Età media più bassa, la Dsm ci spiega il suo primato

13.02.2023
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Lo si vede nel calcio, nella Formula 1 e ultimamente anche nel tennis, sport in cui storicamente la componente dell’esperienza giocava un ruolo importante, ma a quanto pare il mondo dello sport è sempre più dei giovani. L’età media in cui si arriva al top, o comunque si raggiunge un grado di competitività più che adeguato, continua ad abbassarsi.

Facendo un’analisi dei team WorldTour è emerso che la squadra più giovane è il Team Dsm. La pulce all’orecchio ce l’aveva messa Alberto Dainese che “dall’alto” dei suoi 24 anni ci aveva detto di essere il dodicesimo uomo più vecchio del team (in realtà è il 13° e ce ne sono 17 più giovani di lui!).

Negli ultimi due Giri U23 molto spesso a gestire la corsa sono state proprio i devo team di Dsm e Groupama (foto Isola Press)
Negli ultimi due Giri U23 molto spesso a gestire la corsa sono state proprio i devo team di Dsm e Groupama (foto Isola Press)

La foto

Da parte nostra, vista la mole e i continui passaggi dalla squadra development alla WorldTour, credevamo che la più giovane fosse la Groupama-Fdj e invece è spuntata la DSM. La squadra francese però resta sul podio.

La classifica vede Dsm in testa con un’età media di 24,2 anni per atleta. Alle sue spalle ecco appunto la Groupama-Fdj con 25,9 anni e poi, e questa è in parte una sorpresa, c’è la Ineos-Grenadiers con 26,6 anni. Dal 2015 la società inglese è quella che più si è ringiovanita. Ma come ci aveva detto Capecchi stanno lavorando bene con i giovani.

Man mano i vecchi leader, da Wiggins a Froome e a fine stagione anche Thomas, lasciano e sono sostituiti dai Carlos Rodriguez, dagli Hayter, dai Pidcock… La differenza però è che la Dsm i suoi atleti se li cresce in casa, con i suoi metodi, i suoi tempi e la sua mentalità. Il continuum è più lineare e il ragazzo arriva nel WorldTour con meno shock.

Ultima curiosità: le stesse continental di Dsm e Fdj-Groupama sono in assoluto le squadre Uci più giovani al mondo con un’età media appena superiore ai 18 anni.

Per conoscere meglio le radici di questo primato del Team Dsm abbiamo chiesto direttamente a Rudi Kemna, direttore sportivo e capo della preparazione, del team olandese.

Rudi Kemna (classe 1967) è stato un ex corridore e oggi è uno dei coach e diesse del Team Dsm (foto Nick Dick)
Rudi Kemna (classe 1967) è stato un ex corridore e oggi è uno dei coach e diesse del Team Dsm (foto Nick Dick)
Signor Kemna, siete il team WorldTour con l’età media più giovane: cosa significa per voi?

Questo dimostra il grande lavoro che stiamo facendo con il nostro programma di sviluppo negli ultimi anni. Complessivamente 18 corridori hanno già fatto il salto dal team development al nostro programma WorldTour. E il fatto che la maggior parte di loro abbia già corso insieme ai più grandi prima del passaggio è molto importante. In più, conoscendo i tempi del programma di sviluppo rende la transizione molto più facile per loro.

In effetti anche Lorenzo Milesi ci aveva detto che sapeva sin dal momento della firma che, salvo intoppi particolari, sarebbe passato in prima squadra l’anno successivo…

Ma anche l’esperienza è una parte importante per noi. Abbiamo corridori come John Degenkolb, Romain Bardet, Alex Edmondson, Patrick Bevin e Martijn Tusveld che possono essere leader ma anche mentori per il gruppo dei giovani. Crediamo di avere una bella esperienza nel nostro roster.

Questo primato è una conseguenza del team di sviluppo dunque. Fa parte di un progetto di continuità?

In effetti, abbiamo alcuni dei migliori corridori U23 nel nostro programma di sviluppo. Con loro stiamo lavorando sulle basi per prepararli a una carriera nel WorldTour… con noi.  Il fatto che 18 di loro abbiano già fatto il salto di categoria dimostra che questo lavoro paga e che i giovani corridori trovano nel nostro team un buon ambiente per imparare e per crescere come atleti e come persone.

Ha parlato di vivaio e di un certo rifornimento al team principale, ma avere un “vivaio” che produce atleti è anche un modo per monetizzare vendendo gli stessi corridori, un po’ come succede nel calcio?

L’obiettivo è portare i corridori più promettenti al nostro programma WorldTour, dove possono costruire un nucleo solido per il successo a breve e a lungo termine. Poi a volte i corridori sono alla ricerca di una nuova sfida, il che è del tutto normale, ma l’obiettivo è rendere la nostra squadra più forte sul momento e anche per il futuro.

Con i suoi 34 anni, John Degenkolb (a sinistra) è il più vecchio del team. Il più giovane è Max Poole, inglese di 19 anni
Con i suoi 34 anni, John Degenkolb (a sinistra) è il più vecchio del team. Il più giovane è Max Poole, inglese di 19 anni
Perché è così importante avere atleti giovani oggi? Ed è sempre un vantaggio?

E’ importante per il successo nel WorldTour e del nostro programma. Possiamo sviluppare corridori lungo il nostro percorso a breve termine e avere poi dei corridori a tutto tondo anche nel WorldTour. Una buona squadra è composta da un buon mix di qualità e capacità che non sono necessariamente legate all’età.

Come fate a sapere quando i ragazzi sono pronti per la prima squadra?

Il nostro programma di sviluppo ha accesso alla stessa infrastruttura dei programmi per uomini e donne. In questo modo automaticamente si preparano ad una vita come corridore da WorldTour. Hanno anche la possibilità di trascorrere del tempo con gli atleti più esperti in alcune gare e nei training camp, facendo domande, ricevendo suggerimenti e consigli e imparando osservando dai più grandi. Il momento in cui un corridore è “pronto” per il salto è abbastanza individuale. Ed è una decisione che l’intero staff prende insieme all’atleta stesso e al team delle prestazioni per vedere cosa è meglio per  il suo sviluppo a lungo termine.

Un lavoro corale dunque…

Abbiamo un ottimo sistema di lavoro nel gruppo di coaching che ci aiuta a trovare il momento giusto. Lavoriamo insieme quotidianamente e cerchiamo di imparare il più possibile gli uni dagli altri. Ecco perché abbiamo una buona idea di dove dobbiamo lavorare con quale corridore e quando è pronto per quale passo.

Per super Realini, strada azzurra fino al Tour de l’Avenir

13.02.2023
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Paolo Sangalli sfoglia il calendario delle trasferte, incrociate con quelle delle sue ragazze. La stagione del WorldTour è iniziata e da questo momento in avanti il programma delle più forti seguirà il corso dettato dai club: il cittì le osserverà, aspettandole sui traguardi concordati. Semmai la sua attenzione si va concentrando sulle juniores e le under 23, le categorie per cui l’intervento dell’attività azzurra può essere provvidenziale.

Il tecnico azzurro è rientrato pochi giorni fa da un altro raduno di Calpe, in cui ha avuto con sé Arianna Fidanza che poi ha vinto ad Almeria e un gruppo di giovani.

