Obiettivi e ciclismo, un tasto delicato: parola di psicologa

14.10.2022
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Come fa un atleta a mantenere alta la concentrazione anche quando gli obiettivi che si era prefissato vengono cambiati o stravolti? Il mondo del ciclismo, è sempre più al limite, sia dal punto di vista tecnico che da quello umano. I corridori sono chiamati ad essere sempre presenti e questo non è facile, anche perché è importante ricordare che dietro ogni atleta c’è un uomo, con le sue fragilità e debolezze. Elisabetta Borgia psicologa dello sport che collabora con la Federazione ed il team Trek-Segafredo ci accompagna nel grande viaggio degli obiettivi.

Ci mettiamo in contatto con la dottoressa Borgia, che in questo momento si trova in viaggio verso Praga. La sua destinazione è una conferenza dello sport, alla quale è stata invitata come relatrice per parlare del recupero post infortunio. Il traffico non le dà tregua, così le facciamo compagnia nella caotica coda dell’hinterland milanese.

Elisabetta Borgia collabora anche con la Federazione, qui agli europei di Monaco con la nazionale femminile
Elisabetta Borgia collabora anche con la Federazione, qui agli europei di Monaco con la nazionale femminile

Definizione di obiettivo

Innanzitutto, prima di parlare di obiettivi legati al mondo dello sport, in particolare a quello del ciclismo, è fondamentale determinare cosa sono.

«L’obiettivo – ci spiega la dottoressa – secondo il manuale di psicologia dello sport è legato alla ricerca della mia migliore espressione. Non sono direttamente legati alla vittoria, pensare solo al risultato non permette di fare un avvicinamento strutturando un percorso. Il pensiero dell’atleta deve essere “Devo arrivare a quella gara e voglio essere la mia migliore espressione di me stesso”. Da lì si inizia a lavorare a ritroso, passando dall’allenamento, ma anche dalla mente. L’obiettivo si tramuta in azioni quotidiane, che ci permettono di lavorare al meglio, rimanendo attaccati al presente ma con uno sguardo verso il futuro. Il “dove vogliamo arrivare” deve essere sminuzzato in piccole azioni quotidiane».

Mas è stato bravo a riprogrammare i suoi obiettivi dopo il Tour concentrandosi su Vuelta e finale di stagione
Mas è stato bravo a riprogrammare i suoi obiettivi dopo il Tour concentrandosi su Vuelta e finale di stagione

Un percorso definito

La programmazione, come abbiamo intuito già da queste poche parole di Elisabetta, è fondamentale. Quello che però bisogna far capire è che non si passa solo dalla prestazione atletica, ma anche dalla mente.

«Gli obiettivi – riprende Borgia – sono quelle boe che ci permettono di rimanere all’interno del percorso. Ci motivano e ci danno tranquillità. Gli atleti hanno bisogno di ricevere dei check durante il loro periodo di preparazione, che siano i risultati dopo un lavoro in palestra o dei watt che devono esprimere. La parola chiave è: schematizzare. Tutti noi abbiamo bisogno di riuscire a mantenere il controllo, nessuno sta bene se si sente una bandiera al vento. Ci sentiamo bene quando sentiamo una responsabilità verso le cose che dobbiamo fare. Allo stesso modo, però, è importante riconoscere che noi non abbiamo il controllo su tutto, c’è sempre una parte imprevedibile. Il vademecum deve essere: lavora, controlla, cambia e lascia andare quello che non va.

«Tutti noi – riprende – ma gli atleti in particolare, sono molto più sbilanciati verso il ”c’è una cosa che non va e devo trovare il modo di cambiare”. La cosa che bisogna fare, invece, è accettare al più presto quello che non si può cambiare. Sbattere la testa contro i problemi non ci aiuterà a superarli. Pensate ad un infortunio che compromette una gara sulla quale si era messa la famosa bandierina rossa. Bisogna riuscire ad accettare al più presto che il piano A è sfumato e virare su quello di riserva per continuare a fare il tuo lavoro al meglio».

Caduta Julian Alaphilippe, Giro delle Fiandre 2020, Wout Van Aert, Matheiu Van der Poel
Gli infortuni sono difficili da accettare ma fanno parte dello sport, bisogna accettarli: chiedere ad Alaphilippe…
Caduta Julian Alaphilippe, Giro delle Fiandre 2020, Wout Van Aert, Matheiu Van der Poel
Gli infortuni sono difficili da accettare ma fanno parte dello sport, bisogna accettarli: chiedere ad Alaphilippe…

Riprogrammare

Essere adattabili e flessibili deve essere una caratteristica dei corridori, non tutti sono fatti allo stesso modo, c’è chi soffre di più e chi, invece, riesce a focalizzarsi subito su un nuovo obiettivo.

«Questo è parte del mio lavoro – continua la dottoressa – riprogrammare è qualcosa che faccio insieme agli atleti. Il punto è che la psicologa ti può aiutare, ma fino ad un certo punto: la motivazione è qualcosa che viene da dentro, non può essere data dall’esterno. La motivazione è di due tipologie: intrinseca ed estrinseca. La prima è legata alla passione al piacere nel fare quella cosa per sé. La seconda, quella estrinseca, è legata a quelli che sono i secondi fini, quelli professionali, di conseguenza è una motivazione inferiore. Una cosa fondamentale è anche lavorare sulle cose che funzionano, e non solo sui nostri limiti. Fare qualcosa che ci riesce bene è fondamentale per non perdere il giusto feeling.

«Un altro aspetto da non sottovalutare – conclude Elisabetta – è il circolo del senso di colpa. La psicologia dice che se vuoi avere dei picchi devi ricercare le valli, non si può andare sempre al massimo. Si devono trovare dei momenti dove staccare e riposare. Il riscatto è un’arma a doppio taglio e molto affilata. Poniamo che un corridore abbia finito un Giro d’Italia corso sottotono, dentro di lui nascerà immediatamente una grande voglia di rivalsa. Ma se non ti concedi i giusti tempi di riposo, anche quando le cose vanno male, non recuperi più e la tua mente si stanca doppiamente. Il consiglio è creare un proprio zona di comfort, con persone di fiducia che possano fare da muro e filtrare quello che arriva».

Australia, ultimi appunti di viaggio. Parla Dagnoni

29.09.2022
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Prima di ripartire dall’Australia e dopo il clamore delle settimane precedenti, con il presidente federale Dagnoni abbiamo affrontato una serie di riflessioni sulla spedizione azzurra. E se da un lato era impossibile fare finta di niente, la sensazione è che lo tsunami delle provvigioni irlandesi si sia ritirato, avendo prodotto danni di immagine concreti a fronte di una vicenda i cui contorni appaiono invece sempre meno netti. La Federazione ha tardato decisamente troppo per dare delle spiegazioni, ma alla fine lo ha fatto. Mentre il punto di partenza e alcune dinamiche ricordano la vicenda che coinvolse la moralità di un tecnico azzurro senza che poi, depositato il fango sul fondo, si sia arrivati a nulla.

«Sono partito dall’Italia – dice Dagnoni – con una situazione definita e chiusa, che mi ha concesso di arrivare qua sereno perché è stato chiarito tutto. Soprattutto con le dichiarazioni a fine Giunta Coni del presidente Malagò, che ha definito la nostra Federazione virtuosa. Per rispondere, qualche errore è stato fatto, ma in assoluta buona fede. E soprattutto non ha creato, lo voglio sottolineare, nessun danno per la Federazione. Questo è un po’ il sunto di tutto un discorso che ci ha insegnato a essere più attenti a certe situazioni, per evitare che poi vengano ingigantite».

