A tu per tu con Guarnieri e la sua nuova vita da ex pro’

25.09.2024
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CASTELL’ARQUATO – «Ah, da quando Guarnieri non corre più…». E’ la simpatica dedica social fatta a Jacopo Guarnieri sul suo addio agonistico da Francesco, uno dei suoi cari amici, parafrasando il celebre ritornello di Marmellata #25 di Cesare Cremonini quando parla di Senna e Baggio…

Per il 37enne piacentino d’adozione e per i suoi tifosi adesso “non è più domenica”. Ufficialmente il suo ritiro verrà registrato a fine dicembre, ma Guarnieri è da venti giorni nel pieno della fase ex pro’, anche se era iniziata – col senno di poi – quasi un mese prima. In pratica la sua sedicesima stagione è terminata il 7 agosto con l’ultima tappa della Arctic Race of Norway, che è coincisa anche con la millesima gara (precisa!) della sua carriera nella massima categoria.

Un traguardo all’orizzonte di cui avevamo già parlato con lui, benché ancora un paio di anni fa ci avesse confidato l’intenzione di chiudere a fine 2025, dopo aver contribuito a riportare la sua Lotto-Dstny nel WorldTour. Così siamo andati a suonare al campanello di casa sua, per capire cosa ci sia stato dietro la sua decisione e certi di non trovarlo più fuori in allenamento. E’ stata una lunga chiacchierata, ma Guarnieri ha sempre tanto da raccontare.

La quarta tappa dell’Arctic Race in Norvegia è stata l’ultima gara e la numero 1.000 della sua carriera. Il modo perfetto per dire addio
La quarta tappa dell’Arctic Race in Norvegia è stata l’ultima gara e la numero 1.000 della sua carriera. Il modo perfetto per dire addio
Jacopo come hai vissuto i giorni dal tuo addio ad oggi?

Direi molto bene. Ho chiuso la carriera all’Arctic Race in un Paese come la Norvegia che ha il sole a mezzanotte e che mi piace tantissimo. Sono sempre stato una persona molto decisa una volta intrapresa una strada, anche se la decisione di smettere risale ad inizio luglio. Quando l’ho resa pubblica è stato come liberarmi di un peso, perché sembra assurdo, ma se non lo dici sui social non è vero (sorride, ndr). Mi ha aiutato ad andare oltre. Adesso sono già pronto a partire con nuove cose.

A proposito di social, sui tuoi profili hai ricevuto tanti messaggi da parte di molta gente. Ce n’è stato qualcuno che ti ha sorpreso o ti ha fatto più piacere di altri?

Sicuramente quelli dei miei colleghi sono stati molto belli. Alcuni avevano un tono scherzoso. Se però devo essere un po’ romantico dico quello della Groupama-Fdj. Mi hanno lasciato un messaggio su twitter (l’attuale X, ndr) con un collage di foto ringraziandomi. Lì è dove ho lasciato il mio cuore perché quello che ho vissuto nei sei anni con loro è inarrivabile.

Guarnieri è cresciuto nel CC Cremonese 1891 fino agli allievi. Qui un ricordo dell’album tenuto da una sua zia
Guarnieri è cresciuto nel CC Cremonese 1891 fino agli allievi. Qui un ricordo dell’album tenuto da una sua zia
Invece tra i messaggi privati, qualcuno ti ha detto qualcosa di particolare?

Le prime persone a sapere della mia decisione sono stati i compagni di squadra con cui ero alla Arctic Race e a cui l’ho detto a voce. Dopo una decina di giorni ho mandato un messaggio nella chat di noi corridori della Lotto-Dstny. Al di fuori dell’ambiente di squadra, la prima persona nell’ambito ciclistico a cui l’ho detto è stato Daniel Oss. Era da un po’ di tempo che mi scriveva chiedendomi cosa avrei fatto. L’ho dovuto chiamare perché non potevo scriverglielo e basta. Abbiamo riso assieme, perché lui sta ancora facendo fatiche terribili e un po’ mi invidia.

Hai avuto il tempo di metabolizzare, ma quando e perché hai preso questa decisione a luglio?

In realtà me ne sono fatto una ragione nell’arco di ventiquattro ore. Questa scelta arriva da molto lontano. Quando avevo firmato per la Lotto-Dstny nella mia testa sarebbe stato l’ultimo contratto. In realtà sia in questa stagione che nella scorsa, pur sentendomi molto bene fisicamente, mi sono sentito poco valorizzato. Volevo continuare solo per fare vedere alla squadra che ero ancora “bravo” e che avevo ancora le mie capacità. Così avevo preso contatto con un’altra formazione tra inverno e primavera in cui ero interessato ad andare.

Ciao a tutti. Guarnieri ha annunciato il ritiro ad inizio settembre. Liquigas, Astana, Katusha, Groupama-Fdj e Lotto-Dstny i suoi team
Ciao a tutti. Guarnieri ha annunciato il ritiro ad inizio settembre. Liquigas, Astana, Katusha, Groupama-Fdj e Lotto-Dstny i suoi team
E com’è andata a finire?

Non si è materializzato nulla e già a giugno avevo capito. Era una questione di età, non di valori, visto che l’anno prossimo ne faccio 38. Difficile trovare una nuova squadra che voglia investire su un corridore della mia età per una stagione o due. Ed anch’io ero pienamente d’accordo con questo ragionamento. Nel frattempo era subentrata una seconda squadra, ma anche con loro non si è concretizzato nulla. Mi sono ricordato il mio pensiero di due anni fa. Avrei dovuto fare ancora questa vita ed ora è molto più impegnativa. Anche in quel caso mi sono sentito sollevato.

Quanto ti è costato non fare il Tour de France, considerando la partenza dall’Italia e nello specifico anche da Piacenza?

Ecco, quello mi ha fatto tanto male, più di ricevere un “no” per l’anno prossimo o di decidere di smettere. Questa era veramente un’occasione unica. Per me sarebbe stata veramente la ciliegina sulla torta. Peccato perché stavo bene e andavo forte. C’erano tutte le premesse perché i miei capitani mi volessero al via, però i tecnici non hanno voluto cambiare idea ed andata così. Soprattutto per i modi con cui l’hanno comunicato.

La mancata convocazione al Tour è stato un duro colpo, ma Guarnieri ha fatto le prime tappe come commentatore della rete britannica ITV
La mancata convocazione al Tour è stato un duro colpo, ma Guarnieri ha fatto le prime tappe come commentatore della rete britannica ITV
Ovvero?

A dire il vero non è stata comunicata. Ho scoperto che non sarei andato consultando il nostro sito in cui vediamo la logistica di ognuno di noi ed il relativo programma gare. L’ho trovato un colpo un po’ basso, mi aspettavo più professionalità. Visto che in un team come Lotto-Dstny che cerca tanti punti e occasioni per fare belle corse, penso che potevano dirmelo portando attenzione e motivazione su altre gare. Questo è un errore che non è stato fatto solo con me, ma so che è una situazione che non capita raramente, anche in squadre più blasonate.

Cosa ti hanno detto i compagni quando avevi scritto nella chat?

Nonostante siano stati due anni nei quali non mi sia sentito veramente espresso, i compagni, soprattutto quelli con cui ho corso di più, mi hanno conosciuto e mi hanno apprezzato per quello che so fare, non solo sulla bici. Anche perché non è una banalità, ma talvolta vivi proprio assieme ai compagni per tantissimo tempo. E questo mi ha fatto molto piacere.

Il primo cartellino di Guarnieri. Da giovanissimo a professionista, una vita in bici lunga 31 anni e piena di soddisfazioni
Il primo cartellino di Guarnieri. Da giovanissimo a professionista, una vita in bici lunga 31 anni e piena di soddisfazioni
E i tuoi diesse?

Qualche giorno prima avevo comunicato la mia decisione al management e malgrado ci fossero stati degli attriti, ho trovato la correttezza che è mancata in altri momenti. Alla fine, posso dire che forse non si sono comportati nella maniera migliore, ma non ci siamo tirati i piatti in testa. Visto che voglio restare nell’ambiente ciclistico, non avrò problemi a fare delle puntate nei ritiri della Lotto-Dstny. Per me non è stata una bella esperienza, ma credo che possa succedere in tanti anni di carriera, così come è successo anche in passato.