Alla Valenciana torneranno su strada Balsamo e Guazzini qui agli europei di Grenchen
Alla Valenciana torneranno su strada Balsamo e Guazzini qui agli europei di Grenchen
Stagione iniziata, con il mondiale di agosto che sta facendo ragionare le squadre e i tecnici…

Già da tempo con Villa abbiamo iniziato a parlare e siamo già sulla stessa lunghezza d’onda. I mondiali fatti a quel modo sono una prova generale per le Olimpiadi e bisognerà conciliare le esigenze dei vari gruppi. In realtà credo che il problema più grande ce l’abbia proprio la pista. Il Tour Femmes finisce il 31 luglio e mi pare che le prime prove dell’inseguimento saranno il 2 agosto. E’ un calendario complesso…

Anche perché delle ragazze del quartetto parecchie faranno il Tour.

Esatto. Penso alla Guazzini, che corre in una squadra francese e punta alle cronometro, con il Tour che ha l’ultima tappa proprio contro il tempo. Anche Elisa Balsamo ha detto che farà il Tour e non il Giro. Il quadro è questo, anche se da qui ad agosto può succedere di tutto, ma i programmi al momento sono questi. Sarebbe bastato mettere una settimana fra le gare su pista e quelle su strada e non avremmo avuto problemi.

Continuerai a seguire le ragazze nelle loro corse?

Andrò a vedere le gare, questo lo farò sempre. Ma farò anche tanta attività con le junior. Parto dalla Gand-Wevelgem. Poi a fine aprile faccio un’altra gara di tre giorni, la Van Morseel in Olanda. Ai primi di maggio vado al Giro d’Occitania e alla fin del mese, il Giro delle Fiandre messo quest’anno. Poi faccio un raduno premondiale, ma questo sarà comune alle tre categorie, ovviamente per tutte le ragazze che non sono impegnate a correre. E’ un po’ come avere una casa comune per tutte.

Eleonora Gasparrini è passata al UAE Adq Team e sarà riferimento nel blocco U23 (foto Instagram)
Eleonora Gasparrini è passata al UAE Adq Team e sarà riferimento nel blocco U23 (foto Instagram)
E dopo il mondiale?

Dopo il mondiale si ricomincia. Novità di quest’anno per le under 23 è il Tour de l’Avenir di fine agosto. Si correrà anche per club, ma daranno la precedenza alle nazionali, anche perché nei programmi delle squadre di club non l’ho ancora visto.

Di quali ragazze parliamo?

Potrei parlare di Gasparrini e di Gaia Realini. Oppure Piergiovanni, Cipressi e Ciabocco. Ne abbiamo tante, capito? E poi chi fa l’Avenir potrebbe fare l’europeo, perché l’arrivo potrebbe essere impegnativo. Per questo dalla Francia non le mando a casa. Facciamo un altro raduno, adesso vediamo dove. E poi andiamo in Olanda a fare una gara che c’è sia per le le junior, sia per le under 23: la Watersley Ladies Challenge dal 15 al 17 settembre. E poi da lì, sono 200 chilometri e andiamo a Emmen, nella zona del Drenthe, dove ci saranno gli europei. Non sarà il solito piattone, l’arrivo sarà in cima alla discarica e potrebbe cambiare tutto. Una bella attività quest’anno.

Quindi non c’è pericolo che dopo il mondiale cali un po’ la tensione…

Proprio no. Anzi, forse il calendario è meglio dopo che prima. Anche perché il mondiale delle U23 resta una corsa strana. Per correrlo dovranno entrare in squadra con le elite e bisognerà dimostrare di essere all’altezza.

L’azzurra Eleonora Ciabocco è parte integrante del gruppo delle U23 di Sangalli (foto El Toro Media/DSM)
L’azzurra Eleonora Ciabocco è parte integrante del gruppo delle U23 di Sangalli (foto El Toro Media/DSM)
Sembra di capire che avrai da fare più con juniores e U23 che con le elite…

Proprio così. Le grandi hanno già il calendario strapieno, quindi non ci sarebbe neanche lo spazio di portarle a correre. Potrei andare dove non c’è la UAE, ma dove non ci saranno loro, ci sarà la ex Valcar che ora è il loro Devo Team. Una realtà interessante, perché con Villa ancora al comando, capisci che l’impronta della Valcar resta quella.

Punterai su juniores di secondo anno o cerchiamo anche le più giovani?

Entrambe, anche perché pare ci sia una bella infornata venuta su dalle allieve. All’inizio bisognerà affidarsi alle osservazioni dell’anno scorso e alle sensazioni più dirette dei direttori sportivi, chiedendo quello che hanno visto in allenamento. Poi con le gare, piano piano si comincerà a selezionare e a capire quello che c’è. Con le juniores punto a fare una bella esperienza azzurra, perché sono diverse dai coetanei uomini. I maschi magari passano U23, le ragazze invece si ritrovano sparate fra le elite.

In altri sport si nota che le ragazze del 2005-2006 pagano il periodo fermo del lockdown: ti risulta che accada anche nel ciclismo?

Purtroppo sì, lo stiamo pagando caro anche noi, anche se spero di essere smentito. Nelle società più piccole, tanti erano impreparati. Magari non avevi neanche il ciclomulino o i rulli. Solo alcune hanno avuto la fortuna di trovarlo e solo poche in casa avevano una cultura sportiva. Comunque non mi lamento, c’è tanto lavoro da fare. E poi c’è anche la volontà di qualche squadra di fare attività all’estero. Quindi magari in qualche gara oltre alle sere azzurre, ce ne saranno altre sei per fare esperienza.

Nella spedizione azzurra di Calpe, c’era anche Federica Piergiovanni (foto Instagram)
Nella spedizione azzurra di Calpe, c’era anche Federica Piergiovanni (foto Instagram)
Prossima trasferta del cittì alla Valenciana?

Ci saranno da vedere la Balsamo, ci sarà la Guazzini e un po’ di altre ragazze. Oltre all’importanza di vedere le corse dal vivo, credo che sia importante anche la vicinanza. Non sono il tecnico che compare 15 giorni prima del mondiale, anche se con le squadre italiane e con le straniere già a dicembre avevo definito tutti i programmi.

Programmi condivisi?

Per forza. L’anno scorso avevo detto un mese e mezzo prima che ai mondiali avrei dato una maglia azzurra alla Bertizzolo, se avesse fatto il percorso che avevo indicato. Insomma, la sua squadra ha accettato e abbiamo visto mondiale ha fatto… 

L’impresa (impossibile?) di dirottare Pidcock sul Tour

12.02.2023
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Bernal non si sa quando e se tornerà ai livelli migliori. Osservandolo da vicino alla Vuelta a San Juan, la sensazione che il colombiano abbia ancora tanta strada da fare è stata piuttosto netta. Tuttavia, considerando il punto di partenza e il fatto che abbia davvero rischiato di non poter più nemmeno camminare, è superfluo dire che gli vada lasciato il tempo necessario per riallacciare tutti i fili. Nel frattempo però, cosa fa il team Ineos Grenadiers? Nel gruppo si dice che forse solo Pidcock, 23 anni, potrebbe essere all’altezza di un’investitura.

Lo squadrone dei 7 Tour, 3 Giri e una Vuelta negli ultimi 10 anni per la prima volta l’anno scorso è andato in bianco e l’assalto deciso al contratto di Evenepoel fa capire che perdere altro tempo non è una delle opzioni più gradite. Ma Lefevere sa scrivere i contratti cui tiene maggiormente, così Remco non si è mosso e forse non aveva neppure l’intenzione di farlo.

