Cavendish in altura. Coach Anastopoulos ci va con le pinze

25.01.2024
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Mark Cavendish, forse l’emblema del velocista, sta lavorando in altura in Colombia. Altri colleghi sprinter invece non vogliono sentir parlare di training camp in quota. Uno su tutti? Mads Pedersen. Ma dopo tanti anni di esperienza e con il ritorno del suo allenatore, Vasilis Anastopoulos approdato quest’inverno all’Astana Qazaqstan, Cav ha trovato nuove certezze. Cerchiamo dunque di capire come sta lavorando.

Cavendish inizierà la sua stagione proprio in Sudamerica. Dopodiché andrà al UAE Tour e quindi affronterà la Tirreno. Tre corse a tappe prima della Milano-Sanremo, primo appuntamento da bollino rosso della stagione. Ma il suo grande obiettivo è un altro… L’inglese vuol essere al suo massimo per luglio quando ci sarà di scena la Grande Boucle.

Anastopoulos (a destra) è l’allenatore di Cavendish (foto Instagram)
Anastopoulos (a destra) è l’allenatore di Cavendish (foto Instagram)

Cav in Colombia

La rincorsa al fatidico record assoluto di vittorie al Tour è il nocciolo della questione. Cavendish vuol staccare anche Merckx. E sarebbe tra i pochi ad esserci riuscito! Scherzi a parte in Colombia l’ex iridato è con diversi compagni di squadra. Molti di questi condivideranno con lui una buona fetta della stagione agonistica. Si lavora dunque anche sulle affinità del treno e del gruppo che dovrà scortare Mark.

«Cavendish – spiega Anastopoulos – inizierà la sua stagione con la tournée in Colombia e questa va inquadrata come parte della sua preparazione iniziale. Le sue condizioni per ora sono okay. Sin qui abbiamo lavorato principalmente sulle ore di bici e meno sugli sprint».

Il programma di Cavendish è sostanzioso. Sarà in Colombia per tre settimane: due di allenamento e una di gara. Pertanto il suo approccio all’esordio stagionale, soprattutto perché sarà in quota, è ben calibrato. Anastopoulos non vuol sbagliare nulla e conosce bene certe dinamiche.

Lo scorso anno a Bordeaux, Philipsen tolse a Cavendish la gioia del record assoluto di vittorie al Tour. Forse ora non sarebbe di nuovo in pista
Lo scorso anno a Bordeaux, Philipsen tolse a Cavendish la gioia del record assoluto di vittorie al Tour

Più ore che intensità

Tanti coach infatti ci hanno detto in questi anni che in quota è difficile, se non controproducente, eseguire lavori massimali. Il lavoro di Cav va preso con le pinze.

Viene dunque da chiedersi come farà Cavendish ai 2.125 metri di Rionegro, nei pressi di Medellin ad uscire più forte di come è arrivato. In fin dei conti un velocista è chiamato a fare determinati sforzi massimali per migliorare. Almeno così è lecito pensare.

Ma Anastopoulos ha le idee chiare: «Il motivo principale per cui Mark fa il ritiro in quota in Colombia è perché vuole migliorare la sua capacità aerobica. Combina alcune lunghe pedalate con un po’ di lavoro anaerobico, in questo caso si tratta di sforzi la cui durata è breve». Il coach greco dunque non va ad intaccare la parte metabolica anaerobica a quanto pare.

Quindi sprint e lavori massimali sì, ma con moderazione. E sempre Anastopoulos riferisce che a parte alcune sessioni specifiche a corpo libero, Cav non solleverà pesi in palestra durante questo training camp sudamericano.

L’inglese (classe 1985) durante uno dei suoi sprint brevi in Colombia (foto Instagram)
L’inglese (classe 1985) durante uno dei suoi sprint brevi in Colombia (foto Instagram)

Massima attenzione

L’argomento “alta quota e lavori intensi” resta questione di dibattito. Lo dicono la scelta differente di alcuni sprinter, ma anche di cacciatori di classiche.

Abbiamo visto per esempio che Battistella quest’anno punterà solo sulle corse di un giorno e sulle brevi gare a tappe (niente grandi Giri), andrà in altura mentre molti belgi da classiche non lo faranno. Lo stesso Pogacar ha detto che eviterà l’alta quota prima del Giro per essere più brillante per le Ardenne. E ci ricordiamo ancora dell’esperienza di Consonni e Rota dopo l’altura, proprio in Colombia, dell’anno scorso. I due lavorarono forte. Al ritorno, all’inizio volavano, poi però pagarono dazio. E furono loro stessi a raccontarci di determinate difficoltà.

«Esistono molti modi per affrontare l’altura – spiega Anastopoulos – ma bisogna sempre stare attenti a ciò che si fa. Come detto, Cavendish sta facendo soprattutto ore di sella e solo delle brevi sessioni esplosive e per ora sembra rispondere bene.

«Per me anche se si è uno specialista delle classiche fare almeno un ritiro in quota è necessario. Se non è possibile, si può fare un camp al livello del mare, ma credo davvero che i benefici che si ottengono con l’altura siano maggiori. Anche per questo Mark tornerà in quota a maggio. Andremo a Sierra Nevada».

Coordinare altura e corse: i segreti di Slongo

27.12.2023
4 min
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«Non so che tipo di vantaggio otterrò, non so se non facendolo sarei a un livello più basso. Però stavamo cercando un posto per provare e abbiamo trovato la coincidenza con il Tour Colombia. L’accoppiata fra ritiro (in altura, ndr) e corsa potrebbe funzionare bene».

Lette con calma queste parole di Mark Cavendish ci hanno portato alla domanda: come si gestisce l’accoppiata tra altura e corsa? Il velocista dell’Isola di Man ha anche detto, proprio qualche riga sopra, di non essere mai andato in altura in passato. 

Il Parador de las Canadas del Teide di Tenerife sorge a quota 2.200 metri: da gennaio sarà pieno di atleti
Il Parador de las Canadas del Teide di Tenerife sorge a quota 2.200 metri: da gennaio sarà pieno di atleti

Il lavoro in quota

Ci siamo così recati virtualmente da Paolo Slongo, preparatore della Lidl-Trek. Il quale in passato ha lavorato tanto con Vincenzo Nibali anche in questo campo: coordinare altura e corsa

«Partirei – dice Slongo –  nello spiegare rapidamente in cosa consiste l’altura. Serve per due motivi: il primo è fisiologico. Normalmente si va in altura per migliorare i valori ematici, questo grazie a carichi di lavoro intensi. Si trovano facilmente molte salite e il carico di lavoro diventa molto intenso. Cosa importante soprattutto all’inizio della stagione. Anche noi in Lidl-Trek andiamo in altura a febbraio. Con Nibali, ad esempio, andavamo sul Teide».

