimentandone l’umanità. Non lo sa il pubblico da casa, quello selezionato dalle dirette integrali.
La televisione aiuta, ma toglie le voci. Sono come motociclisti privi di battito cardiaco, beniamini o bersagli a seconda dei casi. Il commento dei telecronisti in certi casi è prevaricante, riempie ogni vuoto con osservazioni e battute che rendono la gara uno sfondo variopinto e muto. Potrebbe essere utile a volte abbassarlo e aprire i microfoni delle moto sulla strada per far respirare un po’ di quell’atmosfera che la geografia, i costi, il lavoro o la pigrizia rendono irraggiungibili. Forse il troppo annoia, non le imprese dei più forti. E il protagonismo da valorizzare è quello degli atleti e non di chi li racconta.
Coppa del mondo 2023 a Gavere, sul podio i tre giganti del cross: oggi c’è solo VdPCoppa del mondo 2023 a Gavere, sul podio i tre giganti del cross: oggi c’è solo VdP
Senza Van Aert e Pidcock
Il 2024 va in archivio e lo fa nuovamente nel segno di un dominatore. Van der Poel infatti ha ricominciato a macinare vittorie nel cross e questa volta il predominio è più netto del solito. Cinque vittorie su cinque gare, dal debutto a Zonhoven alla Coppa del mondo di ieri a Besancon. L’assenza di Pidcock e di Van Aert, ciascuno per motivi diversi, rende i suoi assoli meno coinvolgenti? Forse per questo, diversamente da quanto ha fatto nelle prime due esibizioni, il vantaggio con cui Mathieu ha regolato gli inseguitori è sempre rimasto al di sotto dei 30 secondi.
Bart Wellens, che commenta il cross sulle pagine di Het Nieuwsblad, lo spiega con una condizione non ancora eccezionale. L’alternativa è che l’olandese faccia il minimo indispensabile per portare a casa vittorie e ingaggi. A Besancon, classico percorso molto tecnico, Mathieu ha pensato soprattutto a non commettere errori: la battuta che circolava attorno al campo gara è che l’unico che avrebbe potuto seguirlo fosse probabilmente il drone della diretta televisiva.
«Se ci fosse stato al via anche Van Aert – ha commentato il padre Adrie – ci sarebbero stati tremila spettatori in più. La gente in Francia vuole vedere anche nel cross i campioni che hanno vinto tappe al Tour de France. In quel caso sei tenuto in grande considerazione e ti considerano una sorta di divinità del ciclismo».
Per il 2025 Van Aert punta alle grandi classiche: le tappe fanno numero ma pesano menoPer il 2025 Van Aert punta alle grandi classiche: le tappe fanno numero ma pesano meno
Il duello (per ora) mancato
Ha fatto notizia per motivazioni totalmente differenti anche il ritorno in gara di Wout Van Aert a Loenhout. Per la prima volta da anni, il belga ha corso senza alcun tipo di pressione: ha dato la sensazione di essere tornato in gruppo per divertirsi e provare sensazioni che gli mancavano da tanto. Sarebbe anche arrivato sul podio se il contatto con uno spettatore non lo avesse fatto cadere. Nel cross può succedere anche questo.
Van Aert si è disinteressato del duello con il nemico di sempre (il quale tuttavia non ha lesinato sguardi torvi), consapevole di partire dalla base di un infortunio. A margine di ciò, osservare su Strava la mole di lavoro cui si sta sottoponendo, fa pensare che i suoi obiettivi siano più avanti e che Wout voglia arrivarci nel modo migliore. Forse evitare il confronto nel cross sapendo di essere in inferiorità è il modo migliore per non cominciare la stagione con il solito condizionamento psicologico. Eppure nel suo lottare anche contro l’evidenza abbiamo più volte riconosciuto una nobiltà sportiva fuori dal comune.
Il Tour del 2023, con Vingengaard vincitore, ebbe al via Pogacar reduce da infortunioIl Tour del 2023, con Vingengaard vincitore, ebbe al via Pogacar reduce da infortunio
La buona stella
Il 2024 va in archivio nel segno dei dominatori e nei commenti sui social pieni della parola “noia”. Perché è noioso assistere alle grandi performance di Van der Poel, come quelle di Pogacar? Perché essere fuoriclasse è improvvisamente una colpa e non una benedizione? Forse la spiegazione di un così marcato predominio deve essere ricercata nell’assenza di rivali credibili. Sono talmente pochi, che se uno o due mancano, lo spettacolo ne risente. Come mandare un peso medio sul ring contro il campione dei massimi.
Quello che bisogna augurarsi per il 2025 è che le grandi sfide abbiano al via tutti i migliori attori. Con Van der Poel, Van Aert, Ganna, Alaphilippe, Milan, Philipsen, Pedersen, Mohoric, Pogacar ed Evenepoel nelle classiche. E poi Pogacar, Vingegaard, Roglic, Evenepoel, O’Connor e Tiberi nelle corse a tappe. A quel punto magari vinceranno sempre gli stessi, però il compito risulterà meno agevole. Il ciclismo si è sempre nutrito di grandi rivalità. Per questo la coppia Van Aert-Van der Poel funziona così bene. E per questo abbiamo tutti sentito la mancanza di Vingegaard nell’ultimo Tour.
Il nostro augurio per la stagione è che una buona stella porti i campioni più forti al via delle gare più belle. Che muova folle di appassionati sulle strade. Che faccia loro riscoprire l’umanità degli atleti. E ispiri a tutti noi che gli lavoriamo accanto un racconto migliore fatto dai campi di gara. I corridori se lo meritano. Sulla strada a fare fatica ci sono soprattutto loro.
Anche per quest'anno, Pidcock si dividerà fra cross, strada e Mtb. A coach Bogaerts il compito di gestirlo. Meno cross, più strada. E la Mtb verso Parigi
Ecco chi è Lorenzo Fizza, il fotografo che segue le corse della UAE Emirates. E' trentino, ha 42 anni. E' amico di Daniel Oss. Lavora nel ciclismo dal 2017
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Nel mondo del ciclismo, caratterizzato da discipline diverse, corporature uniche e stili di guida personali, una cosa è chiara: l’interazione ottimale con la sella è fondamentale per il comfort e le prestazioni. Per rispondere a questa esigenza cruciale, Fizik, brand veneto di riferimento nel settore, ha introdotto una propria Saddle Guide.
Questa guida, disponibile sul sito ufficiale di Fizik, rappresenta un vero e proprio manuale informativo pensato per aiutare ciclisti di ogni livello a trovare la sella perfetta in base al proprio stile di guida e alle caratteristiche fisiche. Attraverso i consigli degli esperti e un’analisi approfondita dei principali fattori di comfort e prestazione, la Saddle Guide offre un supporto intuitivo ed efficace, rendendo più semplice la scelta di un elemento spesso sottovalutato ma cruciale.