Spazio Azzurri, ecco l’hotel di Bowral in cui ha alloggiato l’Italia, assieme alla Gran Bretagna
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Che cosa le è sembrato di questo mondiale?

Si è trattato soprattutto di una trasferta impegnativa, perché comunque siamo dall’altra parte del mondo. Però è bello il clima che si è creato all’interno della nostra nazionale. Una grande sinergia tra i vari gruppi, anche a livello di staff, meccanici e massaggiatori. Ci si aiutava uno con l’altro rispetto al passato, dove ho sempre visto molte camere stagne. Adesso c’è un clima completamente diverso, ma non lo dico solo io, lo dicono anche gli addetti ai lavori che lo percepiscono. Ho visto fare riunioni di tutti i massaggiatori e di tutti i meccanici insieme. E quando c’è una partenza, sono tutti lì per aiutare. Il clima è sereno ed è quello che ho sempre auspicato. 

Quanto pesa sui conti una trasferta così?

Facevamo il calcolo che ci è costato il doppio di un normale mondiale in Europa. Ma per fortuna da un lato abbiamo le risorse per sostenerla e poi si è creata un’ottima intesa tra i dipendenti della Federazione, che si sono sempre occupati di queste trasferte, e Roberto Amadio che ha portato la sua esperienza WorldTour. Abbiamo avuto una gestione molto attenta a livello di ottimizzazione dei costi.

Ad esempio?

I corridori avevano 65 chili di bagaglio a testa, in modo da non dover pagare per le bici. Elite ci ha fatto avere i rulli dall’importatore in Australia. Il camper l’abbiamo trovato gratuitamente, grazie a Gerry Ryan, il proprietario della Bike Exchange che li produce. Ho avuto anche l’onore di conoscerlo e l’ho ringraziato. Un altro esempio sono i lettini dei massaggi. Portarli costava troppo come spedizione, così li abbiamo affittati in Australia a un quarto del prezzo del trasporto. Sono tutti dettagli che, messi insieme, vanno a ottimizzare i costi. I meccanici ad esempio non sono arrivati ognuno con la propria valigia, ma abbiamo fatto i bauli con pezzi meccanici e attrezzi.

Salvoldi con gli juniores ha ammesso che siamo un po’ indietro…

Il primo scopo nell’aver messo Salvoldi agli juniores era dare un metodo di lavoro. Ho avuto molti apprezzamenti dalle società per avere inserito un tecnico professionale come Dino in questa categoria. Gli ho detto subito che non era nostra intenzione vincere le medaglie, soprattutto in tempi rapidi, ma creare una cultura e degli atleti che possano sbocciare fra qualche anno, avendo un’impostazione. Mi ha detto che sulla pista riesce a lavorare in tempi più rapidi, perché ha un gruppo di lavoro a disposizione. Sulla strada invece i ragazzi sono affidati alle società per cui è un lavoro a lungo termine. Di conseguenza dovremo avere un po’ più di pazienza.

Salvoldi ha da poco iniziato la sua opera con gli juniores: per Dagnoni sarà sicuramente puntuale, ma servirà tempo
Salvoldi ha da poco iniziato con gli juniores: per Dagnoni sarà puntuale, ma servirà tempo
Pensa che ci riuscirà?

Mi fido molto della capacità di Dino, sono sicuro che porterà dei buoni risultati. Strada e pista avranno tempi diversi e sulla strada c’è da lavorare di più anche territorialmente. Bisognerà andare in giro per insegnare metodologie che ormai sono sempre più esasperate. Ormai gli juniores hanno carichi di lavoro nettamente diversi da quelli che c’erano in passato.

Intanto fra gli under 23 ha vinto un corridore WorldTour reduce dalla Vuelta.

Aveva per forza una preparazione diversa, mentre i nostri sono dilettanti veri. Poi tra l’altro siamo anche stati sfortunati perché Buratti era in gran forma, ma ha avuto la sfortuna di bucare, cambiare bicicletta e inseguire per un giro, altrimenti sarebbe stato protagonista. Però dovremo essere più attenti e valutare, magari con le squadre se ci verrà concesso. Non ci sono imposizioni o direttive su chi convocare e chi no. Dovremo ragionare con la nostra struttura tecnica e il Consiglio federale per adeguarci alle esigenze. La legge di Darwin dice che non vince il più forte, ma chi si adatta più velocemente al cambiamento. Ecco, dovremo decidere come farlo in tempi rapidi.

La nazionale femminile ha una bella struttura attorno.

Sono state inserite figure professionali di alto livello. In questa trasferta c’erano Elisabetta Borgia, Tamara Rucco la massaggiatrice e Rossella Callovi. Sono professioniste serie e molto apprezzate dalle ragazze, perché svolgono al meglio il proprio lavoro. Poi è vero che una Rossella Callovi, che è stata vicecampionessa del mondo al primo anno juniores e iridata il secondo, se si trova a parlare con le ragazze, magari ha una credibilità diversa. Può trasferire delle emozioni, qualcosa che lei ha vissuto in prima persona per cui è anche più convincente. Elisabetta Borgia segue alcune ragazze anche al di fuori della nazionale, per cui ho visto per esempio che con Vittoria Guazzini la sua figura è stata importante. Come ha detto in un’intervista, lei è quella che tiene pulita l’acqua in cui nuotano i pesci. Di fatto è quella che sa dare la carica. Sono figure che abbiamo inserito e siamo molto contenti di averlo fatto.

Dagnoni spiega che Amadio (qui con Bettiol) ha gestito la trasferta iridata con una serie di soluzioni d’esperienza
Dagnoni spiega che Amadio (qui con Bettiol) ha gestito la trasferta iridata con una serie di soluzioni d’esperienza
C’è qualcosa che non le è piaciuto di questo mondiale?

Per natura sono abituato a guardare sempre i lati positivi. Per cui è vero che la trasferta di ogni giorno per andare al campo gara dall’hotel era pesante, però anche in questo caso mi piace sottolineare l’organizzazione per trovare la struttura adeguata alle nostre esigenze. Eravamo 78 persone, di conseguenza non era facile trovare un hotel che ci accogliesse tutti insieme e ci mettesse la cucina a disposizione (avevamo il nostro cuoco, anche questa è un’altra figura fondamentale per gli atleti e con un costo accettabile). Però l’abbiamo trovata, anche se era a più di un’ora di distanza. E alla fine, proprio per il clima che ho rimarcato prima, era importante essere tutti insieme e ci siamo riusciti.

Donne professioniste e corpi militari: si dovrà cambiare?

Si continua a parlarne, ma al momento non è ancora definito niente. Ho parlato con Francesco Montini, responsabile delle Fiamme Oro e ha detto: «Noi abbiamo atleti che di fatto non sono professionisti, ma hanno contratti importanti come Marcell Jacobs che continuano a stare nelle Fiamme Oro». Pertanto, se dall’UCI non arriverà una regola diversa, per me si può continuare come sempre.

A Wollongong c’era anche Mirko Sut, lo chef (a sinistra) accanto a Lorenzo Rota
A Wollongong c’era anche Mirko Sut, lo chef (a sinistra) accanto a Lorenzo Rota
Avete deciso come fare per il Giro U23 e il Giro Donne?