Sfogliando l’organico della squadra e i programmi stilati per il Giro ed il Tour, vedremo Geraint Thomas e probabilmente Arensman, al Giro mentre Bernal, Martinez e Pidock andranno al Tour. Della Vuelta parleranno poi.

Alla Vuelta a San Juan, Bernal ha iniziato a muovere i primi passi nella stagione
Alla Vuelta a San Juan, Bernal ha iniziato a muovere i primi passi nella stagione

Pidcock e le distrazioni

Con Dario Cioni abbiamo provato a sbirciare nelle carte della squadra britannica, per capire quali considerazioni si facciano dietro le porte chiuse sui corridori che potenzialmente potrebbero diventare grandi nelle corse di tre settimane. Il punto di inizio è Pidock, per la sensazione che ci rimase addosso vedendogli dominare il Giro d’Italia U23 nel 2020.

«Tom – dice Cioni – è uno che se ci mette la testa, potrebbe far delle belle cose. E’ uno su cui si sta lavorando, ma è vero che dal suo punto di vista lui rimane quello un po’ eclettico che vuole far tutto. Stiamo studiando sul discorso dei Giri, quindi la vostra impressione è corretta.

«E’ uno che riesce a mentalizzarsi bene sul singolo appuntamento e comunque non rinuncia alle sue mille cose. Nel senso che continuerà a fare le varie altre cose, perché comunque questo fa parte del suo essere. Come scuola, siamo sempre stati favorevoli a non snaturare completamente le attitudini dei corridori, soprattutto se arrivano a un certo livello. Per cui il pistard continua a fare pista e nel caso di Tom ci sarà ancora la mountain bike. Senza scordarsi che da questo punto di vista, Ineos ha raddoppiato prendendo Pauline Ferrand Prevot. Comunque Grenadier è un prodotto offroad, quindi non è seguire un suo capriccio, perché alla fine lui è il campione olimpico».

I mondiali d’agosto

Il calendario di Pidcock diventa quindi centrale, alla luce delle necessità di chi corre preparando il Tour de France. In questo la coincidenza fortunata del mondiale in Scozia subito dopo il Tour sarebbe per Tom il lancio ideale.

«Il mondiale infatti – spiega Cioni – è il minore dei problemi, perché facendoli dopo il Tour, avrà piena libertà. In ogni caso, Pidcock avrà un calendario molto flessibile. L’anno scorso era partito con l’idea di fare il Giro, poi era finito al Tour. Quest’anno magari, mettendo più di enfasi sul discorso Tour, si può parlare di investimento sul futuro. Da quello che abbiamo visto nel 2022 pensiamo che possa avere buone possibilità anche nelle corse a tappe. Quindi se l’anno scorso era stato un primo approccio al Tour, quest’anno sarà più strutturato, ma accanto ci saranno comunque Bernal e Martinez».

Le dinamiche di squadra

Il problema di Pidcock è la sua ritrosia apparente di farsi ingabbiare nelle logiche di una sola specialità. Vince nel cross, pur avendo ammesso di non avere il livello di Van der Poel e Van Aert. Vince nella mountain bike, al suo attivo due mondiali e le ultime Olimpiadi. Sta imparando a vincere le classiche, con una Freccia del Brabante e il secondo posto all’Amstel. E l’anno scorso, al debutto nel Tour, ha vinto sull’Alpe d’Huez.

«Alla fine anche lui – dice Cioni con il necessario realismo – dovrà inserirsi nelle dinamiche della squadra. Lui va forte in salita, ma la crono sarà un elemento su cui lavorare. L’anno scorso è stata un po’ sottovalutata per i mille impegni. Però adesso, nell’ambito della sua crescita verso il Tour, è chiaro che acquisisca importanza. Alla fine però sono progetti lunghi, bisogna avere pazienza. Non puoi fare tutto in un colpo. Diciamo che la crono fa parte probabilmente del cammino per step che abbiamo impostato».

Thomas e Hayter

Accanto a Pidcock, la Ineos Grenadiers ha altri nomi su cui lavorare. Uno, Geraint Thomas, è quello più concreto, che per il 2023 – stimato come l’anno del ritiro – ha scelto il Giro d’Italia. Gli altri tre sono Leo Hayter, Geoghegan Hart e Arensman, di cui si parlava giusto ieri con Tosatto.

«Il piccolo Hayter – spiega Cioni – è uno su cui si può ragionare in chiave grandi Giri, ma diamogli tempo perché è appena arrivato, quindi non starei ora a mettergli pressione. Suo fratello invece è talentuoso, ma lo vedo più sul fronte delle classiche. E poi c’è Arensman, che è stato preso anche per questo. Al Giro abbiamo una garanzia come Geraint Thomas, che però in teoria è all’ultimo anno e anche questo devi tenerlo in considerazione. Il Giro è stato una sua scelta e noi tendenzialmente appoggiamo le scelte dei corridori, specialmente a quel livello. Poi gli altri magari proviamo a incastrarli nei vari progetti».

Gli over 30 e il nuovo ciclismo. Riflessioni con Brambilla

12.02.2023
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«Il ciclismo è cambiato, ma è anche giusto che sia così. Solo che è successo tutto quando ero già over 30 ed è difficile poi adattarsi. Noi della generazione nata tra il 1987 e il 1990 abbiamo subito tanto questa cosa». Questa frase, che ci ha fatto riflettere parecchio, è di Sacha Modolo. Si parla non solo di cambiamento, implicitamente di stimoli, di generazioni. A quella fascia di età appartiene anche Gianluca Brambilla (in apertura foto Instagram).

Gianluca è uno dei professionisti italiani più esperti. Il vicentino va per i 36 anni ed è proprio un classe 1987. E con lui vogliamo approfondire e commentare questo tema.

Il corridore della Q36.5 dopo un ottimo inverno da un punto di vista della preparazione oggi avrebbe dovuto debuttare in vista della 15ª stagione da pro’, ma… «Ma è successo che sono venuto qui in Portogallo, super motivato, con una voglia pazzesca. Non correvo da agosto, ho iniziato ad allenarmi ad ottobre, ma ho preso la febbre e mal di stomaco».

Era il 2010 e una banda di ragazzini terribili si affacciava al professionismo. I grandi campioni erano Basso, Contador, Schleck, Evans…
Era il 2010 e una banda di ragazzini terribili si affacciava al professionismo. I grandi campioni erano Basso, Contador, Schleck, Evans…
Gianluca dalle tue parole e dal tuo tono di voce sembri avere ancora fame…

Fame di brutto! Ne ho tanta perché non correvo da agosto, perché sono in questa nuova squadra e in un ambiente nuovo. Avevo una gran voglia di dimostrare qualcosa. Anzi più che dimostrare qualcosa di aiutare la squadra.

Partiamo dalla frase di Modolo, cosa ne pensi?

