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Il falso dubbio di Sierra Nevada: l’altura si gestisce così

10.09.2022
4 min
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C’era lo spauracchio di Sierra Nevada, con quei 2.500 metri a turbare teoricamente il sonno di Remco Evenepoel (in apertura nel giorno della gara, con Roglic ancora in corsa). In realtà c’erano anche le parole parzialmente tranquillizzanti del suo allenatore Koen Pelgrim, ma per tenere alta l’attenzione era parso interessante giocare sul dubbio. Come se la montagna e la sua altura potessero portare con sé quel tocco di mistero che rende certe tappe più pericolose di altre.

In realtà la strada ha detto altro. E se da una parte Lopez e Mas si sono avvantaggiati, Evenepoel e Roglic sono saliti più o meno allo stesso passo. Soltanto nel finale il leader della Jumbo Visma ha preso il largo, ma con un guadagno di pochi secondi e ammettendo a sua volta di non aver avuto gambe. Insomma, Evenepoel era giustamente cauto, ma in fondo sapeva che non ci avrebbe lasciato le penne.

Claudio Cucinotta, qui con Battistella, ha compiuto 40 anni a gennaio (foto Astana Qazaqstan Team)
Claudio Cucinotta, qui con Battistella, ha compiuto 40 anni a gennaio (foto Astana Qazaqstan Team)

Conta l’adattamento

Affrontiamo il tema con Claudio Cucinotta, uno degli allenatori della Astana Qazaqstan Team, per capire quanto ci sia di imprevisto in situazioni del genere e quanto in realtà si possano gestire, anche al cospetto di atleti di maggior esperienza e più attitudine a un certo tipo di sforzo.

«In casi del genere – spiega Cucinotta – conta di più quello che hai fatto nelle settimane e nei mesi precedenti rispetto a quello che hai fatto negli anni precedenti. Quindi anche se uno è abituato a correre in altura però nella stagione in corso non ha fatto periodi in quota, non è automaticamente avvantaggiato. Come i colombiani che dopo un po’ perdono l’adattamento. Quindi quello che diceva l’allenatore di Remco è assolutamente vero. Se lui ha lavorato tanto sullo Stelvio e comunque su salite con quote elevate, dal punto di vista fisiologico era adattato per affrontare un arrivo a quote così elevate».

A Sierra Nevada, Evenepoel è arrivato stremato, ma avendo limitato i danni alla grande
A Sierra Nevada, Evenepoel è arrivato stremato, ma avendo limitato i danni alla grande
Quindi attraverso l’analisi dei parametri fisiologici si riesce a capire l’eventuale perdita dovuta all’altura e lavorare per colmarla?

Sì, si riesce a capire percentualmente il calo di rendimento a quote elevate. C’è chi cala di più e chi meno, questo è soggettivo. E facendo un lavoro massiccio, si tratta di variazioni che si riescono ad assorbire e gestire, nel senso che si lavora per ridurre il calo dovuto all’altura. Quindi se ipoteticamente l’atleta mai stato in quota fa una salita di 2.500 metri ed ha un calo, dico a caso, del 10 per cento, allenandosi può arrivare averlo magari del 6 per centro.

Loro hanno sottolineato di aver lavorato sullo Stelvio a ritmo gara.

Sicuramente aiuta a migliorare, ma bisogna dire che l’altura va fatta e valutata in maniera abbastanza attenta. Se io vado in altura ad allenarmi per una gara che si svolgerà a livello del mare, allora dal mio punto di vista lavorare ad alta intensità in quota non ha sempre troppo senso. Viceversa se si lavora per la Vuelta, dove di solito ci sono sempre arrivi in quota, allora ha senso ed è anzi consigliabile lavorare anche ad alta intensità in alta quota. Perché poi è quello che andrò a fare in gara.

Non c’è nulla di casuale nella Vuelta di Evenepoel, dalla preparazione ai minuti dopo gara (foto Quick Step)
Non c’è nulla di casuale nella Vuelta di Evenepoel, dalla preparazione ai minuti dopo gara (foto Quick Step)
Due schemi diversi, insomma.

La prassi è che per preparare una corsa a livello del mare o comunque a quote non elevate, si dorme in alto e ci si allena in basso. Questo rende possibili gli effetti benefici dell’altura sullo stimolo della produzione di globuli rossi. Allenarsi a bassa quota invece non ha le limitazioni della quota, che mi mi impone di ridurre l’intensità. Se però, come dicevamo, devo preparare un evento in alta quota devo anche abituarmi a lavorare in altura ad intensità di gara. Immagino sia quello che hanno fatto.

Quanto deve essere vicino alla gara questo tipo di lavoro?

E’ un adattamento che si perde col tempo. Se ho la Vuelta a fine agosto, devo fare dei richiami. Faccio questi lavori a luglio, non basta averli fatti a febbraio. A volte basta un blocco massiccio d’altura anche a un mesetto dalla gara.

L’avvicinamento alla Vuelta è passato anche per un soggiorno all’Hotel Syncrosfera di Denia, con camere ipobariche
L’avvicinamento alla Vuelta è passato anche per un soggiorno al Syncrosfera di Denia, con camere ipobariche
Dormire in quota fino alla vigilia della gara aiuta a non perdere l’adattamento?

Aiuta a prolungare l’effetto della quota. Normalmente si tende a scendere una settimana prima dell’evento. Ma se per esempio la gara avesse l’arrivo in quota già in partenza allora varrebbe la pena scendere dall’altura a ridosso della partenza.

Sauna in quota, tra relax e feeling con il caldo

14.08.2022
5 min
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Andare in altura per sfuggire al caldo… e poi ricercarlo facendo la sauna. Può sembrare una contraddizione, ma non è del tutto così. Di questa pratica ci parlò lo scorso anno Alberto Dainese. Domenico Pozzovivo ci aveva detto che andava sull’Etna per potersi allenare al caldo porprio per evitare di fare la sauna come fanno molti corridori a Livigno. E sulla sua falsariga anche Paolo Alberati. Quest’ultimo aveva aggiunto che andando sul vulcano siciliano anziché sulle località alpine si evitava il successivo passaggio del riadattamento del pedalare con le alte temperature.

Ma quali vantaggi apporta la sauna in altura? E come si fa? Per saperne qualcosa in più ci viene incontro Stefano Oldani (e non solo lui). Il corridore della Alpecin-Deceuninck, che dell’altura è un vero habitué (dopo il Giro di Danimarca ci tornerà per la quarta volta in stagione), è tra coloro che si sono avvicinati a questa pratica… ma con le dovute proporzioni.

Oldani e la sua squadra hanno lasciato il Polonia per dei casi di Covid. Il re della tappa di Genova al Giro sarà al Danimarca
Oldani e la sua squadra hanno lasciato il Polonia per dei casi di Covid. Il re della tappa di Genova al Giro sarà al Danimarca

Tossine via

E’ dimostrato che, sopratutto per gli atleti, uno dei benefici della sauna, oltre al relax mentale, sia il rilascio di endocrina energizzante, più conosciuta come l’ormone del benessere psicofisico.

«Ci sono diverse utilità della sauna – spiega Oldani – io non sono un super amante di questa pratica se così possiamo definirla, ma comunque ci vado, anche se non tutti i giorni. La faccio per smaltire qualche tossina al termine di un blocco di allenamento e se il giorno dopo ho un giretto di scarico».

