Come ti salvo il velocista in montagna. Parola a Bramati

24.05.2024
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PADOVA – E adesso sono tre a due per Milan. Dopo la vittoria di ieri Tim Merlier accorcia le distanze nello scontro diretto con il friulano. E sarà la volata di Roma a dirci chi sarà il miglior velocista del Giro d’Italia 2024. Già, ma a Roma bisogna arrivarci. E se tante salite sono ormai alle spalle, parecchie ne restano. A cominciare da quelle di oggi verso Sappada.

Come ti porto il velocista a Roma? E’ questa la summa dell’articolo. Non si tratta solo di tenere duro e arrivare entro il tempo massimo. Ne parliamo con Davide Bramati, direttore sportivo esperto, che ha proprio in Merlier lo sprinter di punta.

Tra l’altro in casa Soudal-Quick Step non è la prima volta che si ritrovano a lottare con il proprio uomo veloce sulle montagne. Memorabile fu l’arrivo di Fabio Jakobsen due anni fa al Tour de France. Lo sprinter fu aiutato dalla squadra. Squadra che per il velocista non è importante solo in vista della volata in pianura, ma anche nelle tappe dure per aiutarlo a portare su i suoi tanti chili.

Davide Bramati, è uno dei direttori sportivi della Soudal-Quick Step
Davide Bramati, è uno dei direttori sportivi della Soudal-Quick Step
Come sta Merlier, “Brama”, lo abbiamo visto anche ieri..

Sta bene, siamo a pochi giorni dalla fine di questo Giro e penso che ha fatto veramente bene.
Prima di Padova, venivamo da due giorni non facili. Quella verso il Passo Brocon è stata veramente una tappa dura. Però con i compagni di squadra Tim è arrivato abbondantemente in tempo. C’era ancora un po’ di margine rispetto al tempo massimo. Tutto sotto controllo.

Sei andato dritto al cuore dell’articolo: “con i compagni di squadra”. Spesso si pensa che il velocista se la debba cavare da solo, invece come si organizza il treno “al contrario” del velocista? Quello che lo deve aiutare a salvarsi dal tempo massimo?

Stando vicini in primis. Facciamo l’esempio del Brocon. In partenza c’era da fare subito il Passo Sella. Si sapeva che tante squadre volevano andare in fuga e questo per i velocisti sarebbe stato un bel problema. Si sarebbero staccati… come poi di fatto è successo. Ma già dall’inizio del Giro quando Tim sarebbe stato in difficoltà avrebbe sempre avuto al fianco Cerny, Van Lemberg e Lamperti. Tre uomini per non perdere troppo e, se possibile, rientrare. Nelle tappe durissime il nostro obiettivo era arrivare in tempo massimo.

Quindi si stabilisce la tattica in base all’altimetria? Del tipo: qui si può andare più forte. Qui si recupera. Di qua possiamo perdere tot…

Certo. Ne abbiamo parlato anche ieri mattina nel bus nell’andare alla partenza. Ad un certo punto Merlier ed altri velocisti nella prima valle, quella che portava al Passo Rolle avevano recuperato. Era un gruppo di 30-35 corridori e girando tutti hanno ripreso un minuto e mezzo al gruppo della maglia rosa. Quando dietro c’è un bel gruppo che collabora le cose diventano più facili. E questo gli consente anche di andare un po’ più piano sulle salite.

Tim Merlier ha una squadra “tutta sua” che lo scorta in salita
Tim Merlier ha una squadra “tutta sua” che lo scorta in salita
E risparmiare energie preziose in vista di tappe come quella di ieri o quella di Roma…

Esatto. Verso il Brocon, la tappa che abbiamo preso ad esempio, era tutto sotto controllo, tanto che sono arrivati in cima al Rolle, la seconda salita di giornata, con 10 minuti e mezzo. Mancavano circa 90 chilometri, 30 dei quali in salita. Vista la media oraria che avevano, sui 36 all’ora, il tempo massimo sarebbe stato sui 57 minuti. E infatti alla fine è stato di 58′. Sono arrivati con 48′ di ritardo: quindi tutto sotto controllo.

Sempre in relazione al tempo massimo e alle frazioni di montagna: sono peggio le tappe corte o  quelle più lunghe?

Sicuramente nelle tappe più lunghe c’è più tempo e anche più margine per gestirsi. Ma in generale devo dire che qui al Giro d’Italia in una tappa come quella del Brocon, il tempo massimo era fissato al 22 per cento in più rispetto al tempo del vincitore… un bel po’. 

Una volta forse era più dura restare nel tempo massimo…

Si, lo devo dire: oggi è più facile rispetto al passato. Tre giorni fa, proprio in vista della tappa di Selva di Val Gardena, ho ricordato ai ragazzi di una frazione che arrivava a Selva. Che poi fu quella famosa che vinse Guerini su Pantani che prese la maglia rosa. Io ero in Mapei ed ero nell’ultimo gruppo, sul Pordoi riuscii ad entrare sul penultimo gruppo. L’ultimo gruppo andò fuori tempo massimo. E il tempo massimo era 36-37 minuti su 6 ore e un quarto di gara. Adesso è più ampio e credo sia anche giusto.

Le scale posteriori con ingranaggi molto corti come il 34 aiutano non poco i velocisti in salita, specie se queste sono molto pendenti
Le scale posteriori con ingranaggi molto corti come il 34 aiutano non poco i velocisti in salita, specie se queste sono molto pendenti
Perché?

Perché adesso il ciclismo è di altissimo livello, si va veramente forte. Un velocista farebbe tanta fatica e queste percentuali sono corrette.

I rapporti moderni, ben più corti che in passato, aiutano il velocista?

Sì, li aiutano. In salita ormai si spingono ingranaggi davvero corti e riescono a sfruttare un po’ meglio la loro potenza, ma se poi guardiamo che rapporti spingono in pianura fanno paura. Velocità pazzesche. I materiali sono all’avanguardia e anche l’un per cento di differenza oggi è già tantissimo.

Quando analizzate i file delle tappe di montagna notate mai il velocista andare a tutta?

Certo, trovi sempre qualcuno nel gruppetto che magari neanche è un velocista puro, e per restarci attaccato sprigiona dei watt impressionanti. E lì gli sprinter soffrono molto. E anche per questo verso Padova c’era un po’ di timore dello sprint.

Cioè?

Siamo alla 18ª tappa, velocisti e uomini veloci avevano speso molto e richiudere su un’eventuale fuga non sarebbe stato scontato. Ricordiamoci quanto accaduto a Lucca quando ha vinto Thomas.

