Pinot a Roma, un lungo viaggio iniziato 5 anni fa

30.05.2023
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ROMA – L’ultimo ricordo era il ritiro del 2018. Froome aveva spiccato il volo sul Colle delle Finestre per scrivere la storia del Giro d’Italia, Pinot arrivò terzo. L’indomani nella tappa di Cervinia sprofondò invece in una terribile disidratazione. Lo caricarono sull’ambulanza e lo ricoverarono all’ospedale di Aosta, con la febbre a 40 e conati di vomito. Il giorno dopo li attendeva l’ultima tappa a Roma, ma il francese rimase in Val d’Aosta. Quell’anno gli riuscì poi di vincere due tappe alla Vuelta, la Milano-Torino e poi anche il Lombardia, ma la ferita del Giro è rimasta aperta. Per questo è tornato nel suo ultimo anno di carriera: voleva chiudere il cerchio.

Finalmente sorridente. Pinot ha concluso il Giro e preso la maglia dei GPM. E’ mancata solo la vittoria di tappa
Finalmente sorridente. Pinot ha concluso il Giro e preso la maglia dei GPM. E’ mancata solo la vittoria di tappa

Ritorno al Giro

Ce lo aveva detto la sera della partenza da Pescara, elencando i quattro obiettivi per cui era tornato in Italia: una tappa, la maglia dei gran premi della montagna, stare bene e finalmente l’arrivo a Roma.

«E’ stato un Giro con tante emozioni – ha raccontato invece domenica ai piedi del podio finale – in cui volevo fare bene. L’ultima immagine che la gente aveva di me al Giro era il mio abbandono il giorno prima di Roma. Questa volta, ho fatto davvero quello che dovevo fare. Sono venuto qui per concludere bene la mia storia con il Giro e l’ho fatto come meglio potevo. Mi è mancata solo una vittoria di tappa, che avrebbe reso perfetto questo Giro, ma sono davvero contento. Volevo solo godermi quello che stavo facendo e penso di esserci riuscito. Mi resta ancora qualche mese per chiudere la mia carriera in bellezza, ma il Giro era uno dei miei obiettivi. E penso di averlo centrato».

Giro 2018, 20ª tappa: Pinot scortato dai compagni arriva a Cervinia disidratato: Finirà all’ospedale
Giro 2018, 20ª tappa: Pinot scortato dai compagni arriva a Cervinia disidratato: Finirà all’ospedale

E’ stato un Giro di grandi gambe per lo scalatore di Melisey, la cittadina di 1.700 abitanti di cui suo padre è ancora sindaco, ma anche di grandi beffe. Il secondo posto dietro Zana a Val di Zoldo, ma soprattutto quello dietro Einer Rubio a Crans Montana hanno un sapore ancora piuttosto forte: soprattutto quest’ultimo, con la stizza nei confronti della condotta di Cepeda che gli ha fatto perdere la ragione e la tappa.

Cosa ricordi di Crans Montana?

Non dovevo andare in fuga quel giorno, ma quando hanno ridotto la tappa a così pochi chilometri, mi sono detto che non potevo stare ad aspettare. Non avevo voglia di restare nel gruppo e avrei provato di tutto.

Che cosa ti dicevi con Cepeda?

Non abbiamo fatto grandi discorsi. Gli ho solo detto che se non avessi vinto io, non avrebbe vinto neanche lui. La sua scusa era quella di difendere la classifica di Hugh Carthy, che per me era del tutto assurdo. E così non ha dato un solo cambio, ma mi ha fregato. Se non ci fossi stato io ad animare la fuga, neppure lui avrebbe potuto giocarsi la tappa. Non riesco ancora a capire come si possa pensare in questo modo.

Crans Montana, Pinot con Cepeda e Rubio. Vincerà il colombiano della Movistar
Crans Montana, Pinot con Cepeda e Rubio. Vincerà il colombiano della Movistar
Purtroppo però hai perso lucidità…

Ho perso le staffe, ero furibondo ed è stato un errore. Davvero facevo fatica a mantenere la calma davanti a quel comportamento. Ho fatto sette scatti, che sono serviti anche a non farci riprendere. Non avevo tempo da perdere, perché ero in classifica e sapevo che la Ineos non mi avrebbe dato molto spazio. Se non ci fossi stato io, la fuga avrebbe preso 10 minuti, quindi toccava a me tenerla viva. Su questo non ci sono stati problemi, ho fatto il mio lavoro.

Quella rabbia almeno è diventata motivazione?

Io voglio correre, non perdere tempo in certe discussioni. Però è vero che è scattato qualcosa che ho portato con me sino alla fine del Giro. Non volevo altri rimpianti.

Volata di Zoldo Alto, Pinot contro Zana. Il francese parte troppo lungo e il tricolore lo infilza
Volata di Zoldo Alto, Pinot contro Zana. Il francese parte troppo lungo e il tricolore lo infilza
Hai dovuto lottare anche con la salute?

Ero sicuro che avrei avuto altre possibilità per provare una tappa, ma nel secondo riposo sono stato male. La pioggia si è fatta sentire, sapevo che mi sarei ammalato e tutto sommato che questo sia accaduto quel giorno mi ha permesso di salvare il Giro. Martedì verso il Bondone ho passato l’inferno, mercoledì mi sentivo meglio e giovedì per Val di Zoldo ero a posto

A posto sì, ma è arrivato un altro secondo posto. Che cosa hai pensato?

Ho messo nei pedali tutto quello che avevo. Ho perso allo sprint, perché l’ho lanciato da troppo lontano. Ha vinto il più forte, io ho avuto una buona giornata, ma non avrei mai creduto di poter essere lì a giocarmi una tappa così dura. Sapevo che il finale era piuttosto piatto. Ho avuto pensieri negativi, ricordando Crans Montana. Se avessi creduto di più in me stesso, forse non avrei sbagliato.

Nono alle Tre Cime di Lavaredo: Pinot arriva appena dietro al gruppetto di Caruso e Almeida
Nono alle Tre Cime di Lavaredo: Pinot arriva appena dietro al gruppetto di Caruso e Almeida
Un altro duro colpo?

Ero deluso. Le opportunità di vincere sono rare e io ne ho perse due, anche se rispetto a Crans Montana mi sono divertito di più e ho meno rimpianti. Se fossi stato davvero il più forte sarei arrivato da solo, Zana ha meritato di vincere.

Per contro, quel giorno è arrivata la maglia dei GPM.

Grazie alla quale sono riuscito a salire sul podio finale del Giro. Non sarà quello della classifica generale, ma è stata comunque una bella immagine che porterò con me. Ho vissuto questo Giro con molto meno stress di qualche anno fa. Me lo sono goduto più di altri grandi Giri, dove avevo la grande pressione per i risultati che alla fine si è sempre ritorta contro. Manca solo la vittoria di tappa, ma questa maglia è il premio per un Giro da attaccante. Quello che volevo. Quello che ancora mi mancava.

