Pinarello-Q36.5 2026, Matteo Moschetti

Da Scott a Pinarello, l’anno nuovo di Moschetti

08.01.2026
7 min
Salva

Una decina di nuovi corridori. Facce nuove nel team performance. Soluzioni inedite come (per alcuni) l’altura in Cile. E anche le nuove bici Pinarello – il brand veneto è anche primo nome della squadra – al posto delle Scott che la Q36.5 ha usato negli ultimi tre anni. Quando un corridore si trova al centro di tanti cambiamenti, si capisce che voglia innanzitutto prendere le misure. Così almeno è stato per Matteo Moschetti, il velocista del team, uscito da un 2025 con quattro vittorie e una serie di podi da mangiarsi le mani: quello della tappa di Roma al Giro su tutti.

Il debutto del Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team è fissato per l’AlUla Tour che parte il 27 gennaio e nel frattempo Moschetti inizia a essere stanco di allenarsi. Quand’è così e nelle gambe c’è voglia di correre, vuol dire che si è lavorato bene e si ha voglia di mettersi alla prova. E di mettere alla prova anche la nuova Pinarello con cui il team svizzero correrà da quest’anno.

«Comincio con lo spirito di tutti gli anni – sorride Moschetti – con la voglia di partire bene, che per tutti i corridori è importante e per un velocista lo è di più. All’inizio della stagione ci sono gare adatte, vengo da una buona stagione in cui le cose sono filate lisce, quindi ho insieme fiducia e voglia di migliorarmi».

In squadra si percepisce l’aria di novità?

Il nucleo principale è rimasto la stesso, però sono arrivati dieci o undici corridori nuovi e parte dello staff. E’ sotto gli occhi di tutti che la squadra si sia ingrandita parecchio, faremo molte più corse, avremo molti più obiettivi. Per cui era necessario crescere e direi che lo abbiamo fatto.

Fra le novità c’è anche il ritiro in Cile del gruppo Pidcock…

Pensavo non dovesse venire fuori, invece vedo che se ne parla. In realtà si era ipotizzato di fare questo camp già l’anno scorso, ma era sembrato quasi impensabile. Questa volta invece si sono organizzati bene. Alla base c’è stata l’intuizione di Ben Ronnestad, un preparatore norvegese che negli anni scorsi ha collaborato anche con la Visma. Lui sostanzialmente è un fisiologo e anche professore all’università di Lillehammer. Se non sbaglio l’idea è partita da lui, perché ha lavorato con un corridore cileno di mountain bike. Stavano cercando il luogo per un lungo ritiro in altura ed evidentemente hanno valutato che ne valesse la pena.

Il 2026 sarà soprattutto l’anno di Pinarello, che alla squadra dà il nome e le bici. Come è stato il cambiamento per Moschetti da Scott alla nuova bici?

Voglio fare una premessa: pedalavo da tre anni con la stessa bicicletta e quasi sempre con le stesse misure. Per cui non è mai facile cambiare, il corpo si abitua. Quindi mi sono chiesto a lungo se sarei riuscito a ritrovare una buona posizione come l’avevo con la Scott, che ringrazio perché sono stati tre anni veramente belli. La Foil è stata una bicicletta che ho apprezzato tantissimo. In ogni caso abbiamo affrontato questo cambio importante e il primo obiettivo è stato ritrovare la posizione giusta.

Il Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team si ritroverà da domani in Spagna per l'ultimo ritiro prima di partire
Il Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team si ritroverà da domani in Spagna per l’ultimo ritiro prima di partire: ci sarà anche Moschetti
Il Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team si ritroverà da domani in Spagna per l'ultimo ritiro prima di partire
Il Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team si ritroverà da domani in Spagna per l’ultimo ritiro prima di partire: ci sarà anche Moschetti
Ci sei riuscito?

Adesso dico di sì, ma all’inizio non è stato facile. La prima differenza grande è geometrica e di conseguenza estetica, prima ancora di salire in bicicletta. La Scott è molto squadrata, molto dritta, invece Pinarello ha il suo marchio di fabbrica nelle linee più curve. Sono riuscito a trovare la posizione grazie a un attacco manubrio che hanno prodotto proprio per me e mi è arrivato poco prima di Natale

Che cos’ha di particolare?

Hanno fatto un manubrio integrato largo 44 e con l’attacco da 150 mm. Il telaio della Pinarello è leggermente più corto di quello della Scott, su cui usavo un attacco da 140 mm. In realtà ho scelto il 150 perché quando in volata metto le mani nella parte bassa della piega, trovo la posizione migliore. L’hanno fatto bello rigido, secondo me è ancora più rigido di quello che avevo prima. L’ho fatto montare una decina di giorni fa e mi sto trovando bene.

Hai provato la Pinarello in qualche volata al cartello? Come va la bici nuova?

Va molto bene. La volata al cartello è stata la prima cosa che ho fatto: una grande volata al cartello (ride, ndr). La bici risponde bene. Sulla carta, non voglio dire stupidate, la Pinarello mi sembra un filo più leggera della Scott. E’ molto rigida e sono rimasto veramente contento anche della rigidità del manubrio. Penso sia una bici adatta a tutti i terreni.

Ci sono stati altri cambiamenti, ad esempio le selle?

Siamo passati a Prologo, ma i cataloghi ormai sono così ricchi che è facile trovare un modello simile al precedente con cui ti trovavi meglio. A ottobre, su loro consiglio, abbiamo selezionato la sella più coerente con le mie esigenze e ho scelto la Dimension Tri. E’ abbastanza larga e quella che secondo loro era la più adatta alla mia conformazione.

Sul fronte delle ruote rimangono le Zipp?

Abbiamo fatto dei test di ruote nuove, non so se si può dire (sorride, ndr), ma siamo ancora con Zipp, perché fa tutto parte del pacchetto SRAM. Correrò il 99 per cento delle corse con le Zipp 454, anche se lo scorso anno in occasione della Roubaix abbiamo usato modelli diversi. Sono ruote che apprezzo anche nelle tappe più impegnative, anche se volendo risparmiare sul peso si potrebbero valutare le 353.

Dunque il gruppo resta SRAM come da quando è nata la squadra.

Esatto, avrò il 41-54 e dietro la cassetta tradizionale col 10 e il 33. Di limitazione dei rapporti non si parla più. Chiaramente il 54×10 è rapporto molto lungo, ma non tanto più di un 56×11. In volata comunque il 10 può fare comodo. L’anno scorso ad AlUla c’è stata una volata veramente veloce, il mio Garmin segnava gli 83 chilometri orari e avevo il 54×10. In certe occasioni di volate veramente veloci, avere più rapporto da spingere è utile. E intorno a me ho visto che anche altri che montavano SRAM avevano optato per il 56, io ero forse l’unico con il 54.

Nell'ultima volata dell'AlUla Tour 2025. Moschetti vince con il 45x10 a oltre 48 di media
Nell’ultima volata dell’AlUla Tour 2025, Moschetti (a sinistra) vince con il 54×10 a oltre 48 di media
Nell'ultima volata dell'AlUla Tour 2025. Moschetti vince con il 45x10 a oltre 48 di media
Nell’ultima volata dell’AlUla Tour 2025. Moschetti vince con il 45×10 a oltre 48 di media
Hai i comandi della trasmissione sulla curva del manubrio?

No, vecchia scuola. Per carità, sono veramente belli, però preferisco i comandi sulle leve. Come pure le pedivelle. Hanno cercato di farmele accorciare, ma ho scelto di rimanere con le 172,5.

Torniamo un attimo al manubrio: si punta a curve strette, quella 44 non è delle più piccole…

In realtà penso di essere uno di quelli con il manubrio più largo. A differenza di Scott che non aveva grande differenza di larghezza fra il punto delle leve freno e la parte bassa, il MOST di Pinarello ha quasi 5 mm di differenza e si sente (il flare del modello usato da Moschetti è di 7 gradi, ndr). 

Ci sarà un treno per Moschetti nel 2026?

Fino ad ora ne abbiamo discusso tanto, ma provato quasi nulla: lo faremo le prossime settimane di ritiro in Spagna. Sono arrivati tanti corridori nuovi e bisogna vedere come cercheranno di impostare le volate. Però dovrei fare per tutto l’anno lo stesso calendario di Parisini e Liepins. L’idea è quella di avere almeno due compagni sempre con me.

