Cham, parlano gli sloveni. E Pogacar sfida Evenepoel

27.09.2024
7 min
Salva

CHAM (Svizzera) – Si capisce che la Slovenia abbia la certezza di essere diventata una grande nazione del ciclismo quando viene annunciato che la conferenza stampa di Pogacar e Roglic si svolgerà inizialmente in sloveno. I primi 15 minuti per loro e i quindici successivi per noi che invece ricorriamo all’inglese.

Prima dell’inizio, il microfono viene ceduto ad Hans-Peter Strebel, un medico che con due colleghi ha messo a punto una terapia modificatrice della sclerosi multipla recidivante, della quale hanno beneficiato circa 600.000 pazienti in tutto il mondo. E’ lui il proprietario di OYM, l’hotel per sportivi in cui alloggia la Slovenia, pieno di impianti sportivi e la cucina con 8 chef e nutrizionisti che cucinano per gli atleti.

Hans-Peter Strebel è il proprietario dell’hotel OYM, ma anche un medico di fama
Hans-Peter Strebel è il proprietario dell’hotel OYM, ma anche un medico di fama

La Slovenia cresce

Poi dopo il meritato applauso e la sua richiesta almeno di menzionarlo, inizia il flusso delle domande in sloveno. Pur registrando le risposte da decifrare con qualche provvidenziale traduttore, non si può far altro che guardarsi intorno e scrutare le espressioni sul volto dei due campioni che domenica in corsa dovranno aiutarsi oppure evitare di pestarsi i piedi.

«Il flusso dei giornalisti è per noi – dice il cittì Uros Murn – ogni anno devo dire che la nostra nazionale cresce. Ogni anno siamo più bravi ad attirare sempre più attenzione e penso che questo sia un ottimo segnale per gli sloveni e il ciclismo sloveno. Siamo tutti consapevoli che sarà necessario fare qualcosa nella corsa su strada e credo che da un lato questa sia una grande sfida per loro. Dall’altro credo che abbiano bisogno di un po’ di incoraggiamento prima della corsa forse più importante della loro carriera».

Pogacar ha già raccontato più volte che la fatica di Glasgow 2023 fu per lui impressionante
Pogacar ha già raccontato più volte che la fatica di Glasgow 2023 fu per lui impressionante

Mondiale e classiche

Si comincia con Pogacar. La stanza è un anfiteatro, i corridori sono in basso sulle poltroncine. Ricordiamo tutti quando Tadej, dopo il terzo posto nel mondiale di Glasgow 2023, disse di esserne uscito distrutto. La corsa più dura della sua vita.

«Il mondiale è una gara molto diversa – dice – è una gara di un giorno con la nazionale, cosa che non facciamo quasi mai. L’anno scorso è stata una delle gare più dure che abbia mai fatto, perché non era percorso adatto a me. Era troppo esplosivo nelle ultime 3 ore di gara, quindi dopo l’arrivo ero davvero esausto. Quest’anno però il percorso è molto meglio e così vedremo cosa ci riserva la gara.

«E’ diverso da una classica. Corriamo tutto l’anno con la squadra. In teoria potresti paragonare i monumenti ai campionati del mondo, ma quelli lì corri con la squadra dove i compagni potrebbero essere migliori rispetto a quelli della nazionale. Si tratta di dinamiche diverse. Anche il fatto che non hai le radio in gara e che si corra in circuito fa la differenza rispetto a una gara che si svolge da una città all’altra».

Pogacar è parso sicuro di sé, soprattutto nel ridimensionare le chance degli avversari
Pogacar è parso sicuro di sé, soprattutto nel ridimensionare le chance degli avversari

Un grande obiettivo

Roglic seduto accanto ascolta e deve aver capito che la maggior parte delle domande sarà per il giovane compagno di nazionale, che già una volta gli ha tolto il Tour e adesso gli porta via la luce. Sapranno convivere? E mentre facciamo questa riflessione, la domanda per Pogacar riguarda la maglia iridata.

«La maglia iridata è qualcosa di veramente speciale nel ciclismo – ammette – la maglia più unica. Tutti la vogliono, credo. Puoi indossarla tutto l’anno e ti definisce come il miglior ciclista del mondo. Quindi ovviamente è un grande obiettivo per me da un paio d’anni. Mi impegnerò. E se non sarà quest’anno, ci riproverò nei prossimi».

A Roglic parrebbe affidato un ruolo da comprimario, ma è davvero così remissivo?
A Roglic parrebbe affidato un ruolo da comprimario, ma è davvero così remissivo?

Il precedente di Imola

La memoria va a quando Pogacar e Roglic si ritrovarono in nazionale a Imola 2020, appena dopo lo… scippo della maglia gialla da parte di Pogacar. Già allora ci si chiedeva come avrebbero convissuto, ora la curiosità esplode. Lavorerete insieme? Roglic ride e prova a sviare, poi risponde.

«Se si tratta di tattiche e cose del genere – dice – io non sono io il tipo giusto, chiedete al nostro tecnico. Penso a tutti gli scenari che possono accadere e a come reagiremo. Mi sono detto spesso che Tadej sta vincendo tutte le gare di un giorno, quindi è uno dei migliori. Io ne faccio solo un paio all’anno, forse neanche quelle, quindi è una bella sfida».

«Abbiamo una squadra davvero forte – si inserisce Pogacar – grandi nomi e grande squadra. Direi una delle migliori al mondo di sempre. Abbiamo due carte molto forti, forse anche tre, da giocare nel finale. Quindi penso che siamo avvantaggiati in questo, ma dobbiamo comunque stare attenti e correre in modo intelligente».

Pogacar e Roglic in gara a Imola 2020, poche settimane dopo il Tour soffiato da Tadej a Roglic
Pogacar e Roglic in gara a Imola 2020, poche settimane dopo il Tour soffiato da Tadej a Roglic

A proposito di Van der Poel

Di nuovo per Pogacar, che ha ascoltato con attenzione le parole del primo mentore. Parla un collega olandese e gli chiede se a suo avviso Van der Poel potrà difendere la maglia iridata.

«Mathieu è in buona forma – dice – e l’anno scorso ha conquistato la maglia iridata molto bene e altrettanto bene l’ha vestita. Ha ottenuto vittorie davvero incredibili, ma domenica è un’altra gara in cui dovrà difendere il titolo. E’ un po’ più dura per lui, c’è un po’ più di salita. Ho sentito da qualche parte che ha perso un chilo e mezzo, forse è stato bravo a prepararsi solo per questa corsa. Vedremo come andrà, non possiamo escluderlo. Lo teniamo sicuramente a mente per il finale, può essere pericoloso se si sveglia in una buona giornata.

«Ci sono molte salite – prosegue – nessuna davvero lunga. Ma anche dopo la salita, non c’è una discesa dritta, quindi non c’è molto tempo per recuperare. Immagino tanti scenari diversi e fra questi mi viene da dire che c’è tanto spazio per attacchi a lungo raggio o per rendere la gara più dura. E’ davvero difficile dire quale salita farà la differenza, ma penso che la differenza sarà nei chilometri finali».

Hirschi lascia la UAE Emirates: un eventuale successo porterebbe la maglia iridata alla Tudor Pro Cycling
Hirschi lascia la UAE Emirates: un eventuale successo porterebbe la maglia iridata alla Tudor Pro Cycling

A proposito di Hirschi

I discorsi vanno avanti. Gli chiedono come se la caverebbe in un finale allo sprint e lui risponde che non immagina un grande gruppo. E in ogni caso aggiunge che lo sprint dopo 270 chilometri è qualcosa di completamente diverso rispetto ad altre situazioni. Piuttosto, fra i rivali da tenere d’occhio, Tadej ha già inserito da tempo Marc Hirschi, che alla fine dell’anno lascerà la AUE Emirates, per approdare alla Tudor Pro Cycling. Poi l’attenzione approda ai piedi di Roglic, cercando di capire come si senta.

«Ora mi sento bene – risponde – vedere come mi sentirò dopo i 250 chilometri è sicuramente un’altra questione. Alla fine in questa settimana ho fatto quello che potevo, per cercare di prepararmi bene».

Pogacar applica l’adesivo della sua fondazione sulla nuova Colnago appena presentata
Pogacar attacca l’adesivo della sua fondazione sulla nuova Colnago appena presentata

Forchettata a Evenepoel

La chiusura, prima che Pogacar si trattenga per raccontare la bicicletta con cui correrà il mondiale, lo porta a parlare di Remco Evenepoel. A ben pensarci, è la prima volta che i due si sfidano nella corsa di un giorno, dopo la caduta di Pogacar alla Liegi di due anni fa e quella di Remco ai Paesi Baschi del 2024.