Quindi se Stefano fa due o tre giorni di carico, al termine del “microciclo” apre la porta della sauna e ci passa il canonico quarto d’ora. In quei 15 minuti si rilassa e si fa la sua bella sudata.

«Ma c’è chi la fa per restare acclimatato, o per non dimenticare del tutto le alte temperature quando poi scende in pianura. In questo modo il fisico riconosce le condizioni estreme di caldo.

«Però c’è anche a chi la sauna piace e la fa un po’ più spesso, anche solo per rilassarsi». Vedi Alessandro Covi.

L’idratazione è centrale nell’affrontare la sauna, specie per uno sportivo di endurance (foto Getty Image)
L’idratazione è centrale nell’affrontare la sauna, specie per uno sportivo di endurance (foto Getty Image)

Accorgimenti particolari

Prima di entrare in sauna però si devono osservare dei piccoli accorgimenti. Solitamente, ma non vale per tutti, vi si entra dopo aver recuperato un po’. Troppo elevato il rischio di un forte abbassamento di pressione entrandoci diretti dall’allenamento.

Senza contare che bisogna tenere conto dell’idratazione.

«Io solitamente – dice Oldani – a Livigno tornavo dall’allenamento, mi facevo la doccia, andavo a mangiare, mi rilassavo nel pomeriggio e poi prima di cena andavo in sauna. Ma non facevo solo quella. All’Alpen Resort, dove hanno anche la vasca di acqua calda e acqua fredda, facevo i miei 15′ di sauna, uscivo e alternavo le due vasche di acqua calda e fredda per attivare la circolazione delle gambe e quindi migliorare il recupero». 

«Si suda molto, è vero, ma l’importante alla fine è sempre reidratarsi bene. Se tu sai che in quei 15′ suderai tanto dovrai bere un po’ di più. Poi molto dipende anche dal soggetto. Io ad esempio non sudo tantissimo. Non ho bisogno di una grande integrazione di sali minerali, altrimenti mi gonfio come un pallone. Mi fanno grande ritenzione idrica, quindi per me è sufficiente bere dell’acqua».

«Ma non vuol dire che si debba trascurare questo aspetto, anche io devo calibrare l’acqua. Non bisogna andare in sauna dopo aver sudato molto in allenamento e senza magari aver bevuto correttamente dopo pranzo. Altrimenti si rischia davvero di pagarla cara».

L’austriaco Felix Gall (meno abituato al caldo) fa spesso la sauna. Da juniores, prima di Doha 2016 faceva i rulli indossando sacchi di plastica
L’austriaco Gall (meno abituato al caldo) fa spesso la sauna. Da juniores, prima di Doha 2016 faceva i rulli indossando sacchi di plastica

Stakanovisti della sauna

Ma c’è chi invece con la sauna ha avuto parecchio di più a che fare, come per esempio Jakub Mareczko.

«Kuba – dice Oldani – era con me a Livigno. A lui la sauna piace e la faceva spesso. Idem i ragazzi della Quick Step-Alpha Vinyl. Loro per esempio l’alternavano con delle docce fredde, qualche gironzolata per far passare il tempo necessario e poi rientravano nell stanza calda».

E c’è chi sempre nella sauna addirittura ci ha pedalato: almeno così si dice.

«Sì, vero – conferma Oldani – so che qualcuno lo ha fatto. Vogliono acclimatarsi alle condizioni estreme. Così come so di gente che ha fatto i rulli con i sacchi della spazzatura addosso per sudare di più. Sinceramente io non l’ho mai fatto e non penso che lo farò, mi sembra una pratica un po’ estrema e che va a stressare troppo il fisico».

Anastopoulos con i suoi ragazzi ha soggiornato presso l’Alpen Resort di Livigno, famoso anche per la sua grande spa
Anastopoulos con i suoi ragazzi ha soggiornato presso l’Alpen Resort di Livigno, famoso anche per la sua grande spa

In casa Quick-Step…

Vasilis Anastopoulos, preparatore della  Quick Step-Alpha Vinyl ha avuto sott’occhio i suoi ragazzi proprio a Livigno. Anche lui come Oldani ci dà indicazioni preziose.

«Perché facciamo la sauna in quota? Ci sono molte ricerche sull’uso della sauna – spiega il coach greco – ed è stato dimostrato che questa, soprattutto durante i giorni di riposo, è vantaggiosa per i ciclisti. Aumenta il flusso sanguigno, il volume del sangue ai muscoli e aiuta il corpo a disintossicarsi».

Anastopoulos ci dice anche che per questa pratica i corridori non sono seguiti direttamente da un medico. Tuttavia lo staff sanitario della Quick Step-Alpha Vinyl è ben al corrente di tutto ciò e ha messo a punto un protocollo.

Infine, Anastopoulos chiarisce forse la curiosità più ghiotta e cioè se davvero si fanno i rulli nella sauna oppure no.
«Accanto alla sauna alcuni corridori hanno fatto una sessione di allenamento (sui rulli, ndr) per abituarsi al calore. Si tratta di una pedalata della durata di 30-40 minuti in una stanza calda o nella sauna stessa, ma con una temperatura non superiore a 40 gradi».

Juniores: dai rapporti all’altura. Ne parliamo con Berti

20.07.2022
6 min
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Sblocco dei rapporti, altura, metodi di lavori: continua il nostro viaggio nel mondo degli juniores. Stavolta andiamo a casa della Work Service Speedy Bike. Ne parliamo con il direttore sportivo, Matteo Berti.

«Se non ci mettiamo al pari del resto del mondo restiamo attardati – esordisce Berti – soprattutto in quelle gare particolarmente dure e specie in salita. Per tirare i rapporti lunghi servono gambe e muscoli allenati a farlo».

Matteo Berti al centro con i suoi ragazzi
Matteo Berti al centro con i suoi ragazzi

Alla radice

Il discorso va preso alla radice. Sbloccare i rapporti dal vincolo del 52×14 negli juniores significa impostare un cambio “culturale”. Significa cambiare approccio e mettere mano anche agli allievi, che da noi utilizzano il 52×16 come ingranaggio più lungo.

«L’UCI per quella che è la categoria allievi, che in campo internazionale è riconosciuta come under 17, già da diverso tempo indica il 50×14 (più lungo del nostro 52×16, ndr), ma in Italia non l’abbiamo applicata. E questo è utile per passare poi ai rapporti liberi. Sarebbe più complicato passare dal 52×16 al 53×11… per dire.

«Vi dico: veniamo dal Tour du Valromey, in Francia dove avevano già i rapporti liberi, e a parte una tappa ondulata in cui uno dei nostri, Lorenzo Conforti, ha fatto terzo, per il resto gli altri ragazzi hanno tutt’altro passo. In salita poi…».

Una foto che ci ha inviato Berti dal Valromey. Sul podio le giovanili di tre WordlTour
Una foto che ci ha inviato Berti dal Valromey. Sul podio le giovanili di tre WordlTour

Salita e rapporti

A Berti però facciamo un’obiezione. Proprio in salita è dove in linea di massima non si va di 52×14, ma di 39×21, per esempio. In quel caso il discorso dei rapporti liberi o bloccati viene meno. Semmai il problema e la differenza maggiore si riscontrano in pianura o in discesa.