La Pinarello-Q36.5 è cresciuta anche nell'organico, avendo un programma piuttosto ricco
Moschetti conferma che la Pinarello-Q36.5 è cresciuta anche nell’organico, avendo un programma piuttosto ricco
La Pinarello-Q36.5 è cresciuta anche nell'organico, avendo un programma piuttosto ricco
Moschetti conferma che la Pinarello-Q36.5 è cresciuta anche nell’organico, avendo un programma piuttosto ricco
Si debutta ad AlUla, era ora oppure vorresti allenarti ancora?

Ho passato dei bei giorni a casa sotto le Feste, da venerdì saremo in Spagna fino al 22 gennaio. Poi torneremo qualche giorno a casa e si andrà a correre. Tutti gli anni c’è sempre il solito problema: arrivo in questo periodo e inizio a essere stanco di allenarmi. E’ più una cosa mentale che fisica, perché allenarsi da soli a casa è sempre pesante. In ritiro è diverso, ma prendo questa stanchezza mentale come un buon segno, vuol dire che è l’ora di tornare a correre. Le prossime settimane saranno fondamentali per gettare delle buone basi. Faremo dei lavori che non abbiamo fatto a dicembre. Ma poi cominciamo, ho voglia di correre.

Corridori giovani e Grandi Giri: un equilibrio delicato

08.01.2026
6 min
Salva

L’età alla quale si passa professionisti è scesa drasticamente negli ultimi anni, non lo scopriamo di certo oggi. Questo fattore ha però portato alla luce diversi parametri da tenere in considerazione nel momento in cui si ha a che fare con giovani campioni. La crescita e la maturazione fisica e mentale sono due di questi. In un’intervista rilasciata a L’Equipe qualche mese fa si parlava della possibilità di vedere Paul Seixas alla partenza del prossimo Tour de France. Un’opzione possibile, ma allo stesso tempo ancora da comprendere e da valutare fino in fondo. Le incognite sono parecchie quando si mette un ragazzo così giovane (anche se di assoluto talento) davanti a corse impegnative come possono essere i Grandi Giri.  

Allo stesso modo Jakob Omrzel, vincitore del Giro Next Gen 2025, non prenderà parte a nessun Grande Giro nella prossima stagione. Nel 2026, quindi, c’è la probabilità di non vedere entrambi i vincitori delle corse a tappe di riferimento della categoria under 23 in un Grande Giro. 

Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025, al suo primo anno nel WT non correrà nessun Grande Giro (foto La Presse)
Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025, al suo primo anno nel WT non correrà nessun Grande Giro (foto La Presse)

Sempre più pronti

Più che delle parole dei direttori sportivi o degli addetti ai lavori c’è da affidarsi a quelle di un preparatore, perché preservarli? La scelta a nostro avviso è corretta, ma per capirla si deve entrare nel merito, siamo così andati da Giuseppe De Maria, preparatore del Team Polti VisitMalta che ha seguito negli ultimi anni l’avvicinamento di Davide Piganzoli al professionismo e il suo debutto al Giro d’Italia. 

«Tanti corridori passano professionisti molto presto – analizza Giuseppe De Maria – qualcuno salta direttamente la categoria under 23, mentre altri ci rimangono per poco tempo. Questi ragazzi arrivano molto preparati nel WorldTour, ormai fanno la categoria juniores ad alti livelli e il gap si chiude prima. Il fattore da tenere in considerazione, in un Grande Giro, è quanto sia lungo. Tre settimane sono un periodo di tempo che si fa fatica a concepire fino a quando non lo si vive, che poi diventano quattro settimane se si considera tutto il contorno».

Paul Seixas ha vinto l’Avenire, gara di riferimento per i giovani campioni del futuro, dopo un anno alla Decathlon AG2R (foto Tour de l’Avenir)
Paul Seixas ha vinto l’Avenire, gara di riferimento per i giovani campioni del futuro, dopo un anno alla Decathlon AG2R (foto Tour de l’Avenir)
Catapultarlo subito in una realtà del genere è un vantaggio o uno svantaggio?

E’ un’arma a doppio taglio, perché magari il suo profilo tecnico-metabolico gli consente di fare bene, ma comunque non credo che fare una gara a tappe di tre settimane sia una necessità per un ragazzo giovane. Nei Grandi Giri trovi sempre un livello altissimo, i primi quaranta in classifica generale sono corridori in grado di vincere e sanno come farlo. Per questo penso ci siano percorsi migliori di crescita.

Quali?

Portare un ragazzo di primo anno al Tour of the Alps o al Delfinato (come ha fatto la Decathlon AG2R con Seixas, ndr) è un bel banco di prova. Queste sono gare dove i corridori che trovi sono gli stessi ma in un tempo più breve, magari farà sempre fatica ma diventa un’esperienza positiva.

Piganzoli al suo primo anno da professionista, nel 2023, non ha partecipato a nessun Grande Giro (foto Maurizio Borserini)
Piganzoli al suo primo anno da professionista, nel 2023, non ha partecipato a nessun Grande Giro (foto Maurizio Borserini)
Hai parlato di qualità atletiche e fisiche, i giovani quindi sono pronti per grandi sforzi?

Sì, lo sono, ma non sono pronti per replicarli su tre settimane, o per lo meno non sono pronti subito. Serve un periodo di adattamento. Lo si vede nelle corse a tappe juniores come il Lunigiana o in quelle under 23, i parametri e i valori sono alti, ma per trasportarli su un Grande Giro il passo è lungo. 

Come si capisce se un corridore ha il profilo adeguato per i Grandi Giri?

Dal VO2 Max e dal Lav Max. Il primo indica una elevata capacità di recuperare dagli sforzi. Il secondo è il VLaMax, che indica la massima potenza anaerobica. Ma non ci si può basare sul profilo metabolico, si deve guardare alla maturità generale dell’atleta. Quanti step ha fatto dal punto di vista esperienziale? Quanto è maturato? Inoltre c’è un fattore non calcolabile ma che fa tutta la differenza del mondo.

Pellizzari ha fatto una crescita graduale, prima in Bardiani e poi con la Red Bull-BORA, l’anno prossimo vestirà i panni del capitano al Giro d’Italia
Pellizzari ha fatto una crescita graduale, prima in Bardiani e poi con la Red Bull-BORA, l’anno prossimo vestirà i panni del capitano al Giro d’Italia
Quale?

La terza settimana di un Grande Giro, non si può replicare in nessun modo. In allenamento è impossibile e inutile fare tre settimane di carico, per avere dei vantaggi e una crescita evidente ne bastano due. La terza settimana è quella che fa la differenza tra un corridore adatto o non adatto ai Grandi Giri, ma lo si può scoprire solo facendogliela fare.

In questo modo sembra corretto il pensiero di portare i giovani subito ai Grandi Giri…

No. Perché quei parametri che emergono nella terza settimana, come il riposo, la capacità di recupero e tanti altri fattori, migliorano con il passare del tempo e facendo esperienze. Bisogna bilanciare la loro quotidianità e quindi con prudenza, prima gli fai fare un percorso di avvicinamento graduale, poi possono fare l’esordio in un Grande Giro.

Le ore di allenamento necessarie per preparare un Grande Giro possono essere un ostacolo per un giovane?

No, parliamo comunque di ragazzi che hanno un motore potente e importante. Sono corridori che anche se giovani sono in grado di reggere le 30 ore di allenamento a settimana. Magari è un’accelerazione di cui non c’è strettamente bisogno per la loro crescita a lungo termine, ma tendenzialmente lo possono fare.

Del Toro al termine del primo anno nel WT, il 2024, ha corso la Vuelta che gli è servita per l’exploit dello scorso anno al Giro
Del Toro al termine del primo anno nel WT, il 2024, ha corso la Vuelta che gli è servita per l’exploit dello scorso anno al Giro
Si tiene ancora conto della maturazione fisica, che porta a un miglioramento nell’endurance?

In realtà sì però nella pratica vediamo che i ragazzi di vent’anni vincono in Grandi Giri o comunque fanno bene, quindi non proprio. Per carità parliamo di atleti estremamente dotati e di alto livello, se guardiamo agli altri allora questa considerazione ha ancora più valore. 

