Il weekend da tuttofare del signor Mosca, innamorato del ciclismo

29.07.2024
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Il fine settimana di Jacopo Mosca a Osasco, il suo paese natale, è stato indaffarato come poche volte in vita sua. Mentre la moglie Elisa era a Parigi per la cronometro, il piemontese della Lidl-Trek è tornato a casa per dare man forte a suo padre nell’organizzazione di un weekend di gare dai giovanissimi agli allievi, uomini e donne. Fino allo scorso anno si era chiamata Giornata Azzurra, da quest’anno si è unito il Trofeo Rosa (in apertura, immagine Wild Emotions). Quando lo sentiamo, dopo aver fatto con lui il punto già da venerdì, il suo tono di voce è quello di un uomo al settimo cielo.

«Sono stati davvero due giorni molto belli – dice – anche e soprattutto perché in Piemonte non abbiamo grandi numeri di tesserati nelle categorie giovanili. Alla fine sono partiti 70 allievi su 90 iscritti. Poi c’erano 45 allievi e 45 allieve. E non so dire quanti giovanissimi, perché hanno tante categorie e di solito sono un bel gruppone. In tutto ci sono stati 340 partecipanti e devo dire che è stato veramente bello. Soprattutto quello che ho visto è stato che tanta gente veniva a complimentarsi per la manifestazione, per la possibilità di far correre i ragazzi. E allora ti dici: cavolo, allora stiamo facendo qualcosa di bello…».

Jacopo Mosca è stato organizzatore, volontario e qualsiasi cosa servisse fare (foto Wild Emotions)
Jacopo Mosca è stato organizzatore, volontario e qualsiasi cosa servisse fare (foto Wild Emotions)
Qual è stato il tuo ruolo in tutto questo?

Ho fatto di tutto. Ieri mattina alle 6,45 ero con mio fratello e un altro volontario dell’Alpina a pulire le strade, letteralmente a passare la scopa nelle curve e montare materassi in quelle pericolose. Credo di aver portato la mia esperienza. I volontari infatti pulirebbero solo l’interno, io invece ho spazzato anche l’esterno. Gli ho spiegato che se uno vuole recuperare posizioni e prende la traiettoria più larga, finisce nell’asfalto sporco. Sono delle piccolezze che avevo notato anche il primo anno, in cui avevamo fatto solo la gara per i giovanissimi. Di fatto io ho seguito la gara solo nel 2021, mentre quest’anno c’ero perché a differenza di 2022 e 2023, non andrò al Polonia.

Facciamo un passo indietro: come è nata questa idea?

Mi venne nel 2021, quando ero infortunato dopo la caduta al campionato italiano di Imola. Mi avevano invitato a presenziare a una gara nella zona di Alba, all’interno del parco sponsorizzato da Diego Rosa qualche anno fa. Così parlando, ho detto a mio papà: «Sai quanto costa organizzare una gara di giovanissimi?». Ho chiesto agli organizzatori e visto che non si parla di cifre clamorose, ho detto: «Facciamolo!». E siamo partiti dai giovanissimi. Poi nello stesso anno abbiamo fatto la squadra dei bambini e da allora abbiamo cominciato. Ogni anno aggiungiamo un pezzo, così quest’anno sono arrivate le ragazze.

Da quest’anno anche gare femminili. Per i percorsi, il consiglio di Paolo Longo Borghini (foto Wild Emotions)
Da quest’anno anche gare femminili. Per i percorsi, il consiglio di Paolo Longo Borghini (foto Wild Emotions)
Quanto è difficile organizzare tante gare?

La nostra grande fortuna è che con la società dei bambini ci siamo appoggiati al GSR Alpina. E’ una società storica della zona, che cura la Gran Fondo Sestriere e dell’Assietta di mountain bike. E poi facevano una gara di dilettanti, il Trofeo Valli del Chisone, che era loro. Da allora in poi avevano fatto solo attività amatoriale e quando io gli ho proposto di fare i bambini, hanno accolto l’idea alla grande. Tanto è che adesso la società si chiama GSR Alpina-Jacopo Mosca Fan’s Club, dove il fans club è il mio papà. I ragazzi dell’Alpina sono bravissimi, la mia unica raccomandazione è stato di non lesinare sul tema della sicurezza.

Tema di cui parlavamo poco fa..

Esatto. Per la gara dei giovanissimi, abbiamo i materassi e segnalazioni per un chilometro di gara, che è sicuramente molto di più dello standard. Per me questa era una cosa fondamentale, perché se faccio qualcosa legata al mio nome, deve essere fatta bene. In realtà, ho sempre pensato di fare qualcosa per il ciclismo dalle mie parti. La società in cui ho cominciato ha chiuso, io sono stato il loro ultimo corridore. Adesso fanno qualcosina in piccolo per la mountain bike, è la società dove ha iniziato anche Avondetto, il campione eruopeo. Mi piaceva l’idea di far cominciare i bambini e avevamo organizzato il lancio di una scuola di ciclismo, con la prima riunione fissata all’8 marzo del 2020. Il giorno in cui scattò il primo lockdown. Dal 2022 abbiamo tesserato i ragazzi per fare le gare, senza mettergli pressioni. Vedi i bambini correre e poi dopo la gara giocare fra loro e poi vedi i genitori che non sapevano cosa fosse fare ciclismo e adesso invece hanno preso la bici anche loro.

Anche Elisa ha scelto di fare qualcosa di simile, no?

La motivazione è la stessa. Ho sempre pensato che noi corridori alla fine prendiamo tanto dal ciclismo e potremmo dare indietro altrettanto. Il ciclismo mi ha dato tanto ed è bello che in qualche modo io possa rendere anche solo in minima parte quel che ho ricevuto. E con questo ho contagiato anche Elisa, che aveva già avuto l’idea. Poi per tracciare i percorsi delle ragazze ho chiesto consiglio a suo fratello Paolo, visto che la figlia ormai ha l’età giusta.

I tuoi rapporti con i ragazzi sono di semplice organizzatore o ti capita anche di parlarci?

Sanno sicuramente chi sono e chi c’è dietro, però magari lo sanno meglio i genitori che seguono le corse in tivù. Capita che alcuni di loro mi ringrazino per l’opportunità. Ci sono tante brave persone e anche quelli che ci lasciano perché vorrebbero che i loro figli a 9 anni si allenassero, ma questo non rientra nella nostra filosofia. Li porta fuori mio papà, che ha fatto i corsi federali. Lui conosceva il ciclismo solo perché c’ero io e mi ha portato in giro alle gare. Nei giovanissimi io non voglio parlare di allenamento. I bambini devono andare in bici, imparare a farlo bene senza stress di alcun tipo. E grazie alla Alpina, con Ermanno Granero, Luca Diabrando e mio padre Walter Mosca, si riesce a seguirli.

Vittoria in parata fra gli allievi: si vede che la categoria è in crescita (foto Wild Emotions)
Vittoria in parata fra gli allievi: si vede che la categoria è in crescita (foto Wild Emotions)
Avete avuto giornate calde come ovunque in questa stagione?

Caldissime, perché purtroppo Osasco non è famosa per essere fresca d’estate, essendo un paesino di campagna in piedi nelle montagne. Per fortuna nella piazza ci sono un po’ di alberi, dove i ragazzi e le ragazze sono riusciti a ripararsi. Abbiamo dato il pranzo a tutti i corridori e ad un accompagnatore. Poi c’era la Pro Loco del paese che ha allestito un bar sotto il tendone, in cui davano acqua. E il gestore di uno dei due bar del paese, perché l’altro ha tenuto chiuso, è stato l’uomo più contento del mondo.