La scelta della sella è un passo essenziale per ogni ciclista, professionista o amatore che sia. Questo vale anche per chi compete ai massimi livelli, come Jonas Vingegaard, campione danese del Team Visma Lease a Bike. Vingegaard, che utilizza selle Fizik durante tutta la stagione, sottolinea quanto sia determinante trovare la sella ideale.
Jonas Vingegaard corre con sella Fizik (foto Tornanti.cc)L’atleta del Tea, Visma Lease a Bike ha scelto il modello Antares 00 (foto Tornanti.cc)Jonas Vingegaard corre con sella Fizik (foto Tornanti.cc)L’atleta del Tea, Visma Lease a Bike ha scelto il modello Antares 00 (foto Tornanti.cc)
La scelta della sella secondo Jonas
In una recente intervista, pubblicata sul sito ufficiale di Fizik, nella rubrica “Fit Talk”, Vingegaard ha difatti condiviso la propria esperienza diretta, fornendo spunti interessanti su come il ciclista professionista affronti questo aspetto tecnico. Alla domanda su quale sella utilizzi attualmente, il campione danese ha risposto di trovarsi molto bene con la sella Antares 00: quella che lo ha accompagnato nelle vittorie più prestigiose degli ultimi anni. Parlando invece delle imbottiture, Vingegaard ha poi spiegato di aver provato diverse soluzioni, tra cui “foam”, 3D e EVA. Dopo numerosi test effettuati dal team, ha trovato però che l’imbottitura EVA fosse quella davvero più adatta a lui, combinando rigidità e leggerezza in modo ottimale.
Questo il modello Fizik Vento Antares scelto da VingegaardIl servizio per la scelta della sella Fizik ideale è disponibile sul sitoQuesto il modello Fizik Vento Antares scelto da VingegaardIl servizio per la scelta della sella Fizik ideale è disponibile sul sito
Il posizionamento biomeccanico
Un altro aspetto fondamentale nel rapporto ciclista/sella è il supporto biomeccanico. Vingegaard a tal proposito ha rivelato di sottoporsi a una sessione annuale di “bike fitting” per ottimizzare la posizione in sella, preferendo – durante il corso della stagione agonistica – non apportare cambiamenti significativi, a meno che non ci siano benefici comprovati.
L’attenzione ai dettagli, come la scelta della sella, dimostra quanto anche il più piccolo elemento possa fare la differenza nel ciclismo, uno sport in cui il comfort e l’efficienza sono fondamentali per le prestazioni. Grazie alla Saddle Guide di Fizik, e alle esperienze condivise da campioni come Jonas Vingegaard, ciascun ciclista può ora avvicinarsi con maggiore consapevolezza alla scelta della propria sella ideale, trasformando un semplice componente in un alleato strategico e vincente.
RIVA DEL GARDA – Dai giorni di Firenze, Bologna e Torino sono passati pochi mesi, abbastanza da far sembrare la partenza del Tour de France dall’Italia un vago ricordo. Eppure il giorno in cui è stato annunciato che la Grande Boucle sarebbe partita proprio dal nostro Paese, si ebbe la sensazione di qualcosa di unico. La conferma è arrivata con la presentazione dei team da Firenze, avvenuta il 28 giugno. Un evento enorme, per grandezza, spettacolo offerto, pubblico presente e valorizzazione del territorio. La macchina gialla, guidata da Christian Prudhomme si era messa in moto e aveva lasciato tutti affascinati. Quasi ammaliati da ciò che il ciclismo permette di fare.
Di mesi ne sono passati cinque, il Tour de France è stato vinto da Tadej Pogacar, lo sloveno mangia tutto. Sembra quasi che sia stato digerito in fretta, masticato con voracità senza essere stato apprezzato fino in fondo. Si sa che a volte l’attesa del piacere è essa stessa il piacere.
La presentazione del Tour a Firenze aveva unito perfettamente la corsa alla storia della cittàLa presentazione del Tour a Firenze aveva unito perfettamente la corsa alla storia della città
Conoscere
Tuttavia ritrovarsi davanti alla figura di Christian Prudhomme ci ha fatto ricordare della bellezza che ha regalato con la sua corsa. Il direttore generale del Tour de France ha portato, solo negli ultimi due anni, la Grand Depart prima in Spagna e poi in Italia. Che bilancio trae dall’esperienza del Tour in Italia?
«L’accoglienza è stata fantastica – ci dice ai margini della conferenza stampa di presentazione del Tour of the Alps – anzi, l’accoglienza degli italiani è stata fantastica. Il Tour de France non era mai partito dall’Italia, aveva toccato tutti i Paesi limitrofi, ma mai il vostro. Tutti conosciamo i campioni come Coppi, Bartali e tanti altri. Abbiamo voluto mettere in evidenza la storia del ciclismo in Italia, che è davvero ricca e profonda. Sentivamo che gli italiani volevano questo, ma anche noi».
Christian Prudhomme prima del Tour è stato anche ai campionati italiani, anch’essi partiti da FirenzeChristian Prudhomme prima del Tour è stato anche ai campionati italiani, anch’essi partiti da Firenze
Com’è stato immergersi nella nostra cultura?
Il motivo per cui mi sono recato sulla tomba di Fausto Coppi il 2 gennaio è che, come direttore del Tour de France, non avrei mai potuto creare un evento simile senza conoscerne la storia. Pensare di essere alla partenza da Firenze senza aver visitato i luoghi del ciclismo italiano non sarebbe stato giusto.
In quali luoghi si è fermato?
Al museo Bartali, sulle strade di Nencini e Ottavio Bottecchia. Sono davvero molto, molto felice di averlo fatto, perché senza tutto questo la Grande Depart sarebbe stata un’esperienza molto diversa.
L’Etape du Tour a Parma è un format che ha subito raccolto tanti consensi, infatti verrà riproposto (foto Facebook)L’Etape du Tour a Parma è un format che ha subito raccolto tanti consensi, infatti verrà riproposto (foto Facebook)
E il pubblico italiano come ha reagito?
Partire da una città come Firenze è estremamente prestigioso, le immagini parlano da sole. Sono venute tantissime persone, le quali hanno mostrato rispetto per i campioni e per la bellezza dei monumenti. Ero stato a Firenze diverse volte in vacanza. È semplicemente una città magnifica. Ma ogni strada, città e paesino che il Tour ha attraversato mi ha lasciato qualcosa. E poi c’è stata una grande battaglia sportiva. Ogni volta che la nostra corsa inizia dall’estero siamo costretti a spiegare i motivi. L’Italia ce li ha mostrati da sola.
I corridori non si sono risparmiati.