Dovremmo uscire a breve con un bando e cercheremo di assegnare sicuramente il Giro Under 23 che è ancora in attesa di avere una gestione. E poi probabilmente parleremo anche del Giro Donne dal 2024 in poi. Il prossimo anno infatti è ancora in mano a PMG Sport/Starlight. Stiamo lavorando e secondo me anche bene. Forse è questo che magari a qualcuno dà fastidio.

Gestione del sonno: il protocollo della Fci per abbattere il jet-lag

17.09.2022
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Con Laura Martinelli ieri abbiamo parlato di alimentazione per il lungo viaggio verso l’Australia, oggi con Diego Bragato, del settore performance della Federazione, parliamo invece del sonno, della sua particolare gestione in relazione all’ampio fuso orario che ci separa da Wollongong: siamo otto ore indietro. Quando lì sono le 18 da noi sono le 10, per fare un esempio.

Bragato ci dice subito che non hanno lasciato nulla al caso e che su questo aspetto lavoravano già da un po’. Già, lavoravano, al plurale. Perché si è trattato di un vero gioco di squadra composto da lui come coordinatore, ma anche dal dottor Roberto Corsetti e Josè Luiz Dantas, responsabile scientifico della Fci.

Diego Bragato con le ragazze juniores ai recenti mondali di categoria in pista (foto Instagram)
Diego Bragato con le ragazze juniores ai recenti mondali di categoria in pista (foto Instagram)
Diego, ci avete lavorato dunque sul fuso orario…

E’ stato un bel lavoro di squadra. E’ emerso ciò che Roberto Amadio (team manager delle squadre nazionali della Fci, ndr), ha voluto: una struttura come questa con staff e ruoli ben definiti. In questo modo io ho potuto seguire i ragazzi e le ragazze nei tanti impegni estivi: europei under 23, Giochi del Mediterraneo, europei elite… Riguardo all’Australia, volevamo dare ai ragazzi le giuste info sul fuso orario.

Raccontaci come è andata…

Dantas e Corsetti hanno creato un decalogo-diario con le informazioni necessarie per i ragazzi. Un decalogo che riguardava i comportamenti da assumere cinque giorni prima del via e cinque dopo l’arrivo in Australia. E una sorta di diario su cui appuntare le sensazioni e quanto fatto quattro giorni prima del via e tre giorni dopo l’arrivo. Una volta messo a punto tutto ciò, Dantas e Corsetti hanno riferito a tutti i commissari tecnici in un incontro su Zoom. A loro volta i cittì hanno parlato con i ragazzi.

E cosa diceva questo decalogo?

Dava dei consigli su come gestire principalmente il sonno in vista della trasferta. Quindi anticipare l’orario del sonno, vale a dire andare a letto prima. Di fare molta attenzione soprattutto dopo le 18, divenute le 16 a ridosso della partenza. Di prestare attenzione alla luce. Bisognava infatti “far capire” al corpo che era sera. Dovevano poi anticipare la cena. E da due giorni prima del volo dovevano anticipare notevolmente la sveglia, esponendosi velocemente alla luce una volta svegli così da dare un certo imput al fisico e stimolare subito gli ormoni. 

In conferenza stampa le atlete hanno ringraziato la Fci per averle fatte arrivare in Australia con un buon anticipo (foto Instagram)
In conferenza stampa le atlete hanno ringraziato la Fci per averle fatte arrivare in Australia con un buon anticipo (foto Instagram)
Un lavoro certosino…

In più Corsetti ha informato i ragazzi su come gestire la melatonina e la caffeina. Non dovevano esporsi alle luci blu di smartphone e tablet mezz’ora prima di andare a dormire. E poi le indicazioni sul viaggio: fare piccoli esercizi di stretching, camminare durante gli scali, la pulizia in volo…

Pulizia in volo?

Siamo pur sempre con lo spettro del Covid, quindi Corsetti spiegava ai ragazzi come igienizzare il tavolinetto su cui mangiavano, per esempio, le mani, cosa toccare in aeroporto. L’attenzione è massima.

E il sonno vero e proprio, sempre durante la fase del viaggio?

E’ stato detto loro di allinearsi sugli orari australiani al momento della partenza. E se dormivano fuori orario, anche una volta arrivati, dovevano fare dei pisolini non più lunghi di 30′. Un altro aspetto che non abbiamo trascurato è stato quello del bere. Sin dai giorni prima abbiamo detto agli atleti di bere di più, acqua chiaramente, perché spesso quando si è in uno stato confusionale e si è in viaggio ci si scorda di idratarsi. Ed essere oltre che stanchi anche disidratati è ancora peggio.

C’è un orario migliore per prendere il feeling con i nuovi orari?

Sono stati favoriti coloro che sono atterrati in Australia per l’ora di cena e magari erano già un po’ stanchi. 

Il protocollo del sonno messo appunto dalla Fci prevede di bere molto, in volo e non solo…
Il protocollo del sonno messo appunto dalla Fci prevede di bere molto, in volo e non solo…
La domanda può sembrare banale: ma perché è così importante adeguarsi subito al fuso orario? Anche ieri in conferenza stampa i ragazzi hanno sottolineato più volte l’aspetto del jet-lag…

Il nostro corpo si basa sulle abitudini e così anche le prestazioni. Pertanto è necessario riprendere quanto prima le proprie abitudini. Bisogna adeguare quanto prima i cicli, quello ormonale e quello circadiano, ai nuovi orari, perché appunto influiscono sulla prestazione. E’ fondamentale.

I ragazzi come li hai visti di fronte a tutto ciò?

Erano interessati. Soprattutto gli juniores. Ero in pista con loro per degli allenamenti e abbiamo ripassato il tutto, facevano domande. E poi va detto che con quattro scaglioni di partenze e con le ragazze impegnate alla Vuelta non era semplice per loro seguire tutto ciò e soprattutto applicarlo. In generale li ho visti partecipi e concentrati e soprattutto contenti di questo supporto da parte della Federazione.

Due ottobre, riparte il Giro d’Italia di ciclocross

12.09.2022
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Meno di un mese e sarà di nuovo Giro d’Italia di ciclocross, aprendo di fatto la stagione sui prati. Il circuito più antico del calendario riapre i battenti, proponendo sei tappe. L’ex cittì della nazionale Fausto Scotti già scalpita per rimettersi in moto e girare l’Italia con il suo staff per dare supporto alle varie società che hanno aderito al suo invito, accettando di entrare nella challenge.

A dire il vero però le gare saranno anche di più: ce ne sono infatti due a fine stagione, che pur non facendo parte direttamente del circuito, sono ad esso consociate. A spiegare l’arcano è lo stesso Scotti.

«Noi abbiamo strutturato il circuito sulle modalità dello scorso anno, quindi si parte il 2 ottobre, con 4 tappe nello stesso mese, poi un’altra a novembre e chiusura la domenica prima di Natale. Ci saranno poi due altre gare da noi allestite, il 23 dicembre a San Marco in Lamis (FG) con il Campionato Intersolidale e l’8 gennaio, il tradizionale Memorial dedicato a mio padre a Roma. Non varranno per la classifica, ma saranno comunque gare nazionali».