«A livello pratico è così – ribatte Berti – ma a livello fisiologico no. Allenarsi con rapporti più lunghi ti aiuta a spingere di più. Hai delle vasocostrizioni più lunghe a fronte di pedalate più basse, quindi ti abitui a “fare forza”. E’ lo stesso concetto delle SFR. Per questo dico che è importante mettere mano anche alla categoria allievi. Bisogna partire da prima».

La categoria allievi da noi resta un bacino fondamentale. Nonostante i tesserati siano in calo, abbiamo dei numeri importanti, numeri che in Europa non hanno. Ma c’è una dispersione pazzesca e trovare talenti diventa più complicato.

«E’ così – dice Berti – ma poi se si va a vedere tutto questo gap, con chi ha lavorato bene, non lo vedo. Penso a Frigo, Germani, Garofoli o Tiberi. Antonio mi sembra stia facendo bene tra i pro’. Servono programmazione e lungimiranza e se fossimo partiti già da qualche anno con il 50×14 tra gli allievi magari le cose sarebbero diverse».

Daniel Savini ha avuto qualche difficoltà all’inizio degli juniores vista la sua stazza minuta
Daniel Savini ha avuto qualche difficoltà all’inizio degli juniores vista la sua stazza minuta

E i mingherlini?

Però è anche vero che i rapporti più lunghi penalizzano i ragazzi più esili, quelli che sono più indietro nello sviluppo, solitamente gli scalatori (argomento che abbiamo già toccato). E allora di nuovo serve trovare un buon compromesso fra carico di lavoro, crescita dell’atleta e persino una valutazione dei suoi risultati.

Perché ci sta che quel ragazzino possa non vincere neanche una corsa o fare fatica a piazzarsi, mentre tra i pro’ potrebbe trovarsi meglio per assurdo. A quel punto conta il giudizio dei tecnici e di osservatori magari anche di come si comportano in allenamento, di come vanno in salita.

«E’ responsabilità nostra – riprende Berti – lavorare bene. Chiaro che non monterò un 53×11 ad un ragazzo di 52 chili. Ci si deve arrivare gradualmente. Penso alla pista. I risultati sono arrivati grazie anche al lavoro di Villa durante la pandemia. Ma lì si sono tirati rapporti più lunghi. In pista non c’è vincolo. Serve sensibilità da parte dei tecnici. La mia esperienza: ragazzi che potevano tirarli li hanno usati, altri no. Bisogna strutturare una preparazione idonea e individuale».

«Per esempio Wang, che ha vinto il mondiale juniores a crono 2021, ha usato il 60×16. Noi non possiamo, sia per regolamento, sia perché la maggior parte dei ragazzi, avendo usato sempre il 52×14 non è pronta. Per questo insisto sui programmi individuali. Io avevo Manfredi, lui tranquillamente avrebbe girato il 59, Savini invece faceva una fatica immensa anche con il 52×14 fino al primo anno da juniores. L’anno dopo ha vinto 17 corse».

Insomma un passaggio delicato, ma ormai necessario.

In Italia, spesso, ci si salva più con il talento dei singoli che con una scuola vera e propria (foto Flanders2021)
In Italia, spesso, ci si salva più con il talento dei singoli che con una scuola vera e propria (foto Flanders2021)

Attività…

Cambiamo fronte. Con Berti parliamo anche di attività e altura, visto che si parla di crescita e sviluppo generale dei ragazzi. Anche in tal senso c’è molto da lavorare, specie sull’approccio culturale.

«In questa gara in Francia – dice Berti – ho parlato con un ragazzo danese. Lui mi diceva che aveva 30 giorni di corsa sin lì, ma li ha fatti in sei gare a tappe. Poi ci stupiamo se fra due anni un danese vince l’Avenir e fra quattro il Tour. Un altro ragazzo mi ha detto che lui fa solo corse 2.1 e 1.1. E’ chiaro che quando va ai mondiali è più abituato a certe corse e a certi ritmi.

«Noi siamo ancora la Nazione dei circuiti di paese. Io non dico che dobbiamo fare solo gare a tappe, ma almeno la metà così e la metà da un giorno. Per fare esperienze di corse a tappe, visto che da noi è rimasto solo il Lunigiana, devi andare all’estero».

La Work Service in ritiro invernale. E’ importante iniziare a lavorare come squadra
La Work Service in ritiro invernale. E’ importante iniziare a lavorare come squadra

E altura

«Gli anni scorsi – va avanti Berti – ho sfruttato l’altura più come una vacanza che per una preparazione vera e propria. Magari i ragazzi venivano da una settimana senza bici e andavamo in montagna una settimana in quota ma per riprendere piano piano. Qualche uscita in Mtb, passeggiate fino a 3.000 metri e anche un po’ di bici. Credo che per un ragazzino fare lo Stelvio ben al di sotto della soglia sia una bella esperienza.

«Dei nostri, quest’anno ci andrà Conforti in altura. Era in accordo con Salvoldi per preparare l’Europeo. In generale non la vedo in modo in negativo, ma certo bisogna saperla fare. Noi quest’anno come squadra non andiamo. Andremo un po’ nelle sedi di Padova, e ne approfitteremo per visionare la Noventa-Enego. E andremo un po’ a Massa per scoprire le strade del Lunigiana».

Tenersi dei margini per quando si è pro’. Ne parliamo con Basso

08.07.2022
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«Non andiamo in altura per tenerci una “cartuccia” in più per quando passeremo pro’. Ne ho parlato anche con Basso». Così aveva detto Davide Piganzoli (in apertura foto Istagram – Adn Photo), della  Fundacion Contador, team giovanile della Eolo-Kometa. Lasciarsi la “cartuccia” dell’altura, come la chiama lui, garantirebbe un margine di miglioramento in ottica futura.

Margini che sono sempre più ridotti. Tante volte parliamo di ragazzi che passano e sono già al limite. Piganzoli ci aveva detto che avevano parlato in squadra di questa scelta di non andare in quota.

Parador de las Canadas del Teide: uno dei luoghi simbolo dell’altura per pro’ e anche molti under 23
Parador de las Canadas del Teide: uno dei luoghi simbolo dell’altura per pro’ e anche molti under 23

Margini e tutela

Il manager varesino segue da vicino l’atleta valtellinese. Crede moltissimo in lui. E di certo il discorso di Piganzoli non è affatto banale.

«Oggi – dice Ivan Basso – soprattutto in Italia abbiamo il problema dei giovani: sono pochi, passano presto, passano al limite… In questo campo della preparazione c’è una narrativa enorme. Ci sono tante persone che dispensano consigli di tutte le salse. Credo che ogni opinione vada ascoltata ed elaborata, ma chi ha una squadra ha delle responsabilità, deve prendere delle decisioni. Gli altri no».

«Non abbiamo abbastanza certezze che questa esasperazione in età precoce sia un valore. Non abbiamo certezze che porti a risultati anche a lungo termine, che sia funzionale alla crescita. Sappiamo però che la crescita graduale funziona.

«Penso al progetto giovani della Liquigas. Io ero in quella squadra e ho visto i Nibali e i Viviani arrivare da ragazzini e diventare campioni che dopo 12-15 anni di professionismo, vincenti, sono ancora in gruppo. Ed è lì che voglio arrivare con i miei ragazzi. Gli under 23 devono avere i requisiti e i margini per passare: questo conta per me. Ed è quando sono passati che devono vincere».