Juniores in crescita, ma Salvoldi continua a spingere

30.05.2023
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Cancellato il Tour de Vaud che doveva essere la quinta tappa e che doveva svolgersi questo fine settimana, Dino Salvoldi traccia una riga sulla stagione e su quel che hanno detto le prove di Nations Cup, confermatesi anche quest’anno il termometro del valore di un movimento. Una challenge particolare, nella quale non ha tanto peso la classifica generale quanto quello che avviene in ogni singola prova. Un po’ per le differenze di caratteristiche che ognuna presenta, un po’ per il valore delle prestazioni dei ragazzi.

Finora si sono disputate quattro prove: una in linea (la Paris-Roubaix) e tre a tappe (L’Eroica, la Corsa della Pace e il Trophée Morbihan).

La gara del pavé non ha regalato soddisfazioni ai colori azzurri con Capra 53°.

Nella Corsa della Pace il migliore è stato Lorenzo Finn 13°, ma con due presenze in top 10 di Negrente e Gualdi, addirittura sul podio nella terza tappa.

In Francia c’è stato l’acuto di Bessega, vincitore della frazione finale con Giaimi secondo nella seconda tappa e 6° nella classifica finale e belle prove anche per Sierra e Cettolin.

In quella italiana vittoria nella cronosquadre e secondo Gualdi ancora dietro Nordhagen, con seconda piazza per Favero nella seconda tappa e decima di Mellano nella terza.

Dino Salvoldi è alla guida degli juniores dallo scorso anno e vuole cambiare molto nella categoria
Dino Salvoldi è alla guida degli juniores dallo scorso anno e vuole cambiare molto nella categoria

Un divario ridotto dal vertice

Il tecnico azzurro all’inizio della stagione era stato chiaro: bisogna costruire uno zoccolo duro, un gruppo di ragazzi che devono acquisire abitudine alle sfide internazionali. Dopo l’anno di presa di contatto, nel 2023 bisogna cominciare a tirare le fila del movimento e dopo i primi mesi Salvoldi si dice abbastanza soddisfatto, anche se c’è ancora molto da fare.

«In generale posso dire – ammette – che rispetto al 2022 ci siamo un po’ avvicinati al resto del mondo. Ora ci siamo, con continuità, in un contesto di qualità generale alta dove ci sono pochi possibili fenomeni e parlo di possibili perché a quest’età non ci sono mai certezze. Scendendo però in profondità nelle prestazioni c’è ancora un gap da colmare».

La squadra azzurra in Francia, con Giaimi, Sierra, Santinello, Bessega, Cettolin e Capra (Le Photographer)
La squadra azzurra in Francia, con Giaimi, Sierra, Santinello, Bessega, Cettolin e Capra (Le Photographer)
Dove in particolare?

Quando le corse diventano difficili, dove ci sono salite lunghe abbiamo ancora una distanza rispetto al vertice, non siamo ancora in grado di essere della partita. Anche in questo ci sono stati dei miglioramenti, sia chiaro, ma i più forti restano lontani. Anche a cronometro non siamo ancora a posto e le classifiche delle gare a tappe dicono che è proprio la corsa contro il tempo che nella maggior parte dei casi è decisiva.

La tua politica di formare un gruppo unico sta pagando?

Io sto andando avanti su quella strada. Le rappresentative sono state sempre diverse, ma vengono quasi tutti da quel blocco sul quale ho iniziato a lavorare con continuità da inizio stagione e che è formato prevalentemente dai secondo anno. Ci sono stati ragazzi che hanno integrato il gruppo, ma voglio mantenere una coerenza con quanto avevo detto a inizio stagione e i risultati mi stanno dando ragione.

Gualdi, azzurro ai Mondiali 2022 è l’elemento più esperto
Gualdi, azzurro ai Mondiali 2022 è l’elemento più esperto
Che riscontri hai avuto al di là dei risultati oggettivi?

Da un anno all’altro cambia molto, non solo in generale ma nei ragazzi stessi. C’è chi fa il salto di qualità e cresce e chi invece resta lì o addirittura peggiora il proprio rendimento. E’ qualcosa di personale, sta nella crescita interiore del ragazzo, ma sicuramente un fattore che noto è che con l’abitudine ad allenarsi e a gareggiare insieme in contesti così elevati si migliora in termini di esperienza.

Per esperienza intendi il rendimento come risultati?

Non tanto, io focalizzo l’attenzione più sulla gestione della corsa, sul lavoro di squadra. In queste trasferte – sottolinea Salvoldi – mi sono reso conto di come Paesi come Norvegia e Svezia siano avanti perché hanno un’abitudine estrema a gareggiare come squadra. Ma non potrebbe essere altrimenti, non c’è una frammentazione in società come da noi, lì si forma la nazionale e questa viaggia insieme tutto l’anno. I rapporti si cementificano, fuori e dentro la gara. Per noi è naturalmente più difficile, ma noto significativi progressi in tal senso. Abbiamo una struttura ciclistica diversa, la mia non è assolutamente una critica, solo una presa d’atto.

Andrea Bessega è stato autore di un’azione vincente in Francia (foto DirectVelo)
Andrea Bessega è stato autore di un’azione vincente in Francia (foto DirectVelo)
Da questo punto di vista siamo migliorati?

Sicuramente, basta guardare la cronosquadre dell’Eroica, dove abbiamo vinto, ma per tutte le gare abbiamo mostrato una certa continuità. I risultati ci sono, ma sono frutto della collaborazione, del fare gruppo e infatti se parli con i ragazzi diranno tutti che vogliono fare altre esperienze. Come detto restano ancora divari tecnici, sui quali c’è da lavorare.

Gualdi e Bessega sono quelli che hanno finora più convinto…

Non è un caso – sentenzia Salvoldi –mi piace molto il loro essere coraggiosi, il loro essere prototipi del corridore moderno che va all’attacco senza paura, hanno un atteggiamento spavaldo che non si pone problemi tattici e che si fa notare, è quello che il ciclismo attuale richiede. I risultati in questo caso sono strettamente correlati alle prestazioni. Dobbiamo metterci in testa che quello che vediamo all’estero è un ciclismo diverso rispetto alle gare italiane, in quello vince chi è più forte, da noi non capita sempre. Spero che anche gli altri ragazzi prendano esempio e siano più coraggiosi.

Nordhagen con le vittorie alla Corsa della Pace e al Trophée Morbihan è un riferimento assoluto
Nordhagen con le vittorie alla Corsa della Pace e al Trophée Morbihan è un riferimento assoluto
Italiani a parte, hai visto qualcuno che ti ha impressionato?

E’ chiaro che Nordhagen mostra di avere qualcosa in più, ma non è una sorpresa, parliamo del vicecampione europeo. Attenzione anche all’americano August, secondo alla Corsa della Pace, per me sono gli unici che si staccano dalla media, dietro ci sono molti ottimi corridori e fra questi ci sono anche i nostri.