Quando hai questi paesaggi, questi campioni e questo pubblico tutto viene più semplice. Se a tutto ciò si aggiunge anche la battaglia agonistica sulle strade allora non manca nulla. Sul San Luca, a Bologna, abbiamo visto subito Pogacar attaccare e Vingegaard rincorrerlo. La fortuna per noi francesi è stata quella di avere due connazionali che hanno vinto nei primi due giorni.
Sulle rampe del San Luca il primo assaggio dello spettacolo del Tour de FranceSulle rampe del San Luca il primo assaggio dello spettacolo del Tour de France
La vittoria a Rimini di Bardet è stata il fiore all’occhiello per voi…
Successo di tappa e maglia gialla, incredibile. La seconda tappa è stata vinta da un giovane: Kévin Vauquelin. Tutte queste cose ci hanno regalato dei ricordi molto belli dell’Italia.
Qual è stato il bilancio degli altri eventi, ad esempio l’Etape du Tour a Parma?
Lo sviluppo del Tour avviene anche attraverso pedalate come queste. Sono eventi che fanno respirare alla gente cosa vuol dire far parte della Grande Boucle. L’affluenza è stata ottima, tanto da riproporre l’evento, in totale l’Etape du Tour tocca venti Paesi differenti. E’ un format che funziona, e siamo ovviamente felici che ce ne sia una anche in Italia.
Prudhomme spera in un duello alla pari tra Pogacar e Vingegaard nel 2025Prudhomme spera in un duello alla pari tra Pogacar e Vingegaard nel 2025
Lei ha parlato di battaglia sportiva, il dominio di Pogacar nel 2024 la spaventa? C’è il rischio che l’entusiasmo del pubblico venga meno?
Mi fate questa domanda in un momento in cui si piange l’addio di un campione come Rafael Nadal e le partite che negli anni ci sono state tra lui e Federer. Quando Pogacar vinse la cronometro di Laval nel Tour del 2021 tutti erano convinti che ne avrebbe vinti 6, 7, 8 di fila. Nei due anni successivi, invece è arrivato Vingegaard e il dominio sembrava potersi invertire. Quello che mi auguro è che entrambi i protagonisti siano al via del Tour de France senza dover recuperare da una caduta molto grave. Negli ultimi due anni lo squilibrio è stato causato da cadute e infortuni, che hanno colpito entrambi. Quindi spero davvero che entrambi siano in piena forma, e poi vedremo.
Van Aert esce da un inverno in cui ha potuto riposare e fa rotta sulle classiche. Il cross è un passaggio. Ma prima ricorda i due momenti più belli del 2025
Comincia domani la Settimana Coppi e Bartali che si concluderà sabato in Toscana. Al via Van der Poel, Nibali, Froome e Thomas. Parliamo con l'organizzatore
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La presentazione del Tour de France ha avviato il dibattito sulle sfide 2025. Erano tutti in attesa del percorso del Giro ed è superfluo far notare che il rinvio (per motivi che nulla avrebbero a che vedere con l’aspetto sportivo) ha lasciato aperto il discorso ed esposto la corsa italiana a una figura di cui nessuno avvertiva la necessità. In casa Visma-Lease a Bike, in cui pure si è preso in considerazione il Giro per Vingegaard, il ragionamento va avanti sulla sfida francese. E il diesse Grischa Niermann, che pochi giorni fa avevamo sentito per commentare la stagione della sua squadra, ha iniziato con Het Nieuwsblad a fare il punto su quanto accaduto all’ultimo Tour.
«Non diremo – ha ammesso – che se Jonas non fosse caduto, avrebbe vinto il Tour. Pogacar è stato il miglior corridore al mondo dall’inizio alla fine dell’anno. Lo ha dimostrato in ogni occasione e presumiamo che sarà di nuovo più forte nel 2025. Dovremo quindi fare molto meglio come squadra».
Grischa Niermann è il primo direttore sportivo del team olandese (foto Visma-Lease a Bike)Grischa Niermann è il primo direttore sportivo del team olandese (foto Visma-Lease a Bike)
Percorso per Vingegaard
Il percorso francese sorride al miglior Vingegaard, come è chiaro che sorrida a Pogacar. Tadej ha infatti dimostrato che a fare la differenza non siano i percorsi, ma la sua voglia di correre per vincere. Tolta la prima settimana nel Nord della Francia, non mancano le tappe impegnative.
«Che si tratti di un percorso per Jonas? Sembra interessante, con molto dislivello, inclusa una cronometro in salita. Dopo il Tour di quest’anno – prosegue Niermann – si può dire però che sia il percorso giusto anche per Pogacar. Sapevamo già alcune cose, ma da ora in poi possiamo davvero attuare la nostra pianificazione per il Tour de France. Il nostro obiettivo principale della stagione è vincerlo».
Vingegaard è arrivato al Tour 2024 dopo la caduta di aprile, ma i suoi dati in salita sono parsi i migliori di sempreVingegaard è arrivato al Tour 2024 dopo la caduta di aprile, ma i suoi dati in salita sono parsi i migliori di sempre
Quali Giri?
Non è casuale che il tecnico parli al plurale, essendosi reso conto che nell’unica occasione in cui Vingegaard ha battuto il miglior Pogacar (sull’edizione 2023 pesa infatti la frattura dello scafoide), nel Tour del 2022, la guerra fu vinta grazie al gioco di squadra. Indimenticabile lo scontro nel giorno del Granon, in cui Roglic e il danese misero in mezzo lo sloveno, che però nel frattempo è diventato più scaltro e potente. Roglic nel frattempo non c’è più ed è difficile immaginare chi potrebbe prenderne il posto, se Uijtdebroeks o Jorgenson. Ma al centro resta il livello di Vingegaard.
«Vedremo quale sarà la preparazione ottimale per Jonas – dice Niermann – perché Pogacar ha dimostrato quest’anno che il Giro era adatto per lui e lo ha vinto. Con il nostro team performance vedremo se l’esperienza sarà convincente anche per Jonas. Forse il percorso di avvicinamento attraverso alcune classiche in primavera potrebbe essere un’altra buona soluzione. Non posso ancora dire nulla al riguardo, nemmeno se Jonas potrà correre tutti e tre i Grandi Giri. Forse è così, anche se la possibilità non è molto alta».
I progressi in salita di Evenepoel al Tour 2024 sono stati eclatanti: il belga (classe 2000) crescerà ancoraI progressi in salita di Evenepoel al Tour 2024 sono stati eclatanti: il belga (classe 2000) crescerà ancora
Pericolo Evenepoel
E poi c’è da considerare il terzo incomodo, quel Remco Evenepoel che nel 2024 ha salito uno scalino altissimo rispetto all’anno precedente. I progressi in salita palesati nel Tour chiuso al terzo posto hanno stupito il gruppo e si può pensare che altri passi avanti seguiranno. Aver vinto per due volte il Tour, insomma, non rappresenta per Vingegaard la garanzia di essere la sola alternativa a Pogacar.
