Roglic re di Roma, con la benedizione di Mattarella

28.05.2023
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ROMA – Quando Roglic arriva a raccontarsi, fuori il sole è sceso sui Fori Imperiali e il Campidoglio strizza l’occhio al tramonto. Quello che non è cambiato è il sorriso che da ieri accompagna il campione sloveno fasciato di rosa. E’ come se dall’incidente della Vuelta, Primoz avesse scoperto una nuova dimensione dello stare al mondo, mentre la vittoria di ieri ha scacciato il malocchio da un campione che più di una volta si è sentito bersagliato dalla cattiva sorte. Il Tour 2020 perso nella crono finale. Le cadute francesi: quella del 2021 e poi quella dello scorso anno mentre aiutava Vingegaard. Infine l’ncidente ben più rovinoso della Vuelta.

Quando a novembre ci accolsero nella sede della Jumbo Visma, la sua risposta ci lasciò di sasso: «Il mio obiettivo – disse – sarà essere pronto per il primo ritiro». Era ancora sofferente, ma nonostante tutto, già allora ci parve di ottimo umore e il suo essere radioso di allora è coinvolgente anche oggi. Iniziano le domande, arrivano le risposte.

Un campione tutto rosa: Primoz Roglic ha affrontato l’ultima tappa con gli evidenti segni del primato
Un campione tutto rosa: Primoz Roglic ha affrontato l’ultima tappa con gli evidenti segni del primato
Che cosa significa ora aver vinto il Giro?

Non bastano poche parole, con così tante emozioni in ballo, specialmente dopo ieri. Non si può descrivere davvero con le parole un momento che ricorderò per tutta la vita.

Dicesti di voler essere pronto per il primo ritiro, ora sembrano giorni lontanissimi…

E’ stato bello darsi quell’obiettivo e l’ho raggiunto. Quando ho partecipato al primo training camp, eravamo super felici. Poi è arrivato un secondo bambino e da quel momento sono entrato nel vivo dei preparativi per la nuova stagione. Quello che mi è successo è stato davvero incredibile e anche divertente.

Sveliamo il mistero di quel tipo che ieri ti ha spinto quando ti è saltata la catena?

Non ho parlato di lui, perché ovviamente ero troppo concentrato per poterlo vedere. Ho rimesso la catena e ho guardato in basso. Hanno iniziato a spingermi e non facevo altro che urlare di farlo più forte, perché da solo non ce l’avrei fatta. Sono ripartito e poi ho visto le immagini. Quel ragazzo è un ottimo amico per me. Si chiama Mitia ed è stato il mio compagno di stanza quando ancora saltavo con gli sci. E’ uno dei quattro ragazzi con cui siamo stati campioni del mondo juniores nel 2007. E si è trovato proprio in quel punto, lo trovo davvero incredibile.

Già nel tratto verso Ostia, l’ammiraglia della Jumbo Visma ha passato a Roglic un flute con cui brindare
Già nel tratto verso Ostia, l’ammiraglia della Jumbo Visma ha passato a Roglic un flute con cui brindare
Abbiamo pensato tutti che vincere la cronoscalata del Monte Lussari sia stato pareggiare il destino di quel Tour del 2020.

L’ho pensato anche io, ma ogni situazione è nuova. La vita ti porta sempre nuove sfide e questa volta c’è stato un lieto fine. Sono però certo che tutti abbiamo imparato qualcosa dal 2020 e questa volta è andato tutto bene.

Hai avuto paura di non poter tornare al tuo livello dopo la caduta della Vuelta?

Non è mai stata quella la mia preoccupazione. Non ho mai dato troppo peso al salire o scendere di livello. Quello che mi interessava era poter essere ancora parte di questo mondo, che mi piace tanto. Così come ero certo che, restando un corridore, avrei lavorato per crescere. Perché è quello che mi piace fare.

C’è stato qualcosa di nuovo che l’essere più maturo ti ha dato nella tua preparazione per questo Giro?

Potrei dire che invecchiando si ottiene sempre nuova esperienza e si diventa in qualche modo più saggi. Quindi sì, diciamo che la mia vita mi ha già regalato molte emozioni, sia in negativo, sia in positivo nel farmi apprezzare le persone che ho intorno. Tutti i miei compagni di squadra sanno o sentono quanto io abbia apprezzato il loro lavoro, questo è certo. Vedremo cosa succederà domani, ma posso dire che senza il loro aiuto non sarei riuscito a ottenere tutto questo di cui ancora non mi rendo conto.

Andrai al Tour?

Sarebbe bello, ma non credo, se devo essere onesto. Sappiamo tutti cosa manchi ancora nel mio palmares, ma d’altra parte dico che ogni prossima vittoria per me sarà un bonus bello da ottenere ma non uno stress, quindi vedremo. Prima di tutto voglio davvero godermi la vittoria, poi parleremo del futuro.

Eri mai stato a Roma prima di oggi?

No, è stata la prima volta e sono felice di far parte di questa storia, soprattutto dalla posizione in cui mi trovo. Devo dire grazie a tutti quelli che mi hanno supportato e hanno reso possibile questa passerella.

Quest’anno hai corso e vinto tre corse: Tirreno, Catalunya e Giro. Sei diventato imbattibile?

E’ pazzesco, è vero. Forse allora è meglio smettere di gareggiare oggi, così sarò davvero imbattibile (si mette a ridere, ndr).

Il podio del Giro, cui avevamo ormai fatto l’occhio: vince Roglic su Thomas e Almeida
Il podio del Giro, cui avevamo ormai fatto l’occhio: vince Roglic su Thomas e Almeida
Ti abbiamo visto parlare a ungo con Thomas durante la corsa, cosa vi siete detti?

Siamo amici e battendolo ho provato una sensazione agrodolce. Ma prima o poi dovevamo ricominciare a parlarci (sorride, ndr) e adesso che lo abbiamo fatto, magari andremo di nuovo a bere una birra insieme e divertirci. E’ stato un piacere lottare con un ragazzo come lui, credo che ci siamo divertiti entrambi. Ma alla fine vince uno solo e non credo che questo danneggi la nostra amicizia. Non vedo l’ora di uscire nuovamente con lui.

Quando Roglic esce dalla sala stampa, seguito dall’addetto stampa Ard Bierens che porta il Trofeo Senza Fine e un meccanico che fa scorrere la Cervélo rosa, i giornalisti del Giro d’Italia gli tributano un applauso che raramente si è sentito in passato. La sua vittoria ha convinto. E allora Roglic si ferma, si volta e applaude verso la sala. E’ stato un viaggio molto bello ed è stato un piacere averlo condiviso con tutti voi.

Il patto dei Fori Imperiali: vince Cav aiutato… da Thomas

28.05.2023
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ROMA – Marc Cavendish è tornato Cannonball… Trionfo su via dei Fori Imperiali e urlo liberatorio. Quanto l’ha cercata Cav questa vittoria. Quanto ha lottato per ottenerla. Noi avevamo titolato: Cavendish, manca solo Roma… e lui ci ha risposto coi fatti.

Il corridore dell’Astana-Qazaqstan si schiaccia sul manubrio come ai vecchi tempi. Esce dalla semicurva che porta verso Piazza Venezia in ottima posizione e quando Milan scatta sulla sinistra, lui fa la sua volata. Da solo. Potente. Solo Cav e la linea d’arrivo. 

I tempi sono perfetti, i rapporti sono ideali… c’è “solo” da buttare sui pedali la forza con velocità. E Cavendish lo sa fare bene. Riassapora le vecchie sensazioni.