«L’altura – continua il preparatore – prevede un adattamento del corpo alla pressione atmosferica. Il periodo di adattamento c’è anche quando si torna al livello del mare, ma questa è più una cosa individuale. Per esempio Rodriguez (Purito, ndr) non ne aveva bisogno».

Nibali sul Teide con Slongo, suo fratello Antonio e Mosca, per preparare il Giro
Sul Teide con Slongo, suo fratello Antonio e Mosca, per preparare il Giro
Qual è il rischio se una volta tornati si va subito in corsa e non si è pronti?

Quando si torna dal ritiro in quota i battiti sono più alti, si ha una buona fase aerobica, ma non anaerobica. Se si va subito in gara il rischio è di non essere performanti e di pagarla a caro prezzo. Praticamente perdi tutto il lavoro fatto e ci si deve fermare per riequilibrare il corpo. Con Nibali, ad esempio, avevamo trovato il giusto equilibrio in vista del Giro d’Italia.

Ovvero?

Si tornava dall’altura, che come detto si faceva al Teide. Faceva il periodo di adattamento e poi andava al Tour of the Alps (così hanno fatto nel 2013 e nel 2016 in occasione delle due vittorie al Giro di Vincenzo, ndr). In Trentino non era al massimo delle prestazioni, ma sapevamo che sarebbe arrivato al Giro pronto. 

Dopo l’Amstel Gold Race, chi va al Giro di solito torna in altura
Dopo l’Amstel Gold Race, chi va al Giro di solito torna in altura
Al Giro di Colombia, dove dovrebbe andare Cavendish, si aggiunge la gara, che avviene già in quota. In quel caso l’equilibrio come si trova?

A mio modo di vedere l’Astana andrà in Colombia due o tre settimane prima della gara. Si parte sempre da una fase di adattamento, quindi i classici quattro giorni. Poi ci si allena, ma senza esagerare nei carichi, perché poi si deve affrontare la gara. 

Nella fase di adattamento, che sembra essere la più importante, che dati si guardano?

La frequenza cardiaca, che è un valore fisiologico e aiuta a capire meglio in che stato è il fisico dell’atleta. Quando arrivi in altura i battiti tendono a non salire. Noi preparatori, per lo meno la maggior parte, utilizziamo anche il saturimetro, per capire il livello di ossigenazione del sangue. L’adattamento, prima di una corsa in quota come il Giro di Colombia diventa ancor più fondamentale.

Come mai?

Un periodo troppo breve prima della corsa non permette l’adattamento, in gara si fanno sforzi troppo grandi e li si pagano una volta tornati a casa. Per questo dico che serve andare lì due o tre settimane prima della gara. 

Cavendish ha iniziato la preparazione nel ritiro di Altea. Il debutto in Colombia sarà preceduto da un altro ritiro (foto Astana Qazaqstan Team)
Cavendish ha iniziato la preparazione nel ritiro di Altea. Il debutto in Colombia sarà preceduto da un altro ritiro (foto Astana Qazaqstan Team)
In allenamento però la fatica si può gestire, in corsa no. Questo può provocare dei problemi?

No, se il fisico è pronto a reggere determinati sforzi. L’altura insieme alla gara può portare dei vantaggi. Da un lato è meglio del ritiro, perché si fanno sforzi elevati che portano dei benefici nel lungo periodo. 

Per un velocista come Cavendish che vantaggi può portare l’altura?

Un lavoro grossissimo al livello aerobico che non pesa sulla testa dell’atleta. In altura prendi una salita di 10-15 chilometri e sai che hai un’ora o più di Z2. A casa non riesci a trovare tratti così lunghi e costanti. Si possono fare tranquillamente anche lavori dedicati ai velocisti, come lavori intermittenti o sprint.

Due picchi di forma nella stessa stagione: come si fa?

15.07.2023
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«Ad aprile e maggio ho fatto terzo al Romandia e poi quarto al Giro. Ora lavoriamo per avere un secondo picco di forma e andremo alla Vuelta». Questa frase detta da Damiano Caruso durante la nostra ultima intervista merita un approfondimento. Il ragusano ha incentrato la sua stagione su due picchi di forma: il primo al Giro ed il secondo alla Vuelta. Ma come si lavora per arrivare pronti a due momenti così diversi della stagione?

Come il corridore della Bahrain Victorious, anche Remco Evenepoel si presenterà alla Vuelta, dopo il ritiro dalla corsa rosa per Covid. Il campione del mondo è stato terzo al Tour de Suisse (foto di apertura), ha poi conquistato il campionato belga su strada e ora si preparerà a difendere la maglia rossa.

I corridori di punta delle varie squadre tendono ad avere due picchi di forma durante la stagione (foto Instagram Hindley)
I corridori di punta delle varie squadre tendono ad avere due picchi di forma durante la stagione (foto Instagram Hindley)

Parola ad Artuso

Il caso specifico di Caruso è interessante ed apre spiragli e ragionamento che prendono il mondo della preparazione a 360 gradi. Abbiamo chiamato in causa Paolo Artuso, che con Caruso ha lavorato molto negli anni passati, prima di andare a seguire i corridori della Bora Hansgrohe

«Di base – spiega Artuso – un corridore può decidere tre modi diversi di affrontare la stagione. Il primo è quello di avere un solo picco di forma, di solito in corrispondenza del Tour. E’ un metodo che ha usato per anni Froome, ma è diventato sempre più raro nel ciclismo moderno. Il secondo, è quello deciso da Caruso (ma anche da Thomas, ndr), con due grandi picchi di forma. Questi possono essere in corrispondenza di Giro e Vuelta o di Classiche e Tour. L’ultimo è avere tre macro momenti di forma durante la stagione, in questo caso non si arriverà mai al 100%. Questa scelta di solito la si fa con dei gregari forti che si vogliono portare a più corse possibili».

Il terzo posto al Romandia è servito a Caruso per avere le prime risposte sulla preparazione in vista del Giro
Il terzo posto al Romandia è servito a Caruso per avere le prime risposte sulla preparazione in vista del Giro
Quando si opta per due picchi di forma come si lavora?

Solitamente si fa un performance plan, partendo dal determinare gli obiettivi durante la stagione. In questo caso Giro e Vuelta. Poi all’interno della stagione ci possono essere dei sotto obiettivi, le classiche “tappe di avvicinamento”. Queste consistono in corse dove arrivare pronti ma non al massimo (Caruso quest’anno ha optato per il Romandia, chiuso terzo, ndr). 

E poi?

Da qui si individuano i processi per raggiungere gli obiettivi, come i volumi di allenamento ed il peso. Per esempio: si decide che a dicembre si arriveranno a fare 90 ore di bici e che il peso sarà uno o due chili sopra quello ideale. Le tappe di preparazione variano a seconda dei periodi, più ci si avvicina alla corsa più si entra nello specifico. Magari verso marzo e aprile inserisci dei lavori ad alta intensità, come ripetute sui 30 minuti. 