«Non possiamo sederci e pensare che andrà tutto bene – dice Niermann – pur con la consapevolezza che Jonas abbia iniziato il Tour in ritardo, a causa della caduta. E probabilmente avremo di nuovo a che fare anche con Remco Evenepoel. Non starà fermo neanche lui e temo che sarà ancora più vicino. Vogliamo che il Tour 2025 sia una grande battaglia e che noi come squadra possiamo davvero vincerlo di nuovo».
Stagione in chiusura, quindi è già tempo di bilanci e quello della Visma-Lease a Bike è un po’ difficile da fare. Si fosse trattato di qualsiasi altro team (certo, Uae a parte…) staremmo qui a parlare di stagione da incorniciare con oltre 30 vittorie, ma nel caso dello squadrone olandese è chiaro che le aspettative erano altre. Soprattutto facendo il confronto con lo scorso anno, quello del “triplete” nei Grandi Giri.
Il tedesco Grischa Niermann (a sinistra), uno dei direttori sportivi del team olandeseIl tedesco Grischa Niermann, uno dei direttori sportivi del team olandese
E’ stata un’annata difficile, costellata di infortuni e lunghe assenze come quelle di Vingegaard e Van Aert. E che si chiude con l’addio di Merijn Zeeman, il direttore tecnico che dal primo ottobre ha lasciato l’incarico e tutto l’ambiente ciclistico, attirato da un ricco contratto calcistico. Di tutto questo abbiamo parlato con uno dei suoi assistenti, il tedesco Grischa Niermann, pronto ad accettare anche qualche domanda forse poco piacevole.
Come giudichi il bilancio della squadra soprattutto rispetto ai trionfi dello scorso anno?
Penso che sia chiaro che l’anno scorso abbiamo avuto molto, molto successo. Sapevamo già che non sarebbe stato possibile ripetersi a quei livelli, vincere tutti e tre i Grandi Giri in un anno è un’impresa che resterà nella storia. E’ chiaro che quando ci confrontiamo con l’anno scorso, non è un bilancio buono, ma abbiamo avuto un sacco di sfortuna. Io preferisco guardare alle cose positive e penso che abbiamo avuto successo in primavera quando abbiamo ottenuto molte vittorie. Inoltre il Tour de France con il secondo posto di Vingegaard, per come è arrivato e quel che l’aveva preceduto, è motivo di orgoglio. Noi abbiamo fatto il massimo possibile.
Vingegaard stava andando come un treno in primavera, prima dell’incidente nei Paesi BaschiVingegaard stava andando come un treno in primavera, prima dell’incidente nei Paesi Baschi
Trentadue vittorie, è un bilancio che vi soddisfa?
No, siamo delusi, sono sincero, soprattutto perché abbiamo avuto così tanti corridori che sono caduti in maniera rovinosa e sono stati fuori per molto tempo e questo di sicuro ci ha ostacolato.
Nell’andamento e nella gestione del team ha pesato di più la lunga assenza di Van Aert o quella di Vingegaard?
Entrambe. Quando i tuoi due corridori stellari cadono e sai che saranno fuori per molto tempo, non hai molto a cui appigliarti. Perdi un po’ il morale perché sai che questi sono i ragazzi che vanno alle gare per vincere davvero, i finalizzatori di tutto il lavoro. Abbiamo più corridori che possono vincere, ma ovviamente ad esempio se cade Van Aert che era programmato per fare il Giro, per andarci insieme a Kooji, ti lascia un bel vuoto. Non è mai un bene se qualcuno cade. Ma se i tuoi due migliori corridori cadono e restano fuori per molto tempo, ovviamente ha un grande effetto su tutta la squadra.
La rovinosa caduta di Van Aert alla Vuelta, ennesima di una stagione sfortunataLa rovinosa caduta di Van Aert alla Vuelta, ennesima di una stagione sfortunata
Secondo la vostra opinione, Vingegaard senza il grave infortunio all’Itzulia Basque Country avrebbe potuto battere Pogacar?
E’ davvero difficile dirlo. Dobbiamo ammettere che Pogacar ha forse avuto la migliore stagione di sempre ed è stato quasi imbattibile quest’anno. La tappa 11 del Tour è stata l’unica volta quest’anno in cui lo sloveno ha realmente pagato dazio. Noi dobbiamo lavorare molto per cercare di colmare di nuovo il divario con lui. Jonas è arrivato al Tour non nella condizione migliore visto quel che era successo, aveva anche molta pressione addosso, eppure ha avuto un ottimo livello. E questo ci fa ben sperare.
Van Aert per il pieno recupero in vista della prossima stagione farà comunque gare di ciclocross?
Sì, vorremmo farlo. Ma ovviamente il recupero e il raggiungimento della piena forma fisica e il pieno movimento delle gambe con l’infortunio sono la priorità e dobbiamo vedere e osservare come andrà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi prima di prendere quella decisione.
A destra Brennan, talentuosissimo britannico, terzo al GP di ValloniaA destra Brennan, talentuosissimo britannico, terzo al GP di Vallonia
Molti hanno sottolineato come la squadra non abbia centrato neanche una top 10 nelle classiche monumento. Secondo te è solo un dato statistico o la Visma sta diventando sempre più una squadra più forte nelle corse a tappe?
Penso che quello su cui ci concentriamo siano soprattutto le corse a tappe vista la conformazione della squadra, ma volevamo davvero fare bene nelle classiche, specialmente in quelle del Nord. Quello era uno dei nostri obiettivi. Ma Wout non c’era. Anche Laporte si è infortunato e anche la sua assenza è pesata. E’ un brutto risultato statistico dover dire che non hai neanche un piazzamento. Non è quello che volevamo.
Come si sono inseriti i giovani nel vostro team, quanti del devo team saliranno nella squadra maggiore?
Ne passeranno 4: gli olandesi Graat e Huising, il britannico Brennan e il norvegese Nordhagen, che hanno già fatto esperienze quest’anno nel team maggiore dimostrando avere grande talento, soprattutto Brennan, solo 19 anni. Noi stiamo guardando con grande attenzione a quanto avviene nel devo team, per sviluppare i nostri talenti e penso che i ragazzi arrivino pronti alla massima serie.
Il norvegese Nordhagen sarà uno dei 4 giovani del devo team ad accedere alla squadra WT nel 2025 Il norvegese Nordhagen sarà uno dei 4 giovani del devo team ad accedere alla squadra WT nel 2025
Dal devo team che informazioni avete avuto a proposito della stagione dei due italiani, Belletta e Mattio?
