PADERNO DUGNANO (MI) – Il primo giorno in maglia rosa di Jonas Vingegaard ha portato con sé l’emozione di indossare il simbolo che contraddistingue il leader del Giro d’Italia e le riflessioni di una tappa milanese ancora da digerire. Per il resto il danese si è goduto l’abbraccio della gente che aspettava di vederlo di rosa vestito ben prima della quindicesima tappa. Nella giornata di riposo la Vingegaard si è concesso alle domande, in videochiamata, dei giornalisti. Il protocollo di sicurezza intorno al danese è strettissimo e i motivi della scelta di tenere tutti lontani è di preservarne la salute.
Il Giro è un obiettivo, vero, ma dietro l’angolo c’è lo spettro del Tour de France e dell’alieno Tadej Pogacar. Insomma, il cammino di Vingegaard non finirà di certo a Roma, al contrario l’Italia rappresenta la prima tappa del suo piano per tornare a riabbracciare la maglia gialla.
«La settimana appena passata – racconta – ci ha regalato un tempo piacevole e un clima ottimale. Lungo le strade c’era tanta gente e si è percepito fin da subito che il Giro è una corsa speciale, quindi fino ad ora posso dire che è stata un’esperienza davvero fantastica».
Vingegaard ha vissuto il suo primo giorno in maglia rosa nella tappa di ieri: Voghera-MilanoVingegaard ha vissuto il suo primo giorno in maglia rosa nella tappa di ieri: Voghera-Milano
Conferme e sorprese
La Visma Lease a Bike sta giocando il ruolo della padrona di casa in questo Giro d’Italia, la presenza di un corridore del calibro di Vingegaard porta ad accentrare attenzioni e responsabilità in corsa. Ma il supporto arrivato dai compagni, in particolare da Davide Piganzoli e Sep Kuss, non è da affatto da sottovalutare.
«Sapevo di cosa fossero capaci e sapevo che erano molto forti, quindi ero consapevole che avrebbero potuto essere di grande aiuto per me qui al Giro. E lo saranno anche nell’ultima settimana, la quale partirà con una tappa davvero impegnativa con l’arrivo a Carì. Non ci sarà respiro, perché nelle ultime frazioni prima di arrivare a Roma troveremo percorsi impegnativi e sui quali ci sarà da prestare la massima attenzione. L’ambizione è quella di vincere almeno un tappa in maglia rosa, quindi non correremo di certo in difesa.
«Da un lato – prosegue Vingegaard – la lotta per il podio potrebbe avvantaggiarmi, ma di certo saremo noi a dover controllare la corsa restando sempre concentrati e attenti. La corsa finisce con l’ultima tappa».
Vingegaard ha parlato del grande amore verso il Giro e del supporto dei tifosi che lo ha accompagnato in queste due settimaneIl danese ha anche ricordato l’affetto verso la famiglia, della quale porta una foto sul manubrio e che bacia dopo ogni vittoriaVingegaard ha parlato del grande amore verso il Giro e del supporto dei tifosi che lo ha accompagnato in queste due settimaneIl danese ha anche ricordato l’affetto verso la famiglia, della quale porta una foto sul manubrio e che bacia dopo ogni vittoria
L’amore per il Giro
Le parole spese dalla maglia rosa per il Giro sono state dolci, Vingegaard in Italia ha vissuto degli step importanti nella sua carriera, partiti con la vittoria della Settimana Coppi e Bartali nel 2021 alla quale è seguita la Tirreno-Adriatico del 2024.
«Mi è sempre piaciuto correre in Italia – ammette il danese – ma devo ammettere che il Giro è qualcosa di speciale. Lo si percepisce dalla passione lungo le strade, penso sia una corsa importante per l’Italia intera e questo sentimento arriva a noi corridori in corsa. Quindi per me è davvero un’opportunità estremamente bella poterci partecipare.
«Dell’Italia mi piacerebbe poter assaggiare qualche vino – dice ridendo – ma al momento non è possibile. Sarebbe stato divertente fare una degustazione durante il giorno di riposo. Scherzi a parte oggi è una giornata importante per rilassarsi ma anche per tenere le gambe pronte per la tappa di domani, che non sarà affatto semplice».
Vingegaard ha ammesso di aver sofferto di una leggera influenza tra il giorno di Corno alle Scale e la cronometro di ViareggioNell’affrontare l’ultima settimana il supporto di Piganzoli e degli altri compagni sarà fondamentale Vingegaard ha ammesso di aver sofferto di una leggera influenza tra il giorno di Corno alle Scale e la cronometro di ViareggioNell’affrontare l’ultima settimana il supporto di Piganzoli e degli altri compagni sarà fondamentale
Alzare il livello
La scelta di partecipare al Giro d’Italia racchiude ambizioni ben più grandi, la domanda però è legata al capire come dopo due settimane di gara stia assorbendo le fatiche della corsa rosa.
«Penso che essere qui al Giro mi stia aiutando davvero nel raggiungere un livello più alto», racconta la maglia rosa. «Negli ultimi anni ho notato che disputare due Grandi Giri nella stessa stagione mi permette di arrivare al secondo ben più pronto e performante. Ed è quello che speriamo possa accadere in ottica Tour de France. In quest’ottica dovremo calibrare bene gli sforzi, per non rendere ogni giornata difficile o troppo esigente dal punto di vista del dispendio delle energie».
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PILA (AO) – Sono bastati pochi chilometri con Sep Kuss a fare il ritmo davanti al gruppo per far sì che la maglia rosa si sciogliesse sulle spalle di Afonso Eulalio. Un tornante a sinistra a 9 chilometri dall’arrivo e il portoghese che fino ad ora è stato il padrone di questo Giro d’Italia ha perso un metro, che sono diventati poi dieci e cento. Quando anche un grande Davide Piganzoli ha finito il proprio lavoro per Jonas Vingegaard si è trattato di impostare il suo passo e andare a prendere la terza vittoria di tappa e la maglia rosa.
Si pensava a una Visma Lease a Bike padrona del Giro già dalla tappa del Blockhaus, poi le convinzioni si sono spostate alla cronometro di Viareggio, e invece nulla. Lo stoico Eulalio non ha voluto cedere il simbolo del primato. Quindi, nel momento in cui Jonas Vingegaard entra nel truck adibito a sala stampa si respira quella sensazione che il danese sia riuscito a mettere finalmente le cose al proprio posto.
Jonas Vingegaard a Pila trova la terza vittoria di tappa in questo Giro che gli vale anche la maglia rosaJonas Vingegaard a Pila trova la terza vittoria di tappa in questo Giro che gli vale anche la maglia rosa
L’assolo di Vingegaard
In cima alla salita che porta ai 1.800 metri di Pila la natura ha disegnato quello che è stato un perfetto anfiteatro, nel quale è andata in scena la terza opera del danese della Visma Lease a Bike. Terza vittoria di tappa e maglia rosa, con 49 secondi di vantaggio su Felix Gall e 58 su Jai Hindley.
«Penso che la maglia rosa sia una dei simboli più speciali nel mondo del ciclismo – dice un sorridente Jonas Vingegaard – e sono davvero felice di indossarla. Tanti bambini e ragazzi sognano di poterla vestire, ed essere qui oggi è qualcosa di speciale. Credo sia impossibile paragonarla alle altre maglie da leader, senza dire nulla di negativo penso che il Tour sia più importante. Ma è qualcosa che oggi volevo davvero e sono orgoglioso, soprattutto per aver finalizzato il grande lavoro fatto dalla squadra».
Giulio Pellizzari ha avuto una grande reazione oggi, andando oltre al dolore e alle difficoltà fisicheIl marchigiano si è detto felice di quanto fatto oggiGiulio Pellizzari ha avuto una grande reazione oggi, andando oltre al dolore e alle difficoltà fisicheIl marchigiano si è detto felice di quanto fatto oggi
La tenacia di Pellizzari
Giulio Pellizzari, nel salire i 16,5 chilometri che hanno portato il gruppo a Pila, ha mostrato davvero quanto può valere. Sempre in fondo al gruppo, che piano piano perdeva unità, ma con il marchigiano sempre lì attaccato. Alla partenza le domande sul suo stato di salute erano tante, e i dubbi sulla prestazione che sarebbe riuscito a fare ancora di più. Per questo il quinto posto di oggi, a poco più di un minuto da Vingegaard vale oro.
«Sono contento per oggi – racconta in maglia bianca, presa in prestito da Eulalio che da oggi potrà indossarla – è stata una sofferenza ma sono felice di com’è andata. Stamattina mi sono detto che sarebbe stata una sfida con me stesso, di dare il massimo e rimanere concentrato. Devo ringraziare tante persone che mi sono state vicine in questi giorni, senza le quali probabilmente sarei già andato a casa.