Fausto Scotti, Giro d'Italia Ciclocross 2020, Gallipoli
Fausto Scotti, ex cittì azzurro, rilancia il Giro d’Italia di ciclocross e prepara altri due appuntamenti
Fausto Scotti, Giro d'Italia Ciclocross 2020, Gallipoli
Fausto Scotti, ex cittì azzurro, rilancia il Giro d’Italia di ciclocross e prepara altri due appuntamenti
La prima cosa che salta agli occhi, guardando il calendario italiano, è il gran numero di gare. Si era detto che l’abbondanza dipendeva dalla scelta di venire incontro agli organizzatori in tempo di Covid, ma ora l’emergenza è passata…

E’ vero, ma queste sono scelte della Federazione nelle quali non vogliamo entrare, perché non è compito nostro. Noi abbiamo fatto le richieste per rinnovare il circuito e sono state accettate, anzi dirò di più. Inizialmente avevamo pensato di tirarci indietro e investire maggiormente nell’attività giovanile su strada, convinti che nel ciclocross avessimo ormai fatto il nostro tempo, ma dalla Fci ci è arrivata l’espressa richiesta di andare avanti e non cancellare un patrimonio del movimento. Resta il fatto che per fare una gara nazionale (e internazionale ancor di più) bisogna corrispondere a una serie di criteri, ma non siamo da questo punto di vista molto tranquilli.

Il calendario del GIC 2022

Il Giro d’Italia di Ciclocross si compone di 6 tappe, con l’Asd Romano Scotti a supporto delle società organizzatrici salvo che nell’ultima tappa allestita in proprio. Queste le date.

DataLocalitàOrganizzazione
2 ottobreCorridonia (MC)Bike Italia Tour
9 ottobreOsoppo (UD)Jam’s Bike Buja
16 ottobreS.Elpidio a Mare (FM)O.P.Bike Asd
30 ottobreFollonica (GR)Free Bike Follonichese
13 novembreFerentino (FR)Mtb Ferentino Bikers
18 dicembreGallipoli (LE)Asd Romano Scotti
Il circuito però è concentrato quasi interamente nella parte iniziale della stagione, non è uno svantaggio?

Dipende. Trovare spazi in un calendario così ricco non era facile soprattutto se si vogliono evitare concomitanze. La terza tappa, ad esempio, sarà concomitante con una gara nazionale a Cremona, la quarta con la prova internazionale di Brugherio e questo influirà sulla partecipazione, ma non si poteva fare altrimenti. In alcuni casi abbiamo anche provato a conciliare le nostre esigenze con quelle di altre gare, la prova di Ferentino infatti potrebbe essere anticipata al sabato per consentire ai partecipanti di raggiungere di sera Bisceglie e gareggiare il giorno dopo al Mediterranea Cross.

Le vostre gare hanno sempre avuto grandi numeri di partecipazione: che riscontri state avendo dalle società?

L’attesa è enorme e proprio il fatto che buona parte della challenge sarà a ottobre dovrebbe portare nelle nostre gare tutto il meglio del panorama italiano. Di fatto saremo il cammino introduttivo alla stagione internazionale e agli europei di novembre. Noi abbiamo avuto sempre almeno 400-500 partecipanti con punte di 800 e sarà così anche quest’anno.

Sei gare sono secondo te il numero giusto?

Diciamo che una challenge può avere dalle 6 alle 8 gare. Se avessimo dovuto accettare tutte le richieste che abbiamo avuto, sarebbero state molte di più. Abbiamo avuto proposte da ogni parte d’Italia, anche da Sardegna e Sicilia, ma alla fine abbiamo dovuto privilegiare chi era già stato con noi, chi ha una struttura consolidata e, va sottolineato, ha anche investito negli anni scorsi nella nostra creatura. Qualcuno l’ha presa male, non lo nego, ma con un calendario così ricco non potevamo fare altrimenti.

Quindi vi aspettate al via tutti i migliori…

Io ho mantenuto i contatti con tutti, dopo anni alla guida della nazionale si sono ormai formati legami forti. Molti mi vedono come un fratello maggiore. So che verranno in tanti, anche Luca Braidot (bronzo ai mondiali di Mtb, ndr) mi ha detto che vorrebbe quest’anno fare più ciclocross per preparare il 2023 e conta di esserci. Il problema è vedere chi ci sarà realmente. Temo infatti che come sempre la strada fagociterà molto talenti, soprattutto fra giovani e donne elite, chi riuscirà a resistere alle pressioni dei team e fare attività invernale?

Tornando alle origini del Giro d’Italia, quant’è cambiato da allora il movimento?

Tantissimo, i numeri sono notevolmente aumentati e soprattutto sono coinvolti grandi team al nostro fianco, ma vorrei sottolineare anche l’apporto che da quest’anno avremo con l’Iris, azienda di primissimo piano nel campo del rinnovamento ecologico. D’altronde ci sono i numeri a testimoniare il valore del Giro, come le oltre 417 mila visualizzazioni dei video sulla pagina Facebook, i 331 team accreditati nella scorsa edizione per un totale di 4.044 presenze. Hanno ragione in Fci, è un patrimonio che non si può disperdere.

Cannibal Team, una squadra fuori dagli schemi

05.09.2022
6 min
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Guardando settimana dopo settimana l’andamento dell’attività juniores internazionale, è facile notare come ai primi posti delle grandi prove, sia a tappe che d’un giorno, ci siano due team che spopolano. Uno è l’Auto Eder che abbiamo visto essere l’emanazione fra i più giovani della Bora Hansgrohe. La storia del Cannibal Team, che già dal nome sembra incutere terrore, è ben diversa. Formazione di nascita belga, è qualcosa che va molto al di là: una vera e propria multinazionale di talenti, con corridori che provengono da ben 17 Nazioni.

Un team che fa dell’originalità il suo punto forte e lo si capisce già dalla sua singolare storia, raccontata con infinita passione dal suo direttore sportivo Francis Van Mechelen.

«L’idea è nata una decina di anni fa a me e mia moglie, Erika Aliskeviciute – spiega – che correva e che è ora la presidente del team. Eravamo in Lituania allora e volevamo dare la possibilità di fare ciclismo ai nostri figli Vlad e Gloria, ma non trovavamo un team adatto».

Erika Aliskeviciute, madre e presidentessa del team con Vlad e Gloria Van Mechelen
Erika Aliskeviciute, madre e presidentessa del team con Vlad Van Mechelen

«Così abbiamo pensato di fare da soli, facendo una squadra solo di coetanei dei nostri figli (Vlad è del 2004, Gloria due anni più grande). Loro crescevano, passavano di categoria e lo stesso faceva il team, facendo crescere con loro altri ragazzi che arrivavano da ogni parte del mondo, fino ad arrivare alla realtà attuale con 24 corridori di 17 Paesi diversi».

Perché avete scelto questa soluzione?

Noi abbiamo scelto inizialmente ragazzi provenienti da Paesi dove il ciclismo non è uno degli sport maggiormente praticati, per dare loro modo di vivere la propria passione, ma pian piano siamo cresciuti e l’idea con noi. Noi viviamo in Lituania, il Paese di mia moglie, ma i ragazzi sono in Belgio per seguire l’attività. Abbiamo ben chiaro ciò che vogliamo fare noi e vogliono fare i nostri ragazzi, dobbiamo solo metterli nelle condizioni migliori per raggiungere i loro limiti. Non è un caso se Vlad è l’unico belga del team.