Roglic e Meznar, l’amico ritrovato sul ciglio della strada

30.05.2023
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«Che dici, Matevz, andiamo a vedere Rogla?». E’ mattina presto a casa di Mitja Meznar e l’idea ha fatto capolino appena sveglio. Chiama il suo amico Matevz Sparovec e gli suggerisce di fare quel tratto di strada, lungo ma neanche poi tanto, per andare a vedere Primoz Roglic, nel suo assalto alla maglia rosa sull’aspra salita del Monte Lussari.

Mitja è un tifoso di Roglic, ma non come gli altri. Perché lui lo conosce, lo conosce bene. Erano nella stessa squadra nazionale junior di salto con gli sci, quella che proprio poco lontano da Tarvisio, sede della penultima tappa del Giro d’Italia, conquistò il titolo mondiale di categoria. Era il 2007 (foto di apertura).

Al bar, il Tour aspetta…

Roglic, non andò oltre quel trionfo: prima l’infortunio, poi le sirene del ciclismo. Mitja no, lui ha continuato: è approdato nella nazionale maggiore, è andato alle Olimpiadi di Vancouver nel 2010 e ha chiuso quinto a squadre e 29° nell’individuale. Ma le loro strade si erano forzatamente divise.

Eppure erano amici, addirittura compagni di stanza. «Primoz era un saltatore molto determinato – ricorda Meznar – ma lo faceva quasi come un dovere. Non era quella la sua passione. Quand’eravamo in ritiro estivo per preparare la stagione, al pomeriggio mi trascinava fuori dalla camera, prendevamo le bici e cercavamo il bar più vicino perché doveva guardare il Tour de France. E mentre eravamo lì, ecco che tirava giù esempi, regole, tattiche, vita di gruppo. Era un fiume in piena, un fiume di passione».

Il ricordo del 2020

Poi la vita li aveva un po’ separati. Solo un po’, perché i contatti non si sono mai persi: troppe esperienze condivise. L’occasione di ritrovarlo, anche se solo per il breve battito di ciglia del suo passaggio sulla strada, era troppo ghiotta. Qualche ora di macchina e poi via a cercare un posto buono, per sé e per Matevz.

I due si separano, un paio di centinaia di metri, ognuno cerca la prospettiva migliore per scattare le foto con il proprio smartphone. Primoz arriva, le prime notizie dicono che sta già recuperando quei 26” di ritardo da Thomas. Si avvicina, si avvicina sempre più. Poi si ferma, scende di bici e comincia a smanettare: «No – grida Mitja – non un’altra volta». Il pensiero è a quella maledetta cronometro del Tour 2020, quella che ha lasciato fantasmi nell’animo di Primoz non del tutto dissolti neanche dalla conquista di ben tre Vuelta consecutive.

Mitja comincia a correre e vede che nel frattempo un meccanico è sceso dalla moto e ha riassestato la bici dello sloveno della Jumbo Visma. Lo spinge, ma non ha poi gran vigoria. L’amico di un tempo si mette dietro e cambia marcia. Non c’è bisogno di parole, Mitja ha un fisico possente, che risalta ancor di più in televisione per l’abbigliamento rosso e nero. Roglic riprende velocità e il suo amico gli grida dietro: «Vaiiii!».

Meznar in azione. Due volte oro mondiale junior, è stato alle Olimpiadi 2010
Meznar in azione. Due volte oro mondiale junior, è stato alle Olimpiadi 2010

Una fortunata coincidenza

Il tamtam dei social impazzisce e procede ancora più veloce di Roglic e della sua cavalcata ricominciata, di quel divario con Thomas che progressivamente si riduce fino a invertirsi. Ci vogliono pochissimi minuti per identificarlo: «Non ci credo, è come vincere cinque volte la lotteria – sentenzia Jens Voigt, commentatore di Eurosport – neanche a volerlo si poteva scrivere una sceneggiatura migliore».

Il gesto di Mitja assume contorni epici proprio perché sembra quel prezzo che il destino paga per compensare i tormenti francesi di tre anni prima. Tutti si riversano sul suo profilo Facebook, richieste su richieste. Ma lui si schermisce.

«Avrebbe vinto lo stesso – dice – non ho fatto nulla di trascendentale. In quel momento non sono stato tanto a pensare, ho fatto quel che sentivo e che so avrebbe fatto anche lui, perché lo conosco bene.

Roglic davanti ai Fori Imperiali. Il Trofeo senza Fine finalmente è suo
Roglic davanti ai Fori Imperiali. Il Trofeo senza Fine finalmente è suo

Una birra per riparlarne

«Se mi ha riconosciuto? Non penso proprio – ammette Meznar, anche se Roglic lo ha riconosciuto e ne ha parlato dopo la tappa di Roma – in quel momento l’ho guardato negli occhi ed era in trance agonistica, completamente concentrato su quel che doveva fare. Primoz se ne sarà accorto molto dopo, gli avranno fatto rivedere le immagini e magari un giorno ne rideremo insieme davanti a una birra».

Ne hanno parlato e ne hanno riso, Mitja e Matevz tornando a casa, oltreconfine: «Avrei voluto esserci il giorno della sua incoronazione a Roma ma avevo altri impegni. Quel che conta è che Rogla l’ha fatto, ora quella brutta pagina è finalmente nella storia e non ci si pensa più».

Resta però l’incredibile storia di un incontro lontano da casa, di due strade che si tornano a incrociare nel momento più importante. Certe volte si diventa semplici strumenti del fato e Mitja lo è stato, per pochi, interminabili secondi.

Joao Almeida, un podio per guardare avanti

30.05.2023
4 min
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ROMA – Finalmente Joao Almeida (in apertura foto UAE Emirates) ha agguantato il primo podio in un grande Giro. Suona strano dirlo, visto che è un corridore di grande sostanza, di cui parliamo da anni, dotato di classe, ma questo è… Una volta la sfortuna, una volta l’inesperienza – basta pensare al “Giro di ottobre” –  quei tre gradini sembravano diventati una chimera.

Il portoghese della UAE Emirates, per 48 ore, era stato dato persino per favorito. Dopo il Bondone sembrava il più forte. Aveva vinto un duello in salita e si sa che quando un atleta prende fiducia può rendere molto di più. 

Poi le pendenze del Coi hanno rimesso le cose in ordine, come il suo modo di procedere sul passo di fronte agli attacchi violenti e un feeling più complicato con le pendenze elevate. Ma le stesse pendenze elevate hanno anche fatto emergere la caratteristica migliore di Almeida: la tenacia. E tra Giau, Tre Cime e Lussari ce n’erano di chilometri con pendenze estreme.

Almeida in fase di recupero sul Lussari, poco dopo la crono
Almeida in fase di recupero sul Lussari, poco dopo la crono

Lussari in crescendo

Dopo la crono del Monte Lussari, Joao cerca di recuperare. Sorseggia dell’acqua e probabilmente sta rivedendo nella sua testa la prova appena fatta. Una grande prova: ha incassato 42″ da Roglic, non un’eternità, ed è arrivato terzo.