Uno aperto e l’altro chiuso?

Nei paesi capita. Lo scorso anno che avevamo meno ragazzi, il proprietario del bar aperto la sera venne con due bottiglie offrendoci da bere per il guadagno di due mesi in due giorni. Magari all’inizio era stato scettico perché chiudevamo il centro, poi ha capito e continuava a chiederci se e quando l’avremmo rifatta ancora.

Qual è stata la tua soddisfazione?

Sono veramente soddisfatto di aver visto il paese in cui sono cresciuto, pieno di ciclismo. E stato un po’ come averci portato il mio mondo.

Che cosa ti sembra del livello degli allievi, dato che qualcuno di loro il prossimo anno potrebbe correre tra i pro’?

I primi che sono arrivati andavano veramente forte. Erano della stessa squadra e sono arrivati in parata. Sono andati a tutta, più veloci della media più alta. E poi hanno un equipaggiamento molto buono, non più come una volta che avevano bici rimediate. Però se pensi che da un po’ arrivano fra i professionisti degli juniores che fanno i numeri, è palese che anche da allievi tanto piano non possano andare.

Come procede la tua preparazione?

Oggi ho fatto quattro ore dopo due giorni senza bici. Non farò il Giro di Polonia, ma andrò a San Sebastian. Insomma, è già tempo di ricominciare…

Consonni e la calma (quasi) olimpica: il quartetto affina l’intesa

29.07.2024
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Viene definita “calma olimpica” ed è quella caratteristica che contraddistingue uno stato d’animo serafico, misurato, distaccato, a tratti quasi ingenuo. Nell’antica Grecia era il periodo di pace, durante i quali ogni conflitto si fermava. Oggi è l’unica arma per contrastare la tensione di chi è chiamato a vincere una medaglia olimpica. Simone Consonni, uno dei quattro vagoni che comporrà il quartetto per l’inseguimento su pista vincitore della medaglia d’oro a Tokyo 2020+1, la “calma olimpica” la sta maturando in questi giorni. E a giudicare dalle sue parole, è già sulla buona strada.

Il quartetto prosegue con l’affinare tutti i meccanismi prima di partire per Parigi
Il quartetto prosegue con l’affinare tutti i meccanismi prima di partire per Parigi

Azzurri a Montichiari

La nazionale azzurra sta lavorando al velodromo di Montichiari per affinare il treno, per preparare la “gamba”, per oliare ogni meccanismo. Già il fatto che Consonni – 29 anni, bergamasco della Lidl-Trek – risponda al telefono a circa una settimana dalle gare la dice lunga su quanto la sua “calma olimpica” sia a buon punto. Del resto per lui quella di Parigi sarà la terza Olimpiade.

«L’Olimpiade è bella – spiega – ma l’atmosfera è delicata, ti prende, ti avvolge, ti trascina per cui è difficile da placare. Soprattutto lo diventa lontano dalle gare, gestire l’ansia non è sempre facile, ma resta un evento mondiale, che va oltre allo sport».

Parigi sarà la terza Olimpiade di Consonni, dopo Rio e Tokyo
Parigi sarà la terza Olimpiade di Consonni, dopo Rio e Tokyo

Ritorno a Parigi

Questo per l’aspetto emotivo che, aggiungiamo noi, viene accresciuto dal fatto che a Parigi correrà anche la sorella Chiara. Poi però c’è l’aspetto tecnico. Il quartetto partirà il primo giorno di agosto con la tre giorni di gare (se tutto filerà liscio…) in programma il 5-6-7 agosto.

«Dobbiamo riprovare la pista di St. Quentin en Yvelines – spiega Consonni – la conosciamo, l’abbiamo già testata, ma il feeling con ogni velodromo va affinato».

In pista è sempre questione di centesimi e di millimetri, i corridori sono già maniacali quando in ballo ci sono i minuti che si danno sui passi alpini, figuriamoci i pistard come vivono un appuntamento olimpico. Questa però è la vigilia di Consonni contraddistinta dalla maturazione della calma olimpica e allora anche la sua condizione non delle migliori nelle ultime settimane non lo scalfisce.

«Ho avuto una settimana di tosse e mal di gola – racconta – ma è stata provvidenziale, è arrivata nel momento giusto, non ha compromesso il mio avvicinamento a Parigi».

Dopo la crono di Parigi, da oggi Ganna è nuovamente a Montichiari con i ragazzi del quartetto
Dopo la crono di Parigi, da oggi Ganna è nuovamente a Montichiari con i ragazzi del quartetto

L’argento di Ganna

Insomma, Consonni da Brembate Sopra sta bene, ma la gara si fa in quattro e non basta che il singolo stia bene, serve che tutti e quattro siano al top. Ecco, tra questi quattro c’è Filippo Ganna, la locomotiva del quartetto. Colui che – per palmares – porta oneri e onori del più talentuoso. Il Pippo del ciclismo nazionale ha scaldato i motori nella cronometro su strada, con la medaglia d’argento alle spalle di Remco Evenepoel e davanti a Wout Van Aert. A Wout ha sfilato l’argento con un finale mostruoso, da Ganna. Ma quali segnali ha dato la crono al quartetto?

«Lo ha detto Pippo – risponde Consonni – non era la medaglia che si aspettava. Ma ha anche detto che in condizioni meteo complicate, come quelle nelle quali si è svolta la crono, lui non è un “drago”. Detto questo, è una medaglia importante. E’ stato battuto da un grande Remco, è un argento che sono sicuro darà morale a lui e a noi che lo abbiamo seguito dalla pista, con il maxischermo, durante gli allenamenti. Ora Pippo è con noi, in questi giorni lavorerà soprattutto ascoltandosi, sentendo le sensazioni fisiche e morali per calibrare l’avvicinamento alla corsa. La crono è una prova molto dispendiosa e i viaggi sono sempre stressanti. Ma saremo al meglio».

Consonni e Ganna sono stati compagni al Team Colpack ed entrambi (più Ravasi e Troia) passarono alla UAE Emirates
Consonni e Ganna sono stati compagni al Team Colpack ed entrambi (più Ravasi e Troia) passarono alla UAE Emirates

Tra vincere e confermarsi

Eppure, ancora non basta. Essere forti in quattro potrebbe non essere sufficiente perché poi ci sono gli avversari. Quali le nazionali più temibili? 

«La Danimarca senza dubbio – afferma il bergamasco – e poi la Nuova Zelanda che ha Tokyo abbiamo battuto per una manciata di decimi. Infine non dimentichiamoci della Gran Bretagna, di diritto tra le più temibili per tradizione. Noi però saremo lì, pronti per fare qualcosa di importante».

Consonni c’è, lo conferma e la sua “calma olimpica” si definisce anche nella saggezza e nella consapevolezza finale: «Sappiamo che la cosa difficile non è vincere, ma confermarsi». Un ragioniere nello scandire e scegliere le parole, ora occorre essere freddi calcolatori per sbriciolare tempo e avversari sull’ovale che potrebbe diventare un cerchio perfetto, magari dorato.

EDITORIALE / L’attacco alle Olimpiadi e il futuro dello sport

29.07.2024
5 min
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Dovrebbe fermarsi tutto, in realtà non si ferma niente. Mentre a Parigi si svolgono le Olimpiadi, il resto dello sport continua con le sue date. La Formula Uno ha girato a Spa, il tennis ha giocato a Kitzbuhel e lo stesso ciclismo ha corso fra il Czech Tour e il Portogallo. Una volta per le Olimpiadi si prevedeva la tregua bellica, ma se adesso non si ferma neppure lo sport, come si fa a riconoscere loro la nobiltà che ne ha sempre fatto una storia a parte?