Belletta ha avuto un brutto incidente che lo ha tenuto fuori per molto tempo in estate. Ma entrambi si stanno sviluppando bene, diciamo che sono esattamente nel punto dove ci aspettavamo che fossero, ottengono buoni risultati e sono buoni componenti la squadra. Siamo davvero contenti di loro e di come si comportano.
C’è qualcuno del team che vi ha sorpreso positivamente per il suo rendimento?
Beh, il primo nome che viene in mente è Matteo Jorgenson, crediamo davvero che sia un corridore molto talentuoso, ha anche vinto molto, con Parigi-Nizza e Attraverso le Fiandre come fiori all’occhiello. Ma penso anche a Edo Affini. E’ un grande valore per la nostra squadra già da anni, ma ora finalmente con il campionato europeo e la medaglia di bronzo al campionato del mondo, ottiene un po’ la ricompensa per se stesso.
Uno dei sorrisi in casa Visma, la vittoria di Jorgenson alla Dwars door VlaanderenUno dei sorrisi in casa Visma, la vittoria di Jorgenson alla Dwars door Vlaanderen
Per il prossimo anno quali saranno i principali obiettivo del team e c’è un’alternativa a Vingegaard per la classifica dei Grandi Giri?
Abbiamo preso Simon Yates con questo scopo, perché è uno che ha già vinto un Grand Tour e sa come si fa. Presto faremo i nostri piani, ne discuteremo già la prossima settimana, ma è chiaro che i Grandi Giri saranno il nostro target, il Tour de France in particolare. Ma ora abbiamo un obiettivo in più: riscattarci nelle classiche Monumento. Questo è in testa alla nostra lista dei desideri.
Spalla a spalla con Jonas Vingegaard. La lunga carriera di Diego Ulissi si fregia anche di questo particolare, in un Giro di Polonia vissuto da assoluto protagonista, lottando alla pari con il danese uscito rinvigorito dal Tour de France. Chi conosce il toscano sa che è solo un ulteriore capitolo di una carriera tanto lunga quanto luminosa, ancora lungi dallo scrivere le ultime parole.
Ulissi, uomo vincente in ogni anno della sua lunga storia, è davvero un esempio, ancor di più nel ciclismo italiano di oggi che fatica enormemente a ritagliarsi i suoi spazi. Ma Diego non è uomo da vantarsi, anche il suo Giro di Polonia è una delle tante avventure vissute.
«Sapevo che bisognava partire bene – racconta – nelle prime tappe si faceva il 90 per cento della classifica. Nei primi due arrivi sono rimasto sempre fra i primi, nel terzo ho chiuso secondo dietro Nys ed ero alle spalle di Vingegaard che aveva già costruito la sua leadership a cronometro, a quel punto era pura gestione. Il secondo posto finale era il massimo risultato possibile, il danese ha sempre fatto buona guardia».
Il podio finale del Giro di Polonia, da sinistra Kelderman, il vincitore Vingegaard e UlissiIl podio finale del Giro di Polonia, da sinistra Kelderman, il vincitore Vingegaard e Ulissi
Colpisce però il fatto che ti sia anche avvinato a lui, chiudendo a 13”…
Il Polonia è una corsa a tappe un po’ atipica, con tante frazioni impegnative ma senza salite lunghe. Lui ha fatto la differenza nella seconda frazione, a cronometro, poi ha sempre gestito. Io ho lavorato sugli abbuoni e sfruttato un tracciato che in generale mi si addiceva, ma è chiaro che con una salita più lunga e dura, il vantaggio di Jonas sarebbe stato maggiore.
Quel che colpisce è la tua costanza di rendimento. In 53 giorni di gara sei finito fra i primi 10 ben 31 volte comprese tre vittorie. Numeri da big, da quella ristretta fascia di corridori appena al di sotto dei “magnifici sei”…
La costanza è sempre stata una mia caratteristica, è grazie a essa che riesco sempre a finire l’anno nelle posizioni alte del ranking. Dopo il Giro d’Ungheria mi sono preso un mese di stop perché non stavo bene, non respiravo bene, ma quella sosta mi ha consentito di tirare il fiato e riprogrammare tutta la mia stagione.
Una delle vittorie di Ulissi, nella tappa di Alpendorf al Giro d’Austria (foto EXPA/Groder)Una delle vittorie di Ulissi, nella tappa di Alpendorf al Giro d’Austria (foto EXPA/Groder)
Come ti gestisci durante il riposo?
Ormai ho anni e anni di esperienza alle mie spalle. Ad esempio sono refrattario ai periodi di allenamento in altura, a me non hanno mai dato grande giovamento, la faccio solo all’inizio con tutto il team. Preferisco lavorare alla maniera solita, seguendo le tabelle a casa mia. Praticamente mi alleno correndo, come si faceva una volta. I risultati mi pare che dicano che faccio bene…
Tu però anche a 35 anni sei lì che combatti, lotti con i primissimi, anche con i big. Perché gli italiani più giovani non ci riescono?
Difficile a dirsi, se lo sapessi potremmo dire che la crisi che stiamo attraversando sarebbe risolta… I risultati non arrivano a caso, ci vogliono doti. Io dico che di giovani validi ne abbiamo e ne continuiamo a sfornare, ma serve tempo, ognuno ha il suo per maturare ed emergere. Non tutti si chiamano Pogacar o Evenepoel. Io qualche anno di esperienza sulle spalle ce l’ho e vedo che oggi è più difficile emergere perché il livello è altissimo e le squadre sono costruite in maniera diversa, con tutti corridori che hanno nelle corde il colpo.
Per il toscano tante occasioni come finalizzatore, che si è guadagnato con la sua costanzaPer il toscano tante occasioni come finalizzatore, che si è guadagnato con la sua costanza
Questo cosa significa?
Prendi la mia squadra, la Uae. Dovunque andiamo, quando non c’è Tadej, ci sono almeno 4-5 capitani, poi in corsa si decide per chi si corre in base a tanti fattori: percorso, condizione del giorno, evoluzione della corsa… Un giovane italiano che approda in un team WT deve andare veramente forte per scalare le gerarchie e guadagnarsi fiducia. Bisogna fare le cose per gradi, io dico che se lavoreranno bene verrà anche il momento buono e dovranno essere pronti a sfruttarlo.
E’ pur vero però che, pur non considerando i super, ci sono tanti corridori giovani da ogni nazione che sono sempre lì a lottare per la vittoria, i nostri spesso si vedono nelle prime fasi delle corse, nelle fughe, ma poi?
Attenzione, quando parliamo di giovani, io dico sempre che noi valutiamo un ciclismo preso sull’immediatezza, ma quanti di questi corridori riusciranno a tirare avanti, ad avere carriere lunghe, ad arrivare alla mia età? Solo il tempo ci dirà se c’è un prezzo da pagare in termini di durata delle carriere. E’ vero, oggi guardiamo le corse e sembra che i talenti siano solo fuori dai nostri confini ma non è così, ci sono anche da noi ed emergeranno. Il ciclismo è fatto di fasi storiche, tra qualche anno magari saremo noi a gioire.