«Ho gestito bene lo sforzo credo – racconta Joao dopo l’arrivo – la prima parte, quella in pianura, per me è stata la più dura, in quanto non mi sentivo bene. Poi man mano che andavo avanti, in salita ho avuto sensazioni migliori. Alla fine ho fatto bene e ne sono felice».

Sapere di essersi espresso al meglio delle proprie possibilità è importantissimo per un atleta. E Joao non sfugge a questa regola. Durante la crono aveva quasi paura di perdere il terzo posto e chiedeva gli intermedi a chi lo seguiva in moto. Piccole incertezze che se non salti di testa, cosa che Almeida non ha fatto, diventano uno stimolo.

Il portoghese ha ammesso che sulle Tre Cime ha avuto il momento più duro del suo Giro
Il portoghese ha ammesso che sulle Tre Cime ha avuto il momento più duro del suo Giro

Più maturo

A Roma il portoghese ha indossato ancora una volta la maglia bianca di miglior giovane, ormai è un habitué. Questo era il suo quinto grande Giro e ogni volta si è ritrovato coi gradi di capitano. Solo lo scorso anno alla Vuelta li ha dovuti condividere con Ayuso.

Ma stavolta è stato diverso. Non era solo il ragazzo di buone speranze che è chiamato a fare bene. Stavolta ha sfidato a testa alta, e spalla a spalla, Roglic e Thomas: non due qualunque. Stavolta era leader con delle responsabilità.

«Credo di essere cresciuto molto – dice Almeida – e credo anche si sia visto. Alla fine sono andato sempre bene. Ho perso un po’ di tempo sulle Tre Cime, ma perché loro due sono andati più forti, non perché fossi calato io».

«Vero, la vittoria del Bondone è stata importante per me. Ero sempre secondo ed era diventato difficile. Vincere lì mi ha dato più fiducia, ma anche più tranquillità perché per fare le gare quella serve sempre».

Joao Almeida (classe 1998) ancora sul podio di Roma, dopo la generale (terzo) festeggia la maglia bianca
Joao Almeida (classe 1998) ancora sul podio di Roma, dopo la generale (terzo) festeggia la maglia bianca

Ripartire da Roma

Questo podio è un punto di partenza. Almeida è un ottimo atleta, ma ai livelli siderali che servono per vincere oggi ci deve arrivare pian piano. Quindi okay il podio di Roma, ma che non sia l’arrivo.

«Io – conclude Joao – sapevo che sul Lussari sarebbe stata difficile per me. Sapevo che Primoz e Geraint erano più forti, ma cosa potevo fare? Ho cercato di dare il massimo, ho gestito il mio sforzo e ho fatto, quasi, lo stesso tempo di Thomas. Lui ha vinto un Tour de France ed essere lì con lui è importante. Una vittoria per me.

«Gli ultimi giorni del Giro d’Italia sono stati i più difficili: duri, lunghi… Sono anche caduto e ho avuto qualche problema di salute… Cosa avevo? Il raffreddore. Ammetto che ho avuto paura che fosse il Covid, come l’anno scorso, ma per fortuna non era cosi. Sono riuscito a superarlo bene. Ho recuperato e sono tornato ai miei livelli».

Dopo il podio dei Fori Imperiali, Joao si godrà qualche giorno di vacanza. «Poi punterò al campionato nazionale e poi ancora vedremo. Ma credo che dovrei fare il Tour de Pologne e la Vuelta».

Frigo, il diario del mio primo Giro. Dalle Alpi a Roma

29.05.2023
6 min
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ROMA – «Mi sono goduto così tanto la passerella di Roma che avrei continuato per altre tre settimane». Marco Frigo inizia così la terza ed ultima puntata del diario del suo primo Giro d’Italia. Ma da una frase del genere già si capisce che il ragazzo sta bene, che fisicamente ha tenuto botta e questo in chiave futura è molto importante. 

L’atleta della Israel-Premier Tech è stato una delle sorprese italiane di questa edizione della corsa rosa. E sono tutte sorprese giovani: il più “vecchio” – che infatti proprio sorpresa non è – è stato Alberto Dainese, poi Jonathan Milan e Filippo Zana. Okay, Marco rispetto a loro non ha vinto, ma è stato protagonista, spesso in fuga.

Marco Frigo (classe 2000): un Giro affrontato col sorriso
Marco Frigo (classe 2000): un Giro affrontato col sorriso

Ultima settimana 

Un diario che si rispetti, vede le sue pagine compilate giorno dopo giorno e così iniziamo dove ci eravamo lasciati: alla vigilia della tappa del Bondone, la prima dopo il secondo riposo.

«Come vi avevo detto – spiega Frigo – il secondo giorno di riposo era stato più desiderato del primo e la tappa del Bondone, in accordo con la squadra, abbiamo deciso di viverla come se fosse un’altro giorno di “riposo” per me.

«Accusavo ancora un po’ la fatica. A Bergamo ne avevo fatta davvero tanta. Era una tappa così dura che non avrebbe avuto senso spingere forte in prospettiva delle frazioni a venire. E così quel giorno ho preso mezz’ora. Ma è stata comunque molto bella».

Ad una manciata di chilometri dalla sua Bassano si raduna il fan club di Frigo. Marco si ferma per la classica visita parenti
Ad una manciata di chilometri dalla sua Bassano si raduna il fan club di Frigo. Marco si ferma per la classica visita parenti

Visita parenti

E il giorno dopo, se vogliamo per Marco si è trattato di un terzo giorno di riposo consecutivo. Dopo quello vero e proprio e dopo il Bondone, c’è stata la frazione di Caorle. Un piattone, non adatto a Frigo, ma per certi aspetti quella è stata la tappa per lui più bella. Di certo la più significativa.

«E’ stato fantastico quel giorno – racconta Frigo – assieme a quella del Giau è stata la tappa che più mi ha emozionato. Desideravo viverle a fondo. Verso Caorle, in particolare, si passava a casa mia. Il mio fan club mi ha accolto poco prima di Bassano per farmi festa, per salutarmi. Io mi sono fermato obbligatoriamente, non potevo non farlo… Ho anche preso un goccio di prosecco!».

Insomma, una visita parenti in pieno stile. Immagini sempre più rare, ma sempre suggestive. Marco però non aveva chiesto il permesso di andare “in fuga” come si faceva una volta, semplicemente si era avvantaggiato nelle prime posizioni del gruppo e poi si era fermato.

«Mi sono fermato anche per mantenere quelle tradizioni che magari con il passare degli anni si stanno perdendo. Ma penso che il ciclismo, quello di una volta di cui tanto si parla, nel bene o nel male, conti ancora tanto. Una volta non c’erano i riferimenti social, non ci si seguiva come adesso, e appunto c’era la visita parenti. Quindi è stato veramente bello conciliare un po’ di “casino” e al tempo stesso mantenere viva una tradizione».