Lo sport sta cambiando irrimediabilmente pelle e finalità. Gli atleti nel mezzo sono la sua parte migliore eppure a volte sembrano il pretesto per costruire spettacoli ed eventi nel nome del guadagno. Frequentando i ciclisti, sappiamo quando il sogno olimpico sia presente nei loro discorsi. La loro rincorsa meriterebbe che tutti gli altri si fermassero per guardare. Invece nelle stesse ore in cui Evenepoel, Ganna e Van Aert si contendevano le medaglie della crono, al Czech Tour si svolgeva la tappa vinta da Gloag su Hirschi e Ulissi. Come si può pretendere la massima attenzione sull’evento che si svolge ogni quattro anni (in apertura foto Paris 2024), se non lo si tutela almeno sul piano dei calendari? In proporzione c’è più riguardo per il Tour de France.

La cerimonia di apertura

La conferma di quanto stiamo dicendo si è avuta con la cerimonia inaugurale. Faccio una premessa: non sono a Parigi, quindi non sono in grado di valutare l’impatto che l’evento abbia avuto sul pubblico. Tuttavia la sensazione più netta che ne abbiamo tratto è che nel nome delle coreografie e dei messaggi che si sono voluti dare si siano fatti sparire gli atleti. Le Olimpiadi sono diventate la cassa di risonanza per temi sacrosanti, ma che nulla hanno a che vedere con l’inaugurazione del massimo evento sportivo. Forse qualcuno avrebbe potuto spiegarlo a Thomas Jolly, direttore artistico dell’evento.

La cerimonia inaugurale nello stadio è fatta di inquadrature su volti giovani ed emozionati, foto di gruppo, selfie e stupore. Chi ha potuto guardare in faccia i marinaretti a bordo dei battelli nella Senna? E poi c’è lo show, che non deve mancare, ma ha come tema le Olimpiadi. La prima volta, vidi la cerimonia inaugurale di Atlanta, l’Olimpiade del centenario. Le coreografie illustrarono quel numero 100 facendolo diventare il simbolo di una storia infinita, mentre gli atleti nel prato furono protagonisti di un momento da brividi. Stessi brividi e anche superiori, quando Muhammad Ali ricevette la fiaccola per accendere il braciere olimpico. Ero seduto accanto a Rino Tommasi, cronista del grande pugilato (e anche del tennis), che si mise a piangere. Il passaggio di testimone di Parigi è stato lento, sfoggio di grandi nomi, da Zidane in poi, senza la capacità di essere essenziali e colpire nel segno.

L’apertura di Atlanta 1996 mise insieme sport, arte ed emozioni
L’apertura di Atlanta 1996 mise insieme sport, arte ed emozioni

L’attacco a Olimpia

Dovrebbe fermarsi tutto, in realtà non si ferma niente. Probabilmente sarebbe irragionevole chiedere il cessate il fuoco per guerre che prendono di mira bambini e ospedali: se non hai cuore per evitare certi accanimenti, perché dovresti fermarti per un evento sportivo?

Ci sono gli israeliani e non ci sono i russi, quantomeno non con la loro bandiera. Ci sono quelli contro Macron. C’è la grande voglia di celebrare una grandezza che zoppica anche a causa dei sabotaggi. E anche in questo caso le Olimpiadi rischiano di trasformarsi nel pretesto per rivendicazioni che nulla c’entrano con lo sport. Lo sono sempre state, in realtà, però mai come questa volta si ha la sensazione che la grande struttura a cinque cerchi sia sottoposta all’erosione da parte di forze che inesorabilmente la stanno sgretolando.

E se le scelte artistiche dell’apertura possono essere una scivolata, sul piano sportivo si è intervenuti in modo inquietante per contenere il numero degli atleti. Sono state escluse specialità di grande tradizione per inserire attività fisiche che poco hanno da spartire con lo sport. Si è deciso di far correre solo 89 ciclisti professionisti sulla distanza di 272 chilometri: dov’è il rispetto per i valori tecnici dello sport? Sarà certamente una corsa bellissima, questi ragazzi non si tirano indietro, ma potrebbe anche essere la corsa di 5-6 attaccanti nel vuoto cosmico alle loro spalle. Senza la possibilità di inseguimento. Senza i numeri per organizzare tattiche. Il CIO ha chiesto, l’UCI ha recepito perché forse il suo presidente ha mire olimpiche e ha preferito farsela andare bene.

Ganna con Malagò e il Presidente Mattarella, rimasto sotto la pioggia per tutto il tempo
Ganna con Malagò e il Presidente Mattarella, rimasto sotto la pioggia per tutto il tempo

In casa nostra

Per fortuna sono iniziate le gare e magari a tutto questo si potrà non pensare. Saranno due settimane bellissime. Saremo tifosi azzurri in discipline di cui poi smetteremo persino di sentir parlare. Sono le Olimpiadi, viaggio splendido fra storie struggenti. Ganna ha cominciato col piede giusto, siamo certi che altre soddisfazioni verranno. E poi anche per il ciclismo italiano sarà il tempo per guardarsi in faccia e dirsi se tutto va davvero bene.

La gestione federale ha puntato forte sulla preparazione olimpica, ma la sensazione è che le spese siano stato molto ingenti mentre le ricadute sul territorio non all’altezza. E se anche i risultati olimpici verranno usati per lanciare una nuova campagna elettorale, non dimentichiamo che la situazione qui da noi è davvero difficile. E non sarà il bagliore dell’oro a risolvere i problemi.

Scopriamo Karlijn Swinkels, un’altra olandese che va forte

29.07.2024
6 min
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In una nazione come l’Olanda che domina il ciclismo femminile e sforna talenti a ripetizione che vincono ovunque, diventa difficile spiccare, ma c’è una ragazza che si sta ritagliando il proprio spazio. Karlijn Swinkels quest’anno ha mostrato una crescita ed una costanza di risultati che la pongono in cima alla lista delle atlete da seguire con più attenzione.

La venticinquenne della UAE Team ADQ finora ha conquistato sei podi più altre nove top 10 con molte prestazioni da protagonista. Le è mancata solo la vittoria per mettere la ciliegina sulla torta, ma Swinkels non è una che si arrende, soprattutto ora che sta diventando consapevole dei suoi mezzi. Le stimmate della campionessa sono uscite da junior quando nel 2016 è diventata iridata della cronometro, senza tuttavia mantenere le attese, a parte il sigillo tre anni dopo in una tappa della Vuelta a Burgos. Per vari motivi sembrava essersi un po’ smarrita (situazione che per altro capita a molti), invece nel finale dell’anno scorso in Belgio si è decisamente ritrovata. La tripletta centrata in maglia Jumbo-Visma al Tour de la Semois è stata la svolta per vedere la Swinkels di adesso. E noi abbiamo cercato di conoscerla meglio.

Al Fiandre Swinkels è sempre stata nel gruppo di testa, lavorando per Persico e chiudendo poi decima
Al Fiandre Swinkels è sempre stata nel gruppo di testa, lavorando per Persico e chiudendo poi decima
Karlijn che tipo di corridore sei? Che caratteristiche hai?