Da sinistra Ermakov (RUS), Van Mechelen (BEL), Shmidt (USA), Ragilo (EST), Chamberlain (AUS) e Rode (NOR)
Da sinistra Shmidt (USA), Ragilo (EST), Chamberlain (AUS) e Rode (NOR)
La particolarità, visto il momento storico, è che al suo interno ci sono ciclisti russi, ucraini e americani…

Per noi questo è molto importante. I ragazzi sono cresciuti insieme, sono amici tra loro e la guerra gli è piovuta addosso. Sono un esempio di come lo sport trasmetta messaggi ben diversi da quelli che sentiamo nei telegiornali. Sono qualcosa da raccontare ai giovani, per far capire che è lo sport il terreno adatto per competere, in maniera leale, in comunità, restando amici. I corridori russi sono arrivati molti mesi fa, hanno iniziato ad allenarsi con gli ucraini e hanno subìto la guerra esattamente come i loro coetanei provenienti dall’altra parte. Odiano la guerra allo stesso modo, sono vittime come noi perché la guerra non ha vincitori, fa solo vittime.

Tra tanti ciclisti non ci sono italiani. Avevate pensato a qualche corridore nostrano da contattare?

Grazie per la domanda perché mi consente di sottolineare come i rapporti con il ciclismo italiano e la sua federazione siano sempre difficili. Ogni volta che partecipiamo a una gara italiana dobbiamo sempre presentare una marea di documenti, quando si gareggia in Belgio come in qualsiasi altro Paese è tutto molto più semplice. Nel corso degli anni, anche pochissime settimane fa, abbiamo ricevuto tante richieste da parte di corridori italiani e ne prenderemmo volentieri e vogliamo farlo, ma gli ostacoli che la Fci pone sono davvero enormi. Vi faccio un esempio…

Vlad Van Mechelen fra Ragilo, 1° alla Junioren Rundfahrt e Ermakov, 1° alla Route des Geants
Vlad Van Mechelen, 3° nella penultima tappa in Lunigiana, con Ermakov, 1° alla Route des Geants
Prego…

Ad inizio anno mio Vlad era venuto in Italia per il Giro di Primavera a San Vendemiano, non volevano farlo partire, per fortuna ho trovato persone alla federazione belga che al sabato hanno trasmesso i documenti richiesti, così Vlad ha potuto correre e finire secondo. Bisogna che in Italia qualcosa cambi, non è possibile continuare così, sia per gareggiare, sia per favorire gli scambi, che poi rappresentano un’insostituibile esperienza di crescita.

A tal proposito, come vivono insieme?

Noi abbiamo corridori che vengono da Paesi come Usa o Australia, che hanno bisogno di un visto e possono restare 3 o 4 mesi. Sono quelli delle gare, poi ripartono e tornano successivamente. Quelli europei hanno più facilità di movimento, raggiungono il punto base per un paio di settimane legate all’evento, poi tornano a casa. Noi abbiamo una Team House frequentata da almeno 6-7 ragazzi ogni giorno: fanno tutto insieme, dalle faccende domestiche alle uscite di svago, dallo studio agli allenamenti. Si vive come una vera famiglia e questa comunanza si traduce anche in gara, dove corrono davvero come un gruppo unito.

Shmidt e il diesse Francis Van Mechelen, pronto ad allargare ancora il team (foto The Young Peloton)
Shmidt e il diesse Francis Van Mechelen, pronto ad allargare ancora il team (foto The Young Peloton)
Siete collegati a qualche squadra WorldTour?

Proprio nelle ultime ore abbiamo stretto un rapporto con un team WorldTour come formazione Development, ma lo annunceranno loro. Intanto però i nostri ragazzi hanno già siglato accordi con formazioni U23 dell’area WorldTour: mio figlio e l’estone Ragilo andranno al Team DSM, l’americano Shmidt all’Hagens Berman Axeon, ma anche altri si muoveranno.

Fra loro c’è anche suo figlio Vlad: correre con tanti stranieri lo ha fatto crescere?

Enormemente e non solo come corridore. Noi abbiamo iniziato a far correre i nostri ragazzi quando avevano 10-11 anni, hanno corso in tutta Europa, anche alla vostra Coppa d’Oro, questo li ha portati a gareggiare nelle gare junior Uci senza stress, quasi fosse normale e devo dire che questo atteggiamento mentale ce l’hanno anche i ragazzi italiani, molti dei quali ad esempio parlano bene inglese. Io ho visto Vlad maturare tantissimo come persona e questo serve anche agonisticamente, come si è visto al recente Giro della Lunigiana. Ora è già stato convocato per i Mondiali e ci aspettiamo tanto.

Vlad con due dei tanti campioni nazionali del team: Tobias Nakken (NOR) e Frank Ragilo (EST)
Due dei tanti campioni nazionali del team: Tobias Nakken (NOR) e Frank Ragilo (EST)
Chi sono gli elementi più promettenti?

Sono tanti quelli che possono far bene anche fra i pro’, ma il migliore probabilmente è Roman Ermakov e mi dispiace sinceramente che l’Uci non gli permetta di poter competere ai mondiali penalizzandolo solo per colpa del suo passaporto, penalizzandolo per colpe non sue. Avrà comunque un grande futuro.

Riguardo a questi ragazzi, qual è il suo sogno?

Quando i ragazzi erano piccoli, il sogno era farli salire di categoria in categoria. Ora vogliamo che arrivino al WorldTour, noi intanto andremo avanti, cercheremo di prendere 2-3 ragazzi da ogni Paese e farli crescere insieme, non solo ciclisticamente. Ad esempio i nostri ragazzi hanno tutti appreso l’inglese in massimo 3 mesi. Li facciamo crescere insieme, vivere insieme, diventare uomini veri. Siamo aperti, nonostante tutto, anche a portare da noi qualche italiano: chi volesse può scriverci a cannibalcycling@gmail.com presentandosi con il proprio curriculum. A noi piacerebbe molto…

La dolorosa battaglia di Carlo Iannelli, con i social come arma

04.09.2022
5 min
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«Lo so che faccio la figura del rompic… – esordisce Carlo Iannelli – non sono un leone da tastiera, ma che cosa devo fare? Quale altro strumento ho per far capire che si sta perpetrando una grave ingiustizia, coprendo non solo chi è stato chiamato in causa, negando la possibilità di arrivare alla verità?».

7 ottobre 2019. Quel giorno finisce, troppo troppo presto, la vita di Giovanni Iannelli, promettente corridore pratese vittima di una caduta all’87° Circuito Molinese di Molino dei Torti, gara under 23 in provincia di Alessandria. Quel giorno finisce anche la vita, per come era stata fino ad allora dedicata alla famiglia, al lavoro, al sostegno della passione del figlio, per Carlo Iannelli, avvocato toscano (padre e figlio sono insieme nella foto di apertura).

Iannelli sprint
Iannelli correva per la Uniontrade-Cipriani e Gestri. Era un buono sprinter con doti di passista
Iannelli sprint
Iannelli correva per la Uniontrade-Cipriani e Gestri. Era un buono sprinter con doti di passista

La vita strappata a 22 anni

Ne inizia un’altra, che si tramuta ben presto in una lotta quotidiana, interminabile, per rendere giustizia a suo figlio. Un autentico inferno, fatto di aule di tribunale, carte bollate, documenti su documenti, un labirinto che non porta mai da nessuna parte.

Giovanni muore a 22 anni. Cade in volata, finisce contro un pilastro di mattoni, a meno di 150 metri dal traguardo. Le immagini tv, le foto scattate (in rete sono ancora disponibili) dimostrano chiaramente che pur essendo una gara nazionale (come se questo dovesse fare la differenza) non ci sono protezioni adeguate. Quelle protezioni minime necessarie per gestire in sicurezza un evento ciclistico, neanche le transenne se non per gli ultimi 40 metri.