Del Toro è un esempio di corridore che è andato subito a un Grande Giro…

La Vuelta che ha corso al suo primo anno nel WorldTour, nel 2024, è stata fondamentale per costruire il Giro d’Italia della scorsa stagione. Esordire a un Grande Giro a fine stagione permette di metabolizzare il lavoro fatto durante l’anno. Quando noi lasciammo fuori dal Giro Piganzoli, al suo primo anno da professionista, lo facemmo con l’idea di lasciargli i giusti tempi di crescita e progressione. 

Bici Del Toro

La bici di Del Toro e le sue pedivelle cortissime

08.01.2026
5 min
Salva

BENIDORM (Spagna) – Isaac Del Toro è senza dubbio uno dei personaggi del momento. Su di lui, come abbiamo potuto constatare dal vivo, c’è un’attenzione mediatica seconda forse solo a quella di Tadej Pogacar, e comunque non inferiore a quella di un Mathieu Van der Poel… per dire. Programmi, crescita, rapporto con Tadej stesso. Ma c’è anche un aspetto tecnico che attrae.

E’ proprio su questo che ci siamo focalizzati: sulla sua bici. Osservare da vicino il “cavallo di battaglia” di Del Toro è stata l’occasione per scoprire i ritocchi 2026 alla Colnago V5Rs in dotazione alla UAE Emirates, la bici all-round della squadra emiratina. Considerando i tempi, si potrebbe quasi definirla ormai la bici da salita, visto che gli atleti utilizzano sempre più spesso la Colnago Y1Rs. Tuttavia la V5Rs resta un modello estremamente performante e continueremo a vederla spesso in gara.

Bici Del Toro
La Colnago V5Rs, la bici all round della UAE Emirates in questo 2026 (foto Fizza)
Bici Del Toro
La Colnago V5Rs, la bici all round della UAE Emirates in questo 2026 (foto Fizza)

Telaio e colori 2026

La bici che utilizza Del Toro corrisponde a una taglia 51 della Colnago. Tradotta in numeri assoluti significa un orizzontale di 54,4 centimetri e un’altezza del tubo sterzo di 146 millimetri. Considerando che il messicano è alto 180 centimetri, ciò indica la preferenza per un telaio relativamente piccolo, coerente con la sua posizione compatta in sella.

A questo si abbina un manubrio integrato Enve SES Aero Pro One-Piece, con larghezza di 38 centimetri (centro-centro) e attacco da 140 millimetri. Una soluzione non prevista nel montaggio standard della casa, poiché attacchi di questa misura sono abitualmente destinati a taglie superiori. Ma parliamo del mondo dei pro’ e certi confini decadono.

La novità estetica riguarda la colorazione: rispetto al 2025 c’è forse un po’ più di nero e qualche dettaglio rosso. Una fascia diagonale bianca parte dalla forcella, attraversa il tubo sterzo e arriva all’orizzontale. Per il resto la livrea rimane invariata.

La componentistica

Questa è probabilmente la sezione più interessante. La prima scelta che colpisce è quella delle pedivelle: Del Toro, nonostante le gambe lunghe, utilizza pedivelle molto corte, addirittura da 165 millimetri. Per lui dunque sono cortissime.

Questo gli consente di far girare più rapidamente la gamba e sfruttare al massimo gli sviluppi metrici, ci spiegavano i meccanici, specie in combinazione con corone maggiorate: adotta un 54-40 Shimano sia nella versione tradizionale sia nel setup da gara con Carbon-Ti, anche se in quel caso sposa la filosofia di Tadej con il 55. In sostanza una pedalata piena, ma un minor tempo morto: questo è il concetto alla base.

Restando in tema Carbon-Ti, spicca il forcellino posteriore. Era già comparso in alcune gare la scorsa stagione, ma ora è di serie su tutte le bici della UAE Emirates, sia V5Rs sia Y1Rs.
«Questo componente – ci ha detto Alberto Chiesa, uno dei meccanici storici del team – è più rigido e oltre a rendere la cambiata più sicura, contribuisce a far scorrere meglio la catena e a guadagnare qualche watt».

Assieme al forcellino in ergal sono nuove anche le viterie del manubrio e la placca in carbonio che serra il manubrio all’expander della forcella, riconoscibili dal colore rosso.

“Dieta” da marginal gain

Non è tutto. In un’ottica di ottimizzazione continua siamo nel pieno dei marginal gains, d’altra parte partendo da un livello così alto è difficile migliorare. Tuttavia Elite ci è riuscita. Il brand veneto ha lavorato molto sui portaborraccia. Con un intervento mirato sono riusciti a togliere 9 grammi da ciascuno: sembrano pochi, ma a partire da una base già leggera la riduzione è pari a circa il 30 per cento. I tecnici di Elite ci hanno confermato che in squadra sono molto soddisfatti del risultato.
«Non essendo in carbonio ma in una plastica speciale – spiegano – risultano leggermente meno rigidi e questo fa sì che anche sullo sconnesso le borracce restino ben aderenti. Non a caso Mattia De Marchi li utilizza anche nelle sue gare gravel».

Del Toro, come i suoi compagni, si sta allenando con coperture Continental GP 5000 S da 30 millimetri, mentre in gara dovrebbero tornare ai 28. C’è però chi ipotizza l’arrivo di nuove gomme da 30 millimetri anche per le corse.

Per quanto riguarda la sella, utilizza una Fizik Argo R1 Adaptive 3D con punta più bassa di circa 1,5 centimetri. Il pacco pignoni è il classico 11-34 Shimano, abbinato ovviamente al Dura Ace Di2, il top di gamma del marchio giapponese. Del Toro adotta inoltre una soluzione personale: un secondo comando aggiuntivo all’interno della piega per cambiare in presa bassa o durante gli attacchi.

«Di base – conclude Chiesa – Isaac è un ragazzo d’oro. Usa sempre lo stesso setup, cambia pochissimo e quando chiede qualcosa ti ringrazia sempre. Fossero tutti così».

Il Lombardia 2025, scenery, tifosi, colore, gruppo

La battaglia di MPCC su antidoping e zone grigie

07.01.2026
5 min
Salva

Un anno dopo aver sollevato la questione di quelle che definì “le zone grigie” della lotta al doping, il Movimento per il Ciclismo Credibile (MPCC) torna alla carica per invitare l’UCI a gestire diversamente l’indagine su metodi che potrebbero risultare poco limpidi.

Le segnalazioni del Movimento (nato in Francia nel 2007 nel bel mezzo di una serie di scandali doping) si succedono con regolarità, ma non sempre riscuotono l’attenzione che probabilmente meritano. Se infatti l’UCI sembra prenderle sul serio, sono gli stessi dirigenti di MPCC a denunciare la cronica lentezza nelle risposte da parte della WADA, che più di altri avrebbe l’obbligo di indagare e intervenire.

Le squadre e i loro sponsor sono alla continua ricerca di marginal gain, le istituzioni indagano e pongono limiti. Se tuttavia sul fronte delle tecnologie si tratta di un lavoro estenuante e spesso cervellotico, quando si passa all’integrazione e all’uso di prodotti creati per altri obiettivi, il discorso diventa spinoso perché tocca la delicatissima sfera dell’antidoping.

Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)
Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)
Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)
Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)

Il monossido di carbonio

Lo scorso anno, l’UCI rispose piuttosto prontamente alla denuncia sull’inalazione di ossido di carbonio, chiedendo alle squadre di non farvi ricorso. Dalla WADA invece non giunse risposta. In precedenza MPCC aveva segnalato l’uso del Tapenadolo (un antidolorifico ritenuto più potente del Tramadol) e ne aveva chiesto il divieto. Nessuna risposta giunse però dalla WADA, sebbene il farmaco sia negli elenchi delle sostanze sotto osservazione.

Sebbene spesso le azioni di MPCC siano state additate come i sintomi di un’esagerazione francese sul tema, è innegabile che le denunce abbiano portato a includere il Tramadol fra i prodotti vietati. Come è innegabile che sarebbe imprudente dare per scontato che nessuno cadrà più in certe trappole.