La grinta di Ulissi deve essere un esempio per i giovani, lottando in ogni corsa fino all’ultimoLa grinta di Ulissi deve essere un esempio per i giovani, lottando in ogni corsa fino all’ultimo
E’ un discorso anche caratteriale?
Sicuramente, forse preponderante. Tanti di quei giovani stranieri di cui prima li vedi correre senza paura, con una grande voglia di emergere. E’ quella che in primis un corridore deve avere, pensando che il contratto da professionista è un punto di partenza e non di arrivo. Poi è chiaro che dipende tutto dalle gambe…
Torniamo a te. E ora?
Dopo Plouay seguirò tutto il calendario italiano, fino al Lombardia, intanto valuterò che cosa fare, se rimanere alla Uae o no. Io voglio continuare per almeno un paio d’anni, vediamo dove e come.
Massimiliano Mori è stato corridore. Poi ha investito forte nel mondo dei gelati. E ora è tornato come procuratore (anche di Ulissi). Il suo punto di vista
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Cosa ci ha detto il secondo posto di Jonas Vingegaard al Tour de France? Ci sono diversi aspetti da valutare a mente fredda riguardo al danese. Come è variata la sua condizione nel corso delle tre settimane. Come ha reagito fisicamente e mentalmente. Cosa ci si può attendere da lui.
Sono aspetti tecnici che svisceriamo con il preparatore toscano Pino Toni, il quale su certi temi, forte della sua esperienza, ha vedute a 360°.
Pino Toni ha collaborato con molti team e tutt’ora collabora con atleti professionistiPino Toni ha collaborato con molti team e tutt’ora collabora con atleti professionisti
Pino, partiamo da un tuo giudizio generale sul Tour di Vingegaard.
Se è vero quello che ha detto il suo staff, e cioè che è andato più forte di quando ha vinto il Tour, e io ci credo perché altrimenti in quel team non lo avrebbero portato, direi che ha fatto una grande corsa. Jonas e la Visma-Lease a Bike hanno fatto un gran bel lavoro per rimetterlo in sesto, ma non è bastato. L’altro, Pogacar, nel frattempo è cresciuto tantissimo. I 6,7 watt/kg che ha espresso l’anno scorso sulle salite lunghe non bastavano più. Adesso servono i 7 watt/kg. Sono cambiati i parametri di riferimento. Almeno per vincere, perché comunque con 6,7 watt/chilo si è competitivi. Non dimentichiamo che Vingegaard ha messo dietro il miglior Evenepoel di sempre.
In tanti si aspettavano una crescita di Vingegaard nel corso delle tre settimane. Non è avvenuto, come mai?
Perché questo è il ciclismo attuale di altissimo livello. Anche se sei un Pogacar o un Vingegaard, se non arrivi al top non cresci come un tempo. Oggi non è più possibile. E poi questo aspetto secondo me va visto in modo un po’ diverso.
Cioè?
Secondo me in casa Visma non si aspettavano tanto che crescesse Vingegaard, quanto piuttosto che calasse Pogacar, che di fatto sarebbe stato alla sesta settimana di corsa tra Giro d’Italia e Tour. Che calasse di condizione. Perché poi c’è anche da fare un distinguo fra condizione e prestazione.
D’ora in poi non sarà facile per Jonas inseguire TadejD’ora in poi non sarà facile per Jonas inseguire Tadej
Spiegaci meglio.
La condizione è la base, la prestazione è la performance. Faccio un esempio, per ottenere un’ottima prestazione, se magari voglio che il mio atleta faccia i suoi 20′ migliori di sempre, fatta la sua preparazione gli faccio fare due giorni di scarico, uno di attivazione e poi il test sui 20′ e se tutto va bene otterrò il suo top. La condizione invece nel caso del Tour è il livello base di quell’atleta. Sono le capacità dell’atleta a reagire al gruppo, agli eventi e alle condizioni della corsa. E’ il riuscire a stare davanti, a fare la gara. Non si tratta solo di numeri.
Lo abbiamo visto anche al Giro Women che il caldo ha fiaccato le ragazze, non hanno espresso i migliori valori, ma hanno comunque creato delle differenze: questo è il concetto?
La condizione di Vingegaard era buona, ma inferiore a quella di Pogacar. Anche quando ha vinto la tappa, la faccia di Jonas non era bellissima. Si vedeva che aveva speso molto. Lì per esempio, nel suo caso, si è trattato di una performance. Jonas era più fresco, mentre l’altro aveva un Giro d’Italia alle spalle. Ma poi la condizione era diversa. Per questo io credo che ora, al netto dell’incidente di Vingegaard, Pogacar sia più avanti.
Per Toni, Vingegaard non ha grande margine di miglioramento, specie a crono dove lui e il suo team erano già ad un livello stellarePer Toni, Vingegaard non ha grande margine di miglioramento, specie a crono dove lui e il suo team erano già ad un livello stellare
E quindi adesso Vingegaard cosa dovrà fare? Dove potrà limare ancora?
Intanto un’altra cosa che ci ha detto questo Tour è che un avvicinamento senza incidenti è fondamentale. Entrambi, si è visto, che con l’incidente lo hanno perso. Che sia un fattore di numeri, di testa, di piani scombussolati… ma incide. Dove può crescere o limare il danese: io credo che più di tanto non possa crescere. Semmai dovrebbe migliorare in salita. Jonas può vincere un Tour contro Pogacar solo se è più forte, ma di tanto, in salita. Lo deve staccare in modo netto.
Perché?
Perché ora Tadej è più forte anche a crono. Ha fatto dei passi enormi, ma loro in UAE Emirates avevano da limare. In Visma non so quanto spazio abbiano ancora nella crono per migliorare. In UAE ci sono arrivati adesso perché in fin dei conti prima non avevano questa necessità. Ma questo ci dice anche che oggi per vincere a certi livelli l’atleta da solo, benché forte, non basta più. Servono gli staff. E loro due hanno due squadre importanti. Un po’ come la Formula 1.
In F1 si mette in pista una monoposto, nel ciclismo si mette in corsa un atleta…
Esatto. Chiaro che serve un grande atleta, questo è ovvio, ma poi serve che chi è dietro di loro vada oltre. Esca dalle righe, dalla routine, che faccia ricerca. Ricerca sui materiali, sull’alimentazione, sull’integrazione…
E’ una sfida anche di staff: tutti devo spingersi oltre, non solo gli atleti leaderE’ una sfida anche di staff: tutti devo spingersi oltre, non solo gli atleti leader
Come ne esce Vingegaard mentalmente secondo te?