Una volta portato a casa il risultato come si lavora per preparare il secondo obiettivo?

E’ come se si fosse ad ottobre, praticamente diventano due stagioni in una, così da arrivare freschi alla Vuelta, nel caso di Caruso. Diventa fondamentale fare del recupero attivo, per non perdere tonicità muscolare. Damiano ha un motore rodato e questo gioca a suo favore, ha tante stagioni alle spalle e ciò è un punto a favore. 

Andare ad allenarsi in altura permette agli atleti di essere monitorati e di aver maggior supporto tecnico
Andare ad allenarsi in altura permette agli atleti di essere monitorati e di aver maggior supporto tecnico
Anche se forte delle sue qualità lo stesso Caruso ha detto che ha fatto un recupero attivo, per non arrivare troppo riposato al ritiro in altura, che vuol dire?

Semplice. Se arrivi troppo riposato, passi da zero a cento in breve tempo e il fisico ne risente. In altura per forza di cose si fa fatica, si accumulano chilometri e tanti metri di dislivello, se sei troppo fresco rischi di non lavorare bene. C’è la possibilità di dover rivedere i carichi di lavoro e cambiare i programmi e questo non va bene.

Quando si è a casa come si lavora per arrivare pronti al ritiro?

Si attuano dei protocolli dedicati. Noi avevamo tre fasi, gestite sia per allenamento, che per nutrizione e monitoraggio. La prima fase riguarda l’adattamento: per arrivare pronti in ritiro non bisogna stare fermi ma nemmeno accumulare troppa fatica, solitamente si sta sulle 20 ore di allenamento settimanali. Un paio di settimane prima del ritiro si fanno gli esami del sangue, per capire i livelli di: transferrina, ferro, ematocrito ed emoglobina. Si fa anche un check dei profili ormonali. Da questi dati si decide la strategia alimentare. 

Per quali motivi si va in altura?

Per tre motivi: il primo è avere una risposta ematica, quindi rinnovare i globuli rossi. Quando hai la squadra al seguito si è monitorati al meglio, si tengono sotto controllo tutti i valori: frequenza cardiaca, saturazione, qualità del sonno, peso e idratazione. 

In altura si dorme in quota e ci si allena più in basso (foto Instagram Hotel Spol Livigno)
In altura si dorme in quota e ci si allena più in basso (foto Instagram Hotel Spol Livigno)
Una volta saliti in ritiro?

Per i primi giorni, dai due ai quattro, si riduce il volume di allenamento del 25% più o meno, in funzione dell’adattamento. Va detto che se non è il primo ritiro in altura dell’anno, l’atleta si adatta più velocemente. Nei giorni successivi si lavora, con l’obiettivo di dormire in alto e allenarsi in basso, così si può tenere alta l’intensità. 

E nell’ultima fase?

Si valuta quanto ridurre i carichi in base agli obiettivi. Solitamente chi va alla Vuelta corre prima alla Vuelta Burgos e al Tour de Pologne (questo è anche il programma di Caruso, ndr). Solitamente si riducono i carichi di lavoro anche del 50% rispetto a quando si era in altura. Al termine del periodo di adattamento, a casa, si fanno tre o quattro giorni con allenamenti ad alta intensità, come dietro motore o simili. 

Poi si va a correre…

Le corse di avvicinamento funzionano allo stesso modo della prima parte di stagione. Si va alle gare per vedere lo stato di preparazione e per fare qualche buon risultato in vista dell’obiettivo principale. 

Overtraining in altura (e la non-menata di Ganna)

28.06.2023
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Altura, caldo e allenamento: argomento che attira sempre, specie d’estate. Oggi i corridori salgono in quota praticamente tutto l’anno, ma la stessa altura può anche essere controproducente se non la si fa a dovere. Il rischio di overtraining è dietro l’angolo.

In tempi più o meno recenti ci sono stati casi di corridori che, scesi dall’altura, non sono andati come ci si aspettava per sospetto di overtraining. Un paio di corridori italiani all’ultimo Giro, per esempio. Oppure la Zalf al Giro U23 di due anni fa e persino i corridori della Ineos Grenadiers qualche stagione addietro dopo una lunga permanenza in altura e il successivo Giro di Colombia. Per approfondire questo argomento abbiamo interpellato il preparatore Pino Toni.

Le squadre, almeno quelle più importanti, ormai si allenano spesso insieme in quota. Un bene, ma se qualcuno non è al top potrebbe pagare dazio (foto Instagram)
Le squadre ormai si allenano spesso insieme. Un bene, ma se qualcuno non è al top potrebbe pagare dazio (foto Instagram)
Pino, altura e overtraining come è possibile che le due cose coincidano?

In teoria non ci sono le condizioni per l’overtraining in altura. Quelle sono condizioni fisiologiche e non di performance e oggi i corridori in overtraining in altura non ci arrivano, almeno i top rider che sono ben seguiti, che si allenano con criterio. Poi ci può stare che non si ottengano i benefici che ci si aspettava.

Eppure il caso degli Ineos di qualche tempo fa fu eclatante…

Attenzione, non sbagliarono l’altura, trovarono chi andava più forte di loro. Adesso non conosco i valori precisi di quel ritiro, ma non erano bassi. Semplicemente per la prima volta (o quasi) avevano trovato qualcuno che andava più forte di loro.

Si era alzata l’asticella nel frattempo… eravamo a cavallo del Covid.

Esatto. Io ricordo sempre le parole di Inigo San Millan, il preparatore della UAE Emirates, quando disse che se non hai una base di 5,8 watt/chilo non vai da nessuna parte. Col tempo questa soglia si è alzata. Disse così perché in pochi ancora non avevano fatto meglio. Quest’anno, per esempio, nelle salite del Giro in cui hanno deciso di fare la corsa non sono mai scesi sotto i 6 watt/chilo, prima della selezione, degli attacchi. Magari chi era davanti andava a 6,2 watt/chilo e chi era coperto a 5.8 e anche nella terza settimana: in ogni caso parliamo sempre di valori alti.

Se ben fatta, l’altura può dare enormi benefici. Anche per il recupero passivo. Qui Filippo Conca a Livigno, in una vecchia foto
Se ben fatta, l’altura può dare enormi benefici. Anche per il recupero passivo. Qui Filippo Conca a Livigno, in una vecchia foto
E allora Pino, giriamo la questione: come si può lavorare male in altura tanto da finire in overtraining? Pensiamo per esempio ai fuorigiri prolungati, agli scatti…

Sostanzialmente vai in overtraining in altura, o lavori male, quando non ti sei adattato alla quota, quando non hai rispettato tempi e intensità. Per me un rischio grande è dato dal gruppo. Mi spiego: se ci sono più corridori con uno stesso programma, qualcuno che non si è ancora ben adattato o è un po’ più indietro di condizione, potrebbe esagerare nello stare con gli altri. Magari fa più fuorigiri, lavora ad intensità che non sono le sue in quel momento. E non recupera. Un altro aspetto sono i feedback dei corridori.