Lavoro di squadra

I compagni dell’Astana si abbracciano dopo l’arrivo. Cristian Scaroni è quasi stritolato dall’inglese.

«Ci credeva tantissimo – racconta Scaroni, ancora col fiatone – oggi ci ha chiesto di stargli vicino, di aiutarlo. Lo abbiamo tenuto coperto per tutta la corsa, che poi non è stata così banale. Il nostro ruolo era di fargli evitare le “frustate”… perché c’erano tante curve e tanti rilanci.

«E noi l’abbiamo fatto… per quel che abbiamo potuto. Lo abbiamo tenuto davanti fino all’ultimo giro. Poi non avendo un vero ultimo uomo è stato Gianni Moscon a stargli vicino nei chilometri finali».

«A quel punto – spiega proprio Moscon – Cav si è un po’ arrangiato. Io e Luis Leon Sanchez abbiamo cercato di supportarlo fino all’ultimo chilometro. Però oggi Marc ci credeva proprio, perché un campione ci crede sempre. Con la classe riesce a fare cose che gli altri non possono. Esserci riusciti quest’oggi a Roma è stupendo».

Sulle Tre Cime Cav è scortato da Scaroni (a sinistra) e Moscon (a destra)
Sulle Tre Cime Cav è scortato da Scaroni (a sinistra) e Moscon (a destra)

Dalle Alpi…

Ma questa vittoria non nasce oggi al via dell’Eur. E’ frutto di un lungo lavoro, portato avanti con pazienza in questi mesi, da quando in extremis questo inverno è approdato nel team turchese. Tante corse, tanti ritiri, ma mai – neanche una volta – l’idea di mollare.

Sulle Alpi, Cavendish ha fatto il vero capolavoro. Il giorno del Bondone – tra l’altro appena 24 ore dopo aver annunciato il ritiro a fine stagione – eravamo a bordo strada sul Santa Cristina, prima dura ascesa di giornata. Ebbene, Marc era passato ultimissimo e staccato. Dietro di lui c’era il fine corsa e un compagno a scortarlo.

In quel frangente il rischio di finire fuori tempo massimo era davvero elevato. Lui pedalava scomposto. Sudava. La bocca era aperta. Poi quando è iniziata la discesa – lo stavamo seguendo in auto alle spalle del fine corsa – è sparito. E’ sceso come un folle e una volta a valle con l’aiuto di altri compagni che lo attendevano è riuscito a riacciuffare un drappello.

Marc Cavendish (classe 1985) ha firmato la sua 162ª vittoria. Ora punta alla al record assoluto della 35ª tappa del Tour
Marc Cavendish (classe 1985) ha firmato la sua 162ª vittoria. Ora punta alla al record assoluto della 35ª tappa del Tour

A Roma

Una fatica immane e infatti il giorno dopo a Caorle proprio non andava, nonostante non ci fosse neanche un cavalcavia. 

Ma è qui che è emerso il campione. L’uomo esperto. Si poteva pensare che le cose sarebbero andate solo peggio e invece Marc ci ha messo del suo. Ha gestito al meglio le energie. Ha “accarezzato” i tempi massimi e si è presentato a Roma agguerrito come non mai. 

«Verissimo – va avanti Scaroni – In questo Giro lo abbiamo aiutato. Ha sofferto molto in salita, ma lo ha fatto sempre pensando a questa tappa».

Ultimi chilometri. Luis Leon scorta Cav alla sua ruota (si riconoscono le maniche con l’iride) e appena davanti c’è Thomas che lo aiuterà
Ultimi chilometri. Luis Leon scorta Cav alla sua ruota (si riconoscono le maniche con l’iride) e appena davanti c’è Thomas che lo aiuterà

La perla di Thomas

Marc voleva assolutamente finire il Giro d’Italia. Voleva accumulare fatica, magari ritrovare anche il peso ideale, perché ha un altro obiettivo: il record assoluto di tappe al Tour e staccare persino Eddy Merckx.

«Questa vittoria – ha detto – mi dà fiducia per la prossima corsa, qualsiasi essa sia. Ho sofferto molto in questo Giro. Come molti altri corridori, anche io sono stato male. Vedevo gente andare a casa di continuo. Ma volevo andare avanti

«Stamattina detto ai ragazzi che si poteva fare: “Abbiamo una chance, dobbiamo coglierla”. Vincere qui è speciale. L’Italia è la mia seconda casa. Questa è una vittoria anche per loro e per la squadra».

Ma se tutto questo è vero, è vera anche quella che dalla tv sembrava un’impressione: l’aiuto extra di Geraint Thomas. E’ stato il leader della  Ineos Grenadiers a scortarlo nella posizione migliore.

«E’ vero – dice Cavendish – Geraint mi ha aiutato. Ad un certo punto mi ha visto là davanti e mi ha detto: “Ehy Cav, vieni”. Sono 25 anni che lo conosco. “G” è quello che posso definire un amico vero. Ieri ha perso la maglia rosa e oggi eccolo…. un grande».

Otto giorni nello Utah: poi cosa c’è nel futuro di Oss?

28.05.2023
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Park City, Utah. Peter Sagan e Daniel Oss sono arrivati dopo Quattro Giorni di Dunkerque, gara di rientro post Fiandre e Roubaix. In certi giorni ci sono i cicloturisti che si accodano, altre volte escono da soli. Oltre duemila metri di quota, strade spesso deserte e salite in mountain bike fin sulla porta dei tremila, lo Utah è da anni il buen retiro di Peter. Daniel si fermerà per otto giorni, poi tornerà in Europa per correre, lasciando l’amico negli USA in attesa dello Svizzera e poi il Tour.

Alla fine dell’anno Sagan smetterà di correre (su strada), che cosa farà il suo amico? E’ vero che per stare con lo slovacco ha rinunciato a due anni di ottimo contratto in un’altra squadra? Intanto in Italia il Giro d’Italia ha scritto le sue pagine più belle e grazie al fuso orario indietro di 8 ore rispetto all’Italia, Daniel è riuscito a seguire le tappe più belle.

«Tanto mi sveglio presto la mattina – dice Oss in una chiamata Whatsapp – e lo vedo quasi tutto. L’altro giorno ho seguito la tappa che partiva dalla mia Pergine e quelle che passavano dal Lago di Garda».

Dopo la Roubaix, per Oss periodo di stacco, poi Dunkerque, infine il viaggio nello Utah, prima di Svizzera e Tour
Dopo la Roubaix, per Oss periodo di stacco, poi Dunkerque, infine il viaggio nello Utah, prima di Svizzera e Tour
Siete partiti subito dopo Dunkerque?

Il giorno dopo. Correre Dunkerque è stato utile, dopo la Roubaix c’è stato un bello stacco. Ho riposato un po’, ho recuperato. Abbiamo corso per tirare su un po’ di gamba e un po’ di ritmo e poi sono venuto qui, anche per fare un po di compagnia a Peter, che starà qualche giorno in più di me. Io torno prima perché correrò anche prima dello Svizzera, poi farò il campionato italiano e il Tour.

Come si sta a Park City?

Il posto è indubbiamente meraviglioso. Stiamo in una casetta, con Peter, un suo amico che vive in America e fa da meccanico, infine Gabriele Uboldi. Si sta molto molto bene, perché a parte l’altura, il clima è ottimo. Sia sul piano meteorologico, sia come gente, come spirito. Ricorda molto un ambiente di montagna. Sono circa 7-8 anni che con Peter si sceglie di venire negli USA, perché è il suo pallino, ma qui veniamo da 4-5, dagli ultimi anni alla Bora-Hansgrohe. E’ capitato anche di venire per due volte all’anno. L’anno scorso, a maggio e poi dopo il Tour.