Posso dirvi ciò che ripeto spesso ai giovani di questa squadra e non solo. L’altro giorno ero in bici con Covi e gli ho detto che mi dispiace che i giovani di oggi non abbiano vissuto il ciclismo che ho vissuto io all’inizio della mia carriera. Ai miei tempi il ciclismo andava oltre i numeri, i risultati…e parlo soprattutto del ciclismo fuori dalle corse. Vi faccio un esempio…

Vai…

Ricordo un Giro del Trentino. Io ero alla Bardiani. Per alcune sere capitammo in un hotel disperso non so dove dalle parti di Dimaro. E nello stesso hotel c’erano anche altre squadre, tra cui la Lampre. Passavamo le serate su un dondolo. Ma facevamo le undici e mezza, mezzanotte… tanto che ad un certo punto dovevamo quasi imporci di andare a letto! C’erano Scarponi, il meccanico Pengo, Stortoni… oggi queste cose non si vivono più. E’ impensabile.

Negli “anni 10” del 2000 la Sky ha stravolto il mondo del ciclismo con i suoi nuovi metodi
Negli “anni 10” del 2000 la Sky ha stravolto il mondo del ciclismo con i suoi nuovi metodi
E come è avvenuto questo cambiamento?

Io credo ci siano stati due grossi spartiacque. Il primo è quello dell’avvento di Sky e del metodo anglosassone. Loro hanno portato e sviluppato idee nuove, metodologie basate su recupero e un certo modo di correre. Da quel momento, con questo protocollo più rigido sono iniziati a sparire i corridori dagli hotel. Subito in camera con le calze a compressione, riposo, recupero, i film in camera…

E il secondo?

Il secondo spartiacque è stato la pandemia, da quel momento si è iniziato ad andare fortissimo, ma sinceramente non so perché, qualcosa di certo è cambiato. Per esempio, anche in questi giorni i miei compagni mi hanno detto che alla Valenciana hanno fatto numeri impressionanti, tipo 7 watt/chilo sulle salite. Roba da Tour de France. Credo li abbia pubblicati anche Tao Geoghegan Hart. Su una salita, quando si è messa a  tirare la Bora-Hansgrohe ha fatto 7,3 watt/chilo… cose folli, tanto più se si pensa che siamo a febbraio. Io ricordo che Simoni riprendeva la bici a febbraio e poi vinceva il Giro.

Oggi sarebbe fuori dal mondo…

E’ cambiato tutto. Non so se sia la tecnologia, i materiali… Però il lato umano deve esserci ancora. E vedo che i ragazzi sono troppo legati ai numeri.

Alla Valenciana numeri monster, soprattutto durante il forcing della Bora-Hansgrohe
Alla Valenciana numeri monster, soprattutto durante il forcing della Bora-Hansgrohe
Come ha fatto Gianluca Brambilla ad adattarsi?

Credo dipenda dal mio carattere. Io vado d’accordo un po’ con tutti. Penso positivo e mi pongo in modo positivo anche se magari sono nero come il carbone… come in questo momento! Un inverno passato ad allenarmi e 24 ore prima del via mi ammalo. E poi anche a livello di comunicazione me la cavo. Ho un buon inglese e questo mi ha aiutato ad integrarmi. Alcuni miei ex colleghi non hanno avuto fortuna quando sono stati fuori anche perché non riuscivano ad integrarsi e, anzi, in alcuni casi non capivano cosa gli dicessero i diesse. 

Tra un Brambilla classe 1987 e un corridore classe 2002 ce n’è di differenza. Quest’anno ci ha colpito per esempio vedere i ragazzi della Bardiani scendere a colazione con la App in mano che gli diceva le quantità da mangiare. Diciamo la Bardiani perché li abbiamo visti dal vivo, ma lo fanno anche altri. Non è una critica…

Forse lo fanno perché spesso ci sono atleti troppo giovani, in pratica degli juniores e non sanno cosa mangiare. Io non ho mai usato queste App, ma so che altri team lo fanno. Sono un po’ restio a questo genere di cose. Per me i ragazzi devono fare esperienza e conoscersi. E in questo molto conta anche la scuola (ciclistica, ndr) di provenienza, io ho fatto 4 anni da dilettante. E lì impari per esempio che quando sei alle corse se hai fame devi mangiare. Se vai in crisi di fame in allenamento, poco male, ma in corsa resti fuori dai giochi. Credo che certe App siano legate soprattutto ad un discorso di controllo da parte della squadra: “Facci sapere cosa mangi, vediamo come vai e acquisiamo dei dati”. Anche noi in Q36.5 siamo monitorati durante il sonno e poi tutti i dati vengono caricati su TrainingPeaks. Ripeto, io ho fatto il dilettante ed è lì soprattutto che ho imparato come si fa il ciclista. Poi è anche vero che d’imparare non si finisce mai. E non si deve finire mai.

App per capire quanto e cosa mangiare, molti team le usano oggi
App per capire quanto e cosa mangiare, molti team le usano oggi
Imparare dunque è uno stimolo?

Sicuro… ed è anche una necessità. Ma deve essere un cambiamento e non uno stravolgimento. Parlo di accorgimenti. Per esempio la posizione in bici. Ci sono nuovi materiali, mi adatto in un certo modo. Oppure i calendari con delle “corse nuove”. Quest’anno ho come obiettivo stagionale il Giro di Svizzera. E’ bello, è diverso, è nuovo. Prima ci si era sempre preparati per il Giro, la Vuelta

Quelli della tua generazione hanno vissuto il “vecchio ciclismo” quello di trasformazione e quello super moderno: secondo te quando Modolo tirava in ballo quella specifica classe di età a cosa si riferiva?

Io credo che nel ciclismo di una volta il talento in qualche modo emergeva, veniva esaltato. E “Saka” era uno di quelli col talento. Se uno bravo era al 90% o faceva la vita del corridore al 90% ma aveva talento in qualche modo alle corse si toglieva qualche soddisfazione. E’ successo anche a me. Non eri costretto a soffrire in un certo modo in allenamento. Eri al 85-90% andavi alle corse e arrivavi al 100%. Oggi se vai alle corse e non sei al 110%, e badate ho detto 110, ti stacchi. Quando perdi 35” perché ti fermi a fare pipì per rientrare è un problema. E il risultato non lo cogli. Adesso è il contrario: se non vai alle corse super pronto vai sempre più piano, fai solo fatica perché non recuperi. Una volta andavi alle corse per migliorare, per affinare la preparazione. E c’è un’altra cosa che per me ha inciso parecchio.

Quale?

Oggi anche il gruppetto guarda i watt e va su in un certo modo e anche il gruppetto non va piano. E questo credo che nel caso di un corridore come Modolo ti faccia soffrire sempre. Faccio un ipotesi… non voglio criticare nessuno. Sia chiaro!

Brambilla: «In allenamento bisogna soffrire di più» (in foto Germani – Nicolas Gotz / Équipe cycliste Groupama-FDJ)
Brambilla: «In allenamento bisogna soffrire di più» (in foto Germani – Nicolas Gotz / Équipe cycliste Groupama-FDJ)
Rispetto a te i giovani che sono nati col ciclismo della tecnologia “soffrono” di meno questa vita?

Sì. Io ho iniziato che c’era il cardiofrequenzimetro. Ho iniziato ad usare il potenziometro al terzo anno da pro’, quando ero in Quick Step. Oggi ce lo hanno da allievi e questo è un vantaggio. Non è una brutta cosa perché comunque ti alleni meglio, hai le tue zone di riferimento. Sono loro che ci insegnano queste! In Q36.5 tengo molto ai giovani e cerco di tramandargli altri aspetti come la gestione della vita del corridore, perché sul fronte degli allenamenti sanno già tutto. 

