Voci dalla Colombia, mentre Bernal progetta il rientro

17.03.2022
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La mattina del 24 gennaio trascorre in mezzo ad ansie e l’odore della tragedia. C’è un crollo emotivo nel Paese, che va in trance a causa della fatalità che si verifica sulla strada che collega Cundinamarca con il dipartimento di Boyacá, attraverso il comune di Gachancipá. Lì, Egan Arley Bernal Gómez, vincitore del Tour e del Giro e leader indiscusso della nuova era del Team Ineos, si scontra violentemente, a più di 60 chilometri orari di velocità, contro il retro di un autobus fermo a lato strada, mentre stava svolgendo un allenamento specifico sulla sua bici da crono.

Con questo disegno pubblicato su Twitter, si riassume il corso della rieducazione di Bernal
Con questo disegno pubblicato su Twitter, si riassume il corso della rieducazione di Bernal

Seppur cosciente al momento del ricovero al pronto soccorso della Clinica de la Sabana, a Chía, a nord di Bogotà, il referto medico non è affatto incoraggiante: politrauma con trauma cervicale e toracico, trauma toracico chiuso, trauma muscoloscheletrico e trauma agli arti inferiori. Ha dovuto subire più interventi chirurgici, di cui due alla colonna vertebrale, che hanno seriamente messo a repentaglio la possibilità di camminare di nuovo.

«Sono felice di essere vivo», sono state le prime parole del 25enne di Cundinamarca, uscito dal centro medico appena 14 giorni dopo aver subito un incidente di tale portata. Una follia solo pensarlo. Solo un essere umano dotato di capacità fisiche e mentali come le sue poteva resistere persino alla morte.

Grandi doti di recupero

«Sin dalla prima fase di formazione, ha sempre mostrato una capacità rigenerativa di gran lunga superiore a quella degli altri atleti. Quello che si sta manifestando in Egan non è di oggi, sono semplicemente qualità genetiche», afferma Sergio Avellaneda, allenatore e amico personale con il quale ha ottenuto molteplici traguardi in MTB, tra cui un argento e un bronzo ai mondiali di Norvegia 2014 e Andorra 2015.

«L’ho seguito in alcuni periodi quando correva nelle categorie giovanili – prosegue Sergio – 15 giorni prima del Campionato Panamericano di Cota (Cundinamarca), Egan si è fratturato la clavicola. Il giorno successivo è stato operato e due giorni dopo aveva già recuperato tutta la mobilità con un dolore minimo. Il terzo giorno mi chiese di portarlo a un controllo dal dottor Gustavo Castro, un chirurgo, perché si sentiva in grado di salire in sella e quindi di non perdere tutto il lavoro che aveva fatto in preparazione. E così ce l’abbiamo fatta, abbiamo rischiato, l’abbiamo iscritto ed è diventato campione contro rivali molto forti», racconta Sergio, che ha sempre visto Bernal come una meraviglia fisica.

Sergio Avellaneda, a sinistra, è amico e allenatore di Egan Bernal ai tempi dei mondiali Mtb
Sergio Avellaneda, a sinistra, è amico e allenatore di Egan Bernal ai tempi dei mondiali Mtb

Motivazioni d’acciaio

«Egan è soprattutto un talento. E talenti come lui, con quelle capacità sopra alla media, sono capaci di affrontare sfide che vanno oltre l’evidenza. Ecco perché il suo recupero non è sorprendente, perché l’ha preso come una grande sfida dal punto di vista psicologico. E’ un atleta a cui piace correre e questo renderà il suo recupero più veloce…

«Non perdere il suo status e ricominciare a praticare l’azione ciclistica è la motivazione per riprendersi rapidamente. Ciò che sorprende è il tempo in cui c’è riuscito», assicura Luis Fernando Saldarriaga, ex manager del Team Manzana Postobon e dirigenti di campioni come Nairo Quintana, Esteban Chaves e Sergio Higuita.

Di nuovo in sella

Dall’incidente, il ricovero, la dimissione dall’ospedale e il ritorno sui rulli, sono trascorsi 45 giorni. Sì, in meno di due mesi e dopo interventi al femore, rotula, trauma toracico e due interventi alla colonna vertebrale, Egan ha indossato gli abiti della sua squadra e con il gesto sorridente e le dita in segno di vittoria, si è sentito di nuovo un ciclista (foto Twitter in apertura).

Sulla schiena di Bernal, qui prima della rieducazione in acqua, i segni degli interventi spinali
Sulla schiena di Bernal, qui prima della rieducazione in acqua, i segni degli interventi spinali

I rischi della strada

«E’ un caso atipico, penso che nessuno, né gli specialisti né i chirurghi, si aspettasse una guarigione così veloce. Totalmente fuori dall’ordinario. Vedendo la sua evoluzione è possibile che tra un mese lo vedremo di nuovo su strada. E’ possibile. Ma da lì a tornare competitivo, il passo sarà abbastanza difficile. Credo che quest’anno non ce la farà, credo addirittura che gareggiare sarà complicato.

«Sta migliorando molto rapidamente, ma non dovremmo essere così ottimisti sul vederlo correre quest’anno. Le fratture che ha avuto sono state complesse e la mia paura è che torni su strada con i rischi che questo comporta, e non voglia il Signore, metta a rischio gli interventi chirurgici che gli sono stati eseguiti», analizza il dottor Camilo Pardo, uno dei medici specializzati in ciclismo con la maggiore esperienza della Colombia. Fra le sue mani non sono passati solo alcuni dei migliori ciclisti delle nuove generazioni, ma anche personaggi storici dell’epoca del Café de Colombia come Lucho Herrera, Fabio Parra e José Patrocinio Jiménez.

Tornerà grande

«Alla fine, corridori come Egan, che a 25 anni sono capaci di avere un palmares così grande con un Tour e un Giro vinti, sono al di sopra della norma. Questo traspare dalla facilità di rompere le statistiche e i tempi di recupero. E non è che sia qualcosa di forzato o accelerato come molti potrebbero credere, ma piuttosto qualcosa che si evolve molto più velocemente rispetto a qualsiasi persona. Grazie a Dio ha avuto un’ottima evoluzione. Sta andando sicuro e deciso», ha detto lo spagnolo Cristian Alonso, massaggiatore personale di Bernal, testimone del tragico evento e membro del Team Ineos, che insieme al direttore Xabier Artetxe, è stato con il campione fino al suo ritorno a casa.

Cristian Alonso è il massaggiatore di fiducia di Egan, che era presente all’incidente (foto Twitter)
Cristian Alonso è il massaggiatore di fiducia di Egan, che era presente all’incidente (foto Twitter)

«L’aspettativa è che torni al meglio e che torni ad essere il grande corridore che era. E di sicuro non gli mancano il coraggio, la dedizione, il lavoro e la voglia. Questi non mancheranno mai», prosegue Alonso, massaggiatore di Egan sin dal suo arrivo nella squadra britannica.