«Oggi ho pedalato con tanta rabbia per i giorni scorsi – continua – e ho corso guardando solamente a me stesso. Negli ultimi chilometri mi sono trovato fianco a fianco con Piganzoli, siamo molto amici e sono contento di averlo in gruppo. In questi anni siamo cresciuti tanto e ci alleniamo spesso insieme. Anche se lavora per un rivale, la nostra amicizia va fuori dal ciclismo».
La resa di Eulalio è arrivata sulle salite della Valle d’Aosta, il portoghese ha indossato per nove giorni la maglia rosa Lo scalatore della Bahrain Victorious rimane leader della classifica dei giovani con un vantaggio di 1′ 56″ su PellizzariLa resa di Eulalio è arrivata sulle salite della Valle d’Aosta, il portoghese ha indossato per nove giorni la maglia rosa Lo scalatore della Bahrain Victorious rimane leader della classifica dei giovani con un vantaggio di 1′ 56″ su Pellizzari
Obiettivo rosa
La Visma Lease a Bike era chiamata oggi a una grande prestazione, un po’ perché lo imponeva il disegno di una tappa davvero impegnativa, ma anche per la classifica. Il distacco da Eulalio, che stamattina era di 33 secondi, aveva spostato tutte le attenzioni sui calabroni e il loro capitano. Era arrivato il momento di agire.
«La tattica stamattina – prosegue nel suo racconto Vingegaard – fare la corsa il più dura possibile controllandola fin dall’inizio. Lo abbiamo fatto, anzi i miei compagni lo hanno fatto. Ed è stato impressionante come siamo riusciti a correre oggi. E’ stata una giornata esigente, dove ognuno di noi ha spinto al massimo, io compreso. Il ritmo imposto da Kuss e Piganzoli mi ha sull’ultima salita mi ha permesso di non fare uno scatto secco, ma di andare in progressione.
Davide Piganzoli è stata l’ultima pedina per Vingegaard, il suo ritmo ha fatto una grande selezioneUna progressione e il danese si trova da solo, dietro il vuotoDavide Piganzoli è stata l’ultima pedina per Vingegaard, il suo ritmo ha fatto una grande selezioneUna progressione e il danese si trova da solo, dietro il vuoto
«Non penso di aver vinto il Giro – replica a una domanda – perché una giornata negativa può capitare a chiunque. Dobbiamo mantenere la concentrazione e lottare per questa bellissima maglia».
Domani il Giro affronterà una tappa per velocisti, con un arrivo a Milano, una frazione priva di difficoltà altimetriche ma ricca delle tante insidie che si possono nascondere in città. Sarà la volta dei velocisti e dei loro treni, poi l’ultimo giorno di riposo ci proietterà nella terza e decisiva settimana.
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Ancora immersi nella sbornia delle classiche del Nord, c’è però anche tempo per pensare, e ripensare, ad altro. Qualche settimana fa, infatti, si è conclusa la Vuelta a Catalunya, vinta da Jonas Vingegaard, e di questo successo faceva parte anche Davide Piganzoli.
Andiamo dunque in casa Visma-Lease a Bike per capire meglio quali siano i primi approcci del “Piga” con il suo capitano, ma anche per fare il punto sulla sua condizione e su come i gialloneri stanno lavorando in ottica Giro d’Italia.
Davide Piganzoli (classe 2002) è approdato quest’anno alla Visma. Fa parte del gruppo che guiderà Vingegaard al GiroDavide Piganzoli (classe 2002) è approdato quest’anno alla Visma. a parte del gruppo che guiderà Vingegaard al Giro
Come archiviamo questo Catalunya, Davide? Come ti sei sentito?
Sicuramente lo archiviamo in modo molto positivo. Era una gara su cui la squadra puntava molto. Siamo andati con l’ambizione di vincere con Jonas e abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Dovevamo rimanere calmi nei primi giorni, cercare di restare al riparo senza cadute o complicarci la vita in qualche modo. Ci è un po’ dispiaciuto per il giorno in cui hanno accorciato la tappa in salita, perché era una buona opportunità per noi. Però alla fine abbiamo avuto altre due giornate positive.
E tu?
Un giorno sono andato in fuga per togliere un po’ di lavoro alla squadra, in modo tale che non dovesse tirare dietro. Ho dovuto tirare io, ma sono sicuro che abbiamo risparmiato tante energie in generale. Il mio lavoro con il team passa anche da questi aspetti. Poi quel giorno ha vinto Jonas, e lo ha fatto in modo molto netto, con una certa superiorità. Quindi bene così.
Lo hai detto tu, Vingegaard era tanto superiore. Com’è l’ambiente in casa Visma? Quanto va forte? Dovrà crescere ancora pensando al Giro?
Parlando con lui si sente veramente molto forte e crede di non essere ancora al massimo della sua forma. Ha fatto un bello step rispetto all’anno scorso, nello stesso periodo, ed è perciò consapevole che lavorando bene può crescere ancora. Ora ci aspetta un altro periodo molto intenso di allenamenti, tanto è vero che siamo qui sul Teide con quasi tutto il gruppo del Giro.
Quindi c’è anche Vingegaard lassù?
Sì, anche lui. Facciamo tre settimane di lavoro qui prima del Giro e credo che questo blocco in altura ci darà dei buoni risultati.
Il lombardo sta trovando i suoi spazi alla Visma. E con la squadra c’è fiduciaIl lombardo sta trovando i suoi spazi alla Visma. E con la squadra c’è fiducia
Davide, parlaci meglio di questi primi approcci in corsa con Jonas. Come sono stati con lui? Che tipo di leader è? E’ esigente? Vuole stare davanti? Parla molto?
Molto no, ma parla nel momento giusto. Parla nel momento in cui bisogna essere davanti. Poi ci sono anche momenti più tranquilli. Io con lui ho disputato anche la Parigi-Nizza e, sin lì come al Catalunya, abbiamo deciso di correre indietro. E’ stato così per due frazioni alla Parigi-Nizza e una al Catalunya. Eravamo quasi sempre in fondo al gruppo per risparmiare energie e seguire il nostro percorso di crescita. Chiaramente lo abbiamo fatto in tappe in cui reputavamo fosse possibile farlo. Non solo.
Vai avanti…
Tutta la squadra era attorno a Jonas, pronta nel caso fosse successo qualcosa. Certo, è un rischio correre così, però abbiamo cercato di capire i benefici e le possibili perdite che c’erano nel gareggiare in questo modo nell’economia della corsa. Ci è andata bene, ma sappiamo che non dobbiamo esagerare. Per il resto, per come è Jonas, da quel che ho visto è uno che sa stare bene davanti e, anche se c’è da sgomitare, non ha problemi.
Invece a te che effetto ha fatto stare sempre più dentro a questi meccanismi? Cosa significa tirare per uno di questi super fenomeni del ciclismo attuale? Perché immaginiamo che un conto sia vederli da fuori e un conto sia starci dentro…
Vero, lavorarci è un’altra cosa. Da dentro ti danno ancora più motivazione. Quando lavori per un obiettivo così grosso come il Giro d’Italia cambia tutto. Alla fine l’anno scorso lavoravo per andare al Giro cercando di far bene, quest’anno lavoro perché so che il mio capitano potrebbe vincerlo. E’ tutta un’altra mentalità e questo credo faccia gran bene al gruppo. Siamo tutti molto tranquilli, molto allegri e soprattutto molto motivati. Penso che, quando ti ritrovi in gruppi di lavoro così, sia anche più facile andare forte.
Vingegaard ha mostrato un superiorità netta al Catalunya, ma secondo Piganzoli può crescere ancora in vista del GiroVingegaard ha mostrato un superiorità netta al Catalunya, ma secondo Piganzoli può crescere ancora in vista del Giro
Come cambia la riunione in una squadra del genere? Cosa si dice in una riunione prima di una tappa in una squadra come la Visma che punta a vincere con Vingegaard?
Si punta a far bene. Si parte sempre con l’ambizione di vincere e c’è sempre un piano. Chiaramente sappiamo anche che il piano può cambiare in corsa e devo dire che sono bravi i miei compagni o il direttore in ammiraglia a modificarlo in base a come sta Jonas e a come si è messa la corsa. Noi immaginiamo dei possibili scenari prima di una determinata tappa e cerchiamo di farci trovare pronti. Sin qui abbiamo corso bene. E comunque quando senti una riunione in cui si dice di andare a vincere è sicuramente diverso dal dire “proviamo a far bene”.
Jonas ti ha chiesto qualcosa in particolare? Oppure ti ha dato una pacca sulla spalla. O al contrario ti ha ripreso?