Sei stato riconosciuto da tutti come il maestro del lead out. Pensi che questo ruolo improvvisamente sia diventato vecchio? Oppure ti saresti sentito vecchio tu se avessi continuato?

Non lo so onestamente. Le gare sono cambiate tanto, stesso discorso per gli approcci. Si sono ridotte molto le occasioni per le volate. Nei Grandi Giri dove sono rimaste comunque tante tappe per velocisti, specie al Tour, adesso è molto difficile arrivare in fondo se non si è degli ottimi scalatori. Di conseguenza vedo tanto caos. Non c’è un vero treno anche nella squadra più attrezzata e spesso è formato da chi non lo fa durante l’anno. Quindi la figura del “pesce pilota” si vedrà sempre meno, anche se vedo in Simone Consonni un mio erede. La coppia che sta formando con Milan è una bella realtà, anche perché per essere un buon ultimo uomo devi avere un grande finalizzatore.

Guarnieri (qui con Demare) resterà nell’ambiente ciclistico come manager di corridori. Seguirà principalmente juniores e U23
Guarnieri (qui con Demare) resterà nell’ambiente ciclistico come manager di corridori. Seguirà principalmente juniores e U23
Farai il manager di corridori. Che caratteristica deve avere un tuo potenziale assistito?

Inizierò a lavorare con i giovani, sposterò quindi l’attenzione alle gare di U23 e juniores. L’aspetto principale, soprattutto se è in procinto di passare pro’, credo che sarà il talento fisico. Tuttavia una cosa che cercherò molto, e che ho sempre cercato nei rapporti attorno a me quando correvo, è quello di trovare persone intelligenti, ancor prima che corridori. Ad esempio mi piacciono quei ragazzi che mi hanno già detto che continueranno a studiare per avere un’alternativa pronta qualora in bici non dovesse andare bene o come vogliono loro. Chi si immagina un fallimento in bici, è anche pronto a sostenerlo e quindi rialzarsi. Quelli che invece puntano tutto sul ciclismo, a mo’ di “o la va o la spacca”, sono i più fragili.

E quale caratteristica vorresti avere tu come procuratore?

Spero di essere quello che è stato per me Manuel Quinziato, il mio manager negli ultimi anni. Lui è stato come lo scoglio o un’isola di salvezza nel mare aperto. Ho sempre pensato che il manager non è soltanto colui che ti trova il contratto. Alla fine il corridore è da solo e ci sono tanti momenti che possono essere negativi. Sapere di avere un punto fermo che è solo tuo, è molto importante e ti dà molta tranquillità. Vorrei avere un gruppo contenuto di corridori per poterli seguire o aiutare al meglio.

Guarnieri è stato un maestro del lead out, ma i veri treni non esistono più ed il suo ruolo nel ciclismo moderno sta cambiando
Guarnieri è stato un maestro del lead out, ma i veri treni non esistono più ed il suo ruolo nel ciclismo moderno sta cambiando
Nel tuo addio social, hai scritto che vorresti fare anche il commentatore tecnico televisivo, che hai già fatto in occasione del Tour de France. In questo caso che stile vorresti avere?

Faccio subito una premessa. Non c’è nulla di definito perché non è una cosa che dipende da me, ma ho avuto contatti per questo ruolo. Tuttavia, compatibilmente agli altri impegni, avendo smesso da poco mi piacerebbe portare questa esperienza e magari rinfrescare un po’ il linguaggio tecnico. Ho seguito il Tour per ITV (una rete televisiva pubblica britannica, ndr) ed è stato molto stimolante perché era in una lingua diversa dalla mia e mi piaciuto molto farlo, perché vivi la corsa.

Chi è stato Jacopo Guarnieri in tutti questi anni?

Non lo so, ma penso di essere stata una persona professionale. Sono sempre stato fedele a quello in cui credevo. Fedele ai lavori da fare in bici, uscendo con un meteo infame, ma anche fedele a non andare ai ritiri quando so che sono controproducenti. Ovviamente nei primi anni di carriera non ero così solido. Però questo aspetto mi ha formato per diventare quello che ero, a costo di essere difficile da modellare. Sono contento di questo, anche se non sono stato solo quello.

Guarnieri da G1 con la maglia di campione provinciale di Cremona. «Il mio unico titolo conquistato su strada nella mia carriera»
Guarnieri da G1 con la maglia di campione provinciale di Cremona. «Il mio unico titolo conquistato su strada nella mia carriera»

E prima di lasciare casa sua, sfogliamo l’album dei ricordi con i ritagli di giornali tenuti da una zia su quel promettente bimbo della C.C. Cremonese 1891. Ecco che arriva in piena zona Cesarini l’ultimo scoop della vita ciclistica di Guarnieri: «Ho corso in bici per 31 anni. Mi è capitato di andare in nazionale, vincere italiani in pista, ma l’unico titolo su strada l’ho vinto da G1 nel 1994. Campione provinciale di Cremona. L’unica maglia di campione che sono riuscito a conquistare». E mentre richiudiamo il libro ridendo, salutiamo e ringraziamo il ragazzone di Castell’Arquato. Lo ritroveremo in giro con altre vesti.

Attenti a Marion Bunel, che segue le orme della “Longo”

25.09.2024
6 min
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Ha una composizione particolare, la nazionale francese che sabato prenderà il via nella prova femminile dei mondiali. C’è Juliette Labous capitana della squadra, c’è Cédrine Kerbaol da tenere in considerazione su un percorso con tanta salita, c’è l’olimpionica di mtb Pauline Ferrand-Prevot che proprio in quest’occasione si riavvicina alla strada dove passerà il resto della sua carriera. Tra le “bleuses ”c’è anche Marion Bunel, l’unica Under 23, uno degli elementi più in evidenza in questo scorcio di stagione.

Marion ha vinto l’Avenir con 2’11” su Holmgren (CAN) e 5’11” su Vadillo (ESP, foto Pham Vam Suu)
Marion ha vinto l’Avenir con 2’11” su Holmgren (CAN) e 5’11” su Vadillo (ESP, foto Pham Vam Suu)

Già, perché parliamo della vincitrice del Tour de l’Avenir che subito prima aveva corso il Tour Femmes e subito dopo si è dimostrata già pronta per la categoria assoluta conquistando la piazza d’onore al Tour de l’Ardeche. Non sono gli unici risultati della sua stagione ma sono abbastanza per aver catalizzato su di lei anche l’attenzione di molti team WorldTour, che vedono nella diciannovenne di Bernay un prospetto di sicuro avvenire.

Qual è la tua storia di ciclista, come hai iniziato?

E’ una storia di famiglia che risale addirittura ai miei bisnonni che erano commercianti di biciclette in una cittadina della Normandia. Poi c’è stata mia nonna che ha conosciuto mio nonno ciclista e insieme hanno avuto mio padre che andava in bicicletta anche lui da quando aveva 13 anni e che mi ha trasmesso questa passione già quando avevo 5 anni. Avrei potuto non dedicarmi alla bici?

Insieme alla sua famiglia, qui all’Alpe d’Huez dopo la tappa del Tour (foto LP/Laurent Derouet)

Insieme alla sua famiglia, qui all’Alpe d’Huez dopo la tappa del Tour (foto LP/Laurent Derouet)
Quest’anno hai avuto grandi miglioramenti, secondo te a che cosa sono dovuti?

Sicuramente la mia squadra mi ha aiutato a imparare molto, soprattutto nelle diverse gare del calendario professionistico. Mi hanno offerto anche ciò che era veramente necessario per poter progredire. Di mio posso dire di averci messo una crescita mentale, un approccio diverso alle gare, ho una forte motivazione a emergere e questo significa che sono molto più rigorosa negli allenamenti, faccio attenzione ai dettagli.

Quanto è importante poter correre contro le più forti al mondo e non seguire un calendario limitato alla tua categoria?