Park City ha meno di 9.000 abitanti, sorge a 2.143 metri di quota, è una patria dello sci americano (foto Amy Sparwasser)
Park City ha meno di 9.000 abitanti, sorge a 2.143 metri di quota, è una patria dello sci americano (foto Amy Sparwasser)
Come è andata finora la tua stagione?

Diciamo normale, non brillante come ai tempi in cui si vincevano i mondiali. Le classiche sono state parecchio impegnative, anche per il maltempo. Non è andata come al solito, perciò adesso pensiamo al Tour. Sanno tutti che Peter è all’ultimo anno, quindi non vuole buttare tutto al vento. L’investimento di tempo fa capire che vuol fare le cose per bene. Sa che non può più andare alle corse senza preparazione o senza il pensiero di lottare.

Nel periodo BMC hai già corso senza Peter, come pensi che sarà la carriera di Daniel Oss dal prossimo anno?

A me piacerebbe fare ancora un anno o due, perché ho ancora voglia, perché sento che posso ancora dare qualcosina e mi piacerebbe continuare per soddisfazione personale. Probabilmente cercherò qualcuno che si possa fidare di me o comunque voglia affidarsi alla mia esperienza o al mio passato. Sono molto mentalizzato per appoggiare al 100 per cento qualcuno che abbia bisogno di un gregario con le mie caratteristiche.

Sagan ha annunciato che il 2023 sarà il suo ultimo anno su strada: ora punta a un grande Tour. Oss è con lui
Il 2023 sarà l’ultimo anno di Sagan su strada: ora punta a un grande Tour. Oss è con lui
E’ vero che per rimanere con Peter l’ultima volta hai rinunciato a un’offertona?

Vabbè (ride, ndr), le offerte le ho sempre avute, non l’ho mai negato. Però mi sono sempre sentito molto legato a Peter, nel senso che ho bisogno anche di un certo stimolo mentale e motivazionale che con Peter continuo ad avere. Per questo ho preferito restare legato al suo progetto, quindi è successo che qualcuno mi chiedesse, che anche i corridori in gruppo mi abbiamo chiesto che cosa voglia fare, ma io mi sono sempre sentito molto leale a questo progetto.

Quindi di base, bene il progetto ma comanda l’amicizia?

E’ una combinazione di cose, non è molto schematica, si potrebbe scriverci un libro. Sono più di 13, 14 anni che corriamo insieme, per cui quando ci sediamo a un tavolo e raccontiamo le nostre storie, possiamo tirarne fuori di molto simpatiche legate al mondo del ciclismo, perché alla fine ci lega molto. Ci siamo trovati in bicicletta, ma come uomini abbiamo trovato un legame che va oltre i progetti. Sono molto più legato a questi aspetti, che al solo sport.

Che cosa vi lega?

Siamo simili. Sicuramente per alcune caratteristiche ciclistiche, ma anche per l’approccio alla vita. Siamo cresciuti insieme e ora siamo diversi: lui ad esempio si è sposato, ha un figlio, io ancora no. Anche questo è un dettaglio che comunque ti fa crescere diversamente. Forse a lui serviva un tipo di ciclista che avesse questa capacità di adattamento. Peter è molto dinamico nel proporre cambiamenti e io sono uno che sa adattarsi.

Il periodo di allenamento nello Utah da circa 5 anni: gli USA sono un pallino di Sagan e Oss
Il periodo di allenamento nello Utah da circa 5 anni: gli USA sono un pallino di Sagan e Oss
L’anno scorso hai fatto il mondiale gravel, c’è ancora spazio per il Daniel protagonista?

Una cosa per volta. Adesso mi piacerebbe affrontare il Tour, pensando solo ad arrivarci con sensazioni ottime, che comunque negli ultimi anni non sono state facili da trovare. Però essere protagonista in alcune situazioni, mi gratificherebbe tantissimo.

Hai già firmato il contratto per il 2024?

Non ho ancora parlato con Jean Renée Bernaudeau (manager della Total Energies in cui corre, ndr), devo dire la verità, perché in questa squadra sto molto bene. Ma penso che valuterò alcune offerte, perché cerco situazioni che devono motivarmi mentalmente, oltre che fisicamente. Questo è qualcosa cui tengo molto.

Il ciclismo di Modolo, tra giovani e Giro-E

28.05.2023
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La carovana del Giro-E è arrivata a Roma ieri, dopo un trasferimento durato due giorni e partito direttamente dalle Tre Cime di Lavaredo. Tra coloro che si trovano a pedalare sulle strade del Giro-E e della corsa rosa c’è Sacha Modolo (foto Instagram in apertura). Il veneto ha chiuso lo scorso anno con il professionismo ed ora assapora un ciclismo differente. 

Modolo ha ricevuto una grande accoglienza sulle Tre Cime di Lavaredo (foto Instagram)
Modolo ha ricevuto una grande accoglienza sulle Tre Cime di Lavaredo (foto Instagram)

Il ciclismo “lento”

«Una delle cose che mi ha colpito di più – attacca Modolo – è rendermi conto finalmente di quanto il pubblico sia appassionato di ciclismo. Mi è capitato di vedere, mentre attraversavamo il Passo Giau dopo la tappa di Val di Zogno, un sacco di gente appostata sui tornanti con il camper. Non lo noti quando sei professionista, certe cose non hai il tempo di vederle. In particolare mi ha colpito una coppia, erano abbastanza anziani, noi passavamo in macchina e loro erano seduti fuori dal camper che leggevano un libro. Fin da quando ero piccolo – continua – ho sempre corso e non sono mai andato sulle strade del Giro d’Italia».

Con il Giro-E ha scoperto un nuovo modo di vivere la bici, qui in mezzo tra Lello Ferrara e Iader Fabbri (foto Instagram)
Con il Giro-E ha scoperto un nuovo modo di vivere la bici, qui insieme a Lello Ferrara (foto Instagram)
Come ti ha fatto sentire?

E’ giusto che i professionisti siano a conoscenza dell’amore che le persone hanno verso i corridori. A volte, magari, prendi sottogamba tutto questo, soprattutto quando sei nella “centrifuga” della corsa. 

Lo hai notato grazie al Giro-E, che esperienza è stata?

Mi sono divertito davvero molto, mi hanno già chiesto se il prossimo anno fossi disponibile a partecipare. Ho detto subito di sì. E pensare che all’inizio non ero sicuro di voler partecipare, ero titubante.

Hai sanato la ferita verso il ciclismo?

Sì, ho trovato un nuovo modo di vivere la bici, con più tranquillità. Il Giro-E mi ha permesso di conoscere tante persone e ciclisti di altre specialità. Mi sono reso conto che la strada è solamente una goccia nel mare del ciclismo. 

Sull’arrivo di Caorle per Modolo ancora un po’ di nostalgia (foto Instagram)
Sull’arrivo di Caorle per Modolo ancora un po’ di nostalgia (foto Instagram)
Quale delle altre discipline ti affascina di più?

Il gravel. Ho avuto modo di correre il campionato italiano l’anno scorso, dove sono arrivato terzo. Ed ho preso parte anche al mondiale in Veneto

E la bici elettrica? Era la prima volta che ci salivi?

Sì, devo ammettere che mi piace. La gente non capisce il grande potenziale di questo mezzo. Permette a tutti di pedalare ovunque, di farti godere della bici e di paesaggi che altrimenti non avresti modo di apprezzare. 

La gente a bordo strada ti riconosce ancora, lo si vede dai social. 