«Remco sembra super bravo nella crono – spiega Pogacar – ha gestito bene anche la pressione dopo il salto della catena sulla linea di partenza. Da quello che ho letto, non aveva il misuratore di potenza, quindi immagino che si sia preparato davvero bene, soprattutto per la cronometro. E’ la disciplina in cui brilla di più ma penso che domenica sarà un gioco diverso».

Nella pioggia di Zurigo risplende l’arcobaleno di Finn

26.09.2024
5 min
Salva

ZURIGO (Svizzera) – Gli ultimi mille metri di Lorenzo Mark Finn sono un tuffo al cuore. Lui se la prende con calma, gli avversari sono andati, naufragati sotto la pioggia e i colpi di pedale del ligure silenzioso e determinato. Le mani vanno al casco, poi si gira e cerca l’ammiraglia dove c’è Dino Salvoldi, il cittì che ha guidato la nazionale juniores al titolo iridato. Dietro Finn il vuoto. Il secondo, l’inglese Sebastian Grindley, arriva con più di due minuti di ritardo, il gruppetto che si gioca l’ultimo gradino del podio è oltre i tre minuti. E’ stato il più forte Lorenzo Finn, ha gestito la corsa in maniera perfetta, dimostrando una maturità incredibile per chi non è abituato a vederlo in azione. 

Uno a uno

La maglia azzurra, anzi la giacca primaverile visto il freddo e la pioggia presi oggi dai ragazzi, si staglia sul fondale del palco sul quale avvengono le premiazioni. L’inno di Mameli suona, appena l’ultima nota smette di vibrare nell’aria di Zurigo il boato dello staff sotto al podio arriva fino nella mixed zone. Finn ha un sorriso appena accennnato sul suo volto giovane, chi lo ha visto spesso sa che non si lascia andare a grandi emozioni. Queste, invece, le abbiamo provate noi, quando lo abbiamo visto scollarsi di ruota tutti gli avversari. L’ultimo a resistergli è stato lo spagnolo Hector Alvarez, ma un’accelerazione di Finn è bastata per lasciarselo alle spalle. 

Arriva nella zona mista, passo lento, accompagnato da Christian Schrot, il suo team manager alla Grenke Auto Eder, e da tutto lo staff azzurro. Arriva davanti a noi e quella maglia splende, così come la medaglia che gli pende dal collo

«Non so come descrivere la sensazione di indossare questa maglia – dice Finn – però tra qualche ora magari lo realizzerò. Devo dire che ho avuto delle sensazioni veramente buone tutto il giorno». 

Tutto misurato

Prima della partenza, al bus Vittoria che ospita gli azzurri in questa rassegna iridata, Finn ha chiesto di cambiare la pressione degli pneumatici. 4,3 bar al posteriore e 4 all’anteriore, vista l’acqua caduta e l’asfalto viscido meglio fare qualche accorgimento. Scende le scalette per ultimo, si guarda intorno, va alla bici e con cura monta il ciclocomputer. Tante azioni mirate, precise e calme. Prima di partire parla ancora con Salvoldi, si scambiano le ultime battute. Monta in bici e si dirige alla partenza. La gara esplode subito, i danesi sono indemoniati e fanno un ritmo pauroso. Una caduta lascia il gruppo decimato, si arriva sul circuito finale con una media, nella prima ora, di 46 chilometri orari. 

Scatti e controscatti, allunghi, Philipsen è inferocito e si muove in tutte le direzioni. Ad un certo punto però è Finn a partire tutto solo, ma di chilometri all’arrivo ne mancano tanti.

«Il piano iniziale – spiega – non era andare da solo a 70 dall’arrivo però è successo. Eravamo tutti in fila indiana dopo la discesa e io ero davanti, quindi era un buon momento per attaccare, però sì, nessuno mi ha seguito. Ho pensato che un attacco avrebbe potuto fare male, di sicuro avrebbero fatto una bella fatica per rientrare. Anche una volta davanti mi sono gestito, non sono andato mai fuorigiri. Poi sono rientrati Philipsen e gli altri. In quel momento ho realizzato che mi sarei potuto giocare una medaglia. Ho contato quelli rimasti, erano quelli che mi sarei aspettato di trovare a quel punto. Tutti tranne Seixas

Mezz’ora da solo

L’ultimo passaggio sul traguardo avviene ai 27 chilometri dall’arrivo, con quattro corridori al comando: Philipsen, Alvarez, Grindley e il nostro Finn. Un veloce slalom nelle curve di Zurigo e si punta alla salita di Witikon. Nel risciacquo che porta a quei 1.400 metri Philipsen scivola e davanti rimangono in due: Alvarez e Finn. Lo spagnolo resiste pochi metri e poi diventa una lunga cavalcata fino all’arrivo: 20 chilometri. 

«Philipsen – spiega il neo campione del mondo juniores – è caduto nel tratto in discesa. Ero davanti io e lui in una curva è scivolato, probabilmente ha pinzato troppo con il freno anteriore. Spero stia bene. Ho guardato negli occhi Alvarez, ho parlato con lui ma avevo già visto sulle salite precedenti che non riusciva a stare al mio passo. Ho dato un’accelerazione e si è staccato subito. Quei 20 chilometri da solo sono volati e mi sono divertito, nonostante la tanta pioggia». 

Mille metri, mille pensieri

Quando Lorenzo Finn ha visto il triangolo rosso si è rialzato, ha messo le braccia sulla parte alta del manubrio e si è goduto ogni centimetro. Cosa passa nella testa di un ragazzo di 18 anni quando realizza di essere a soli mille metri dalla maglia iridata?  

«E’ stato un chilometro un po’ surreale devo dire – conclude Finn – però sì me lo sono goduto. Mi sono tornati in mente tutti i sacrifici fatti durante la stagione e i momenti difficili. Quando mi sono rotto la clavicola ad aprile, il secondo posto al Giro della Lunigiana di qualche settimana fa… Ora sono pronto per il futuro, non posso dire cosa farò. Ci sarà il tempo di farlo».

Presentata a Zurigo la nuova BMC Teammachine R: un capolavoro

26.09.2024
9 min
Salva

ZURIGO (Svizzera) – Il truck del Tudor Pro Cycling Team è il riparo perfetto dalla pioggia. Siamo qui per la presentazione della nuova BMC Teammachine R Mpc. La sigla identifica la tecnologia Mpc, acronimo di Masterpiece. Sugli sgabelli per presentarla, il padrone di casa Fabian Cancellara, ma anche Stefan Christ, responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo. E’ una sorta di talk, in cui si gira intorno alla bicicletta e alla filosofia che l’ha creata.

Quattro punti chiave

«Penso che in sostanza – dice Stefan – siano quattro le cose che rendono MPC molto speciale. La prima è la precisione del layup e questa è davvero la chiave. Essere precisi al 100 per cento con ogni patch in fibra di carbonio che inserisci. Questo ci consente di dare a ogni porzione di fibra una funzione in modo che possa davvero sopportare il carico. E questo è il motivo principale per cui il telaio può essere effettivamente più leggero.

Stefam Christ è responsabile della ricerca e lo sviluppo di BMC
Stefam Christ è responsabile della ricerca e lo sviluppo di BMC

«La seconda cosa, che in qualche modo dimentichiamo sempre ma è ancora molto speciale, è che con la tecnologia Mpc abbiamo degli strumenti che ci consentono di produrre l’intero telaio in un unico pezzo. Non ci sono incollaggi, non c’è nessuna congiunzione sul telaio. E questo, ancora una volta, ci consente di risparmiare peso.

«La terza cosa è che possiamo saltare tutti i passaggi di finitura – prosegue Stefan – che si tratti di levigatura o verniciatura. Quello che vedete qui è il prodotto, come esce dallo stampo. Quindi non c’è bisogno di alcun trucco, perché non dobbiamo truccare nulla. E naturalmente, non dover applicare la finitura fa anche risparmiare peso.

«Infine la quarta cosa è che questo telaio viene prodotto in un posto abbastanza vicino alla Svizzera e per questo torniamo al nome Masterpiece. Per realizzare un telaio del genere, servono persone con un know-how e un set di competenze molto specifici, persino la loro manualità. In ogni fase di lavoro ci sforziamo di raggiungere la perfezione e questo non sarebbe possibile in un contesto di produzione di massa. Il telaio è realizzato in un posto dove la mentalità è molto vicina alla nostra. Intendo dire: persone che conoscono la Svizzera e ciò per cui la Svizzera è famosa».

Zero vernice

La bici è nera e priva di verniciatura e fa bella mostra di sé. Siamo riusciti a guardarla da vicino e fotografarla in attesa che arrivasse Cancellara, che ha avuto il privilegio di svilupparla con i tecnici di BMC. Solo che poi ha dovuto restituire tutti i campioni e nel dirlo ride disperato. Si capisce che Fabian e la sua squadra siano diventati partner privilegiati dello sviluppo dei nuovi prodotti.