E’ un sogno correre contro le più grandi, ma è anche l’obiettivo. Fin da quando ero molto piccola, ho sognato di gareggiare nelle gare più importanti, contro ragazze più grandi. E’ chiaro che si tratta di qualcosa di eccezionale, ma è importante per crescere, abituarsi a un livello sempre maggiore, credo che la chiave per la mia crescita sia lì.

Per Marion Bunel, l’Avenir è stata una cavalcata trionfale, con due tappe e il sigillo in terra italiana
Per Marion Bunel, l’Avenir è stata una cavalcata trionfale, con due tappe e il sigillo in terra italiana
Nella tua vittoria al Tour de l’Avenir, quanto è stata importante l’esperienza accumulata al Tour de France femmes?

Il Tour de France prima dell’Avenir mi ha fatto acquisire molto ritmo, mi ha dato la condizione giusta anche perché il livello della competizione era molto differente. Tanto che nell’Avenir non ho sofferto affatto, ero a mio agio. La settimana del Tour de France è stata davvero molto intensa, molto veloce, con lunghe distanze. Mi sono avvicinata alla Grande Boucle con una preparazione ottimale, anche se avevo margini di miglioramento e sono riuscita a progredire durante tutto il suo evolversi e questo ha fatto sì che non iniziassi la corsa successiva stanca, ma al contrario avevo trovato una buona condizione.

Sai che in Italia sei indicata come esempio da seguire per una giovane che per emergere si confronta con le più forti, che differenze trovi tra le gare nazionali che disputi e quelle internazionali?

Forse la composizione del gruppo. Correre a livello internazionale ti permette davvero di competere con ragazze che provengono da tutto il mondo. E’ un altro approccio, il livello è giocoforza più alto, devi metterci tutta te stessa per emergere e corri sempre ai tuoi limiti. In termini di strategia di gara non è ancora proprio la stessa cosa, gli attacchi sono più studiati, devi calcolare bene come muoverti. Correre a livello nazionale, ti fa trovare ragazze con le quali ci si abitua a correre più spesso, ci si conosce. Le gare diventano un po’ più scontate. Non è facile trovare una risposta esauriente, io credo che siano importanti entrambe per evolversi.

Marion quest’anno ha conquistato 4 vittorie e ben 13 Top 10. Al Tour è stata terza fra le giovani
Marion quest’anno ha conquistato 4 vittorie e ben 13 Top 10. Al Tour è stata terza fra le giovani
E’ stata più difficile la vittoria nell’Avenir o il 2° posto nell’Ardèche?

Forse la vittoria, perché ho dovuto scavare profondamente dentro di me per trovarla. Ma avevo così tanta motivazione riguardo alla corsa ed era qualcosa che desideravo così tanto che non mi rendevo conto che ci voleva molto impegno. Mi sembrava naturale. All’Ardèche ho fatto gli stessi sforzi, ho dato il meglio di me ma non è bastato per vincere.

Quali sono le tue caratteristiche, i percorsi che preferisci?

Le gare di alta montagna che richiedono sforzi superiori ai 10 minuti. Mi piace molto la montagna, soprattutto l’alta montagna, le Alpi. Ecco perché alla fine il Tour de France, l’Avenir, sono le mie corse ideali.

Marion ama le montagne, soprattutto quelle lunghe, con alti wattaggi anche dopo i 10 minuti di scalata
Marion ama le montagne, soprattutto quelle lunghe, con alti wattaggi anche dopo i 10 minuti di scalata
Con i tuoi risultati sicuramente i team WorldTour vorrebbero ingaggiarti, come mai continui la tua carriera nell’equipe Saint Michel-Mavic-Auber 93 WE che è una squadra continental?

Devo a loro se quest’anno mi hanno dato la possibilità di raggiungere un livello ancora più alto. Hanno tutto per me, mi hanno regalato davvero un anno eccezionale, quindi li ringrazio enormemente per questo. Era il luogo ideale per imparare, per iniziare le prime gare. E poi ho potuto, grazie a loro, correre nelle gare più grandi. Ho fatto il Tour durante il mio primo anno, è qualcosa di eccezionale e  questo è ciò che mi ha permesso di acquisire forza durante tutto l’anno, per vedere fino a che punto sono capace di arrivare. L’anno prossimo continuerò su questa strada, poi vedremo.

Ti dispiace che ai mondiali non ci sia una corsa specifica per le U23?

Sì, sì, sicuramente. Poi so che è qualcosa in programmazione dal prossimo anno. Ma è chiaro che il ciclismo femminile ha fatto così tanti progressi negli ultimi anni che è vero che sicuramente sarebbe stato un miglioramento che non sarebbe costato molto. Io credo che se siamo state in grado di dar vita a un’Avenir di qualità, poteva esserci anche un mondiale a noi riservato. Vorrà dire che correrò contro le più forti al mondo, non è per me una novità e non mi spaventa.

La sua crescita quest’anno è stata prepotente, ma per approdare al WT vuole attendere
La sua crescita quest’anno è stata prepotente, ma per approdare al WT vuole attendere
C’è una ciclista alla quale ti ispiri?

Assolutamente ed è una vostra connazionale, Elisa Longo Borghini. Il suo modo di correre coraggioso ma anche attento, il suo brio, la sua capacità di vincere dappertutto sono per me un riferimento.

Qual è il tuo sogno?

Onestamente, sarebbe essere campionessa del mondo e vincere il Tour. Sono sogni, ma chi sa mai che non si avverino presto…

Scopriamo la Look P24, bici medaglia d’oro nell’Omnium a Parigi

25.09.2024
5 min
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Look P24 è una bici avveniristica in tutto e per tutto. Ha vinto la medaglia d’oro a Parigi grazie a Benjamin Thomas nella prova dell’Omnium, una bici ammirata anche dai brand competitor in questo settore.

E’ difficile paragonare questo mezzo ad altri della stessa categoria e anche per questo motivo Look si conferma un punto di riferimento. Siamo andati nel cuore del progetto a abbiamo chiesto a Romain Simon, responsabile del settore bike di Look.

Benjamin Thomas, medaglia d’oro a Parigi con la P24
Benjamin Thomas, medaglia d’oro a Parigi con la P24
Quanto tempo è stato necessario per sviluppare questa bici?

Look P24 rappresenta il nostro impegno profuso ai massimi livelli e per la categoria top del ciclismo, mi riferisco anche alla ricerca tecnologica. Il ciclismo su pista prevede molte competizioni durante l’anno, ma l’evento più grande si tiene ogni 4 anni. I risultati guidano le nostre scelte per il prossimo sviluppo e partiamo da lì. Poi un lungo processo di ricerca, sviluppo e progettazione porta ai prototipi, ai test, alla prima serie. Un anno prima delle prossime Olimpiadi dobbiamo essere pronti con una bicicletta competitiva. Per essere chiari ci sono voluti 4 anni, dalle prime idee, fino ad arrivare alla consegna.

Nelle prime fasi dei test è stato coinvolto anche Benjamin Thomas, che poi ha vinto la medaglia d’oro a Parigi?

Non solo Benjamin, diciamo che la P24 è il risultato di un enorme lavoro di squadra, eseguito in diversi momenti. Abbiamo lavorato con i nostri partner delle federazioni e con gli atleti, durante tutto lo sviluppo. Benjamin è una delle persone migliori a cui affidarsi per lo sviluppo della bici, sia su pista che su strada, con risultati di grande successo. Non è l’unico atleta coinvolto nel nostro processo, ma è un corridore e una persona sulla quale si può fare affidamento, sempre.

Il primo elemento che ha richiesto uno sforzo generoso in fase di sviluppo, carro posteriore e supporto sella
Il primo elemento che ha richiesto uno sforzo generoso in fase di sviluppo, carro posteriore e supporto sella
Sono stati utilizzati nuovi modelli anche per i calcoli e l’applicazione del carbonio?

Abbiamo utilizzato una base del know-how della precedente piattaforma Look T20, una bici all’avanguardia proprio per l’utilizzo del carbonio. Sapevamo di poter contare sulla migliore stratificazione del carbonio esistente, quindi ci siamo concentrati maggiormente sull’aerodinamica per la LOOK P24. Tuttavia, arrivati ad un certo punto abbiamo dovuto innovare e cambiare nuovamente il modo in cui utilizzare la fibra di carbonio per adattarci al design della P24.