E’ bello e mi fa piacere. L’altro giorno eravamo in hotel a fare il check-in ed il proprietario mi ha guardato un paio di volte e poi mi fa: «Ma tu sei Modolo!». Per qualche anno ancora accadrà, poi forse non succederà più. 

Vedere i pro’ da fuori, invece, che effetto ti ha fatto?

Vista la tappa delle Tre Cime li ho invidiati poco – ridacchia – mentre all’arrivo di Caorle mi ha fatto rosicare un po’. Proprio quella mattina mi avevano fatto notare che ero l’ultimo corridore veneto ad aver vinto una tappa del Giro nella sua Regione. Siccome era nell’aria che Dainese potesse vincere mi hanno chiesto se mi avrebbe dato fastidio. Ho risposto di no, assolutamente, è giusto che si vada avanti. Sono molto contento per “Daino” e la sera gli ho scritto i complimenti. 

L’ex pro’ veneto ha corso il Giro-E con il team Trenitalia (foto Instagram)
L’ex pro’ veneto ha corso il Giro-E con il team Trenitalia (foto Instagram)
Della volata cosa ti manca? 

L’adrenalina di quei 20 secondi dove scaricavo tutta la rabbia che avevo in corpo. Guardando da fuori mi rendo conto di quanto siano funambolici i ciclisti, sono emozioni che non nient’altro mi potrà dare. 

Intanto hai trovato il modo di restare nell’ambiente, abbiamo visto che segui anche un ragazzo, e di recente ha vinto. 

Si chiama Alessandro Borgo, uno junior (della Work Service, ndr). E’ un’emozione diversa, molto bella anche questa. Da qualche mese ho iniziato a collaborare con Mori e Piccioli, i procuratori che mi seguivano da corridore.

Da qualche mese segue Alessandro Borgo, junior della Work Service, settimana scorsa è arrivata la prima vittoria
Da qualche mese segue Alessandro Borgo, junior della Work Service, settimana scorsa è arrivata la prima vittoria
Ci avevi detto di voler lavorare con i giovani.

Sì, vorrei seguirli e dare loro quello che io non avevo quando ero junior. Ormai è una categoria fondamentale e mi sono reso conto che spesso sono soli. Il progetto è quello di seguire dei ragazzi della mia zona e creare uno staff o comunque una rete di persone che li seguano. Vi faccio un esempio.

Vai!

Borgo si era fatto male ad un ginocchio e doveva andare da un fisioterapista per farsi vedere. Non riusciva a trovare alcun appuntamento, così io mi sono messo in moto e gli ho trovato qualcuno. 

Quando pochi giorni dopo ha vinto, che cosa hai provato?

E’ stato molto bello, averlo aiutato a superare un ostacolo per poi vincere mi ha emozionato. Io ho tanta esperienza nel mondo del ciclismo, ma non voglio fare io per primo, potrei, ma ci sono dei professionisti ed è giusto che ognuno faccia il suo lavoro. A me piace coordinare, mi viene bene, me lo ha fatto notare anche RCS al Giro-E e sono stati contenti. Tanto da invitarmi di nuovo.

Il nuovo Roglic? Più calcolatore e meno spavaldo

28.05.2023
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L’occhio dell’ex corridore in gruppo. Massimo Ghirotto ci porta nel cuore della corsa rosa che ieri ha incoronato Primoz Roglic. Il veneto, da oltre dieci anni commenta il Giro d’Italia per Rai Radio 1 Sport, e ha un posto da privilegiato in corsa. 

Con lui abbiamo fatto il punto su quanto accaduto in questo Giro e più precisamente in gruppo. Tattiche, corridori, squadre… e i grandi temi che ha proposto questa edizione, la numero 106 della corsa.

Da oltre dieci anni Massimo Ghirotto segue il Giro d’Italia per Radio Rai1. Da ex corridore sapeva come muoversi in gruppo
Da oltre dieci anni Massimo Ghirotto segue il Giro d’Italia per Radio Rai1

Massimo, si è parlato spesso di noia, di pochi attacchi, almeno nella prima fase del Giro. Tu  hai vissuto un’epoca in cui tante volte si partiva piano e poi vi accendevate quando vedevate l’elicottero…

La corsa ai miei tempi cominciava quando sentivamo gli elicotteri, è vero. Te lo dicevano i direttori sportivi stessi alla riunione: «Ragazzi, state attenti, se c’è qualche fuga buttatevi dentro soprattutto quando c’è la telecamera». Tante volte capitava che si andava anche troppo piano e venivamo richiamati dagli organizzatori. Ci dicevano che saremmo andati fuori dalle dirette tv e in qualche modo ci obbligavano ad andare più veloci per stare nei tempi.

Quel modo di correre è paragonabile con le tappe meno combattute di quest’anno?

No, non si possono paragonare le due cose. Poi c’erano anche delle gerarchie. Ho corso con gente come Hinault, Moser, Saronni, Baronchelli… campioni che davvero comandavano. E se loro dicevano di stare fermi si stava fermi. Quindi escludo ogni similitudine. Adesso non dico che non ci siano certi leader, ma ci sono altri metodi, altre strategie, altri strumenti… Bisogna capire che questi ragazzi dal primo all’ultimo giorno della stagione vanno sempre a tutta: corse, allenamenti, ritiri.

Spesso il gruppo è avanzato lentamente, specie nelle prime tappe. La prima battaglia fra Roglic e gli altri c’è stata all’8ª tappa
Spesso il gruppo è avanzato lentamente, specie nelle prime tappe. La prima battaglia fra Roglic e gli altri c’è stata all’8ª tappa
Perché secondo te?

Perché il ciclismo è cambiato… e in bene dico io. Allenamenti, alimentazione, strumenti, materiali… Io resto meravigliato della continuità dell’aumento della tecnologia e di tutto lo studio che c’è a monte in ogni cosa. Mi sarebbe piaciuto correre in questo ciclismo.

Che movimenti hai visto in gruppo? Per esempio, Marco Frigo qualche giorno fa ci ha detto che già dalle prime tappe vedeva la Ienos-Grenadiers muoversi compatta…

Anche la mia Carrera era una squadra compatta… a parte il “caso Sappada”! Ma c’è una differenza. Noi correvamo e andavamo a casa quasi per riposare. Adesso, invece, gli atleti hanno i propri obiettivi: chi per le grandi corse, chi per le classiche e quando non corrono o sono in altura, o in ritiro… e la squadra diventa quasi una seconda famiglia. Poi nel caso specifico della Ineos-Grenadiers, mettiamoci che corrono compatti già quando erano Sky e hanno corso in modo perfetto questo Giro.

Ti piace Thomas?

Ha 11 anni in meno rispetto ad un Almeida vuol dire che non è una meteora. Ha vinto un Tour ed è un corridore che sta andando forte, lo ha dimostrato sul campo. L’unico dubbio che avevo su Thomas erano le pendenze, che sono più dure qui al Giro rispetto al Tour.

Jonathan Milan: per Ghirotto il friulano è uno dei più carismatici. Può, e potrà, essere un senatore del gruppo
Jonathan Milan: per Ghirotto il friulano è uno dei più carismatici. Può, e potrà, essere un senatore del gruppo
Con De Marchi parlavamo dei “senatori”, Thomas è un senatore, ma chi altri hai visto con una certa personalità in gruppo, pur non essendo un corridore più anziano?