«Viviamo insieme – dice Fabian – collaboriamo e non perdiamo tempo in stupidaggini. Andiamo davvero avanti e osiamo quando siamo in corsa. Penso che sul fronte della performance ci impegniamo e ci sosteniamo a vicenda. Nella famiglia BMC ci sono brave persone, che ci sostengono e che si sfidano a vicenda e poi trovano la strada giusta per permetterci di vincere le gare di ciclismo. BMC è sinonimo di performance e penso che Masterpiece sia il punto in cui prestazioni, ingegneria e produzione si fondono nel migliore dei modi. Utilizzano un metodo di produzione davvero unico, che permette di aumentare le prestazioni a livelli davvero estremi.

Prima della presentazione, Cancellara ha osservato a lungo la bici
Prima della presentazione, Cancellara ha osservato a lungo la bici

«Ovviamente quando l’ho provata, ho sentito delle differenze, anche ora che ho un po’ più di chili addosso. Ma credo che alla fine la sensibilità sia ancora lì e credo di averla ancora. Per questo, quando mi chiamano e mi chiedono se avrei voglia di provare una bici, rispondo sempre di sì. Perché mi piace e mi entusiasma. Naturalmente dare dei feedback è una responsabilità».

Quattro giorni di lavoro

Stefan riprende la parola. Le domande si susseguono e questa volta la curiosità di chi conduce l’incontro verte sulle tecniche di produzione che fanno di questa bicicletta, realizzata in collaborazione con Red Bull Advanced Technologies, qualcosa di raro. Sarà prodotta in poche centinaia all’anno, perché ogni cosa che la riguardi richiede tempi più lunghi.

«Nel complesso – dice – abbiamo visto l’opportunità di creare qualcosa di eccezionale. Siamo stati in grado di eliminare i vincoli che si hanno nella normale produzione del carbonio. Il fatto di non guardare alla produzione di massa, ma di concentrarsi sulla perfezione, ha rappresentato un grande passo e un nuovo punto di partenza. Siamo stati in grado di fare cose molto diverse perché sapevamo che non ne avremmo fatte molte, ma ognuna di esse doveva essere perfetta. 

«Per darvi un’idea, produrre un telaio così comporta circa due giorni di lavoro di un solo operaio. In questi due giorni, uno intero viene dedicato solo a mettere le fibre al posto giusto. Nella produzione tradizionale, questo avviene in circa quattro o sei ore e viene fatto da più mani diverse. Quindi il lavoro viene suddiviso tra diversi operatori. Inoltre nella produzione standard, si dedica molto tempo per realizzare la finitura e rendere il telaio un prodotto gradevole. Naturalmente qui è un po’ diverso».

Rigidità, peso, comfort, aerodinamica

E allora Christ va avanti a dire che in BMC dedicano più tempo all’accuratezza e alla precisione della stratificazione del carbonio, risparmiando così molto tempo nella finitura. E poi si passa agli obiettivi di questa realizzazione, che deve conciliare più esigenze in una sola bici.

«La sfida – spiega Stefan Christ – è quella di realizzare una bicicletta che abbia un alto punteggio in tutti tipi di prestazione. Intendo rigidità, peso, comfort e aerodinamica. Quattro aspetti che in qualche modo sono in lotta tra loro perché non è facile combinarle. Credo che tutti sappiamo quanto sia facile realizzare una bicicletta superleggera, scendendo a compromessi altrove. Idem se si vuole realizzare una bicicletta molto aerodinamica, ma con un peso di 7,5 chili. Noi abbiamo cercato di ottenere un punteggio altissimo in tutte le prestazioni. Ci sono voluti molti dati di simulazione per combinare leggerezza e aerodinamica. Penso che sia questo il punto in cui abbiamo fatto il più grande passo avanti.

«La rigidità invece è qualcosa che nel ciclismo professionistico tutti vogliono per il trasferimento di potenza e per la precisione di guida. Essa è sempre stata parte integrante della ricetta delle nostre bici da corsa, su questo non scendiamo mai a compromessi. La vera sfida è stata l’ottimizzazione fra leggerezza e aerodinamica, che abbiamo raggiunto grazie a molte simulazioni. Quindi direi che Teammachine R si distingue davvero dalla massa ed è eccellente su ogni terreno». 

La presentazione si è svolta sul truck del Tudor Pro Cycling Team
La presentazione si è svolta sul truck del Tudor Pro Cycling Team

Il limite è nel peso

Cancellara racconta le sue sensazioni sui vari prototipi provati. Dice che non si stupirebbe se i suoi corridori un giorno dovessero chiedergliela e viene da immaginare che per un Alaphilippe o lo stesso Hirschi una bici del genere potrebbe essere lo zuccherino che stimola l’ambizione. La bici arriva facilmente a 6,8 chili e lo svizzero sottolinea che i limiti di peso e la bontà delle bici già in loro possesso fa sì che i corridori debbano solo preoccuparsi di andare forte. L’incontro volge al termine, quella bici è bellissima e ci resta addosso solo la voglia di provarla. E’ disponibile presso i rivenditori proprio da settembre e il prezzo del kit telaio è di 8.999 euro. Fuori continua a piovere. La gara degli juniores nel frattempo è entrata nel vivo.

Il mondiale di Silo: orgoglio, forza e tanto carattere

26.09.2024
5 min
Salva

ZURIGO (Svizzera) – La gara di Giada Silo termina dopo il traguardo, nonostante i crampi che le hanno bloccato entrambe le gambe a 100 metri dalla linea d’arrivo e l’hanno fatta cadere rovinosamente. E’ testarda la ragazzina della Breganze Millenium, al primo anno nella categoria juniores e protagonista di una corsa da prima della classe. Dopo qualche minuto si rialza, parla con lo staff a bordo strada e lentamente riparte. Alla fine l’ordine di arrivo recita un 58° posto a 7 minuti e 25 secondi dalla vincitrice Cat Ferguson. Ma la prestazione di Giada Silo non si racchiude nei numeri, bensì nella forza e nella volontà di dare quel qualcosa in più.

Il podio di Zurigo: oro per Cat Ferguson, argento e bronzo a Paula Ostiz e Viktória Chladonová
Il podio di Zurigo: oro per Cat Ferguson, argento e bronzo a Paula Ostiz e Viktória Chladonová

Il dispiacere del cittì

Il podio iridato si delinea a una ventina di chilometri dal traguardo, a pochi metri dallo scollinamento della salita di Witikon, sul circuito finale. Giada Silo era in coda a Cat Ferguson, Paula Ostiz e Viktória Chladonová. Uno sforzo enorme, iniziato quando la corsa era ancora lontana dal prendere una forma. Le inglesi hanno iniziato a modellare il gruppo a loro piacimento, con attacchi e contrattacchi. L’azzurra ha seguito, sempre, in ogni istante. Paolo Sangalli ne aveva parlato proprio con Giada al bus durante il riscaldamento. 

«Le ragazze – racconta dopo l’arrivo – hanno fatto quello che ci eravamo detti prima di partire, la gara è uscita esattamente come avevamo programmato. Noi c’eravamo, Giada Silo è primo anno, ha fatto una gara eccezionale, le sono mancati quei 30 secondi sulla salita. Però ci sta per una ragazza alle prime esperienze, quindi sono davvero contento. Quello che più mi spiace è il mancato piazzamento, avrebbe fatto come minimo sesta. Era lì e si stava giocando tutto il volata, lo avrebbe meritato. Ma la cosa importante è che non si sia fatta male».

Un soffio

Racchiudere questa corsa nei numeri sarebbe un peccato e una mancanza di rispetto per la fatica e l’impegno messo dalle ragazze di Sangalli. Tutte hanno fatto la loro parte, si sono prese carico dell’andamento della gara facendosi trovare nel posto giusto al momento giusto. 

«Non solo Silo meritava il piazzamento – continua – ma tutta la squadra. Hanno corso davvero bene, sono state dei colossi. La Ferguson la conosciamo, ha già vinto con le elite, sono state brave a non aver timore. Dico che se lo sarebbero meritate tutte perché l’impegno è stato impareggiabile, ma le corse sono così. E’ successa una cosa che a memoria non ricordo, quindi prendiamo davvero il positivo perché hanno fatto una gran gara, muovendosi da squadra. L’obiettivo è quello di correre come le grandi, come le nostre elite e loro l’hanno fatto. Queste ragazze sono qua chiaramente per cercare il risultato massimo, ma anche per crescere. Il ciclismo non finisce nella categoria juniores ma inizia. E’ un’esperienza che servirà quando passeranno prima under e poi elite».

L’orgoglio della Silo

Giada Silo scende dal pullman azzurro ancora con le lacrime che le rigano il viso e le riempiono gli occhi. Non è facile digerire una delusione del genere, ma appena si siede per parlare con noi ritrova il respiro e la forza di raccontare quanto fatto. I complimenti si sprecano, d’altronde la prestazione ha davvero lasciato un piacevole ricordo. 