Al Catalunya, il giorno dopo che sono andato in fuga, la squadra sapeva che avrei fatto fatica per via delle energie spese. Avevo dato veramente tanto e Jonas, che lo ha notato, mi ha detto di lavorare subito. Io dunque mi sono messo a disposizione dei compagni prima rispetto a quanto era pianificato, poi ho proseguito del mio passo.Vingegaard comunque ha sempre avuto buone parole con me all’arrivo e anche questo ti fa capire la qualità del corridore. E non è solo questo: ogni tanto mi manda anche messaggi e questo fa piacere.
Prima abbiamo parlato della riunione, Davide. Ma come funziona quando bisogna preparare un attacco? Ti dicono: «Da qui a qui devi tirare a 400 watt», per esempio?
Qualcosa di simile, sì. Magari ci si divide la gara: c’è chi fa la prima parte, chi la seconda, chi tira nella salita dove vuole partire Jonas. Però torno a dire che le cose possono cambiare, perché non è detto che ognuno poi stia come pianificato. Non si sa mai come ci si sente in gara. Un giorno dovevo aiutarlo sulla penultima salita, però mi sono staccato quando eravamo rimasti in 25 corridori. Sono riuscito a rientrare in discesa e a quel punto ho dato una mano nella valle prima della salita finale. Ripeto, sono cose che in corsa cambiano.
Piganzoli e compagni stanno lavorando molto la bici da crono. ccoli nel precedente ritiro in quota a Sierra Nevada a fine febbraio (foto Instagram)Piganzoli e compagni stanno lavorando molto la bici da crono. ccoli nel precedente ritiro in quota a Sierra Nevada a fine febbraio (foto Instagram)
Per fare l’ultimo uomo di un corridore del genere serve ancora tanto, Davide?
Un po’ sì. La squadra mi sta dando tanta fiducia e questo vuol dire molto per me. Sia alla Parigi-Nizza che al Catalunya avevo i miei spazi dopo aver aiutato e non sempre ero quello che doveva tirare. Spesso mi mettevano sulla sua ruota per cercare di fare la mia corsa e capire meglio come funzionano queste gare. Rispetto all’anno scorso sicuramente mi sento più vicino a questo compito dell’ultimo uomo, ma sono consapevole che c’è ancora tanto da lavorare. Alla fine siamo qui per questo.
Quanto sei migliorato? O meglio, quanto senti di essere migliorato?
Sono migliorato parecchio. I numeri lo stanno dimostrando. Non raccolgo risultati come l’anno scorso solo perché ci sono giorni in cui ho le mie possibilità e giorni in cui lavoro per la squadra. Però mi sento cresciuto tanto sotto diversi aspetti.
In questo training camp in altura state lavorando anche con la bici da crono?
Sì, l’abbiamo portata qui. Faremo alcuni giorni con la bici da crono per rifinire la posizione e aumentare il feeling. Insomma, sta andando tutto molto bene. Non ci possiamo lamentare!
Le prime due gare in Spagna. Poi Besseges, il Tour de la Provence e fra pochi giorni il Giro di Sardegna. Il 2026 di Giovanni Ellena e del Team Polti VisitMalta è iniziato con un bel passo allegro, forse perché la lotta per la salvezza dello scorso anno non è stata piacevole e si è preferito settarsi subito su un ritmo più alto e motivazioni migliori.
La squadra nel frattempo ha cambiato qualche faccia, con l’innesto di alcuni giovani di grande nome e altrettanto grandi prospettive. L’arrivo di Gavazzi sull’ammiraglia ha visto la partenza di Orlando Maini, diventato diesse del Team MBH Bank-CSB, mentre dall’organico è uscito Davide Piganzoli (oltre a De Cassan, Zoccarato e Martin) passato alla Visma Lease a Bike. E dato che il valtellinese della squadra è stato per tre anni la bandiera, proprio con Ellena abbiamo fatto il punto della situazione.
«Ci sono tanti giovani – spiega il tecnico piemontese, dal 2023 alla Eolo, poi diventata Team Polti – bisogna dargli tempo di crescere. Per esempio c’è un ragazzino francese che si chiama Dario Giuliano e va forte, lo stesso vale per Crescioli e Crozzo che deve ancora arrivare dall’Argentina. E poi ci sono i vecchi: Maestri, Lonardi, Tonelli. Non c’è più “Piga”, ma possiamo lavorare bene su diversi fronti. Chiaro che in questo momento non si può andare a fare classifica al Giro d’Italia, puntando a un posto nei quindici come negli ultimi due anni, semmai l’idea sarebbe puntare a qualche tappa e fare esperienza. Sempre che al Giro si vada davvero…».
Giovanni Ellena, piemontese, tecnico del Team Polti-VisitMalta, spiega come si farà a non rimpiangere Piganzoli (foto Borserini)Giovanni Ellena, piemontese, tecnico del Team Polti-VisitMalta, spiega come si farà a non rimpiangere Piganzoli (foto Borserini)
Ci sono i vecchi a tenere la barca in rotta…
Maestri è quello che ha più esperienza, poi c’è “Lona” che è un ottimo appoggio e Tonelli. In Spagna abbiamo Sevilla che è molto importante dal punto di vista del gruppo. E poi mettiamoci anche i due ragazzi maltesi, Mifsud e Bittigieg. Quindi c’è da lavorare, ma siamo qua per questo.
Pensi che l’assenza di Piganzoli si farà sentire, anche solo per un fatto di carisma?
Anche lui aveva le sue indecisioni, le sue titubanze e i dubbi, come è normale per un giovane. Da fuori probabilmente si percepiva meno, ma alla fine il fulcro della squadra erano i vari Maestri e Lonardi. Chiaro che se andavi col “Piga” a una corsa, puntavi su di lui, perché dava determinate garanzie. Ma si può dire che abbia imparato a fare il leader proprio l’anno scorso, non è che lo fosse anche all’inizio della stagione.
Un nome cui teniamo: che ruolo ha Belletta nella costruzione della nuova Polti-VisitMalta?
Pensavo proprio a lui mentre rispondevo su Piganzoli. Belletta in corsa è molto importante e faccio un esempio. Nella riunione prima della Classica Comunitat Valenciana abbiamo detto che nel finale ci sarebbero stati probabilmente dei ventagli. E poi ho fatto due domande a due corridori, tra cui Belletta. E gli ho detto: «Igor, nella prima riunione mi sono spiegato bene? Hai capito cosa intendo dire?». E lui mi fa: «Gio, oggi è una classica del nord, non ti preoccupare». E alla fine, fatto l’inventario del gruppo, lui era davanti assieme a Lonardi, mentre Maestri l’ha mancata di un soffio.
Nella Classica di Valencia, Belletta si è mosso molto bene nei ventagli: per lui il debutto fra i pro’ con la Polti-VisitMaltaNella Classica di Valencia, Belletta si è mosso molto bene nei ventagli: per lui il debutto fra i pro’ con la Polti-VisitMalta
Vuol dire che alla Visma ha effettivamente imparato a correre?
Da noi si dice che l’acqua passata non macina più, per cui qualunque sia la cosa che non ha funzionato in quella squadra, è necessario andare avanti. Probabilmente anche lui si sarà guardato allo specchio e avrà fatto i suoi ragionamenti. Alla loro scuola ha imparato delle cose, ma altre come questa che ho raccontato gli vengono anche per una questione di istinto. Possono insegnartele, ma se non le hai dentro… difficilmente le applichi così bene.
Il Team Polti rimane una squadra di giovani in rampa di lancio?
Abbiamo sei under 23. I gemelli Bessega, abbiamo Giuliano, Crozzolo, Adrian Benito, quindi giovani ce ne sono ancora tanti. Il Team Polti-VisitMalta è una squadra che vuole crescere e quindi deve valorizzarli, ma anche puntare ai risultati e non è facile. Però vorrei dire che l’anno scorso in questo stesso periodo avevamo molti punti in meno ed eravamo quarantesimi, mentre adesso a livello mondiale siamo intorno alla 23ª posizione. Poi magari scenderemo, ma l’approccio di quest’anno è diverso e più cattivo.
Aver dovuto lottare tanto proprio il terzo anno per stare nei trenta ha lasciato il segno?
Due giorni fa parlavo con Fran Contador e Basso e gli dicevo: «Mia mamma, quando andavo a scuola, mi diceva di studiare all’inizio dell’anno perché poi me lo sarei trovato alle fine. Io non l’ho mai ascoltata, però ascoltiamola adesso».