Jonathan Milan. Nella sua gioventù, nella sua inesperienza, vedo che è molto seguito.  I corridori capiscono quando c’è un talento di questo taglio. Tra l’altro è anche campione olimpico su pista… Ma su strada è quasi “sconosciuto”. Tornando alla mia epoca, alla sua età quando vedevi i Moser o gli Hinault avevi quasi paura di avvicinarli. Invece Jonathan li avvicina e si fa avvicinare da tutti e ci parla.

Tecnicamente c’è qualcosa che ti ha colpito?

Mi hanno incuriosito i rapporti. Noi avevamo il 53-39 e dietro il 23, al massimo il 25 per le tappe più dure. Ora montano ogni tipo di rapporto, anche il 34 dietro. Anche i manubri mi hanno colpito. Sono diventati più stretti. A noi dicevano che il manubrio doveva essere largo quanto le spalle, perché dovevi tenere aperta la cassa toracica, ma mi pare di capire che così non era. Così come l’essere buttati tutti in avanti. Per noi era l’opposto. Ma non era buona la nostra posizione, questa è quella buona. Questa è scientifica. L’unica cosa che dico: queste bici super tecnologiche e con queste posizioni, poi bisogna saperle guidare.

Hai toccato un un discorso affatto banale. Oggi passano presto, spesso da juniores, ma forse poi gli manca qualche fondamentale… posto che le velocità sono più alte.

E’ difficile rispondere a questa domanda. Una cosa è certa: quando esasperi qualcosa, vai sempre più al limite e aumentano i rischi. Questi nuovi materiali, queste nuove bici hanno gomme più larghe, pressioni più basse… Noi quando facevamo una discesa lunga a forza di frenare scaldavamo il cerchio e il tubolare scoppiava. Quindi avevamo anche questo pensiero, per dire. Oggi non hanno limiti. La domanda è: dove potremmo arrivare? Questa maggior efficienza, queste maggiori velocità non dico che ti mettono in difficoltà ma ti obbligano ad essere più bravo a guidare.

Bici sempre più veloci ed efficienti, ma i corridori sono al passo con la guida? Qui il gruppo giù dal Giau
Bici sempre più veloci ed efficienti, ma i corridori sono al passo con la guida?
Sembra lontanissimo, ma in gruppo hai visto anche Evenepoel: cosa ci dici di lui?

Indubbiamente è un corridore di grande carisma e di grande classe, perché uno non vince una Vuelta, un mondiale e due Liegi per caso. Quando resta da solo, poi non lo prendono più… Allora facciamoci questa domanda: possibile che gli altri che sono dietro siano così carenti? No, è lui che è un fenomeno. Quello che mi ha colpito di Remco è che abbia già vinto una Vuelta. Non credevo fosse già pronto per un grande Giro.

E dietro, tra le ammiraglie, hai visto qualche movimento particolare?

A volte avvicino i diesse e gli faccio qualche domanda e noto che le loro auto sono delle centrali. Televisore, radio per parlare con i corridoi, radio per parlare con lo staff, i Gps, radiocorsa, i frigo, le ruote di scorta… Alla mia epoca avevi l’elenco dei partenti sul manubrio e quando dovevi parlare con il tuo diesse alzavi la mano, ti sfilavi, ti infilavi tra le auto – con il rischio di rimanere al vento – per poi rientrare e dire al tuo capitano cosa bisognava fare. In termini tattici e di sicurezza oggi non c’è paragone.

Però non sempre è tutto rosa e fiori, anche Sagan ha detto che a volte ci sono troppe informazioni, che quasi si perde la concentrazione…

In effetti a volte sono un po’ troppo guidati. L’altro giorno ero in un albergo e c’era un direttore che stava preparando la tappa del giorno successivo: ho notato slide, video, registrazioni… In corsa li vedo sempre con la radio alla bocca. Gimondi, parlando delle radioline, mi disse: “Io una radio fissa nelle orecchie con un direttore sportivo che mi parla continuamente non l’avrei mai voluta”.

Infine un giudizio sui tre mattatori del Giro e padroni del podio: Roglic, Almeida e Thomas…
Infine un giudizio sui tre mattatori del Giro e padroni del podio: Roglic, Almeida e Thomas…
Un giudizio telegrafico sui tre ragazzi saliti sul podio di questo Giro… Partiamo da Thomas.

Non era la prima volta che Thomas veniva in Italia, ma per un verso o per l’altro era sempre andato a casa. Si è preparato bene. E’ andato in crescendo… fino a ieri. Nulla da dire: a 37 anni ha lottato come un gladiatore ma è arrivato secondo dietro un grande Roglic. Credo che non si possa far altro che ammirare un corridore di questa generosità.

Almeida…

E’ un Joao Almeida nuovo. L’averlo visto all’attacco sul Bondone in salita, che non è il suo terreno, mi ha un po’ sorpreso. In positivo ovviamente. Ripeto, abbiamo conosciuto un Almeida nuovo. Sicuramente ha qualità, ha dalla sua parte l’età e ne sentiremo parlare in futuro.

E poi c’è Roglic.

Ha vissuto un Giro senza pressione. Non ha mai fatto un protocollo di cerimonia, non si è mai dovuto dilungare in interviste varie ed ha sempre recuperato più energie degli altri arrivando prima in hotel. Che dire: Roglic non è più il corridore spavaldo che abbiamo conosciuto fino all’anno scorso. E’ diventato un calcolatore. Programma gli eventi e li vince tutti… esattamente come ha fatto in questo Giro. Ha sprecato il meno possibile puntando tutto su quella che era la tappa veramente a lui più congeniale, quella di ieri sul Lussari chiaramente.

Thomas, un secondo posto che adesso fa solo male

27.05.2023
6 min
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MONTE LUSSARI – Per una di quelle coincidenze che sono più frequenti quando l’arrivo è in cima a una montagna e tutte le strutture devono stare concentrate in pochi metri quadri, nel momento in cui Primoz Roglic viene acclamato come nuovo titolare della maglia rosa, Geraint Thomas cerca di uscire dalla zona in cui sono stati fatti entrare i corridori e si trova davanti la curiosità degli inviati. Il mondo intorno ha i colori e i suoni della Slovenia, difficile ascoltare il pensiero del britannico. Infatti Thomas parla a bassa voce e probabilmente ne farebbe anche a meno.

«Se qualcuno me lo avesse detto a febbraio o marzo – dice – probabilmente gli avrei stretto la mano, ma ora sono devastato. Però penso che quando avrò capito, potrò essere orgoglioso di quello che abbiamo fatto in questi giorni. Quando sono arrivato a un chilometro e mezzo dall’arrivo, mi sono sentito vuoto. Avrei potuto distruggermi le gambe, potrei aver avuto un calo di carboidrati, ma non è per questo che ho perso. E’ meglio perdere per così tanto che per un paio di secondi, perché avrei cominciato a fare mille ipotesi. Alla fine della giornata, sono consapevole che non sarei potuto andare più veloce di 14 secondi. In più Primoz ha avuto anche un problema meccanico. Si merita la vittoria…».

Questa immagine è un emblema: l’ammiraglia Ineos inghiottita dai tifosi sloveni nella ricognizione del mattino
Questa immagine è un emblema: l’ammiraglia Ineos inghiottita dai tifosi sloveni nella ricognizione del mattino

Una crono rischiosa

Per Thomas o per Roglic: si era capito che Almeida non avrebbe potuto scalare i due gradini del podio. E così vivendo le due vigilie in parallelo, stamattina ci eravamo fermati a lungo nei pressi del pullman della Ineos Grenadiers. Il ragionamento era fin troppo facile: un team così abituato a giocarsi i Grandi Giri e un corridore che ha già vinto il Tour non cadranno in alcun tranello e non si lasceranno sfuggire la maglia rosa, specie se di mezzo c’è una crono. 