Vince Merlier, ma l’abbraccio di Padova è tutto per Dainese

23.05.2024
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PADOVA – Alberto Dainese è appoggiato alle transenne. Testa fra le braccia. Silenzio. Forse qualche singhiozzo di un pianto di rabbia strozzato in gola. Questa era la sua tappa. La tappa di casa.
Quando si tira su, uno dei maxi schermi in Prato della Valle, trasmette la volata. Dainese rivede il suo sprint. Si chiude ancora più in sé stesso e torna ai bus, tra la folla che urla il suo nome.

Un quarto posto che dopo l’incidente di questa primavera non è cosa da poco. Dainese è cresciuto sprint dopo sprint in questo Giro e ora sta iniziando a raccogliere i frutti di un buon lavoro e di una buona gamba.

Bis di Merlier

Intanto Tim Merlier dopo Fossano mette a segno un altro sigillo, il terzo per la sua Soudal-Quick Step in questo Giro d’Italia.

«Abbiamo preparato lo sprint da lontano – ha detto Merlier – con Julian Alaphilippe. Era un giorno molto importante e lo abbiamo affrontato nel migliore dei modi, rimanendo sempre ben coperti e nelle prime posizioni. Negli ultimi chilometri la velocità era altissima. Ho azzeccato il momento giusto per lanciare il mio sprint e alla fine è andato tutto bene».

Questa era la “tappa in discesa” del Giro 2024. Lidl-Trek, Soudal-Quick Step e Tudor le squadre che più volevano la volata di gruppo
Questa era la “tappa in discesa” del Giro 2024. Lidl-Trek, Soudal-Quick Step e Tudor le squadre che più volevano la volata di gruppo

Una buona Tudor

«Cosa poteva fare? Cosa poteva fare?», ripete con un po’ di rammarico il direttore sportivo Claudio Cozzi, ai bus. «Porca miseria, questo vento contro non c’era fino a pochi minuti prima. Non doveva esserci. Poi gli si sono spostati… e Alberto me lo ha detto: sono stato costretto a partire».

La Tudor Pro Cycling assieme alla Lidl-Trek era il team che più aveva tirato per non lasciarsi sfuggire lo sprint, memori di Lucca. E forse la fuga l’hanno tenuta sin troppo sotto tiro.

«Deluso? No perché dovrei esserlo? – dice l’altro diesse, Matteo Tosatto – Alberto forse è deluso, ma perché è uno che vuole vincere. Io non lo sono. Io sono contento dello spirito della squadra. Siamo senza due uomini molto importanti per Alberto (Krieger e Mayrhofer, ndr) e penso proprio che oggi Trentin e Froidevaux abbiano fatto un ottimo lavoro».

Prato della Valle è gremita di gente. Che accoglienza per il Giro d’Italia
Prato della Valle è gremita di gente. Che accoglienza per il Giro d’Italia

Sprint caotico

«Okay, quarto posto: le volate sono così – continua Tosatto – però non possiamo recriminarci niente. I miei ragazzi e Alberto hanno fatto una volata perfetta fino ai 300 metri».

Per assurdo a “fregare” Dainese è stato Jonathan Milan, che non era nel treno della sua Lidl-Trek. Quando Consonni e Teuns se ne sono accorti si sono rialzati. Ma ormai la volata era partita. Si era a meno di 300 metri dalla linea d’arrivo. Fermarsi sarebbe stato un suicidio.

«Noi – conclude Tosatto – abbiamo fatto la nostra volata. Milan ovviamente era il faro dello sprint, ma è andata così e dobbiamo accettare anche questo risultato… Che non è un brutto risultato».

Il verdetto finale dice: Merlier, Milan, Grove, Dainese e Aniolkowski
Il verdetto finale dice: Merlier, Milan, Grove, Dainese e Aniolkowski

L’abbraccio di Padova

Padova è la città di Alberto Dainese. E l’abbraccio forse è ancora più forte. Il suo fans club lo acclama sotto al bus della Tudor. Ci sono anche i familiari.

Qualche minuto. Il tempo di una doccia. E Alberto si concede al loro saluto. Sono momenti emozionanti. Che aiutano ad assorbire la botta, ma soprattutto a ricaricarsi in vista di Roma e, perché no, per raccontarci il suo sprint al dettaglio e con passione.

Alberto, che volata è stata?

L’idea era di prendere la prima delle due curve finali, quella  ai 900 metri, quasi in testa e ci siamo riusciti. Trentin ha dato una menata di due chilometri pazzesca, ma eravamo un po’ “lunghetti”…

E qui mancavano i due uomini che diceva Tosatto, scusa l’interruzione, vai avanti…

Però ho fatto le due curve in controllo ed era quello l’importante. Volevo fare la volata e non essere intruppato dopo le curve. Dopo che mi hanno passato Teuns e Consonni mi sono buttato alla loro ruota. Ho anche provato un po’ ad imbrogliarli dicendogli: “Vai vai Simo”…

Ma non ci sono cascati…

Hanno visto che non ero Jhonny quindi si sono spostati e sono arrivati altri da dietro. A quel punto per un istante ho cercato una ruota e mi sono messo dietro ad Hofstetter ma poi sono dovuto partire. Sono partito un po’ lungo. Avevo tanta voglia di sprintare, ma da dietro mi hanno rimontato e negli ultimi 50 metri sono rimbalzato. Mi dispiace.

Sprint lanciato. Dainese (casco rosso) è in testa, ma il traguardo è lontano
Sprint lanciato. Dainese (casco rosso) è in testa, ma il traguardo è lontano
Conoscevi questo finale: quante volte lo hai provato?

Studiavo a 500 metri da qui. Conoscevo ogni singola curva, ogni buca e ogni centimetro di asfalto. Brucia parecchio. Adesso siamo qua al velodromo, dove ho iniziato a correre in pista…. E’ tutta una serie di emozioni. Però ci proviamo anche a Roma.

Questo vento era più forte del previsto effettivamente?

Il vento era un po’ contro e abbastanza più forte di quello che credevo. Infatti quando sono partito mi sono reso conto che sarebbe stata lunga andare fino all’arrivo. Ho anche cercato di mettermi ancora più aerodinamico, più basso… ma non è bastato.

Che rapporto avevi?

Il 54 davanti. Sono partito col 12 poi ho buttato giù l’11. La velocità non era altissima in volata, proprio perché la Lidl-Trek si era fermata. Così ho cercato di partire un pelo più agile. Le prime volate di questo Giro le avevo fatte tutte col 10 e mi dicevano che ero troppo duro. Oggi ho cercato di partire più agile ma ero lungo.