La vicenda prende subito una piega strana: il rapporto dei Carabinieri segnala il loro arrivo sul luogo dell’incidente alle 16,15, la gara si conclude alle 16,24… Non vengono fatti rilievi, misurazioni, non vengono scattate foto né sentiti testimoni tra cui gli altri ciclisti coinvolti nella caduta. Sul verbale si scrive che Giovanni è caduto in maniera autonoma per l’alta velocità, in fase di sorpasso di altri corridori. Il rapporto della giudice di gara segnala che il corridore è stato “incauto”.

Iannelli vittoria
Il successo di Iannelli alla Coppa Caivano, seconda vittoria nel 2014
Iannelli vittoria
Il successo di Iannelli alla Coppa Caivano, seconda vittoria nel 2014

Un cammino di umiliazioni

Questa è solo la prima umiliazione che deve subire Carlo. Nel corso dei mesi, delle udienze, delle arringhe ne arrivano tante altre, affermazioni che fanno rabbrividire come quella dell’avvocato difensore del Comune di Molino dei Torti (chiamato a rispondere in sede penale insieme alla società organizzatrice, ai due direttori di corsa, presidente di giuria e Comitato Regionale Piemontese della Fci): «I genitori hanno altri figli e i nonni altri nipoti».

A tre anni di distanza, Carlo è provato, ma non domo: «Due anni dopo è arrivata l’archiviazione da parte della giudice di Alessandria – dice – negando così la possibilità di un processo. Ho percorso mille altre vie legali per far riaprire il caso, trovando spesso porte chiuse e, quando anche qualcuno si rendeva conto di quanto stava accadendo, si scontrava con il classico muro di gomma. Ricorsi rigettati senza neanche essere esaminati nel merito, appena ricevuti. Ma io non mi arrendo, lo devo alla memoria di mio figlio».

Iannelli Roubaix
13 aprile 2014, Iannelli alla Roubaix juniores. Finirà fuori tempo massimo, a 14’58” dal vincitore Klaris (DEN)
Iannelli Roubaix
13 aprile 2014, Iannelli alla Roubaix juniores. Finirà fuori tempo massimo, a 14’58” dal vincitore Klaris (DEN)

Le due vite di Carlo

La vita di Carlo, che ha sempre vissuto nel ciclismo, da presidente di società a giudice di gara, affiancando quella sua passione al lavoro e corroborandola al seguito di suo figlio Giovanni, passa attraverso due binari. Uno è il costante impegno in sede legale per riuscire ad avere un processo dove finalmente si possa quantomeno discutere di quel che avvenne quel maledetto pomeriggio. L’altro passa attraverso i social.

Molti avranno fatto caso che su Facebook come su Instagram, sotto moltissimi post ciclistici ma anche di altri argomenti, compare Carlo che pubblica gli aggiornamenti su come sta andando la sua battaglia legale. Per certi versi sembra un novello Don Chisciotte, con uno smartphone al posto della lancia, unica arma per combattere uno status quo granitico.

Iannelli Pantani
Carlo Iannelli con in braccio Giovanni vicino a Marco Pantani. Due vite spezzate troppo presto
Iannelli Pantani
Carlo Iannelli con in braccio Giovanni vicino a Marco Pantani. Due vite spezzate troppo presto

La similitudine con Pantani

La sua storia per certi versi ricorda la tenacia con cui Mamma Tonina ha continuato a lottare, giorno dopo giorno, per arrivare alla verità sulla morte di suo figlio Marco Pantani.

«Io ho iniziato ad andare in bici guardando Marco – dice – custodisco in ufficio una foto con lui, mio fratello e Giovanni da bambino. Sono pienamente convinto che dietro la sua morte e le sue vicende precedenti ci sia stato un complotto, ma le similitudini si fermano qui, le circostanze sono troppo diverse».

Il dolore che traspare a ogni sua parola, tanto sofferta quanto soppesata, si mischia alla tenerezza alla domanda su chi fosse Giovanni Iannelli.

«Un ragazzo d’oro, corridore esemplare, che interpretava questo sport con una passione enorme, ma senza cedere mai a nessuna lusinga, a qualsiasi scorciatoia. Si era tesserato a 5 anni, ancor prima di avere l’età per gareggiare da bambino. Ha fatto tutta la trafila, ha iniziato a vincere al primo anno junior, vicino a Signa, battendo in un colpo il campione toscano Baldini e quello italiano Trippi.

Iannelli nazionale
La sua unica convocazione in azzurro fu a Roubaix, un’emozione enorme
Iannelli nazionale
La sua unica convocazione in azzurro fu a Roubaix, un’emozione enorme

La chiamata in azzurro

«Un giorno al suo diesse Mirco Musetti arrivò la chiamata di Rino De Candido, selezionatore della nazionale juniores: voleva Giovanni per la Parigi-Roubaix di categoria. Mio figlio si ritrovò in squadra con Ganna, Affini, Plebani. Era entusiasta. In gara forò dopo 40 chilometri perdendo il treno giusto, ma volle finirla a tutti i costi, anche se fuori tempo massimo».

Il 7 ottobre saranno tre anni che Giovanni non c’è più. Carlo continua la sua battaglia: «Chiedo solo che un magistrato abbia il coraggio di andare contro il sistema, di esaminare tutte le carte. Di capire che quel giorno sono state commesse gravi mancanze che hanno portato alla morte di mio figlio e che le stesse sono state artatamente coperte. Io continuerò a lottare e a raccontare la mia battaglia».

Quando troverete i suoi commenti in fondo a qualsiasi post, forse da ora in poi li guarderete in modo diverso…

EDITORIALE / Quando era Cassani la causa di tutti i mali

30.08.2022
6 min
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Circa un anno fa, l’8 agosto del 2021, si chiuse in modo goffo e inelegante la pagina di Cassani nella Federazione (in apertura Davide con il presidente Dagnoni). L’aggettivo goffo non è per caso, tantomeno quello inelegante. Per far sapere al mondo del ciclismo che Davide avesse ormai le ore contate, si scelse la Gazzetta dello Sport, facendo capire fra le righe che né agli europei di Trento e tantomeno ai mondiali di Leuven sull’ammiraglia azzurra sarebbe salito il romagnolo. Peraltro rispedito a casa prima del tempo dalle Olimpiadi di Tokyo con motivazioni tutt’altro che convincenti.

Per fortuna si mise di mezzo il Coni. Cassani guidò Colbrelli alla vittoria degli europei e rimase alla guida degli azzurri anche per i mondiali. Anche allora stigmatizzammo lo stile, tacciati di parlare sempre delle stesse cose, ma trovammo per contro che fosse comprensibile il desiderio di cambiare i nomi per dare un segno di discontinuità. Chi vince fa le sue scelte e poi semmai se ne prenderà la responsabilità.

Nonostante il clima teso, a Trento 2021 l’Italia fece incetta di vittorie: qui Colbrelli fra i pro’
Nonostante il clima teso, a Trento 2021 l’Italia fece incetta di vittorie: qui Colbrelli fra i pro’

Neanche un euro

Al cittì romagnolo venivano mosse diverse contestazioni. L’eccessiva esposizione. E soprattutto il fatto di avere le mani in pasta fra sponsor e organizzazioni. Non si muoveva nulla, dicevano, senza il suo avallo: sembrava quasi che ne avessero soggezione. Ma consapevoli dei suoi mezzi, gli proposero un incarico ancora indecifrato, che permettesse tuttavia di mantenerne gli agganci.