In fuga coi giganti, Frigo con Pinot e Barguil
In fuga coi giganti, Frigo con Pinot e Barguil

Si torna a menare

Ma al Giro Frigo ci è andato con intenzioni serie: imparare e, se possibile, andare forte. Obiettivi colti entrambi.

Dopo Bergamo, in Val di Zoldo è di nuovo protagonista. La volta scorsa Frigo ci aveva confidato che si era studiato bene questa tappa. L’aveva percorsa nel ritiro pre-Giro sul Pordoi. Peccato però che non fosse al meglio.

«Negli ultimi 4-5 giorni del Giro – racconta il veneto – ho iniziato ad avere qualche problema di respirazione, di tosse. Ero un po’ congestionato. E questo è stato l’unico neo di questo mio primo Giro.

«Tuttavia, quel giorno man mano che andavo avanti non stavo malissimo. Sapevo che poteva essere una buonissima tappa. In più si era creato lo scenario tattico ideale con la Ineos-Grenadiers che ci aveva lasciato andare. In qualche momento ci ho creduto veramente. La fuga era andata via di forza e io ci ero entrato e poi ero molto motivato perché sapevo che sarebbe stata l’ultima vera possibilità di vittoria».

«Peccato mi sia staccato in discesa. Ho speso tanto per rientrare e poi ho pagato nel finale. Ma va bene così. Era la tappa numero 18 del Giro. E se a Fossacesia mi avessero detto che dopo tutte quelle frazioni sarei stato lì a giocarmela ne sarei stato più che contento».

La folla delle Tre Cime. Marco ha detto che certe scalate hanno un fascino particolare
La folla delle Tre Cime. Marco ha detto che certe scalate hanno un fascino particolare

Onore Tre Cime

Restavano due ostacoli per arrivare a Roma: le Tre Cime e il Lussari. Altri due momenti topici di questa edizione della corsa rosa. E Frigo, da vero appassionato, è sembrato portare rispetto a queste vette.

«Sono state salite splendide. L’atmosfera che c’era nel pubblico in strada mi ha emozionato. Il carisma di una tappa dolomitica per di più con l’arrivo sulle Tre Cime è unico. Lo senti. Credo sia stato il vero tappone del Giro. Io ero cotto, ma tutta quella gente non me la scordo».

E più o meno le stesse cose Frigo le ha vissute sul Lussari. Anche se in quel caso forse la fatica iniziava ad emergere con più prepotenza.

«Iniziavo a sentirla in effetti. Io ho dormito tranquillo, nel senso che materiali, ruote, rapporti – ho montato il 36×34 – era già stato tutto deciso, però era importante fare una buona scalata, anche per conoscersi.

«Ma ammetto che negli ultimi giorni della terza settimana l’appetito era diminuito. E anche per prendere sonno avevo qualche difficoltà in più. Me lo avevano detto: ora ho capito di cosa parlavano».

«Però in maniera inversamente proporzionale tra noi compagni si era creata un’atmosfera d’intesa quando mangiavamo la sera. Scherzavamo di più. Io dicevo che eravamo ubriachi di fatica ed essendo ubriachi sparavamo più cavolate!».

L’acquazzone poco dopo lo start da Pergine Valsugana… costato “caro” a Frigo
L’acquazzone poco dopo lo start da Pergine Valsugana… costato “caro” a Frigo

Marco il meteorologo

E parlando di scherzi e risate sentite questa. Senza più Pozzovivo in squadra il meteorologo era Marco. Al via da Pergine Valsugana, proprio nella tappa di casa, il meteo promette bene, ma…

«Ma all’orizzonte – racconta Frigo – si affacciano dei nuvoloni. I miei compagni, tanto più che ero del posto, mi chiedono come sarebbe andata. E io: “Ma no, verso Sud dove andiamo noi è bello. Vedrete che non pioverà”».

«Partiamo e dopo venti minuti ecco qualche gocciolina. Allora Stephens (Williams, ndr) mi fa: “Marco, ma cosa succede?” E io: “Tranquillo non piove”. Dopo trenta secondi è venuto giù il mondo e lui mi ha mandato a quel paese! E’ andato in ammiraglia a prendere la mantellina e quando è tornato è uscito il sole».

Israel a Roma. Marco (primo a destra) ha concluso il suo primo Giro d’Italia in 32ª posizione (foto Israel-Premier Tech)
Israel a Roma. Marco (primo a destra) ha concluso il suo primo Giro d’Italia in 32ª posizione (foto Israel-Premier Tech)

Marco entra a Roma

E ora il grande finale. Il folle ultimo giorno di Roma, iniziato con un aereo a Trieste e terminato con una bici sui Fori Imperiali. Il culmine di un viaggio indimenticabile.

«Anche ieri – racconta Frigo – è stato molto emozionante. Me la sono goduta tutta la passerella. Mi sono messo in fondo al gruppo e ho pedalato con la mente più libera, più tranquilla. Non avevo nessuna ambizione di fare la volata, né per me, né per i compagni. Tutto è filato liscio: un’emozione dal primo all’ultimo metro».

«Quasi mi dispiaceva che il Giro stava finendo. Sarei andato avanti altre tre settimane. E’ stato il mese più bello della mia vita. L’ho visto e l’ho vissuto un po’ come un traguardo. Ma quell’arrivo ai Fori al tempo stesso è stato anche un sollievo. Ci tenevo a finire bene questo viaggio».

Si sono giocati la maglia rosa su bici molto speciali

29.05.2023
7 min
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Dopo aver analizzato le curiosità viste al Giro d’Italia 2023, entriamo nel dettaglio delle scelte di alcuni protagonisti sulle bici che si sono date battaglia sulle salite. Inoltre, la vittoria di Roglic in cima al Monte Lussari, sdogana la monocorona in un grande Giro e in una frazione con arrivo in salita. Vince Roglic, vincono le sue gambe ed il suo team, ma anche la scelta tecnica non passa inosservata.

La Pinarello di Thomas e le scelte di Caruso per la sua Merida Scultura. Le preferenze di Almeida per la sua Colnago e le combinazioni usate da Roglic. Entriamo nel dettaglio.

Stessi rapporti, ruote diverse

La Pinarello Dogma di Thomas e la Merida Scultura di Damiano Caruso hanno in comune la trasmissione Shimano Dura Ace a 12 rapporti. Per le grandi salite i due campioni hanno scelto le medesime combinazioni dei rapporti, ovvero 54-40 anteriore e 11-34 posteriore (esclusa la cronometro del Monte Lussari, dove entrambi hanno utilizzato la combinazione 50/34 e 11/34). Però le ruote usate dai due corridori sono molto diverse, una questione di marchio, ma anche per costruzione e profilo. Abbiamo chiesto una battuta ai loro meccanici, Matteo Cornacchione del Team Ineos-Grenadiers e Ronny Baron del Team Bahrain Victorious. Interessante inoltre l’utilizzo dai tubeless Continental 5000 TT da 28, montati sulle ruote di Thomas, più leggeri (e veloci) rispetto alla versione tradizionale.