«Il Consiglio dell’MPCC – si leggeva nel comunicato dello scorso anno – ritiene che, nel contesto di comportamenti sconsiderati come l’uso ripetuto di un gas tossico o di un potente oppioide, la WADA dovrebbe invocare una procedura di emergenza per far rispettare il principio di precauzione quando emerge una pratica o un farmaco potenzialmente pericoloso. Più in generale, l’MPCC deplora lo sviluppo di queste “zone grigie” nelle pratiche mediche. E incoraggia tutti gli organi di governo a creare un quadro favorevole per limitare la medicalizzazione del nostro sport al minimo indispensabile».

Inalazione monossido di carbonio, MPCC (Wavebreakmedia/Getty Immages)
L’UCI ha sconsigliato l’inalazione di monossido di carbonio, che però non è ancora doping (Wavebreakmedia//Getty Immages)
Inalazione monossido di carbonio, MPCC (Wavebreakmedia/Getty Immages)
L’UCI ha sconsigliato l’inalazione di monossido di carbonio, che però non è ancora doping (Wavebreakmedia//Getty Immages)

Un nuovo presidente

Dato che l’adesione a MPCC è fra le condizioni per ottenere l’invito alle grandi corse, non c’è da meravigliarsi che il 94% delle squadre professional vi aderisca, mentre la percentuale delle WorldTour sia appena del 39%. Stessa storia fra le donne: l’adesione delle Professional è al 100% mentre le WorldTour si attestano al 27%.

Nel frattempo il Movimento ha scelto di cambiare mano. Il presidente fondatore Roger Legeay, ammiraglio francese di lungo corso, ha ceduto il posto a Emily Brammeier, irlandese di 31 anni, responsabile della comunicazione del Team Picic-PostNL.

«Succedere a Roger Legeay – ha dichiarato dopo l’elezione del 23 ottobre – è un privilegio e una responsabilità. Credo profondamente nei valori di trasparenza, responsabilità e azione collettiva che caratterizzano questo Movimento e sono convinta che la nostra missione sia più attuale che mai. L’obiettivo rimane chiaro: eliminare le zone d’ombra create dalla medicalizzazione illimitata del nostro sport, che ne mina lo spirito stesso, e promuovere un ulteriore rafforzamento del nostro sistema antidoping».

Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)
Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)
Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)
Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)

Le zone grigie

E proprio da queste zone d’ombra si riparte con il comunicato di fine anno, in cui MPCC affronta il tema di sostanze e trattamenti medici non ancora vietati dalla WADA, ma che sollevano seri interrogativi etici se utilizzati da atleti sani, piuttosto che dai pazienti malati per i quali sono stati sviluppati.

«Il ciclismo – si legge nel comunicato – ha bisogno che l’UCI agisca rapidamente e con decisione per proteggere sia la credibilità dello sport che la salute del gruppo, in modo che nessun atleta si senta costretto ad assumere prodotti discutibili solo per stare al passo».

Le lunghe tempistiche dei processi antidoping, senza un’azione rapida e concreta, lasciano spazio ogni anno a dibattiti su varie sostanze. Nel frattempo però gli atleti continuano a utilizzarle, nonostante i dubbi legati alla loro stessa salute o gli effetti sul miglioramento delle prestazioni. Non sarebbe un approccio più sicuro – chiedono da MPCC – vietare un prodotto durante le indagini e poi, quando è sicuro, consentirne l’uso?

Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)
Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)
Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)
Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)

Chetoni e borracce

L’esempio più recente è quello dei chetoni, di cui si parla dal 2017: anno in cui fu pubblicata la prima ricerca scientifica. Dopo vari suggerimenti piuttosto vaghi, il 25 ottobre scorso l’UCI ha pubblicato un comunicato stampa in cui ribadisce di non raccomandarne l’uso. Nonostante ciò, diversi team continuano a farne uso, inserendone i produttori fra i propri sponsor tecnici. E non è tutto qui: MPCC punta lo sguardo su altre pratiche.

«Le voci sulla cosiddetta “Finishing Bottle” (borraccia per il finale) riaffiorano nel gruppo – si legge nella dichiarazione – con diverse sostanze al limite che si dice vengano mescolate e passate al gruppo per preparare i corridori al finale. Oltre a questo, ci troviamo di fronte ad altri potenziali abusi di sostanze con farmaci come il Tapenadolo, che è fino a dieci volte più potente del Tramadolo). L’UCI sta monitorando questa specifica sostanza, ma dobbiamo aspettare il risultato di un’altra lunga analisi mentre la salute dei ciclisti è a rischio e gli incidenti stanno diventando sempre più frequenti?».

Finché persisterà la zona grigia, dichiara MPCC, la credibilità del ciclismo continuerà a risentirne e la salute dei ciclisti sarà a rischio. La continua medicalizzazione dei ciclisti è un problema grave e richiede un intervento. Difficile dargli torto.

Alessandro Romele, Australia, Natale 2025

Le feste australiane di Romele: tra famiglia e il debutto al Down Under

07.01.2026
5 min
Salva

La ripresa di Alessandro Romele è stata lunga ma meno complicata del previsto, dopo l’infortunio alla mano causato da una caduta in estate il corridore della XDS Astana Team ha fatto il conto dei giorni per tornare in bici. Prima è stata necessaria un’operazione con la quale gli hanno rimosso un pezzo dell’osso uncinato della mano destra. Da quel momento, era il 23 settembre, è partita tutta la parte di convalescenza e recupero: fisioterapia, le prime attività come camminate ed esercizi a corpo libero. 

La bici è tornata nella ruotine di Romele solamente un mese dopo, a fine ottobre, con in testa l’obiettivo di tornare in gruppo per l’inizio di stagione. 

«Nei giorni del primo ritiro, a dicembre – spiega Romele – insieme alla squadra abbiamo deciso di partire dal Santos Tour Down Under (che prenderà il via il 20 gennaio, ndr) e così ho deciso di prendere al volo l’occasione e di venire in Australia un mesetto prima per prepararmi al meglio e sfuggire al freddo polare che c’è in Italia. Inoltre ho ritrovato parte della mia famiglia, mia cugina vive qui e ne ho approfittato per stare con loro».

Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Romele è arrivato in Australia a metà dicembre in vista del suo debutto stagionale proprio al Tour Down Under
Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Romele è arrivato in Australia a metà dicembre in vista del suo debutto stagionale proprio al Tour Down Under
Da quanto non li vedevi?

Non da molto, sono venuti in Italia a metà giugno e sono rimasti un mese, ma io ero in giro per corse e allenamenti. Poi siccome hanno dei bambini piccoli sono dovuti rientrare, diciamo che me li sono goduti poco. Così ho deciso di partire e fare un periodo da loro, sono arrivato a metà dicembre più o meno e rimarrò fino al mio debutto al Tour Down Under. 

Parenti dalla parte di chi?

E’ la sorella di mia mamma che ha una figlia, mia cugina, ed entrambe hanno una famiglia e dei figli. Vivono in un paese che si chiama Healesville a un’oretta di auto da Melbourne, nella Yarra Valley, è una zona di vigneti abbastanza simile alla Franciacorta come panorami. 

Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Alessandro Romele insieme alla parte di famiglia che vive in Australia e con la quale ha passato le feste
Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Alessandro Romele insieme alla parte di famiglia che vive in Australia e con la quale ha passato le feste
Era la prima volta che venivi da questa parte di mondo?

Avevo già fatto delle vacanze nel 2019, al primo anno da junior. E’ bello, diverso, però interessante. Alla fine aver deciso di trascorrere un periodo così lungo qui mi ha permesso di godermi il viaggio, la famiglia e mi sono allenato in un posto tanto diverso dall’Italia. Ho comunque avuto modo di stare insieme ai miei cuginetti, di fare Natale e Capodanno insieme in un clima familiare e disteso.  

Com’è fare la vita da australiano?

E’ diversa, più tranquilla. Parliamo di un modo di vivere molto più leggero, hanno un modo di fare molto friendly come dicono loro. Quando vai a fare la spesa ti salutano, la cassiera scambia qualche battuta. Ne parlavo con mia cugina e il paradosso è che diventa difficile legare con loro perché poi risultano più chiusi. Superficialmente sono pronti a parlare e dialogare, ma per farti entrare nel loro mondo ci mettono un po’. 

Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Romele ha pedalato in lungo e in largo nella zona di Melbourne
Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Romele ha pedalato in lungo e in largo nella zona di Melbourne
Il caldo?