Alla Liquigas Basso ha visto passare molti giovani, tra cui Nibali (alla sua ruota). E ha fatto tesoro di quanto osservato da vicino
Alla Liquigas Basso ha visto passare molti giovani, tra cui Nibali (alla sua ruota). E ha fatto tesoro di quanto osservato da vicino

Gli esempi del passato

Il discorso di Basso su base teorica è certamente corretto. E soprattutto è coerente con quanto sta facendo. Però la realtà dice che sin da U23 il livello è molto alto e alcuni di questi ragazzi potrebbero magari pagarne le spese. Tradotto: non faccio di tutto e di più, non vinco, non passo.

«Che sia giusto o sbagliato non lo so – riprende Basso – Io, come detto, faccio le scelte per la mia squadra. E so che che questo modello ha funzionato in Liquigas per Nibali, Viviani, ma anche per Pozzato anni prima col progetto Mapei Giovani».

«Il miglior Piganzoli, tanto per restare sull’esempio, lo vedremo più avanti. Posso garantire che questo ragazzo ha dei margini molto alti. Può essere molto più forte di così. Ma per questo devo ringraziare i suoi team giovanili che non lo hanno spremuto, la sua famiglia. Davide non ha un padre che vuole realizzare i propri sogni sulle spalle del figlio. E’ un insieme di cose che per esempio riscontro anche in Montoli».

«Ripeto, preferisco insistere su questo modello di crescita collaudato, tanto più che è gestito da Zanatta. Stefano ebbe il primo Nibali già alla Fassa Bortolo, poi se lo ritrovò anche alla Liquigas. Ha avuto Sagan, Formolopotrei andare avanti fino a stasera».

Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto qualche settimana fa
Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto qualche settimana fa

Strada spianata?

Quando a Basso facciamo notare però che i suoi ragazzi U23 tutto sommato sono già in una posizione di “agio” e di tranquillità, visto che hanno meno bisogno di dimostrare qualcosa a suon di risultati in quanto c’è pronta la squadra la professional che li aspetta, Ivan ribatte con certezza.

«Vado controcorrente. In Italia ci sono dei team dilettantistici che lavorano bene. Penso alla Zalf o alla Colpack-Ballan. Penso alla squadra di Milesi. Marco è un diesse eccezionale. Parlo con loro, esploro i loro vivai».

 

«La vostra osservazione è giusta: qui i ragazzi hanno la professional “pronta”. Ma posso dire che ci sono stati degli under 23, e persino degli juniores, che hanno rifiutato la nostra offerta e il nostro modo di lavorare. Per me decisioni folli».

«Altura o altri margini, come un’alimentazione super controllata, possono incidere sul rendimento: è vero. Ma siamo sicuri che un ragazzo di quella età possa sopportare certi sacrifici? Perché poi cambia tutto in poco tempo. A 20 anni non hai la testa che hai a 23. A 23 anni non hai quella che hai a 28. E a 28 anni non hai la testa che hai a 32. Tutto ha un suo tempo».

«Io non sono contrario all’altura. Io sono contrario all’esasperazione. Se poi il confronto con gli stranieri è spietato, se per stare davanti è necessario fare tutto ciò allora io guardo altre cose. A me che Piganzoli vince dieci corse da under 23 non me ne importa molto. Mi importa che quando passa ne vince 2-3.

«E quindi cosa guardo? Guardo che Piganzoli ha fatto tanti piazzamenti, osservo i suoi test, vedo che va forte quando la strada sale e a crono. Guardo che ha la capacità di esprimere gli stessi watt in salita e a crono. Ditemi chi altro c’è che ha tutte queste qualità? Eppure Piganzoli ha vinto poco».

Ivan Basso (classe 1977) sul bus dei pro’ (foto Borserini)
Ivan Basso (classe 1977) sul bus dei pro’ (foto Borserini)

E sui procuratori…

Infine, una battuta sui procuratori, che molto spesso incidono sul futuro dei ragazzi.

«In cinque anni di gestione del team – conclude Basso – io non ho mai avuto un problema con i procuratori. Anzi, con alcuni ho anche trovato l’accordo per farli restare un altro anno là dove erano. Quando trattiamo un giovane e parliamo del suo futuro io mi siedo al tavolo con l’atleta, con il suo procuratore e a volte anche con i suoi genitori e ne discutiamo. Deve esserci un rapporto leale e onesto fra le parti. Nessuno mi ha mai preso per la camicia».

«E poi il fatto è semplice. Di fronte ho un ragazzo di 20 anni al cui fianco c’è un procuratore che gestisce molti altri campioni affermati. Di certo non è su questo ragazzo che guadagnerà bene. 

«Voglio dire che se un ragazzo non passa, o non viene preso in considerazione non è sempre colpa degli altri. Proprio perché parliamo tutti quanti onestamente, mi è capitato che un giovane che doveva passare pro’, non era pronto ed è restato tra gli U23 un altro anno, con l’accordo di tutti».

Richiamare la forza d’estate (e in altura). Sentiamo Cucinotta

02.07.2022
5 min
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In questo momento della stagione alcuni atleti, la maggior parte a dire il vero, sono alle prese con lo stacco estivo. Chi non è al Tour de France è in altura o sta già riprendendo a pedalare in vista della seconda parte di stagione. C’è da ricostruire parecchio. A partire dalla forza, come ci spiega Claudio Cucinotta.

Cucinotta è uno dei coach dell’Astana Qazaqstan e con lui parliamo in modo specifico proprio di questa importante componente. Come ci si lavora in questa fase? E come in altura?

Claudio Cucinotta, classe 1982, è uno dei preparatori dell’Astana
Claudio Cucinotta, classe 1982, è uno dei preparatori dell’Astana

Forza, altura e intensità

E la risposta non può che essere complessa. «Come si lavora per la forza in questo periodo? Dipende – dice Cucinotta – dipende da com’è la condizione dell’atleta, da che gare ha fatto sino a questo momento, da quanto tempo ha staccato, da quanto ha ripreso.

«Un conto è chi si presenta in altura già con un mese di preparazione, un conto è chi ricomincia in quel momento. E dipende soprattutto dalle caratteristiche dell’atleta, molto varia infatti se si tratta di uno scalatore o di un velocista».

«Per la forza in altura si lavora un po’ come a casa, ma tenendo conto dell’intensità, che è più bassa rispetto al livello del mare. E poi bisogna vedere anche che tipo di altura si fa: si dorme e ci si allena in quota (come chi va a Livigno, ndr)? O si dorme in quota e ci si allena in basso (come chi va sull’Etna, ndr)?

«Per chi si allena in alto l’intensità è più bassa di un 5% o poco più. E questo vale sia per la forza in bici, come le SFR, in parte per gli sprint… Sia per la forza in palestra. Mentre per chi si allena in basso non cambia nulla».

Soprattutto fino a pochi anni fa, gli scalatori (qui John Gadret) escludevano la parte di forza a secco e puntavano tutto sul peso minimo
Fino a pochi anni fa, gli scalatori (qui Gadret) escludevano la forza a secco e puntavano tutto sul peso minimo

Intensità minore

Gli esercizi di forza, sia in bici che “a secco” sono molto simili. Tuttavia qualche differenza c’è.

«Abbiamo detto – spiega Cucinotta – che varia l’intensità. Pensando alle SFR appunto, si lavora con un po’ meno di potenza. Ma se si fanno esercizi di forza massima, come sprint o partenze da fermo, l’intensità è la stessa. Questo perché nel primo caso si va a coinvolgere il sistema aerobico e nel secondo no, o in minima parte, e il discorso dell’altura viene meno».