«Thomas – spiega Cornacchione – è un corridore che non ama sperimentare le soluzioni dell’ultimo minuto. E’ molto preparato e intelligente sotto diversi aspetti, ma considerando anche la sua esperienza e il fatto che non è più un ragazzino, non ama provare le soluzioni tecniche che non ha mai testato in precedenza. Nelle tappe più dure, oltre ai pignoni con il 34 posteriore, ha chiesto anche le ruote dal profilo medio/basso: le C36 di Shimano con una valvola superleggera in ergal e sempre con i tubeless».

«Rispetto al Giro d’Italia 2022 – dice invece Baron – le scelte di Caruso non sono cambiate in merito ai rapporti, con il 54-40 anteriore e 11-34 posteriore. Sono cambiate invece le ruote, perché ora abbiamo ufficialmente in dotazione l’ultima versione delle Vision, la SL45, sviluppata anche grazie ai feedback dei nostri corridori e di noi meccanici. Il prodotto è stato alleggerito, la forma del cerchio è ottimizzata per alloggiare e sfruttare tubeless da 28 e 30 millimetri, oltre ad un mozzo posteriore che è stato reso ancor più veloce e senza spazi vuoti nel meccanismo d’ingaggio».

La Cervélo R5 di Roglic

Lo sloveno ha la trasmissione Sram, fattore che comporta anche una rapportatura completamente differente. L’accoppiata delle corone anteriori scelta da Roglic è 52-39, soluzione usata anche sulla Cervélo S5. La variazione da sottolineare è legata alla scelta dei pignoni, preferendo la combinazione 10-33 usata in salita, invece della 10-28 usata in tappe “standard”. Ma nel corso delle ultime due frazioni di salita (escludendo la scalata alle Tre Cime di Lavaredo e la salita al Monte Lussari), Roglic dietro ha chiesto e fatto montare il 36.

Durante l’ascesa alle Tre Cime e nel corso della cronoscalata alla cima Lussari, Roglic ha usato una Cervélo R5 con la trasmissione Sram XPLR, sviluppata in origine per un contesto gravel. Monocorona anteriore da 42 denti e pedivelle lunghe 170 millimetri e una scala pignoni 10-44. La scelta ha obbligato l’impiego di un bilanciere posteriore XPLR specifico, con una gabbia più lunga rispetto al classico Sram Red e un fermacatena Wolf Tooth (usato anche da Van Aert nel ciclocross).

Le ruote Reserve, profilo da 34 per l’anteriore e 37 per il retrotreno (montate anche sulla bici con il monocorona, ma con i tubeless Vittoria da cronometro con sezione da 25). Il mozzo è un DT Swiss Spline 180. I cerchi full carbon di queste ruote hanno un canale interno con una larghezza differenziata, 23 millimetri davanti e 22 dietro. Roglic è solito utilizzare i tubeless Vittoria Corsa da 28. Il corridore sloveno utilizza anche l’ultima versione della Fizik Antares con foro centrale. Sul manubrio Vision Metron 5D è stato applicato un inserto adesivo per aumentare il grip quando lo svolveno ha appoggiato gli avambracci.

La Colnago V4Rs di Almeida

E’ del tutto paragonabile a quella normalmente usata da Pogacar. Il kit telaio è un Colnago V4Rs, la sella è una Prologo Scratch M5, mentre il manubrio è Enve integrato. Enve sono anche le ruote, della serie SES 4.5 con i tubeless Continental da 28 millimetri.

L’atleta portoghese continua ad utilizzare le corone della Carbon-Ti sulla bici numero 1, mentre su quella di scorta la guarnitura supporta quelle standard Shimano. A prescindere da questo particolare, Almeida è solito utilizzare la combo 54-40 e 11-34.

La Colnago numero 1 di Almeida è stata modificata nella rapportatura e per quanto concerne le ruote in vista della scalata al Lussari. Tutta diversa, rispetto ai colleghi, la scelta delle corone anteriori: 54/36 leggerissime della Carbon-Ti, pignoni posteriori 11/34 e ruote Enve SES 2.3 con tubeless Continental TT da 28.

EDITORIALE / Giro duro e bello, nonostante i social

29.05.2023
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Soltanto tre Giri d’Italia negli ultimi dieci anni si sono corsi a una media superiore ai 40 orari: i due vinti da Nibali (2013-2016) e quello di Froome (2018). Il terzo, giusto per offrire qualche dato, è stato lungo 3.546 chilometri per 44.000 metri di dislivello. L’ultimo, della lunghezza di 3.489 chilometri, aveva dislivello di 51.400 metri: 57 chilometri in meno, ma in compenso 7.400 metri di dislivello in più. Se anche non volessimo considerare il maltempo e il freddo come attenuanti per alcune tappe non proprio entusiasmanti, valga il fatto che malgrado le apparenze, il Giro d’Italia appena vinto da Roglic è stato durissimo: con il dislivello più alto dopo quello monstre del 2011 (52.390 metri!).

Tifosi sloveni per Roglic: una marea di gente che ha sostenuto il campione della Jumbo Visma
Tifosi sloveni per Roglic: una marea di gente che ha sostenuto il campione della Jumbo Visma

Tre Cime a 6,5 watt/chilo

Si è parlato di noia e a volte l’abbiamo sfiorata anche noi. Si è parlato di ridurre i chilometraggi. Qualcuno ha ipotizzato di inserire delle prove speciali all’interno delle tappe. Per due settimane se ne sono dette di ogni genere, dimostrando di non aver capito quello che stava succedendo e quello che sarebbe successo nella terza settimana.

La trama del Giro 2023 ha ricalcato quella del 2022 (3.445 chilometri per 50.580 metri di dislivello), con la corsa decisa nell’ultima crono a capo di duelli tiratissimi nella terza settimana, che non hanno schiodato la situazione dal sostanziale pareggio fra i primi tre della classifica. Ma se come dice Caruso i gregari di Thomas tiravano sulle Tre Cime di Lavaredo a 6,5 watt/chilo, come si pretendeva che qualcuno attaccasse?

Il duello iniziato sul Bondone è esploso alle Tre Cime fra ali di folla incredibili
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Il gusto della noia

Il ciclismo ha accelerato dopo il Covid. Molti hanno avvertito di non prendere come modello le prestazioni di pochi campioni, invece è successo esattamente questo.

I social e l’arrivo di nuovi tifosi hanno impresso un’accelerazione subdola e nociva, che ha condizionato anche chi dovrebbe fare informazione sulla base di ragionamenti e competenza. Si è preferito assecondare il coro delle accuse, senza tenere in dovuta considerazione il fatto che per 14 tappe il gruppo abbia corso sotto la pioggia e con temperature rigide. Inoltre il ritiro di Evenepoel ha fatto intravedere la possibilità di lottare per la vittoria e a quel punto si sono dosate le energie per una terza settimana durissima.