I primi giorni era sopportabile, ora è davvero impegnativo. Però questo periodo qui mi aiuterà ad acclimatarmi e sentire meno la fatica in gara. Il protocollo di adattamento al caldo non è sempre funzionale, anche perché si lavora magari per un’ora ad alte temperature, però poi in gara devi rimanere quattro ore sotto al sole cocente. Non è esattamente la stessa cosa. 

Quali sono i punti più belli nei quali hai pedalato?

Tutta la zona dove vive la mia famiglia è molto bella, ora siamo scesi verso Phillip Island dove passeremo qualche giorno. Io sono sceso in bici e ho fatto un bel lungo da 200 chilometri allungando un po’ su qualche salita lì intorno. A livello tecnico da questa parte dell’Australia c’è tutto: salite, strappi, pianure infinite, allenarsi è bello. 

Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Ecco Romele insieme a un gruppo di ciclisti australiani con in quali ha condiviso l’uscita dell’Epifania
Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Ecco Romele insieme a un gruppo di ciclisti australiani con in quali ha condiviso l’uscita dell’Epifania
Traffico?

A parte sugli stradoni principali, dove comunque le auto passano ma con un rispetto incredibile verso il ciclista, nel resto delle strade non ce n’è tanto. Ci sono anche tante bike lane dove pedalare in serenità e stare tranquilli

Altri ciclisti ne hai trovati?

Pochi. Qualche giorno fa sono andato da un meccanico a farmi cambiare il tubeless posteriore. Ha fatto anche un check veloce alla bici e nel parlare ha riconosciuto fossi un professionista e mi ha chiesto di partecipare alla loro uscita il giorno successivo. Così martedì 6 gennaio (ieri, ndr) sono andato davanti al negozio e sono uscito con questo gruppo di amatori australiani, alcuni anche con qualche legame con l’Italia. Abbiamo pedalato, ci siamo fermati al bar, poi io ho allungato per fare i miei esercizi e un paio di loro sono venuti con me.  

Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Tra un allenamento e l’altro Romele si è goduto la compagnia dei cuginetti
Alessandro Romele, Australia, Natale 2025
Tra un allenamento e l’altro Romele si è goduto la compagnia dei cuginetti
Parliamo di preparazione, hai ripreso a pedalare da un po’ come ti senti in vista del debutto stagionale?

In palestra sto lavorando bene sulla forza e l’esplosività, mentre in bici ho messo insieme tante ore di endurance, quindi le classiche uscite in Z2. Piano piano ho inserito dei lavori per stimolare il VO2 Max, come 30-30 o 20-40. Il Tour Down Under non sarà il mio obiettivo stagionale, quindi si riparte ma con la giusta progressione. 

Focus sempre sulle Classiche?

Esattamente, rispetto al 2025 abbiamo diminuito leggermente il numero di corse in avvicinamento. Lo scorso anno ho corso tanto da quelle parti per capire come ci si muove e cosa vuol dire gareggiare al Nord. Ora che l’ho capito ci siamo voluti concentrare su come arrivare in forma alle Classiche: Fiandre e Roubaix su tutte.

Monica Trinca Colonel

Nel mondo di Trinca Colonel, fra ambizioni e certezze

07.01.2026
6 min
Salva

Monica Trinca Colonel è forse l’atleta che nel 2025 è cresciuta di più. La portacolori della Jayco-AlUla si è resa protagonista di prestazioni ed exploit davvero importanti. E guardando il tutto in ottica futura non possiamo che collocarla molto in alto.

Potrebbe addirittura diventare la nostra seconda donna di riferimento per i Grandi Giri, chiaramente alle spalle di Elisa Longo Borghini. Anche perché Trinca Colonel milita in un team che le sta dando grande fiducia, a partire dallo staff tecnico e da Marco Pinotti, che la segue passo dopo passo in questo processo di sviluppo.
Ricordiamo che Trinca Colonel, un po’ come Erica Magnaldi, arriva dal ciclismo amatoriale e pertanto, anche se ha “già” 26 anni, i margini di crescita sono ancora importanti. Ma sentiamo direttamente Monica.

Monica Trinca Colonel
Monica Trinca Colonel (classe 1999): una pizza con le compagne prima di lasciare l’ultimo ritiro
Monica Trinca Colonel
Monica Trinca Colonel (classe 1999): una pizza con le compagne prima di lasciare l’ultimo ritiro
Partiamo dalla stagione scorsa, Monica. E’ stata un’annata importante nella quale sei cresciuta tantissimo. Te lo aspettavi?

Aspettarmelo no, ma lo speravo. L’obiettivo era migliorare perché, non avendo un grande passato alle spalle, sapevo che i margini c’erano. Però un conto è dirlo e un conto è farlo. Con alti e bassi, ma più alti che bassi, archivio una stagione positiva. Sono soddisfatta e non cambierei nulla.

Neanche i momenti più difficili?

Neanche quelli, perché mi hanno aiutata. Mi hanno insegnato tanto, mi hanno resa più forte e soprattutto più consapevole.

Quali sono stati questi momenti di difficoltà?

Ci sono stati periodi in cui il mio fisico non rispondeva più come avrebbe dovuto. E’ successo soprattutto a luglio e in parte ad agosto. Facevo fatica a rimanere in gruppo. Ho “concluso” il Giro d’Italia Women, ritirandomi prima dell’ultima tappa, ma col senno di poi mi sarei fermata prima.
Stessa cosa qualche settimana dopo al Tour de France Femmes: a metà corsa sono tornata a casa perché non stavo bene. Non si capiva il motivo, le analisi non mostravano nulla di anomalo, semplicemente avevo bisogno di staccare. Il mese di agosto mi è servito per recuperare e a settembre ero un’altra persona.

Monica Trinca Colonel
Da buona valtellinese, Trinca Colonel ha un buon feeling con la neve. Eccola in un’uscita di sci alpinismo, ma è brava anche nello sci fondo (foto Instagram)
Monica Trinca Colonel
Da buona valtellinese, Trinca Colonel ha un buon feeling con la neve. Eccola in un’uscita di sci alpinismo, ma è brava anche nello sci fondo (foto Instagram)
Il 2025 è stato però un anno molto più impegnativo rispetto al precedente, anche dal punto di vista qualitativo, giusto? Era il primo di Monica Trinca Colonel nel WorldTour…

Sì, in realtà avevo già fatto tante gare anche l’anno prima, ma nel WorldTour e in una squadra come la Jayco-AlUla aumenta tutto: intensità, pressione, livello medio. Sono arrivata a un limite dove o mi fermavo o mi fermavo. Non c’erano alternative. Per fortuna ho avuto persone accanto che mi hanno supportata, perché è stata dura anche dal punto di vista psicologico. Però non mi sono abbattuta e ho imparato molto da questa “sconfitta”.

Oggi come ti definiresti come atleta? Ti senti una scalatrice?

Sì, mi sento più scalatrice. Amo le salite, ma amo anche le discese. Sono sempre stata un po’ spericolata, fin da bambina. Mi piace la velocità, mollare i freni. Come tipologia di gare mi sento adatta alle corse a tappe. Quando sto bene fisicamente reggo e recupero bene e arrivo alla fine ancora competitiva. Ho notato che calo meno rispetto ad altre.

Un bel biglietto da visita in vista del 2026! E invece quale sarà il programma 2026 di Monica Trinca Colonel?

Come l’anno scorso inizierò con l’UAE Tour Women. Stavolta però, invece di andare alla Valenciana, staccherò e tornerò a casa per poi ripartire con le classiche in Italia. Successivamente faremo un bel blocco in altura in vista del Belgio e della Vuelta Femenina. La stagione sarà incentrata sui Grandi Giri, per questo abbiamo inserito poche gare di un giorno, a parte quelle a inizio e fine anno.

Monica Trinca Colonel
Nel corso dell’anno Trinca Colonel ha mostrato una solidità crescente… che ben promette per il 2026
Monica Trinca Colonel
Nel corso dell’anno Trinca Colonel ha mostrato una solidità crescente… che ben promette per il 2026
Al Giro d’Italia Women un occhio particolare lo hai dato?

Sicuramente. Mi piace molto la crono del Nevegal, soprattutto perché è in salita. In generale mi è sempre piaciuto, ma sono molto curiosa anche per il Colle delle Finestre. Quando ho visto il percorso ho pensato subito che dovevo esserci, non potevo restare a casa a guardarlo in televisione.