Cosa intendi?

Vedo che spesso vanno in confusione per le cose più semplici come la programmazione di un viaggio, l’abbigliamento da mettere in valigia… Oppure, per esempio, si sa che il cappuccino prima della gara non è il massimo allora gli suggerisco di prenderlo il giorno dopo. Ma la differenza maggiore è a casa: tra allenamenti e ritiri è più dura, perché alla fine quando sei in corsa fare un certa vita ti viene facile.

Tizza, il perfetto Cicerone per gli italiani della Bingoal

12.02.2023
5 min
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C’è un angolo di Belgio che man mano si sta colorando di verde, bianco e rosso. Si tratta della Bingoal WB, la professional vallone che da un paio d’anni sta accogliendo corridori italiani. Il primo a “mettere piede” in Belgio è stato Marco Tizza, e uno dopo l’altro ne sono arrivati degli altri. Da Attilio Viviani, per metà stagione 2022, a Malucelli. Una bella novità è rappresentata anche dall’approdo di Spezialetti, uno dei primi diesse non belgi del team. 

Tizza Liegi 2022
Tizza è approdato nel 2022 alla Bingoal ed è stato il primo italiano nella professional belga
Tizza Liegi 2022
Tizza è approdato nel 2022 alla Bingoal ed è stato il primo italiano nella professional belga

Porte aperte

Il tour della Bingoal WB lo facciamo quindi con il corridore brianzolo, arrivato nel team lo scorso anno, dopo i contatti avvenuti nell’autunno della stagione precedente. 

«Sinceramente – attacca Tizza mentre si prepara per uscire ad allenarsi – preferisco il Belgio rispetto all’Italia. Se guardo a quella che è stata la mia esperienza, posso dire che si riesce a fare più gruppo ed i diesse sono più coinvolti. Da noi sono tutti un po’ più individualisti. In squadra c’è un gran bel rapporto, arrivavo da sconosciuto, ma mi sono fatto subito apprezzare. Un’altra cosa bella è che non partono con pregiudizi, o comunque fanno presto a cambiare idea. Non sono stato tantissimo in Belgio, anche perché, viste le mie caratteristiche fisiche (Tizza pesa 60 chili ed è alto poco più di un metro e 70, ndr), non sono un corridore da pavé. Sono sempre rimasto non più di una settimana, prima per preparare Liegi e Freccia e poi per il Giro del Belgio. E’ un Paese che mi piace molto, dedicato al ciclismo e molto accogliente, anche se a me piacciono le salite e lì non ce ne sono molte (ride, ndr)».

Malucelli ha esordito bene con la nuova maglia secondo nell’ultima frazione del Saudi Tour dietro Consonni
Malucelli ha esordito bene con la nuova maglia secondo nell’ultima frazione del Saudi Tour dietro Consonni

Si parla francese

Dopo un anno intero con la maglia della professional belga Tizza è pronto per accogliere Malucelli e il diesse Spezialetti. 

«La Bingoal – continua – è una professional ottimamente organizzata. C’è un altro modo di allenarsi e di lavorare ma non è difficile adattarsi. Sono contento che sia arrivato Malucelli, è bello trovare qualcuno che conosci già e per di più italiano. Io e lui abbiamo corso insieme nel 2015 al Team Idea 2010, nel corso del tempo non ci siamo mai persi di vista. Appena ho saputo che era uno dei candidati per venire da noi sono stato contento. L’anno scorso non mi sono sentito escluso, anzi, ma ogni tanto mi sarebbe piaciuto avere qualcuno con il quale parlare italiano.

«Alla Bingoal si parla in francese, essendo valloni, ma i diesse in radio traducono in inglese. Dopo un anno posso dire che il francese lo capisco, ma non lo parlo. Motivo per il quale ogni tanto mi sono sentito un po’ distante. Quando è arrivato Attilio (Viviani, ndr) sono stato felice, non lo conoscevo ma abbiamo legato subito. Tant’è che ancora oggi ci sentiamo spesso».

Alessandro Spezialetti (a destra) dopo una vita in Italia ha deciso di intraprendere questa nuova sfida alla Bingoal
Alessandro Spezialetti (a destra) dopo una vita in Italia ha deciso di intraprendere questa nuova sfida alla Bingoal

Allenamenti differenti

Una nuova squadra vuol dire, spesso, nuovo metodo di lavoro, soprattutto se questa è straniera. Come si allenano i belgi della Bingoal?

«Direi – racconta Tizza – che è stato uno dei passi più difficili che ho fatto. Loro qui si allenano in un’altra maniera, vanno a tutta dall’inizio alla fine. Io che peso dieci chili in meno l’ho sofferto un po’ all’inizio – dice ridendo – “Malu” penso si sia adattato meglio. Ora andrà in ritiro con la squadra perché non ci sono corse e gli toccherà pedalare forte. Infatti, scherzando, mi dice che preferisce correre così si stanca meno, io gli ho detto che deve essere contento di andare in Spagna, almeno sta un po’ al caldo, a casa sua nevica!

«Però è vero che i belgi “menano” sempre, in particolare quando durante un allenamento incontrano altre squadre. Lì partono delle bagarre incredibili, secondo me a Malucelli faranno bene questi ritmi, lui è un velocista e deve abituarsi a tenere duro. Anche in ritiro eravamo spesso a tutta, ma poi alla prima gara in Arabia per un pelo non vincevamo (i due sono insieme alla partenza della prima tappa del Saudi Tour nella foto di apertura, ndr). Siamo partiti troppo indietro con il treno, ho provato a portarlo fuori ai 600 metri ma era troppo tardi. Però iniziare così dà fiducia».

Correre nelle stradine del Belgio è estremamente difficile, ci vuole un periodo di adattamento (foto Instagram/Marco Tizza)
Correre nelle stradine del Belgio è estremamente difficile, ci vuole un periodo di adattamento (foto Instagram/Marco Tizza)

Nuovi orizzonti

Ce lo aveva raccontato anche Spezialetti, la Bingoal vuole espandere il proprio raggio d’azione. L’arrivo dei due italiani fa intendere proprio questo e anche Tizza conferma.

«La squadra – conclude – vuole crescere ed ampliare il proprio calendario. Facciamo tutte le corse WorldTour in Belgio e Francia, ora vogliamo correre anche in Italia. Ai miei compagni il nostro Paese piace moltissimo, c’è sempre una gran battaglia per entrare nella selezione. Amano il cibo e il clima. A loro invece invidio i tifosi e la cultura del ciclismo, ad ogni corsa c’è sempre tantissima gente sulle strade ed al pullman. Anche se non siamo un team WorldTour i tifosi vogliono foto ed autografi. Poi sulle strade quando ci alleniamo è un continuo salutare, una festa infinita.

«Una cosa alla quale Malucelli dovrà abituarsi sono le corse, questi sono matti (ride, ndr) Sono tutti mezzi crossisti e non esiste erba o terra che non calpestino con le ruote, anche in corsa, si “lima” dall’inizio alla fine. Correre su queste strade è molto stressante a livello psicologico, dovrò fare da tutore al povero Malu! Non sa quello che lo aspetta (ride di nuovo, ndr)».