«Partiamo dal bello – ci dice – per me è stata una bellissima esperienza. Non pensavo di prendere le ruote di una ragazza più forte (il riferimento è a Cat Ferguson, ndr) e sono abbastanza sorpresa su me stessa. Però purtroppo è successo quello che è successo ed è andata così. Negli ultimi due chilometri c’eravamo io e la francese Gery che continuavamo a controllarci per la quinta posizione. Appena è partita mi sono alzata sui pedali, ma in quel momento mi sono venuti dei crampi a tutte le gambe che si sono bloccate. E’ per quello che sono caduta».

La delusione e le lacrime continuano anche al bus
La delusione e le lacrime continuano anche al bus

La conferma

Quello che esce poi è l’orgoglio e la consapevolezza di avere le qualità giuste per indirizzare la crescita verso grandi obiettivi. Oggi si è persa una corsa, per quanto dolorosa, ma come detto dal cittì Sangalli il cammino inizia ora. Quei trenta secondi mancanti sono il punto da cui partire.

«La gara era sulla Ferguson – conclude Silo – all’inizio sono riuscita a starle dietro. Verso l’ultima salita, quella più lunga, ho cominciato ad accusare dei crampi e non sono riuscita a tenere il suo ritmo fino in cima. In quei pochi metri ho capito che la Ferguson comunque non è un passo oltre, ma tre in più di me. Devo farne strada per arrivare ai suoi livelli, però sono soddisfatta, ho capito che il mio nome c’è e posso fare bene».

Giada Silo sale sul van della nazionale, direzione casa. In valigia metterà la delusione e il rammarico, ma sappiamo che li lascerà in fondo, sopra c’è spazio per l’orgoglio e la voglia di rifarsi.

Wilier Supersonica SLR, entriamo nel cuore del progetto

26.09.2024
5 min
Salva

MISANO – La collaborazione con i tecnici FDJ-Groupama ha portato Wilier ad un piano superiore in termini di sviluppo e di applicazione dell’aerodinamica. La Supersonica SLR è il risultato. Stefan Kung l’ha usata per vincere la crono finale della Vuelta, poi per centrare il secondo posto ai campionati europei (tra Affini e Cattaneo) e l’ottavo domenica scorsa nella crono di Zurigo.

Grazie al responsabile del progetto, Claudio Salomoni, entriamo nel dettaglio di questa bici che nasce per le prove contro il tempo. Non una bici ibrida tra crono e triathlon, uno strumento specifico per i cronoman.

Cosa differenzia una bici da crono da tutte le altre?

La Supersonica SLR nasce per corridori come Kung, solo per fare un esempio, atleti che sono cronoman prima di tutto e hanno bisogno di uno strumento specifico. Il reggisella integrato, non estraibile può essere un dettaglio, una sorta di spartiacque tra le bici da crono vere e proprie e quelle nate anche per il triathlon. Zero compromessi.

Prestazione su tutto?

Sì. Siamo andati alla ricerca di una resa tecnica in senso assoluto e avevamo necessità di migliorare i prodotti esistenti. La collaborazione con il team francese ci ha spinto ad un livello superiore di ricerca e non mi riferisco solo alla galleria del vento.

Qui all’ultima rassegna europea di Hasselt, chiusa con la medaglia d’argento dietro Affini
Qui all’ultima rassegna europea di Hasselt, chiusa con la medaglia d’argento dietro Affini
Come siete partiti con il progetto Wilier Supersonica?

Siamo partiti dalla taglia large, quella di Kung. L’atleta svizzero doveva essere il primo. Forte cronoman, molto tecnico per i feedback e svizzero. I mondiali si sono corsi in Svizzera, non è un dettaglio. Ovviamente la bici è stata usata anche alle Olimpiadi.

Però, tempi stretti per mettere insieme i vari tasselli!

Strettissimi. Per un prodotto del genere ci vogliono circa 12/15 mesi, a volte 18: noi l’abbiamo fatto in 5. Una corsa estenuante contro il tempo. Non ricordo quante volte siamo stati in galleria del vento, anche durante le ferie. Però, che grande soddisfazione e che stimoli…

Cosa è cambiato rispetto al passato?

Tutto. A partire dai modelli di analisi usati, fino ad arrivare alla bici così come la vediamo. Ogni tubo ha uno specifico sviluppo Naca, ogni curvatura e ogni sezione. Questa Wilier non è frutto di un disegno fatto a matita, ma è il risultato di un’insieme di algoritmi combinati tra loro, poi tradotti in una bicicletta.

Le nuove regole UCI hanno influito sul progetto?

Chiaramente sì. Ne sono un esempio la forcella molto larga e fine, il manubrio e anche la borraccia integrata, che è asimmetrica, disegnata sulla bici. Tutto ha contribuito a miglioramenti rispetto alla Wilier Turbine.

I profili alari del posteriore
I profili alari del posteriore
Colpisce anche la dimensione della scatola centrale. A cosa è dovuta?

Deve contrastare le torsioni e buona parte di esse convergono in quel punto. Se poi consideriamo quanti watt sviluppano oggi atleti come Kung… Abbiamo una sezione centrale rigidissima, che anche in fatto di impatto visivo è quasi mezza bici.

Avete usato le stampe 3D?

Sì. La prima Supersonica è stata di fatto un pezzo di plastica, mi piace definirla come tale, ma questo pezzo di plastica ci ha permesso di approcciare la galleria del vento, di presentare ufficialmente il progetto a FDJ-Groupama, ottenendo fin da subito dei risultati eccellenti. Anche i francesi sono rimasti a bocca aperta.

Borraccia asimmetrica e specifica per la Supersonica SLR
Borraccia asimmetrica e specifica per la Supersonica SLR
C’è stato un punto critico che ti lasciava qualche perplessità?

I primi prototipi in resina vibravano leggermente in fase di angolazione laterale accentuata. Ormai la galleria del vento prevede test completi considerando tutte le direzioni, non solo le prove frontali. In realtà queste vibrazioni erano riferite alla sola resina. Una volta posizionata la bici definitiva in carbonio, tutto più che perfetto, abbiamo avuto ragione.

Avete usato il binomio bici/corridore?

A partire dal secondo step in galleria del vento. I tecnici francesi hanno stampato in 3D due manichini con le caratteristiche fisiche di Kung, che ovviamente era impegnato nelle gare e negli allenamenti. Un manichino statico e uno con le gambe mobili. Siamo oltre la F1.

In caso di monocorona sono garantiti i 70 denti (anche oltre)
In caso di monocorona sono garantiti i 70 denti (anche oltre)
Supersonica è un monoblocco?

Il telaio è un monoblocco, ma devi considerare i tre pezzi principali. Telaio, forcella e manubrio. E’ tutto carbonio al quale si aggiungono alcune parti stampate in 3D, come ad esempio borraccia e portaborraccia fatti in collaborazione con Elite. C’è anche lo zampino di Miche per le ruote, nuove anche queste, dove abbiamo approfondito degli studi sui tubeless.

Con o senza deragliatore?

La gabbietta del deragliatore, disponibile in due versioni, si può rimuovere. In caso di una monocorona si può montare anche un piatto da 70 denti, ma anche oltre.

Viste in azienda da Wilier, le protesi personalizzate di Kung
Viste in azienda da Wilier, le protesi personalizzate di Kung
E’ possibile quantificare il costo di una bici del genere?

In termini industriali una bici del genere non dovrebbe neppure esistere, non solo per Wilier, per chiunque affronta questa categoria di prodotti. Anche se per regolamento deve essere inserita nel catalogo e prodotta. E’ un’immagine per chi la produce, è tecnologia, è know-how e dà un bagaglio di conoscenze che vengono riportate a cascata su tutte le altre categorie di bici. Una bici come Wilier Supersonica SLR non è una bici creata con l’intento di vendere migliaia di pezzi.

Una bici che Wilier è in grado di fare!

Esattamente, è come un biglietto da visita. Oggi la Supersonica è la bici più veloce.

L’anno di Del Toro: dall’Australia a Zurigo nel segno di Pogacar

26.09.2024
5 min
Salva

ZURIGO (Svizzera) – Quando dalla televisione della sala stampa abbiamo visto Isaac Del Toro spingere sui pedali della sua bici da cronometro ci siamo incuriositi. L’azione del messicano sembrava estremamente efficace, ma era solamente un’illusione data dai continui movimenti imposti al telaio. Anche al netto della pioggia che potrebbe averlo rallentato, lo sforzo di Del Toro ha partorito un dodicesimo posto nella prova contro il tempo dedicata agli under 23. Non si è espresso al meglio, ma una volta arrivato nella zona mista sorrideva sornione. Gli occhi per la prova su strada di categoria sono puntati su di lui: il giovane del UAE Team Emirates in grado di vincere alla sua prima corsa nel WorldTour

«Devo dire – spiega – che alla fine è stata una buona prova. Con la pioggia non si poteva fare molto di più. In discesa ho provato un po’ a spingere, ma non ho dato il massimo, così come in salita. Ho potuto spingere a fondo solamente in pianura e sono felice di come hanno risposto le mie gambe. In particolare nel finale. Credo che sia stato uno sforzo buono in vista della gara in linea».