«Dovremmo tutti avere un Cristian nella vita», è stato il complimento di Egan per l’amico in uno dei suoi post post-ospedale.

In gara fra quattro mesi

Uno dei più ottimisti sull’evoluzione del campione è l’ex cittì colombiano Jenaro Leguízamo, uno dei preparatori più attenti in ambito nazionale, vincitore della storica medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra 2012 con Rigoberto Uran.

«Quello che mi preoccupava di più  – è stata la sua prima analisi – era il problema della perforazione polmonare. Non ero così preoccupato per le fratture nonostante fossero gravi, per il buon trattamento che ha ricevuto dal momento dell’incidente».

Il cittì Jenaro Leguízamo ha conquistato con Uran l’argento di Londra 2012 (foto Ciclismo Internacional)
Il cittì Jenaro Leguízamo ha conquistato con Uran l’argento di Londra 2012 (foto Ciclismo Internacional)

«I tempi di recupero che ci vogliono mi sembrano normali per un super atleta di quell’età che ha avuto assistenza medica in tutti gli aspetti. Questo aiuta molto e velocizza i processi. Ora quale potrebbe essere la paura? La perdita di massa muscolare, l’atrofia per inattività, ma nel suo caso hanno iniziato un processo di shock contro l’atrofia muscolare, sin dal momento in cui ha lasciato la terapia intensiva, con esercizi isometrici che si potevano fare fin dalla convalescenza. Questo gli ha permesso di alzarsi rapidamente in piedi.

«Anche la parte mentale lo ha aiutato molto e non ho dubbi che quest’anno correrà. Certo, forse non lo vedremo vincere o competere per farlo, ma per me sarà in gara al massimo entro quattro mesi», dice Jenaro, titolare di un laboratorio specializzato per la preparazione di atleti di alte prestazioni.

Controllare l’atrofia

«Ho sempre detto, fin dall’inizio, che Egan aveva la giovinezza a suo favore. Quel fattore era fondamentale oltre all’attenzione immediata e specializzata che ha ricevuto. Ciò che deve funzionare di più, secondo me, è la condizione muscolare per controllare l’atrofia, ciò che impiega più tempo nel recuperare un atleta di quel livello», ha detto Alvaro Mejía, affermato campione degli anni ’90, quarto al Tour de France nel 1993, che oggi svolge le sue funzioni di medico ufficiale nelle manifestazioni ciclistiche del calendario nazionale».

Alvaro Mejia è stato pro’ dal 1989 al 1997, con Postobon e Motorola: ora è medico (foto Facebook)
Alvaro Mejia è stato pro’ dal 1989 al 1997, con Postobon e Motorola: ora è medico (foto Facebook)

«Il tema del ritorno alle gare di Egan lo rimanderei al prossimo anno. Anche se lui, per la rapida guarigione che ha avuto, ha voglia di ricominciare al più presto per ritrovare la fiducia di stare in gruppo e scacciare la paura di cadere, altra cosa molto importante. Ma per riaverlo al livello in cui lo abbiamo conosciuto, direi che dovremo aspettare fino al prossimo anno», ha concluso colui che ai suoi tempi da professionista era riconosciuto come “El Cometa”.

Le opinioni coincidono, alcune più ottimiste di altre. La verità – anche se non ci sono date precise per il suo ritorno – è che Egan sogna di tornare sulla scena del grande ciclismo.

Puccio in rotta sul Giro. E per la Sanremo occhio a Ganna

07.03.2022
4 min
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Il piatto forte per lui sarà nuovamente il Giro d’Italia. Salvatore Puccio al Tour nemmeno ci pensa più, ma i suoi tanti anni al Team Ineos Grenadiers sono un ottimo punto di vista per osservare quanto accade nello squadrone britannico, che puntava su Bernal per contrastare Pogacar e adesso dovrà reinventarsi. Così almeno pensavamo…

«I programmi in realtà – dice l’umbro, nella foto Ineos Grenadiers di apertura con Ganna – sono rimasti uguali. Certo che Egan ha davvero rischiato di morire! E’ presto per dire come tornerà, già mi sembra un miracolo per il fatto che cammina. Froome al confronto era messo molto peggio e aveva più anni. Andai a trovarlo in ospedale a Monaco qualche tempo dopo l’incidente e non era un bel vedere. Ma certo, nonostante abbiamo tanti leader, Egan era il solo che potesse lottare con Pogacar. Sarebbe stato bello per lo spettacolo. Adesso ci sono gli altri e vediamo come andrà…».

Tour de la Provence, prologo: suo primo giorno di corsa 2022
Tour de la Provence, prologo: suo primo giorno di corsa 2022
Davvero non si è pensato di rimescolare le carte?

Così pare. Io ho sempre in programma il Giro, perché andare al Tour è sempre una sfida nella sfida. Sembra che Yates sarà leader in Francia, mentre Carapaz è confermato al Giro che gli piace così tanto. Si è preferito rimanere sulla linea decisa prima dell’incidente.

Pensi davvero che Bernal se la sarebbe giocata con Pogacar?

In salita gli dava di certo del filo da torcere, mentre a crono le avrebbe prese. Capisco anche che non avrebbe senso adesso spostare tutti sul Tour, non è nemmeno detto che servirebbe a qualcosa. C’è una bella squadra, con Yates e Ganna che può fare le sue belle cose.

E Thomas? Lui un Tour comunque l’ha vinto…

Thomas è da capire. Uno l’ha vinto e l’anno dopo è arrivato secondo. Ad ora direi che è più indirizzato per aiutare, ma non saprei neanche dire perché. In ritiro ci sono stati giorni che non guardava in faccia nessuno, ma non mi stupirei se poi andasse forte. Per cui vedo un Tour al massimo con due leader e altri cacciatori di tappe.

Salvatore Puccio è nato nel 1989, è pro’ dal 2011 e non ha mai cambiato squadra
Salvatore Puccio è nato nel 1989, è pro’ dal 2011 e non ha mai cambiato squadra
Come è partita la tua stagione?

Male, perché dopo la Valenciana ho preso il Covid come mezzo gruppo. E sono stato sfortunato, perché il protocollo per la ripartenza è cambiato subito dopo, mentre io ho dovuto farmi quello vecchio. Quindi ero a Mallorca in ritiro e sono dovuto stare rinchiuso per otto giorni senza fare niente.

Hai perso tanto?

Il Covid in sé non ha fatto tanto, ma stare fermo due settimane ha significato perdere lavoro e in compenso prendere peso. Ora sto bene, ma quei dieci giorni sono stati un bel guaio.

Incidono così tanto?

Siamo stati in ritiro a dicembre. Poi siamo tornati a casa per Natale e si sa che in quel periodo un po’ si molla, confidando di rimettersi in pari con il secondo ritiro. Io invece quel secondo blocco non l’ho fatto. Sono certo di essermi preso il Covid in aereo e mi sono fatto tutto il ritiro in camera, vedendo i compagni che passavano sotto alla mia finestra per andare ad allenarsi. E il bello è che stavo bene. Con quei sintomi e senza sapere del Covid, mi sarei allenato pensando di avere un mezzo raffreddore.