Un altro sguardo alla tappa di ieri per parlare di Ghebreigzabhier

23.05.2024
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FIERA DI PRIMIERO – Piove anche stamattina. I pullman li hanno parcheggiati in un piazzale ampio abbastanza perché tutti potessero aprire la pergola. Milan è fuori per capire come mai il potenziometro della sua bici non comunichi con il computerino. Poi arriva il meccanico Campanella, smuove un po’ la batteria e il contatto si attiva. Siamo qui per incontrare Amanuel Ghebreigzabhier, andato in fuga ieri verso il Brocon e atteso oggi al solito duro lavoro per portare avanti proprio il velocista. Quello che sapevamo di lui lo avevamo letto in altre interviste.

Un metro e 87 per 65 chili, ha il fisico da mezzofondista. E’ magrissimo e ha lo sguardo gentile. Il suo Giro d’Italia è stato sinora decisamente positivo e la fuga di ieri in qualche modo lo ha avvicinato al sogno della vittoria che non ha ancora centrato da quando corre nel gruppo Trek, fatti salvi i campionati eritrei della crono.

«Ieri è stata una tappa dura – ricorda – sono stato davvero bravo e ho fatto una buona prestazione. Se sperassi di vincere? Non dico sì né no, ma ero davvero in buona forma. Anche il corridore della EF (Georg Steinhauser, che ha vinto, ndr) si è mostrato davvero forte, forse con una compagnia diversa avrei potuto ottenere di più».

Nella tappa di ieri, Amanuel Ghebreigzabhier è stato in fuga con Steinhauser. Alla fine si è piazzato al 30° posto
Nella tappa di ieri, Amanuel Ghebreigzabhier è stato in fuga con Steinhauser. Alla fine si è piazzato al 30° posto

Esempio per i giovani

Il ciclismo e la bicicletta in generale sono parte integrante della cultura del suo Paese. Amanuel è nato ad Addis Abeba ed è cresciuto ad Asmara, dove la passione per le due ruote deriva proprio dalla cultura portata dagli italiani ai tempi delle colonie: forse l’unico lascito degno di menzione.

«Mi sono avvicinato al ciclismo come un gioco – dice – poi grazie ad un amico che correva in mountain bike, ho iniziato a vederlo come uno sport. Dopo un paio d’anni sono entrato a far parte di uno dei principali club ciclistici nazionali è ho iniziato a gareggiare su strada. Ogni volta che incontro i giovani corridori del club in cui sono cresciuto, sento calore e affetto. Mi guardano per quello che sono diventato, perché nonostante ci siano tanti ciclisti, emergere non è semplice. Io stesso ho avuto delle possibilità andando all’estero con la nazionale. Mi chiedono come si fa, rispondo che è importante lavorare su se stessi, perché il ciclismo non regala nulla. Le possibilità sono poche, bisogna saperle cogliere».

Primo anno da pro’ nel 2018 e subito alla Vuelta, con un 7° posto nella 3ª settimana
Primo anno da pro’ nel 2018 e subito alla Vuelta, con un 7° posto nella 3ª settimana

L’obiettivo della squadra

La sua opportunità è arrivata ieri ed è stato bravo a coglierla. L’atleta è forte, anzi fortissimo. Se non fosse stato per la caduta rovinosa al Catalunya del 2022, magari la sua carriera avrebbe seguito un diverso binario.

«Normalmente nelle tappe pianeggianti – spiega – lavoro per Milan, vado al 100 per cento per lui. Altrimenti quando ci sono tappe in cui si può andare in fuga, magari con qualche salita, posso provare a giocare le mie carte e ottenere un risultato. Ho una buona condizione, è stata buona per tutto l’anno, sin dalla Valenciana dove ho iniziato la stagione. Ho i miei sogni, sono gare di un giorno o tappe. Dopo il Giro correrò il Wallonie e anche Burgos, magari potrò sfruttare questa condizione per ottenere dei risultati. Però sono contento anche quando vince Milan. E’ l’obiettivo della squadra. E quando ci riusciamo, sono davvero felice, tutta la squadra è felice».

Al Giro dello scorso anno, Amanuel Ghebreigzabhier assieme al connazionale Testatsion
Al Giro dello scorso anno, Amanuel Ghebreigzabhier assieme al connazionale Testatsion

Credere nel sogno

Attualmente i professionisti eritrei sono 10, con Girmay per bandiera. Qui al Giro ci sono Amanuel ed Henok Mulubrhan in maglia Astana. L’acquisto più gradito della Lidl-Trek per Ghebreigzabhier è stato quello di Natnael Tesfatsion, ugualmente eritreo ma cinque anni meno di lui, che ha disputato per tre volte la corsa rosa e attualmente è al Tour of Norway.

«L’Eritrea è un paese diverso dal resto dell’Africa – ammette – altri sono in crescita, come il Rwanda e il Sud Africa. Nel resto dell’Africa manca una spinta verso la bicicletta: è un mezzo per spostarsi, non tanto uno sport. Non ci sono politiche in questo senso e speriamo che il mondiale del 2025 sia una buona occasione. Se devo dare un consiglio ai ragazzi del mio Paese, gli direi di credere in un sogno e coltivare con passione e dedizione il proprio talento. Io lo sto ancora facendo su me stesso. Ho un buon livello. Se devo dire la verità, in questo Giro non ho ancora avuto un giorno di vera difficoltà o in cui abbia sofferto. Per cui oggi lavoro per Johnny, poi ci saranno altre due tappe di montagna per provare qualcosa».

L’abbraccio di Milan dopo la vittoria di Cento conferma l’ottimo lavoro di Ghebreigzabhier per il friulano
L’abbraccio di Milan dopo la vittoria di Cento conferma l’ottimo lavoro di Ghebreigzabhier per il friulano

L’altura e il freddo

Dopo il Giro, mentre forse la pioggia accenna a diminuire, ammette che tornerà un po’ in Eritrea. E qui scatta la curiosità di chiedergli come vada con l’altura: quando si parla delle alte quote, siamo tutti a ricordare gli scalatori colombiani, senza considerare le alte quote africane.

«Asmara è alta 2.325 metri – conferma – per cui in alta quota mi sento sempre bene. E’ un vantaggio, chiaramente, ma non è sufficiente essere abituati all’altitudine per vincere le corse. Sarebbe troppo facile. Quello che non mi piace è il freddo. Mi sta bene anche la pioggia, ma se la temperatura scende sotto i 10 gradi, smetto di stare bene. Quando ieri Steinhauser se n’è andato, ho provato a resistere. Ma penso che riproverò, stare davanti è stato una bella esperienza».