Il secondo è tutto l’avantreno ed il manubrio
Il secondo è tutto l’avantreno ed il manubrio
Look P24 è monoscocca?

No, la bici è assemblata da diversi elementi in carbonio, essi stessi nati da un layup complesso.

Quanto tempo è necessario per costruire un singolo telaio?

Complessivamente sono necessarie 52 ore per costruire un telaio Look P24.

Due sezioni risaltano più delle altre, l’avantreno/forcella e il reggisella. Cosa ha portato a definire queste forme?

Tutte le sezioni e parti che compongono l’avantreno sono progettate per allineare il corpo del ciclista alla bici. È stato il cambiamento dell’aerodinamica nel ciclismo su pista che ci ha portato ad ottenere miglioramenti impressionanti, evoluzioni positive che sono state tradotte al mondo reale. Atleta e bicicletta combinati tra loro in una cosa sola. Abbiamo progettato la Look P24 per diventare un tutt’uno con il ciclista.

In qualche modo possiamo ipotizzare un collegamento con la vostra 796 Monoblade, oppure le due piattaforme sono completamente agli estremi?

Le regole non sono le stesse per ogni disciplina e le bici da crono non sempre possono beneficiare del lavoro svolto nel ciclismo su pista e viceversa. Ma le conoscenze acquisite e l’innovazione che abbiamo apportato per raggiungere i risultati ottenuti con la P24, ci hanno fatto capire che la strada è quella giusta, sotto diversi punti di valutazione. Saranno e sono utili per molti dei nostri sviluppi futuri, questo è certo.

La sezione frontale impressiona per il suo disegno e combinazione degli elementi
La sezione frontale impressiona per il suo disegno e combinazione degli elementi
Se volessimo individuare una caratteristica del P24 che risalta su tutte le altre, quale potrebbe essere?

E la bici più veloce che potremmo costruire per i ciclisti su pista, consideriamo atleti da Olimpiadi. La P24 è da record poiché otteniamo guadagni impressionanti in termini di risparmio di watt. Per un ciclista che vuole pedalare più veloce per un tempo più lungo è di gran lunga la bici più aerodinamica che abbiamo mai sviluppato.

La catena e la sua registrazione non sono le classiche di una bici standard
La catena e la sua registrazione non sono le classiche di una bici standard
Look P24 dà l’impressione di essere leggera, una piuma. E’ così?

Se contestualizzata al suo ambiente ideale, la pista, Look P24 è straordinariamente leggera. E’ l’unica bici di questo segmento a combinare elementi larghi a costruzione rigida, senza flessioni e con sezioni frontali risicatissime.

P24, Made in France in ogni singolo pezzo
P24, Made in France in ogni singolo pezzo
E’ possibile dare un valore economico alla bici che ha vinto a Parigi?

Difficile quantificare in modo preciso, ma indicativamente siamo appena al di sotto dei 40.000 euro. E’ molto, ma non è una cifra iperbolica se consideriamo il contesto pista e tutto il lavoro, la tecnologia e la ricerca che c’è alle spalle del progetto P24. Ci sono bici di questa fascia che costano molto di più.

Lo squillo di Tiberi al Lussemburgo: un segnale meraviglioso

25.09.2024
6 min
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Antonio Tiberi raggiungerà domani la nazionale a Zurigo. Il cittì Daniele Bennati lo aspetta a braccia aperte, tanto più dopo l’ottima prestazione allo Skoda Tour de Luxembourg. Una prestazione che dopo questo suo racconto ci è parsa ancora più corposa di quanto sia stata vista da fuori.

Il laziale della Bahrain-Victorious usciva dalla batosta della Vuelta quando era stato costretto ad alzare bandiera bianca per un colpo di calore. Un po’ di recupero e poi eccolo, “cattivissimo” in Lussemburgo appunto.

Nona tappa della Vuelta: un colpo di caldo mette Tiberi ko. Da lì il ritiro… e la rinascita
Nona tappa della Vuelta: un colpo di caldo mette Tiberi ko. Da lì il ritiro e la rinascita
Antonio, partiamo dalla Vuelta. Immaginiamo sia stata una bella botta morale. Come l’hai superata?

Stavo andando bene fino alla nona tappa. Risultati e sensazioni erano buone. Ero messo abbastanza bene in classifica, tant’è che avevo anche la maglia bianca, fino al giorno della fatidica tappa, dove un colpo di calore mi ha costretto al ritiro. Però non mi sono scoraggiato più di tanto.

Come hai fatto?

Ho cercato di recuperare un po’ e poi di prepararmi subito, e ancora meglio, per il finale di stagione. E la prima occasione è stata in Lussemburgo. Puntavo ad arrivarci con un’ottima condizione per fare bene. Era una gara che un già conoscevo e mi piaceva.

Com’hai gestito tecnicamente quei giorni tra Vuelta e il Lussemburgo?

Non ho staccato troppo e ho cercato di tenere alta la condizione. I primi due giorni dopo il ritiro in Spagna ho mollato un pochino, ma dopo ho subito aumentato la pressione con allenamenti intensi, tant’è che sono andato in Toscana con il mio preparatore Michele Bartoli. Con lui ho fatto diversi giorni dietro scooter, parecchi lavori in salita… anche sul Monte Serra.

Nelle settimane post Vuelta, il laziale in qualche modo ha simulato la corsa spagnola con tanto dietro motore. Qui eccolo con il papà
Nelle settimane post Vuelta, il laziale in qualche modo ha simulato la corsa spagnola con tanto dietro motore. Qui eccolo con il papà
Conoscendo Bartoli, ci avete dato sotto… 

Ricordo che a fine allenamento sono stato parecchie ore sul letto per riprendermi! E anche a casa mia ho continuato a fare dietro moto con mio papà che mi aspettava con la Vespa. Quindi le settimane dopo la Vuelta sono state ideali per tenere alta l’intensità.

E poi è iniziato questo Lussemburgo. Sei stato sul pezzo: su cinque tappe di gara non sei mai uscito dai primi dieci…

I percorsi erano abbastanza nervosi. Di pianura ce n’era veramente poca e gli arrivi erano abbastanza tecnici. Bisognava stare davanti per cercare di non perdere secondi. La battaglia era anche per gli abbuoni. Insomma ero sempre pronto ad eventuali attacchi.

In tutto ciò la crono è diventata decisiva?

Sì, la crono ha ordinato la classifica. Ci puntavo particolarmente ed è andata più che bene: secondo a 7” da Ayuso. Con questa tappa ho recuperato un po’ di secondi ai diretti avversari e nell’ultima frazione mi sono giocato il tutto per tutto. Mi sono detto: “Proviamo a ribaltare un po’ la situazione e vediamo cosa succede”.

Sempre più leader, come al Giro e alla Vuelta, anche allo Skoda Tour la Bahrain ha lavorato compatta per Tiberi
Sempre più leader, come al Giro e alla Vuelta, anche allo Skoda Tour la Bahrain ha lavorato compatta per Tiberi
Da quelle parti non c’è nessuna grande salita e tu sei uomo da grandi Giri: come hai interpretato appunto queste singole tappe nervose? Alla fine se andiamo a rivedere i leader sono stati Pedersen e Van der Poel che solitamente non sono i tuoi avversari…

Siamo partiti con l’idea di non farci mai cogliere impreparati. Da quando partivo a quando arrivavo sapevo che per quelle quattro ore dovevo essere concentrato al massimo, con il coltello fra i denti e pronto a tutto. In percorsi così ci si può sempre aspettare un attacco da chiunque. Basta che qualcuno arrivi con 30” che poi è difficile riprenderlo. Quindi anche con la squadra siamo stati sempre nel vivo della gara e qualche volta abbiamo provato noi a fare l’azione piuttosto che subirla. Poi quando la gamba è buona tutto è anche più facile. Molto importante per me è stata la prima tappa, dove ho fatto sesto.

Perché?