«C’è poi da valutare la componente del tempo a disposizione. Perché in teoria serve una fase di adattamento. Ma questo adattamento corrisponde quasi al periodo dell’intero ritiro, quindi tante volte si tratta di fare più un lavoro di “reclutamento” delle fibre muscolari, che della forza vera e propria».

Per la forza in altura bisogna abbassare i parametri d’intensità di circa il 5% rispetto ai propri valori
Per la forza in altura bisogna abbassare i parametri d’intensità di circa il 5% rispetto ai propri valori

Esercizi specifici

«Rispetto alla forza fatta a novembre-dicembre – spiega Cucinotta – quella dell’estate è più specifica. Magari i velocisti o i biker, che fanno dei richiami tutto l’anno anche in palestra, possono riprenderla in modo più generale, e hanno una fase di adattamento molto ridotta, ma tutti gli altri lavorano principalmente sulle gambe».

A conti fatti dunque se un corridore, tipo un passista veloce o uno scalatore potente, d’inverno fa 3 serie di squat da 10 ripetizioni ciascuna con 100 chili (numeri a caso, ndr), in questo periodo farà sempre tre serie ma con 70 chili. «Magari però facendo qualche ripetuta in più», precisa Cucinotta.

I velocisti curano la forza tutto l’anno. Fanno dei richiami anche per la parte superiore del corpo
I velocisti curano la forza tutto l’anno. Fanno dei richiami anche per la parte superiore del corpo

Forza tutto l’anno

«La tendenza – riprende Cucinotta – è quella di fare dei richiami durante tutto l’arco della stagione. E se questo prima era prerogativa dei velocisti, adesso vale sempre di più anche per gli scalatori. Per i velocisti i richiami sono importanti. Loro hanno esigenze di forza dalle quali non possono prescindere.

«Però può succedere che facciano un grande Giro, seguito da una settimana di riposo, ed ecco che per un mese non hanno fatto richiami neanche loro».

Il core stability diventa ancora più importante in questo caso.

«Questo tipo di esercizi ormai sono assodati e sono mantenuti da tutti per tre, anche quattro, volte a settimana. Vengono fatti al pari dello stretching o dei massaggi. Il corridore è più forte nel suo insieme: a livello di schiena, di addominali, di postura.

«Il lavoro specifico invece, come accennato, riguarda soprattutto le gambe. La parte degli arti superiori, velocisti a parte, serve a poco. Alcuni atleti poi sono molto propensi all’ipertrofia: con poca palestra mettono massa. Ma questa non serve, specie sulle braccia e in questo momento. Bisogna evitare di mettere un chilo in più sulle braccia o la parte alta del corpo. E’ un chilo in più che non dà propulsione».

Il biker Mattia Longa in palestra presso il centro sportivo Aquagranda di Livigno ad oltre 1.800 metri di quota
Il biker Mattia Longa in palestra presso il centro sportivo Aquagranda di Livigno ad oltre 1.800 metri di quota

Pochi esercizi

E allora quali sono gli esercizi per la forza in questo periodo? Se la differenza con l’altura sta soprattutto in quella percentuale di intensità, per il resto di cosa parliamo di concreto?

«Si fanno principalmente tre esercizi: squat, affondi e split squat jump, cioè degli affondi più dinamici con un saltello nel cambio gamba in fase di atterraggio». 

«La leg press, meglio della leg extension, che è un esercizio più generalista. La leg press ripara da eventuali infortuni. In questo momento infatti un corridore benché con la forza in calo è molto forte, pertanto è in grado di sollevare con le gambe 100 chili, per dire, ma la sua schiena magari no. Ebbene, con la leg press si evitano questi rischi».

E a proposito di forza. Sapete quanta se ne ha in meno in questa fase? Mediamente il 5%. «Ma se non si sono mai fatti dei richiami, c’è chi è arrivato a perdere anche il 10%. Ed è un bel problema recuperarla.

«In tutto, questo lavoro di richiamo della forza dura un paio di settimane (o poco più, ndr). Si fa 2-3 volte a settimana, più gli esercizi in bici. Tutto insieme è un bel blocco di lavoro».

Rifugio Sapienza, la seconda casa dei corridori

21.06.2022
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Caruso è lassù da sabato, dopo il Delfinato e qualche giorno a casa. L’Etna l’aveva salutato l’ultima volta allargando le braccia al Giro di Sicilia e poi mandando un messaggio al gestore del Rifugio Sapienza. Fra i corridori e chi li ospita nei ritiri si crea spesso complicità per la condivisione dell’isolamento. E siccome la gente di montagna ha il cuore grande e quella di Sicilia ce l’ha enorme, il siciliano del Team Bahrain Victorious aveva così mandato un abbraccio al padrone di casa della prima altura di stagione.

Il Sapienza fu costruito nel 1947 e sorge a 1.910 metri di quota (foto Facebook/Rif. Sapenza)
Il Sapienza fu costruito nel 1947 e sorge a 1.910 metri di quota (foto Facebook/Rif. Sapenza)

Il boom delle biciclette

Domenico Moschetto: si chiama così il gestore del rifugio catanese (in apertura con Damiano), conquistato al ciclismo dal lento lavorìo di Paolo Alberati e dall’afflusso ormai regolare di corridori da ogni parte del mondo. E se nel mondo dello sport il Sapienza è una meta gettonata anche per atleti di altri sport, il merito è anche il suo per aver spalancato le porte a una clientela diversa dal solito.

«Diversa dal solito – sorride – che però ci dà visibilità gratuita e permette ai ragazzi di qui di avvicinarsi allo sport e alla montagna. Nella bella stagione, abbiamo ogni giorno al bar 70-80 ciclisti. E’ incredibile quello che si è scatenato dopo l’arrivo del Giro nel 2011. Con l’associazione Il Pedale nel Cuore abbiamo distribuito borracce a chiunque arrivasse in cima in bicicletta e ne abbiamo date non meno di 700».

L’Etna è una montagna viva. Le sue eruzioni sono spettacolari (foto Facebook/Rif. Sapenza)
L’Etna è una montagna viva. Le sue eruzioni sono spettacolari (foto Facebook/Rif. Sapenza)

La magia dell’Etna

L’Etna è montagna viva, generatrice di stupore e tremori. Le foto delle eruzioni lasciano senza fiato i turisti che lo scoprono. In occasione del Giro d’Italia, nel giorno della vittoria di Kamna, è stato bello osservare i tifosi del Nord fermi a fissare la maestosità nera del vulcano e il rosso guizzante delle coccinelle che si nascondono sotto le sue pietre. Per i corridori il bello è anche in altri aspetti.

Il Rifugio Sapienza sorge a 1.910 metri di quota, fu progettato nel 1936 dal CAI durante il Fascismo e realizzato nel 1947 come rifugio alpino, in sostituzione della casa cantoniera utilizzata fino a quel momento. Ha rischiato più volte di essere travolto da eruzioni dell’Etna. La lunghezza dei tempi si dovette alla mancanza di fondi, tanto che fu il socio CAI Giovannino Sapienza a versare l’importo necessario e così la struttura gli venne intitolata.

Il Giro d’Italia è arrivato lassù per cinque volte. Nel 1967 con vittoria di Bitossi, nel 1989 fu la volta di Acacio Da Silva, quindi Contador nel 2011, Polanc nel 2017 e Kamna lo scorso 10 maggio.