E quando hai ricominciato come stavi?

Facevo fatica per la condizione persa. Se non fai nulla, il muscolo cala e l’organismo che è abituato a bruciare migliaia di calorie ogni giorno va in crisi e ti viene comunque lo stimolo della fame, anche se non hai fatto niente.

L’avvio di stagione di Puccio è filato liscio fino al Tour de la Provence: alla Valenciana ha preso il Covid
L’avvio di stagione di Puccio è filato liscio fino al Tour de la Provence: alla Valenciana ha preso il Covid
Da oggi la Tirreno?

E poi la Sanremo, sì, perché ormai sto abbastanza bene. E sarebbe bene ripartire come ha detto Van Aert, ripensando il modo di gestire il Covid. Altrimenti il vaccino che cosa lo abbiamo fatto a fare? Per cui corro fino alla Sanremo, poi vado in ritiro a Sierra Nevada e mi ripresento per il Tour of the Alps prima del Giro.

E alla Sanremo si lavora per Ganna?

Ho sentito anche io la voce che vorrebbe provare a fare la corsa. E’ una gara difficile, ma l’anno scorso è andato forte. E’ innegabile che sia cresciuto. Se arriva sull’Aurelia dopo il Poggio e ha ancora gambe, chi meglio di lui può dargli la botta e arrivare al traguardo?

Intervista dalla Colombia: Bernal vuole tornare grande

20.02.2022
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E’ stata la rivista Semana a… penetrare nel silenzio di Egan Bernal, con un’intervista uscita in Colombia nel numero della settimana entrante. Sulla copertina, Egan è ritratto con la madre Flor Marina e per la prima volta racconta i suoi ricordi dell’incidente, il dolore lancinante provato in quei minuti sull’asfalto, mentre si rendeva conto di chi cercava di girare delle immagini e del lavorìo del medico del Team Ineos Grenadiers che, tirando forte la gamba, ha arrestato la fuoriuscita di sangue. 

«Era un normale allenamento con la squadra – racconta Bernal nell’intervista – alcuni erano sulla bici da strada, io su quella da crono. Dopo un po’ alcuni si sono fermati, io invece ho voluto continuare per conto mio. Una macchina mi scortava. La posizione sulla bici da crono è molto speciale, devi essere il più aerodinamico possibile. Fondamentalmente, devi avere la testa bassa e le braccia vicine. Arrivato a Gachancipa, ho guardato avanti e non c’era niente. Ricordo che stavo andando a 58 all’ora, che il vento era favorevole e che ho iniziato ad accelerare. Ho visto 62 km/h sul tachimetro quando ho colpito l’autobus».

Sulla copertina delle rivista Semana, Egan Bernal e sua madre Flor Marina
Sulla copertina delle rivista Semana, Egan Bernal e sua madre Flor Marina

Impatto pazzesco

L’impatto che si è visto da una telecamera di sorveglianza è stato violentissimo. Il pullman era fermo, Bernal viaggiava oltre i 60 all’ora.

«Per terra, non riuscivo a respirare. Stavo per svenire – racconta Bernal – quando sono riuscito a prendere un po’ d’aria. Ho alzato lo sguardo e ho visto il retro dell’autobus. Il meccanico che mi accompagnava ha subito chiamato il medico della squadra. E’ arrivato molto velocemente: sono vivo grazie a lui. Il femore era rotto, sembrava voler uscire dalla gamba. Dopo aver sganciato il piede dalla bici, il medico ha stabilizzato la frattura. Mi ha afferrato per la vita e altre due persone, non so se erano medici o sapevano qualcosa di medicina, lo hanno aiutato. Mi hanno afferrato il piede e hanno iniziato a tirare. Li ho pregati di smetterla, ma quello che hanno fatto mi ha aiutato a non perdere più sangue. In totale, ne ho comunque persi due litri e mezzo».

Mai sofferto tanto

Curiosi. Compagni preoccupati. L’ambulanza che non arriva, anche se alla fine il bilancio dell’intervento è rapidissimo. Il dolore per Egan, disteso sull’asfalto, è lancinante.

«Ero disperato – racconta – avevo dolore dappertutto, alla gamba, al collo, alla schiena, urlavo perché il dottore mi desse qualcosa per il dolore. Ho dovuto rimanere 15 minuti sdraiato sulla strada. Intorno a me le persone si avvicinavano, cercavano di filmarmi, alcuni cercavano di fermarli. Quando è arrivata l’ambulanza, ho chiesto loro di darmi degli antidolorifici, ma non ne avevano nemmeno loro! Volevo svenire perché soffrivo tantissimo. Il dolore era atroce, non ne ho mai provato tanto in vita mia. Sono passati 30 o 40 minuti tra la caduta e l’arrivo in ospedale».

Prima dell’incidente, Bernal era in condizione crescente (foto Ineos Grenadiers)
Prima dell’incidente, Bernal era in condizione crescente (foto Ineos Grenadiers)

Poteva morire

Lo operano subito. I ricordi saltano dal ricovero alle fasi successive all’intervento. Le parole del neurochirurgo da un lato gli gelano la schiena, dall’altro lo sollevano.

«Quando mi sono svegliato dopo l’operazione – racconta – mi sono reso conto che non era solo il femore ad essere rotto (Bernal si è anche fratturato la rotula, due vertebre, undici costole ed entrambi i polmoni sono stati perforati, ndr). Il neurochirurgo mi ha detto: potevi morire, con un incidente del genere avevi il 95 per cento di possibilità di diventare paraplegico. Ha aggiunto di aver operato centinaia di lesioni spinali di questa portata e che solo due erano andate bene. Ero solo il secondo! L’ho fatto bene. La prima settimana dopo l’operazione è stata molto dura, tutto ciò che volevo era che togliessero i tubi dai polmoni, perché mi facevano molto male. Da allora, i progressi sono stati molto rapidi».

Rischio in agguato

Nessuna colpa per nessuno, anche se è palese che la disattenzione sia stata sua. Il fatalismo è forse il modo migliore per non diventar matti.

«L’ultima cosa che voglio fare – dice Bernal – è accusare qualcuno. Non voglio incolpare me stesso o l’autista dell’autobus. E’ stato un incidente, punto. Non siamo in uno stadio di calcio dove potremmo allenarci tranquillamente. Quando percorro 270 chilometri da Zipaquira a Tunja andata e ritorno, possono succedere milioni di cose, devi esserne consapevole. I rischi si possono evitare, ma non posso smettere di allenarmi su strada, altrimenti non vincerò mai più il Tour de France».

I progressi di Bernal sono rapidi ed evidenti (foto Twitter)
I progressi di Bernal sono rapidi ed evidenti (foto Twitter)

Ai massimi livelli

E poi è il solito Bernal, quello che cerca motivazioni e sa infiammare i tifosi anche durante una convalescenza così complicata.