Il secondo posto di Mattia Bais nella 1ª tappa al Tour de la Provence è stato finora il miglior risultato del Team PoltiIl secondo posto di Mattia Bais nella 1ª tappa al Tour de la Provence è stato finora il miglior risultato del Team Polti
Forse all’appello manca Tercero, che con Piganzoli è sempre stato il pezzo prezioso sin dai primi anni Eolo e poi Polti. Che cosa ci possiamo aspettare da lui?
Dovremmo ritrovarlo un po’ più concreto tra un mese, vediamo come si muove. Tercero ha avuto un 2025 difficile, perché il citomegalovirus l’ha debilitato per tutto l’anno e ne sta uscendo solo adesso. E’ stato un anno pesante sul piano fisico e di riflesso anche sul piano psicologico. E’ rimasto fermo per due mesi, durante i quali non riusciva a fare 20 chilometri da quanto era debilitato. Quando ha ripreso, forse non era ancora pronto, ma era meglio che lasciarlo da solo a casa.
Tornerà quello di prima? In fondo ha solo 24 anni…
Non è stato facile a livello mentale passare dal dover essere la rivelazione assieme a Piganzoli a non cavare un ragno dal buco. Vediamo quest’anno come andrà. Ha fatto le prime corse per mettersi in sesto, adesso farà un po’ di altura e poi tornerà per le corse di aprile.
Cosa ti sembra di Gavazzi in ammiraglia?
Molto bene. Abbiamo fatto tutte le cose assieme, praticamente siamo fidanzati. In Sardegna esordirà lui come prima ammiraglia e io farò la seconda, perché voglio che entri nella mentalità. Siamo tutti qua per lavorare, non esiste più la gerarchia del primo o del secondo, poi sulle decisioni è un altro discorso. Lui era già bravo in corsa, ho sempre detto a Savio, ai tempi, che se c’era uno che avrebbe potuto fare il direttore sportivo, quello era Gavazzi. E tolte quelle quattro cose che deve imparare sui movimenti, diventerà sicuramente uno bravo.
Crescioli è al secondo anno nel Team Polti-VisitMalta: da lui si attente un altro segnale di crescitaCrescioli è al secondo anno nel Team Polti-VisitMalta: da lui si attente un altro segnale di crescita
Quale può essere un obiettivo che renderebbe felice, soddisfatto, Giovanni Elena quest’anno?
Il primo sarebbe l’invito al Giro d’Italia, che per la squadra sarebbe un successo enorme. L’altro sarebbe veder sbocciare Crescioli. Non perché gli altri non meritino, ma perché sono andato a vederlo al Val d’Aosta, l’ho seguito al Tour dell’Avenir, anche se a distanza: tutte cose che mi hanno portato a sentirlo un po’ mio. Piganzoli ha fatto tutto il suo percorso con Zanatta, io l’ho vissuto molto poco, salvo esserci alla prima vittoria ad Antalya. Invece con Crescioli è un discorso un po’ diverso, nel senso che è stato cercato e portato avanti.
C’è secondo te qualcuno già pronto per vincere?
C’è Lonardi e pure Penalver che può vincere le volate di un certo tipo. Ci sono anche altri, secondo me, che possono avere il giorno giusto. Mattia Bais c’è andato vicino l’altro giorno. Di certo, a parte i nomi, percepisco molta più voglia di risultato e insieme una grande serenità.
I due nuovi volti italiani della Visma Lease a Bike Development sono quello di Francesco Baruzzi e di Fabio Segatta (in apertura rispettivamente in primo e secondo piano). Il primo arriva dal Team Aspiratori Otelli, che quest’anno ha chiuso il team juniores, mentre il secondo dall’U.S Montecorona. Entrambi diciottenni, si sono affacciati con curiosità al mondo degli under 23 e lo stanno facendo attraverso uno dei devo team più importanti.Entrare in una realtà del genere deve essere motivo di orgoglio, ma allo stesso tempo uno sprono a proseguire il cammino. Segata e Baruzzi sono solamente all’inizio e lo sanno, vivono il tutto con entusiasmo e voglia di imparare.
In questi giorni sono in Spagna, nel terzo ritiro stagionale, il secondo in bici. Il mondo della Visma ha iniziato a prendere forma e ne riconoscono i meccanismi. L’inglese è da perfezionare ma questo non ostacola la loro voglia di imparare e mettersi in gioco.
Francesco Baruzzi è uno dei due italiani del devo team della Visma Lease a Bike 2026 (foto Visma Lease a Bike)L’altro è Fabio Segatta, che arriva dalla U.S. Montecorona (foto Visma Lease a Bike)Francesco Baruzzi è uno dei due italiani del devo team della Visma Lease a Bike 2026 (foto Visma Lease a Bike)L’altro è Fabio Segatta, che arriva dalla U.S. Montecorona (foto Visma Lease a Bike)
L’impatto
Il salto da una squadra juniores a un devo team è sempre grande, qualsiasi sia il team di provenienza. Si parla di salto di categoria, ma quello che stanno vivendo Francesco Baruzzi e Fabio Segatta vale quasi doppio.
BARUZZI: «Cambiano tanto i lavori in bici, si fa moltissima qualità e non si guarda ai chilometri fatti. Contano le ore e il tipo di allenamento che si ha in programma. Ovviamente l’impatto con una squadra come la Visma Lease a Bike è enorme, però c’è una disponibilità incredibile da parte di tutti: staff, direttori e compagni».
SEGATTA: «Un aspetto nuovo, almeno per me, è il fatto di curare l’alimentazione. Contiamo le calorie e cosa mangiamo, credo sia giusto iniziare a farlo e prendere dimestichezza anche con questo aspetto. In generale la squadra ci spiega ogni singolo aspetto, ogni decisione. Non hanno problemi a dire le cose due o tre volte, è bello sentirsi coinvolti in questo modo».
Si impara a essere corridori?
BARUZZI: «Sappiamo tutto, dove inizieremo a correre, il programma di lavoro, quando prendere l’aereo e dove. Sembra banale, ma se abbiamo un ritiro, come adesso in Spagna, il biglietto ci arriva due mesi prima. Impariamo tanto, anche solo viaggiare da soli, muoverci tra i vari aeroporti.
SEGATTA: «Si impara tanto. Poi viaggiare, anche da soli, è divertente ogni tanto, così come lo è scoprire nuovi posti».
In Visma si presta parecchia attenzione ai lavori specifici e meno ai chilometri fatti (foto Visma Lease a Bike)In Visma si presta parecchia attenzione ai lavori specifici e meno ai chilometri fatti (foto Visma Lease a Bike)
E’ toccato anche a voi il ritiro sugli sci?
BARUZZI: «Siamo stati in Norvegia con tutto il devo team a fare sci di fondo. I primi giorni ci sono state più cadute che chilometri fatti, però è stato divertente. A mio avviso è uno sport sottovalutato, invece allena molto il fisico e aiuta a fare fiato. Sono state due settimane molto divertenti, eravamo in questa casa con una grande zona giorno dove stavamo insieme. Giocavamo alla playstation, stavamo insieme e così ci siamo conosciuti sempre di più».
SEGATTA: «Francesco e io eravamo i più scarsi (ride, ndr) ma abbiamo imparato ed è stato divertente provare a fare qualcosa di nuovo. Anche per non pedalare sempre e fare un’attività diversa. Ci ha affiancati un istruttore e piano piano siamo migliorati. All’inizio fare un chilometro sembrava tanto, e invece verso fine ritiro siamo arrivati a fare cinque o sei chilometri».
E’ stato il primo impatto con il mondo Visma?
BARUZZI: «Eravamo già andati a un ritiro estivo, per un mini stage, a Rogla in Slovenia. All’inizio la lingua è stata l’ostacolo più grande, poi parlando spesso in inglese abbiamo preso maggior dimestichezza. Poi una volta a casa mi sono messo a studiare e fare pratica.
SEGATTA: «Io ho avuto qualche difficoltà in più, però nello stare a contatto con i nuovi compagni ho imparato. Anche nelle due settimane in Norvegia, dove ero in stanza con Matej Pitak, mi sono impegnato a parlare e imparare nuovi termini».
Il primo ritiro del devo team è stato in Norvegia, come di consuetudine (foto Instagram Fabio Segatta)Due settimane per fare gruppo, durante le quali i ragazzi hanno fatto sci di fondo (foto Instagram Fabio Segatta)Il primo ritiro del devo team è stato in Norvegia, come di consuetudine (foto Instagram Fabio Segatta)Due settimane per fare gruppo, durante le quali i ragazzi hanno fatto sci di fondo (foto Instagram Fabio Segatta)
Chi è stato il vostro riferimento?