La capacità di annoiarsi è una dote su cui lavorare, dalla noia si esce col ragionamento. L’incapacità di aspettare rientra fra i mali del nostro tempo, ma non nelle specifiche del ciclismo.

Siamo pronti a scommettere che le uscite di alcuni corridori sono state la reazione al coro di fischi che ogni giorno li investiva dal web, mentre la gente sulle strade – probabilmente testimone delle stesse condizioni – ha sempre continuato ad applaudirli.

Il Monte Lussari è stato il teatro della sfida finale, giocata sul filo dei secondi e dei nervi
Il Monte Lussari è stato il teatro della sfida finale, giocata sul filo dei secondi e dei nervi

Un Giro di cuore

E’ stato un bel Giro, con quattro vittorie italiane. La logistica degli ultimi giorni è stata impegnativa: il viaggio dalle Tre Cime di Lavaredo a Tarvisio e poi dal Monte Lussari a Roma ha costretto tutti a tre giorni di tirate non indifferenti. Tuttavia lo spettacolo della folla sulle salite del Veneto, la sfida finale sulla stradina del Santuario friulano e la conclusione a Roma sono stati lo spot migliore per uno sport e un Paese che nel turismo ha risorse impensabili. Bella Parigi, ma il finale del Giro a Roma ha surclassato il classico finale del Tour.

Roglic ha vinto con le gambe e col cuore. Per lo stesso motivo avrebbe meritato Thomas, che nel nome dell’amicizia, ha propiziato la vittoria di Cavendish: questo è il ciclismo. E se nessuno ve l’ha spiegato, noi proveremo a farlo con la nostra testimonianza. Non è detto che avremo sempre ragione o che saremo sempre d’accordo, ma di certo non rifiuteremo il confronto. Come si diceva ieri con Roberto Damiani alla partenza dell’ultima tappa, è giusto cavalcare il nuovo, ma anche ricordarsi quale grande storia abbiamo alle spalle.

Il dio pallone

Il Giro d’Italia numero 106 è finito. Ha sfiorato la tragedia della Romagna, che abbiamo vissuto in piccolissima parte negli occhi degli amici romagnoli in gruppo. E ha ricevuto a sua volta la visita del Presidente Mattarella, il solo politico italiano con una vera cultura sportiva e non solo calcistica.

Per un po’ continueremo a parlarne, ma già si annunciano le prossime sfide. Il Giro degli under 23, il Delfinato e lo Svizzera sulla strada del Tour e i campionati nazionali. Chiudiamo questo editoriale avendo negli occhi l’immagine di Roglic affacciato sui Fori Imperiali. Cercheremo di tenerla il più a lungo possibile, sebbene altrove il dio pallone – indagato e indebitato – l’abbia già fagocitata.

I momenti del trionfo: Affini (senza voce) racconta

29.05.2023
5 min
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ROMA – Solo una manciata di ore prima i corridori erano ancora in Friuli Venezia Giulia, a Trieste. Erano in attesa del volo che il Giro d’Italia gli aveva prenotato per arrivare a Roma. Le emozioni della giornata rosa di Primoz e del team erano ancora calde. E soprattutto hanno lasciato strascichi! Edoardo Affini infatti ha davvero poca voce quando inizia a parlare con noi.

Giustamente sabato sera in casa Jumbo-Visma si è fatto festa. Ci si è sfogati, anche se le briglie non sono state sciolte del tutto. Mancava ancora un passo. Quello di Roma appunto.

Senza voce

E’ stata una rincorsa lunga tre settimane, iniziata, per Roglic e compagni, con tante tensioni per i continui cambi di formazione tra Covid e cadute. Su tutti, l’addio di Kelderman e di Tratnik a poche ore dal via di Fossacesia. E poi la caduta dello sloveno verso Rivoli, la tanta pioggia…

Ma l’assenza di voce di Affini è un “bel” segnale in questo caso. Ed è da qui che partiamo con il gigante mantovano.

«Non ho la voce – spiega Edoardo – un po’ perché con l’acqua che abbiamo preso, faccio parte di quella metà del gruppo che tossisce. E un po’ perché sabato sera… ci ho dato dentro ad urlare! Nella notte, ad ogni respiro, ho sentito che la voce se ne andava. E stamattina (ieri, ndr) proprio non c’era. Ma va bene così!».

Affini è stato uno degli alfieri più preziosi di Primoz ed è un colonna portante di questo team. Fa parte anche del gruppo classiche di Wout Van Aert. Uno come lui si vede meno nelle fasi calde di salita, perché visto il suo fisico lavora più in pianura. Ma in alcune occasioni ha tirato… la carretta anche quando la strada saliva. E saliva forte come sul Santa Barbara.

Foto di rito per la maglia rosa e i suoi alfieri. Al termine della tappa tutti in un ristorante nella zona Sud-Ovest di Roma
Foto di rito per la maglia rosa e i suoi alfieri. Al termine della tappa tutti in un ristorante nella zona Sud-Ovest di Roma

Birra sì, ma non troppa

Affini però stavolta più che parlare di ciclismo, ci racconta della festa e della tensione vissuta sabato pomeriggio. Lui non ha seguito la crono di Primoz ai piedi del palco come Kuss e gli altri scalatori.

«No – dice Affini – io ero al bus con Dennis e Gloag. Anche loro erano partiti presto, nel secondo scaglione. Con noi c’erano anche il dottore, il fisioterapista, alcuni meccanici… Eravamo tutti davanti alla tv nel bus».

Fatta la doccia, Edoardo e gli altri si sono radunati in religioso silenzio davanti al monitor e hanno iniziato a soffrire. Sapevano quanta ne avesse il loro leader, ma non era facile battere il gallese. In fin dei conti Thomas non aveva mai dato segni di cedimento.

«Quando Primoz ha avuto il problema meccanico, è stato un brivido. Un brivido grosso… Ma poco dopo siamo passati alla gioia sfrenata».

«Abbiamo aspettato un bel po’ prima che Primoz scendesse a valle. Mentre svolgeva tutte le procedure, noi eravamo al parcheggio e ci godevamo quel momento. E’ stato speciale.

«A quel punto – va avanti Affini – abbiamo impiegato un’oretta e mezza per andare in hotel e lì abbiamo bevuto qualche birra, ma senza esagerare. Insomma, c’era ancora da fare questa tappa…».

Sempre all’erta

Roglic ha puntato tutto sulla crono del Lussari, ma in realtà Affini non è del tutto d’accordo. Il grande pubblico si aspettava un super Primoz, ma va ricordato che lo scorso autunno lo sloveno era alle prese con le fratture e i problemi alla spalla. Lui stesso a novembre ci disse che prima di fare i programmi, aveva come primo obiettivo quello di rimettersi in sella.