Durante la cronometro Del Toro ha avuto buona sensazioni nei momenti in cui ha spinto
Durante la cronometro Del Toro ha avuto buona sensazioni nei momenti in cui ha spinto

Sfida in casa

A 21 anni ancora da compiere, il messicano ha già messo in fila una vittoria ai massimi livelli, la classifica generale della Vuelta Asturias e la prima grande corsa a tappe: La Vuelta. Del Toro, ogni volta che sale in bici, morde l’asfalto e non si guarda tanto intorno. Alla corsa iridata di domani sarà il favorito, anche se dalla squadra emiratina escono altri nomi interessanti, come quello di Antonio Morgado e Jan Christen

«Non ho avuto un avvicinamento particolare per questo mondiale – continua – ho riposato dopo la Vuelta. Tre settimane come quelle mi hanno dato tanto a livello di condizione, quindi sono pronto. Quel che sento un po’ di più è la responsabilità di correre con la maglia della nazionale, è un onore ma sono tranquillo. Sono convinto di poter far bene nella prova in linea, devo solo riposare e dormire al meglio in questi giorni».

«Ci sono tanti ragazzi – riprende Del Toro – che possono puntare al risultato massimo. Sarà importante essere sempre presenti e nel vivo della gara. Alla fine vincerà chi rimarrà più attento. Sia Jan, Christen, che Morgado sono andati molto forte oggi. Essere vicino a loro mi rasserena. Tutti vogliono vincere, anche io. Qualche volta si riesce e altre no, vedremo».

Dopo la Vuelta le gambe del messicano rispondono bene agli stimoli
Dopo la Vuelta le gambe del messicano rispondono bene agli stimoli
Com’è andato questo primo anno nel WorldTour?

Bene, ho cominciato in maniera positiva e anche nel finale di stagione sono andato forte. Alla fine il risultato nel ciclismo non sempre può essere la vittoria. Sono contento però, sto migliorando tanto e qualche volta si vede che sto davvero bene. Questo mi mette una grande tranquillità. 

Hai già vinto però, è un bel segnale. 

Le prime vittorie sono sempre un buon segnale (dice con un sorriso, ma senza sbottonarsi, ndr).

Morgado nella giornata di ieri ha provato il percorso ad alti ritmi
Morgado nella giornata di ieri ha provato il percorso ad alti ritmi
Dove pensi di poter migliorare ancora?

Direi che posso migliorare un po’ in tutto, sono un atleta che ha molto da sviluppare e tanto ancora da fare. Posso dirmi contento della mia crescita, penso continuerà in questa direzione. L’anno prossimo sarà quello chiave per me. Voglio prenderlo con calma e farlo nel miglior modo possibile. Ho la fortuna di imparare da grandi persone e atleti di alto livello.

In comparazione all’anno scorso ti senti un altro corridore?

No. Sono lo stesso, ma a un livello superiore. Durante il 2024 credo di essere migliorato tanto, forse non si è visto perché sono partito subito bene. Ma per me, per lo staff e per la performance, sono abbastanza tranquillo perché sto crescendo e apprendendo. 

Anche i nostri azzurri hanno pedalato sul tracciato di Zurigo, la caccia all’iride è aperta
Anche i nostri azzurri hanno pedalato sul tracciato di Zurigo, la caccia all’iride è aperta
Come va con la squadra?

Mi hanno sempre lasciato tanta libertà di provare, ovviamente non è sempre il giorno migliore, però sono sereno. Non mi sento sotto pressione, mi diverto e faccio le cose quando mi sento di farle

Per il tipo di corridore che sei stare accanto a Pogacar cosa vuol dire?

E’ stato uno dei migliori corridori della stagione, se non il migliore, e una grande persona. Ho imparato tanto da lui, mi ha spiegato molte cose. Io semplicemente voglio essere lì, giocare un po’, divertirmi e scherzare insieme. Poi se posso lo affianco in salita e sono contento. Pogacar e io siamo amici, con l’obiettivo, quando siamo in bici, di rendere la gara più difficile possibile

Del Toro ha detto di aver imparato tanto da Pogacar, ma i suoi consigli sono segreti
Del Toro ha detto di aver imparato tanto da Pogacar, ma i suoi consigli sono segreti
Qual è una cosa che ti viene in mente che hai imparato da lui?

Top secret.

Per vincere?

Sì. 

Ridendo se ne va, chissà se il fenomeno sloveno gli ha spiegato come provare a vincere un mondiale. Così da avere due campioni del mondo in squadra nel 2025: uno per categoria.

La prima della Paternoster con lo spirito guerriero

26.09.2024
5 min
Salva

Neanche il tempo di scendere dall’aereo dopo svariate ore di volo dal Canada, che Letizia Paternoster è già disponibile per raccontare la sua vittoria al Tour de Gatineau di domenica. Si capisce anche da questo, oltre che dalla sua voce squillante a dispetto del viaggio e del jet lag, quanto questo successo rappresenti per lei. Una vittoria attesa da 5 anni, dalla conquista del titolo europeo U23 nel 2019, una vittoria che ha davvero il sapore di qualcosa che chiude una parentesi difficile, segnata da tanti brutti momenti ma anche da quella resilienza che è diventata ormai un suo marchio di fabbrica.

Il podio della corsa canadese con la Paternoster fra la cubana Meijas e la canadese Van Dam
Il podio della corsa canadese con la Paternoster fra la cubana Meijas e la canadese Van Dam

«Io ero sicura che prima o poi il successo sarebbe arrivato – esordisce la trentina di Cles – ma questa vittoria mi ha dato un forte senso di liberazione, soprattutto perché tante volte in questa stagione ci ero andata vicinissima. Ad esempio nella prima tappa del Tour of Britain pensavo proprio di avercela fatta. Prima di partire per il Canada sentivo che la condizione era quella giusta, ero conscia di essermi allenata bene».

Com’è stato il dopo Parigi?

Non è stato facile soprattutto mentalmente, riuscire a ricaricarmi dopo un’Olimpiade non andata come speravo. Devo dire grazie al team, che non mi ha forzato la mano per tornare in forma. Questo mi ha aiutato nella crescita, notavo in allenamento che toccavo valori mai raggiunti in stagione.

Il fotofinish della prima tappa al Tour of Britain che ha premiato l’iridata Kopecky per millimetri
Il fotofinish della prima tappa al Tour of Britain che ha premiato l’iridata Kopecky per millimetri
Già prima di Parigi, relativamente alla stagione su strada, ti eri detta molto soddisfatta, un giudizio rinfrancato dopo la vittoria d’oltreAtlantico?

Sicuramente, perché è stata sempre in crescendo, fino a raggiungere vette che non avevo mai toccato ma con la consapevolezza che c’è ancora spazio per migliorare. Ora con la forza che mi ha dato il successo canadese, voglio proseguire su questa scia al Simac Tour in Olanda e fare bene nel confronto con le migliori. Poi in base anche alle disposizioni di Villa penserò ai mondiali su pista, ma mi ci concentrerò dopo l’Olanda.

In primavera Pinotti che coadiuva la tua preparazione aveva sottolineato la necessità di lavorare molto di più rispetto a prima. E’ questa la chiave del tuo cambiamento?

Io devo dire grazie un po’ a tutti i preparatori che mi seguono, quelli del team, perché curano ogni minimo aspetto dell’allenamento. Quando entrai nella Liv Jayco AlUla due anni fa partivo praticamente da zero, avevo perso completamente tre anni di carriera per i vari problemi fisici. Serviva davvero tanta fiducia per credere in me. Nel 2023 sono stata costante, ma allora già entrare in una top 10 voleva dire tanto. Avevo fatto parte del percorso. Venendo al discorso specifico, il mio lavoro è cambiato, è aumentato ma quel che conta è che il mio corpo si è abituato e si abitua a carichi di lavoro sempre maggiori, recepisce e restituisce. Recupero meglio e con frequenze più alte e so che posso fare ancora molto di più, in allenamento e conseguentemente anche in gara.

Il lavoro della Liv Jayco AlUla è stato fondamentale per controllare la corsa
Il lavoro della Liv Jayco AlUla è stato fondamentale per controllare la corsa
Com’era la corsa canadese?