Cioè?

Siamo sicuri che i corridori diano sempre i feedback giusti ai loro coach? Spesso gli atleti ti dicono: «Sto bene», invece magari non è del tutto così. Forse credono di stare bene, ma queste cose oggi non dovrebbero più accadere in quanto ci sono degli strumenti fisiologici per misurare questi aspetti.

Quali?

Per esempio la varianza cardiaca (l’Hrv) o gli strumenti che rilevano la qualità del sonno… Questi dati, se incrociati con quelli degli allenamenti ti dicono molto sullo stato del corridore e del suo recupero in particolare. E poi bisogna vedere se i ragazzi sono in altura da soli o con il preparatore.

Cambia molto la presenza del coach?

Parecchio. Al netto dei valori riportati dagli strumenti, che il preparatore può vedere anche da remoto, l’allenatore sul posto vede in faccia i suoi atleti. Ci parla in modo più diretto. Nota i suoi comportamenti anche dopo le uscite. Se un ragazzo dopo pranzo scende in hotel, guarda magari una corsa in tv, parla e scherza con gli altri, è attivo… e un altro resta buttato sul letto in camera e scende solo a cena, qualcosa vorrà dire.

L’altura ormai si fa sempre: inverno ed estate. Il rischio di overtraining è lo stesso?

Dipende tutto da quello che si fa. Solitamente l’altura d’inverno è più di costruzione, di preparazione. Quella estiva di ristorazione… A parte per chi punta a Vuelta e mondiale. Nella maggior parte dei casi, chi sale in quota a luglio è gente che ha staccato a giugno, dopo il Giro, le classiche…

Restiamo sempre in tema di altura, ma più che in ottica overtraining di gestione dello sforzo. Qualche giorno fa Filippo Ganna, dopo la vittoria al tricolore crono ha detto: “Nella parte centrale potevo fare la differenza, ma con questo caldo non è mai facile. Devi fare quasi come in altura: devi abbassare di tanto i valori”. Cosa intendeva?

La macchina umana è un po’ come un motore termico e questo rende al meglio con determinate temperature d’esercizio, esattamente con la quantità di ossigeno, che in quota è minore. Pertanto la mancanza di ossigeno è paragonabile all’innalzamento della temperatura. C’è un calo prestazionale.

E se Pippo avesse insistito, si sarebbe “cotto”…

E ci sarebbe stato un calo prestazionale molto più sensibile. Bisogna pensare che con 1,5 gradi d’innalzamento della temperatura corporea interna l’organismo va in “standby”, con 2 gradi sorgono problemi molto importanti. Non a caso oggi si usa il “Core” (il sensore attaccato alla fascia del cardio, ndr) che ci dà questo valore. Personalmente non lo faccio usare molto, anche perché non avrei comunque modo d’intervenire.

Beh, con acqua addosso, maglia aperta…

Attenzione, parliamo di temperatura interna, non esterna. Tanto per restare nel paragone coi motori, se il corpo umano avesse un radiatore, okay… ma non c’è! Diciamo che Ganna è stato bravo a gestirsi, altrimenti avrebbe “fuso il motore”, sarebbe andato in blackout e di conseguenza più piano.

ESCLUSIVO / Pogacar, ultima rifinitura prima della sfida

20.06.2023
6 min
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SESTRIERE – L’ultima pedalata in altura di Tadej Pogacar prima del Tour de France. Una nebbiolina avvolge il Colle mentre nelle grandi città già si boccheggia per il caldo estivo, scoppiato con qualche settimana di ritardo. Le 9 sono passate da qualche minuto e, quando entriamo all’Hotel Lago Losetta, troviamo il Uae Team Emirates seduto a tavola per colazione

Si ride e si scherza e il re delle Grande Boucle 2020 e 2021 ha il volto disteso mentre dialoga con il team manager Joxean Fernandez, per tutti “Matxin”, prima del blando allenamento che l’attende al termine di un fitto periodo di raduno. Al suo fianco ci sono alcuni dei fidi gregari che lo scorteranno al Tour de France, dal polacco Rafal Majka allo spagnolo Marc Soler, passando per gli ultimi arrivati in squadra in questo 2023: Adam Yates, reduce da un buon Delfinato, e il campione austriaco Felix Grosschartner. 

Prima dell’allenamento, due parole con Matxin, che sta seguendo la ripresa di Pogacar (foto Matteo Secci)
Prima dell’allenamento, due parole con Matxin, che sta seguendo la ripresa di Pogacar (foto Matteo Secci)

Due parole con Matxin

I corridori si avviano in stanza per prepararsi all’allenamento, mentre Matxin si intrattiene con noi e risponde alla domanda più in voga del momento tra gli appassionati del pedale e non solo: come sta Pogacar?

«Bene – risponde – la sua condizione sta crescendo. Abbiamo fatto un ritiro a Sierra Nevada, poi abbiamo svolto una ricognizione delle tappe della terza settimana del Tour e, per non andare di nuovo a Sierra, anche per motivi logistici, siamo venuti qui. Ora farà le due gare del campionato nazionale e poi si parte per il Tour de France». 

Sestriere fortunata

Nella scelta del Sestriere chissà che non abbia pesato anche la cabala, come scherza il proprietario della struttura e direttore del Sestriere Sport Center, Gianfranco Martin.

«E’ la terza volta che vengono qui da noi – racconta con un sorriso l’ex sciatore azzurro, vincitore dell’argento in combinata ad Albertville 1992 – e le ultime due volte, nel 2020 e nel 2021, direi che è andata bene. Ieri sera, insieme al sindaco di Sestriere Giovanni Poncet, gli abbiamo regalato il gagliardetto e il libro dei 90 anni del Comune: speriamo che Sestriere porti bene anche stavolta».

Izoard per quattro

Il meccanico della squadra Gabriele Campello ci mostra l’itinerario dell’allenamento odierno che prevede il Monginevro e poi l’Izoard dal versante di Guillestre, rientrando poi su Sestriere da Briancon per un’uscita che supererà le cinque ore. Alle 10,38 si apre la porta del garage e spuntano fuori Soler, Grosschartner, Majka e un imbardato Yates. Tadej non c’è, ma nessun allarme: oggi soltanto un po’ di scarico, prima delle due fatiche dei campionati sloveni che fungeranno anche da test per il Tour. Quattro chiacchiere pre-partenza, tempo di impostare la traccia sul ciclocomputer e poi il gruppetto Uae scompare nella nebbia che ormai va diradandosi. 