P.S. Sul traguardo di Padova, il treno della Lidl-Trek non ha funzionato come si sperava. Ghebreigzabhier ha fatto la sua parte, poi nel finale Milan ha perso la scia dei compagni, aprendo la porta per la vittoria a Tim Merlier.

Malucelli e Carboni, finalmente in Giappone si alzano le braccia

23.05.2024
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Prima Malucelli, poi Carboni. E non è finita. Assume i contorni del trionfo la trasferta del JCL Team Ukyo per il Tour of Japan. D’altronde è la gara più sentita dai responsabili del team e i nostri la stanno onorando al meglio. In attesa della sua conclusione prevista per il 26 (e soprattutto della scalata al Monte Fuji, famosa per la gara olimpica di Tokyo 2020, prevista per venerdì) i due ragazzi mettono intanto da parte una vittoria parziale che ha grandi significati per loro, a prescindere da come la corsa si concluderà.

Malucelli ad esempio quell’urlo liberatorio lo attendeva da tanto: «Erano due anni che aspettavo, che ci arrivavo sempre vicino – racconta dalla sua camera d’albergo – a marzo e aprile avevo continuato a collezionare piazzamenti come lo scorso anno, anche in gare importanti come alla Coppi e Bartali o al Giro d’Abruzzo e francamente ero un po’ stufo. Spero che questa vittoria sia di buon auspicio per il futuro, avendo chiuso una parentesi che era diventata troppo lunga».

La volata vincente di Malucelli a Seika, battendo il britannico Walker, un successo atteso 2 anni
La volata vincente di Malucelli a Seika, battendo il britannico Walker, un successo atteso 2 anni

Carboni in maglia di leader

Per Carboni la vittoria ha significato anche la conquista della maglia di leader della classifica: «Non so come finirà, ma un pensierino ce lo faccio, vedremo come andranno le tappe più dure che devono ancora arrivare. Quella vinta è stata una tappa mossa, resa impegnativa dal vento e dai continui scatti che alla lunga rischiavano di logorarci nel controbattere, finché ho preso l’iniziativa con l’ucraino Budyak e un paio di australiani vincendo in volata. Anch’io venivo da buone gare in Italia, una serie di piazzamenti, ma serviva un cambio di passo».

E’ chiaro che parliamo di una gara particolare, il Giro del Giappone è un evento centrale, ma dall’altra parte del mondo: «E’ un ciclismo che non siamo abituati a vedere – spiega Carboni – qui ci sono pochi europei, i giapponesi che corrono in casa (c’è anche la nazionale su pista per preparare i Giochi Olimpici) poi gli australiani che fanno sempre la differenza perché a questa gara puntano forte per la classifica. In gruppo il riferimento sono un po’ loro».

La netta vittoria di Carboni, debellando la resistenza dell’ucraino Budyak
La netta vittoria di Carboni, debellando la resistenza dell’ucraino Budyak

La mancanza di un bar…

«Sono gare particolari – gli fa eco Malucelli – un po’ come quando gareggiamo a Taiwan o in Malesia. Il circuito asiatico è particolare. Tra l’altro le gare si concludono sempre prima di pranzo il che significa svegliarsi sempre alle 6 e partire quando va bene alle 9,30. E’ tutto anticipato, la cena alle 18 e a letto presto, una routine abbastanza scandita. Tra l’altro gli hotel sono posizionati sempre un po’ lontano dai centri abitati così non c’è possibilità neanche di fare due passi per svagare la mente. Non possiamo neanche andarci a prendere un caffè perché i bar non ci sono, hanno solo macchinette automatiche sparse per il territorio…».

Le vittorie ottenute dai due ragazzi non sono casuali, anzi. Malucelli entra nello specifico parlando del suo team, da quest’anno con una forte matrice tricolore: «Il team esiste da una decina d’anni, ma in questi mesi di lavoro in comune, i nostri compagni giapponesi – che, inciso, sono il meglio del ciclismo locale – hanno corso con noi in Italia e iniziano a far proprio il nostro modo di correre. Anzi, lo cominciano ad applicare anche in corse come questa e la differenza si vede».

Affollamento di giornalisti locali intorno a Malucelli. Il suo team è molto seguito in Giappone
Affollamento di giornalisti locali intorno a Malucelli. Il suo team è molto seguito in Giappone

A casa si stacca la spina…

«E’ vero – ribadisce Carboni – normalmente in queste corse giapponesi e più generalmente asiatiche (se non infarcite di continental europee) si corre un po’ senza regole e avendo solo 6 corridori per squadra, si spende tanto se vuoi controllare la corsa. Con i compagni iniziamo ad applicare strategie che alla lunga funzionano, sia come risultati che come gestione stessa delle corse».

Finito il giro giapponese sarà tempo di tornare a casa e staccare per un po’: «Non abbiamo corse in programma per giugno e luglio, quindi conto di staccare anche un paio di settimane – afferma Malucelli – e non è un male considerando che da inizio stagione ho già superato i 30 giorni di gara. Siamo in 11 in squadra, questo comporta che si corre e viaggia quasi sempre. Tuttavia i nostri compagni giapponesi non hanno avuto il visto per l’Europa per questi mesi, torneranno ad agosto e noi in tre non possiamo correre.

Il JCL team Ukyo impiegato nella gara di casa, con 3 giapponesi ed Earle (AUS)
Il JCL team Ukyo impiegato nella gara di casa, con 3 giapponesi ed Earle (AUS)

Poi si tornerà in Asia

«Ci sarebbe il campionato italiano, è vero, ma che possiamo fare contro gente che viene dal Giro o che sta preparando il Tour? Per noi è meglio recuperare perché la seconda parte di stagione sarà lunga e impegnativa, torneremo anche in Asia per le corse in Malesia e sempre in Giappone».

Intanto però c’è da portare a termine il Giro del Giappone, da concludere in bellezza tutta la trasferta che ha regalato al team belle soddisfazioni e Carboni vuole sfruttare il buon momento: «Come detto, in Italia avevo già visto che ero tornato sui miei livelli, ora bisognerà lottare contro gli australiani che sono i più accaniti per la conquista del trofeo finale. La squadra funziona e la gamba è quella giusta. Un po’ mi dispiace al ritorno non avere altre occasioni per sfruttare la condizione, ma quel che dice Matteo è vero e poi di corse adatte ce ne saranno altre anche nei mesi successivi. L’importante sarà farsi trovare pronti».