BARUZZI: «Sicuramente Pietro Mattio, lui ci ha dato una grande mano fin dal ritiro di luglio, per qualsiasi cosa. Poi nel ritiro di gennaio lui non c’era, visto che stava correndo al Tour Down Under, però tutti i compagni sono super gentili e disponibili. Anche gli stranieri, anche solo per un’indicazione. Ad esempio quando siamo usciti dall’aeroporto di Amsterdam ci hanno detto dove andare e che autobus prendere.
SEGATTA: «Mattio è stato fondamentale per capire e muovere i primi passi, anche solo per tranquillizzarci. All’inizio eravamo agitati, ora invece stiamo più tranquilli. E’ bello conoscere tutti e pedalare insieme, anche solo avere addosso questa divisa è qualcosa di speciale».
Quale corridore del WorldTour vi ha colpito di più a vederlo dal vivo?
BARUZZI: «Direi Van Aert, è sempre stato il mio idolo. Vederlo, parlare con lui è qualcosa che non capita tutti i giorni. Anzi, penso sia un’emozione e un ricordo che mi rimarranno per sempre».
SEGATTA: «Essere in hotel con Van Aert, Vingegaard e tanti campioni fa riflettere. E’ bellissimo. Anche solo parlare con Piganzoli e Affini è emozionante. Sono corridori che fino a ieri guardavo in televisione e ora me li trovo in squadra insieme».
Fabio Segatta inizierà al sua prima stagione da under 23 in Croazia, per poi fare rotta a Nord e correre le classiche italiane di primavera (foto Visma Lease a Bike)Fabio Segatta inizierà al sua prima stagione da under 23 in Croazia, per poi fare rotta a Nord e correre le classiche italiane di primavera (foto Visma Lease a Bike)
Quando si entra in una squadra così grande si guarda al risultato ottenuto o ci si proietta subito sul futuro?
BARUZZI: «So che questo è un punto di partenza, sono fortunato ad essere in un team come la Visma. Partire da questo livello vuol dire essere un gradino sopra, probabilmente, ma ciò non vuol dire che non ci sarà tanta fatica da fare. Sicuramente saremo messi nelle condizioni ideali per arrivare dove sogniamo, al professionismo».
SEGATTA: «Essere qui vuol dire che la squadra ha creduto tanto in noi, e sarebbe bello avere un futuro in questo team. Ora serve imparare e crescere per riuscire a fare questo mestiere ed entrare nel WorldTour. Tanto passerà dall’imparare e poi si guarderanno anche i risultati, più avanti».
Che effetto fa tornare a casa, trovare i vecchi compagni e allenarsi con la divisa della Visma?
BARUZZI: «Quando sono tornato dopo il primo ritiro mi sono trovato per pedalare con amici e qualche amatore. Erano tutti felici di vedermi con la maglia della Visma, e poi anche solo uscire per una pedalata con una maglia così importante fa un certo effetto».
SEGATTA: «I miei compagni di squadra e gli amici sapevano di questa cosa fin da quando era nato l’interesse del team, in estate. Tra qualche giorno qualcuno di loro viene a trovarmi qui in Spagna, sarà bello rivederli e allenarci insieme».
Francesco Baruzzi ha un calendario altrettanto interessante, con la Roubaix U23 come corsa più importante di questa prima parte di stagione (foto Visma Lease a Bike)Francesco Baruzzi ha un calendario altrettanto interessante, con la Roubaix U23 come corsa più importante di questa prima parte di stagione (foto Visma Lease a Bike)
Parlavate di programmi chiari, quindi avete già un’idea del vostro calendario?
BARUZZI: «Partiremo dalle gare in Croazia, poi sarò alla Parigi-Roubaix Espoirs, il 12 aprile, è la mia corsa preferita e non vedo l’ora di esserci. Dal canto mio correrò poco in Italia, magari qualcosa si farà più avanti.
SEGATTA: «Dopo l’esordio in Croazia avrò modo di testarmi nella mia corsa preferita, la Liegi U23 e anche qualche altra gara nel Nord di categoria. Correrò anche in Italia tra Piva, Recioto e Belvedere, mentre a fine anno sarò al Lombardia U23. Sono curioso di scoprire come si corre tra gli under, sarà tutta una scoperta».
Ed eccolo, Davide Piganzoli. Il lombardo è uno degli atleti che desta maggiore curiosità in vista di questa stagione. E’ uno dei nostri migliori giovani, è passato in un super team come la Visma-Lease a Bike e soprattutto viene da chiedersi se, con il ritiro di Simon Yates, per lui si prospettino nuovi scenari. O comunque percorsi diversi.
Piganzoli è rimasto in Spagna qualche giorno in più dopo il secondo ritiro. L’ex Polti-Visit Malta ha approfittato del buon clima per continuare ad allenarsi con grande qualità. La sua stagione inizierà non a breve e ha tutto il tempo di fare le cose per bene e con calma.
Piganzoli si trovando molto bene con i nuovi compagniPiganzoli si trovando molto bene con i nuovi compagni
Davide, una super avventura sta iniziando. Come sono le sensazioni?
Solo da qualche mese che sono in squadra e mi sento già molto ambientato. I compagni sono persone molto umane che cercano di fare gruppo con tutti. Abbiamo cambiato una buona parte della squadra, quasi un terzo, e credo che sia importante fare gruppo con tutti e sapere di essere entrati in una grande realtà. Sicuramente per me è cambiato il modo di lavorare e questo spero possa dare i suoi frutti.
Hai cambiato il modo di lavorare. Filippo Fiorelli ci ha raccontato tante cose interessanti. Anche per te c’è stato un cambiamento così radicale?
Sì, è stato un cambiamento molto grande sotto diversi aspetti. Filippo ha parlato tanto della nutrizione, ed è un aspetto enorme: oggi tutto è basato anche su quello. Oltre all’allenamento in sé per sé, c’è dietro il modo di alimentarsi che prima magari andava un po’ in secondo piano, mentre adesso è importante quanto il programma in bici, quanto la performance dei materiali, del vestiario e di tutto il resto. Come le tattiche in gara. Insomma non si tratta solo di salire in sella.
Una preparazione a 360 gradi…
Da quello che ho visto dall’interno sin qui, mi sembra che ci sia veramente poco stress. Alla fine sì, ci si allena e bene, ma direi anche il giusto. Oltre alla bici ci sono altre mille cose da curare, come l’alimentazione appunto o la palestra, ma non c’è questo stress ossessivo del dover fare per forza questo o quest’altro allenamento. Se un giorno piove non succede niente: si fa un po’ di rulli e il giorno dopo si recupera. E devo dire che non me lo aspettavo: questo aspetto è forse la cosa che mi ha colpito di più.
Davide Piganzoli (classe 2002) durante gli esercizi in palestra (foto Visma-Lease a Bike)Davide Piganzoli (classe 2002) durante gli esercizi in palestra (foto Visma-Lease a Bike)
Ci sta. Era lecito pensare: vado in uno squadrone, sarà tutto più impostato e tosto…
Esatto, anch’io pensavo così. Dicevo: vado in una squadra del genere, si fa quello che è scritto nella tabella e basta. Invece ho visto, anche da parte del mio preparatore e di tutti, che c’è tanto dialogo. Se una cosa non va bene si cerca di capire perché, si prova a fare in un modo diverso. Si parla spesso tra di noi. C’è un approccio molto più elastico.
E riguardo agli allenamenti in bici, come sta andando? Quali differenze hai notato rispetto a prima?
Ho diminuito un pochino i carichi, ma credo anche perché partendo un po’ più tardi non avevo questo grande bisogno di fare grossi volumi. Ho fatto sei ore l’altro giorno per la prima volta, altrimenti le uscite erano da quattro, cinque, cinque ore e mezza al massimo. Non siamo andati sopra le ventiquattro, venticinque ore settimanali, neanche in ritiro per dire… Per ora non ci sono troppi lavori specifici. Ripeto: immagino sia dovuto anche al fatto che inizierò a correre tra ancora un mese e mezzo, alla Tirreno-Adriatico.
Cosa ci racconti, Davide, di quelle sei ore? Con che spirito le avete affrontate?
Il giorno prima scherzavamo su dove fare la pausa bar, cosa che succede spesso. I direttori avevano creato un giro con due salite e sei ore. A quel punto, dopo averlo visto, Campenaerts gli ha chiesto se poteva modificarlo in base proprio alla pausa bar. Victor conosceva un posto dove facevano i biscotti più buoni al mondo. Così abbiamo deviato e ci ha portato lì. Ho l’immagine di noi tutti che invadiamo questo bar con le bici, che prendiamo possesso seduti, tranquilli… Noi e lo staff.