«Non ho mai fatto l’organizzatore – ci disse Davide alla vigilia della sfida di Leuven – con il Giro d’Italia Under 23 ho trovato due amici molto bravi (Marco Selleri e Marco Pavarini, ndr) che hanno fatto crescere il movimento dei giovani in Italia. Con Extra Giro è ripartito il ciclismo dopo il Covid. I mondiali di Imola sono stati un incontro tra forze diverse e sono costati un settimo di questi in Belgio. E quanto agli sponsor, non ho mai preso un euro. Tutto quello che è entrato, l’ho riversato sull’attività. Sono nate corse e ne vado molto orgoglioso».

Quello che è successo negli ultimi 12 mesi merita forse una rilettura. Non necessariamente per infierire su una dirigenza in evidente difficoltà dopo il caso delle sponsorizzazioni irlandesi, le dimissioni di Norma Gimondi e tutto quello che verosimilmente ne conseguirà, ma per sottolineare un paio di punti.

Marco Pavarini e Marco Selleri riuscirono a organizzare i mondiali di Imola 2020, supportati dalla FCi e da Cassani
Marco Pavarini e Marco Selleri riuscirono a organizzare i mondiali di Imola 2020, supportati dalla FCi e da Cassani

Assoluta trasparenza

Il primo. Quando si lavora per la Federazione Ciclistica Italiana si dovrebbe avere a cuore l’assoluta trasparenza. Ricordate questo termine? Lo leggerete spesso. Non devono esserci dubbi, non deve esserci ombra alcuna sull’etica di chi la amministra.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto occasione di parlare con i manager di alcune squadre continental, sfiniti dall’aumento del costo dei punteggi degli atleti e del contributo da versare ai comitati regionali. Con quale faccia si va a imporre loro di stare alle regole, se per primi si cercano scorciatoie senza provare la benché minima necessità di chiarire cosa è successo? I giorni passati dalla prima denuncia sono stati lunghi come la più lenta delle agonie, ma nulla è emerso e nulla è stato chiarito. Si dovrà farlo davvero davanti a un giudice? Aspettiamo fiduciosi.

Con Cassani, per anni Suzuki è stato partner della Federazione e della maglia azzurra
Con Cassani, per anni Suzuki è stato partner della Federazione e della maglia azzurra

Gli sponsor di Cassani

Il secondo. Quando Cassani venne nominato alla guida della nazionale, si prodigò per non costare nulla o comunque il meno possibile alla Federazione. Portò gli sponsor di cui si è parlato, a cominciare da Enervit. Trovò gli alberghi dove far svolgere i ritiri. Propiziò il cambio del parco ammiraglie e poi bisognerebbe chiedere a lui cos’altro fece senza per questo arricchirsi. Non è un mistero che in quel periodo la FCI non avesse un ufficio marketing all’altezza, tuttavia le conoscenze di Cassani colmarono il gap. L’attività venne finanziata e alla fine in cassa rimase anche qualcosa.

L’arrivo del pullman è stato uno dei primi passi nella nuva gestione delle nazionali
L’arrivo del pullman è stato uno dei primi passi nella nuva gestione delle nazionali

Nazionali e WorldTour

Quando venne eletto, il presidente Dagnoni annunciò di voler cambiare passo, puntando su marketing e comunicazione e allineando la gestione della nazionale a quella di un team WorldTour. Per questo è stato ingaggiato Roberto Amadio, per questo i tecnici federali sono diventati come direttori sportivi, che proprio in questo momento stanno lavorando, come fanno da mesi, probabilmente chiedendosi cosa ci sia di vero in tutte queste storie. Il dubbio legittimo a questo punto, nell’attesa che tutto il castello venga spiegato, è che della gestione di un team si siano prese anche le cattive abitudini di un tempo. Quelle usanze tutt’altro che trasparenti con cui i manager facevano cassa e che negli anni sono state più o meno abbandonate.

Qual è il senso di quei 106 mila euro? Qual è il senso delle spiegazioni rincorse nei giorni successivi? Dov’è la trasparenza nella gestione?

Così oggi sulla Gazzetta dello Sport il ciclismo cede il passo allo scandalo
Così oggi sulla Gazzetta dello Sport il ciclismo cede il passo allo scandalo

Una pagina tutta rosa

Non si può pretendere di piacere a tutti. Solo che a suo tempo colpì la denuncia ai danni di Marco Selleri, organizzatore del Giro d’Italia U23, accusato di aver parlato male della Federazione in un’intervista in cui sostanzialmente non diceva niente. Colpirono anche alcuni passaggi improntati alla ripicca con cui furono accolti articoli come questo, scritti per capire e semmai far luce. Colpirono i modi da squadra di calcio per cui le voci sgradite sarebbero state messe ai margini. Lo stesso poi accaduto, stando al suo racconto, a Norma Gimondi.

Vivendo da sempre in Italia, siamo curiosi di vedere come finirà la storia. Davvero il Coni metterà mano alla vicenda? Lo faranno le procure? Oppure saranno le azioni legali intentate dalla FCi ad avere ragione? Non lo sappiamo. La sola certezza, in questo momento di ciclismo che conduce ai mondiali e in piena Vuelta, è che sulla Gazzetta dello Sport di oggi il ciclismo si è guadagnato una pagina intera. Lo stesso su altri giornali altrettanto importanti. Ma non si parla di corse, si parla di scandali. Presto si andrà ai mondiali e ci saranno prima le convocazioni: per allora sarà tutto spiegato? Oppure le domande verteranno su questa vicenda? Come già detto ieri, il nostro sport e la gente che quotidianamente lo onora con il suo lavoro non lo meritano affatto

EDITORIALE / La sola salvezza per il ciclismo è la trasparenza

29.08.2022
4 min
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Vogliamo parlare di ciclismo. Solo ieri, Milesi ha vinto l’ultima tappa dell’Avenir. Fiorelli e Piccolo si sono piazzati nei 10 a Plouay. Battistella, Zambanini e Conca fra i primi 5 della Vuelta. I mondiali juniores di Tel Aviv su pista si sono chiusi con 4 ori e 3 argenti per gli azzurri. Ai mondiali di mountain bike il bronzo di Braidot e l’oro di Avondetto hanno chiuso la rassegna e prima ancora la messe di successi agli europei di Monaco ha offerto più di un motivo per brindare.

Ogni giorno decine di società e centinaia di atleti si spaccano la schiena rincorrendo i propri sogni e rispettando le regole che gli vengono imposte. Hanno il diritto di sapere cosa succeda alle loro spalle. Prima di loro. A monte. Dove tutto ha origine. Hanno diritto di essere guidati da chi le regole le scrive e a sua volta le rispetta.

Vogliamo parlare di ciclismo e continuare a ragionare su cosa si possa fare per restituire al nostro movimento la dignità che merita, a fronte di stranieri che crescono a velocità doppia, svincolati da lacci storici e insopportabili tare ideologiche.

Ieri nei primi 5 della Vuelta, Battistella, Zambanini e Conca (in coda)
Ieri nei primi 5 della Vuelta, Battistella e Zambanini e Conca

La trasparenza

Chi guida questo sport deve necessariamente sapere di essere al volante di una prestigiosa auto da corsa e l’idea che abbia deciso di guidarla con eccesso di disinvoltura non sarebbe accettabile. Che la progettualità venga sostituita dall’astuzia: questo sarebbe uno vero scempio.

Quando ai primi di giugno affrontammo in modo critico il bilancio federale, la reazione del palazzo fu ferma e indignata. Ci salutammo con la promessa che quel bilancio sarebbe stato presto consultabile e stiamo ancora aspettando di parlarne.