«Sapevamo – spiega Affini – che il Lussari poteva essere un punto a nostro favore visto il tipo di corridore che è Primoz, ma bisognava arrivarci. Per di più Thomas si è dimostrato molto solido e performante. Ci aspettavamo una battaglia all’ultimo colpo di pedale e così è stato».

Infine Affini ci toglie una curiosità: quando, il suo capitano, ha scelto di utilizzare la bici con la monocorona?
«E’ stata una scelta fatta in precedenza, non è una cosa che si è sognato la notte. Aveva fatto le sue prove non so quante volte. E in allenamento ha trovato il sistema di sfruttarla al meglio».

Parla Nibali: la crono di Roglic, un capolavoro tecnico

29.05.2023
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ROMA – Il Giro di Nibali ha i colori delle tenute di RCS Sport e lo sguardo stupito del campione passato in un amen dal gruppo al dietro le quinte. In cima al Monte Lussari lo abbiamo visto soffermarsi sulla bici di Roglic, con lo sguardo dell’appassionato di meccanica. In ogni altro momento della sua presenza in carovana, lo si vedeva studiare il mondo intorno a sé, forse per capire quello che in tanti anni da corridore aveva dato per scontato. E così gli abbiamo chiesto di raccontarci il Giro per come lo ha vissuto da spettatore privilegiato.

Vincenzo, che Giro è stato?

E’ stato un Giro d’Italia molto difficile per le prime due settimane. Tanta pioggia, tante cadute, tanti ritiri, ma sostanzialmente sapevamo che la settimana decisiva sarebbe stata la terza. Per vincere un Giro d’Italia devi perdere meno tempo nella prima parte, per arrivare al finale con la migliore condizione. Solo così puoi giocarti tutto in un trittico speciale, come quello che abbiamo vissuto negli ultimi tre Giri d’Italia.

I valori ascensionali medi alle Tre Cime di Lavaredo sono stati notevoli: per Nibali, impossibile scattare
I valori ascensionali medi alle Tre Cime di Lavaredo sono stati notevoli: per Nibali, impossibile scattare
Le critiche sulla mancanza di spettacolo?

Tanti magari volevano vedere qualche attacco di più, va bene. Venerdì sulle Tre Cime di Lavaredo i valori in campo erano veramente alti, abbiamo visto dei valori ascensionali medi altissimi. Per questo sapevamo che avremmo avuto un finale thrilling in una cronoscalata così difficile. Qualcuno ha detto che era una scalata da circo, io mi sento di dire di no, perché comunque anche in Spagna e in altre occasioni, ci siamo trovati ad avere delle salite particolari. Ricordo per esempio la Bola del Mundo su cui ho vinto la Vuelta e anche altre salite con simili pendenze. La differenza l’hanno fatta anche la dotazione tecnica dei materiali e il cambio bici effettuato dopo 10 chilometri.

Dotazione tecnica?

La cronoscalata è stata spettacolare e ha lasciato veramente il grande segno con Roglic che si è scatenato dopo il salto di catena e Thomas che è completamente crollato negli ultimi 3 chilometri. Probabilmente la scelta tecnica che ha fatto Roglic di montare la monocorona da 42 e il 10-44 al posteriore gli ha permesso una cadenza molto alta, con la leva corta delle pedivelle da 170. I tubeless da 28 specifici per la cronoscalata sicuramente gli hanno permesso di essere anche molto veloce, facendo vedere quanto contino oggi i marginal gain.

Cosa pensi di quel salto di catena?

Non penso sia dipeso dalla monocorona, quanto piuttosto dal sobbalzo che c’è stato al passaggio su quella irregolarità della strada e magari da una taratura non ottimale della molla del bilanciere del cambio che, a causa del salto, ha fatto uscire la catena. Non so come spiegarlo, ma vedendo le immagini, è uscita da sotto…

Secondo Nibali, oltre alle gambe, sono state le scelte tecniche di Roglic a decidere la cronoscalata
Secondo Nibali, oltre alle gambe, sono state le scelte tecniche di Roglic a decidere la cronoscalata
Ti aspettavi quindi che si sarebbe risolto tutto alla fine?

Probabilmente sì, perché tutti avevano paura di questa cronometro. Nei giorni precedenti hanno consumato tante energie che poi non hanno avuto nell’ultima sfida.

Come è stato il tuo primo Giro da ex?

L’ho vissuto con un occhio tecnico, quindi mi sono soffermato a vedere i materiali, le bici, le facce dei corridori, chi arriva più stanco, chi arriva meno stanco. Tanti aspetti che quando corri trascuri, perché magari ti concentri solo su quelli vicini in classifica e che invece offrono piccoli riferimenti che ti fanno capire bene o male come possono risolversi le varie situazioni.

Parlando di Roglic hai detto che dopo la crono è parso frastornato, perché vincere il Giro all’ultimo giorno è un vero flash: ne sai qualcosa per la tua vittoria del 2016?

Assolutamente, certo. E’ un’emozione che ti travolge, forse non realizzi bene quello che è successo. Però Roglic ha fatto veramente una grande impresa. Mentre seguivamo la gara nelle auto dell’organizzazione dicevamo fra noi: «Cavolo, sia Thomas che Roglic sono arrivati alla fine del Giro d’Italia e se lo stanno giocando senza aver vinto una tappa». Invece all’ultimo momento abbiamo trovato una vittoria e un vincitore finale degno della maglia rosa.

Alla partenza della seconda tappa da Teramo a San Salvo, Nibali e Bettiol. Per loro origini comuni alla Mastromarco
Alla partenza della seconda tappa da Teramo, Nibali e Bettiol. Per loro origini comuni a Mastromarco
Qual è stato il tuo ruolo in questa organizzazione?

E’ stato molto bello e appagante, devo una grandissima riconoscenza. Essere presente in una manifestazione del genere a livello internazionale è stata una grande occasione. Non so se verrà fuori qualcosa di continuativo, dipende da quale sarà la mia direzione di vita, ma intanto mi sono goduto il Giro. Vedi effettivamente come funziona l’organizzazione, tutto il lavoro che c’è dietro e quanti tifosi ci siano al seguito, che raggiungono il quartier tappa, le partenze e gli arrivi. Ho toccato con mano l’amore che c’è da parte del pubblico verso questo sport.

C’è mai stato un momento di rimpianto e di voglia di essere ancora in gruppo?

No, assolutamente, mi sono ritirato da pochi mesi ed è stato bello scansarmi una fatica del genere (si mette a ridere, ndr). Sono sincero: quando sei lì che ti giochi qualcosa e pensi soltanto a dare il tuo meglio, a dare il massimo e fare tutto per raggiungere il tuo obiettivo, forse non ci pensi. Quando però lo vedi dall’esterno, ti rendi conto che serve tanta fatica per arrivare ben preparato a un simile obiettivo. Ti piacerebbe essere presente, ma conosci tutto il lavoro che c’è dietro, la preparazione tua e dei compagni di squadra e il lavoro dello staff. Sai che è veramente tantissimo e allora ti dici che di fatica ne hai fatta abbastanza.