Sono un corridore a tutto tondo. Credo che le gare che mi si addicono di più siano quelle di media difficoltà. Mi piacciono le salite brevi e incisive. Sono abbastanza veloce in un gruppo ristretto dopo una gara dura. D’altra parte, mi piace molto anche aiutare le mie compagne di squadra a raggiungere la vittoria o il podio. Penso di poter essere di supporto in ogni tipo di gara.

L’anno scorso dopo la tua vittoria al Tour de la Semois sembri esserti sbloccata ed entrata in una nuova dimensione. E’ corretta questa impressione?

Sento che in questa stagione ho fatto un deciso passo in avanti. Sono felice di potermi migliorare passo dopo passo e che la squadra mi abbia lasciata libera di scoprire meglio i miei punti di forza.

Quest’anno hai fatto molti podi. Come giudichi la stagione finora?

Sono davvero soddisfatta di ciò che ho fatto. Avrei firmato per questo prima della stagione. Essere stata nei momenti decisivi dei finali delle classiche ed aver conquistato più podi in tutti i tipi di percorsi mi fa credere di poter vincere le corse. Questa conferma è davvero bella da ottenere dopo un duro lavoro.

Quali sono le gare in cui pensavi di vincere? Hai qualche rammarico?

Mi sono giocata la vittoria in più gare, ma passo dopo passo ho imparato di più. Non mi è capitato molte volte nella mia breve carriera, quindi ogni giorno continuo ad imparare. Anche recentemente al Thuringen Tour sono andata molto vicina alla vittoria, ma… non sono riuscita a chiudere abbastanza la porta (dice sorridendo, ndr). Sto cercando di trovare la mia strada verso il gradino più alto. Credo che questo obiettivo posso centrarlo anche in questa stagione.

Terza piazza per Swinkels (dietro a Jackson e Vas) nella seconda tappa della Vuelta. Uno dei tanti podi stagionali
Terza piazza per Swinkels (dietro a Jackson e Vas) nella seconda tappa della Vuelta. Uno dei tanti podi stagionali
C’è qualcuno che vuoi ringraziare per la tua crescita?

Naturalmente voglio ringraziare la mia famiglia che mi è sempre stata vicina e mi ha sostenuto in tutto quello che ho fatto fino a oggi. Senza di loro non sarebbe stato possibile essere dove sono ora. Inoltre, apprezzo molto Giorgia (Bronzini, la sua compagna, ndr) perché mi sta rendendo una persona migliore. Mi ha insegnato a essere più presente nel momento e a godermi quello che sto facendo. Infine, ma non per questo meno importante, voglio ringraziare l’UAE Team ADQ per aver creduto in me come ciclista e come persona. I miei allenatori Luca Zenti ed Enrico Campolunghi sono fantastici.

Hai qualche idolo in particolare?

Onestamente non ho un idolo, però mi piace imparare da chi è più bravo di me in qualcosa per poter crescere.

Doha 2016, Swinkels si fa conoscere al mondo vincendo la crono iridata juniores su Morzenti e Labous
Doha 2016, Swinkels si fa conoscere al mondo vincendo la crono iridata juniores su Morzenti e Labous
Qualcuno ha detto che hai un grande potenziale e che ricordi la “prima” Marianne Vos. Cosa ne pensi?

Penso che Marianne Vos sia una ciclista con cui non posso paragonarmi. È unica e ha vinto tanto in carriera. Penso solo di essere brava in gare simili a quelle adatte a Marianne. Spero di poter vincere un giorno gare come importanti come ha fatto lei.

Quali sono quindi le gare dei tuoi sogni?

Ne ho più di una. Mi piacerebbe vincere l’Amstel Gold Race, la Strade Bianche, il Fiandre o una tappa a Giro, Tour o Vuelta.

Swinkels è un’atleta che si trova a suo agio nelle corse a tappe. Al Thuringen Tour ha vinto la classifica a punti
Swinkels è un’atleta che si trova a suo agio nelle corse a tappe. Al Thuringen Tour ha vinto la classifica a punti
Che obiettivi ha Karlijn Swinkels per il finale di stagione e per il futuro?

Il mio obiettivo sarà quello di vincere una gara con i colori della UAE Team ADQ. Oltre a questo voglio continuare a correre con il cuore. Ho appena terminato il mio training camp in altura come avvicinamento al Kreiz Breizh (domani, ndr), al Tour Femmes e poi a Plouay. Spero di continuare a essere costante nel resto della stagione e di ottenere altri podi per la squadra.

Dislivello e percorso: come si scelgono i rapporti?

29.07.2024
4 min
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Spesso abbiamo visto in quest’ultimo Tour de France gli atleti cambiare rapporti e anche al Giro d’Italia Women le cose non sono andate diversamente. Addirittura c’è chi, come Mavi Garcia, ci hanno spiegato che ha una sorta di linea di demarcazione circa la scelta degli ingranaggi da spingere. Sopra ai 2.000 metri opta per la corona da 36 denti, al di sotto lascia la tradizionale corona da 40.

Questa regola vale per tutti? C’è una formula ben precisa? Ne parliamo con Marco Pinotti, tecnico proprio in forza alla Jayco-AlUla dove corre guarda caso anche la stessa Garcia, che ha dato un po’ il “la” a questo argomento.

Marco Pinotti, ex corridore, è oggi uno dei preparatori della Jayco-AlUla
Marco Pinotti, ex corridore, è oggi uno dei preparatori della Jayco-AlUla
Tu, Marco, sei sia un coach che un ingegnere, quindi molto attento anche alla scelta dei materiali: cosa ci dici di questo “split” del dislivello come discriminante per la scelta dei rapporti?

Oggi tutto è molto standard, quindi non è così facile cambiare. Prima la guarnitura classica era con il 53-39, adesso è con il 54-40 però più che dal dislivello la scelta dipende dal percorso. Se ci sono 4.000 metri di livello, però le salite sono pedalabili e ci sono anche tante discese io tengo il 54-40, anzi, magari metto il 55. Uno pensa solo alle salite ma ci sono anche le discese. E poi com’è l’arrivo? Veloce, tira a scendere? O al contrario sale?

Quindi non esiste una formula che faccia da spartiacque insomma…

No, ripeto comanda il percorso. Il dislivello non può e non sempre dice tutto. Magari l’intera tappa ha solo 1.200 metri di dislivello, ma il finale è su uno strappo al 20 per cento e lì ti serve il 36. Magari potresti montare il 52, ma solo perché è più facile e meno rischiosa la cambiata. Semmai c’è uno standard di rapporti per cui ti alleni.

Cioè?

Magari fai il 95 per cento dei tuoi allenamenti con determinati rapporti e il restante 5 provi altro. In ogni caso non è il dislivello che conta, ma più le pendenze. E in questo caso l’esigenza di provare altro.

L’avvento del 12 velocità ha ridotto notevolmente i cambi di rapporto e standardizzato molte scelte tecniche
L’avvento del 12 velocità ha ridotto notevolmente i cambi di rapporto e standardizzato molte scelte tecniche
In questa scelta, Marco, sono più sensibili gli uomini o le donne?

Dipende dai singoli atleti. Diciamo che con le donne forse serve un pizzico in più di attenzione: hanno meno forza quindi i rapporti sono un pochino più agili in generale. E lo sono anche perché sviluppando velocità più basse, per forza di cose per mantenere una certa cadenza vanno alla ricerca di rapporti più corti. Quindi magari loro quando ci sono frazioni dure tendono a cambiare un po’ di più (a ridurre le corone soprattutto, ndr)

L’avvento delle scale ampie come l’11-30 o ancora di più l’11-34, ha inciso nelle scelte tecniche?