«Ora voglio tornare ai massimi livelli – afferma Bernal – ho fiducia, penso di potercela fare e penso che sarà veloce. I dottori si arrabbiano quando glielo dico. In verità non so se mi ci vorranno un anno o dieci anni, forse tre o sei mesi… Comunque, mi sento come se giù dalla bicicletta non saprei cos’altro fare. Prima dell’incidente stavo andando molto bene, avevo risolto i miei problemi alla schiena, ero in anticipo sulla mia preparazione. Ero fiducioso per il mio obiettivo dell’anno, il Tour de France. Lo vincerò di nuovo? Non lo so, è già difficile quando tutto va bene, quindi ora…».

Tutti con Egan: l’hashtag sacro e il rituale social dei pro’

13.02.2022
6 min
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«E’ orribile leggere quello che è successo ad Egan. Tutta la Ineos Grenadiers e lo sport aspettano buone notizie. Un altro triste promemoria di quanto pericoloso può essere il nostro allenamento!» – Tao Geoghegan Hart (twitter).

Esattamente 20 giorni fa Egan Bernal è stato vittima di un incidente su strada, scontrandosi con un bus mentre si allenava con la bici da crono. Quasi sicuramente una storia che conoscete tutti. Che ci ha fatto preoccupare quando il campione colombiano era in terapia intensiva e poi emozionare nel vederlo muovere di nuovo i primi passi in seguito ai vari interventi.

La pioggia di messaggi

Dal momento dell’incidente tutta la comunità del ciclismo ha vissuto le stesse ansie, tristezze e speranze. Da quel momento sono iniziati i messaggi di sostegno per Egan da ogni parte, soprattutto dai suoi colleghi professionisti. Inizialmente dai compagni di squadra, come Daniel Martinez che ha postato la famosa foto del Giro d’Italia 2021 in cui lo incitava nel suo momento di crisi, poi dai connazionali. Ma quasi subito la pioggia di messaggi di sostegno e solidarietà è arrivata anche da rivali e campioni del ciclismo di ogni nazionalità e squadra. Da Valverde a Sagan, Evenepoel, Geraint Thomas, Froome e Pogacar.

Tutti riuniti, insieme ai tifosi di tutto il mondo, sotto l’hashtag #FuerzaEgan. Ma cosa spinge un corridore professionista a pubblicizzare, nel senso di rendere disponibile a tutti, i propri auguri di pronta guarigione ad un collega su quelle piattaforme, appunto pubbliche, che sono i social network? Non basterebbe scrivere un messaggio privato al diretto interessato per mostrare vicinanza nella difficoltà? E che cosa rappresentano queste manifestazioni di vicinanza per chi le produce e per chi le legge? 

Geoghegan Hart parla della paura di leggere una simile notizia e di quanto sia pericolosa la strada
Geoghegan Hart parla della paura di leggere una simile notizia e di quanto sia pericolosa la strada

Il tweet di Tao

Proviamo a rispondere partendo dal messaggio di Tao Geoghegan Hart che abbiamo messo in apertura dell’articolo. Esso tira fuori l’elemento comune di tanti dei messaggi social solidali esplicitamente e a tutti implicitamente: la condivisione. I termini non sono quasi mai casuali, sui social si condividono post, tweet, immagini, pensieri. Si condivide, appunto. E in questo caso il social svolge la sua funzione di condivisione anche nel senso più stretto del termine. Nasce tutto dal bisogno di dire ad Egan “io sono come te”, “io ti capisco”. Come dice proprio esplicitamente Quintana nel suo post social: «Sono cosciente di ciò che comportano questo tipo di situazioni, così come so che è sempre possibile rialzarsi e continuare con più forza». 

Il tweet di condivisione da parte di Nairo Quintana nei confronti di Bernal
Il tweet di condivisione da parte di Nairo Quintana nei confronti di Bernal

La stessa comunità

Non si tratta quindi di semplice empatia di base. Non c’è solo il dispiacere per una tragedia che avviene ad un altro essere umano, neanche soltanto quell’empatia per il grande campione che unisce tutti. C’è qualcosa di più, c’è appunto la condivisione dello stesso destino, delle stesse strade, degli stessi pericoli costanti. E solo chi ha pedalato per strada con regolarità, chi lo fa per professione, può capire a fondo.

Mettere la propria vita in mano alle responsabilità degli altri, che spesso responsabili non lo sono minimamente. Da questo nasce la necessità di esprimere ad Egan che lo si capisce, che la sua vicenda tocca profondamente. Ma al contempo quella di esprimerla a tutti coloro che a loro volta capiscono Egan. Una comunione di emozioni, un ribadire gli uni con gli altri di far parte dello stesso mondo. O meglio: della stessa comunità.

Con questo post su Instagram, Daniel Martinez ha fatto nuovamente forza all’amico
Con questo post su Instagram, Daniel Martinez ha fatto nuovamente forza all’amico

Esorcizzare la paura

Qui arriviamo al punto: gli auguri di pronta guarigione non sono soltanto formalità, sono il rituale di una comunità. Quella del circo del ciclismo, che si ricompatta intorno ad un evento fondamentale e rappresentativo. Non solo, il tutto serve anche per esorcizzare la paura che un evento simile possa capitare a se stessi. Una lucida consapevolezza, che è allo stesso tempo tragica, perché riconosce la propria impotenza e la fatalità dell’evento, al di fuori del loro controllo.

Gli elementi del rituale ci sono tutti. La tonalità emozionale comune. La condivisione del medesimo focus di attenzione e reciproca consapevolezza. La presenza di simboli che rappresentano l’appartenenza al gruppo. E la riunione del gruppo di persone.

Si sono appena svolti i campionati nazionali colombiani con vittoria di Martinez. Egan era a suo modo presente
Si sono appena svolti i campionati nazionali colombiani con vittoria di Martinez. Egan era a suo modo presente

La piazza social

Allora i social diventano la piazza in cui la comunità si riunisce per svolgere il suo rituale. L’attenzione di tutti è su quell’evento e tutti lo sanno. I sentimenti di tristezza, preoccupazione e ricerca di conforto ed espressione di speranza sono comuni a tutti. Così l’hashtag #FuerzaEgan diventa un oggetto sacro. Un simbolo che rappresenta l’appartenenza al gruppo e sotto cui ci si riunisce per ribadire questa stessa appartenenza. Se cade un ciclista, cadono tutti… E insieme si rialzano.

Bernal si commuove: da oggi comincia la corsa più dura

07.02.2022
5 min
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E’ un Egan Bernal visibilmente commosso quello che ringrazia lo staff sanitario della Clinica Universitaria La Sabana in cui è stato ricoverato in fin di vita e dalla quale è uscito ieri dopo 13 giorni e una serie impressionante di interventi. La foto di apertura lo ritrae a casa fra i suoi cari, lo staff Ineos Grenadiers rimasto ad assisterlo e alle sue spalle c’è Brandon Rivera, caduto a sua volta pochi giorni dopo l’amico. Guardate la posa di Egan, non sembra bloccato come in certi casi.