La crescita è evidente e ne sei consapevole. Vai forte in salita e ti piacciono le corse a tappe: Elisa Longo Borghini è dunque un riferimento?

So che servirà ancora tempo per arrivare al suo livello, ma credo di potercela fare. Abbiamo caratteristiche diverse, però l’obiettivo è diventare un simbolo come lo è lei per il ciclismo italiano. Sarebbe un onore seguire un po’ le sue orme. Quello è il sogno, poi se non dovesse realizzarsi mi riterrò comunque fortunata.

Trinca Colonel arriva dalle granfondo, ma ha corso le categorie giovanili. Per Magnaldi i loro sono casi molto diversi
Questa solidità mostrata nel corso della stagione le è valsa anche la maglia azzurra
Trinca Colonel arriva dalle granfondo, ma ha corso le categorie giovanili. Per Magnaldi i loro sono casi molto diversi
Questa solidità mostrata nel corso della stagione le è valsa anche la maglia azzurra
Da come parli sembri un’atleta ambiziosa, una che sa dove vuole arrivare…

Più che altro consapevole dei miei mezzi, sapendo che in una carriera può succedere di tutto. Bisogna accettare quello che viene. Sono convinta che facendo ogni giorno le cose nel modo giusto e senza fretta, prima o poi i risultati arrivano.

Prima hai parlato di altura. Dove andrete?

Come l’anno scorso andremo a Sierra Nevada dopo la Sanremo. Resteremo circa tre settimane per preparare principalmente la Vuelta. Scenderemo poco prima delle Ardenne e dopo la Vuelta faremo un secondo blocco in altura, probabilmente a Livigno, che è anche vicino a casa, sempre con il supporto della squadra.

Che rapporto hai con l’altura, visto che l’hai scoperta relativamente tardi?

E’ qualcosa da prendere con gradualità. Ognuno reagisce in modo diverso, quindi bisogna conoscersi e stare attenti soprattutto nei primi giorni. E’ una fase delicata, ma se fatta con criterio porta grandi benefici. Devi sapere che non puoi allenarti come se fossi al livello del mare.

All’Ardeche la prima vittoria da professionista di Trinca Colonel. E’ questo il più bel ricordo del 2025 (foto Getty Images)
All’Ardeche la prima vittoria da professionista di Trinca Colonel. E’ questo il più bel ricordo del 2025 (foto Getty Images)
Avete lavorato anche sulla posizione in bici?

Nulla di stravolgente. La squadra mi ha supportata con l’ergometro e mi ha portata in galleria del vento per confermare la posizione. In realtà avevano già trovato una buona soluzione e i test hanno confermato che quella era la più aerodinamica per me. E’ stata più una conferma che un cambiamento.

In apertura ti abbiamo chiesto, quali fossero stati i momenti di basso e invece quelli di alto?

Il momento più alto è stato a settembre, quando ho vinto il Tour de l’Ardèche. Arrivavo da un periodo difficile e non sapevo cosa aspettarmi. Invece giorno dopo giorno sono andata sempre meglio, fino a vincere l’ultima tappa e la classifica generale. E’ stata la mia prima vittoria da professionista, quindi resta il momento più bello della stagione. Altri momenti importanti sono stati il campionato italiano, dove ho chiuso seconda dietro Elisa (Longo Borghini, ndr). E poi la vittoria di Mavi Garcia al Tour: con lei ho un rapporto speciale e l’ho vissuta come se avessi vinto io.

Hagens Berman sempre più italiana. Merckx, spiegaci perché

Hagens Berman con un tocco tricolore. Merckx, spiegaci perché

07.01.2026
4 min
Salva

Nel guardare il roster dell’Hagens Berman Jayco si rimane abbastanza stupiti nel notare come il team australiano assuma sempre più connotati nostrani. Fino a un paio di stagioni fa i corridori italiani erano quasi sconosciuti, oggi su 13 ce ne sono ben 3 e potremmo considerare un po’ italiano anche Vinnie Manion, l’australiano che si è forgiato dalle nostre parti.

Il gruppo guidato da Merckx consta di 13 elementi, dei quali 3 italiani (foto FB)
La Hagens Berman Jayco guidata da Merckx consta di 13 elementi, dei quali 3 italiani (foto FB)
Il gruppo guidato da Merckx consta di 13 elementi, dei quali 3 italiani (foto FB)
La Hagens Berman Jayco guidata da Merckx consta di 13 elementi, dei quali 3 italiani (foto FB)

Molto ha contribuito anche l’affetto che ha sempre nutrito verso il nostro Paese il manager Axel Merckx, che è già pronto per una nuova stagione dove è ancora più evidente il ruolo del team come anticamera per i ragazzi verso la Jayco AlUla: «Non ho aspettative diverse da quelle degli anni precedenti. Vediamo un po’ come i nuovi corridori si adattano alla categoria degli under 23. Abbiamo una base abbastanza buona di atleti già rodati, come Smithson, Rafferty e Wiggins e penso che ci sia ancora qualche corridore che possa crescere tra quelli passati l’anno scorso, per dare tempo di maturare e adattarsi ai nuovi arrivati».

La tua squadra guarda sempre di più al mercato italiano. Come mai?

E’ già da un paio d’anni che guardiamo con particolare interesse al mercato italiano, poi con l’aggiunta di Giovanni Visconti come scout della squadra, è sicuro che ci può indirizzare con più attenzione. La qualità media è molto elevata e penso che ci sia la concreta possibilità di fare un buon lavoro con questi corridori. Poi naturalmente sarà la strada a dare i verdetti, ma i segnali sui nuovi arrivati sono molto positivi.

Riccardo Colombo è parte del quartetto oro europeo e mondiale junior, ma va forte anche su strada (foto FB)
Riccardo Colombo è parte del quartetto d’oro agli europei e ai mondiali juniores, ma va forte anche su strada (foto FB)
Riccardo Colombo è parte del quartetto oro europeo e mondiale junior, ma va forte anche su strada (foto FB)
Riccardo Colombo è parte del quartetto d’oro agli europei e ai mondiali juniores, ma va forte anche su strada (foto FB)
Colombo e Serangeli hanno ottenuto buoni risultati fra gli juniores anche a livello internazionale. Quanto contano secondo te?

Sono importanti, ma non sono tutto. Io li considero fattori sicuramente con un loro peso, ma non posso affidarmi solo a quello quando scelgo un corridore pensando al suo futuro al massimo livello. Un altro fattore importante, ad esempio è il volume del lavoro che il corridore ha già fatto fino ad allora, serve che uno junior che passa abbia ancora ampi margini di crescita. Poi c’è anche la voglia del corridore, anche il suo procuratore deve venire a lavorare con noi, adeguarsi a un nostro sistema professionale. A noi nella prima fase i risultati interessano relativamente, più importante è la crescita del corridore e la crescita dell’uomo dietro il corridore.

Di Colombo che cosa ci puoi dire per adesso?

E’ un corridore molto forte, lo ha dimostrato anche su pista, ha valori molto, molto alti. Penso che abbia grandi margini, ma come detto non è detto che se sei andato forte da junior, farai lo stesso nella categoria maggiore. Ma la base ce l’ha, la capacità di crescere c’è, vediamo come maturerà anche come uomo nel suo corpo, nella sua mente, nell’ambiente.

Giacomo Serangeli approda all'Hagens con la fama di ottimo scalatore (foto sito Hagens)
Giacomo Serangeli approda alla Hagens con la fama di ottimo scalatore (foto sito Hagens)
Giacomo Serangeli approda all'Hagens con la fama di ottimo scalatore (foto sito Hagens)
Giacomo Serangeli approda alla Hagens con la fama di ottimo scalatore (foto sito Hagens)
Serangeli è un corridore diverso?

Sì, è molto più leggero. Ha caratteristiche completamente diverse. Io credo che Colombo possa essere in fieri un corridore adatto alle classiche, Serangeli ai percorsi vallonati, con molte salite. Poi vediamo anche lui come si evolverà dal punto di vista fisico, ricordiamoci sempre che sono corridori in un’età nella quale il fisico non è ancora completamente formato e questo può cambiare molto le cose.

Sambinello è al terzo anno con voi, che cosa ti aspetti da lui?