Il rifugio è meta di turisti in estate e anche d’inverno. Da un po’ è meta per ciclisti (foto Facebook/Rif. Sapenza)
Il rifugio è meta di turisti in estate e anche d’inverno. Da un po’ è meta per ciclisti (foto Facebook/Rif. Sapenza)
Che tipo di ospiti sono i corridori?

Ragazzi in gamba che chiedono meno di altri clienti. Sono felicissimi di aver trovato condizioni ambientali favorevoli. Sul Teide stanno pure bene, ma noi abbiamo l’aeroporto a mezz’ora, quota zero alla stessa distanza e anche la città.

Meno esigenti, ma con orari insoliti?

Ci siamo messi a disposizione a 360 gradi. I ragazzi dello staff sanno che quando ci sono corridori, devono essere pronti per qualsiasi cosa e a qualsiasi ora. Per cui se la cucina è chiusa e gli atleti rientrano a metà pomeriggio e hanno fame, vanno accontentati. Insalatone, pesce, carpaccio, quello che vogliono e che possiamo offrire loro. Per il resto hanno la loro colazione più ricca e poi non li vedi e non li senti.

Luca Chirico nel ritiro di febbraio dello scorso anno sull’Etna
Luca Chirico nel ritiro di febbraio dello scorso anno sull’Etna
Portano da casa la loro colazione più ricca?

Qualcosa la portano, altrimenti mandano la lista e noi facciamo la spesa. Alcune squadre hanno spedito l’elenco e ci hanno messo in contatto con il nutrizionista. In assenza di indicazioni, noi prepariamo come da menù e loro aggiungono se manca qualcosa o hanno bisogno di qualcosa di diverso.

Cosa fanno quando non si allenano?

Si trovano insieme al bar e parlano. Capita spesso che ci siano tanti singoli di squadre diverse e che dopo qualche giorno si ritrovino a fare gruppo.

In che modo la presenza dei corridori influisce sul numero dei cicloturisti?

Noi cerchiamo di non pubblicizzare troppo la loro presenza, ma basta che usino i social e il mondo se ne accorge. Per cui quando scoprono che magari c’è un bel nome, vengono a farsi la foto prima che partano o al rientro. C’è anche chi ci telefona per sapere a che ora partono e che giro fanno, in modo da farsi trovare lungo la strada e fare un pezzo insieme. Noi però cerchiamo di non creargli scompiglio, per non disturbarli. Anche se nella maggior parte dei casi, avere un po’ di pubblico non sembra dispiacergli.

Che rapporto si crea fra il corridore e lo staff? Li seguite poi nelle loro corse?

Certo, diventiamo tutti tifosi. C’è l’episodio del messaggio scritto da Caruso dieci minuti dopo aver vinto, per far capire che siamo a strettissimo contatto e si crea un’atmosfera molto familiare.

Quando iniziano a prenotare per il prossimo?

Di solito a ottobre. Finiscono la stagione e immagino che sulla base dei programmi per l’anno dopo, inizieranno a organizzarsi. Noi siamo qui ad aspettarli…

Uno di noi con Higuita, nel ritiro di Antioquia

20.05.2022
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Sergio Higuita è un ciclista all’antica: si allena, riposa e mangia a dovere. Non ha segreti, ma ha una mentalità coerente con i suoi obiettivi.

«Perché io salti un allenamento, deve esserci una tempesta molto seria. Per il resto, niente», dice nel bel mezzo di una chiacchierata serena e rilassata nella Casa del Ciclista, luogo paradisiaco fatto costruire da Mauricio Ardila. Come un visionario dei bisogni dell’era moderna, l’ex corridore della Rabobank ha progettato dei villini nel bel mezzo del paesaggio montuoso di Antioquia, situati a 2.200 metri sul livello del mare.

Fuga dalla città

Sono molti gli ospiti che frequentano le sue strutture. Dai ciclisti nazionali ai professionisti colombiani del WorldTour come Harold Tejada e Daniel Arroyave. E anche atleti internazionali che hanno cambiato le loro abitudini europee, come Tom Domoulin e Koen Bouwman, protagonisti della fuga vincente nell’ottava tappa del Giro d’Italia. Entrambi hanno goduto dei benefici di un luogo che è diventato, senza ulteriori indugi, la casa di Sergio Higuita e della sua famiglia.

Il campione nazionale ha ben chiaro che per essere un ciclista di alto livello, deve allontanarsi dalle distrazioni della città e dalle distrazioni che circondano la vita degli atleti che fanno del Paese una meta di fama mondiale.

La maglia di campione colombiano, sudata come dopo ogni allenamento di Higuita
La maglia di campione colombiano, sudata come dopo ogni allenamento di Higuita

Niente per caso

La sua routine è semplice. Si alza, fa una sessione di riscaldamento e controlla i dettagli con Don Leo (Leonardo Higuita, suo padre), fidato assistente e guida stradale. L’uomo che non distoglie lo sguardo da lui e controlla il traffico affinché i suoi allenamenti si svolgano senza intoppi.

Non c’è un dettaglio casuale nella vita professionale dell’ultimo vincitore della Volta Catalunya, che dopo aver avuto un brillante primo semestre all’esordio con la Bora-Hansgrohe, ha iniziato a preparare gli obiettivi per la seconda parte di stagione, che avrà come obiettivo principale la Vuelta a España. Sergio non sarà al Tour de France. Il leader della grande corsa francese sarà infatti il russo Alexandr Vlasov.

Niente Giro né Tour per Higuita, che sarà leader della Bora-Hansgrohe alla Vuelta
Niente Giro né Tour per Higuita, che sarà leader della Bora-Hansgrohe alla Vuelta

Leader alla Vuelta

Sergio, per decisione presa insieme alla squadra, ha disegnato il calendario per essere leader alla Vuelta. E magari, se tutto andrà bene, per disputare il mondiale in Australia.

«Stiamo già facendo altura – dice l’antioqueño, primo colombiano a vestire la maglia della prestigiosa formazione tedesca – la verità è che ho perso questa settimana per via delle vacanze, ma c’è molto tempo per preparare i prossimi obiettivi, cioè il Giro di Svizzera, la Vuelta Burgos e la Vuelta España. Siamo motivati perché la prima parte di stagione è andata molto bene, grazie alla squadra che ha riposto molta fiducia in me.

In Colombia, Higuita si sta allenando con Santiago Mesa, della Fundacion Mauela
In Colombia, Higuita si sta allenando con Santiago Mesa, della Fundacion Mauela

«Lo stile di lavoro – prosegue – è compatibile al cento per cento con me e così anche la mentalità. Sono molto felice di aver fatto così la prima parte della stagione e felice di essere tornato in Colombia con la mia famiglia, concedendomi una pausa per affrontare la seconda parte della stagione con tutta la predisposizione e la voglia.

«Andremo alla Vuelta con un grande obiettivo», rimarca il due volte campione nazionale su strada, che proprio alla Vuelta ha avuto il suo battesimo nei grandi Giri. Lì ha lasciato il segno con una magnifica vittoria a Becerril de la Sierra.

«Speriamo che l’esperienza che ho acquisito partecipando a tre grandi Giri – dice – mi aiuterà per questa occasione. Vado senza pressione e per divertirmi. La Vuelta è una corsa molto bella e interessante», assicura il colombiano, che ha spiegato il motivo per cui non è ai nastri di partenza del Giro d’Italia o del Tour de France.