«La Clinica Universitaria La Sabana – recita l’ultimo dei bollettini che ci arrivavano quotidianamente – in qualità di centro sanitario accademico che punta all’eccellenza, al servizio e alla promozione della vita, comunica al pubblico che il paziente Egan Bernal Gomez ha completato due settimane nella nostra struttura, riuscendo a superare un trauma ad alta energia.

La prima immagine di un Bernal vigile e vispo, circolata pochi giorni fa (foto La Sabana)
La prima immagine di un Bernal vigile e vispo, circolata pochi giorni fa (foto La Sabana)

«In questo momento, il paziente è nella terza fase del trauma, pronto per iniziare il suo percorso riabilitativo. Non ha complicazioni e tutte le sue ferite sono stabili e in via di guarigione.

«Per quanto sopra, siamo lieti di comunicare che oggi il paziente è stato dimesso, per continuare il suo percorso riabilitativo in regime ambulatoriale presso la nostra struttura, la prima Clinica accreditata in Colombia in riabilitazione, dal 2015, dall’ente internazionale Commission on Accreditation delle Strutture Riabilitative (CARF).

«Oggi diamo più significato e forza alle parole che portiamo nella nostra Istituzione come missione. Con orgoglio e speranza iniziamo una nuova tappa insieme al nostro atleta».

Paura e gratitudine

Ricordiamo tutti il giorno dell’incidente, ne abbiamo fornito ricostruzione e abbiamo iniziato a tratteggiare il suo recupero. E certo rileggendo l’andamento del decorso di Egan ci saremmo aspettati tutti un cammino ben più complicato. Probabilmente però la bravura dei chirurghi e il suo fisico gli hanno permesso di assorbire il trauma e di smaltirlo.

In piedi fra i chirurghi che lo hanno operato: la riduzione chirurgica delle fratture ha ridotto i tempi (foto La Sabana)
In piedi fra i chirurghi che lo hanno operato (foto La Sabana)

«In questi giorni- dice Bernal rivolgendosi al personale della clinica – ho sentito grande dolore, però almeno ho sentito qualcosa. Quello che ricordo è che un secondo mi stavo preparando per il Tour de France, ho battuto gli occhi e il secondo successivo stavo lottando per la mia vita. La verità è che ho dato sempre tutto per essere un professionista e lo stesso è stato per voi, ma in maniera differente. E devo dirvi grazie per avermi permesso di avere una seconda opportunità. Per me è come tornare a nascere. E… niente, spero un giorno di tornare forte in qualche modo, anche se sarà qualcosa di piccolo».

I prossimi passi

In Colombia ovviamente la notizia dell’uscita di Bernal dalla clinica ha avuto grande risalto ed ha messo in moto una serie di interviste ai medici che lo hanno seguito nel recupero.

«Il processo per tornare ad essere il ciclista di prima – ha affermato il medico specializzato Gustavo Castro – seguirà una pianificazione complessa e ampia. La prima è la riabilitazione, la seconda sarà la fase di riqualificazione e la terza sarà l’allenamento. Il vantaggio è che le fratture sono state stabilizzate chirurgicamente, il che permetterà di iniziare un rapido recupero per iniziare a muoversi più velocemente. Lo scopo è che i tessuti e l’osso possano aderire bene, che abbiano di nuovo la struttura di prima e ci vorranno circa sei mesi».

Foto ricordo con gli infermieri e i terapisti di neurochirurgia (foto La Sabana)
Foto ricordo con gli infermieri e i terapisti di neurochirurgia (foto La Sabana)

Un lavoro complesso

Bernal è entrato nella Clinica de la Sabana il 24 gennaio, dopo essere finito contro un autobus mentre si allenava sulla bicicletta da cronometro, riportando fratture multiple.

«Dopo che i tessuti saranno funzionali – ha proseguito Castro – e le ossa, i tendini e i legamenti saranno normali, dovremo lavorare su forza, coordinazione e potenza. Oltre che sulla mobilità articolare, così come sulla coordinazione neuromuscolare. Egan ha al suo fianco un team di professionisti altamente competenti e questa è la chiave». 

I campioni sono speciali

Un parere molto interessante è infine arrivato da Fredy Abella, medico molto riconosciuto in ambito sportivo per aver curato per molti anni Nairo Quintana.

Con sua madre Flor Marina (a sinistra), la compagna Maria Fernanda e il primario della clinica (foto La Sabana)
Con sua madre Flor Marina (a sinistra), la compagna Maria Fernanda e il primario della clinica (foto La Sabana)

«Questo trattamento deve essere completo – dice – non si tratta solo di curare le fratture, ma si dovrà lavorare sulla parte biomeccanica, avere un gruppo specializzato per recuperare rapidamente il paziente. La Clinica Universidad de la Sabana è il centro di riabilitazione più completo in questo settore del Paese ed è l’ideale per quello che Bernal dovrà affrontare. Bisogna sapere, prima di tutto, come sono andati i trattamenti per la frattura, come è risultato l’allineamento della colonna vertebrale, conoscere il lavoro che verrà fatto per recuperare il problema muscolare. I processi degli atleti ad alte prestazioni sono molto speciali».

A noi resta la paura nella voce di Egan e il suo essere tornato nuovamente quasi come un bambino in cerca di rassicurazioni. Ma l’uomo è duro, ha vinto un Tour e nella vita ha dovuto soffrire per raggiungere ognuno dei suoi traguardi. Pensiamo spesso in questo periodo alla storia di Pantani e alla sua ripresa. I campioni sono diavoli, non si arrendono mai. Da oggi la corsa di Egan sarò sempre in salita e non conoscerà soste.

Tosatto, il dopo Bernal è da disegnare. Ma Carapaz vede ancora rosa

05.02.2022
4 min
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Matteo Tosatto è indaffaratissimo nel seguire i suoi corridori. Anche se la stagione è appena iniziata, il tecnico veneto è già nel pieno della “mischia”. L’incidente di Bernal ha scosso il mondo del ciclismo, ma ancora di più ha scosso la sua squadra, la Ineos-Grenadiers. Il colombiano era l’uomo per il Tour e di fatto uno degli uomini simbolo, tanto più che Sir Brailsford gli aveva fatto firmare un contratto molto importante sia per durata che per ingaggio.

Ma senza allargarci troppo restiamo su questa stagione. Come inciderà questo incidente nei programmi della corazzata inglese? In tanti già danno Richard Carapaz dirottato dal Giro al Tour. La verità è che il discorso è ben più complesso.