Ecco Tadej

Alle 11,08, la porta del garage dell’hotel Lago Losetta si riapre e stavolta spunta un ciuffetto inconfondibile. Rispetto ai compagni, Tadej tira dritto, solleva la zip dell’antivento e si lancia in picchiata in direzione Cesana. Il suo menù odierno è decisamente più blando dopo una settimana e mezzo su e giù per le montagne. Stavolta niente Izoard, ma una girata in direzione Oulx e Val di Susa per testare la gamba. La faccia, una volta indossato casco e occhiali, non è più quella sorridente della colazione, ma concentrata e focalizzata sull’imminente campagna francese. L’obiettivo è ben fisso nella mente e ha un solo colore: il giallo

Per Pogacar allenamento di un’ora e mezza, restando sul territorio italiano (foto Matteo Secci)
Per Pogacar allenamento di un’ora e mezza, restando sul territorio italiano (foto Matteo Secci)

La squadra è fatta

I giochi ormai sono fatti per il Tour, ce l’ha confermato un’oretta prima anche Matxin, che non si è sbilanciato sui nomi, pur sorridendo alle domande sul baby fenomeno Ayuso.

«I corridori – ha spiegato – sanno già chi è in squadra e chi è riserva e stasera facciamo l’ultima riunione operativa con il gruppo Tour, per cui arriveranno anche i direttori sportivi Andrej Hauptman, Marco Marcato e ci sarà anche Simone Pedrazzini. Facciamo un briefing tranquilli prima di cena e domani Tadej va direttamente in Slovenia».

Dopo quest’ultimo allenamento, domani Pogacar andrà in Slovenia per il doppio campionato nazionale: crono e strada (foto Matteo Secci)
Domani Pogacar andrà in Slovenia per il doppio campionato nazionale: crono e strada (foto Matteo Secci)

Via il tutore

Il particolare che salta subito all’occhio ammirando pedalare il vincitore di quattro Monumento (l’ultima la scorsa primavera, il Fiandre) è che il suo polso sinistro non è più coperto dal tutore che l’ha accompagnato nelle ultime settimane, soprattutto nelle uscite con la bici da crono. Un ulteriore segnale che l’asso sloveno si sta tirando a lucido in vista della sfida con Jonas Vingegaard.

Basta un leggero cavalcavia della Valsusa per vedere che il colpo di pedale è quello di chi promette spettacolo al Tour e ha tutte le intenzioni di riprendersi il trono. La caduta della Liegi-Bastogne-Liegi sembra ormai un lontano ricordo, laggiù all’orizzonte, dietro alle Alpi, si possono quasi scorgere i Campi Elisi.

Viaggio tra le alture italiane: Sestriere, Etna e San Pellegrino

16.05.2023
6 min
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Tre alture, tre luoghi magnifici. L’Italia tra i suoi innumerevoli patrimoni naturalistici vanta anche posti come Sestriere, Etna e Passo San Pellegrino. Mete preziose per i ciclisti che si arrampicano su queste pendici per dormirci su durante i periodi di stacco tra una corsa e l’altra. Lassù gli atleti ci vanno per curare animo e corpo, da soli o con la squadra. 

Ci siamo affidati a tre allenatori, preparatori, tecnici… chiamateli come volete, che su queste alture ogni anno portano corridori a ricaricare le pile o a preparare eventi importanti. Marino Amadori per il Sestriere, Paolo Alberati per l’Etna e infine Paolo Slongo per il Passo San Pellegrino. Iniziamo questo nostro Giro d’Italia tra le altura da nord a sud del nostro stivale. 

Sestriere: meta azzurra

Oltre ad aver riempito pagine di storia ciclistica con tappe e arrivi epici, Sestriere ogni anno nel periodo estivo è meta di pellegrinaggio da parte di ciclisti e amatori. Il motivo? I suoi 2035 metri e l’alto numero di salite e strade ideali per i corridori. Quassù ogni anno il cittì Marino Amadori porta la sua nazionale U23 ad allenarsi in preparazione agli appuntamenti più importanti.

«L’ho imparato a conoscere – racconta Amadori – perché vado su con i ragazzi da circa dieci anni. E’ una località che si trova più in alto rispetto ad un Livigno, nel senso proprio che siamo sui 2000 metri. Le zone d’allenamento sono ottime, con questa doppia scalata dalla parte di Cesana, una di 10 km, una di 6 km e poi arrivi giù ai 1.000/1.200 m dove puoi lavorare tranquillamente al 100 per cento anche in pianura. Come clima si trova sempre un po’ di fresco prezioso perché ovviamente ci si va nei mesi estivi essendo sulle Alpi. 

«Ritengo che sia una bellissima zona – dice il cittì – c’è anche poco traffico. Per il cicloturismo è una zona che si presta molto. Ci si può spostare anche nella zona di Pinerolo, sul Colle delle Finestre per trovare anche dello sterrato. In cima ci sono solo degli alberghi e servizi. E’ ben attrezzata. Una cosa preziosa quando andiamo su noi è che non c’è una vita sociale così attiva e distrattiva per i ciclisti. La scelta di questi luoghi viene fatta anche per questi motivi. 

«Nel 2019 e nel 2021 – ricorda Amadori – abbiamo preparato il mondiale che abbiamo vinto con Baroncini, ma anche il Tour de l’Avenir di Aleotti e Zana. Questo è sintomo che si lavora bene e il Sestriere è un’ottima palestra naturale».

Etna: come non innamorarsi

Anno dopo anno abbiamo imparato a conoscere il Teide e i suoi innumerevoli pregi. Basta guardare i profili Instagram dei pro’ e si nota che questo luogo è una delle loro mete preferite. Non ultimo Evenepoel che è sceso da lassù per andare a vincere la Liegi-Bastogne-Liegi. Non tutti però sanno che un vulcano con quelle caratteristiche (e con qualcosa in più) ce lo abbiamo anche noi. Si chiama Etna. Mastodontico, affascinate e immerso nella magnifica Sicilia. Paolo Alberati ce lo ha raccontato…

«L’Etna è un luogo magico. Purtroppo – dice – non è mai stato preso in considerazione più di tanto dai ciclisti. Da corridore andavo anche io sulle alture classiche. Ma l’Etna è differente perché qui a marzo a differenza degli altri luoghi puoi venire a pedalare con temperature ideali. Si dorme a quota 2.000 metri e si può pedalare fino a 2.900 con una gravel o mtb. A queste altitudini, io da preparatore lo consiglio, si può andare su con una e-bike per ossigenarsi e non affaticare il fisico.

«Ad oggi abbiamo – spiega Alberati – attivi 7 versanti pedalabili, il più lungo è 21 chilometri mentre il più corto è di 14. Sul nostro sito è possibile vederli tutti e programmarsi un itinerario per farli anche tutti insieme. Per questo abbiamo anche istituito un brevetto che attesta quante di queste salite hai conquistato. La cosa che ci ha convinti a creare questo progetto è stata anche la sicurezza che queste strade offrono. L’asfalto è sempre rifatto e il traffico è ridotto.