Emirati, si corre nel deserto: ventagli in agguato…

12.02.2023
4 min
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Dici UAE Tour e pensi ai ventagli. Quest’anno in corsa non ci sono solo gli uomini, negli Emirati Arabi Uniti si stanno dando battaglia le donne (nella foto di apertura) e giusto l’altro ieri il vento e i ventagli l’hanno fatta da padroni. Atlete sparse ovunque. Sabbia che tagliava le grosse lingue d’asfalto del deserto.

Scenari tosti, scenari che conosce bene, molto bene, Daniele Bennati. L’attuale cittì era stato leader della nazionale nel famoso mondiale del Qatar nel 2016. E a dargli i gradi di capitano furono soprattutto la sua capacità di correre nel vento e la sua dimestichezza con certi territori.

Bennati con a ruota diversi belgi (tra cui Boonen) al mondiale del 2016. “Benna” era un riferimento anche per gli avversari
Bennati con a ruota diversi belgi (tra cui Boonen) al mondiale del 2016. “Benna” era un riferimento anche per gli avversari
Daniele, partiamo proprio da quel mondiale: cosa ricordi di quella di quella corsa? 

In realtà non ero il leader della squadra, ero il regista designato da Davide (Cassani, ndr). Ero il suo uomo di fiducia, quindi in quell’occasione avevo il compito di guidare la squadra, soprattutto dal momento in cui fossimo entrati nel deserto. C’era un punto in cui si girava a destra e si sapeva che il Belgio avrebbe potuto fare la differenza.

Ecco, hai detto praticamente tutto: “Si girava a destra, c’era il deserto”… Basta una curva perché cambi tutto. Come si corre da quelle parti? E quanto è importante la squadra?

Innanzitutto bisogna avere delle caratteristiche particolari per correre in quelle condizioni. Io ero un po’ uno specialista. Tutti avevano quasi il timore del sottoscritto quando si affrontavano quelle tappe e quel tipo di gare. Pertanto ero anche un punto di riferimento per il gruppo e infatti me ne ritrovavo anche dietro di gente a controllarmi! Poi con l’età, non ero un ragazzino, avevo acquisito tanta esperienza. Sembra banale, ma nel vento non è solo una questione di gambe. E’ anche e soprattutto una questione di esperienza: sapersi muovere in quei frangenti, saper cogliere l’attimo giusto per entrare in testa nella curva decisiva prima che si crei il ventaglio decisivo….

Ventaglio, forse la parola chiave…

La mia prima gara da quelle parti la feci nel 2002: era il Tour of Qatar ed era la prima edizione. E per tanti anni ho sempre fatto Qatar e Oman, Qatar e Oman… Quindi a febbraio andavo là e ci restavo quasi un mese. E sì, laggiù la difficoltà maggiore è quella dei ventagli. Ed è molto più problematico rispetto a quando si creano in Francia o in Italia.

Perché?

Perché da noi è una situazione variabile, non tutti sanno quando e come può avvenire. Da quelle parti invece, in quella determinata tappa, tutti sanno che quando si arriva al “chilometro X”, a quella tale curva, il gruppo si spacca.

Prima dei punti nevralgici, dove si sa che girerà il vento, c’è una vera lotta per le posizioni. Una volata continua
Prima dei punti nevralgici, dove si sa che girerà il vento, c’è una vera lotta per le posizioni. Una volata continua
Come fa a spaccarsi il gruppo se tutti lo sanno?

Ritorno al discorso che facevo prima: non basta una grande condizione, ma anche la capacità di muoversi in certe situazioni. Le gambe ci vogliono sempre, sia per farsi trovare davanti nel punto X, sia per rimanerci una volta che si è aperto il ventaglio. E poi serve la squadra, altro fattore fondamentale. Perché tu puoi essere forte da solo, ma se non hai due, tre o anche quattro compagni di squadra che viaggiano sulla tua stessa lunghezza d’onda non è facile. O sei Cancellara, che aveva una potenza enorme, oppure Sagan che rientra da solo nel ventaglio buono  – e va vincere il mondiale – o si fa dura. Devi avere il supporto di qualche compagno. Saper sfruttare gli altri non è così facile.

Quindi il punto X, quella curva… diventano un po’ come quando si avvicina un settore di pavè della Roubaix o un muro del Fiandre, c’è una volata…

Sì, sì, c’è un tatticismo vero e proprio. Mettiamo che prima di arrivare al punto X c’è vento contrario, è chiaro che tu non puoi stare davanti, devi sfruttare i tuoi compagni. Il problema è che lo sforzo maggiore lo fai nel chilometro prima di arrivare al punto X. In quel momento è una volata continua e una guerra di posizioni, perché se entri nel punto X, trentesimo o quarantesimo sei già fuori. Devi essere nelle prime 15 posizioni. Sono quelli che per primi si mettono a ventaglio, ma posto per tutti non c’è sulla strada e per forza di cose qualcosa succede. Quel chilometro dunque è una sorta di arrivo.

Secondo te i rapporti super lunghi di oggi incidono tatticamente?

Faccio una premessa: io non sono d’accordo con questi rapporti così lunghi per una questione di sicurezza. Si va troppo forte. Comunque sì: incidono assolutamente. Quando hai vento favorevole e laterale, se hai il 58, il 56 cambia parecchio, hai qualche possibilità in più di stare davanti. Ma poi, ripeto, devi avere gamba e ti devi saper muovere.

Elisa e Gaia regine a Jebel Hafeet. Un piano ben riuscito

12.02.2023
5 min
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«Questo è il modo di vincere che ognuna di noi sogna di fare». Elisa Longo Borghini taglia il traguardo di Jebel Hafeet tenendo per mano Gaia Realini ed indicandola qualche metro dopo. E’ il trionfo della coppia della Trek-Segafredo in vetta alla montagna totem del UAE Tour Women nella terza tappa, nella quale Silvia Persico completa un podio tutto italiano.

Elisa rende merito a Gaia appena dopo l’arrivo e fa bene. Intanto perché con questa vittoria la 31enne di Ornavasso ipoteca anche il successo nella generale (le due compagne sono divise da soli 7”). Poi perché l’abruzzese ha dimostrato subito di essersi calata nella parte di perfetta donna-squadra al servizio della propria capitana durante quegli ultimi 10,8 chilometri di salita, in cui ogni avversaria ha dovuto alzare bandiera bianca.

Elisa prende per mano Gaia per il meritato arrivo in parata
Elisa prende per mano Gaia per il meritato arrivo in parata

Tattica rispettata

Dopo aver aperto la stagione coi due secondi posti di Amanda Spratt al Tour Down Under e alla Cadel Evans Great Ocean Race, era facilmente intuibile che la Trek-Segafredo fosse volata negli Emirati per puntare alla generale, possibilmente con una vittoria di tappa, nella terza corsa del calendario WorldTour. E a quel punto che volesse fare la gara nella frazione regina era evidente da tante cose.

Nelle due precedenti frazioni per velociste sembrava che la formazione guidata da Paolo Slongo avesse fatto le prove generali coi ventagli. La recita vera e propria è andata in scena ieri. Backstedt, Hanson e Sanguineti hanno menato in pianura, specie quando hanno saputo che nella rete dei ventagli erano finiti pesci grossi.