Io ho visto già a dicembre che ha fatto un bel passo avanti. Ha subìto un brutto incidente, quando si è rotto la schiena e il bacino. Ha fatto fatica a recuperare, poi l’anno scorso piano piano ha imparato tanto e l’ho visto molto bene a dicembre nel ritiro. Spero per lui che ritrovi un po’ la fiducia nel gruppo e nella corsa, perché sono sicuro che ha la capacità di emergere e raccogliere i frutti di questi due anni di apprendistato e anche di esperienze negative.

Sambinello è al terzo anno nel team australiano, Merckx lo vede in grande crescita (foto Instagram)
Sambinello è al terzo anno nella Hagens Berman Jayco, Merckx lo vede in grande crescita (foto Instagram)
Sambinello è al terzo anno nel team australiano, Merckx lo vede in grande crescita (foto Instagram)
Sambinello è al terzo anno nella Hagens Berman Jayco, Merckx lo vede in grande crescita (foto Instagram)
Come ha reagito la squadra e anche tu personalmente alla tragedia di Privitera?

C’è sempre una grande tristezza per quello che abbiamo perso e non parlo del Samuele corridore, quanto dell’uomo, del ragazzo con i suoi valori. Ci manca tantissimo anche se quando ne parliamo ci viene sempre di farlo al presente, come se ci fosse ancora. Proviamo a farci onore sulla bici e fuori anche per lui, il suo ricordo è sempre parte del gruppo.

I trionfi degli juniores. Ma Pontoni guarda anche alle loro spalle

I trionfi degli juniores. Ma Pontoni guarda anche alle loro spalle

06.01.2026
6 min
Salva

Quella vissuta domenica a Zonhoven è stata per molti versi l’apoteosi del movimento ciclocrossistico italiano, che mai aveva portato a casa due successi in Coppa del mondo juniores nello stesso giorno. Parliamo di apoteosi perché è innegabile che il movimento azzurro messo in piedi da Daniele Pontoni sia in questo momento un riferimento assoluto nella categoria, sperando di poterlo continuare ad essere quando questi ragazzi cresceranno e saranno coinvolti dal mondo della strada, naturale aspirazione di tutti.

Due vittorie in Coppa per Filippo Grigolini, che si aggiungono al titolo europeo (foto IPA Agency)
Due vittorie in Coppa per Filippo Grigolini, che si aggiungono al titolo europeo (foto IPA Agency)
Due vittorie in Coppa per Filippo Grigolini, che si aggiungono al titolo europeo (foto IPA Agency)
Due vittorie in Coppa per Filippo Grigolini, che si aggiungono al titolo europeo (foto IPA Agency)

Una pioggia di vittorie e top 10

Guardiamo quel che è successo finora considerando solo la challenge UCI. In campo maschile Grigolini con quella di Zonhoven porta a casa due vittorie (in Olanda e a Flamanville) a cui si aggiungono il secondo posto di Dendermonde e il terzo di Tabor. Poi c’è Patrik Pezzo Rosola, vincitore a Dendermonde davanti all’altro azzurro, 3° a Flamaville e 4° a Tabor. Fra le ragazze la Pellizotti aggiunge l’ultimo successo ai podi di Flamanville e Tabor, ma non c’è solo lei considerando i due quarti posti di Elisa Bianchi e i piazzamenti della Azzetti.

E parliamo solo di Coppa del mondo. Per Pontoni, tornando ad avere come riferimento la situazione maschile, risultati così altisonanti e soprattutto costanti nello sviluppo della stagione sono anche figli di una sana rivalità interna: «Sicuramente la sana competizione è mettere la ruota davanti all’altro. Bisogna trovare chiaramente la strada giusta perché non sia una competitività dannosa. E’ un equilibrio sottile, ma ho a che fare con due ragazzi molto intelligenti, che si sono messi a disposizione uno dell’altro quando c’era bisogno e devono sfruttare quest’arma».

A Zonhoven trionfo per Giorgia Pellizotti, con oltre un minuto sulle avversarie (foto UCI)
A Zonhoven trionfo per Giorgia Pellizotti, con oltre un minuto sulle avversarie (foto UCI)
A Zonhoven trionfo per Giorgia Pellizotti, con oltre un minuto sulle avversarie (foto UCI)
A Zonhoven trionfo per Giorgia Pellizotti, con oltre un minuto sulle avversarie (foto UCI)
Cosa non semplice, considerando che sono di due club diversi…

Chiaramente io posso parlare per quando corrono insieme in nazionale, vestendo la maglia azzurra. Sanno che sono a un livello dove possono portare a casa il massimo risultato una volta uno, una volta l’altro. E un atleta per me deve sempre puntare a portare a casa il risultato massimo. Direi che al momento viaggiamo in sintonia, io e i ragazzi su questa direzione.

Quanto stanno influendo loro sugli altri juniores, sia quelli di secondo anno sia quelli che l’anno prossimo saranno chiamati a prendere il loro posto?

Loro sono il faro per chi è subito dietro e per i ragazzi più giovani. Avere in casa chi ti è superiore diventa praticamente il tuo obiettivo e questo sta favorendo il ricambio continuo. Guardiamo gli ultimi anni: prima avevamo Viezzi. Dietro di lui Agostinacchio ha fatto la trafila ed è stato Viezzi il suo traino. Poi l’anno scorso Mattia aveva già dietro Grigolini e Pezzo Rosola, che erano lì e già raccoglievano soddisfazioni internazionali.

Il podio di Dendermonde con Pezzo Rosola al centro fra Grigolini, 2° e il belga Lejeune (foto Facebook)
Il podio di Dendermonde con Pezzo Rosola al centro fra Grigolini, 2° e il belga Lejeune (foto Facebook)
Il podio di Dendermonde con Pezzo Rosola al centro fra Grigolini, 2° e il belga Lejeune (foto Facebook)
Il podio di Dendermonde con Pezzo Rosola al centro fra Grigolini, 2° e il belga Lejeune (foto Facebook)
E oggi?

Quest’anno abbiamo già dietro altri quattro ragazzi come i due Cingolani, Bosio e Dall’Olio che arrivano dietro, quindi per noi questo è utilissimo perché oltre a questi due ragazzi che salgono sui podi internazionali, abbiamo ragazzi del primo anno che si fanno già a ben valere negli ordini d’arrivo delle gare importanti. Solo in Coppa del Mondo ognuno di loro 4 ha almeno una Top 10 all’attivo, non è un caso.

Che caratteristiche hanno?

Dall’Olio è un ragazzo che mi assomiglia molto sia caratterialmente che anche fisicamente, quindi scaltro, furbo. Ha avuto un problema ad inizio stagione, si è fatto male alla caviglia, ma sta arrivando anche lui. I Cingolani hanno in squadra Grigolini e questo è uno stimolo, poi hanno un papà che vive di ciclismo e aiuta molto in questo. Sono molto veloci soprattutto nelle partenze, possenti, ben strutturati. E poi c’è Bosio. Forse quello che l’anno scorso era un po’ più indietro rispetto agli altri, ma quest’anno ha fatto un bel salto di qualità con una tecnica molto importante di guida. Io confido che il prossimo anno saranno al livello dei due di oggi.

Francesco Dall'Olio intanto cresce all'ombra dei più grandi. A Dendermonde ha chiuso 6° (foto Facebook)
Francesco Dall’Olio intanto cresce all’ombra dei più grandi. A Dendermonde ha chiuso 6° (foto Facebook)
Francesco Dall'Olio intanto cresce all'ombra dei più grandi. A Dendermonde ha chiuso 6° (foto Facebook)
Francesco Dall’Olio intanto cresce all’ombra dei più grandi. A Dendermonde ha chiuso 6° (foto Facebook)
Considerando la loro costanza di rendimento ad altissimo livello e quella da parte di Agostinacchio e Viezzi tra gli under 23, qual è il il quid che fa la differenza? E’ solo questione di concorrenza internazionale più qualificata?

Domanda delicata – sottolinea Pontoni – Solitamente io non tiro mai in ballo la sfortuna, ma è vero che in queste ultime gare non sono stati molto fortunati. Ma questa non è una scusante e chiudo la parentesi. Agostinacchio ha una continuità figlia della preparazione che sta facendo con il suo team non esclusivamente per il ciclocross. Sta seguendo la stagione, ma in contemporanea sta già mettendo le basi per quella su strada. Quindi questo in certi momenti può toglierti lucidità e brillantezza. Ha programmato di essere pronto al campionato europeo e così è stato, ora punta al campionato italiano e mondiale, staremo a vedere.