«E’ un luogo ideale – conclude – oltre per il cicloturismo e per gli appassionati, anche per preparare grandi appuntamenti. Ha un vantaggio che, tanto per fare un paragone, il Teide non ha. É possibile infatti scendere al livello del mare e trovare la pianura per allenarsi al meglio. A Tenerife questo non è possibile farlo perché è un continuo sali e scendi. Tra i più recenti nomi che sono venuti quassù prima del Giro, posso dire Aurélien Paret-Peintre, oppure Oldani, Baroncini. Chi viene, torna sempre, come Cadel Evans che è un frequentatore. L’Etna è una montagna magnetica, in continuo mutamento la senti che borbotta e respira».

San Pellegrino: prima dei Giri

Un passo situato nel cuore delle Dolomiti immerso in un contesto naturale rigorosamente protetto dall’UNESCO. Il San Pellegrino lo abbiamo visto tutti almeno una volta in TV in una tappa del Giro d’Italia tra una salita e l’altra oppure con l’arrivo in grembo. Scopriamolo attraverso le parole di Paolo Slongo.

«Il Passo San Pellegrino – dice – lo conosco da sempre. Ho iniziato a frequentarlo con le squadre da quando ero in Liquigas perché era un nostro sponsor. Da aprile, maggio in poi si andava su, si faceva anche il ritiro di dicembre invernale con tutta la squadra. Come detto, non è distante da casa mia e per un allenatore è importante conoscere la “palestra” dove ci si allena. 

«Il San Pellegrino – spiega – ha tutto quello che serve. E’ in altura, ha molte strutture adibite ad accogliere i ciclisti e soprattutto è possibile scendere comodamente a valle per alternare i percorsi. E’ infatti un luogo ideale, per i velocisti o per preparare le cronometro. Allo stesso tempo si hanno le Dolomiti, ma anche i percorsi piatti e ondulati nelle valli che ti permettono di poter far tutto l’allenamento a 360 gradi. Mi ricordo che per questo motivo venivano spesso a prepararsi anche Sagan e Viviani. 

«Le strade – conclude Slongo – sono perfette. Oltre a esserci ciclabili, che magari noi professionisti non frequentiamo, ci si può muovere in tranquillità ovunque. C’è una cultura per la bicicletta totale e ti senti anche tutelato mentre pedali. A livello di salite c’è l’imbarazzo della scelta. Il San Pellegrino è nel cuore delle Dolomiti. Per esempio quando si scende a Canazei che sei a 30 chilometri dal Passo, ti trovi un bivio, dove puoi fare Marmolada, Pordoi o Sella e da lì poi si apre tutto uno scenario di itinerari infinito. Da Ivan Basso compreso in poi, tutte le vittorie dei grandi giri sono state preparate lassù. Con Vincenzo Nibali ci piaceva molto andare nel periodo estivo, come lui anche Aru, Landa e tanti altri. Diciamo che andare al San Pellegrino era una garanzia per preparare un appuntamento importante».

Anastopoulos, il gruppo e Remco: i giorni del Teide…

23.04.2023
5 min
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Tra poche ore scatta la Liegi-Bastogne-Liegi. Remco Evenepoel è arrivato in Belgio giusto in tempo la ricognizione del venerdì. Ma forse stavolta correrà la Doyenne con un pensiero in più: il Giro d’Italia, come del resto ci ha detto anche Cattaneo pochi giorni fa. Il campione del mondo ha concluso il suo lungo ritiro sul Teide. Con lui c’erano molti (alcuni) dei ragazzi che lo seguiranno nella rincorsa alla maglia rosa e il coach Vasilis Anastopoulos.

Il preparatore greco segue in prima persona i ragazzi del team. Ed è anche un buon “amuleto” se così possiamo dire. Visto che non è la prima volta che Remco scende dall’altura quando c’è lui e poi vince.

Ad Anastopoulos abbiamo chiesto come sono andati i lavori in mezzo all’Oceano Atlantico. E lo abbiamo fatto partendo dal gruppo. Un gruppo che sembra davvero divertirsi. Remco che getta l’acqua addosso a Masnada mentre scherza su un gioco per bambini ad un parco giochi. Le foto che scherzano sulle posizioni a crono, quelle dei ragazzi durante la “sosta Coca Cola”. E chiaramente allenamenti molto intensi, come i 220 chilometri e oltre 3.500 metri di dislivello di qualche giorno fa.

Arrivato nella notte in Belgio, Evenepoel venerdì mattina ha fatto la ricognizione coi compagni nel finale della Liegi
Arrivato nella notte in Belgio, Evenepoel venerdì mattina ha fatto la ricognizione coi compagni nel finale della Liegi
La prima cosa che ci ha colpito è che si è visto davvero un gruppo affiatato. Tante battute sui social… Cosa significa per un allenatore? E per una squadra…

È un bel gruppo di corridori. L’atmosfera a tavola è molto buona e rilassata, quindi è un piacere lavorare con questi ragazzi. Rende il mio lavoro molto più semplice, poiché completano il piano di allenamento quotidiano senza problemi e soprattutto vedo che sono felici di farlo! Significa molto per una squadra avere un gruppo i cui componenti hanno un rapporto buono e rilassato tra loro perché aiuta a lavorare come una macchina ben oliata!

Soudal-Quick Step è sempre stata una squadra per le classiche, ma dall’ultima Vuelta (e con Remco) qualcosa è cambiato. Rispetto ad una UAE Emirates e a una Jumbo-Visma, ti manca ancora qualcosa in termini di uomini per aiutare il leader? Anche l’esperienza conta…

Penso che abbiamo dimostrato l’anno scorso alla Vuelta, dove abbiamo corso metà gara con sei corridori, Serry si è dovuto fermare alla tappa 9 a causa del Covid e Julian (Alaphilippe, ndr) alla tappa 11 a causa della sua caduta, che abbiamo una squadra forte per aiutare i nostri capitani. Certo, abbiamo bisogno di qualche aggiunta al nostro team per i grandi Giri, ma sono sicuro che è qualcosa su cui Patrick Lefevre sta già lavorando.

Quanto tempo siete stati in quota? E perché così tanto?

Siamo rimasti all’altitudine del Teide per tre settimane, poiché ci sono forti prove scientifiche che questa quantità di tempo è necessaria per vedere i benefici nelle prestazioni. Lo abbiamo fatto anche in passato e abbiamo visto che questo periodo funziona perfettamente per la maggior parte dei nostri corridori per ottenere il profitto più fisiologico da un campo.