Perché la tosse dopo gli arrivi più duri? Risponde il dottor Magni

23.05.2024
3 min
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SANTA CRISTINA GARDENA – In previsione di quanto sarebbe successo di lì a poco sul Brocon e ricordando quanto visto sul traguardo del Mottolino a Livigno, abbiamo chiesto al dottor Magni, medico della Astana Qazaqstan, per quale motivo dopo gli arrivi più violenti i corridori abbiano sempre accessi di tosse. Arrivavano tossendo, si fermavano e andavano a avanti fino a che il respiro tornava normale. Non solo quelli ammalati, che non farebbero notizia, ma anche gli altri. Persino il vincitore di tappa Pogacar è arrivato dai suoi massaggiatori dando un paio di colpi. Quale nesso c’è fra lo sforzo e la tosse?

«Una delle cause – spiega Magni alla vigilia della tappa – è lo sforzo. L’arrivo in salita ovviamente sottopone il sistema cardiorespiratorio a uno stress notevole, quindi c’è una reazione anche dei recettori bronchiali. In altre occasioni invece può capitare anche per la colonna d’aria fredda che entra all’interno dell’organismo, dove c’è una temperatura molto più alta. Questo shock termico, subito dall’epitelio tracheobronchiale, stimola i recettori della tosse e quindi il fenomeno si verifica».

Dopo il traguardo del Mottolino, anche Pogacar ha dato due colpi di tosse
Dopo il traguardo del Mottolino, anche Pogacar ha dato due colpi di tosse
Le due cause possono sommarsi in caso di sforzo molto violento?

Sì, la tosse è la conseguenza dello sforzo molto violento. Il tutto sarebbe quasi eliminato o comunque attutito, infatti, se uno potesse respirare con il naso, dove l’aria si riscalda e si umidifica prima di arrivare ai bronchi. Tuttavia durante uno sforzo, l’atleta respira a bocca aperta e quindi la colonna d’aria fredda arriva direttamente nel primo tratto delle vie respiratorie e le irrita.

Quei colpi di tosse possono essere dannosi o si tratta di episodi momentanei?

Dipende. Se da lì poi si innesca un fenomeno infettivo, le cose potrebbero cambiare. A livello delle nostre prime vie aeree ci sono normalmente batteri, germi, virus, nei confronti dei quali l’organismo stabilisce un certo tipo di equilibrio. Quando si sta bene non viene fuori nulla, ma nelle situazioni al limite può darsi che l’aria batterica o virale prenda il sopravvento e a quel punto l’atleta si ritrova con una bella tracheite. Noi ad esempio abbiamo un paio di casi…

Respirare a bocca aperta porta nel corpo colonne di aria fredda e batteri: lui è Benjamin Thomas verso Fano
Respirare a bocca aperta porta nel corpo colonne di aria fredda e batteri: lui è Benjamin Thomas verso Fano

Fra i ritiri di questo Giro, più di un corridore infatti lamentava tracheiti e infezioni delle vie respiratorie. Un nome su tutti è quello di Benjamin Thomas, corridore della Cofidis, che è andato avanti per giorni a tossire e proprio nella tappa di Monte Pana, quelle alla vigilia di questa intervista, ha alzato bandiera bianca.

Albanese nel WorldTour ha scoperto il fascino del Nord

23.05.2024
5 min
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Anche Vincenzo Albanese è entrato nei meccanismi dell’Arkea-B&B Hotels e si trova a correre lontano dall’Italia come capita al suo compagno e connazionale Luca Mozzato. Quando lo chiamiamo, è arrivato da pochi minuti nella Loira, regione del Nord della Francia dove oggi parte la Boucles de la Mayenne. Una breve corsa a tappe molto vicina alle caratteristiche tecniche di Albanese. 

«Sono arrivato da una decina di minuti – racconta – e tra poco andrò a provare il percorso del prologo (che si corre oggi, ndr). Mi sono messo in viaggio martedì sera, ho fatto tappa a Parigi e ho preso il treno per arrivare fino a qui. Rispetto agli anni scorsi viaggio molto di più: da un lato è stressante, ma mi piace venire a fare queste gare nel Nord».

Albanese sta collezionando una lunga serie di gare tra Francia e Belgio (foto DirectVelo/Ronan Caroff)
Albanese sta collezionando una lunga serie di gare tra Francia e Belgio (foto DirectVelo/Ronan Caroff)

Primo anno nel WT

Per Albanese il 2024 è stato l’anno del debutto in un team WorldTour, lo ha fatto a 27 anni con una lunga esperienza alle spalle. Il mondo dalla prospettiva dei grandi assume dettagli differenti, sfumature che si notano e che Albanese ci racconta…

«Un po’ di differenze ci sono – prosegue nel racconto – in un team WorldTour abbiamo molta più organizzazione e un calendario più ampio. Fino all’anno scorso le gare sulle quali puntare erano quelle, ora la cosa bella è che se sbagli una corsa ne hai altre dopo per rifarti. In una professional il calendario è ristretto e se sbagli… Ciao, ci si rivede l’anno prossimo. Per quanto riguarda le tipologie di corse che ho fatto, direi che sono contento, sto mettendo da parte tanta esperienza e ho scoperto un calendario interessante tra Francia e Belgio». 

L’esordio sulle pietre nel WT è arrivato ad Harelbeke: 9° (foto Instagram/GettyImages)
L’esordio sulle pietre nel WT è arrivato ad Harelbeke: 9° (foto Instagram/GettyImages)
E’ arrivato anche l’esordio sulle pietre nel WT, con l’E3 Saxo ad Harelbeke…

Una bellissima gara, nella quale sono andato senza particolari aspettative e ho portato a casa il nono posto. Ero tranquillo all’inizio, Mozzato mi ha dato i giusti consigli e sono partito sereno. 

Che consigli ti ha dato?

In generale durante la stagione tanti. Ma il più prezioso è arrivato proprio ad Harelbeke perché io non avevo la più pallida idea di cosa aspettarmi. Mozzato mi ha preso, mi ha messo da parte e mi ha detto di stare sempre davanti. Mi ha anche indicato il punto dove sarebbe esplosa la corsa e indovinate? E’ esplosa esattamente lì. 

Il fascino delle pietre ha subito conquistato Albanese
Il fascino delle pietre ha subito conquistato Albanese
Quanto è importante per te avere una figura come Mozzato accanto?

Molto. Con lui ho un gran bel rapporto e ci si diverte anche. Cosa che male non fa, soprattutto se stai lontano da casa per una o due settimane. Capita che si passino 15 giorni fissi in Belgio e avere la giusta compagnia aiuta a superare le giornate. 

Poi è arrivato il Fiandre.