Il lombardo è stato inserito nel gruppo degli scalatori (immagine Visma-Lease a Bike)Il lombardo è stato inserito nel gruppo degli scalatori (immagine Visma-Lease a Bike)
E i biscotti?
Erano davvero buoni! Ma l’immagine di come siamo entrati nel bar è stata una spettacolo.
C’è qualche compagno con cui hai legato un po’ di più?
Prima del ritiro, noi nuovi arrivati eravamo un po’ più timidi. Facevamo gruppo tra italiani, anche se in realtà Edoardo Affini che è qui da molto tempo ha cercato d’introdurci ancora di più. Il secondo ritiro invece è stato senza connazionali e mi sono trovato bene lo stesso. Soprattutto con i giovani, tipo con Nordhagen o Graat, che hanno più o meno la mia età: è più facile legare. In camera invece ero con Matteo Jorgenson: con lui ho fatto belle chiacchierate.
Affini poi è un veterano e una gran bella persona, oltre che un grande atleta. Lui vi avrà introdotto molto bene…
Edo ci ha proprio portato dentro e ci ha detto: «Ragazzi, qua dovete sentirvi come a casa. Alla fine non è perché siamo una delle squadre più forti del mondo che cambia qualcosa». Ed è vero: siamo una squadra, quindi bisogna trattarsi a vicenda con il cuore.
Passiamo un po’ ai piani tecnici, Davide. Sei entrato in questo team a dicembre. In quegli stessi giorni è andato via Simon Yates: questo suo addio in qualche modo influisce sul percorso di crescita che era stato programmato per te in Visma-Lease a Bike? Magari non avresti dovuto fare il Giro e adesso sì…
Il Giro d’Italia era già nei programmi anche prima che si fermasse Yates. Lui avrebbe fatto il Tour e prima la Parigi-Nizza, quindi sul mio calendario ha inciso poco. Però la squadra mi sta chiedendo di essere presente e vedremo un po’ cosa succederà. Del Giro sapevo già che ci sarei andato e che avrei avuto un ruolo importante per stare vicino a Jonas Vingegaard.
Davide si è detto orgoglioso di ritrovarsi fra tanti campioni… E in tutto ciò Affini è stato un ottimo aiuto per integrarsiDavide si è detto orgoglioso di ritrovarsi fra tanti campioni… E in tutto ciò Affini è stato un ottimo aiuto per integrarsi
E non è una cosa da poco…
Questo mi dà motivazione e voglia di lavorare. Se penso che l’anno scorso facevo il capitano in una squadra molto più piccola e adesso sono in una squadra grande che mi chiede di fare un lavoro importante e specifico per un grande capitano, capisco che forse valgo qualcosa e sono sulla strada giusta.
Pensando alle corazzate Red Bull-Bora-Hansgrohe e UAE Emirates, che hanno tanti scalatori anche di supporto, hai la sensazione che senza Yates sarai inserito più velocemente nei meccanismi dei grandi scalatori della Visma?
Simon Yates non è un corridore che si rimpiazza da un giorno all’altro. La squadra mi dava fiducia anche prima del suo addio alle corse. Mi avevano detto che ero un uomo importante per loro, che avrei dovuto lavorare bene, che avrei avuto i miei spazi. Ovviamente l’assenza di Simon è difficile da colmare, però la squadra l’ha presa bene. Alla fine ha capito che forse è stato meglio così rispetto a iniziare la stagione senza motivazione.
Tu lo hai conosciuto, giusto?
Sì, non troppo a dire il vero, ma nel primo ritiro lui c’era. Simon mi ha dato comunque buoni consigli sulla preparazione, sull’altura, il tirare… Lo ringrazierò sempre.
Secondo Piganzoli, la Visma è un top team in cui non mancano la voglia di divertirsi e le attenzioni personaliSecondo Piganzoli, la Visma è un top team in cui non mancano la voglia di divertirsi e le attenzioni personali
E adesso, per esempio, sei nella lista lunga del Tour?
Il Tour per ora non è nei programmi, però sicuramente dopo quello che è successo con Simon si rimescolano un po’ le carte. Tuttavia non voglio fare il passo più lungo della gamba, perché è un’altra dimensione. Io rimango pronto per quello che la squadra mi chiederà.
Al Giro quindi sarai uno degli uomini per la salita di Vingegaard…
Sì, al Giro vado con questo scopo, per cercare di aiutarlo il più possibile. Correrò con lui anche il Catalunya, quindi cercherò di entrare nei suoi meccanismi e capire bene come si lavora. Con Jonas ho parlato spesso in questo ritiro. Ci siamo allenati tante volte insieme ed è una persona bravissima, che non ha paura di stare in contatto con ragazzi giovani e nuovi come me. Questa cosa mi fa molto piacere: venendo da una squadra piccola, vedere campioni di questo calibro come lui, come Van Aert, Jorgenson, che parlano con te durante l’allenamento, è un motivo di grande orgoglio.
Prima hai detto che ti ha colpito l’approccio al lavoro della Visma, ma anche dal profilo umano?
Non mi aspettavo che questi campioni fossero così socievoli. Hanno sempre una battuta pronta, hanno sempre qualcosa da dire. Anche quando ti vedono un po’ in disparte sono pronti a prenderti e portarti in mezzo al gruppo. E questo credo sia, soprattutto per noi nuovi, il segno di essere davvero in una grande squadra. Quello che mi ha colpito di più è che tutte le persone che lavorano attorno alla squadra, dallo staff in giù, sono sempre pronte ad aiutarti per ogni singola cosa.
L’età alla quale si passa professionisti è scesa drasticamente negli ultimi anni, non lo scopriamo di certo oggi. Questo fattore ha però portato alla luce diversi parametri da tenere in considerazione nel momento in cui si ha a che fare con giovani campioni. La crescita e la maturazione fisica e mentale sono due di questi. In un’intervista rilasciata a L’Equipe qualche mese fa si parlava della possibilità di vedere Paul Seixas alla partenza del prossimo Tour de France. Un’opzione possibile, ma allo stesso tempo ancora da comprendere e da valutare fino in fondo. Le incognite sono parecchie quando si mette un ragazzo così giovane (anche se di assoluto talento) davanti a corse impegnative come possono essere i Grandi Giri.
Allo stesso modo Jakob Omrzel, vincitore del Giro Next Gen 2025, non prenderà parte a nessun Grande Giro nella prossima stagione. Nel 2026, quindi, c’è la probabilità di non vedere entrambi i vincitori delle corse a tappe di riferimento della categoria under 23 in un Grande Giro.
Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025, al suo primo anno nel WT non correrà nessun Grande Giro (foto La Presse)Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025, al suo primo anno nel WT non correrà nessun Grande Giro (foto La Presse)
Sempre più pronti
Più che delle parole dei direttori sportivi o degli addetti ai lavori c’è da affidarsi a quelle di un preparatore, perché preservarli? La scelta a nostro avviso è corretta, ma per capirla si deve entrare nel merito, siamo così andati da Giuseppe De Maria, preparatore del Team Polti VisitMalta che ha seguito negli ultimi anni l’avvicinamento di Davide Piganzoli al professionismo e il suo debutto al Giro d’Italia.
«Tanti corridori passano professionisti molto presto – analizza Giuseppe De Maria – qualcuno salta direttamente la categoria under 23, mentre altri ci rimangono per poco tempo. Questi ragazzi arrivano molto preparati nel WorldTour, ormai fanno la categoria juniores ad alti livelli e il gap si chiude prima. Il fattore da tenere in considerazione, in un Grande Giro, è quanto sia lungo. Tre settimane sono un periodo di tempo che si fa fatica a concepire fino a quando non lo si vive, che poi diventano quattro settimane se si considera tutto il contorno».
Paul Seixas ha vinto l’Avenire, gara di riferimento per i giovani campioni del futuro, dopo un anno alla Decathlon AG2R (foto Tour de l’Avenir)Paul Seixas ha vinto l’Avenire, gara di riferimento per i giovani campioni del futuro, dopo un anno alla Decathlon AG2R (foto Tour de l’Avenir)
Catapultarlo subito in una realtà del genere è un vantaggio o uno svantaggio?
E’ un’arma a doppio taglio, perché magari il suo profilo tecnico-metabolico gli consente di fare bene, ma comunque non credo che fare una gara a tappe di tre settimane sia una necessità per un ragazzo giovane. Nei Grandi Giri trovi sempre un livello altissimo, i primi quaranta in classifica generale sono corridori in grado di vincere e sanno come farlo. Per questo penso ci siano percorsi migliori di crescita.
Quali?
Portare un ragazzo di primo anno al Tour of the Alps o al Delfinato (come ha fatto la Decathlon AG2R con Seixas, ndr) è un bel banco di prova. Queste sono gare dove i corridori che trovi sono gli stessi ma in un tempo più breve, magari farà sempre fatica ma diventa un’esperienza positiva.