In questi giorni nell’altura di Antioquia, Higuita alloggia nei bungalow della Casa del Ciclista
In questi giorni nell’altura di Antioquia, Higuita alloggia nei bungalow della Casa del Ciclista

Giro-Tour: perché no…

«Inizialmente non ho scelto il Giro, perché mi piace sempre avere un inizio di stagione molto intenso, facendo tre gare di una settimana e poi le classiche, che per me sono molto importanti. In questo modo arriverei troppo forte al Giro, dove bisogna presentarsi invece a un livello più tranquillo», dice a proposito della Corsa Rosa.

«E quanto al Tour de France, il percorso di quest’anno è molto complicato, soprattutto la tappa sul pavé. Non ho paura, ma credo che la squadra abbia bisogno di un altro tipo di uomo per difendere i leader che porteranno. Non tanto degli scalatori, quanto piuttosto atleti di buona statura come Nils Polit o Jordi Meeus, che sono corridori da Roubaix e che possono assistere molto bene Vlasov, leader al Tour. Il percorso è per uomini che pesano più di 63 chili. Ci sono tappe con molto vento, salite di grande potenza. La squadra mi dà la libertà di scegliere il calendario e per questo ho deciso di escludere il Tour. Di sicuro però l’anno prossimo sarò al Giro, una gara che mi piacerebbe molto fare».

Una settimana di vacanze prima di ricominciare: prossimo obiettivo il Giro di Svizzera
Una settimana di vacanze prima di ricominciare: prossimo obiettivo il Giro di Svizzera

Obiettivo Wollongong

Quanto al mondiale, uno dei suoi sogni da quando era professionista, fa parte dei piani. Ad Harrogate (Inghilterra) è arrivato quarto nella categoria under 23, mentre fra gli elite gli piacerebbe fare una prestazione eccezionale.

«Dobbiamo aspettare la decisione della squadra, ma penso che se avrò l’opportunità di andare, potrò fare bene. E’ un mondiale difficile. Abbiamo uomini molto forti, quindi possiamo anche cercare l’occasione per fare bene. Alla squadra piace che rappresenti la Colombia, gli piace avere molti campioni nazionali e che i loro ciclisti corrano per i loro Paesi».

Colbrelli, un viaggio di 5 anni dalla Bardiani a Roubaix

06.10.2021
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Cinque anni di Colbrelli. Dal ragazzo di 27 anni arrivato nel WorldTour dopo ben cinque anni alla Bardiani, al campione che nell’ultimo anno è riuscito a conquistare la maglia tricolore, il campionato europeo e da ultima la Parigi-Roubaix. Che cosa ha capito Paolo Artuso, che con Sonny lavora sin dal suo arrivo nell’attuale Team Bahrain Victorious, del bresciano? E quali margini pensa che possa avere? Si riduce tutto al chilo e mezzo messo via negli ultimi mesi?

«In realtà è tutto un insieme – risponde da casa – non è che gli altri anni prima fosse grosso, ma certo ha limato quel chiletto. Abbiamo lavorato di più sui lavori di forza, distribuito diversamente i carichi. Quindi magari carichi molto più grossi, con periodi di recupero più lunghi. Così facendo siamo riusciti ad avere dei picchi elevati. A ciò si aggiunga che è maturato. Il fatto secondo me è che ci siamo abituati a vedere dei fenomeni, tipo Pogacar, Van der Poel e Van Aert stesso, che così giovani hanno raggiunto risultati eccezionali. In realtà loro sono dei fuoriclasse, mentre a tanti altri servono anni di lavoro di maturazione fisica e mentale. E Sonny ci sta arrivando proprio ora».

Un processo lungo, ma evidente?

Provate a guardare la foto di quando ha vinto la Tre Valli Varesine nell’ultimo anno alla Bardiani. E’ maturato tanto a livello muscolare, è molto più asciutto, ma non è più leggero. E’ più atleta, è più maturo.

Testa e corpo in che proporzioni?

Secondo me è un insieme di cose. Sono cinque anni che lavoriamo bene, sia dal punto di vista dell’allenamento, del calendario gare, dell’alimentazione, del recupero stesso. Siamo una squadra WorldTour, abbiamo una struttura che riesce a tirar fuori il meglio. In più si sta lavorando tanto sui materiali… La performance è un insieme di cose, a Sonny lo dico sempre. L’allenamento è la base, se non ti alleni non vai forte. Però per passare da forte a fortissimo, devi aggiungere la nutrizione, l’aerodinamica, il vestiario, la parte mentale… Tutte queste aggiunte sono importanti se alla base hai la voglia di lavorare. In questi cinque anni abbiamo perfezionato tutto l’insieme, che si basa su un fatto da cui non si può prescindere. E cioè che Sonny ha un motore veramente grande. 

Quanto conta la convinzione?

Dopo domenica, adesso c’è la consapevolezza che può vincere qualsiasi classica. Che può lottare per un Fiandre o la Sanremo. E’ maturato. Se prima era solamente un dirsi “secondo me ce la puoi fare, i numeri ci dicono che ce la puoi fare”, adesso abbiamo dimostrato che quello che pensavamo è fattibile.

La Roubaix gli ha dato la convinzione di poter vincere le grandi classiche
La Roubaix gli ha dato la convinzione di poter vincere le grandi classiche
Sonny è di quelli che scende dall’altura e va subito forte…

Non so come lavorino gli altri. Quando in altura ci andiamo noi, abbiamo sempre un un bel periodo di adattamento iniziale. Poi si lavora diversamente rispetto al periodo. A febbraio siamo più prudenti. E’ la prima altura dell’anno, arrivi dallo stacco invernale e dal ritiro di gennaio, meglio essere cauti. Ad aprile-maggio vai a per preparare il Tour e arrivi in montagna dopo uno stacco relativo, una settimana-dieci giorni di riposo. Quindi stai già bene e si può aumentare l’intensità. Poi c’è da valutare la singola esperienza.

Cioè?

Ci sono fisici che vanno subito forte, quelli che ci mettono un po’ di più e quelli che è meglio che in altura non vengano. Con Sonny lavoriamo tanto, ce lo siamo detti anche l’ultima volta. Per essere un corridore di 72-73 chili, fa tanta salita e poi ci mettiamo sempre la palestra. Non la molliamo mai, la facciamo il pomeriggio. La giornata è inquadrata bene. Risveglio muscolare al mattino, poi andiamo a colazione, quindi l’allenamento e il pomeriggio i massaggi oppure la palestra. Si lavora tanto. Quando poi scendi, non vai diretto in corsa. Bisogna recuperare il carico di lavoro in quei 5-6 giorni a casa. E quando arrivi in corsa, sei già prestante.

Al Benelux Tour ha ottenuto i “numeri” migliori, ma con margini minimi rispetto a oggi
Al Benelux Tour ha ottenuto i “numeri” migliori, ma con margini minimi rispetto a oggi
Perché tanta salita?

Quando andiamo al Teide abbiamo due punti fermi. Il primo è che ci alleniamo sempre in basso, quindi riusciamo a simulare e a mantenere velocità veramente elevate. E poi torniamo sempre su in bici. Per cui finiamo sempre la giornata con metri di dislivello fatti forte. 

Hai detto che lavorate in basso, perché?