Certo, sia perché i salti tra un dente e l’altro sono più ampi, sia perché di base si cambiano molto meno le scale posteriori. In più va detto con le 12 velocità anche questi salti si sono ridotti. E questo è molto comodo per meccanici e atleti che ad ogni tappa non devono stare lì a trafficare con il pacco pignoni.

C’è stato un caso in cui ti sei un po’ trovato al limite con la scelta dei rapporti per i tuoi atleti?

Su strada ormai no, proprio per il discorso appena fatto dell’ampio range delle dentature moderne. A crono invece un po’ sì. Forse in qualche caso il monocorona con l’11-34 può essere un po’ atipico. Penso forse alla crono dell’anno scorso al Tour.

I velocisti (qui Caleb Ewan) in salita vanno alla ricerca dell’agilità
I velocisti (qui Caleb Ewan) in salita vanno alla ricerca dell’agilità
Perché?

Avevi magari un plateau 58-42 il che rappresenta un bel salto, sono 16 denti. E con quel dislivello e quelle pendenze della crono di Combloux la scelta non era scontata. E infatti noi allertammo un po’ i nostri corridori che scelsero la soluzione del 58-42. Gli dicemmo di stare un filo più tranquilli con la pedalata durante la cambiata, soprattutto quando la catena doveva salire dal 42 al 58. In discesa c’è il “dente di cane” e il rischio è poco, posto che comunque resta. Mentre in salita non è così scontato che stando del tutto in tiro questa salga facilmente.

Marco, nella scelta dei rapporti sono più sensibili i passisti o gli scalatori?

I velocisti, probabilmente. I passisti i rapporti li girano bene. I velocisti invece sono sensibili sia quando c’è da fare una volata che in salita.

Spiegaci meglio…

In volata sono molto attenti alle caratteristiche dell’arrivo: se tira, se è piatto, se c’è vento… Li vedi che sono lì a scegliere tra 56, 55, 54 o anche più se vogliono fare lo sprint con il 12. E lo stesso vale per quando devono affrontare le tappe in salita. Vanno alla ricerca di un rapporto che gli consenta di salire senza fare troppa fatica, o meglio: di far girare la gamba. Insomma è più facile trovare uno sprinter col 36 piuttosto che uno scalatore. E qui ritorniamo un po’ al discorso di prima delle velocità. In salita il velocista va più piano e cerca dentature più corte per fare cadenza.

Colnago G4-X, la gravel per spingere forte

28.07.2024
7 min
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Colnago G4-X significa gravel race e significa una famiglia di bici dove la competizione è l'obiettivo principale. Questa versione è facilmente accostabile alla V4Rs da strada, soprattutto in fatto di design, impatto estetico e per alcuni dettagli, ma le performance sono molto diverse. G4-X è una bici decisa, rigida, ma non estrema, che fa dell'equilibrio e della stabilità i punti di forza

La Colnago G4-X, la bici gravel destinata al race e alle competizioni è una di quelle bici che ci piace categorizzare come un’ottima bici da strada mascherata per il gravel.

Come va e come si comporta sui diversi terreni? Quale setting è il più adeguato per una bici di questa caratura tecnica? A chi si rivolge? L’abbiamo provata e messa alla frusta e non ci siamo risparmiati.

G4-X una gran bici anche su asfalto
G4-X una gran bici anche su asfalto

Una Colnago per andare ovunque

La G4-X nasce con un’impronta marcatamente race e sotto un certo punto di vista la possiamo accostare alla V4R-s da strada. L’accostamento, seppur legato esclusivamente al design, in parte all’impatto estetico, si ferma alla sola immagine, perché tutto il resto cambia. Ma è un’argomentazione che identifica il progetto e la categoria della quale fa parte la bici: agonismo, performances e gare.

C’è un però ed è quello legato alla possibilità di configurare questo mezzo un po’ con tutti gli allestimenti, un fattore importante sotto il profilo della sfruttabilità. Si può montare il deragliatore e di conseguenza il doppio plateau. Non ci sono limti per il montaggio delle ruote e ci stanno bene anche degli pneumatici “ciccioni” e le geometrie (taglia per taglia) sono una chicca. Se contestualizzate nel gravel ci mostrano una bici piuttosto compatta, ma non estrema, se riportate al mondo road siamo al pari di tante bici specifiche per l’asfalto, con uno stack (altezza) maggiore, quindi a favore di una posizione meno tirata. Inoltre è davvero gratificante in fatto di impatto visivo, piena, sostanziosa, si adatta bene con le ruote alte o basse. Non è necessario montare delle ruote ad alto profilo per girare lo sguardo verso la Colnago G4-X.

La Colnago G4-X del test

Una taglia 52s, con trasmissione Sram Force AXS XPLR (corona da 40 e pignoni 10/44) e ruote Fulcrum Rapid Red in alluminio. Pneumatici Pirelli Gravel e comparto manubrio in alluminio con stem Colnago e piega di Deda. La sella è di Selle Italia.

Abbiamo rilevato un valore alla bilancia di 8,6 chilogrammi, un peso onesto, ma con un ampio margine per chi vuole limare e far fare alla bici una cura dimagrante importante (a prescindere dal portafoglio). Il prezzo di listino della G4-X è di 5.710 euro, ottimo considerando il rapporto qualità/prezzo.

La testa alta e arcuata della forcella, uno dei dettagli della G4-X
La testa alta e arcuata della forcella, uno dei dettagli della G4-X

Rigida e bella tosta sull’anteriore

Non fa nulla per nascondere la sua rigidità complessiva, goduriosa sotto molti punti di vista, impegnativa ed esigente sotto altri. La G4-X è il classico esempio di bici da customizzare in fatto di gomme, considerando la sezione, le pressioni di esercizio e la tipologia di tassellatura, ma anche lo stile di guida. E’ il primo componente che può fare la differenza (in positivo o negativo) su un mezzo del genere, dove è necessario sfruttare anche l’elasticità e il potere smorzante dello pneumatico.

Davanti ed in tutta la porzione centrale la Colnago è davvero sostenuta. L’anteriore si sente quando ci si alza in piedi e si scarica tutto il peso del corpo, perché non perde nulla e la forcella non dà quel senso di gommosità. Al centro è un riferimento per la categoria e decisamente superiore alla media anche rispetto a tante bici da strada. Rigida e stabile.

Tanta luce per il passaggio delle gomme

L’abbiamo provata anche in un contesto piuttosto fangoso e con gomme da 44. Zero problemi e questo è un aspetto da non fare passare in secondo piano, perchè con una bici del genere la voglia di osare e buttare il cuore oltre l’ostacolo viene e deve essere assecondata nel giusto modo.

Non esiste nessun problema per la parte anteriore, perché il passaggio tra forcella e gomma è davvero abbondante, mentre la parte bassa del carro posteriore è più stretta. Con le gomme larghe e settate nel giusto modo la bici diventa un carro armato e non ha paura di nulla, anche se a nostro parere la configurazione che gli rende maggiore merito è con quella da 40. si risparmia qualche grammo e la Colnago resta anche veloce su asfalto.

Meglio le ruote medie

L’abbiamo provata in situazioni diverse e con treni di ruote molto differenti tra loro. Con le Fulcrum in dotazione, con le Ursus Countach da 35 millimetri e con le DT Swiss GRC di nuova generazione da 50 millimetri. Consideriamo le Fulcrum in alluminio un ottimo prodotto da usare tutti i giorni ed eventualmente per il training. Le Ursus e le DT Swiss sono votate alla gara e sono il vestito perfetto per la Colnago. Con le DT Swiss la G4-X diventa velocissima e sui tracciati vallonati è un proiettile, più impegnativa invece se portata nel tecnico e quando le velocità scendono al limite del ribaltamento (ad esempio sui salitoni oltre il 15%).