Allo stesso modo oggi ci aspettiamo che, a fronte delle tante accuse, la reazione non sia (solo) la minaccia di un generico ricorso all’autorità giudiziaria, che potrebbe sembrare il modo per prendere tempo, ma la più semplice delle risposte: la trasparenza. Non servono troppe parole, basta pubblicare i dati. La mancanza di segnali netti autorizza a pensare che qualcosa non vada.

Ieri Milesi ha conquistato l’ultima tappa al Tour de l’Avenir (foto cyclingpro.net)
Ieri Milesi ha conquistato l’ultima tappa al Tour de l’Avenir (foto cyclingpro.net)

Progetti e astuzie

Servono progetti. C’è bisogno di una visione. Serve la capacità di snellire le procedure e liberare le società dalle gabelle e i pagamenti che ne limitano l’attività senza una logica apparente. Serve quel che si comincia a vedere nel settore della velocità, dove un tecnico appassionato come Quaranta, ben supportato da Villa, è stato capace di dare motivazione e mezzi a un manipolo di ragazzi che fino allo scorso anno pensavano di essere stati abbandonati. Se si lavora bene, le cose accadono.

Perché il meccanismo si metta in moto, occorre che la Federazione si adoperi istantaneamente per chiarire il garbuglio in cui si trova, che fa passare in secondo piano il buono che si sta facendo. Non ci sono vie di mezzo. Se si è fatto dell’astuzia il proprio metodo di lavoro, allora la situazione è grave. Se quanto contestato è frutto di illazioni e vendette trasversali, occorre che venga fatta subito chiarezza. Non possiamo permetterci scandali, segreti, dimissioni, emarginazioni e Consigli federali sospesi per fughe di notizie. Che poi, al di là di tutto, che cosa ci sarebbe di male se il mondo fuori sapesse di cosa s’è parlato?

Nessun tempo da perdere

Il ciclismo italiano ha bisogno di dirigenti capaci di immaginarne il futuro. Il ciclismo italiano non merita tutto questo: le dimissioni di Norma Gimondi e i motivi che le hanno prodotte sono una ferita che non sarà facile sanare. Per questo ci auguriamo che a breve il presidente eletto Dagnoni (in apertura con Zanardi e Barbieri a Monaco), il segretario generale Tolu e i loro collaboratori producano tutti gli elementi perché ogni aspetto venga chiarito.

Lo devono a Milesi. A Fiorelli e Piccolo. A Battistella, Zambanini e Conca. Ai ragazzini di Tel Aviv. A Braidot e Avondetto. A tutti i tecnici e ai ragazzi e le ragazze che a Monaco hanno portato in alto la maglia azzurra. La fuga dei talenti non inizia per caso. I figli se ne vanno quando si accorgono che in casa hanno da tempo smesso di crescere.

EDITORIALE / Quanto costa fare ciclismo in Italia? Forse troppo

22.08.2022
4 min
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Facciamo tutti il tifo per Cassani, per non finire come il resto d’Italia in mano agli stranieri. Immaginiamo a fatica quanta pressione possa sentire su di sé Davide, in questa sorta di rincorsa a una squadra WorldTour italiana, nella quale le sue maniche sono diventate ormai lunghissime, tanti sono coloro che le tirano.

Cassani ha un progetto ambizioso per un grande team in Italia, ma non c’è nulla di facile nel dargli forma
Cassani non fa mistero di avere un progetto ambizioso, ma non c’è nulla di facile nel dargli forma

La fuga dei talenti

Nei giorni scorsi abbiamo commentato con Roberto Amadio la fuga dei talenti dall’Italia verso i development team stranieri (in apertura il team olandese, approdo per Belletta e Mattio, foto Jumbo Visma), chiedendoci se sia poi così sbagliato che un diciottenne vada in una grande squadra, dove gli prospettano una crescita già ben definita, seguendo un programma che ha al centro il suo sviluppo e non i risultati che durante lo stesso dovessero venire.

La risposta è immediata ed è no. Non è affatto sbagliato e probabilmente consiglieremmo l’esperienza anche ai nostri figli, sia in termini sportivi, sia in termini di crescita. Allo stesso modo in cui consiglieremmo loro di andare all’Università via da casa, allontanandosi dagli agi e dalle lavatrici della mamma.

La domanda successiva era tuttavia se la scelta di andare via dall’Italia sia causa di un certo impoverimento del ciclismo italiano o piuttosto si vada via per i pochi sbocchi e gli stimoli che i nostri team possono offrire in termini di carriera.

Il Team DSM mette a disposizione dei corridori che si spostano in Olanda alloggi privati da gestire in autonomia
Il Team DSM mette a disposizione dei corridori che si spostano in Olanda alloggi privati da gestire in autonomia

Tasse e attività

Lo stesso Amadio ha suggerito che le squadre italiane – juniores e under 23 – dovrebbero lavorare come quelle straniere, investendo il budget sull’attività e non su costosi ritiri e abitudini altrettanto onerose che viziano i ragazzi e li privano della giusta prospettiva. E’ vero che le società italiane spendono troppo per aspetti su cui si potrebbe tirare la cinghia, ma è altrettanto vero che sono sottoposte a tasse e gabelle che all’estero non esistono.

Quel che accade nel mondo del lavoro, per cui sarà sempre più difficile avere una squadra italiana dati i costi del dipendente, avviene anche nello sport. Non è un caso che tanti professionisti abbiano scelto da tempo di prendere la residenza in Stati dalla ridotta pressione fiscale: un vantaggio per se stessi e per le società sportive, che verseranno meno contributi o non li verseranno affatto. Prendere un italiano costa molto più caro. Ed ecco spiegato ad esempio perché alcune società di casa nostra continuino ad avere la società di gestione fuori dai nostri confini. Per le continental questo non accade ancora. Ma se si sottraggono ai budget risicati di alcune i costi vivi per ingaggiare un corridore, si capisce che fare attività all’estero diventi un lusso più che una priorità.

La scelta di residenze in paradisi fiscali rende più lieve la vita anche ai team
La scelta di residenze in paradisi fiscali rende più lieve la vita anche ai team

Un foglio bianco

Bisognerebbe forse sedersi tutti allo stesso tavolo e ridisegnare il nostro ciclismo partendo da un foglio bianco e non da abitudini e convenienze che si sono stratificate in anni e anni di storia. Bisognerebbe alleggerire la pressione su chi fa attività, permettendogli di investire sui ragazzi e non sulle tasse che sono costretti a pagare per averli. E poi bisognerebbe che tutti tirassero nella stessa direzione. Non vediamo particolari scandali nel fatto che la Federazione, ammesso che sia tutto come è stato raccontato, si sia servita di un’agenzia irlandese per andare a caccia di sponsor, casomai questo rendesse possibile anche l’accesso a una tassazione favorevole. Se si è mossa nel rispetto di tutte le normative, ne ha pieno titolo. Troveremmo semmai insolito che si pretenda dalle società l’ottemperanza a una serie di norme piuttosto stringenti, cercando a propria volta una soluzione più comoda. La FCI ha detto che le cose non stanno così, annunciando azione legale verso chi l’avesse sostenuto.

La pressione fiscale è troppo pesante per tutti. Si cerchi allora una soluzione condivisa che agevoli il movimento e lo renda nuovamente competitivo su scala internazionale. Nell’attesa che Cassani riesca a centrare il suo obiettivo e permetta ai talenti italiani di valutare anche un’opzione domestica.