«Voglio essere onesto – diceva Rod Ellingworth, il grande capo, prima del via – conosco Geraint da quando era giovane, quindi non l’ho mai visto diverso mentalmente. E’ sempre stato forte come adesso. Anche quando era un ragazzo, era lo stesso. Ogni anno ha fatto dei progressi, non è rimasto fermo. Cerca sempre nuove sfide, nuove opportunità. La prima è sempre stata vincere il Tour, poi però c’era vincere il Giro. Questa crono è una sfida, ogni tappa è una sfida e devi studiarle e affrontarla. E’ lo stesso per tutti, no? Tutti dovranno fare esattamente la stessa cosa, noi ci proveremo nel miglior modo possibile».

Una crono diversa

Forse non si era considerato abbastanza che questa di Monte Lussari non sarebbe stata una crono come quelle che siamo stati abituati a vedere per anni. Tutti i ragionamenti sull’aerodinamica e il ritmo di pedalata erano destinati a infrangersi sulla brutalità di una salita senza troppi precedenti.

«Abbiamo preso un hotel a un chilometro da qui – spiegava Tosatto e non capivi quanto fosse davvero tranquillo – e così finita la ricognizione in macchina, i corridori sono tornati in camera tranquilli. Avremo due moto dietro il corridore, una col meccanico e una con il direttore e la radio, ma cosa ci sarà da dirgli su una pendenza come quella? Nei primi 9,5 chilometri, la strada è stretta. Sulla ciclabile ci sono 2-3 curve in cui fare attenzione, però la strada è molto veloce perché c’è il vento a favore. Poi sarà interessante il cambio bici, perché si arriva a più di 60 all’ora e poi si dovrà fare un chilometro e mezzo con la bici normale fino alla salita».

Difficile dire quanto sia durato il cambio bici di Thomas, ma certo la maglia rosa è parso fin troppo flemmatico, nell’avvicinarsi, scendere di sella, cambiare anche il casco e ripartire.

Rod Ellingworth è stato l’artefice di tutte le vittorie più grandi del Team Ineos, anche dai tempi di Sky
Rod Ellingworth è stato l’artefice di tutte le vittorie più grandi del Team Ineos, anche dai tempi di Sky

Tre chilometri all’arrivo

Non si è mai scomposto, ma forse nelle gambe di Thomas si è andata accumulando la fatica che quel rapportino così agile di Roglic ha invece tenuto alla larga. A un certo punto la sensazione che lo sloveno pedalasse a vuoto si è impossessata dei tifosi del britannico. E quando poi a Roglic è caduta la catena, sembrava che sul suo capo si fosse nuovamente abbattuto un destino blasfemo.

Solo che mentre Roglic reagiva rabbiosamente, Thomas ha iniziato a incurvarsi sempre di più. Ha rischiato di cadere cercando di mandare giù un gel e non s’è capito se ci sia riuscito. E mentre Primoz si è avventato sul traguardo con la furia di un diavolo, la maglia rosa sudata oltre ogni aspettativa, ha subito quell’ultima pendenza ed è finito dietro.

«Dopo il Tour Down Under – dice – mi sono ammalato. Dovevo fare Algarve e Tirreno-Adriatico, invece ho ripreso a correre in Catalunya solo a marzo. Sono rimasto forte mentalmente. Ho cercato di fare quello che dovevo fare e sono comunque riuscito ad arrivare qui buona forma. E’ arrivato un secondo posto, posso esserne orgoglioso, ma al momento fa solo male. E come ho detto, è meglio aver perso per 14 secondi che solo due».

In avvio, Thomas era ancora in vantaggio: il calo è iniziato negli ultimi 3 chilometri
In avvio, Thomas era ancora in vantaggio: il calo è iniziato negli ultimi 3 chilometri

Onore a Roglic

Il dopo ha un sapore amaro, la tranquillità se ne è andata e adesso davanti alle ruote c’è la lunga strada fino a Roma. I corridori scenderanno domattina in aereo, la carovana è già tutta in strada.

«Eravamo tranquilli – dice Tosatto – ma sapevamo che 25 secondi fossero pochi da difendere contro Roglic su un percorso che non si addiceva a Geraint. Negli ultimi 3 chilometri Roglic è volato, dopo il salto di catena ha davvero cambiato marcia. Invece mentre lui aumentava, noi siamo calati. Avevamo 7-8 secondi di ritardo rispetto alle tabelle che avevamo immaginato. Ma alla fine “G” ha fatto secondo su un percorso che non gli si addiceva. Per cui alla fine che cosa puoi dire? Onore a Roglic».

E lo sloveno ha dedicato poche parole anche al rivale, definendo un onore aver duellato così tanto con lui. Il Giro d’Italia resta un boccone amaro per Thomas. Nel 2017 una moto della Polizia gli franò addosso sul Block Haus quando era il più forte, nel 2020 scivolò su una borraccia e si ruppe il bacino. Questa volta sembrava che fosse tutto perfetto. Peccato per lui, ha trovato sulla sua strada un eroe che aveva da rifarsi su un destino per certi versi anche peggiore.

Da lassù sicuramente Enzo Cainero si sarà goduto lo spettacolo che certamente aveva immaginato così. Cos’altro dire, prima di ripartire verso Roma? Mandi, Enzo!

Boato Roglic. Conquista tappa, maglia e Slovenia

27.05.2023
6 min
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MONTE LUSSARI – Pazzesco. Paz-ze-sco… Neanche Agatha Christie avrebbe potuto scrivere un finale così intenso del Giro d’Italia. Merito suo e se vogliamo anche di Enzo Cainero che si è inventato questa scalata. Per Primoz Roglic: tappa e maglia rosa.

Il Lussari era una bolgia. Da Tarvisio al Monte era una fila continua di sloveni e di bandiere della Slovenia. Slovenia che è qui a poche centinaia di metri. Sulla bandiera spunta il Monte Tricorno. Vediamo la sua cima verso Est fare da sfondo al set di questa sfida. Capite che clima, anche mistico, che c’era?

Sulla bandiera slovena il profilo del Monte Tricorno, oggi un talismano
Sulla bandiera slovena il profilo del Monte Tricorno, oggi un talismano

Un conto col destino

Si dice che ogni sloveno nella vita dovrebbe scalare questa montagna. E’ un simbolo. E questo simbolo guardava Primoz scalare il Lussari. Non poteva andare come al Tour del 2020 un’altra volta, nella famosa crono della Planche. Dopo incidenti, cadute, fratture, la sorte non poteva metterci lo zampino di nuovo con quel guaio meccanico. Stavolta le cose dovevano andare nel verso giusto. 

Scrivere questo articolo, stando ancora quassù è una vera emozione. Fuori dalla sala stampa la gente inneggia a Roglic e persino a Sepp Kuss. Cantano l’inno. Non ci si può non far travolgere dall’entusiasmo. Ma dobbiamo mantenere i nervi saldi e raccontare le cose come sono andate. Quindi andiamo con ordine.

In mattinata sciolti i dubbi: Cervélo R5 con monocorona 42×44. Ma gomme (25 mm) più corpose rispetto alle Tre Cime, visto il cemento
In mattinata sciolti i dubbi: Cervélo R5 con monocorona 42×44. Ma gomme (25 mm) più corpose rispetto alle Tre Cime, visto il cemento

Sale la tensione

Questa mattina il capitano della Jumbo-Visma è stato l’unico a fare la scalata, parzialmente in bici. Ha percorso gli ultimi 1.500 metri. «Sono salito in bici quando era finito il pezzo duro», ha detto lo stesso Primoz. Mentre saliva vedeva già i suoi tifosi a bordo strada. Ma cercava di essere concentrato. Quando è ripassato qualche minuto dopo e si stava cambiando in auto li ha salutati.