Sanguineti è stata preziosa nei ventagli e nella tattica prevista da Slongo
Sanguineti è stata preziosa nei ventagli e nella tattica prevista da Slongo

«Durante la riunione mattutina – spiega Slongo – avevamo detto che nei punti in cui c’era il vento dovevamo essere davanti e attenti. Se poi qualche squadra avesse promosso anche un’azione degna di nota, dovevamo contribuire dando continuità. E così è stato. Quando abbiamo visto che si era staccata la Cavalli con tutta la Fdj-Suez e successivamente anche la Lippert con la sua Movistar, abbiamo dato ancora più forza a questa azione.

«La salita è andata come volevamo – continua il tecnico trevigiano – anche se le cose non vanno sempre come le progetti. Volevamo lasciar fare il passo agli altri e se avessero fatto un ritmo troppo basso, avremmo preso in mano noi la situazione. Ad un certo punto Elisa ha deciso che il passo doveva essere più alto e Gaia si è messa davanti. Quando sono rimaste da sole hanno dato tutto per guadagnare il più possibile fino all’arrivo. A pochi metri dal traguardo ho dato l’ordine via radio alle ragazze che si parlassero e decidessero fra loro. Elisa voleva che vincesse Gaia però alla fine è andata come avete visto tutti».

Longo Borghini con la maglia di leader della generale che guida con 7″ su Realini e 1’18” su Persico
Longo Borghini con la maglia di leader della generale che guida con 7″ su Realini e 1’18” su Persico

Vittoria da sogno

Tra Longo Borghini e Realini ci sono dieci anni esatti di differenza. Sono il presente ed il futuro del movimento italiano, oltre che della Trek-Segafredo, cui hanno aggiornato pure una statistica. Elisa e Gaia hanno messo a segno una doppietta che al team statunitense mancava dal 22 giugno 2021. All’epoca, vittoria di Van Dijk davanti a Backstedt nel prologo del Lotto Belgium Tour, ma il primo-secondo in cima a Jebel Hafeet vale molto di più.

«Oggi – racconta Longo Borghini – dobbiamo molto a Gaia Realini. Per me è stata l’MVP della giornata (Most Valuable Player, cioè l’atleta più importante, ndr). E’ stata semplicemente incredibile, imponendo un forcing serrato. All’improvviso ci siamo ritrovate io e lei. Ci siamo dette che dovevamo continuare così e poi festeggiare insieme al traguardo. Sì, è vero, abbiamo parlato per la vittoria di tappa ma confrontandoci ancora con Paolo (Slongo, ndr) e facendo dei calcoli abbiamo deciso di arrivare così».

«Con Gaia c’è stata sintonia sin dall’inizio – prosegue Elisa mentre è in pullman verso l’hotel – è una ragazza frizzante e giocherellona alla quale è impossibile non voler bene. Pensate che ad un paio di chilometri dal traguardo mi ha detto “mi viene da piangere” in pescarese. Mi ha fatto morire dal ridere. Non vedo l’ora di restituirle questa vittoria.

«Oltre a Gaia – conclude Longo Borghini – devo dire un grande grazie al resto della squadra. Ilaria, Elynor e Lauretta sono state fortissime e hanno corso nel vento per me. Ho accanto a me quattro campionesse».

Felicità Realini

Una di queste è proprio la giovane Realini, prelevata dalla Isolmant. Ha aperto il 2023 cogliendo il suo primo podio, ma non si scompone troppo. Abbiamo imparato a conoscerla come una ragazza pragmatica. Poche parole, alcune dette nel suo dialetto per smorzare la tensione. Sorride infatti anche lei mentre ci fa rivivere quel simpatico momento. E fa eco alla sua capitana relativamente ai ringraziamenti alle sue compagne.

«Sapevamo che oggi – dice Gaia – potevamo dire la nostra fin dalle prime battute in pianura. Abbiamo lavorato come un team unito. Poi in salita Elisa ed io eravamo consapevoli dei nostri mezzi. Abbiamo lavorato bene e portato a casa il classico “tappa e maglia”. Personalmente sono ancora incredula di questa situazione e penso che mi ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di realizzare il tutto. Voglio godermi tutto questo giorno per giorno senza pressioni».

Le Lapierre della Groupama-FDJ e le scelte di Germani

11.02.2023
5 min
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Lapierre Xelius SL3 e Aircode DRS sono le due bici da strada. A loro si aggiunge la crono Aerostorm DRS. Rispetto alla stagione 2022 le variazioni in casa Groupama-FDJ sono minime e toccano principalmente gli allestimenti.

Ne abbiamo parlato anche con Lorenzo Germani. Il corridore italiano fa parte della rosa WorldTour della squadra transalpina e pur essendo molto giovane ha avuto modo di provare la “vecchia” e l’ultima versione della Xelius. In apertura, Lorenzo è impegnato nel prologo del Tour Down Under, corso con la Xelius e la lenticolare posteriore. Vista l’impegnativa trasferta australiana e gli appena 5 chilometri della prova, non sono state portate le bici da crono.

Lorenzo Germani con il kit e la bici 2023 (Nicolas Götz/Groupama-FDJ)
Lorenzo Germani con il kit e la bici 2023 (Nicolas Götz/Groupama-FDJ)

Xelius SL3, cambio radicale

«E’ difficile mettere a confronto la Xelius nuova con la versione precedente – spiega il corridore laziale – perché sono due biciclette molto diverse tra loro. Quella nuova è rigida, reattiva ed è molto leggera. Io uso una 54, sfiora i 7 chili e 100 grammi. Una grande differenza si vede anche in discesa, perché su quella nuova si ha un maggiore controllo anche alle velocità più elevate.

«Rispetto allo scorso anno l’upgrade principale è stato il manubrio, ora utilizzo quello tutto in carbonio ed integrato. Anche in questo caso ho un componente rigido, comodo e tanto sfruttabile nelle diverse situazioni. Le mie caratteristiche fisiche mi pongono tra una taglia media e una large, ma sono stretto di spalle. La piega è larga 38 centimetri, mentre lo stem è lungo 14, eppure ha una enorme stabilità che si riflette su tutto l’avantreno della bici».

Meglio con 54-40 e 11-34

«Davanti – prosegue Germani – ho sempre la doppia corona 54-40 e dietro mi piace sfruttare i pignoni 11-34, in allenamento e spesso anche in gara. Quando mi alleno, l’11-34 mi permette di riposare a scaricare la pedalata, mentre in gara mi dà la possibilità di non togliere il padellone davanti e magari usare il 30 dietro. Per molti è un incrocio non corretto, però permette di fare velocità e per noi è quello che conta.

«Quanto alle ruote, sulla bici da allenamento ho le Dura Ace C36 con il copertoncino, invece in gara uso di più le C50, raramente quelle da 60 millimetri. Nelle giornate di gara possiamo scegliere tra la versione tubolare, oppure tubeless. Utilizzo una sella corta, la Scratch M5 del nostro sponsor tecnico Prologo».

Velocisti su Aircode DRS

Buona parte del gruppo al servizio di Demare, o comunque i passisti, possono contare anche sul modello Aircode DRS, ovvero la bici aero dell’azienda francese. Sia questa sia la Xelius fornite ai pro’ sono costruite con il modulo di carbonio HM e Superlight, che prende anche il nome di Team Layup. Per i normali utenti questa versione è disponibile “solo” come frame-kit, oppure come bicicletta completa con allestimenti Anniversary.