Di solito li faccio lavorare forte fino a un massimo di 1.000 metri, mai sopra. A meno che non siano lavori veramente brevi. E tutta la salita che fai, per quanto fatta piano, sono stimoli di forza. Vai su sempre con una cadenza anche non elevatissima e quindi la forza che imprimi sui pedali c’è sempre. Senza accorgersene, si fanno sempre lavori di forza. In base alla cadenza, sono stimoli differenti. E lui salendo riesce a ottimizzare i lavori di forza che poi farà in palestra. 

Risale in cima sempre in bici?

In due settimane di Teide, sempre. Ho memoria che una volta sola non l’ho fatto salire, ma perché avevamo allungato sotto. Di solito preferisce tornare in bici, a meno che non abbia una giornata storta.

Il tanto lavoro in salita lo ha aiutato nel tenere testa a Evenepoel agli europei di Trento
Il tanto lavoro in salita lo ha aiutato nel tenere testa a Evenepoel agli europei di Trento
Il Colbrelli di Roubaix ha i numeri del Tour o è cresciuto ancora?

Ha avuto i test power migliori al Benelux, ma parliamo di differenze dell’1-2 per cento. Veramente dettagli minimi che possono essere imputati anche a una differenza di lettura della macchina, perché il potenziometro sulla bici non è sempre perfetto. Al Tour invece aveva fatto quelle due tappe forti in fuga e aveva fatto dei numeri, dei peak power sui 30, 40 e 60 minuti. Comunque nelle ultime corse era sullo stesso livello del Tour. Il vantaggio del Benelux è che arrivava da quattro settimane a Livigno e aveva mezzo chilo meno che al Tour. Quando sei in allenamento puoi anche permetterti di restringere a livello calorico, mentre in corsa devi mangiare. Se si inizia a calare in corsa c’è qualcosa che non va.

Che inverno pensi che farà?

Non andrei a cambiare il lavoro che ha fatto negli anni scorsi. Sicuramente deve recuperare, fare almeno una ventina di giorni di riposo e poi una ripresa graduale. Faremo sicuramente un ritiro a dicembre che però sarà più organizzativo. Poi uno a gennaio più importante, come ogni anno, dove si farà più volume possibile. Insomma, ci diciamo tutti che adesso è il momento di riposare. Ma se guardo l’agenda, mi accorgo che è quasi il momento di ricominciare.

Corridori al limite, ma le squadre spingono…

02.10.2021
4 min
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E’ tutto un casino. I corridori sono stanchi, fisicamente e mentalmente, che poi è la parte peggiore. Le squadre hanno ancora il calendario da riempire e premono perché siano tirati a lucido. I preparatori nel mezzo a tirare una coperta che a fine stagione è sempre più corta. Se poteste ficcare il naso senza essere visti, siate pur certi che la scena sarebbe la stessa in ogni team WorldTour e figurarsi nei più piccoli.

Michele Bartoli
Nel 2002 Bartoli vinse il Lombardia dopo 44 giorni di corsa. Vinse anche l’Amstel. Prima vittoria a febbraio. Per Van Aert nel 2021, 48 giorni
Michele Bartoli
Nel 2002 Bartoli vinse il Lombardia dopo 44 giorni di corsa. Vinse anche l’Amstel. Per Van Aert nel 2021, 48 giorni

E se ti ritrovi ai primi di ottobre con la Roubaix, il Lombardia, le classiche italiane, qualcuna in Francia e le nuove gare in Veneto, ti chiedi se ce la faranno ad essere forti come li vogliamo o se piuttosto qualcuno, anche i più grandi, non inizierà a perdere pezzi. E allora magari capisci che il Van Aert dei mondiali non è per caso…

La lettura di Bartoli

Michele Bartoli fa il preparatore trasversalmente alle squadre, preferisce non parlare degli atleti che segue per richiesta degli stessi team, ma ha chiaro il polso della situazione, perché probabilmente con la realtà descritta in avvio fa i conti anche lui.

Quest’anno Vdp ha corso per 33 giorni, ma dopo il Tour si è fermato per la Mtb. Prima vittoria a febbraio in UAE
Quest’anno Vdp ha corso per 33 giorni, ma dopo il Tour si è fermato per la Mtb. Prima vittoria a febbraio in UAE

«Ho smesso di correre alla Csc – dice – perché volevano fare troppi ritiri, figurarsi se avrei potuto farlo oggi, che non sono mai a casa. Poi è chiaro che a fine stagione siano sfiniti. In ogni caso anche negli anni 90-2000 era finito il tempo delle corse di allenamento e dovevi sempre essere pronto per vincere. Facevi i salti mortali, dosando giorni di carico e il poco recupero che riuscivi a trovare. Oggi però è peggio. Il picco di fine stagione è sempre stato più basso di quello di primavera, per cui è chiaro che il Van Aert di aprile fosse molto più forte di quello di ottobre. Ad aprile aveva cinque scatti vincenti, adesso ne ha due. E se gli servono per chiudere su Alaphilippe, ecco che gli equilibri cambiano».

Nel 2021 per Alaphilippe 61 giorni di corsa. Prima vittoria a marzo alla Tirreno-Adriatico
Nel 2021 per Alaphilippe 61 giorni di corsa. Prima vittoria a marzo alla Tirreno-Adriatico
Se non altro a fine stagione non c’è più l’assillo di andare in altura.

Non crediate, qualcuno è andato lo stesso. Secondo me l’altura va dosata, non funziona sempre. Chi punta a Giro, Tour e mondiale, è bene che vada per tre volte e poi basta. La mia teoria, che sarà pure solo mia però mi ha dato grandi soddisfazioni, è che in altura devi andarci con una buona condizione, altrimenti ottieni solo di mettere il fisico in difficoltà. E se ci devi andare che stai bene, lo fai a ridosso dell’appuntamento. Andarci a inizio stagione ha poco senso, se non per stare magari con la famiglia in un bel posto. Ma secondo me anche questo cambierà.

Che cosa cambierà?

Perché i corridori devono stare sempre in montagna? Che vita fanno? Torneremo indietro perché le squadre con dei buoni atleti dovranno imparare a gestire anche i ritiri. Ripetere ogni anno lo stesso percorso di preparazione funziona al massimo per 4-5 stagioni. Poi gli atleti saltano di testa e i risultati calano. Guardo alla Ineos, per fare un esempio. E allora bisognerà che i direttori sportivi comincino ad ascoltare i corridori, quando gli dicono che vogliono saltare qualche ritiro. Siamo al limite.

Trentin nel 2021 ha fatto (finora) 68 giorni di corsa. Prima vittoria a settembre, debutto a fine gennaio
Trentin nel 2021 ha fatto (finora) 68 giorni di corsa. Prima vittoria a settembre, debutto a fine gennaio
E in ogni caso, a fine stagione sarai sempre meno performante che all’inizio?

Per forza. Anche per un fatto di freschezza. Ad aprile arrivi da un mese di vacanze e da lavori ben fatti per costruire la condizione. A settembre-ottobre i corridori arrivano da una stagione piena, in cui i lavori li hanno un po’ messi da parte, sono meno freschi e il livello della prestazione per questo è più basso.

Ad esempio ha avuto senso che dopo il mondiale tanti siano andati a correre l’Eurometropole Tour invece di riposare?

No per chi ad esempio aveva in programma di fare la Roubaix. C’è anche bisogno di recupero, perciò magari qualcuno si è ritirato. Ma il calendario è ancora pieno, guardate quanto è pieno…