Molto nervosa, a me ha ricordato un po’ il circuito del Liberazione romano. Le compagne sono state bravissime a tenere la corsa chiusa per arrivare alla volata e hanno costruito un treno fantastico per pilotarmi. L’orgoglio di alzare le braccia al cielo, di mostrare questa maglia che tanto mi ha dato ma che non avevo ancora potuto ripagare con una vittoria è stato un momento che non dimenticherò.

Torniamo un po’ indietro nel tempo, anche sull’onda di questo spirito positivo e parliamo di Parigi…

Ho imparato, con tutto quello che mi è successo, che da qualsiasi esperienza bisogna trarre gli aspetti positivi e lasciar andare il resto. Non è stata un’Olimpiade felice, ma ragionandoci sopra ho capito i miei errori e le mie mancanze per diventare più forte di prima. Anch’io faccio fatica a capire che cosa non ha funzionato, sicuramente il Covid contratto durante il periodo in altura non ha aiutato, ma ci ho messo del mio gestendo male alcune cose. Non ho affrontato Parigi con la mente lucida e serena, per questo dico che la mente fa tanto nel nostro mestiere.

Tutta la delusione sul volto della trentina dopo l’omnium olimpico, chiuso al 13° posto
Tutta la delusione sul volto della trentina dopo l’omnium olimpico, chiuso al 13° posto
Ti riferisci solo all’andamento dell’omnium dell’ultimo giorno o a tutta la spedizione?

E’ un discorso generale, che riguarda tutta la mia Olimpiade. Io volevo ben altro e sapevo che avevo tutte le possibilità di conquistarlo.

La pista continuerà a par parte del tuo percorso?

Certamente, ci mancherebbe… Io non mollo, anche in questa stagione si è visto che sono al livello delle migliori, ad esempio alla Nations Cup in Canada mi ha battuto solo la Valente che poi è andata a prendersi l’oro olimpico dominando la gara. Io so il valore che ho e lo sa anche Villa. Ho tanti obiettivi da cogliere nei prossimi anni e voglio raggiungerli con lo spirito guerriero che sta emergendo sempre di più in me. Il risultato di Parigi è che ora ho ancora più fame di successi…

Voci e umori azzurri dopo il bronzo nella crono dell’Australia

25.09.2024
8 min
Salva

ZURIGO (Svizzera) – La grandezza della prova degli azzurri nella crono a squadre e nello specifico di Gaia Realini sta nei sette secondi di ritardo con cui Affini, Cattaneo e Ganna chiudono la loro frazione. Avevamo sperato che i ragazzi avrebbero lasciato un bel gruzzolo da gestire alle ragazze, senza considerare che il percorso del team relay era tutto fuorché il tracciato per una cronometro a squadre.

Pensavamo che si potesse vincere, ma il bronzo è un bellissimo traguardo che si somma agli ottimi risultati degli europei e a quelli di questo avvio di mondiale. L’Italia sa andare forte contro il tempo e prende medaglie anche quando la selezione da parte di Velo avviene in un campo di candidati limitato per indisponibilità o problemi di salute.

Alla fine per gli azzurri arriva un ottimo terzo posto a 8″ dall’Australia e a 7″ dall’argento
Alla fine per gli azzurri arriva un ottimo terzo posto a 8″ dall’Australia e a 7″ dall’argento

Troppe defezioni

Gli australiani hanno chiuso la prima parte con un piccolo margine, mentre le loro ragazze hanno mantenuto il margine fra sé e gli altri. Saremmo stati secondi alle loro spalle, se le ragazze della Germania non avessero tirato fuori la prova della vita chiudendo con 85 centesimi di ritardo dalle australiane. Il podio è tutto qui: Australia, Germania e Italia. Arriva così l’ennesima vittoria per Grace Brown che doppia l’oro della cronometro individuale ed è ad una sola gara dal ritiro.

In questo mondiale così costoso, al fronte di una sala stampa vuota di giornalisti (che verosimilmente arriveranno nel weekend per le gare su strada), il Belgio, la Gran Bretagna, il Portogallo e l’Olanda hanno deciso di non partecipare alla sfida per squadre. E così alla fine, vuoto per vuoto, la conferenza stampa dei team del podio salta perché non ci sarebbero abbastanza giornalisti per fare domande. Così, riservandoci di raccontare semmai in un altro momento le parole degli australiani, aspettiamo gli azzurri nella mixed zone. Prima che anche loro riprendano la via del pullman e dell’hotel.

L’ironia di Cattaneo

Cattaneo racconta dei ruoli e dell’impegno. «Non auguro una crono come questa neanche a Lello Ferrara – dice Cattaneo sorridendo all’indirizzo dell’ex corridore al nostro fianco – perché era una crono impegnativa anche se fosse stata individuale. Penso che sia stata una delle più difficili che io abbia mai fatto. Bisognava spingere tanto in salita, ma poi non potevi provare a tirare un po’ il fiato in pianura. Tutto il giorno a tutta quindi, senza mai mezzo momento di recupero. Ma soprattutto in salita dovevi andare sempre un pochettino di più di quello che era il tuo limite e questo ha reso la crono molto molto impegnativa.

«Abbiamo cercato di sfruttare il più possibile le caratteristiche di ognuno. Io ho tirato il più a lungo possibile in salita, Pippo ed Edo hanno macinato metri in pianura e nei pezzi in cui la strada tirava in giù, mantenendo la velocità più alta possibile. Per cui ognuno era al limite nella parte che meno gli si addiceva, è stato molto duro…».

Cattaneo è forse l’azzurro più adatto al percorso di Zurigo, estremamente duro
Cattaneo è forse l’azzurro più adatto al percorso di Zurigo, estremamente duro

Un percorso sbagliato?

Affini ha il solito pragmatismo mantovano, cui si è aggiunto il rigore olandese. E questa crono proprio non gli è andata giù. «Cattaneo tirava in salita – dice – e c’è stato un momento che veramente volevo dirgli di calare, perché mi stava mettendo non al gancio, di più… Ho tenuto e siamo riusciti a scollinare. Pippo faceva proprio delle tirate da bestia. Poi quando all’ultimo chilometro Cattaneo ha dato l’ultimo cambio, ho chiuso gli occhi e mi immaginavo di essere già all’arrivo, invece mancavano ancora mille metri. Ho cercato di dare tutto, penso che abbiamo fatto tutti e tre una bella crono.

«Non credo fosse un percorso da crono – aggiunge – infatti è il percorso della gara su strada ed è duro: un motivo ci sarà. Per me è abbastanza semplice: se fai un percorso così, che a farci nove giri domenica verrà una gara tostissima, non ha senso farlo in tre con la bici da crono. A parte la durezza in sé, c’erano tantissime curve che non davano il ritmo della cronosquadre, come invece è stata quella degli europei. Lì potevano mettere anche qualche salita in più, però mantenendo la linearità. E’ come se per organizzare un mondiale per scalatori, non avessero messo le salite…».

Affini ha cambiato rapporti. Dal 68 degli europei, ha fatto la crono di domenica con il 60, oggi ha il 58
Affini ha cambiato rapporti. Dal 68 degli europei, ha fatto la crono di domenica con il 60, oggi ha il 58

Le tirate di Ganna

Colpito e affondato! Giusto in tempo per l’arrivo di Ganna, colui che a detta di Affini faceva delle tirate da bestia. Pippo stamattina ha chiesto di smontare la borraccia: un atteggiamento cattivo, segno che sarebbe partito con idee bellicose. Ora ha girato un po’ le gambe sui rulli e ha riordinato le idee. «Alla fine – sorride – ho provato a uscire dalla sua ruota, ma mi sono detto: “Ma chi me lo fa fare?! Resto dietro che sto bene”. In due momenti ho guardato il misuratore di potenza: non lo avessi mai fatto, aveva ragione Amadio. Ci ha detto che oggi avremmo fatto meglio a non guardarlo, infatti così abbiamo fatto. Cattaneo ci ha portato al limite senza però farci andare oltre, non ci ha mai messo in difficoltà al punto di farci scoppiare. Ci ha lasciato girare sul fuoco, come l’asado, ci ha cucinato alla brace, a fuoco lento. E’ stato bravo.

«Le mie sensazioni? A fine stagione credo che le sensazioni cambino ogni giorno, non credo che fare un confronto con domenica sia possibile. E’ un anno che siamo in bicicletta a far fatica, sempre al limite. Prima con Edoardo scherzando ci siamo detti che il ciclismo agonistico di sicuro non aiuta la salute. E’ bello uscire, farsi una passeggiata, fare anche il percorso di oggi in amicizia. Ma al livello in cui lo facciamo noi, è meno bello…».