Una corsa unica, fantastica. Una delle più belle e spettacolari che abbia mai fatto. Mi sono anche comportato bene, arrivando 28°. Non dico che ci sia stato un po’ di rammarico, ma quasi: ero nel gruppo con Mozzato, ho forato e sono rimasto coinvolto in una caduta, peccato. Magari avrei potuto lottare per una posizione migliore. Ma già essere lì sugli ultimi muri con i superstiti di giornata e dietro solo all’alieno Van Der Poel è stato bello. 

Arkea-B&B Hotels, squadra francese con tanti corridori del Nord e al Fiandre i primi due sono italiani.

Ci abbiamo pensato anche noi! I diesse alla fine della corsa ridevano e scherzavano proprio su questo. Si potevano aspettare di tutto tranne che i primi due atleti del team a tagliare il traguardo saremmo stati noi.

Una prima stagione nel WT che ti ha permesso di scoprire anche gare nuove…

Mi piacciono molto le gare nel Nord, sono adatte a me. Ho ancora un anno di contratto e la prossima stagione voglio tornare e riprovarci.

Ci hai detto dei viaggi, in un team WT ti sposti molto, ti pesa?

Vero che viaggiamo tanto, ma dipende da che corridore sei. Io sono uno da corse di un giorno o brevi gare a tappe quindi mi sposto parecchio, ma poi riesco a tornare a casa. Poi chiaro che se ho una serie di corse in Belgio o in Francia rimango su, per comodità. Succederà così anche dopo la Boucles de la Mayenne, visto che dopo pochi giorni sarò al Circuit Franco-Belge. Tanto quando decidiamo di restare al Nord non siamo mai soli, ci sono altri atleti o lo staff che si ferma. 

In questi mesi ha ottenuto ottime prestazioni, qui alla Paris-Camembert (foto DirectVelo/Micael Gilson)
In questi mesi ha ottenuto ottime prestazioni, qui alla Paris-Camembert (foto DirectVelo/Micael Gilson)
Esattamente un anno fa eri nel mezzo del Giro, ti manca?

Visto il clima di ieri no (ride, ndr). In realtà grazie a queste esperienze ho capito di non essere un corridore adatto alle grandi corse a tappe. Preferisco concentrarmi sulle corse di un giorno o gare di una settimana, sono più adatte alle mie caratteristiche. Fino ad ora ho messo nelle gambe tanti giorni di gara, ma mirati sul tipo di corridore che sono. 

Il calendario ora cosa prevede?

Tirerò fino al campionato italiano, passando per Francia, Belgio e Giro di Svizzera. Poi mi fermerò per la pausa di metà stagione, farò cinque giorni senza bici e un lungo periodo di altura. In teoria dovrei tornare alle corse tra metà luglio (Giro dell’Appennino, ndr) e inizio agosto. Dovrei fare buona parte del calendario italiano di fine stagione.

Primo Steinhauser: una storia che continua di padre in figlio

22.05.2024
6 min
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PASSO BROCON – Quasi trent’anni fa raccontai la vittoria di Tobias Steinheuser al Giro delle Regioni. Era il 1995 e il tedesco succedette al connazionale Baldinger, precedendo sul podio Uwe Peschel e il nostro Sgnaolin. Curiosamente è quello che penso mentre Georg Steinhauser, suo figlio, taglia il traguardo della tappa di oggi e si abbandona entusiasta fra le braccia dello staff EF Education-Easy Post sul traguardo.

Negli ultimi chilometri di salita si è tolto di dosso tutto quello che poteva. Prima gli occhiali, poi persino i guanti. E a capo di una fuga durata 136 chilometri, con la benedizione e i complimenti di Pogacar, il tedeschino di 22 anni ha conquistato la prima vittoria da professionista. Il suo precedente successo venne pure in Italia nel 2021, nella tappa di Valnontey al Giro di Val d’Aosta, in cui vestiva la maglia della Tyrol-Ktm.

«Ho tolto tutto quello che potevo – racconta – volevo essere il più leggero possibile per essere il più veloce possibile. Penso sia quello che serve per vincere una tappa in un grande Giro. I guanti sono poca cosa, per cui è possibile che sia stata una ricerca di leggerezza soprattutto psicologica. Però è anche vero che ho corso senza il misuratore di potenza, ho preferito ascoltare le mie sensazioni. La prima volta che l’ho tolto è stato nella tappa regina. I miei tecnici mi hanno detto che la bici sarebbe stata più leggera di 200 grammi e allora ho pensato: “Okay, non ne ho davvero bisogno!”. Oggi è stata la stessa cosa, ma per gli allenamenti non potrei farne a meno, in quel caso è prezioso».

Il padre corridore

Era già andato in fuga nella tappa di Livigno, quella senza misuratore di potenza, ma alla fine era stato ripreso da Quintana e Pogacar dopo 176 chilometri di fuga. Quel terzo posto non gli bastava e così ha riprovato. L’albero genealogico dice che è figlio di un professionista e nipote di un gigante. Jan Ullrich sposò la sorella di suo padre Tobias e da lei ebbe due figli, prima di sprofondare nei suoi guai. In altre occasioni Georg ha raccontato di non avere grande assiduità con Jan, mentre suo padre gli è spesso vicino.

«E’ venuto a salutarmi nel giorno di Livigno – racconta – anche se ha sempre cercato di restare sullo sfondo delle cose. Mi ha lasciato prendere le mie decisioni, fare le mie cose. Per lui era semplicemente importante che mi piacesse questo sport. Ha riconosciuto più volte che per lui è come se la sua carriera e la mia siano molto distanti, davvero altre epoche. Però è sempre stato il mio riferimento, non avendo avuto idoli nella mia carriera.

«Faccio semplicemente le mie cose, ma ovviamente guardo le gare. E se vedo Froome andare in salita al Tour de France, riconosco che è qualcosa di straordinario. Oppure Kwiatkowski che vince la Milano-Sanremo per pochi centimetri. Sono momenti che ricordi per sempre e penso solo di voler essere come loro e di ottenere risultati come quelli. E oggi è la prima volta che ho realizzato qualcosa di così speciale e ne sono super felice».

Scalatore fuori misura

Il problema è che essendo alto 189 centimetri (appena uno più di suo padre) si fa fatica ad etichettarlo. Quando vinse quella tappa in Val d’Aosta si lasciò dietro Hellemose, con un vantaggio di 3’41”. Le fughe sono il suo pane quotidiano, le salite non lo mettono a disagio malgrado la statura e i 65 chili, che a ben vedere non sono poi molti.