La nostra preferenza è verso delle ruote dal profilo medio, non tanto per una questione di peso, ma per quello che riguarda lo sfruttare a proprio favore una certa agilità, a prescindere da terreno, tecnicità e contesto ambientale. Risparmiare qualche energia nelle fasi di guida è un fattore utile nel medio/lungo periodo. In una gara gravel può fare la differenza.

Una bici agile sempre, non un cavallo imbizzarrito
Una bici agile sempre, non un cavallo imbizzarrito

In conclusione

Colnago G4-X è una bici completa. Non ha una doppia anima, perché il suo DNA corsaiolo viene fuori a prescindere, ma la sua predisposizione ad essere tanto stradale, quando predisposta al gravel race è lampante. Una bici unica per fare tutto e farlo bene, con il piacere di guardare il mezzo a prescindere dall’allestimento. E’ una bici tutta d’un pezzo, senza tanti fronzoli e dove la scritta Colnago sulla tubazione obliqua non fa altro che arricchire il valore tecnico della bici.

Non stiamo argomentando un mezzo estremo, la G4-X non lo è nel peso, nell’allestimento della bici test e neppure nelle prestazioni, anche se è bene ricordare che si argomenta una bici da gara. Si scrive di Colnago, bici che da sempre fanno dell’equilibrio e delle geometrie i valori aggiunti con i quali si entra realmente in contatto una volta che si sale in sella.

Colnago

Ganna contro Remco, la differenza l’ha fatta la pista?

28.07.2024
6 min
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«Ganna purtroppo – dice Malori cambiando tono – ha sempre, passatemi il termine, la spada di Damocle della pista. Lui è l’unico in gara che partiva per vincere, ma che ha preparato anche la pista. Gli altri del podio vengono dal Tour, un’altra gamba. Quindi per me sulla carta, Ganna oggi avrebbe anche potuto avvicinare Evenepoel, magari fare qualche secondo in meno. Però chiaramente, dovendo fare entrambe le preparazioni, non ha potuto curare tutto al meglio come esigerebbe un’Olimpiade. Non voglio fare il saputello, ma se ti alleni per essere Cristiano Ronaldo, non sarai pronto per fare il centrocampista e viceversa».

La crono e la pista, le due facce della stessa anima: non chiedete a Ganna di scegliere, non potrebbe. Però è innegabile che la specializzazione estrema pretende l’esclusività del lavoro e questo potrebbe risultare penalizzante. A noi piace tanto il Ganna che rincorre (e ottiene) medaglie nell’una e nell’altra, ma possiamo capire il ragionamento estremamente concreto di chi punta all’oro e non vede alternative.

La crono di Parigi ha emesso i suoi verdetti e i 15 secondi fra l’oro e l’argento, tre più di quelli dello scorso anno ai mondiali, per Malori si spiegano con la diversa preparazione. Adriano le Olimpiadi non le ha mai corse, sarebbero state il suo obiettivo di quel 2016 in cui la vita cambiò per la caduta in Argentina. Da allora però non si perde una crono e la sua analisi di quello che vede è spesso diretta e pertinente. Per questo gli abbiamo chiesto di rileggere insieme la prova olimpica di ieri, con la vittoria di Evenepoel su Ganna e Van Aert.

Grande crono per Ganna, ma la coabitazione con la pista porta a sacrificare qualcosa?
Grande crono per Ganna, ma la coabitazione con la pista porta a sacrificare qualcosa?
Si può dire che ti aspettassi un risultato simile?

Mi aspettavo vincesse Evenepoel. Se il percorso fosse stato asciutto, sarebbe stato perfetto per passisti pesanti, come Tarling e Ganna, ma Remco vola quando esce dai Grandi Giri. Mi ricorda quello che fece nel 2022, quando vinse la Vuelta e ai mondiali in Australia fece terzo nella crono e dominò la prova in linea. Perciò, quando ho visto che è uscito così bene dal Tour, ho detto che avrebbe vinto di sicuro. Poi mi aspettavo Tarling secondo e Ganna terzo e forse se l’inglese non avesse bucato, sarebbe andata così. Però comunque Filippo ha fatto una grande prestazione, secondo me, anche per il fatto che la sua preparazione è sempre divisa tra crono e pista.

Quindi secondo te la pioggia ha inciso?

Sì, assolutamente. Però sono convinto che questo rende ancora più notevole la performance di Evenepoel. Sappiamo che Remco non è un drago a guidare la bicicletta. Anche sullo sterrato al Tour abbiamo visto che era in difficoltà rispetto a Pogacar e Vingegaard, quindi sicuramente nelle curve, rispetto a Van Aert, ha pagato dazio. Per questo la sua prestazione prende ancora più risalto. Il fatto che abbia vinto con un margine di soli 15 secondi mi fa pensare che con l’asciutto ne avrebbe guadagnati tranquillamente altri 10.

Tarling ha pagato il cambio di bici per foratura e la necessità di rilanciare dopo le curve
Tarling ha pagato il cambio di bici per foratura e la necessità di rilanciare dopo le curve
Ha vinto il mondiale con 12 secondi, questa volta con 15: il gap cresce invece di scendere…

Purtroppo il problema con Evenepoel, tra virgolette, è che ha una potenza eccezionale, peso ridotto, ma soprattutto un coefficiente aerodinamico irrisorio. Remco ha un quarto del CX di Ganna e Tarling, perché è minuto e pesa 60 chili, quindi è duro da battere. In più ha finito il Tour increscendo. Il segnale è stato quando nell’ultima tappa di montagna ha messo la squadra a tirare per attaccare il secondo posto. Poi Vingegaard l’ha staccato, perché in salita va il doppio anche se è all’80 per cento. Per questo dico che mi aspettavo una prestazione di altissimo livello.

E’ parso anche pedalare a una frequenza maggiore.

Sì, anche secondo me e questo è sicuramente un altro segno di grande condizione. Però parlando di Ganna, ho visto dalla muscolatura notevole. Si vede che ha allenato tanto la forza, perché nel quartetto partirà da fermo con il 66×14, quindi dovranno avere una forza disumana. Per questo ci sta che fosse un po’ più duro. Invece secondo me, la grande sorpresa, visto come era andato ultimamente, è stato Van Aert. Finalmente ha rialzato la testa, dopo un anno in cui anche prima dell’incidente non era neanche parente del corridore che faceva staccare Pogacar in salita. E’ bello averlo visto così e attenzione per la gara di sabato: se dovesse arrivare con un gruppetto di 4-5 rischia di vincere l’oro su strada.

Il bronzo propone un Van Aert in netta ripresa. Le due ruote lenticolari hanno colpito
Il bronzo propone un Van Aert in netta ripresa. Le due ruote lenticolari hanno colpito
Ti ha stupito con la scelta della doppia ruota lenticolare?

Non si vede troppo spesso, però so per certo che è una scelta molto performante. Visto il percorso, ha fatto bene a usarla, anche se con la pioggia io avrei evitato, puntando su un altissimo profilo. Su asciutto invece, sarebbe stata perfetta. Ma di certo uno che viene come lui dal cross era l’unico in grado di guidarla sul bagnato. Secondo me comunque deve averla provata da tempo, perché è parso molto sicuro della sua scelta.