Tosatto 2021
Matteo Tosatto è uno dei diesse del team inglese dal 2017
Tosatto 2021
Matteo Tosatto è uno dei diesse del team inglese dal 2017

Vicini a Bernal

«Come cambia la nostra situazione… Cambia che per ora non possiamo far altro che stringerci attorno ad Egan e dargli tutto il supporto necessario perché torni al meglio e recuperi in fretta – spiega Tosatto – Una riunione in questo senso ancora dobbiamo farla. Per ora l’incidente è ancora troppo “fresco” per affrontare il discorso dei programmi corali».

«Piuttosto pensiamo alle corse e a quel che c’è da fare adesso. L’unica cosa che sin qui è cambiata nei programmi è che Egan è stato tolto dalla lista per la Parigi-Nizza, il suo primo obiettivo stagionale, e dalle altre gare di questa prima parte dell’anno».

La Ineos-Grenadiers si stringe attorno a Bernal. Ecco Carapaz (in basso a sinistra) con i suoi compagni a Besseges (foto Instagram)
La Ineos-Grenadiers si stringe attorno a Bernal. Ecco Carapaz (in basso a sinistra) con i suoi compagni a Besseges (foto Instagram)

Carapaz al Giro

Tosatto chiaramente non ha la possibilità, e forse neanche può, scoprire tutte le carte in tavola. Il discorso di Bernal è pesantissimo. Se pensiamo che possono esserci dei dubbi circa il suo futuro, figuriamoci se adesso il problema è individuare questa o quella corsa.

Però di fatto, è un “quid” che esiste. E alla fine la voce più succulenta, la domanda che tutti si fanno è come sarà gestito Carapaz.

«Con Carapaz – riprende Tosatto – ancora non abbiamo parlato. Per ora Richard resta focalizzato sulla sua prima parte di stagione e sul suo programma di gare che avevamo stabilito. E su questo continuiamo, pensando alla sua condizione. Qui siamo tutti dispiaciuti. Poi sarà che tutti eravamo sparsi tra ritiri, Sud America, gare… che quasi non c’è stato il tempo per rendersi conto davvero di quanto sia successo».

Un Giro con solo 26 chilometri di cronometro però è un’occasione ghiottissima per l’ex maglia rosa e attuale campione olimpico…

«Sì, sì, ma infatti Richard lo sa bene e ha già detto ad inizio stagione che quello sarebbe stato il suo obiettivo ed è concentrato su quello. Dire adesso che lo togliamo dal Giro per metterlo al Tour mi sembra inutile e prematuro. Di certo è un bel Giro per lui e per il momento tutto resta confermato».

E’ vero poi che su certe decisioni contano, sponsor, questioni di marketing e non ci sono solo scelte tecniche, ma se conosciamo un po’ Carapaz, abbiamo visto che l’ecuadoriano è molto ambizioso. Lui ha voglia di vincere. Al Tour sa bene che con Pogacar e Roglic il compito sarebbe più arduo. Non impossibile, sia chiaro…

Carlos Rodriguez sugli sterrati della Valenciana. Lo spagnolo, classe 2001, è un vero talento
Carlos Rodriguez sugli sterrati della Valenciana. Lo spagnolo, classe 2001, è un vero talento

Quanti campioni nel mazzo

In casa Ineos-Grenadiers i campioni non mancano. Oltre a Carapaz e Bernal c’è un certo Geraint Thomas e con lui Geoghegan Hart, Porte, Adam Yates… Senza contare che nel momento in cui decidessero di cambiare strategia e di venire in Italia per le tappe avrebbero cacciatori del calibro di Viviani, Ganna, Kwiatkowski

E a proposito di Porte e Yates: loro due erano già inseriti nella lista del Giro. Magari potrebbero assegnargli un altro ruolo, senza scombussolare troppo i piani del team. In fin dei conti non sarebbe la prima volta che in Ineos si ritrovano a cambiare le carte sul momento. Il Giro di Tao ne è la riprova. E in ammiraglia guarda caso c’era proprio Tosatto.

«Di corridori ne abbiamo molti, vedremo… Ganna è partito bene, idem Viviani e anche Carlos Rodriguez.

Su Rodriguez incalziamo Tosatto: «Matteo, questo è un corridore vero. Lo abbiamo visto all’Avenir l’anno scorso»…

«Crediamo molto in questo giovane. Lo vogliamo far crescere senza stress. 

«Vederlo al Giro? Forse è un po’ presto. E’ vero però che vogliamo fargli fare un grande Giro quest’anno. Non credo che possa andare al Tour come primo “assaggio”, ma visto che è spagnolo pensavamo di più alla Vuelta, tanto più che arriva a fine stagione e sarà maturato un altro po’ per quel periodo. Una Vuelta da correre in appoggio a qualche capitano. Io comunque sono dell’idea che far fare i grandi Giri a dei giovani, senza bruciare le tappe, sia sempre una buona idea».

Radi: «Bernal potrà tornare al top. Ma la strada sarà lunga»

02.02.2022
5 min
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Da appassionati di ciclismo, siamo tutti col fiato sospeso per quel che sarà l’esito di Egan Bernal. Il terribile incidente capitato al re del Giro 2021 sul finire di gennaio pone delle serie questioni sul suo futuro da atleta e forse non solo.

Ce la farà a recuperare? E come? Quali sono i problemi maggiori?

Dalla Colombia sono giunte notizie davvero inquietanti. Il quadro clinico che è stato reso noto recitava: trauma al pneumotorace, lussofrattura delle vertebre T5 e T6 con ernia discale traumatica, frattura del secondo metacarpo della mano destra, fratture alla bocca e fratture di varie costole.
Bernal, oltre ad essere stato in terapia intensiva ed aver rischiato di restare paraplegico al 95%, ha subìto quattro operazioni principali: un’intervento maxillo-facciale per la bocca, la stabilizzazione di sei vertebre (da T3 a T8), osteosintesi del metacarpo e l’intervento al polmone. E un altro dovrà affrontarlo nelle prossime ore, a livello della colonna cervicale. Insomma non è poco.

Noi vogliamo capirne di più con l’aiuto di un medico, di un fisioterapista, osteopata, chiropratico, chinesiologo quale Maurizio Radi, titolare di un importante centro riabilitativo e di preparazione, il Fisioradi Medical Center a Pesaro.

Maurizio Radi, titolare di Fisioradi Medical Center
Maurizio Radi, titolare di Fisioradi Medical Center
Maurizio, la prima domanda è quella che tutti si pongono: riuscirà Bernal a tornare quello di prima o quantomeno a tornare alla sua normalità di uomo?

Con un atleta di questo calibro si dà quasi per scontato che possa recuperare totalmente, quindi ci si chiede se tornerà il corridore. Premetto che, per fare delle considerazioni precise bisognerebbe conoscere a fondo il suo quadro clinico. E che tipo di interventi ha subìto, soprattutto per quanto riguarda la rotula e le vertebre.