Piganzoli al suo primo anno da professionista, nel 2023, non ha partecipato a nessun Grande Giro (foto Maurizio Borserini)Piganzoli al suo primo anno da professionista, nel 2023, non ha partecipato a nessun Grande Giro (foto Maurizio Borserini)
Hai parlato di qualità atletiche e fisiche, i giovani quindi sono pronti per grandi sforzi?
Sì, lo sono, ma non sono pronti per replicarli su tre settimane, o per lo meno non sono pronti subito. Serve un periodo di adattamento. Lo si vede nelle corse a tappe juniores come il Lunigiana o in quelle under 23, i parametri e i valori sono alti, ma per trasportarli su un Grande Giro il passo è lungo.
Come si capisce se un corridore ha il profilo adeguato per i Grandi Giri?
Dal VO2 Max e dal Lav Max. Il primo indica una elevata capacità di recuperare dagli sforzi. Il secondo è il VLaMax, che indica la massima potenza anaerobica. Ma non ci si può basare sul profilo metabolico, si deve guardare alla maturità generale dell’atleta. Quanti step ha fatto dal punto di vista esperienziale? Quanto è maturato? Inoltre c’è un fattore non calcolabile ma che fa tutta la differenza del mondo.
Pellizzari ha fatto una crescita graduale, prima in Bardiani e poi con la Red Bull-BORA, l’anno prossimo vestirà i panni del capitano al Giro d’ItaliaPellizzari ha fatto una crescita graduale, prima in Bardiani e poi con la Red Bull-BORA, l’anno prossimo vestirà i panni del capitano al Giro d’Italia
Quale?
La terza settimana di un Grande Giro, non si può replicare in nessun modo. In allenamento è impossibile e inutile fare tre settimane di carico, per avere dei vantaggi e una crescita evidente ne bastano due. La terza settimana è quella che fa la differenza tra un corridore adatto o non adatto ai Grandi Giri, ma lo si può scoprire solo facendogliela fare.
In questo modo sembra corretto il pensiero di portare i giovani subito ai Grandi Giri…
No. Perché quei parametri che emergono nella terza settimana, come il riposo, la capacità di recupero e tanti altri fattori, migliorano con il passare del tempo e facendo esperienze. Bisogna bilanciare la loro quotidianità e quindi con prudenza, prima gli fai fare un percorso di avvicinamento graduale, poi possono fare l’esordio in un Grande Giro.
Le ore di allenamento necessarie per preparare un Grande Giro possono essere un ostacolo per un giovane?
No, parliamo comunque di ragazzi che hanno un motore potente e importante. Sono corridori che anche se giovani sono in grado di reggere le 30 ore di allenamento a settimana. Magari è un’accelerazione di cui non c’è strettamente bisogno per la loro crescita a lungo termine, ma tendenzialmente lo possono fare.
Del Toro al termine del primo anno nel WT, il 2024, ha corso la Vuelta che gli è servita per l’exploit dello scorso anno al GiroDel Toro al termine del primo anno nel WT, il 2024, ha corso la Vuelta che gli è servita per l’exploit dello scorso anno al Giro
Si tiene ancora conto della maturazione fisica, che porta a un miglioramento nell’endurance?
In realtà sì però nella pratica vediamo che i ragazzi di vent’anni vincono in Grandi Giri o comunque fanno bene, quindi non proprio. Per carità parliamo di atleti estremamente dotati e di alto livello, se guardiamo agli altri allora questa considerazione ha ancora più valore.
Del Toro è un esempio di corridore che è andato subito a un Grande Giro…
La Vuelta che ha corso al suo primo anno nel WorldTour, nel 2024, è stata fondamentale per costruire il Giro d’Italia della scorsa stagione. Esordire a un Grande Giro a fine stagione permette di metabolizzare il lavoro fatto durante l’anno. Quando noi lasciammo fuori dal Giro Piganzoli, al suo primo anno da professionista, lo facemmo con l’idea di lasciargli i giusti tempi di crescita e progressione.
L’hanno chiamata Celeste, è nata il 13 ottobre. Da quel giorno la vita di Affini e della compagna Lisa gira attorno alla primogenita, che per arrivare ha scelto il periodo di vacanze del papà. La bicicletta si affaccia di tanto in tanto, consapevole che l’attesa stia per terminare. A partire dall’8 dicembre, i corridori della Visma-Lease a Bike affronteranno il primo ritiro in Spagna e allora verrà il tempo del lavoro serio. Quando lo sentiamo nel primo pomeriggio, Edoardo è fresco reduce da una seduta di cambio del pannolino.
«E’ chiaro che è tutto diverso – sorride Affini – cambiano le priorità, cambiano le giornate, però sicuramente è bellissimo. Specialmente sono contento del fatto che me la posso godere quasi per un mese. Manca ancora un po’ perché diventi più… interattiva, mettiamola così, però mi prendo il mio tempo per starci assieme e creare un certo legame. E poi anche per la mia compagna fa una certa differenza. Se fosse nata a giugno – ride – dopo il Giro e prima del Tour, magari io avrei dormito qualche ora di più, però sarebbe stato un bel casino…».
“La più grande felicità può essere molto piccola”, così su Instagram l’annunio della nascita di Celeste (Photos by Loef)“La più grande felicità può essere molto piccola”, così su Instagram l’annunio della nascita di Celeste (Photos by Loef)
Altri tre italiani
Tra le novità della squadra per il prossimo anno c’è che Affini non sarà più il solo italiano, ma sarà raggiunto da Piganzoli, Fiorelli e da Mattio, che in realtà ha già trascorso tre stagioni nel devo team olandese. Racconta che i capi gli hanno chiesto qualche referenza sui nuovi arrivati e che Piganzoli lo ha contattato per avere informazioni sull’ambiente che troverà. E proprio per questo lo abbiamo chiamato anche noi, perché ci incuriosisce il punto di vista di uno che corre nel team olandese dal 2021 e forse si era abituato all’idea di essere il solo… giapponese sull’isola.
«Prima di me c’era stato solo Battaglin – racconta Affini – l’anno prossimo saremo in quattro. Onestamente non mi fa un grande effetto, salvo che sarà bello parlare ogni tanto la mia lingua se saremo nella stessa corsa. Al nostro livello, può far piacere avere un connazionale, ma poi le decisioni vengono prese dalla squadra sulla base di ben altri fattori. La Visma è quella, la conosciamo bene. Quando sono arrivato nel 2021, era ancora in fase di ascesa. Poi si può dire che il 2022 e il 2023 siano stati gli anni più prolifici. Nel 2025 abbiamo vinto due Grandi Giri su tre e nel terzo siamo arrivati secondi, non mi sembra tanto male. Però è vero che gli sponsor più grossi cercano il Tour, perché hanno la risposta mediatica più grande, come la Champions League. Il Giro, la Vuelta e le classiche sono importanti, c’è poco da girarci d’attorno, ma il Tour è di più. E noi il Tour abbiamo provato a vincerlo, ma Tadej e la sua squadra ci sono stati superiori».
Fiorelli arriva alla Visma a 30 anni: avrà margine per crescere e compiti più precisi di quelli riservati a Piganzoli e MattioFiorelli arriva alla Visma a 30 anni: avrà margine per crescere e compiti più precisi di quelli riservati a Piganzoli e Mattio
Maniacali per i dettagli
In questo gruppo super strutturato che ha nel Tour la stella polare e si nutre del Giro e della Vuelta – vinti con Yates e Vingegaard – come di bocconi secondari, arriveranno tre italiani, provenienti da due professional e dal devo team, che ha le stesse dotazioni, ma un respiro per forza meno ampio. Che cosa troveranno? Quale mentalità? Che cosa sente di dirgli il mantovano in procinto di iniziare la sesta stagione in giallo-nero?
«Non conosco da dentro le realtà della Polti e della Bardiani – ammette Affini – non so bene a cosa siano abituati, però credo che Fiorelli e Piganzoli faranno un salto di qualità a livello di attenzione ai dettagli e alla nutrizione, che qua sicuramente è un aspetto molto curato. Mi viene a pensare specialmente a Piganzoli, se vuole migliorarsi come uomo da classifica, magari all’inizio come spalla importante per Jonas o Simon. Allo stesso modo, tutto il livello performance viene curato veramente al massimo.
«Non so se in altre squadre ci siano le stesse cure del dettaglio, non so se sia possibile. Magari ogni team ha il proprio accento su una cosa piuttosto che su un’altra, però credo che qui troveranno un ambiente molto professionale e in grado di supportarli perché possano migliorarsi. Quanto a Mattio, è con noi da tre anni. Se ancora non ha capito di quale ambiente si tratta (ride, ndr), forse abbiamo un problema…».