Ultima crono di stagione per Ganna, che arriva al team relay dopo l’argento della individuale
Ultima crono di stagione per Ganna, che arriva al team relay dopo l’argento della individuale

Longo di buon umore

Le ragazze arrivano insieme: Longo Borghini, Realini e Paladin. Sono passate davanti a Ettore Giovannelli e i microfoni RAI, che le ha aspettate con il collegamento in chiusura. Poi sono venute a parlare italiano. «E’ andata bene – dice Longo Borghini – sono contenta di me stessa, ma soprattutto sono contenta della nazionale. Alla fine ce la siamo giocata fino in fondo e più di così non potevamo fare.

«Come ho appena detto alla RAI – ridono entrambe – ho scoperto che stare a ruota di Gaia non è un grande risparmio, perché comunque ho sempre la testa un po’ scoperta. Infatti, quando lei passava davanti in salita, pensavo: “Ok, dai, adesso mi riposo un attimo e poi almeno tiro forte in pianura”. E poi invece avevo sempre un po’ d’aria che mi arrivava».

Longo Borghini e Realini rimangono sole presto e chiudono con un tempo notevole
Longo Borghini e Realini rimangono sole presto e chiudono con un tempo notevole

Realini e la crono

Realini sta al gioco, le battute sul suo essere minuta la accompagnano da sempre, ma ha imparato a rispondere mettendole tutte in fila sulle salite. «Non sono un’ottima compagna di crono – ammette – però ho cercato di dare il massimo nei punti a me più favorevoli, cioè le salite. E poi si è dato tutto anche dove bisognava spingere. Anche Soraya nella prima parte, nonostante abbia avuto una giornata no, ci ha dato una grande mano. Quindi come nazionale possiamo essere fieri di questo risultato e ce lo godiamo fino in fondo.

«Sinceramente – sorride – ho saputo che sarei venuta qui una settimana prima della gara. Pensavo fosse tutto uno scherzo, perché chiamare me per una crono… Ho chiesto a Velo se avesse sbagliato numero però mi ha detto di no, che le ragazze erano contente che io facessi parte del team. Allora ho detto: “Ok, proviamo questa nuova esperienza”. E ho dato il massimo, diciamo che un terzo posto al mondiale cronosquadre non è da buttare».

Soraya Paladin correrà anche su strada. Il suo contributo nel team relay ha risentito di una giornata storta
Soraya Paladin correrà anche su strada. Il suo contributo nel team relay ha risentito di una giornata storta

Grinta Paladin

Soraya Paladin ha lo sguardo basso, lo aveva così anche sul podio. La giornata non è stata delle migliori, ma conoscendola siamo certi che si rifarà sabato su strada. «Per me – ammette – ci sono emozioni contrastanti. Ovvio, è una medaglia, quindi fa sempre piacere salire sul podio, soprattutto perché è la prima volta che salgo su un podio mondiale. Però personalmente sono un po’ dispiaciuta per come è andata. Non posso farci niente. Loro andavano fortissimo in salita, sapevo che era un po’ la mia parte debole e così è stato.

«Ma sabato sarà completamente diverso – ruggisce – ovviamente dà morale vedere che l’Italia è salita sul podio. Elisa e Gaia hanno fatto una grande performance, quindi andiamo lì ancora più cattive e pronte a salire magari più in alto. Ve lo dico io: Elisa ha la gamba!».

Con il podio del team relay si chiudono le prove a cronometro: da domani si corre su strada. Iniziano gli juniores
Con il podio del team relay si chiudono le prove a cronometro: da domani si corre su strada. Iniziano gli juniores

Sabato si combatte

Chiudiamo con le due compagne di Lidl-Trek che a fine stagione separeranno le loro strade e diventeranno avversarie. «Personalmente mi sono sentita bene – dice Longo Borghini – ho visto Gaia molto bene e onestamente una giornata no per Soraya ci può stare, ma credo che sabato sarà per noi una pedina molto importante».

«Secondo me oggi – fa eco Realini – abbiamo fatto un bel test su questo circuito. Verrà una gara molto dura perché non ci sarà un attimo di respiro. Non ci sono salite lunghissime, ma si potrà fare la differenza. E noi come nazionale siamo molto forti e giocheremo unite e ci giocheremo al meglio le nostre carte senza pressione. Questa volta insomma, quando Sangalli mi ha chiamato, non ho pensato che avesse sbagliato numero. Sabato si combatte!».

A tu per tu con Guarnieri e la sua nuova vita da ex pro’

25.09.2024
9 min
Salva

CASTELL’ARQUATO – «Ah, da quando Guarnieri non corre più…». E’ la simpatica dedica social fatta a Jacopo Guarnieri sul suo addio agonistico da Francesco, uno dei suoi cari amici, parafrasando il celebre ritornello di Marmellata #25 di Cesare Cremonini quando parla di Senna e Baggio…

Per il 37enne piacentino d’adozione e per i suoi tifosi adesso “non è più domenica”. Ufficialmente il suo ritiro verrà registrato a fine dicembre, ma Guarnieri è da venti giorni nel pieno della fase ex pro’, anche se era iniziata – col senno di poi – quasi un mese prima. In pratica la sua sedicesima stagione è terminata il 7 agosto con l’ultima tappa della Arctic Race of Norway, che è coincisa anche con la millesima gara (precisa!) della sua carriera nella massima categoria.

Un traguardo all’orizzonte di cui avevamo già parlato con lui, benché ancora un paio di anni fa ci avesse confidato l’intenzione di chiudere a fine 2025, dopo aver contribuito a riportare la sua Lotto-Dstny nel WorldTour. Così siamo andati a suonare al campanello di casa sua, per capire cosa ci sia stato dietro la sua decisione e certi di non trovarlo più fuori in allenamento. E’ stata una lunga chiacchierata, ma Guarnieri ha sempre tanto da raccontare.

La quarta tappa dell’Arctic Race in Norvegia è stata l’ultima gara e la numero 1.000 della sua carriera. Il modo perfetto per dire addio
La quarta tappa dell’Arctic Race in Norvegia è stata l’ultima gara e la numero 1.000 della sua carriera. Il modo perfetto per dire addio
Jacopo come hai vissuto i giorni dal tuo addio ad oggi?

Direi molto bene. Ho chiuso la carriera all’Arctic Race in un Paese come la Norvegia che ha il sole a mezzanotte e che mi piace tantissimo. Sono sempre stato una persona molto decisa una volta intrapresa una strada, anche se la decisione di smettere risale ad inizio luglio. Quando l’ho resa pubblica è stato come liberarmi di un peso, perché sembra assurdo, ma se non lo dici sui social non è vero (sorride, ndr). Mi ha aiutato ad andare oltre. Adesso sono già pronto a partire con nuove cose.

A proposito di social, sui tuoi profili hai ricevuto tanti messaggi da parte di molta gente. Ce n’è stato qualcuno che ti ha sorpreso o ti ha fatto più piacere di altri?

Sicuramente quelli dei miei colleghi sono stati molto belli. Alcuni avevano un tono scherzoso. Se però devo essere un po’ romantico dico quello della Groupama-Fdj. Mi hanno lasciato un messaggio su twitter (l’attuale X, ndr) con un collage di foto ringraziandomi. Lì è dove ho lasciato il mio cuore perché quello che ho vissuto nei sei anni con loro è inarrivabile.

Guarnieri è cresciuto nel CC Cremonese 1891 fino agli allievi. Qui un ricordo dell’album tenuto da una sua zia
Guarnieri è cresciuto nel CC Cremonese 1891 fino agli allievi. Qui un ricordo dell’album tenuto da una sua zia
Invece tra i messaggi privati, qualcuno ti ha detto qualcosa di particolare?

Le prime persone a sapere della mia decisione sono stati i compagni di squadra con cui ero alla Arctic Race e a cui l’ho detto a voce. Dopo una decina di giorni ho mandato un messaggio nella chat di noi corridori della Lotto-Dstny. Al di fuori dell’ambiente di squadra, la prima persona nell’ambito ciclistico a cui l’ho detto è stato Daniel Oss. Era da un po’ di tempo che mi scriveva chiedendomi cosa avrei fatto. L’ho dovuto chiamare perché non potevo scriverglielo e basta. Abbiamo riso assieme, perché lui sta ancora facendo fatiche terribili e un po’ mi invidia.

Hai avuto il tempo di metabolizzare, ma quando e perché hai preso questa decisione a luglio?

In realtà me ne sono fatto una ragione nell’arco di ventiquattro ore. Questa scelta arriva da molto lontano. Quando avevo firmato per la Lotto-Dstny nella mia testa sarebbe stato l’ultimo contratto. In realtà sia in questa stagione che nella scorsa, pur sentendomi molto bene fisicamente, mi sono sentito poco valorizzato. Volevo continuare solo per fare vedere alla squadra che ero ancora “bravo” e che avevo ancora le mie capacità. Così avevo preso contatto con un’altra formazione tra inverno e primavera in cui ero interessato ad andare.