Poi è tornato al bus. A Tarvisio. La riunione con il direttore sportivo Marc Reef e lo staff, per decidere il ritmo e la bici. Poi ancora via in una camera d’albergo nelle vicinanze affittata dal team per l’occasione. Poco dopo le 15 rieccolo al bus. Riscaldamento, rulli, partenza.

In mattinata lo staff giallonero non aveva voluto parlare. Bocche cucite sulle scelte tecniche a partire dalla monocorona. Clima tranquillo, ma concentrato… diciamo così.

Alle 17:11 scatta Roglic. La tensione è palpabile. Ma le birre e la gioia fanno superare tutto al pubblico, mentre Roglic è ben più teso.

«Nella prima parte – ha detto lo sloveno – sono stato tranquillo. Ho cercato di prendere il mio passo, di non fare dei fuorigiri. Poi è iniziata la scalata e pensavo solo a spingere bene. Mentre salivo avevo i brividi. E’ stato stupendo con tutti quei tifosi. Loro sarebbero stati contenti a prescindere dal risultato, ma per fortuna sono riuscito a ripagarli».

Brividi gialloneri

Intanto i suoi compagni si radunano davanti al podio. Persino Sepp Kuss che dovrebbe stare sulla sedia del leader, dietro le quinte. Fremono. Sono una squadra anche in questo caso. 

Primoz sta guadagnando terreno. E quando al secondo intermedio il vantaggio diventa netto ecco che gioiscono. Ma è una gioia effimera. L’immagine successiva vede Roglic fermo per un problema meccanico. 

Si alzano. Si mettono le mani nei capelli. Sembra tutto perso.

«In quel momento – spiega Roglic – ho cercato di ripartire subito. Poi però mi sono spaventato un po’ perché su quella pendenza non ci riuscivo. Per fortuna che sono intervenuti il mio meccanico e quel tifoso. Un tifoso grosso, che mi ha dato davvero una grande spinta! Lo ringrazio. Un po’ di questo successo è anche il suo.

«E’ stato un brutto momento, però devo ammettere che mi ha anche aiutato a recuperare un po’».

Quell’istante è stato quello del tutto o niente. Basta calcoli. Basta agilità da laboratorio. Primoz inizia a spingere forte. Quando si alza sui pedali stavolta fa velocità. E si vede.

Il Monte Lussari e il resto del percorso erano tutti per Roglic
Il Monte Lussari e il resto del percorso erano tutti per Roglic

Il Lussari esplode

Al terzo intermedio, nonostante tutto, Primoz è ancora davanti e Geraint Thomas non ha più la stessa pedalata. E’ di nuovo il boato. I volti dei Jumbo-Visma sotto al palco si riaccendono.

Primoz taglia il traguardo in testa. Ma c’è da attendere Thomas. Sono minuti interminabili. Poi il verdetto. Primoz Roglic è maglia rosa. Il Lussari esplode.

Kuss alza la bici al cielo. I tifosi inneggiano anche a lui. E’ stato un grande protagonista di questa corsa. 

«Sono senza parole – dice lo statunitense – Un finale da mangiarsi le unghie. Il momento dell’incidente è stato spaventoso, ma sapevo che Primoz avrebbe potuto superare le avversità. Non riesco a immaginare quanta pressione e quanto stress abbiano avuto, penso anche a Thomas. Una crono come questa, alla fine di tre settimane… incredibile».

«Io un leader di questa squadra? No, non sono un leader, sono solo un atleta molto felice del lavoro che riesce a fare. Aiutare ragazzi come Primoz mi rende contento». 

«E’ stato onore combattere con Thomas – ha concluso Roglic – Geraint è un grande atleta. Un corridore onesto. Io ho lavorato per arrivare al meglio a questo momento. Ho avuto paura dopo la caduta della seconda settimana. Avevo battuto l’anca e non ero al meglio. Ma ogni giorno miglioravo. Ora però pensiamo alla tappa di domani.

«Qualcosa è cambiato stamattina. Quando dopo la ricognizione scendendo a valle ho visto tanta gente ho capito quello che mi aspettava. Sarebbe stato bellissimo. Io mi volevo divertire. E mi sono divertito».

La furbizia dei sudamericani. Ugrumov ne sa qualcosa…

27.05.2023
4 min
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Certe volte è meglio perdere per far perdere, che provare a vincere. E’ quello che ha pensato un imbufalito Pinot a Crans Montana, indispettito dall’atteggiamento di Cepeda e alla fine Rubio ha messo tutti d’accordo. Chi ha buona memoria ha assistito a un copione già visto: Val Thorens, Tour de France 1994. Piotr Ugrumov è in fuga con Nelson “Cacaito” Rodriguez, pupillo di Gianni Savio alla ZG Mobili. Il colombiano non tira un metro, Ugrumov s’indispettisce e s’innervosisce, prova a levarselo di dosso, ma il rivale gli resta attaccato e non dà un cambio. Poi, alla fine, uno scattino e la tappa è sua.

Sono passati tanti anni e il lettone, ormai da tempo romagnolo d’adozione, quel fatto lo rivive con distacco, anche se gli è chiaro nella testa ogni metro della scalata. Oggi Ugrumov continua a lavorare con la nazionale messicana, è a San Marino con 8 ragazzi che vivono e si allenano sotto le sue direttive, per poi partire in giro per l’Europa per continuare a imparare: «Ma ora con noi c’è anche un ragazzo locale. Crescono e imparano, pian piano».

Ugrumov con Rodriguez, che lo befferà al traguardo. Ma il lettone si rifarà con due vittorie successive (foto archive le DL)
Ugrumov con Rodriguez, che lo befferà al traguardo. Ma il lettone si rifarà con due vittorie successive (foto archive le DL)
Hai visto quel che è successo a Crans Montana?

A dir la verità no, non ho avuto tempo per vedere questo Giro d’Italia, nel pomeriggio sono sempre impegnato, ma so bene quanto è successo e immaginavo che a qualcuno potesse tornare in mente quella tappa.

I corridori sudamericani sono tutti così?

No, non creiamo stereotipi. E’ che molti cercano di sfruttare la situazione e devi metterlo in conto. Ricordo che Domenico Cavallo, il diesse che era nell’ammiraglia di Rodriguez e oggi purtroppo è scomparso, non faceva che urlargli: «Stai a ruota che ti porta al traguardo…». Io cercavo di mollarlo, ma rimaneva sempre attaccato.

Cepeda al Tour of the Alps: la sua tattica al Giro non ha pagato, ma in salita il talento c’è
Cepeda al Tour of the Alps: la sua tattica al Giro non ha pagato, ma in salita il talento c’è
Te la sei presa?

Lì per lì sì, ma non sono tipo da mettermi a fare discussioni. Ho reagito come dovevo reagire, infatti il giorno dopo me ne sono andato da solo e ho vinto. D’altro canto non ero per nulla veloce, se volevo vincere dovevo arrivare da solo. Ma tornando a quanto detto prima, non tutti i colombiani sono così. Ricordo ad esempio Lucho Herrera, un grande che ho affrontato sia da dilettante che da pro’. Lui non stava a ruota, attaccava e vinceva, uno scalatore con i fiocchi.

Perché però molti seguono quella strada?