Pietro Mattio, sale nel WorldTour dopo tre stagioni in crescendo nel Development Team di Robbert De GrootPietro Mattio, sale nel WorldTour dopo tre stagioni in crescendo nel Development Team di Robbert De Groot
Il tempo di crescere
La mente va al suo primo impatto, nonostante provenisse da un’altra WorldTour: la Mitchelton-Scott. Il ricordo di quelle prime settimane è ben chiaro. Aveva 24 anni come quelli che avrà il prossimo anno Piganzoli.
«Quando sono passato qua – ricorda Affini – sicuramente la differenza più grossa l’ho trovata nella nutrizione. Erano gli anni in cui si stava cominciando a spingere l’acceleratore sui carboidrati. Magari l’avrei fatto anche se fossi rimasto alla Mitchelton, ma qua ho trovato un cambio radicale. Mi servì un po’ di tempo per abituarmi, poi ha funzionato tutto molto bene. Cercano di farti crescere, ma valutano caso per caso.
«Un buon esempio può essere Brennan. Ha 19 anni e ha cominciato già a far vedere certi numeri, a piazzarsi e vincere corse. Quindi lo hanno portato dove ha potuto fare risultato, ma non lo hanno buttato in un Grande Giro o portato a correre perché facesse punti. Non ha fatto 90 giorni di corsa, anche con lui c’è l’idea che cresca per step. Per cui, pensando ai nostri due più giovani, dipenderà anche da come risponderanno ai diversi carichi di allenamento, alle diverse gare. Tutto sommato immagino che su uno come Piganzoli ci fossero più attese alla Polti, dove era la bandiera, di quelle che inizialmente avrà qui da noi».
Alla Polti, Piganzoli ha corso da leader anche al Giro, scoprendo le pressioni del ruoloAlla Polti, Piganzoli ha corso da leader anche al Giro, scoprendo le pressioni del ruolo
Un’azienda con 250 dipendenti
Il solo limite dei mega squadroni è la dimensione della grande azienda che allenta i rapporti umani e rende tutto piuttosto schematico, a questo certamente Piganzoli e Fiorelli non sono ancora abituati. Affini concorda, ma non c’è una via d’uscita. Prendete una qualunque azienda con centinaia di dipendenti, è ragionevole pensare che tutti si conoscano e siano in confidenza?
«Per la mia esperienza – dice – credo che ci sia la volontà di provare a mantenere quanto più possibile l’aspetto familiare e umano. Però è inevitabile che da un certo punto di vista sia inevitabile che le squadre vengano gestite come aziende, lo leggevo in un’intervista che avete fatto a Sobrero. I team sono sempre più grandi. Anche noi, guardando tutti quelli che ci lavorano saremo circa 250 persone se non di più, diventa difficile avere un rapporto stretto con tutti. Magari tra corridori o col tecnico di riferimento hai più contatti, quindi riesci effettivamente a creare una sorta di familiarità. Se entri a far parte del gruppo che prepara una grande corsa, condividi i ritiri e allora il rapporto si crea per forza. Però alla fine la squadra nella sua totalità viene gestita come un’azienda, questo è fuori discussione. Con certe persone ti vedi quando fai il primo ritiro dell’anno e poi al primo ritiro dell’anno dopo».
Un anno dopo, Ludovico Crescioli è tornato dal viaggio a Malta insieme ai compagni di squadra della Polti VisitMalta. Si è trattato del primo ritiro, per vedere e conoscere i ragazzi che dal 2026 entreranno ufficialmente a far parte del team. A ottobre dello scorso anno era il corridore toscano a trovarsi nella loro situazione, infatti Crescioli dopo la parentesi alla Technipes #InEmiliaRomagna aveva fatto il grande salto tra i professionisti insieme alla formazione di Ivan Basso e Fran Contador (in apertura foto Maurizio Borserini).
Adesso, 365 giorni dopo, è il momento di guardarsi indietro e fare un bilancio della prima stagione vissuta tra i pro’.
«Sono ancora in vacanza – ci racconta Crescioli – dopo il viaggio a Malta sono tornato a casa, quest’anno le vacanze le passerò tra parenti e amici. Non riesco a vederli spesso e passare con loro del tempo, quindi ne approfitto e mi godo un po’ di riposo. Ho ancora una settimana di stacco, poi riprenderò la bici e inizierò a fare qualche giro. La mia stagione è finita alla Veneto Classic, il 19 ottobre, queste tre settimane di stacco erano necessarie».
Ludovico Crescioli ha concluso la sua prima stagione da professionista con la Polti VisitMalta (foto Maurizio Borserini)Il corridore toscano ha messo insieme 48 giorni di corsa (foto Maurizio Borserini)Ludovico Crescioli ha concluso la sua prima stagione da professionista con la Polti VisitMalta (foto Maurizio Borserini)Il corridore toscano ha messo insieme 48 giorni di corsa (foto Maurizio Borserini)
Che cosa ci dici di questa prima stagione da professionista?
Tutto sommato dire che è andata bene, c’è stato qualche intoppo soprattutto all’inizio. Ho avuto un problema al ginocchio che mi ha tenuto fermo per un mese abbondante. Dopo l’esordio in Spagna a fine gennaio sono rientrato alle corse in Calabria a metà aprile. Ho messo insieme quarantotto giorni di gara, tutti concentrati da aprile in avanti.
Senti di aver fatto i giusti miglioramenti?
Credo di non aver avuto una crescita graduale, ma sono sicuramente migliorato anche perché nel finale di stagione ho visto dei passi in avanti. Nelle gare di settembre e ottobre riuscivo spesso a restare con i migliori.
Crescioli ha preso parte a quattro corse a tappe, l’obiettivo per il 2026 è aumentarne il numeroCrescioli ha preso parte a quattro corse a tappe, l’obiettivo per il 2026 è aumentarne il numero
Quali sono state le difficoltà maggiori?
Capire questo nuovo modo di correre, in alcuni momenti di gara mi sono reso conto che mi mancasse quel tocco di esperienza che mi avrebbe aiutato a fare qualcosina in più. Nelle ultime corse dell’anno avrei potuto fare meglio.
Raccontaci…
Alla Tre Valli Varesine, dove sono arrivato ventesimo, ho peccato di esperienza e di visione di gara. Ero riuscito a rimanere con il gruppetto all’inseguimento di Pogacar, ma in una rotonda abbiamo preso la classica “frustata” e ci siamo divisi. Nel rientrare abbiamo fatto una fatica immensa, che ho pagato nello sprint finale. Magari sarei potuto entrare nei primi dieci, che alla Tre Valli è sempre un buon risultato.
Crescioli al Giro dell’Emilia, con il passare delle corse il suo finale di stagione è stato in crescendo (foto Maurizio Borserini)Crescioli al Giro dell’Emilia, con il passare delle corse il suo finale di stagione è stato in crescendo (foto Maurizio Borserini)
Su quali aspetti devi ancora lavorare?
Il prossimo anno mi piacerebbe fare qualche corsa a tappe in più. Nel 2025, complice l’infortunio di inizio stagione, non ho avuto modo di correrne tante. Però mi sono reso conto che correndo tanti giorni di fila il fisico risponde bene. Sempre alla Tre Valli Varesine ho fatto una delle mie migliori prestazioni e arrivavo da tre giorni di gara consecutivi.
Il prossimo anno mancherà un pilastro come Piganzoli, avete caratteristiche simili, pensi di poter prendere il suo posto?
Replicare la stagione e gli ultimi anni di “Piga” vorrebbe dire andare davvero forte, perché lui in primis ha fatto vedere di valere tanto. Io voglio ottenere i migliori risultati possibili, non sarà semplice, ma vorrei fare altri passi in avanti. Sarebbe bello fare qualche gara a tappe per lavorarci e crescere in vista del prossimo futuro. Quest’anno ho visto che riesco a dare il mio contributo anche nelle corse di un giorno.
Crescioli vuole fare il passo necessario per provare a vincere e fare un ulteriore salto di qualitàCrescioli vuole fare il passo necessario per provare a vincere e fare un ulteriore salto di qualità
Con il sogno del Giro d’Italia?
Ancora non sappiamo nulla, c’è il discorso delle wild card e di avere risposta riguardo agli inviti. La direzione principale è quella di migliorarmi per quanto riguarda le brevi corse a tappe, ma un’esperienza come il Giro darebbe una grande continuità. Vedremo, perché il calendario quest’anno proporrà tante nuove gare a tappe e molte di queste saranno proprio in Italia.