L’arrivo era su uno strappo impegnativo e bisognava essere pimpanti sin da subito. A volte mi capita di soffrire un po’ nelle prime tappe, stavolta invece stavo bene.

E da lì l’imprinting dell’intero Lussemburgo è cambiato?

Un pochino sì, anche se ero partito ben mentalizzato. Dopo la prima tappa ho detto: «Okay, voglio provare a fare top 10 in tutte le frazioni». Volevo questo obiettivo, ma non pensavo di vincere l’intera gara visti i percorsi e la presenza di corridori come Van der Poel o Hirschi, più scattisti e più potenti di me.

Ecco, come è stato possibile secondo te batterli sul loro terreno?

Come detto, percorsi così sono adatti agli attacchi e nell’ultima tappa ho sfruttato un po’ la stanchezza generale, specie dopo la cronometro. Quel finale lo avevamo già fatto. C’era uno strappo impegnativo, dove c’era anche lo sprint intermedio, seguito da un tratto più lungo che saliva con costanza. Immaginavo che ci sarebbe stata battaglia per quel traguardo volante e che dopo magari si sarebbero calmati. E così è stato.

L’azione decisiva nell’ultima tappa del Lussemburgo. Tiberi scappa con a ruota Gaudu e Simmons che avevano attaccato prima di uno strappo
L’azione decisiva nell’ultima tappa del Lussemburgo. Tiberi scappa con a ruota Gaudu e Simmons che avevano attaccato prima di uno strappo
Che lucidità, Antonio. Vai avanti…

Prima quel segmento c’era un tratto tecnico in discesa. Lì Gaudu e altri hanno attaccato: sono stato proprio io a chiudere. Mi sono girato e ho visto il gruppo tutto in fila e con qualche buco. In quel tratto di salita più regolare e lungo e ho pensato: “Adesso o mai più”. Anche in radio mi dicevano: “Vai a tutta, quando arrivi in cima ti giri e vedi chi c’è”. A quel punto ho switchato in modalità crono. Ho fatto ancora un paio di scatti e poi mi sono messo di passo. Eravamo rimasti in quattro e neanche ho chiesto i cambi. Anche perché non me li avrebbero dati: ero quello messo meglio in classifica. In più non volevo perdere tempo a discutere.

Antonio, il percorso di Zurigo è simile e più duro di quelli in Lussemburgo, per Bennati sei un leader: come ci arrivi al mondiale?

Quest’annata mi ha dato più sicurezza e più certezze nei miei mezzi. E’ il primo Mondiale da professionista e di certo sarà un momento speciale per me. Sono consapevole del fatto che la condizione è buona e il percorso può essere adatto a me. Cercherò di fare il massimo e magari d’inventarmi anche qualcosa… un po’ come ho fatto al Lussemburgo, per cercare di stupire o di battere magari anche quello che si pensa sia imbattibile.

Ulissi e la decisione Astana dopo tre giorni da mal di testa

24.09.2024
4 min
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E’ successo tutto molto velocemente. Massimiliano Mori aveva parlato con Gianetti e sembrava che per il rinnovo del contratto di Ulissi non ci fosse alcun problema. La UAE Emirates in ogni caso, con l’argomento dell’età, aveva proposto un ritocco al ribasso quasi dando per scontato che Diego avrebbe accettato. Invece di colpo sul tavolo è arrivata l’offerta superiore dell’Astana e sarebbe stato da pazzi non valutarla.

«Eppure Diego per il carattere che ha – racconta Mori – ci ha pensato per tre giorni. Abbiamo parlato. Ha sentito la sua famiglia. Siamo stati a cena insieme. L’offerta lo ha fatto barcollare. Eppure secondo me, pur molto importanti nella scelta, non sono stati i soldi in più a farlo decidere. Adesso è convinto, ma in quei tre giorni sa lui i pensieri che ha avuto…».

Massimiliano Mori è stato un pro’ dal 1996 al 2009. Qui con Ulissi, suo atleta dagli anni in Lampre
Massimiliano Mori è stato un pro’ dal 1996 al 2009. Qui con Ulissi, suo atleta dagli anni in Lampre

Mori conosce Ulissi da una vita. E’ il suo procuratore dagli anni della Lampre ed è fratello di quel Manuele che per il livornese è ben più di un amico. Alla Lampre si sono anche sfiorati: Massimiliano smetteva nel 2009, Diego arrivava nel 2010. Le parole nell’ultima intervista ci hanno fatto pensare. Il suo essere rimasto fedele per tutta la carriera alla stessa società non è dipeso dall’assenza di offerte, quanto piuttosto dalle attenzioni che la squadra manifestava nei suoi confronti. E noi con Mori siamo partiti proprio da questo, per capire che cosa (oltre ai soldi) abbia spinto Ulissi a cambiare squadra dopo 15 stagioni.

Massimiliano, che cosa significa che alla Lampre non gli hanno mai dato lo spunto per andare via?

L’hanno sempre trattato bene economicamente. Ma soprattutto sapeva e sentiva di essere il fulcro del progetto. E’ sempre stato vincente, ha sempre fatto un sacco di punti. Poi la Lampre è diventata UAE e si è trasformata in una corazzata. Probabilmente in altre squadre, Diego sarebbe stato ugualmente capitano, ma qui con Pogacar e altri campioni, è stato intelligente e si è adattato.

Non ci sono mai state offerte che lo abbiano spinto a valutare il cambio?

Squadre ci sono state, ma non c’era motivo di andare via. Invece si è capito che quest’ultima trattativa sarebbe stata influenzata dall’età di Diego, che ha 35 anni. Un’offerta UAE c’era, si poteva andare avanti, ma era più bassa. Ci sono squadre che non fanno caso all’età, la UAE Emirates invece cerca sempre giovani talenti. E pur sempre rispettato e tenuto da conto, Diego si è trovato sempre un po’ più in disparte o con un ruolo non più centrale. Mi sono trovato a parlare con altre squadre e lo avrebbero preso ben volentieri, nonostante gli anni. L’arrivo dell’Astana ha fatto incontrare la loro necessità di un corridore vincente che facesse punti e la sua ricerca di un ruolo meno secondario. Intendiamoci, quando hai davanti Pogacar non puoi dire nulla e infatti Diego non ha detto nulla.

Nella Lampre di Galbusera (nella foto, il capostipite Mario) e Saronni, Ulissi era al centro del progetto
Nella Lampre di Galbusera (nella foto, il capostipite Mario) e Saronni, Ulissi era al centro del progetto
Quando a dicembre annunciarono che non avrebbe fatto il Giro, non vedemmo salti di gioia…

Diego non lo dice, perché è un ragazzo intelligente. Però noi del suo entourage sappiamo le cose e lui avrebbe preferito fare il Giro. E’ sempre stato il suo pallino, ma ha condiviso la scelta della squadra. Non crediate però che ci sia stato quello alla base del cambiamento.

E che cosa allora?

La vera svolta c’è stata quando ha parlato con Vinokourov. E oltre alla cifra certamente importante, quel che lo ha convinto è stato essere di nuovo al centro del progetto. Sentirsi di nuovo considerato e desiderato dal capo della squadra ha fatto scattare qualcosa. Certamente ne ha parlato con Ballerini e Fortunato, che incontra spesso. E’ arrivato Bettiol, che vive anche lui a Lugano. Vinokourov gli ha spiegato la sua voglia di far tornare la squadra in alto e questo lo ha convinto. Un tipo ci considerazione che alla UAE non c’era più.

La presenza di Pogacar ha persuaso Ulissi a cambiare obiettivi, in modo intelligente ma non per questo entusiasta
La presenza di Pogacar ha persuaso Ulissi a cambiare obiettivi, in modo intelligente ma non per questo entusiasta
E’ possibile che il ritocco al ribasso fosse il modo di fargli capire che se avesse trovato un’alternativa, loro non lo avrebbero certo ostacolato?