Remco ha corso poco e oggi va fortissimo: come si fa a superare il “problema” del passo gara? Soprattutto andrà direttamente a Liegi …

Ha appena completato un ottimo blocco di allenamento e la mancanza di gare non è un problema per lui. L’anno scorso ha fatto un grande blocco di allenamento in quota a Livigno, poi è andato a San Sebastian dove ha vinto “in solitaria”. E’ lo stesso percorso che seguirà quest’anno verso Liegi.

Molta resistenza o anche lavoro esplosivo (intenso)?

Poiché il gruppo proveniva dal Catalogna, abbiamo lavorato su un buon recupero nella prima settimana. A questo è seguito un blocco di molta resistenza, unita a dei lavori più intensi per le due settimane successive.

Dall’esterno ho visto un super feeling tra Masnada e Remco: sarà l’ultimo uomo per la salita? O l’uomo di fiducia?

“Masna” gioca un ruolo fondamentale nella nostra squadra, ma in questo momento ci sono dieci corridori nella lunga lista del Giro. Se passerà questa selezione finale, sarà uno dei corridori che aiuteranno Remco in montagna sicuramente.

Per Anastopoulos, Remco alla Liegi non avrà problemi di ritmo gara. Lo scorso anno dopo essere sceso dall’altura dominò San Sebastian
Per Anastopoulos, Remco alla Liegi non avrà problemi di ritmo gara. Lo scorso anno dopo essere sceso dall’altura dominò San Sebastian
C’è un aneddoto, un fatto durante questo training camp che ti ha colpito molto? 

Non posso dare una buona risposta a questa domanda, ma posso dire che lascio il training camp con un grande sorriso e una grande soddisfazione per il lavoro svolto dai ragazzi!

Seguirai i ragazzi direttamente al Giro d’Italia?

No, sarà il nostro head coach (capo allenatori, ndr) Koen Pelgrim a seguire la squadra per il Giro, visto che io sarò in Sierra Nevada per un ritiro in quota con il team che poi andrà al Tour de France.

Vasilis, ma con tutta questa altura tu andrai più forte dei corridori! Una curiosità: come trascorre il tempo un allenatore in ritiro in quota?

La mattina seguo i ragazzi in allenamento. Dopo l’allenamento devo analizzare la seduta e le schede degli altri ragazzi che alleno in squadra, ma che non sono presenti. Poi programmare la giornata successiva. Quando finisco, è già ora di cena. C’è giusto il tempo di fare quattro chiacchiere con la mia famiglia a casa. Ed è già ora di andare a letto. Quindi non c’è poi molto tempo libero in un training camp in altura!

Poche gare alla vigilia, si punta su allenamento e altura

20.02.2023
4 min
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Poche gare prima dei grandi appuntamenti, la tendenza è questa. Ma perché? L’argomento è piuttosto attuale visto che molti corridori, specie quelli che hanno cerchiato di rosso il Giro d’Italia, passeranno più tempo in altura e in allenamento che in gara.

E questo, a quanto pare, vale anche per i preparatori. Paolo Artuso, coach della Bora-Hansgrohe, quando ci risponde sta giusto per partire verso il Teide.

«Andrò lassù per dare il cambio agli altri preparatori che sono lassù già da un po’. Poi andrò alla Parigi-Nizza e tornerò ancora sul vulcano atlantico». Da queste parole già si può capire molto.

Paolo Artuso
Paolo Artuso (classe 1984) da quest’anno è un coach della Bora-Hansgrohe
Paolo Artuso
Paolo Artuso (classe 1984) da quest’anno è un coach della Bora-Hansgrohe
Paolo, ma cosa succede?

Alla fine ciò che serve è avere più ossigeno a disposizione e l’altura è quel che ci vuole per ossigenare ogni distretto muscolare al meglio. Si sapeva anche prima chiaramente, ma l’obiettivo è avere dei buoni valori del sangue. Valori più alti possibile, in modo legale.

Quindi torna a gran voce l’altura…

C’è poi da considerare che l’allenamento è un processo controllato. Posso lavorare laddove ho più bisogno. Potrei fare cento esempi. Per esempio devo perdere un chilo e mi alleno in un certo modo. Devo migliorare la prestazione dopo le 4 ore di gara e allora farò dei test dopo i 3.000 KJ e lavorerò su questo aspetto. L’allenamento è un continuo aggiustamento: oggi, più domani… più un mese.

Però si è sempre detto che la gara serve. Che l’allenamento che si fa in corsa non si fa a casa o in ritiro.

Ovvio che c’è bisogno degli stimoli della gara. Però è anche vero – ed è questo un passaggio chiave – che se oggi non sei al 100% in gara fai fatica e basta. Ti ritrovi a fare sforzi su sforzi, fuorigiri frequenti e alla fine vai in acidosi.

Anche in quota sul Teide, Roglic ha usato la bici da crono… sui rulli (foto Instagram)
Anche in quota sul Teide, Roglic ha usato la bici da crono… sui rulli (foto Instagram)
Acidosi?

I muscoli diventano acidi e ciò contribuisce alla fatica anche in allenamento. In pratica non sei più costruttivo. I mitocondri, queste famose centraline dei muscoli, non amano un ambiente acido e se questo è addirittura troppo acido si distruggono. Ed è quello che succede se vai in corsa senza essere pronto. Sei sempre a tutta, sempre ad inseguire, sempre in acido lattico. Una volta invece non era così. Andavi alle corse per rifinire la preparazione. Andavi in Oman, per esempio, anche se non eri al top e miglioravi. Adesso invece in Oman ho visto numeri da Giro e da Tour e come fai?

Abbiamo visto che Conci dopo queste prime gare farà molta altura, poi Catalunya e poi altura. Roglic idem e non ha neanche corso. Magari Primoz lo fa perché spesso ha tentennato nella terza settimana e vuol preservarsi?

Ma alla fine se ci pensiamo è lo stesso discorso. Vuole arrivare meglio alla terza settimana. Poi è anche una questione mentale.

Cioè?

Al netto di Roglic, oggi ad ogni rotonda c’è una guerra. Tutti i diesse per radio dicono agli atleti di stare davanti e per ogni minima cosa c’è una lotta. Quindi se corri un po’ meno anche dal punto di vista dello stress ci arrivi un po’ meglio.

Abbiamo nominato Conci e Roglic, in Bora-Hansgrohe avete corridori che puntano al Giro e che correranno poco?

Penso a Vlasov. Dopo la Valenciana è tornato in altura. Poi farà Tirreno, di nuovo altura e Tour of the Alps.

Oggi più che mai il rischio di essere sempre a tutta in gara, spinge gli atleti a ponderare bene le gare da fare
Oggi più che mai il rischio di essere sempre a tutta in gara, spinge gli atleti a ponderare bene le gare da fare
Quindi niente Liegi, niente Ardenne?