Per me Jonas deve considerare il suo Tour come un super Tour. E’ comunque il secondo al mondo nonostante quel grosso incidente ad inizio aprile. Sarà rimontato in bici a fine aprile, avrà ripreso a fare qualche allenamento specifico a maggio, mentre l’altro vinceva il Giro. Non ha avuto i tempi per metabolizzare quanto fatto. Ma per il resto ha messo dietro tutti, tutti tranne uno. Quindi per me ne deve uscire con un giudizio positivo.
A mente fredda abbiamo visto davvero che Pogacar al Giro si è allenato, non sarà bello da dire ma è così, tu per primo ci parlasti di “scatti per attivazione”durante la corsa rosa. Questa cosa potrebbe aver acceso qualche spia d’interesse anche a Vingegaard? Potrebbe venire al Giro anche lui in futuro?
Bisogna considerare che sono due corridori un pochino diversi, anche se entrambi mirano al Tour. Pogacar può vincere tutto, anche la Roubaix, l’altro ha qualche limite in più. Vingegaard è un atleta un po’ più specializzato e il livello della sua prestazione top in una corsa di un giorno ce l’hanno diversi corridori. Per questo dico che forse a Vingegaard un Giro potrebbe costare un po’ di più che a Pogacar, fosse anche solo mentalmente. Chiaro, lo vincerebbe, ma il suo carico esterno sarebbe maggiore.
Carico esterno?
Sì, tutto quello che c’è intorno, la sua spesa in generale. Il suo TTS (il livello di stress, ndr) sarebbe maggiore e questo dipende da tanti fattori, il recupero o semplicemente le energie nervose per stare in gruppo. Tadej è molto abile e sciolto nello stare in gruppo, nel guidare la bici, Jonas un po’ meno.
Con Paolo Artuso raccontando ciò che l'allenatore della Bahrain Victorious ha capito di Colbrelli in 5 anni che lo allena. Da quando arrivò dalla Bardiani
Si avvicina a grandi passi l’appuntamento olimpico, ma prima di chiudere la porta sul Tour, vogliamo condividere con voi alcuni approfondimenti. Uno riguarda la cronometro di Nizza, che ha suggellato il podio francese e a ben vedere avrà riflessi anche sulle sfide olimpiche di sabato. E’ singolare e insieme indicativo che il podio dell’ultima tappa abbia ricalcato alla perfezione quello finale. Evenepoel è stato al di sotto dei suoi standard di specialista? Va bene Pogacar, ma Vingegaard così forte era prevedibile anche contro il tempo?
A Nizza c’era anche Marco Pinotti, allenatore del Team Jayco-AlUla, che in carriera ha vinto per due volte l’ultima crono del Giro. Nel 2008, battendo Tony Martin a Milano su un percorso velocissimo: 51,298 di media. Nel 2012, battendo Geraint Thomas ancora a Milano, a 51,118 di media. Proprio in quest’ultimo caso, la maglia rosa si giocò in quell’ultima tappa, con Hesjedal che recuperò i 31 secondi di ritardo da Purito Rodiguez e conquistò il Giro con vantaggio finale di 16 secondi. Ugualmente, nella classifica di tappa finirono 6° e 26°.
«Il percorso dell’ultima crono – dice Pinotti – era meno adatto a Remco, rispetto a quella che ha vinto nella prima settimana. Era una crono dura e lui è finito terzo, perché ha perso la maggior parte del tempo nella prima parte, quella in salita. Nella parte finale invece, sei minuti tutti in pianura, lui ha fatto il miglior tempo. Secondo Campenaerts, terzo Matthews. Sesto in quel tratto è stato Vingegaard, mentre Pogacar addirittura ottavo o nono, però lui negli ultimi due chilometri ha rallentato. Quindi un parziale in linea con quello che ci saremmo aspettati in una crono piatta, cioè Remco più veloce».
Pogacar ha vinto anche grazie alla forma superiore e la perfetta conoscenza delle strdaePogacar ha vinto anche grazie alla forma superiore e la perfetta conoscenza delle strdae
Invece nei tratti precedenti?
Dal secondo al terzo intertempo c’era la discesa e Pogacar ha fatto il miglior tempo, perché abita lì. Jorgenson il secondo. Almeida, Buitrago e Tejada hanno fatto una bella discesa perché si giocavano il piazzamento. Sono andati bene anche Ciccone e Matthews, gente che ci vive o che ci ha vissuto. Remco è andato come Yates, che era in ritardo ai primi intermedi ma sempre intorno all’ottavo, nono posto e nell’ultimo tratto è scivolato tutto indietro. Nel senso che era in ritardo in salita e una volta che si è reso conto di non poter vincere la crono, non ha preso rischi. Si è visto che in discesa non era proprio lineare nelle curve.
Quindi un risultato che si poteva scrivere anche prima che corressero?
Alla fine di un Grande Giro è sempre così, quelli di classifica sono più performanti. Primo, perché ultimamente dedicano anche loro tanto tempo all’allenamento e all’aerodinamica. E poi perché quel percorso ha penalizzato gli specialisti. Campenaerts nell’altra crono era arrivato 5° a 52″ da Evenepoel: a Nizza invece è finito 13° a 3’14” da Pogacar. La prima non era una crono piatta, però Evenepoel l’ha fatta a 52,587 di media. A Nizza, Pogacar ha fatto 44,521, vuol dire che è stata dura. Quindi è normale che siano arrivati davanti quelli di classifica, che avevano più riserva. Specialisti non ce n’erano, tranne Campenaerts e Sobrero. Matteo mi ha detto di averla fatta a tutta. E’ arrivato 19° e con le forze che gli erano rimaste si è preso quasi 4 minuti.
Sobrero si è molto impegnato, ma era sfinito e ha subito un passivo di 3’55”Non era una crono per specialisti: Campenaerts (5° nella prima) si è piazzato 13° a 3’14”Sobrero si è molto impegnato, ma era sfinito e ha subito un passivo di 3’55”Non era una crono per specialisti: Campenaerts (5° nella prima) si è piazzato 13° a 3’14”
In conferenza stampa Remco ha detto che la discesa era troppo pericolosa e avendo l’obiettivo delle Olimpiadi non ha voluto rischiare.
Può essere, perché la discesa non era semplicissima. Se uno abita lì e va a farla cinque volte al mese, è un’altra cosa. Non era pericolosa, però c’erano tantissime curve, dove se sei sicuro di poter lasciare i freni, guadagni 13-14 secondi. Invece nell’altra crono, Remco aveva fatto una bella discesa, perché magari l’aveva vista 2-3 volte come gli altri. E poi a Nizza, una volta che non aveva il miglior tempo in salita, cosa aveva da guadagnare a rischiare? Il terzo posto era consolidato e il secondo irraggiungibile. Avrà visto negli intertempi dov’era rispetto a Vingegaard, ha capito che la crono non la vinceva e ha deciso di non prendere rischi.