E’ stata una crono corta, anche rispetto ai 44 chilometri di Tokyo. Sarebbe cambiato qualcosa con 10 chilometri in più?

Se avessero fatto 45 chilometri, Remco avrebbe dato un minuto a entrambi. E’ stato fenomenale, ma su una cosa non mi è piaciuto, cioè quando ha criticato così duramente le strade di Parigi. Poteva usare altre parole, dire che l’asfalto non è ottimale. Detto da uno che viene dal Belgio dove le strade sono di cemento con le righe, è parso eccessivo. E poi ha fatto 53,7 di media con la pioggia e le curve, quindi non era un asfalto così orrendo.

Pensi che lui possa fare bene anche su strada?

Non gli metto limiti, ma credo anche che lo strappo di Montmartre non sia tanto adatto a lui, che non è un grande limatore. Credo che il grande favorito sarà Alaphilippe. Al Giro lo abbiamo visto rialzare la testa, come non si vedeva da tanto tempo. Si è preparato in Italia, al passo San Pellegrino, per starsene tranquillo. Deve trovarsi una squadra e si corre in Francia. Secondo me sarà un duello fra lui e Van der Poel, con Van Aert che si metterà di mezzo. Anche perché per la prima volta da inizio anno l’ho visto con un peso decente. Secondo me la prova su strada sarà una gara tanto bella.

Ganna è ora atteso a una settimana di lavoro a Montichiari prima delle gare su pista
Ganna è ora atteso a una settimana di lavoro a Montichiari prima delle gare su pista
Ma volendo dire un’ultima cosa sulla crono, come fa Ganna per battere Evenepoel?

L’unico modo è trovare una crono più lineare di questa. In un percorso dove le curve abbassano molto la velocità a causa della pioggia, uno come Remco rilancia meglio la bici dato che pesa 10-15 chili meno di Ganna o Tarling. Quindi l’unica cosa è che non piova e ci siano meno curve. Perché oggettivamente è brutto dirlo, però da quando Evenepoel ha iniziato a a fare l’Evenepoel, Ganna non ha più vinto una crono titolata.

Può essere che ormai lo soffra anche psicologicamente?

Su questo discorso bisognerà fare un pezzo a parte, perché io mi trovavo regolarmente davanti Cancellara, Tony Martin oppure Wiggins. Quindi o stai a casa oppure trovare la motivazione è semplice. Cercare di capire dove migliorare, come migliorare e dare sempre il meglio di sé. E credo che Ganna lo faccia. Comunque parliamo di esseri umani, non di computer. Può esserci la giornata storta o magari capita che l’avversario non sia super e perda quel mezzo secondo al chilometro. La grossa speranza quando l’avversario è superiore è sempre questa. Adesso però facciamo di nuovo il tifo per Pippo, in pista i fenomeni siamo noi.

Il calvario di Belletta: dall’ospedale al Czech Tour

28.07.2024
4 min
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Il nome di Dario Igor Belletta lo abbiamo ritrovato su una lista di partenti ad una gara dopo tre mesi dall’ultima volta. Nel mezzo, per il corridore del devo team della Visma-Lease a Bike, c’è stato un lungo calvario causato da una caduta al Tour de Bretagne. In Francia Belletta ha rimediato diverse fratture e un grande spavento. Ora ha ripreso la bici e sta riassaporando le sensazioni della gara al Czech Tour, la sua prima apparizione nel team dei grandi. 

«Oggi stavo parecchio bene – afferma il lombardo dopo la seconda tappa – è la prima corsa dopo tanto tempo e avere queste sensazioni mi fa piacere. Prima dell’ultima salita ero con i migliori trenta, ho lavorato per la squadra anche se poi non abbiamo capitalizzato. Ho fatto una delle mie migliori prestazioni di sempre e ne sono felice. Vuol dire che il peggio ormai è alle spalle».

Una foto del lombardo dopo l’incidente al Tour de Bretagne. Era il 26 aprile
Una foto del lombardo dopo l’incidente al Tour de Bretagne. Era il 26 aprile

Tre mesi fuori

La stagione di Dario Igor Belletta si è interrotta a fine aprile in Francia, al Tour de Bretagne, poco prima di tutti gli appuntamenti più importanti per la stagione U23. 

«Al Bretagne sono caduto – racconta – ed ho subito diverse fratture, tra cui una allo zigomo che ha richiesto un intervento chirurgico per recuperare. Un’operazione alla faccia a 20 anni non è mai semplice da subire, ma per fortuna il chirurgo ha fatto un gran lavoro e praticamente i segni sono invisibili. Mi hanno messo anche delle placche nella zona della guancia, il che non rendeva semplice pedalare, visto che ogni buca o dosso mi causavano dolore».

Cosa hai pensato in quel momento?

In realtà i ricordi sono confusi. Dopo la caduta ho perso i sensi e mi sono risvegliato due ore dopo in ospedale. Non sapevo nemmeno di essere stato ad una corsa. Quando gareggi in bici sai che vai incontro a certi rischi, ma quando ti capitano cambi prospettiva. Guardi gli altri correre e non è bello, però sei felice di stare bene e non vedi l’ora di riprendere. 

Dario Igor Belletta incontrato questa primavera al Giro del Belvedere
Dario Igor Belletta incontrato questa primavera al Giro del Belvedere
Com’è stata la prima uscita in bici dopo l’intervento?

Penso di non essermi mai goduto così tanto un’ora in sella alla mia bicicletta. La squadra mi è stata parecchio vicina, tanto da farmi firmare il prolungamento del contratto di un altro anno con il devo team. Non ho avuto nessun tipo di stress o pressione.

I compagni?

Mi sono stati vicini. Ad un mese dalla caduta sono andato a Borgomanero, dove c’era l’arrivo della quarta tappa del Giro Next Gen. Respirare l’aria delle corse, passare le borracce ai miei compagni mi ha fatto sentire parte della squadra. Sono tornato a respirare l’aria delle corse e mi sono dato un obiettivo, guarire e tornare. 

Belletta è alla Visma-Lease a Bike dallo scorso anno e ci resterà una stagione ancora
Belletta è alla Visma-Lease a Bike dallo scorso anno e ci resterà una stagione ancora
Poi c’è stato da ricostruire la condizione, per tornare alle gare…

Un mese dopo l’operazione sono andato con il team in altura ad allenarmi per una ventina di giorni. Ho gettato le basi per ripartire e penso di averlo fatto al meglio, viste anche le sensazioni che ho avuto in questi giorni. Ora vediamo, rimango sempre speranzoso di ottenere una chiamata da Amadori per il mondiale o l’europeo. 

Con la squadra che obiettivi hai?

Di vedere la gamba crescere ancora e stare sempre meglio. Poi spero di tornare a correre con i professionisti nelle gare di fine stagione in Italia, di solito la squadra partecipa alla Tre Valli e alla Bernocchi. Sarebbe bello esserci. 

Intanto hai collezionato la tua prima presenza tra i pro’ al Czech Tour, com’è andata?

Posso dire che la prima tappa, che era totalmente piatta, è stata noiosa. Il gruppo non ha lasciato andare la fuga e quindi la giornata è stata super controllata. Da un lato, per me, è andata bene visto che ho ripreso confidenza nel pedalare con 170 persone accanto. Mi serviva ritrovare un po’ di fiducia, dove lasciavo dieci centimetri ora mettevo due metri. Quindi quei primi chilometri sono stati utili. In allenamento ero tornato a pedalare in un gruppetto, ma è in gara è tutto diverso, più frenetico. Nei giorni successivi ho riacquistato tanta fiducia.