Vediamo, ma oggi la differenza la fa la durata dell’altura. Prima si facevano due settimane, adesso se ne fanno tre o quasi tre. Soprattutto nel primo ritiro dell’anno. Anche l’adattamento è diverso. Prima tre giorni, adesso magari sono anche cinque e poi s’inizia con i blocchi di lavoro.

Ecco, hai parlato di lavori in altura. Si diceva che in quota non si facevano specifici e adesso tu parli di blocchi di lavoro e Rota ci dice che fa le volate a 2.500 metri di altitudine…

Quelle di Rota però sono volate di 15”-20” e non sono quelli i lavori che ti “finiscono”. Ciò che ti consuma sono i lavori submassimali di un’ora. Anzi, in altura quel tipo di stimoli di Rota sono ottimi. Ma resta il fatto che oggi devi andare in corsa pronto.

Perché?

Perché si va più forte. Noi lo vediamo con i test. Con certi valori una volta vincevi i Giri, oggi arrivi tra i primi venti. C’è sempre una maggior precisione del lavoro. Io dico sempre ai miei atleti che la prestazione è un insieme di palline. Quella più grande è l’allenamento, perché è la base e se non ti alleni non vai. Poi ci sono le palline più piccole della nutrizione, del riposo, dei materiali… cosa è cambiato: che rispetto ad una volta queste altre palline sono diventate più grandi. Hanno più peso…

Il falso dubbio di Sierra Nevada: l’altura si gestisce così

10.09.2022
4 min
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C’era lo spauracchio di Sierra Nevada, con quei 2.500 metri a turbare teoricamente il sonno di Remco Evenepoel (in apertura nel giorno della gara, con Roglic ancora in corsa). In realtà c’erano anche le parole parzialmente tranquillizzanti del suo allenatore Koen Pelgrim, ma per tenere alta l’attenzione era parso interessante giocare sul dubbio. Come se la montagna e la sua altura potessero portare con sé quel tocco di mistero che rende certe tappe più pericolose di altre.

In realtà la strada ha detto altro. E se da una parte Lopez e Mas si sono avvantaggiati, Evenepoel e Roglic sono saliti più o meno allo stesso passo. Soltanto nel finale il leader della Jumbo Visma ha preso il largo, ma con un guadagno di pochi secondi e ammettendo a sua volta di non aver avuto gambe. Insomma, Evenepoel era giustamente cauto, ma in fondo sapeva che non ci avrebbe lasciato le penne.

Claudio Cucinotta, qui con Battistella, ha compiuto 40 anni a gennaio (foto Astana Qazaqstan Team)
Claudio Cucinotta, qui con Battistella, ha compiuto 40 anni a gennaio (foto Astana Qazaqstan Team)

Conta l’adattamento

Affrontiamo il tema con Claudio Cucinotta, uno degli allenatori della Astana Qazaqstan Team, per capire quanto ci sia di imprevisto in situazioni del genere e quanto in realtà si possano gestire, anche al cospetto di atleti di maggior esperienza e più attitudine a un certo tipo di sforzo.

«In casi del genere – spiega Cucinotta – conta di più quello che hai fatto nelle settimane e nei mesi precedenti rispetto a quello che hai fatto negli anni precedenti. Quindi anche se uno è abituato a correre in altura però nella stagione in corso non ha fatto periodi in quota, non è automaticamente avvantaggiato. Come i colombiani che dopo un po’ perdono l’adattamento. Quindi quello che diceva l’allenatore di Remco è assolutamente vero. Se lui ha lavorato tanto sullo Stelvio e comunque su salite con quote elevate, dal punto di vista fisiologico era adattato per affrontare un arrivo a quote così elevate».

A Sierra Nevada, Evenepoel è arrivato stremato, ma avendo limitato i danni alla grande
A Sierra Nevada, Evenepoel è arrivato stremato, ma avendo limitato i danni alla grande
Quindi attraverso l’analisi dei parametri fisiologici si riesce a capire l’eventuale perdita dovuta all’altura e lavorare per colmarla?

Sì, si riesce a capire percentualmente il calo di rendimento a quote elevate. C’è chi cala di più e chi meno, questo è soggettivo. E facendo un lavoro massiccio, si tratta di variazioni che si riescono ad assorbire e gestire, nel senso che si lavora per ridurre il calo dovuto all’altura. Quindi se ipoteticamente l’atleta mai stato in quota fa una salita di 2.500 metri ed ha un calo, dico a caso, del 10 per cento, allenandosi può arrivare averlo magari del 6 per centro.

Loro hanno sottolineato di aver lavorato sullo Stelvio a ritmo gara.

Sicuramente aiuta a migliorare, ma bisogna dire che l’altura va fatta e valutata in maniera abbastanza attenta. Se io vado in altura ad allenarmi per una gara che si svolgerà a livello del mare, allora dal mio punto di vista lavorare ad alta intensità in quota non ha sempre troppo senso. Viceversa se si lavora per la Vuelta, dove di solito ci sono sempre arrivi in quota, allora ha senso ed è anzi consigliabile lavorare anche ad alta intensità in alta quota. Perché poi è quello che andrò a fare in gara.

Non c’è nulla di casuale nella Vuelta di Evenepoel, dalla preparazione ai minuti dopo gara (foto Quick Step)
Non c’è nulla di casuale nella Vuelta di Evenepoel, dalla preparazione ai minuti dopo gara (foto Quick Step)
Due schemi diversi, insomma.

La prassi è che per preparare una corsa a livello del mare o comunque a quote non elevate, si dorme in alto e ci si allena in basso. Questo rende possibili gli effetti benefici dell’altura sullo stimolo della produzione di globuli rossi. Allenarsi a bassa quota invece non ha le limitazioni della quota, che mi mi impone di ridurre l’intensità. Se però, come dicevamo, devo preparare un evento in alta quota devo anche abituarmi a lavorare in altura ad intensità di gara. Immagino sia quello che hanno fatto.

Quanto deve essere vicino alla gara questo tipo di lavoro?

E’ un adattamento che si perde col tempo. Se ho la Vuelta a fine agosto, devo fare dei richiami. Faccio questi lavori a luglio, non basta averli fatti a febbraio. A volte basta un blocco massiccio d’altura anche a un mesetto dalla gara.

L’avvicinamento alla Vuelta è passato anche per un soggiorno all’Hotel Syncrosfera di Denia, con camere ipobariche
L’avvicinamento alla Vuelta è passato anche per un soggiorno al Syncrosfera di Denia, con camere ipobariche
Dormire in quota fino alla vigilia della gara aiuta a non perdere l’adattamento?

Aiuta a prolungare l’effetto della quota. Normalmente si tende a scendere una settimana prima dell’evento. Ma se per esempio la gara avesse l’arrivo in quota già in partenza allora varrebbe la pena scendere dall’altura a ridosso della partenza.