Secondo te chi ha puntato al cambio di bici ha fatto un passo falso?
C’era una strategia alternativa possibile: partire con la bici da strada e cambiarla in cima alla seconda salitella. Però c’erano 3 chilometri piatti all’inizio e già lì, con la bici da crono rispetto a quella da strada, guadagnavi minimo 15 secondi. Poi speri di riguadagnarli in salita con la bici più leggera? Può essere, ma sulla prima salita andavano a 24 di media, Pogacar anche a 28. A quelle velocità la bici da crono è ancora vantaggiosa. Altra cosa: noi abbiamo avuto da poco la bici da crono con i freni a disco. E se c’è un feedback che tutti mi hanno dato è di trovarsi meglio come guidabilità anche rispetto alla bici da strada. L’unico svantaggio resta il peso, perché una bici da crono pesa mediamente un paio di chili in più.
Pinotti ha seguito Durbridge che con la bici da crono ha… piegato la resistenza di DillierPinotti ha seguito Durbridge che con la bici da crono ha… piegato la resistenza di Dillier
Uno svantaggio che riesci a colmare con le velocità?
Vi faccio questo esempio. Io ho seguito Durbridge e avevamo davanti Silvan Dillier, che correva con la bici da strada e non andava certo a spasso. Vedendo come muoveva le spalle, si stava impegnando. Durbridge è andato regolare, eppure gli è arrivato sotto già sulla prima salita. Poi ha recuperato e in discesa Dillier con la bici da strada ci ha staccato perché noi siano andati prudenti. Ma quando siamo arrivati alla parte in pianura finale, si è messo a ruota irrispettoso delle regole, ma dopo un chilometro si è staccato. Lottavano per il 50° posto quindi non so neanche se avrà preso la penalità, però è stato divertente vedere questa differenza. Storia simile con Yates.
Cioè?
Ho seguito anche Simon e davanti a lui è partito Gall, che era 13° in classifica e ha scelto la bici da strada. Mi è sembrata una scelta assurda. Infatti, nonostante Yates avesse la bici da crono, lo ha preso sulla prima salita. L’ha passato in discesa e Gall non è più rientrato. E proprio a causa della crono ha perso una posizione. L’anno scorso a Combloux fu diverso, perché la crono era divisa in due: prima la pianura e poi quasi tutta salita. Però quando la velocità media è sopra il 23-24 all’ora, io prendo sempre la bici da crono.
Gall è partito con la bici da strada e poi ha cambiato, perdendo una posizioneQuelli che hanno usato solo la bici da strada hanno vissuto una crono a mezzo servizio: lui è Marco HallerGall è partito con la bici da strada e poi ha cambiato, perdendo una posizioneQuelli che hanno usato solo la bici da strada hanno vissuto una crono a mezzo servizio: lui è Marco Haller
I ragazzi ti hanno spiegato perché con i freni a disco la bici si guida meglio?
Prima quando avevi i freni rim e le ruote lenticolari o in carbonio, la frenata non era lineare. Adesso con i dischi è come sulla bici da strada. Prima era un problema cambiare da un giorno all’altro. Adesso frenano allo stesso modo, è un passaggio naturale. Corridori come Sobrero avevano la sensibilità per passare senza problemi da una all’altra, però la maggior parte è contenta di questo cambiamento. Adesso usano la stessa forza, staccano alla stessa distanza dalla curva e la frenata è più lineare.
Cambiando argomento, in casa UAE Emirates hanno sottolineato l’importanza della doppia guarnitura 46-60 con 11-34 dietro: perché secondo te?
Partiamo col dire che a Nizza serviva la doppia corona, la mono non andava bene. Se avessi dovuto scegliere, avrei voluto un 60-44, che per noi non era disponibile. Noi avevamo il 58 come corona più grande, l’ideale sarebbe stato un 60 o un 62, perché gli ultimi chilometri erano proprio veloci. Perciò Pogacar con il 60 è andato bene e in salita con il 46×34 era giusto. Secondo me aveva il 46-60 perché il limite del salto tra le due corone sono 14 denti. Io ho chiesto di avere il 44-60: se riescono, siamo a posto perché avremmo una copertura più grande di percorsi. Il 46×34 lo spingi bene, ma idealmente sarebbe meglio avere il 44×30, così ho una scala più lineare. Se metto il 34, uno fra il 17 e il 19 devo tenerlo fuori, invece con il 30 potrei rimetterlo. Però comunque il 46-60 è stato una buona scelta.
Questa la guarnitura 46-60 di Pogacar, prodotta da Carbon-Ti. Dietro lo sloveno aveva pignoni 11-30Questa la guarnitura 46-60 di Pogacar, prodotta da Carbon-Ti. Dietro lo sloveno aveva pignoni 11-30
Perché è stato giusto non usare la monocorona?
Si può usare quando c’è una strada molto veloce o una discesa. Però di solito, se c’è una discesa, prima c’è stata una salita. E se, come in questo caso, non è pedalabile, allora ti serve la doppia corona. Non puoi correre con il 62×38. Anche perché se usi il 62, già passare dal 13 al 14 è un bel salto rispetto a quando hai il 53. Se poi mi togli anche dei rapporti dietro e ne fai due ogni volta per montare il 38, finisce che ti serve anche una catena lunga un chilometro… Io sono più un fan della doppia corona.
Dipende anche dai percorsi?
Ormai mettono sempre sia la salita ripida che la discesa veloce, quindi devi avere l’opzione di due corone. La mono va bene nella crono di Desenzano al Giro, ma già in quella di Perugia secondo me non andava (Pogacar che ha vinto aveva la doppia, Ganna che ha fatto secondo aveva la monocorona, ndr). Le crono più belle in un Giro sono quelle dove ci sono salita e discesa. Diverso magari se si parla di una crono dei mondiali o delle Olimpiadi.
Se la crono finale è la prova delle energie residue, ha senso che Vingegaard sia arrivato secondoSe la crono finale è la prova delle energie residue, ha senso che Vingegaard sia arrivato secondo
L’anno scorso ai mondiali, la salitella al castello di Stirling premiò Evenepoel e penalizzò Ganna…
Sono scelte che fanno in base ai posti che devono raggiungere, cercando di non favorire i passisti o gli scalatori. Le Olimpiadi ad esempio quest’anno strizzano di più l’occhio agli specialisti, ma non so con quale criterio l’abbiano disegnata così. Chi organizza fa una proposta. Poi c’è una commissione che approva e penso che scelgano un percorso che possa creare la massima indecisione nella vittoria. In un Giro invece è diverso. E soprattutto la crono finale, se la fai dura, sai già che arriveranno davanti quelli di classifica. Al netto di ogni ragionamento, è così che va a finire.
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