E Viezzi?

Nel suo caso la sfortuna sotto forma di cadute si unisce al problema delle partenze che non sono il suo forte e lo penalizzano in questa stagione. Tranne che a Tabor, ha sempre patito tantissimo i primi giri, poi recupera e arriva davanti, ma quando è il momento di fare l’ultima accelerata, paga. Spero che nell’ultimo mese riesca a mettere a posto questo tassello, anche se è un po’ cronico.

Per Pontoni è fondamentale fare gruppo, i risultati derivano da questa esigenza
Per Pontoni è fondamentale fare gruppo, i risultati derivano da questa esigenza
Per Pontoni è fondamentale fare gruppo, i risultati derivano da questa esigenza
Per Pontoni è fondamentale fare gruppo, i risultati derivano da questa esigenza
Un livello simile tra gli juniores sembra ormai diventato un’abitudine, ma ora ci si sta abituando anche tra le ragazze. Secondo te dipende proprio dal fatto della concorrenza interna fra le varie Azzetti, Bianchi, Pellizzotti?

Sì, è la stessa cosa, è frutto della concorrenza, dell’emulazione – garantisce Pontoni – E’ lo stesso discorso che abbiamo fatto per gli uomini e quindi anche loro cominciano a capire che le altre non sono degli extraterrestri. E’ chiaro che si trovano di fronte una campionessa assoluta come Lise Revol, la francese che è almeno una spanna superiore a tutte e che penso già il prossimo anno sarà vicina ai vertici anche fra le U23. A Koksijde faceva passaggi sulla sabbia che non facevano neanche le elite. Ma poi dalla seconda alla decima c’è un gruppo di atlete che si possono giocare il podio delle gare ogni domenica e tra loro ci sono anche le nostre.

Ma obiettivamente, il livello di competitività internazionale è più alto fra gli juniores maschili o femminili?

Non ci sono dubbi, in campo maschile, per questo i risultati di Filippo e Patrik sono così importanti.

Vuelta a Espana 2025, David Gaudu

Gaudu riparte all’italiana e si spende per Seixas

06.01.2026
4 min
Salva

La Groupama-FDJ, che riparte senza Madiot sulla plancia di comando (anche se il capo il suo discorso motivazionale in ritiro l’ha fatto lo stesso), fa quadrato attorno a David Gaudu: il suo atleta più rappresentativo. Il corridore di Landivisiau, comune di novemila abitanti in Bretagna, pedala ormai verso i trent’anni e le stagioni dell’oro sembrano piuttosto lontane. Il Tour de l’Avenir del 2016 sta diventando l’eccezione alla regola: non si può dire che il francese abbia combinato poco, ma certo molto meno di quanto fosse lecito aspettarsi.

La principale novità che lo ha riguardato in questo inverno è stata il cambio dell’allenatore. Il corridore si è seduto a un tavolo con i suoi dirigenti e tutti insieme hanno messo sotto analisi i continui alti e bassi. A quel punto, in un quadro di… ristrutturazione della sua carriera, al francese è stato assegnato un nuovo allenatore: l’italiano Luca Festa, che fino allo scorso anno faceva parte dello staff di Mattia Michelusi alla Cofidis e che di recente ci ha guidato nella spiegazione dei crampi di Aastrup nel cross di Namur.

Luca Festa è appena arrivato nello staff della Groupama. Gaudu è uno dei suoi corridori
Luca Festa è appena arrivato nello staff della Groupama. Gaudu è uno dei suoi corridori
Luca Festa è appena arrivato nello staff della Groupama. Gaudu è uno dei suoi corridori
Luca Festa è appena arrivato nello staff della Groupama. Gaudu è uno dei suoi corridori

Le montagne russe

Un passo significativo per Gaudu, che fin da quando è passato professionista aveva sempre lavorato con David Han: dal 2015 allenatore della Groupama-FDJ dopo un passato da dilettante. Sebbene fra lui e Gaudu ci siano appena undici anni di differenza, è stato lo stesso corridore a definirlo un secondo padre e a confermare di aver accettato il cambiamento solo quando entrambi si sono resi conto che i loro rapporti rimarranno comunque buoni.

«La squadra ha spinto in questa direzione – ha spiegato Gaudu a L’Equipe – ma sono consapevole che in diverse situazioni mi è mancata la resistenza e diverse cadute mi hanno rallentato. L’anno scorso sono stato bene solo alla Vuelta. Ero uscito forte dall’altura e sono arrivato in ottima forma alla partenza da Torino, ma è durata solo per pochi giorni. Ho vinto la terza tappa (la San Maurizio Canavese-Ceres, ndr) e il giorno dopo a Voiron ho indossato la maglia rossa. Poi è finito tutto. Non ho più avuto la resistenza per gestire le esigenze di tre settimane di gara».

Gaudu ha vinto la terza tappa della Vuelta, poi ha subito un calo
Gaudu ha vinto la terza tappa della Vuelta, poi ha subito un calo
Gaudu ha vinto la terza tappa della Vuelta, poi ha subito un calo
Gaudu ha vinto la terza tappa della Vuelta, poi ha subito un calo

Conduzione italiana

Il 2025 di Gaudu è stato definito da lui stesso un vero calvario, principalmente a causa di una serie di incidenti. A marzo, proprio alla Tirreno-Adriatico, la frattura della mano sinistra. Al Giro, nel finale della tappa di Tagliacozzo, la caduta e il profondo taglio alla mano destra: al punto da aver raccontato di aver visto il tendine. A quel punto, è arrivata la scelta di saltare il Tour per puntare sulla Vuelta. E in Spagna, a parte quei pochi giorni di grande ottimismo, si è spenta nuovamente la luce. Stagione chiusa con il ritiro alla Coppa Agostoni, vacanze anticipate e ripartenza con l’allenatore italiano cui sono stati affidati anche Lorenzo Germani e Matteo Milan.

«Abbiamo individuato aree su cui lavorare per colmare le carenze di quest’anno – ha spiegato Gaudu – e sono riuscito a cambiare mentalità e guardare avanti. L’obiettivo è tornare al mio meglio e ritrovare la costanza che cerco dal 2021. So benissimo che al mio livello sono capace di cose straordinarie e che quest’anno sarà cruciale per la squadra, con l’azzeramento dei punti UCI. L’anno scorso ero un leader e non ho fatto il mio dovere. Voglio riprendermi il mio ruolo e risollevare la squadra. Riparto grazie all’esperienza e alla saggezza. Quest’anno ho toccato il fondo, ma sento di poter ancora avere un ruolo importante. Se fossi un leader fallito non avrei mai vinto quella tappa alla Vuelta».

Seixas è il nuovo che si affaccia sul professionismo: Gaudu ha avuto parole positive nei suoi confronti
Seixas è il nuovo che si affaccia sul professionismo: Gaudu ha avuto parole positive nei suoi confronti
Seixas è il nuovo che si affaccia sul professionismo: Gaudu ha avuto parole positive nei suoi confronti
Seixas è il nuovo che si affaccia sul professionismo: Gaudu ha avuto parole positive nei suoi confronti

Dalla parte di Seixas

Un ruolo su cui si allunga l’ombra spensierata e lieve di Paul Seixas, che sta scalando le gerarchie del ciclismo francese e nella cui storia è impossibile che Gaudu non si riveda. Entrambi vincitori del Tour de l’Avenir, entrambi giovani attesissimi all’esame del Tour che sfugge ai corridori francesi dal 1985.

«Ho una visione molto più distaccata della prestazione pura – ha detto Gaudu – e dei giudizi. Ho subito attacchi incessanti. Non sono sempre stato forte, sono finito sotto accusa per la storia con Demare, ma penso di essere stato attaccato troppo duramente. In Francia, molti sono pronti a distruggerti quando tocchi il fondo, probabilmente per invidia. Per questo spero che i media lascino in pace Seixas, perché sembra un bravo ragazzo. Il ciclismo può darti grandi sicurezze, ma può anche abbatterti. Il ciclismo è davvero una scuola di vita».