Credo proprio sia stato questo. Oppure pensavano che sarebbe rimasto a qualunque condizione. Ripeto: un’offerta come quella di Vinokourov andava considerata per forza, eppure Diego sarebbe rimasto di là. Era pronto ad accettare. Quando ha sentito del progetto, allora è cambiato tutto. Adesso è convinto di aver fatto bene e il corridore lo conoscete. Ha sempre vinto e fatto punti, penso che non smetterà di farlo.

Pomeriggio iridato: l’inno suona per Mazzone e Cornegliani

24.09.2024
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ZURIGO (Svizzera) – «Facciamo come Ganna – dice Mazzone – mettiamo in mezzo lei che però è più alta!». Così il pugliese in maglia iridata fa passare di là Cornegliani, vincitore oggi del secondo mondiale, e in mezzo mettono Ana Maria Vitelaru che ha conquistato il bronzo. Come Ganna, Affini e Remco nel mezzo, solo che questa volta le maglie iridate sono ai lati. Dopo la vittoria nella staffetta di apertura, un altro pomeriggio d’oro ed emozionante per gli azzurri di Pierpaolo Addesi.

Ana Maria Vitelaru è bronzo nella crono donne H5. Ha chiuso a 3’53” dalla vincitrice Haenen
Ana Maria Vitelaru è bronzo nella crono donne H5. Ha chiuso a 3’53” dalla vincitrice Haenen

Dalla polvere alle stelle

L’ultima volta che avevamo seguito di persona una gara di Mazzone fu lo scorso anno a Glasgow, quando Luca finì contro una transenna nella staffetta e uscì di gara, colpito e umiliato nell’ultimo giorno di gare. Forse per questo, vedendolo piangere per la gioia al risuonare dell’Inno di Mameli, il groppo in gola ce l’abbiamo pure noi. Dopo quel giorno, per il pugliese arrivato al 19° titolo, sono venute le due medaglie di Parigi e l’onore di essere portabandiera. Ma di vincere ancora a 53 anni non se lo aspettava.

«Tante volte – sorride e riflette – quando vado alle scuole come ambasciatore paralimpico, racconto sempre questo. Quando prendete un brutto voto, non demoralizzatevi, fate in modo che sia un punto di partenza. Un punto per avere la tigna di rifarsi. A Glasgow, veramente il morale era caduto a pezzi. Invece quando sono tornato a casa, mi è venuta la cattiveria agonistica di rifarmi. Non contro gli avversari, perché gli avversari sono comunque uno stimolo. Rifarmi con me stesso, per ritrovare quel Luca di otto anni fa anche con qualche anno in più (nel dirlo si commuove, ndr). Ce la volevo mettere tutta, volevo fare bene sia alle Paralimpiadi che qua».

Luca Mazzone, classe 1971, è campione del mondo nella categoria H2 con 40″ sul secondo. Mano sul cuore, c’è l’Inno
Luca Mazzone, classe 1971, è campione del mondo nella categoria H2 con 40″ sul secondo. Mano sul cuore, c’è l’Inno

«Veramente però – prosegue – sono sbalordito di me stesso. Sapevo che il percorso era favorevole, perché gli allenamenti fatti a Campo Felice insieme ai miei amici H3 davano buone speranze. Mi mettevo dietro di loro a fare gli allenamenti e mi facevano sempre i complimenti. Quindi sapevo che su questo percorso potevo fare bene, ma non con un simile distacco ai miei avversari (Mazzone ha vinto con 40” sul francese Jouanny, ndr) che, come ho detto a Parigi, hanno tanti anni meno di me. Questo è frutto del tanto lavoro svolto con la nazionale sia a livello personale, tante rinunce. In questo campionato ringrazio lo staff, che ha dato tanta serenità che per me fa molto. Serenità e tanta professionalità che mi ha permesso di far così bene».

La differenza dei tubeless

Fabrizio Cornegliani è una molla che non si scarica. Sul podio non è riuscito a stare fermo, almeno fino a che sono partite le note dell’Inno. E allora pure lui si è fermato ad ammirare quella bandiera che saliva al cielo. AI piedi del palco, c’è Ercole Spada, il presidente del suo Team Equa che sorride compiaciuto. E se Mazzone ha parlato col cuore in mano, Cornegliani la prende da atleta sulla cresta dell’onda, mescolando emozioni e numeri. A Zurigo c’è arrivato con l’oro olimpico al collo, non uno qualsiasi.

«Non me l’aspettavo – dice – però l’ho cercata. A Parigi lo dissi subito che ero sotto di un 10-15 per cento rispetto alla potenza che mi aspettavo. Così siamo ritornati a casa, ho riposato perché volevo un wattaggio migliore. Sono partito svantaggiato, perché sul piatto non ho tutta quella potenza per fare la differenza. Invece la differenza c’è stata. Abbiamo usato dei materiali nuovi, i tubeless che non avevamo ancora messo bene a punto sulla handbike. Probabilmente parte di questo vantaggio qua (2’35” sul secondo, ndr) è stato dato dalle gomme. Me li hanno dati due giorni fa e rispetto ai tubolari classici avevo la bici che scorreva e aveva un comfort mai visto».

Cornegliani ha vinto l’oro nella crono H1 con 2’35” sul secondo, il brasiliano Ferreira de Melo
Cornegliani ha vinto l’oro nella crono H1 con 2’35” sul secondo, il brasiliano Ferreira de Melo

«Questo percorso per quanto mi riguarda era fin troppo facile – prosegue – perché quando c’è solo una curva in un percorso, la potenza è tutto. Però era una gara lunga per la mia categoria, quindi la differenza l’ha fatta questo. Questo e la voglia di fare meglio di Parigi. Ho corso contro il mio fantasma ed è andata bene che fosse asciutto. Sul bagnato abbiamo delle difficoltà maggiori, i tutori cominciano a scivolare e diventa tutto un problema. La commozione sul palco? Quando suona l’Inno di Mameli, il brivido c’è sempre. Poi adesso che non ce lo suonano più nelle Coppe del mondo, è diventata una cosa rara. Quindi quando c’è l’Inno, mano sul cuore e cantare».

Le gare vanno avanti. Lello Ferrara si fa la foto con le medaglie al collo, strappando ben più di una risata. C’è la fila per fare le foto con questi splendidi atleti e andando via verso la sala stampa, il pensiero va a tutte le volte che un corridore si lamenta per il freddo o i sacrifici che deve fare. Non serve neanche aggiungere altro, abbiamo appena ricevuto l’ennesima lezione di volontà e voglia di vivere. Il resto non conta.

Velo lancia il team relay, e sugli U23 ha qualcosa da dire

24.09.2024
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ZURIGO (Svizzera) – I campionati del mondo per le prove contro il tempo termineranno ufficialmente domani con il mixed team relay. Una prova difficile, resa ancor più tosta dal percorso e dal livello molto alto dei contendenti all’oro. Dopo il successo dell’europeo gli azzurri si approcciano ad un’altra sfida nei panni della favorita. Dell’ossatura che ha dominato in Belgio rimangono i soli Affini e Cattaneo, gli altri quattro interpreti cambieranno. Nel trio maschile ai due alfieri d’oro si aggiunge Filippo Ganna. Per le tre ragazze, invece, il terzetto si compone dell’esperta Longo Borghini, affiancata da Soraya Paladin e Gaia Realini

«La gara – attacca subito a parlare il cittì Marco Velo – è parecchio dura. Direi un po’ insolita per una cronometro, soprattutto a squadre. Somiglia più a una cronoscalata, credo che in tre il percorso sia abbastanza proibitivo. Non tanto per la salita, che comunque va a snaturare quello che è il gesto di una cronometro, ma per le tante discese e i diversi tratti pericolosi. Le squadre incontreranno parecchie strade strette, quindi non si riuscirà a lanciare bene il terzetto. Detto questo siamo qua per lottare e provare a far bene, non lo nego, ho tre corridori uomini e tre atlete donne che sono di altissimo livello».

Un percorso del genere ha creato qualche difficoltà in più nel comporre le due squadre?