Sì è detto che ha rischiato di restare paraplegico…

È un qualcosa che può starci, quando si danneggiano tante vertebre. Se il trauma ha riguardato un tratto di vertebre specifico, un eventuale schiacciamento midollare può essere così importante da impedire poi il movimento. In situazioni così difficili si fanno tutte le considerazioni del caso. Però se questo è stato scongiurato già è un bel passo avanti. Dobbiamo pensare che l’atleta ha un’altra mentalità, un altro spirito.

Questo è vero…

L’atleta ragiona già per ritornare ad essere un corridore, non solo a stare bene. Di certo ce la metterà tutta. Vorrà tornare il prima possibile. Questa è la sua forza e al tempo stesso la gara a tappe più dura da vincere. In passato ci sono stati casi simili. Anche di Pantani si diceva che dopo l’incidente della Milano-Torino non potesse più tornare quello di prima.

Bernal a terra in seguito all’incidente avuto con l’autobus fermo. Era in sella alla bici da crono (foto Twitter)
Bernal a terra in seguito all’incidente avuto con l’autobus fermo. Era in sella alla bici da crono (foto Twitter)
Però abbiamo visto che il ciclismo è cambiato molto da allora. Tutto è più estremizzato. Froome per esempio sembra non essere più quello di una volta…

Vero, però Froome quando ha avuto il suo incidente già era in una “fase discendente” della sua carriera. Era più in là con gli anni. E dobbiamo considerare che fin quando ha vinto non ha mai avuto infortuni importanti in precedenza, tutto era filato liscio per lui. Altra considerazione da fare è che quando è rientrato si è ritrovato con dei bei “corridorini” sulla sua strada.

Quale dei suoi interventi ti preoccupa di più?

Come ho già detto, senza un quadro clinico preciso è difficile da poter dire, ma di primo acchitto potrei rispondere le vertebre. Lui ha rotto le T3 e T8 e nel contesto sono forse le meno peggio. E poi, lussazione e frattura: è qui che Bernal ha rischiato di restare paralizzato. In più, se ben ricordo, Bernal già soffriva di mal di schiena. Guardiamo Van der Poel: sembrava tutto passato, poi appena ha ripreso a correre è rimbalzato.

In tanti invece hanno puntato il dito sulla rotula, perché?

La rotula è un punto cardine del ginocchio, ma direi proprio di tutta la pedalata. Dobbiamo vedere se è una frattura composta o no ed eventualmente com’è andato l’intervento. Se pensiamo alla pedalata, la rotula è la parte biomeccanica più importante. Quando si spinge tutta la forza passa da lì. Se pensiamo che il quadricipite arriva fin sulla rotula e sulla tuberosità tibiale, questa fa da articolazione appunto fra tibia e femore. E quello è un punto dove si scarica molta energia.

La parte delle vertebre toraciche interessate nell’incidente di Bernal
La parte delle vertebre toraciche interessate nell’incidente di Bernal
E il resto dal pneumotorace all’intervento maxillofacciale?

Il pneumotorace mi preoccupa meno. In generale dà meno noia. Sì, è grave ma un atleta come lui lo recupera bene. La frattura del malleolo la supera e quella maxillofacciale è una bella rottura di scatole per lui. Per un mese non potrà mangiare.

Quindi più o meno quando potremmo rivedere Bernal? Questa stagione è andata?

Credo che il 2022 gli servirà per ritrovarsi. Magari, verso ottobre potremmo vederlo in sella se tutto dovesse filare liscio. E, perché no, anche in qualche gara visto che ormai si corre fino a fine ottobre, anche se sarà difficile e di certo non mi aspetto che vinca. Certi atleti sanno tirare fuori anche quello che non ti aspetti e loro stessi non si aspettano.

Ma potenzialmente Bernal può tornare al 100%?

Domanda da un milione di dollari! Come ho già detto mentalmente può farcela e sono certo che darà il massimo. Bisognerebbe sapere cosa ha avuto nel dettaglio, ma stando alle informazioni che abbiamo direi di sì: potenzialmente potrebbe tornare quello che era. Il mio dubbio principale riguarda le vertebre. Però è anche vero che Bernal ha il vantaggio di essere un ciclista. Fosse stato un podista o un calciatore sarebbe stata più complicata. Di certo ci sarà molto da lavorare: il suo recupero riguarderà molti professionisti sanitari, da medici specialisti, neurochirurghi, ortopedici, medici dello sport, per poi passare nelle mani di fisioterapisti, biomeccanici, preparatori, osteopati, psicologi… Sarà una bella sfida medica e anche molto interessante.

Malori, la crono, i pericoli e i freni spariti

01.02.2022
4 min
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La sicurezza su strada e l’aerodinamica di certe prese sulle appendici da crono. Il ricordo di quando si usava la terza leva del freno. Pensieri che continuano ad accavallarsi dall’incontro con Sobrero all’allarme di Pidcock. Per questo, a costo di sfinirlo con le nostre domande, siamo tornati a bussare alla porta di Adriano Malori, strappandolo per un po’ al lavoro nel suo centro.

«Il problema è che sulla bici da crono – fa notare Malori, invero ben contento di dare il suo contributo – si fanno velocità altissime e non si possono usare i freni. Si guardano costantemente i watt ed è un problema. Ricordo che quando facevo i lavori specifici, era un attimo ritrovarsi a 55 all’ora. Per questo cercavo strade in pianura con poco traffico o andavo in qualche valle in cui ci fosse un po’ di pendenza. Magari la velocità era leggermente inferiore, ma ero sempre a guardare il computerino».

Test in pista per Bernal in Belgio: quando si è al chiuso, non è un problema guardare giù
Test in pista per Bernal in Belgio: quando si è al chiuso, non è un problema guardare giù
E’ anche un fatto di posizione?

Sicuramente su quella da strada sei più rilassato, il collo è più sciolto e guardi avanti. Se davvero Bernal stava facendo allenamento con la bici in assetto da gara, gli è bastato accarezzare i pedali per trovarsi a 40 all’ora e spingendo poco di più è arrivato ai 60. Quelle bici sono missili. Ma è un problema che c’era anche quando Ullrich si allenava su strada con la ruota anteriore da 24″ e il manubrio tutto basso, oppure quando Indurain usava la Espada. Oggi però allenarsi con la bici da crono è più pericoloso, soprattutto per il discorso dei freni e per l’attenzione costante al computer.

C’è una soluzione alternativa?

Andare in autodromo ha un costo non indifferente. Nella zona di Lodi o Cremona, si trovano anche strade di pianura con poco traffico. Da me in zona Parma è già più difficile. Non la risolvi neanche del tutto avendo una macchina davanti, perché è brutto dirlo ma in tanti casi è solo un discorso di giusta scelta della strada e soprattutto di fortuna.

Fra protesi e leve c’è distanza e c’è da sollevarsi cambiando l’assetto del corpo: un tempo eterno se si deve frenare.