Io dico che fa parte della vita, è quello che essa ti insegna. Sanno bene che la montagna non ti regala niente, ci vivono. Imparano ad andare in bici lì. Faticano. Sanno che la stanchezza ti colpisce all’improvviso e quindi devi cercare in tutti i modi di risparmiare energie. E’ un discorso complesso: non tutti riescono ad andare per 5-6 minuti fuori soglia.

Lucho Herrera, primo grande colombiano della storia ciclistica. Vincitore della Vuelta 1987
Lucho Herrera, primo grande colombiano della storia ciclistica. Vincitore della Vuelta 1987
Tu lavori con i messicani: sono diversi?

E’ una cultura diversa che deriva dalla situazione geografica: in Messico c’è sì l’altitudine, ma ci sono molte meno montagne e quindi è difficile trovare grandi scalatori, io ricordo solo Alcala. Sono forti sul passo, hanno un’evoluzione ciclistica più lineare, anche se poi quando arrivano in Europa si trovano in un mondo diverso dal loro. C’è un aspetto dei colombiani che ripensandoci mi colpisce…

Quale?

Tempo fa sono stato al Giro di Colombia e la cosa che mi ha lasciato stupefatto è che gareggiavano anche ragazzini di 16 anni, insieme ai pro’. Lì non ci sono grandi numeri, ma non fanno distinzione fra categorie e sin da giovanissimi si trovano a competere con i più grandi. Poi non hanno i limiti di rapporto che c’erano in Italia fino allo scorso anno. Perdevano magari in agilità, ma ne guadagnavano in forza.

Per Pinot tante polemiche dopo Crans Montana. La sua scelta ha lasciato interdetti
Per Pinot tante polemiche dopo Crans Montana. La sua scelta ha lasciato interdetti
Tornando a quanto successo all’ultimo Giro d’Italia, che ne pensi del comportamento di Pinot?

Mi spiace, ma ha sbagliato. Non è un corridore qualsiasi, è un campione con un grande curriculum, correre così non gli fa onore. Poteva cambiare tattica, poteva giocare di furbizia proprio come fanno i colombiani. Era superiore e lo dice la storia stessa degli ultimi anni. Io non avrei fatto così, Pinot poteva agire diversamente.

Monte Lussari: per Garzelli qualcosa di mai visto

27.05.2023
6 min
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E’ oggi che si decide il Giro d’Italia. E stavolta non si potrà rimandare a domani. La scalata del Monte Lussari è l’ultima vera fatica di questa edizione della corsa rosa. E tutto è ancora in ballo.

Con Stefano Garzelli si ragiona su chi potrà essere il vincitore finale. Questi ragionamenti si facevano ieri pomeriggio in attesa dell’arrivo della tappa delle Tre Cime di Lavaredo. «Attaccheranno oggi – ci si chiedeva – rimanderanno tutto a domani». E soprattutto chi vincerà il Giro?

Garzelli in avanscoperta sulle rampe del Lussari
Garzelli in avanscoperta sulle rampe del Lussari

Lussari, un muro

Sono bastate queste due domande e “Garzo” è partito.

«Non ho mai visto qualcosa di simile, di più duro – ha detto il varesino – l’altro giorno siamo andati a provarla Contador ed io. Alberto per Eurosport e io per la Rai. Il tratto centrale è qualcosa d’incredibile. La pendenza non scende mai sotto il 17 per cento, il 15 in qualche tratto ma con punte superiori al 20 in altri. E’ un muro. Ed è così per 5 chilometri».

«Tutto si potrà decidere perché se si va in crisi è finita. E’ tanto, tanto particolare. Strada strettissima. Fondo in cemento. Gli hanno fatto questa lingua di cemento in mezzo al bosco». 

Due moto per i leader

Garzelli ci parla con fascino di questa scalata, ma anche con i dubbi che può portare con sé una prova tanto particolare come lui stesso l’ha definita. E le incertezze che di conseguenza genera negli atleti. 

Per esempio, i capitani avranno due moto al seguito ma gli altri no. E questo significa correre anche senza radio, in quanto sulla moto c’è solo il meccanico con in spalla la bici di scorta.

«Questi ragazzi – va avanti Garzelli – oggi senza radio sono spersi. Non sanno come regolarsi bene. Però mi hanno detto che i leader avranno una seconda moto per il direttore sportivo. So che Baldato, per esempio, sarà in contatto con Almeida».

«E poi c’è il cambio bici. Svolti a destra e passi dalla bici da crono a quella da strada in un attimo e subito su una rampa al 17 per cento. Non solo la muscolatura si deve abituare, ma anche la testa… E ancora: come affronti la parte in pianura? La fai a tutta? Non è facile».

C’è tanta incertezza dunque. E forse non sarà solo una questione di gambe. Chiaramente quelle conteranno, ma gli altri fattori che ha messo sul piatto Garzelli non vanno sottovalutati.

Roglic o Thomas

Chi vincerà dunque? Resta questo il quesito principale. Sulla bilancia anche in questo caso ci sono diversi elementi. Da una parte le pendenze estreme dovrebbero favorire Primoz Roglic, dall’altra lo stesso sloveno potrebbe rivivere i fantasmi del 2020 al Tour quando perse il Tour nella crono della Planche des Belles Filles. Però questa volta il leader non è lui. 

Un Ineos-Grenadiers, Geraint Thomas, che perde un grande Giro a crono noi non lo vediamo, sinceramente. E tutto sommato anche Garzelli fa la nostra stessa analisi. Il tutto poi dando per scontato che Joao Almeida non faccia il numero.

«Vero – dice Stefano – sappiamo quanto in Ineos lavorino su questa disciplina e suona strano che uno esperto come Thomas perda un Giro a crono. Però questa non è una crono normale. E le salite del Giro, specie queste salite, non sono quelle del Tour. Certe pendenze Thomas potrebbe soffrirle.

«E quella sua posizione poi… Tutto in avanti. Penso anche al discorso del cambio di bici, alla sua muscolatura e al discorso fatto prima dell’abituarsi al cambio in pochissimi secondi».

Su pendenze dure, Roglic in teoria è favorito, ma Thomas ha dimostrato di essere in palla
Su pendenze dure, Roglic in teoria è favorito, ma Thomas ha dimostrato di essere in palla

Fattori da valutare

Tanti sono i punti di domanda. Il discorso della pendenza è vero. Su carta il gallese soffre queste pendenze, anche in virtù della sua pedalata più dura e del suo fisico che non è da scalatore, ma sin qui ha dimostrato di andare forte sulle rampe più dure. Anche ieri sulle Tre Cime ha risposto bene a Roglic, salvo poi “impiccarsi” da solo quando ha voluto scattare. Ha capito che non può permettersi tali fuorigi su certe pendenze.

«E quelle del Lussari oltre che dure, ripeto, sono anche rampe lunghe. Per darvi un’idea, io salivo a 4-5 chilometri orari. Loro potranno fare gli 8-9».

Tanti aspetti che non fanno che alimentare la sfida e l’attesa della sfida. Non ultimo la scelta della monocorona da parte di Roglic fatta ieri. Scelta che oggi potrebbe replicare. Noi, per esempio, non sono siamo certi che la mono abbia avvantaggiato Primoz sulle rampe delle Tre Cime. E tutto sommato, tornandoci brevemente dopo la tappa, anche Garzelli nutre qualche dubbio.

Dalle immagini in tv si vede chiaramente come in certi frangenti lo sloveno sia super agile e in altri piuttosto duro. La scala posteriore (10-44) fa salti di 3-4 denti per ingranaggio, non è progressiva. Tutto è da scrivere.