«Ci sono stati momenti nella mia carriera – Steinhauser spiega e sorride – in cui non ero sicuro di essere abbastanza forte per andare in salita. Ma sento che questa tappa lo ha dimostrato ancora una volta. Anche altre prove del passato hanno dimostrato che sono in grado: forse il mio corpo è alto, ma ho anche abbastanza muscoli per farcela. Semmai quello che mi sta stupendo e che mi rende felice è il mio recupero. Sono entrato nella terza settimana un po’ nervoso perché è il primo grande Giro e molti giovani corridori sono super stanchi. Per me finora è stato il contrario. Stamattina mi sentivo bene, sto recuperando. Quindi penso decisamente che i grandi Giri siano fatti per me, ma non so se per fare classifica o andare a caccia di tappe. Per ora mi godo questo momento e poi vedremo cosa verrà».

Nessuna pressione

Quel che è certo è che in squadra da stasera si respirerà aria nuova. Non avendo portato al Giro Carapaz, che avrebbe potuto pensare alla classifica, e con Chaves sotto tono, era chiaro che la sola via per ritagliarsi uno spazio fosse andare a caccia di tappe. Ma questo pare non sia stato fonte di pressione, in un team che in effetti appare molto scanzonato e lascia ai corridori tanta aria e tanta libertà.

«In effetti – conferma Steinhauser – non vedo molta pressione. Noi ragazzi ci divertiamo molto e ovviamente siamo qui per correre e per provare a vincere. Sento che i direttori sportivi hanno molta fiducia in noi e fino ad ora ci avevamo provato molte volte, ma non aveva funzionato. Oggi è andata bene e adesso vedremo cosa succederà nei prossimi giorni. Mi sono divertito molto. Immagino che per fare questo lavoro tu debba divertirti e amare la sofferenza. Oggi è stata una giornata fantastica. Anche solo correre davanti a tutti è una sensazione straordinaria e arrivare fino al traguardo è semplicemente super speciale. Ancora non riesco a crederci».

Dopo l’arrivo Steinhauser si è abbandonato sfinito fra le braccia dei massaggiatori
Dopo l’arrivo Steinhauser si è abbandonato sfinito fra le braccia dei massaggiatori

A proposito di passerelle

Sul traguardo è appena arrivato un po’ di sole. Dopo un Giro corso tutto al sole, per il secondo giorno hanno preso acqua e freddo e anche oggi hanno davanti 12 chilometri in bici per arrivare ai pullman. Un locale riservato sulla cima gli ha permesso di cambiarsi, ma forse sarebbe bene pensare anche a questo quando si invocano passerelle sotto la pioggia. Dall’inizio del Giro, ben più di una volta i corridori hanno dovuto fare chilometri e chilometri dopo l’arrivo: dai 24 di Prati di Tivo a quelli di Cusano Mutri. Siamo arrivati al diciassettesimo giorno di corsa e tutto va bene. Tiberi ha difeso la maglia bianca e incrementato il vantaggio. Pellizzari ha pagato gli sforzi di ieri. Steinhauser ride beato: per lui oggi la fatica ha avuto il sapore più dolce.

Che bello questo Tiberi. E per il podio non si nasconde

22.05.2024
4 min
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PASSO BROCON – «Faccio il tifo per Antonio Tiberi», ha detto al microfono del Giro d’Italia Yeman Crippa, campione dell’atletica e grande speranza azzurra per la maratona di Parigi. Mancavano meno di 8 chilometri all’arrivo e il corridore della  Bahrain-Victorious ancora doveva farsi vedere. L’investitura del collega campione gli farà effetto.

Qualche minuto dopo, il laziale si è messo senza paura a dettare il ritmo una volta che Pogacar ha accelerato. E’ risalto da dietro con una certa “spavalderia” e ha fatto la sua corsa. Il fatto che abbia vinto la volata degli inseguitori la dice lunga sul suo stato di forma.

Tiberi sul podio scortato da Yeman Crippa. Con il finale di oggi, porta da 24″ a 41″ il vantaggio su Arensman per la maglia bianca
Tiberi sul podio scortato da Yeman Crippa. Con il finale di oggi, porta da 24″ a 41″ il vantaggio su Arensman per la maglia bianca

Prova solida

Oltre alle parole d’incitamento a distanza di Crippa, quel che ha fatto effetto a Tiberi sono state soprattutto le sue buone, per non dire ottime, sensazioni.

«Oggi è stata ancora una giornata molto positiva per me – ha detto Tiberi – Soprattutto per essere alla terza settimana devo dire che la gamba e la condizione sono veramente buone. Quindi sono tanto contento. In più sono riuscito a guadagnare ancora dei secondi su Arensman e O’Connor. E questo mi mette positività».

Già ieri verso Monte Pana, Tiberi aveva dato ottimi segnali. Aveva ripreso proprio Arensman senza paura. E la cosa poteva non essere così scontata dopo gli scricchiolii del Mottolino.

«Nell’arrivo di Livigno – riprende Antonio – ho pagato un po’ lo sforzo della crono del giorno prima. Poi a dire il vero già dalla partenza non mi sentivo troppo brillante. Di certo, una cosa che mi ha dato fastidio è stata la sveglia presto di quel giorno: una cosa che io non amo molto. E questo mi ha messo in difficoltà per il resto della giornata».

«In più mi sentivo un po’ pesante. In vista della tappa lunga avevo mangiato molto. Insomma, sono stati un po’ di fattori messi insieme. Ma alla fine sono soddisfatto perché sono riuscito a gestirmi bene. Non ho perso tantissimo quel giorno».

Il laziale per le tappe più dure sta usando una ruota Vision da 37 mm, un prototipo super leggero
Il laziale per le tappe più dure sta usando una ruota Vision da 37 mm, un prototipo super leggero

Testa da campione

E questa è una frase mica da poco. Stefano Garzelli ce lo dice sempre: «In un grande Giro si va forte quando si riesce a limitare al massimo le perdite nelle giornate no». Antonio sembra averla messa alle spalle la sua giornata no. 

E poi c’è un altro aspetto che va sottolineato: la capacità del campione di guardare al bicchiere mezzo pieno. «Sono soddisfatto della gestione». A 23 anni (a giugno) non è cosa da poco. Questo aspetto sta colpendo, in modo positivo, anche i suoi genitori, qui al seguito del Giro. «Sembra che stia tenendo bene la pressione. Sta correndo il suo primo Giro da capitano. Insomma va bene!».