La Lapierre Aircode DRS deriva in maniera diretta, per studi aerodinamici e sviluppo, dalla sorella Aerostorm TT disc, una delle biciclette da crono più ambite del circus, al pari della Cervélo P5. Sul mezzo da crono è particolare l’impiego delle ruote anteriori a tre razze Revolver Troikamax (mentre quelle posteriori sono Shimano), usate prima da Kung e poi mutuate da altri atleti.

Tutte le biciclette dei corridori Groupama-FDJ hanno il manubrio integrato in carbonio, che l’anno passato era un’esclusiva per il modello Xelius. Questo manubrio integrato Lapierre è naturalmente predisposto all’alloggio dei pulsanti per il controllo remoto della trasmissione. La trasmissione è Shimano Dura Ace e comprende l’omonimo power meter, così come le ruote. La scorsa stagione in pochissimi hanno usato i tubeless Continental, che invece riscuotono maggiori consensi da quest’anno, ma come ci ha detto Lorenzo Germani, gli atleti hanno libertà di scegliere tra tubolare e tubeless.

Uijtdebroeks ha due sogni: il Tour e una fattoria

11.02.2023
5 min
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Cian va veloce. Il suo prossimo step sarà il Tour of Oman, con la mezza idea di fare finalmente classifica, grazie alla salita finale di Green Mountain (tappa di martedì 14 febbraio). Cian Uijtdebroeks e questo suo cognome così difficile (per noi) da pronunciare sono sulla porta di un altro salto di qualità, dopo che la vittoria al Tour de l’Avenir dello scorso anno lo ha fatto uscire dal cono delle luci altrui. Non più il ragazzino che sogna di fare come Evenepoel, ma un atleta promettente e forte, con sogni se possibili più grandi.

Cian ammette che le cose a volte vanno un po’ troppo veloci per lui, ma ci ride su. «Due anni fa guardavo questi campioni in tivù – ha detto al belga Het Nieuwsblad – invece stamattina mi sono trovato improvvisamente in ascensore con Cavendish. Non credo che mi conosca, nessuno mi conosce… ».

La Bora-Hansgrohe lo ha sotto contratto fino al 2024, avendo previsto per lui un cammino di crescita graduale. Il guaio, se di guaio si può parlare, è che il primo ad avere fretta è proprio lui.

Cian Uijtdebroeks è nato il 28 febbraio 2003. Ha corso da junior alla Auto Eder ed è pro’ alla Bora dal 2022
Cian Uijtdebroeks è nato il 28 febbraio 2003. Ha corso da junior alla Auto Eder ed è pro’ alla Bora dal 2022
Cosa è cambiato dopo il Tour de l’Avenir?

Non sono più visto come una promessa. Qualcosa è cambiato, anche se continuo senza mettere troppa pressione su me stesso. Ho ancora 19 anni e ci sono in giro corridori che hanno raggiunto grandi risultati a 23. Se riuscirò ad arrivarci prima, allora lo farò. Voglio sempre attaccare, cercare di vincere, ma l’anno scorso fra i professionisti non ci sono riuscito. La squadra mi ha detto che ho davanti tre anni per crescere, mi sembrano lunghissimi. Spero di arrivarci prima

Era importante liberarsi dal confronto con Evenepoel?

Non è che il confronto con Remco mi tenesse sveglio, ma quando guardavo i suoi risultati, la pressione veniva da sé. Adesso è passata, faccio quello che posso. Il futuro ci dirà se sto crescendo più velocemente o più lentamente di lui. Ci conosciamo. Quando ci vediamo, una chiacchierata ci scappa sempre, ma non è che ci scambiamo messaggi. Ho tre anni di meno, non abbiamo corso insieme nelle giovanili. Non abbiamo parlato poi molto.

Sul podio del Tour de l’Avenir 2022, Uijtdebroeks ha preceduto Staune Mittet e Hessmann (foto Asopresse)
Sul podio del Tour de l’Avenir 2022, Uijtdebroeks ha preceduto Staune Mittet e Hessmann (foto Asopresse)
Sei sempre sorridente…

Mi sto divertendo. Vengo pagato per fare qualcosa che amo fare. Mi sento esattamente come quando ero junior, anche se ovviamente il livello è molto più alto. Essere un ciclista professionista è un sogno che si avvera. Poi certamente verrà il giorno in cui da me si vorranno i risultati. Per ora la squadra mi lascia tempo, ma so anche che non aspetteranno cinque anni. Sono convinto però che anche quando sentirò di essere forte e di poter lottare contro i grandi, mentalmente sarò lo stesso che ha vinto tra i più giovani. Anche lì mi veniva chiesto di fare risultati.

Com’è stato il tuo inizio di stagione?

In questo periodo dell’anno ci sono poche gare con grosse salite e questo è l’aspetto più duro. L’ultimo giorno in Oman si andrà a Green Mountain e saranno già venti minuti di salita. Ne avrei preferiti trenta, un’ora, ma per cominciare va bene così. Alla Muscat Classic ho provato ad attaccare nell’ultimo tratto in salita, ma c’era troppo vento contrario. E poi nel finale ho anche forato: scattare sul cerchio non è facile.

Il gusto di attaccare è alla base del ciclismo di Uijtdebroeks, qui al Trofeo Andratx a Mallorca
Il gusto di attaccare è alla base del ciclismo di Uijtdebroeks, qui al Trofeo Andratx a Mallorca
Che cosa significa essere pro’ a 19 anni?

Faccio ancora molti errori, sono spesso nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho la testa che va per i fatti suoi. Una volta Nils Politt mi ha detto: «Cian, cosa stai facendo? Vieni alla mia ruota, vieni qui. Fra poco il gruppo tornerà compatto». Se non lo avesse detto, avrei tirato per un’ora e nel finale sarei stato morto. A volte invece sbaglio per capire fin dove posso arrivare…

Quando?

Quando decido di correre come negli juniores. A Mallorca, ad esempio, quando sono partito a 95 chilometri dalla fine. Ho detto alla radio che stavo per attaccare. Mi hanno chiesto se fossi sicuro, ma io sono andato lo stesso. E’ uno stile molto più aggressivo, ma ovviamente per ora non è il modo migliore per vincere una corsa a tappe. A Mallorca si poteva fare, perché non c’era classifica finale. Ma intanto sto crescendo. Ho un buon valore di consumo di ossigeno, ma un solo inverno non può cambiarti troppo. Ho più resistenza, i miei muscoli sono leggermente più sviluppati. L’anno scorso non avrei potuto pedalare per tre ore a tutta come in quella tappa di Mallorca.

Mancavano 95 chilometri all’arrivo del Trofeo Andratx quando il belga è partito da solo
Mancavano 95 chilometri all’arrivo del Trofeo Andratx quando il belga è partito da solo
Resta il sogno di vincere il Tour?

La scorsa è stata una stagione per imparare. Quest’anno deve essere una via di mezzo, ma l’anno prossimo devo andare forte. Il mio sogno resta diventare un buon corridore per i grandi Giri. Il Tour de France resta il sogno più grande, ma devo ancora crescere. Per ora mi pongo piccoli obiettivi e un giorno, che vinca o meno, farò il contadino. Per questo, dopo un anno ho interrotto gli studi di psicologia e ora seguo biologia e agronomia online. Il mio sogno è vincere un giorno il Tour de France e poi comprarmi una fattoria.