Il Tour di Vingegaard: ragionando a mente fredda con Pino Toni

28.07.2024
6 min
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Cosa ci ha detto il secondo posto di Jonas Vingegaard al Tour de France? Ci sono diversi aspetti da valutare a mente fredda riguardo al danese. Come è variata la sua condizione nel corso delle tre settimane. Come ha reagito fisicamente e mentalmente. Cosa ci si può attendere da lui.

Sono aspetti tecnici che svisceriamo con il preparatore toscano Pino Toni, il quale su certi temi, forte della sua esperienza, ha vedute a 360°.

Pino Toni ha collaborato con molti team e tutt’ora collabora con atleti professionisti
Pino Toni ha collaborato con molti team e tutt’ora collabora con atleti professionisti
Pino, partiamo da un tuo giudizio generale sul Tour di Vingegaard.

Se è vero quello che ha detto il suo staff, e cioè che è andato più forte di quando ha vinto il Tour, e io ci credo perché altrimenti in quel team non lo avrebbero portato, direi che ha fatto una grande corsa. Jonas e la Visma-Lease a Bike hanno fatto un gran bel lavoro per rimetterlo in sesto, ma non è bastato. L’altro, Pogacar, nel frattempo è cresciuto tantissimo. I 6,7 watt/kg che ha espresso l’anno scorso sulle salite lunghe non bastavano più. Adesso servono i 7 watt/kg. Sono cambiati i parametri di riferimento. Almeno per vincere, perché comunque con 6,7 watt/chilo si è competitivi. Non dimentichiamo che Vingegaard ha messo dietro il miglior Evenepoel di sempre.

In tanti si aspettavano una crescita di Vingegaard nel corso delle tre settimane. Non è avvenuto, come mai?

Perché questo è il ciclismo attuale di altissimo livello. Anche se sei un Pogacar o un Vingegaard, se non arrivi al top non cresci come un tempo. Oggi non è più possibile. E poi questo aspetto secondo me va visto in modo un po’ diverso.

Cioè?

Secondo me in casa Visma non si aspettavano tanto che crescesse Vingegaard, quanto piuttosto che calasse Pogacar, che di fatto sarebbe stato alla sesta settimana di corsa tra Giro d’Italia e Tour. Che calasse di condizione. Perché poi c’è anche da fare un distinguo fra condizione e prestazione.

D’ora in poi non sarà facile per Jonas inseguire Tadej
D’ora in poi non sarà facile per Jonas inseguire Tadej
Spiegaci meglio.

La condizione è la base, la prestazione è la performance. Faccio un esempio, per ottenere un’ottima prestazione, se magari voglio che il mio atleta faccia i suoi 20′ migliori di sempre, fatta la sua preparazione gli faccio fare due giorni di scarico, uno di attivazione e poi il test sui 20′ e se tutto va bene otterrò il suo top. La condizione invece nel caso del Tour è il livello base di quell’atleta. Sono le capacità dell’atleta a reagire al gruppo, agli eventi e alle condizioni della corsa. E’ il riuscire a stare davanti, a fare la gara. Non si tratta solo di numeri.

Lo abbiamo visto anche al Giro Women che il caldo ha fiaccato le ragazze, non hanno espresso i migliori valori, ma hanno comunque creato delle differenze: questo è il concetto?

La condizione di Vingegaard era buona, ma inferiore a quella di Pogacar. Anche quando ha vinto la tappa, la faccia di Jonas non era bellissima. Si vedeva che aveva speso molto. Lì per esempio, nel suo caso, si è trattato di una performance. Jonas era più fresco, mentre l’altro aveva un Giro d’Italia alle spalle. Ma poi la condizione era diversa. Per questo io credo che ora, al netto dell’incidente di Vingegaard, Pogacar sia più avanti.

Per Toni, Vingegaard non ha grande margine di miglioramento, specie a crono dove lui e il suo team erano già ad un livello stellare
Per Toni, Vingegaard non ha grande margine di miglioramento, specie a crono dove lui e il suo team erano già ad un livello stellare
E quindi adesso Vingegaard cosa dovrà fare? Dove potrà limare ancora?

Intanto un’altra cosa che ci ha detto questo Tour è che un avvicinamento senza incidenti è fondamentale. Entrambi, si è visto, che con l’incidente lo hanno perso. Che sia un fattore di numeri, di testa, di piani scombussolati… ma incide. Dove può crescere o limare il danese: io credo che più di tanto non possa crescere. Semmai dovrebbe migliorare in salita. Jonas può vincere un Tour contro Pogacar solo se è più forte, ma di tanto, in salita. Lo deve staccare in modo netto.

Perché?

Perché ora Tadej è più forte anche a crono. Ha fatto dei passi enormi, ma loro in UAE Emirates avevano da limare. In Visma non so quanto spazio abbiano ancora nella crono per migliorare. In UAE ci sono arrivati adesso perché in fin dei conti prima non avevano questa necessità. Ma questo ci dice anche che oggi per vincere a certi livelli l’atleta da solo, benché forte, non basta più. Servono gli staff. E loro due hanno due squadre importanti. Un po’ come la Formula 1.

In F1 si mette in pista una monoposto, nel ciclismo si mette in corsa un atleta…

Esatto. Chiaro che serve un grande atleta, questo è ovvio, ma poi serve che chi è dietro di loro vada oltre. Esca dalle righe, dalla routine, che faccia ricerca. Ricerca sui materiali, sull’alimentazione, sull’integrazione…

E’ una sfida anche di staff: tutti devo spingersi oltre, non solo gli atleti leader
E’ una sfida anche di staff: tutti devo spingersi oltre, non solo gli atleti leader
Come ne esce Vingegaard mentalmente secondo te? 

Per me Jonas deve considerare il suo Tour come un super Tour. E’ comunque il secondo al mondo nonostante quel grosso incidente ad inizio aprile. Sarà rimontato in bici a fine aprile, avrà ripreso a fare qualche allenamento specifico a maggio, mentre l’altro vinceva il Giro. Non ha avuto i tempi per metabolizzare quanto fatto. Ma per il resto ha messo dietro tutti, tutti tranne uno. Quindi per me ne deve uscire con un giudizio positivo.

A mente fredda abbiamo visto davvero che Pogacar al Giro si è allenato, non sarà bello da dire ma è così, tu per primo ci parlasti di “scatti per attivazione” durante la corsa rosa. Questa cosa potrebbe aver acceso qualche spia  d’interesse anche a Vingegaard? Potrebbe venire al Giro anche lui in futuro?

Bisogna considerare che sono due corridori un pochino diversi, anche se entrambi mirano al Tour. Pogacar può vincere tutto, anche la Roubaix, l’altro ha qualche limite in più. Vingegaard è un atleta un po’ più specializzato e il livello della sua prestazione top in una corsa di un giorno ce l’hanno diversi corridori. Per questo dico che forse a Vingegaard un Giro potrebbe costare un po’ di più che a Pogacar, fosse anche solo mentalmente. Chiaro, lo vincerebbe, ma il suo carico esterno sarebbe maggiore.

Carico esterno?

Sì, tutto quello che c’è intorno, la sua spesa in generale. Il suo TTS (il livello di stress, ndr) sarebbe maggiore e questo dipende da tanti fattori, il recupero o semplicemente le energie nervose per stare in gruppo. Tadej è molto abile e sciolto nello stare in gruppo, nel guidare la bici, Jonas un po’ meno.