E oggi dopo il traguardo, il primo a “braccarlo” è stato proprio suo padre, neanche si fossero dati appuntamento. Un gesto di assenso da parte di Antonio, una stretta di mano bellissima. La voce emozionata del papà, da una parte. Il grande self control del figlio, dall’altra. 

Tiberi è terzo sull’arrivo del Brocon. Una prova di solidità. In classifica generale è quinto a 10’29” da Pogacar
Tiberi è terzo sull’arrivo del Brocon. Una prova di solidità. In classifica generale è quinto a 10’29” da Pogacar

Self control

Antonio ha lo sguardo presente. Lo sguardo di chi sa dov’è e cosa vuole. E’ la calma fatta persona. 

Lo abbiamo osservato in questi post tappa. Parla sempre con chiarezza, tono pacato e soprattutto sicuro. E’ disponibile con i tifosi. Oggi, per esempio, l’addetto stampa non riusciva a portarlo via perché si fermava con tutti coloro che gli chiedevano un selfie. E poi ha il volto disteso.

Solo Pogacar, credeteci, sta come o meglio di lui. In gruppo inizia a serpeggiare stanchezza. In questi due atleti sembra non esserci.

Grande disponibilità da parte di Antonio, eccolo ai selfie mentre mangia caramelle gommose, ideali per il ripristino degli zuccheri
Grande disponibilità da parte di Antonio, eccolo ai selfie mentre mangia caramelle gommose, ideali per il ripristino degli zuccheri

Podio possibile

E quando gli diciamo che il profilo del Monte Grappa si avvicina, Tiberi non fa una piega. Il terzo posto stasera dista 2’25”.

«Sei consapevole che quella doppia scalata può ribaltare le sorti del podio?», gli chiediamo. E lui: «Eh sì… il Monte Grappa è l’ultima grande difficoltà di questo Giro. E’ davvero duro e ci si arriverà con tanta fatica nelle gambe di tutti. Ma se la condizione continuerà ad essere questa e io quel giorno mi sentirò bene, sicuramente cercherò di fare del mio meglio per provare a raggiungere il podio… che poi non è troppo lontano».

«Se conosco il Monte Grappa? No… ma per fortuna lo facciamo due volte. La prima lo studio e nella seconda vado a tutta».

Lo sguardo di Amadori: dalla Polonia al Giro Next Gen

22.05.2024
4 min
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Il conto alla rovescia per il Giro Next Gen è iniziato, al via di Aosta non manca tanto: 17 giorni. Le novità di questa edizione sono tante, a partire dalle squadre invitate o per meglio dire escluse. In attesa di capirci qualcosa in più, parliamo dell’appuntamento rosa per under 23 con il cittì della nazionale Marino Amadori. Quest’ultimo sarà al via del Giro con una selezione di atleti azzurri raggruppati fra le squadre escluse

«Va fatto un plauso alla Federazione – dice Amadori – è una cosa importante poter partecipare a una corsa del genere con la rappresentativa azzurra. Si dà l’occasione ad alcuni ragazzi, altrimenti esclusi, di prendere parte ad un appuntamento importante come il Giro Next Gen. Correranno contro atleti di alto livello, pronti per darsi battaglia ogni giorno».

Di ritorno dalla Polonia

Gli azzurri e Amadori sono rientrati da poco dalla Polonia, dove c’è stato un appuntamento di Nations Cup (il gruppo azzurra nella foto di apertura di Tomasz Smietana). Una tappa importante per tanti motivi, e in piccola parte utile per selezionare i corridori per il prossimo Giro Next Gen.

«Non usciranno tutti da qui – continua – anche perché alcuni di loro saranno al via di Aosta con le rispettive squadre. La tappa di Nations Cup in Polonia ha riservato luci e ombre. Per i risultati di giornata siamo stati tra i protagonisti frazione dopo frazione. Siamo mancati nella classifica generale, ci abbiamo provato ma non eravamo pronti. In Polonia c’erano atleti di primo piano, che saranno anche presenti al Giro Next Gen».

Oioli, il secondo in foto, sarà uno degli atleti che correrà il Giro Next Gen con la nazionale (foto Tomasz Smietana)
Oioli, il secondo in foto, sarà uno degli atleti che correrà il Giro Next Gen con la nazionale (foto Tomasz Smietana)
Ora si prepara la corsa rosa U23?

Avremo ancora un appuntamento di Nations Cup, questa volta in Repubblica Ceca. Va detto che gli eventi non vanno di pari passo, la selezione dei ragazzi per il Giro e per la Nations Cup è diversa.

In che senso?

La Nations Cup fa parte del circuito della nazionale, con un gruppo di atleti più ristretto e selezionato. Una selezione che lavora anche in vista degli appuntamenti più importanti: Tour de l’Avenir, mondiale ed europeo. 

Crescioli è il profilo di maggior livello per le corse a tappe, Amadori crede molto in lui
Crescioli è il profilo di maggior livello per le corse a tappe, Amadori crede molto in lui
Per il Giro Next Gen?

Il gruppo dal quale prendere i corridori è meno ampio. Scirea ed io prenderemo i ragazzi le cui squadre sono rimaste fuori. 

Forse la squadra con più carne attaccata all’osso, per l’Italia, è il devo team della Q36.5?

Oioli e Mosca sono due profili molto interessanti, soprattutto il secondo. Al Giro ci sarà tanta salita e uno scalatore come lui può trovare pane per i suoi denti. Un altro che sta facendo bene è Piras della NamedSport. 

Obiettivo?

Francamente fare esperienza, selezioneremo ragazzi di seconda e terza fascia. Corridori che se non fosse per la nazionale, questa esperienza non potrebbero farla. Anche perché se non fosse stata inserita la squadra della nazionale sarebbe stata invitata un’altra continentale straniera. 

Raffaele Mosca, Q36.5 Continental Team, è un altro degli esclusi dal Giro Next Gen (foto Bolgan)
Raffaele Mosca, Q36.5 Continental Team, è un altro degli esclusi dal Giro Next Gen (foto Bolgan)
Al Giro Next Gen guarderai anche quello che accadrà in corsa?

Gli occhi saranno anche per gli altri italiani in gara. Crescioli sta facendo molto bene quest’anno, come lui Zamperini anche se si è infortunato proprio a ridosso del Giro. Anche Belletta è a rischio partecipazione, chiaro che se mancano certi corridori è difficile far vedere il movimento italiano. 

Che momento è?

Particolare. In Italia abbiamo ottimi corridori under 23, ma sono al Giro dei grandi. Non tutti gli anni possono essere uguali ma chissà che da questo Giro Next possa emergere qualche profilo interessante. Sarei contento di vedere qualcuno nella top 5 o 10.