Non è un percorso ideale a Ganna o Affini, però sono fiducioso della loro condizione che è super (in apertura insieme a Marco Velo, foto Federciclismo / Maurizio Borserini). Mi piacerebbe rimarcare anche la voglia di due ragazzi come loro di mettersi a disposizione e nel prendere parte a questa gara. Quando ho iniziato a pensare ai vari nomi da includere nella lista dei papabili non ho ricevuto riscontri positivi dagli altri atleti. Soprattutto quando non ero sicuro della presenza di Pippo (Ganna, ndr) e della condizione di Edoardo (Affini, ndr). Ma nel team relay conta tanto lo spirito di squadra, i tre ragazzi sono dei fratelli mancati, sarà questo il nostro plus. 

Al loro si aggiunge Cattaneo.

Su di lui c’è poco da dire. Insieme a tutti gli altri è un super atleta che è in grado di fare molto bene domani. In salita alla Vuelta, quando si metteva a tirare, rimanevano agganciati in pochi alle sue ruote. Questo è un buon segno, significa che sta andando forte. 

Il team femminile ha delle caratteristiche atletiche praticamente perfette per questa prova.

Credo che le ragazze siano fortissime su questo tipo di percorso, La scelta di portare Realini è sicuramente dipesa dal tipo di percorso. Mi è piaciuta tanto la sua reazione alla chiamata, era molto felice e motivata nel mettersi alla prova. Longo Borghini e Paladin saranno due ottime pedine per un team relay impegnativo ma sul quale sono fiducioso. 

Facciamo un salto a ieri, concentrandoci sulla cronometro under 23, come giudichi i risultati? 

La scelta è ricaduta su Bryan Olivo e Andrea Raccagni Noviero. Penso che il primo non abbia fatto una super prova, si aspettava qualcosa in più, però usciva da un periodo lungo di stop. Mentre Raccagni Noviero è andato forte, considerando il percorso non adatto alle sue caratteristiche. Sono contento perché ha fatto una buona prova, fino all’ultimo intermedio era a 30 secondi da Romeo.

Noi avevamo in casa il campione iridato under 23, Milesi. Come mai non ha difeso il titolo?

E’ stato preso in considerazione, chiaramente, ma mi ha detto che non voleva partecipare al mondiale perché non ha usato la bici da crono ultimamente e non se la sentiva.

Sia Olivo che Raccagni Noviero hanno disputato poche cronometro durante la stagione, per motivi diversi. 

Sugli under 23 c’è un po’ di difficoltà nel mettere insieme tante prove contro il tempo. In Italia se ne corrono poche, ce n’è stata una, seppur breve, al Giro Next Gen. Da questo punto di vista dobbiamo imparare da Paesi stranieri nei quali, sia tra gli juniores che tra gli under 23, in qualsiasi tipo di corsa a tappe c’è comunque inserita una cronometro. Perché, alla fine, se si vuole crescere a livello di risultati serve curare questa disciplina, altrimenti non porti a casa nulla. 

Raccagni Noviero corre in un devo team, lì cambia qualcosa?

La fortuna è che le squadre development dei professionisti hanno una mentalità diversa, quindi forniscono a questi ragazzi le bici da crono. In questo modo le usano per allenarsi almeno un paio di volte durante la settimana. Guidare una bici da cronometro non è la stessa cosa di guidare quella da strada, serve allenare il gesto.

Merida Scultura vs Reacto, standard vs aero: sfida in famiglia

24.09.2024
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Scultura e Reacto a confronto. Le diversità delle due biciclette non riguardano solo le forme e l’allestimento, ma si riflettono nella resa tecnica. Sono entrambe dedicate ad un pubblico esigente e agonista. La Scultura è facile ed immediata, mentre la Reacto è una belva da tenere costantemente in tiro. Scopriamo le differenze tecniche che rendono unico questo confronto!

Abbiamo messo due Merida una contro l’altra. La Scultura con allestimento 9000, quindi una bici “tradizionale” che sfida la Reacto, ovvero una aero race senza mezzi termini. Entrambe adottano il telaio CF5 di quinta generazione, lo stesso modulo di carbonio usato dai professionisti.

Le diversità delle due biciclette non sono da limitare esclusivamente alle forme e all’allestimento, ma vanno estese in una resa tecnica che le mette su due piani diversi. Sono entrambe dedicate ad un pubblico esigente e agonista. La Scultura è una bici facile ed immediata, mentre la Reacto è una belva da gara da tenere costantemente in tiro. Entriamo nel dettaglio di questo confronto molto curioso.

Faccia a faccia, come due pugili al centro del ring: il confronto può iniziare
Faccia a faccia, come due pugili al centro del ring: il confronto può iniziare

La Scultura 9000 in test

Una taglia small con kit telaio CF5, con il reggisella Merida full carbon (diametro di ingresso nel piantone da 27,2 millimetri) e manubrio, anch’esso tutto in carbonio, Merida Team SL. La trasmissione è Sram Force 2×12 (50/37 e 10/36) con power meter Quarq. Le ruote Reynolds con profilo da 46 millimetri e le gomme Continental GP5000 TR da 28. La sella è Prologo Scratch con i rails in acciaio.

Il peso rilevato è di 7,6 chilogrammi (senza pedali) ed il prezzo di listino è di 8.290 euro. Molto bella a nostro parere la livrea cromatica di questa versione, una sorta di oro metallizzato tra lucido e opaco, con le finiture nere opache. Accattivante ed elegante al tempo stesso.

Reacto Team limited edition Ultegra

Una taglia media, con il kit telaio sempre CF5 e livrea Bahrain-Victorious. Il regisella è in carbonio, è specifico per la Reacto e offre un buon range di regolazione nella zona del morsetto, per arretramento ed inclinazione. La trasmissione è Shimano Ultegra Di2 52-36 e 11-30 (senza power meter), la sella è sempre la Prologo Scratch M5 con rail in acciaio.

La bici in test è stata equipaggiata con stem e piega FSA separati (non il manubrio integrato Vision) e le ruote Vision SC da 45 millimetri di altezza (gommate Continental GP5000 TR). Il valore alla bilancia rilevato è di 8,3 chilogrammi (senza pedali) ed il prezzo di listino (con manubrio Vision integrato e ruote Vision SL45) è di 8990 euro.

L’estetica dice molto, non tutto

Merida Scultura, sicuramente una bici dalle forme e dai concetti moderni. Attuale nel design e non troppo complicata. A tratti sfinata ed elegante che non dimentica le soluzioni aero applicate alle tubazioni che oggi sono fondamentali anche di questa categoria. Non è tiratissima in fatto di bilancia, ma è una di quelle bici con un grado di leggerezza che fa sorridere gli amanti dei pesi ridotti e si adatta bene a qualsiasi tipo di allestimento.

Merida Reacto, una bicicletta aero muscolosa, con un impatto estetico che lascia il segno, un design dal quale molte bici attuali hanno preso ispirazione, considerando che la Reacto ha già qualche anno di vita. E’ rigida, veloce e super reattiva una volta messa su strada, funzionale, una lama sviluppata per andare forte, non è una bici leggera.

Più rigida la Reacto, progressiva la Scultura
Più rigida la Reacto, progressiva la Scultura

Tra comfort e rigidità

Dalla Scultura ci si aspettano efficienza in salita e un certo grado di comfort, così è. A questi fattori si aggiungono un’enorme versatilità, soprattutto quando si cambia tipologia di ruote, perché la bicicletta non patisce il cambio di setting. La Scultura è una bici facilissima da guidare, immediata e capace di regalare un feeling diretto, intuitivo e mai nervoso in qualsiasi situazione. Ci era piaciuta tantissimo la versione Limited Edition 50 (quella celebrativa per i cinquant’anni dell’azienda) che portava in dote il manubrio Deda Alanera. Un binomio a nostro parere eccellente, con un frame-kit non estremo, preciso e guidabile con il valore aggiunto di un cockpit integrato molto rigido, capace di dare ulteriore valore alla precisione dell’avantreno.

La Reacto è più tosta. Il comfort non è quello della Scultura, perché la rigidità si percepisce, soprattutto quando si oltrepassano le 3 ore di attività e metri di dislivello positivo. Per sfruttare le potenzialità di questa bici è necessario avere un buon allenamento e benzina nelle gambe. E’ una di quelle biciclette da tenere sempre alla corda e proprio in questi frangenti si capisce quanto è efficiente anche in salita e agile in discesa, decisamente superiore alla media della categoria. In questi due frangenti ci ha sorpreso parecchio ed il suo peso sembra sparire.