Ciao a tutti. Guarnieri ha annunciato il ritiro ad inizio settembre. Liquigas, Astana, Katusha, Groupama-Fdj e Lotto-Dstny i suoi team
Ciao a tutti. Guarnieri ha annunciato il ritiro ad inizio settembre. Liquigas, Astana, Katusha, Groupama-Fdj e Lotto-Dstny i suoi team
E com’è andata a finire?

Non si è materializzato nulla e già a giugno avevo capito. Era una questione di età, non di valori, visto che l’anno prossimo ne faccio 38. Difficile trovare una nuova squadra che voglia investire su un corridore della mia età per una stagione o due. Ed anch’io ero pienamente d’accordo con questo ragionamento. Nel frattempo era subentrata una seconda squadra, ma anche con loro non si è concretizzato nulla. Mi sono ricordato il mio pensiero di due anni fa. Avrei dovuto fare ancora questa vita ed ora è molto più impegnativa. Anche in quel caso mi sono sentito sollevato.

Quanto ti è costato non fare il Tour de France, considerando la partenza dall’Italia e nello specifico anche da Piacenza?

Ecco, quello mi ha fatto tanto male, più di ricevere un “no” per l’anno prossimo o di decidere di smettere. Questa era veramente un’occasione unica. Per me sarebbe stata veramente la ciliegina sulla torta. Peccato perché stavo bene e andavo forte. C’erano tutte le premesse perché i miei capitani mi volessero al via, però i tecnici non hanno voluto cambiare idea ed andata così. Soprattutto per i modi con cui l’hanno comunicato.

La mancata convocazione al Tour è stato un duro colpo, ma Guarnieri ha fatto le prime tappe come commentatore della rete britannica ITV
La mancata convocazione al Tour è stato un duro colpo, ma Guarnieri ha fatto le prime tappe come commentatore della rete britannica ITV
Ovvero?

A dire il vero non è stata comunicata. Ho scoperto che non sarei andato consultando il nostro sito in cui vediamo la logistica di ognuno di noi ed il relativo programma gare. L’ho trovato un colpo un po’ basso, mi aspettavo più professionalità. Visto che in un team come Lotto-Dstny che cerca tanti punti e occasioni per fare belle corse, penso che potevano dirmelo portando attenzione e motivazione su altre gare. Questo è un errore che non è stato fatto solo con me, ma so che è una situazione che non capita raramente, anche in squadre più blasonate.

Cosa ti hanno detto i compagni quando avevi scritto nella chat?

Nonostante siano stati due anni nei quali non mi sia sentito veramente espresso, i compagni, soprattutto quelli con cui ho corso di più, mi hanno conosciuto e mi hanno apprezzato per quello che so fare, non solo sulla bici. Anche perché non è una banalità, ma talvolta vivi proprio assieme ai compagni per tantissimo tempo. E questo mi ha fatto molto piacere.

Il primo cartellino di Guarnieri. Da giovanissimo a professionista, una vita in bici lunga 31 anni e piena di soddisfazioni
Il primo cartellino di Guarnieri. Da giovanissimo a professionista, una vita in bici lunga 31 anni e piena di soddisfazioni
E i tuoi diesse?

Qualche giorno prima avevo comunicato la mia decisione al management e malgrado ci fossero stati degli attriti, ho trovato la correttezza che è mancata in altri momenti. Alla fine, posso dire che forse non si sono comportati nella maniera migliore, ma non ci siamo tirati i piatti in testa. Visto che voglio restare nell’ambiente ciclistico, non avrò problemi a fare delle puntate nei ritiri della Lotto-Dstny. Per me non è stata una bella esperienza, ma credo che possa succedere in tanti anni di carriera, così come è successo anche in passato.

Sei stato riconosciuto da tutti come il maestro del lead out. Pensi che questo ruolo improvvisamente sia diventato vecchio? Oppure ti saresti sentito vecchio tu se avessi continuato?

Non lo so onestamente. Le gare sono cambiate tanto, stesso discorso per gli approcci. Si sono ridotte molto le occasioni per le volate. Nei Grandi Giri dove sono rimaste comunque tante tappe per velocisti, specie al Tour, adesso è molto difficile arrivare in fondo se non si è degli ottimi scalatori. Di conseguenza vedo tanto caos. Non c’è un vero treno anche nella squadra più attrezzata e spesso è formato da chi non lo fa durante l’anno. Quindi la figura del “pesce pilota” si vedrà sempre meno, anche se vedo in Simone Consonni un mio erede. La coppia che sta formando con Milan è una bella realtà, anche perché per essere un buon ultimo uomo devi avere un grande finalizzatore.

Guarnieri (qui con Demare) resterà nell’ambiente ciclistico come manager di corridori. Seguirà principalmente juniores e U23
Guarnieri (qui con Demare) resterà nell’ambiente ciclistico come manager di corridori. Seguirà principalmente juniores e U23
Farai il manager di corridori. Che caratteristica deve avere un tuo potenziale assistito?

Inizierò a lavorare con i giovani, sposterò quindi l’attenzione alle gare di U23 e juniores. L’aspetto principale, soprattutto se è in procinto di passare pro’, credo che sarà il talento fisico. Tuttavia una cosa che cercherò molto, e che ho sempre cercato nei rapporti attorno a me quando correvo, è quello di trovare persone intelligenti, ancor prima che corridori. Ad esempio mi piacciono quei ragazzi che mi hanno già detto che continueranno a studiare per avere un’alternativa pronta qualora in bici non dovesse andare bene o come vogliono loro. Chi si immagina un fallimento in bici, è anche pronto a sostenerlo e quindi rialzarsi. Quelli che invece puntano tutto sul ciclismo, a mo’ di “o la va o la spacca”, sono i più fragili.

E quale caratteristica vorresti avere tu come procuratore?

Spero di essere quello che è stato per me Manuel Quinziato, il mio manager negli ultimi anni. Lui è stato come lo scoglio o un’isola di salvezza nel mare aperto. Ho sempre pensato che il manager non è soltanto colui che ti trova il contratto. Alla fine il corridore è da solo e ci sono tanti momenti che possono essere negativi. Sapere di avere un punto fermo che è solo tuo, è molto importante e ti dà molta tranquillità. Vorrei avere un gruppo contenuto di corridori per poterli seguire o aiutare al meglio.

Guarnieri è stato un maestro del lead out, ma i veri treni non esistono più ed il suo ruolo nel ciclismo moderno sta cambiando
Guarnieri è stato un maestro del lead out, ma i veri treni non esistono più ed il suo ruolo nel ciclismo moderno sta cambiando
Nel tuo addio social, hai scritto che vorresti fare anche il commentatore tecnico televisivo, che hai già fatto in occasione del Tour de France. In questo caso che stile vorresti avere?

Faccio subito una premessa. Non c’è nulla di definito perché non è una cosa che dipende da me, ma ho avuto contatti per questo ruolo. Tuttavia, compatibilmente agli altri impegni, avendo smesso da poco mi piacerebbe portare questa esperienza e magari rinfrescare un po’ il linguaggio tecnico. Ho seguito il Tour per ITV (una rete televisiva pubblica britannica, ndr) ed è stato molto stimolante perché era in una lingua diversa dalla mia e mi piaciuto molto farlo, perché vivi la corsa.

Chi è stato Jacopo Guarnieri in tutti questi anni?

Non lo so, ma penso di essere stata una persona professionale. Sono sempre stato fedele a quello in cui credevo. Fedele ai lavori da fare in bici, uscendo con un meteo infame, ma anche fedele a non andare ai ritiri quando so che sono controproducenti. Ovviamente nei primi anni di carriera non ero così solido. Però questo aspetto mi ha formato per diventare quello che ero, a costo di essere difficile da modellare. Sono contento di questo, anche se non sono stato solo quello.

Guarnieri da G1 con la maglia di campione provinciale di Cremona. «Il mio unico titolo conquistato su strada nella mia carriera»
Guarnieri da G1 con la maglia di campione provinciale di Cremona. «Il mio unico titolo conquistato su strada nella mia carriera»

E prima di lasciare casa sua, sfogliamo l’album dei ricordi con i ritagli di giornali tenuti da una zia su quel promettente bimbo della C.C. Cremonese 1891. Ecco che arriva in piena zona Cesarini l’ultimo scoop della vita ciclistica di Guarnieri: «Ho corso in bici per 31 anni. Mi è capitato di andare in nazionale, vincere italiani in pista, ma l’unico titolo su strada l’ho vinto da G1 nel 1994. Campione provinciale di Cremona. L’unica maglia di campione che sono riuscito a conquistare». E mentre richiudiamo il libro ridendo, salutiamo e ringraziamo il ragazzone di Castell’Arquato. Lo ritroveremo in giro con altre vesti.