Se la posizione è giusta, comunque sulle protesi si poggia. Il protocollo vuole che l’angolo fra dorsale e tricipite sia di 90 gradi proprio per scaricare il peso sulle braccia. Poi bisogna vedere la biomeccanica, perché Froome e Thomas sulla bici da crono erano messi malissimo, ma andavano forte. La bici da crono però si guida con le spalle e non con le braccia, proprio perché le braccia così strette impediscono manovre. La rotazione minima delle spalle fa sì che il manubrio giri.

Ai mondiali di Bruges, nel Team Relay, tre azzurri con tre diverse prese sulle appendici: Ganna, Sobrero, Affini
Ai mondiali di Bruges, nel Team Relay, tre azzurri con tre diverse prese sulle appendici: Ganna, Sobrero, Affini
Quindi anche la presa sul manubrio di Sobrero di cui s’è parlato è aerodinamica, ma anche funzionale?

E’ sicuramente la più comoda, anche se io la provai e non mi trovai bene. Non esiste uno standard, l’importante è trovare una posizione che si può tenere, non una che teoricamente è perfetta, ma dopo mezz’ora devi lasciarla perché non la reggi. Se sei incassato con le spalle e formi un cuneo con braccia e testa, allora sei a posto.

I manubri stampati aiutano?

Sono decisivi, per aerodinamica e sicurezza. Sentito Sobrero quando diceva che l’alternativa a quella sua presa fosse tenere la protesi solo con anulare e mignolo? Se il manubrio è su misura, hai la presa che preferisci e riesci a guidare meglio la bici.

Fu Basso, qui al Tour del 2011, a suggerire a Malori di usare il freno sulla protesi (nel cerchio)
Fu Basso, qui al Tour del 2011, a suggerire a Malori di usare il freno sulla protesi (nel cerchio)
In ogni caso, non poter usare i freni non aiuta…

Prima di Varese 2008, quando poi vinsi l’oro U23, chiesi consiglio a Basso per vedere il percorso. E mi diede la dritta di mettere la terza leva del freno sulle appendici, come si faceva nelle cronosquadre. Da allora in allenamento l’ho sempre avuta e anche in gara (nella foto di apertura, Adriano in azione nel mondiale vinto a Varese 2008, ndr). E’ utile per non togliere le mani nei curvoni, in allenamento viene bene dietro moto per restare in posizione e se un’auto ti stringe. C’è davvero tanta distanza altrimenti fra la protesi da crono e la leva su manubrio. Non so perché ultimamente certi accorgimenti non si vedono più, forse perché i freni idraulici non permettono l’aggiunta di una terza leva? In allenamento la valuterei.

Come i doppi freni nella parte alta del manubrio per la Roubaix?

Esatto, un’altra bella sicurezza per quando si stava in gruppo. I miei compagni li usavano e dicevano di sentirsi più sicuri, ma ormai sono spariti anche quelli. Sarebbe curioso sapere il perché.

Il motivo, come suggeriva Malori, sta proprio nell’adozione dei freni a disco. Quella leva, come pure quelle per la Roubaix, si montavano tagliando la guaina e agendo sullo stesso cavo del freno. Gli impianti idraulici dei freni a disco ovviamente ne impediscono l’uso.

EDITORIALE / Crono, esiste davvero un problema sicurezza?

31.01.2022
3 min
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Lo ha detto un paio di giorni fa Tom Pidcock a Kit Nicholson, prima dei mondiali di cross, vinti planando come Superman sul traguardo. «Penso che siano accaduti molti incidenti con le bici da crono e penso che sia qualcosa su cui dobbiamo riflettere. Sono caduto io. E’ caduto Ben Turner al Tour de l’Avenir. Adesso è caduto Egan (Bernal, ndr). Le posizioni stanno diventando estreme e passiamo sempre più tempo a cercare di mantenerle piuttosto che a guardare dove stiamo andando. Penso sia evidente che ora il discorso stia diventando piuttosto pericoloso. Non credo che dobbiamo fermare il progresso, ma dobbiamo pensare a come allenarci in modo più sicuro».

Bernal in azione nella crono di Milano: su strade chiuse, la testa bassa non è un problema
Bernal in azione nella crono di Milano: su strade chiuse, la testa bassa non è un problema

Da Froome a Bernal

A ben vedere, partendo proprio dalla caduta che ha chiuso la carriera di Froome durante una ricognizione nella crono del Delfinato 2019, passando per l’investimento dello stesso Pidcock nello scorso giugno mentre si allenava sui Pirenei e terminando con il più recente caso di Bernal, viene da pensare che, soprattutto in allenamento, quella posizione non sia affatto sicura. Per muoversi nel traffico e anche in gara, dove non perdona distrazioni. Secondo voi Cavagna avrebbe mai sbagliato quella curva nella crono di Milano, se solo avesse avuto la testa più alta?

Le squadre stanno investendo somme importanti nello sviluppo delle posizioni: un tema che negli ultimi due mesi abbiamo affrontato con Mattia Cattaneo, Vincenzo Nibali e Matteo Sobrero. Ma è innegabile che quel tipo di posizione, con la testa bassa per essere aerodinamici al top e le mani sulle appendici (quindi lontane dai freni e dalla possibilità di correzioni repentine), sia precaria e tutti i soldi spesi rischino di finire in polvere.

Anche Pidcock è stato investito nello scorso giugno, preparando il Giro di Svizzera (foto Instagram)
Pidcock è stato investito a giugno, preparando il Giro di Svizzera (foto Instagram)

Lo ha ipotizzato bene Andrea Bianco, parlando della caduta del “suo” Bernal: «Magari l’autista ha superato senza rendersi conto della velocità di Egan – ha spiegato – e poi si è fermato. E lui evidentemente aveva la testa giù, sennò in bici è un gatto e lo avrebbe schivato».

Leggerezza o fatalità?

E’ corretto non voler fermare il progresso, visto soprattutto che proprio grazie alla crono si decidono i destini di corse molto importanti, ma occorre che le squadre facciano un salto di qualità nell’assistere i corridori.

Se non è possibile allenarsi in autodromo, è buona norma tenere un’auto davanti ai corridori
Se non è possibile allenarsi in autodromo, è buona norma tenere un’auto davanti ai corridori

In alcuni casi, la Quick Step di qualche anno fa e poi la Jumbo Visma si sono servite di autodromi chiusi. Stesso discorso fece lo scorso anno la nazionale di Cassani nell’Autodromo di Misano, preparando il Team Relay poi vinto agli europei di Trento. Ma se si deve andare su strada, è necessario che i corridori abbiano un’ammiraglia davanti ogni volta che intendono allenarsi in modo sostenuto, oppure che vengano individuati percorsi effettivamente privi di auto. La bici da crono è come un’auto di Formula Uno e non si è mai visto che quei piloti le portino fuori da piste sicure.

Mentre appare sempre più chiaro che la stagione di Bernal (e non voglia Dio la sua carriera) sia finita anzitempo a causa di una distrazione da parte sua e del conducente dell’autobus, probabilmente, ma anche per una leggerezza della squadra che non lo ha assistito adeguatamente.