Avantreno sostenuto e preciso per entrambe
Avantreno sostenuto e preciso per entrambe

In salita

Da sottolineare che entrambe le biciclette, taglia per taglia, hanno geometrie molto simili (praticamente uguali con valori sovrapponibili). Sono caratterizzate da un carro posteriore corto e da inclinazioni (piantone e sterzo) che permettono di ridurre il passo complessivo (le bici risultano sempre compatte) senza impiccare il ciclista. Da qui prende forma la bontà prestazionale emersa quando il naso è all’insù. La Scultura è più leggera, più facile da portare quando le velocità scendono, i watt aumentano in modo esponenziale e la gravità è un pugno nello stomaco. Inoltre la Scultura è più “elastica” e confortevole, due tasselli che tornano utili quando il dislivello è tanto e le ore di sella non devono pesare sulla schiena. Più che reattiva ci è piaciuto definirla progressiva.

Merida Reacto è una bici “secca”. Quando la strade sale mostra un’efficienza inaspettata, anche quando le pendenze sfiorano la doppia cifra (non per lunghi tratti). Nessuna indecisione, zero flessioni per carro e forcella, la bici invita ad alzarsi sui pedali e tirare forte sul manubrio. La salita non è il suo ambiente ideale e lo si percepisce quando inizia ad emergere un po’ di stanchezza, ma fino a quando il nostro motore è in grado di produrre kilojoule la Reacto è una bici goduriosa e da smanettoni.

Corte e compatte entrambe
Corte e compatte entrambe

In discesa

Sorprende positivamente la Reacto, perché è agile, piuttosto stabile soprattutto quando sono necessari cambi perentori di direzione. Questo anche con le ruote alte. In discesa si dimostra a tutti gli effetti una bici da KOM (per gli amanti dei segmenti Strava) e la sua geometria compatta è un bel vantaggio. 99 centimetri di passo complessivo nella taglia media (di fatto corrisponde ad una 56) sono pochi.

Tutta da godere la Scultura, bici facile ed intuitiva anche in questo frangente. Ruote alte, o medie, o basse, la differenza è poca. La bici non è mai nervosa, briosa di certo, ma perdona praticamente qualsiasi indecisione, correzione e cambi di direzione fatti in maniera poco ortodossa e all’ultimo istante.

Bici differenti sotto molti punti di vista
Bici differenti sotto molti punti di vista

In conclusione

Se la Reacto sorprende positivamente perché non ci si aspetta una bici agile in salita ed in discesa, Merida Scultura è da lode per quello che concerne facilità e capacità di instaurare un feeling ottimale fin dalle prime pedalate. Più esigente e stancante la Reacto che necessita di watt e forza per essere sfrutatta al massimo delle potenzialità, anche per questi motivo può essere divertente.

Scultura è una sorta di bici totale per chi ama le forme più tradizionali, fare metri di dislivello e lunghe distanze, aprendo anche il gas e sfruttando una buona dose di comfort a favore delle ore di sella.

Merida

Martina Fidanza: ora i mondiali su pista, poi la Visma

24.09.2024
4 min
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Una delle prime novità per la stagione 2025 riguarda Martina Fidanza, l’atleta bergamasca passerà infatti alla Visma Lease a Bike Women. Un contratto biennale che chiude la sua esperienza alla Ceratizit, formazione tedesca che negli anni è cresciuta fino ad arrivare nel WorldTour proprio nel 2024. Per Martina Fidanza, alle prese con la convalescenza dopo un incidente in allenamento, la chiamata dello squadrone olandese arriva dopo stagioni in costante crescita

«La convalescenza – dice da casa Martina Fidanza – è più dura del previsto a causa della rottura del gluteo. Ci metterà un po’ a recuperare e il mondiale di pista è dietro l’angolo, manca un mese. Riesco a uscire in bici, ma in maniera blanda, massimo un’ora e mezza a ritmi bassissimi. Giusto per girare le gambe. Oggi ad esempio sono rimasta totalmente ferma».

A inizio settembre si era detta felice per il finale di stagione, pochi giorni dopo è arrivato l’incidente che l’ha fermata (foto Instagram)
A inizio settembre si era detta felice per il finale di stagione, pochi giorni dopo è arrivato l’incidente che l’ha fermata (foto Instagram)

Lo scorrere del tempo

Per Martina Fidanza la stagione è iniziata presto, anzi prestissimo, con gli europei su pista il 10 gennaio. E’ poi proseguita con gli impegni su strada e le Olimpiadi di Parigi. 

«Sono passata dal vedere i mondiali su pista come un obiettivo lontano nel tempo – spiega – al vederli arrivare velocemente e non riuscire ad essere pronta come desidero. Sicuramente darò il massimo, ma il muscolo sarà al massimo delle prestazioni a metà ottobre. Nel mentre dovrò lavorare a regimi minori, onorerò l’impegno, chiaro che dispiace arrivare così. L’ufficialità della firma con la Visma è arrivata tre ore prima dell’incidente, pensare che una notizia così bella sia stata smorzata da questo evento dispiace, rimane però la felicità e l’orgoglio del traguardo raggiunto».

Come trascorri i tuoi giorni a casa?

Cerco di tenere la mente occupata, faccio dei sudoku, mi piacciono e per un po’ non penso ad altro che ai numeri. Poi guardo serie tv, mi sto appassionando a una serie crime, cercare di scoprire il colpevole e risolvere i casi è una bella prova. Infine vedo i miei amici, sto con il gatto e il mio fidanzato. 

Come è arrivato l’interesse degli olandesi?

La Visma cercava una velocista giovane da affiancare a quella che già hanno in rosa. La Vos fa un altro tipo di calendario, servivano due velociste pure. Non mi ritengo una delle più forti in gruppo, però ho dimostrato di avere del potenziale e la squadra l’ha notato. E’ una cosa che mi fa parecchio piacere. Dal Thuringen ho fatto vedere le mie qualità e le due vittorie mi hanno dato una bella spinta. 

Intanto su strada sono arrivate tre vittorie stagionali, due al Lotto Thuringen Tour
Intanto su strada sono arrivate tre vittorie stagionali, due al Lotto Thuringen Tour
Che contatti avete avuto?

Per prima cosa abbiamo fatto una videochiamata dove mi hanno presentato la squadra e hanno capito che tipo di persona sono. L’interesse è stato subito reciproco e dopo siamo passati al condividere i dati e le varie cose tecniche. La proposta ufficiale mi è arrivata dopo le Olimpiadi, la firma, invece poco prima di metà settembre. 

Li hai incontrati anche di persona?

Sono andata in Olanda nella sede principale per conoscere lo staff e il personale. E’ una struttura impressionante, una quantità di bici inimmaginabile. Mi sono sentita subito coivolta, anche perché ho camminato tra le varie maglie e bici dei campioni. Passeggiare e vedere i vari peluche e trofei del Tour conquistati da Marianne Vos o la bicicletta di Van Aert fa emozionare. Sono la prima atleta italiana a far parte del team femminile, è una bella responsabilità, ma non mi pesa.

Risultati che le hanno aperto le porte della Visma Lease a Bike Women, nella quale correrà nel biennio 2025-2026
Risultati che le hanno aperto le porte della Visma Lease a Bike Women, nella quale correrà nel biennio 2025-2026
Quali ambizioni ti poni per la nuova avventura?

Crescere ancora e fare un ulteriore salto di qualità. Voglio essere all’altezza della squadra in cui correrò, direi che cercare di vincere la prima gara di categoria WorldTour può essere un bell’obiettivo. 

Hai parlato della pista?

Ci siamo subito detti dell’importanza della doppia attività e del valore che per me ha la pista. Li ho trovati assolutamente d’accordo e sono disponibili per creare un calendario ideale per le mie caratteristiche e ambizioni. 

Non resta che farti un imbocca al lupo per una pronta guarigione e questa nuova avventura.

Crepi!