Longo Borghini, un altro bronzo. Nessun rimpianto e tanto cuore

28.09.2024
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ZURIGO (Svizzera) – Cominciamo dalla fine e dalle lacrime ricacciate giù a fatica, quando Elisa Longo Borghini viene invitata a parlare di Muriel Furrer, scomparsa giusto ieri mentre era in pieno svolgimento la gara degli under 23. Finora si è parlato di questo bronzo mondiale, del modo in cui è venuto, della vittoria di Lotte Kopecky e del correre incomprensibile dell’Olanda. Ma a volte è giusto anche fermarsi, alzare la testa dal manubrio e guardarsi intorno. La serata di colpo si tinge di un’umanità che finora pochi avevano mostrato e forse la grandezza della campionessa piemontese sta nella capacità di fermarsi e pensare.

«Credo che nessuno oggi al via – dice – abbia potuto fare a meno di pensare a lei. Il nostro lavoro è correre, siamo sempre molto concentrate sulla corsa e forse a volte questo non è molto corretto. Dovremmo pensare di più alla nostra salvaguardia. Stamattina, quando la corsa è partita, tutte abbiamo pensato a lei e poi però siamo tornate con gli occhi sulla strada. Correre per me oggi è stato il modo per celebrare la sua vita e quello che amava. Perché Muriel tristemente è morta facendo quello che amava. Alla fine aveva tre anni più di mia nipote e pensare che potrebbe essere toccato a lei mi ha toccata particolarmente. Ho pensato tanto a mia cognata e a mio fratello e a tutta la mia famiglia. Muriel era una ragazza che avrebbe corso con me, era una parte del gruppo».

Ha corso per sbancare Zurigo e Dio solo sa se non ce l’ha messa tutta. In corsa è stata la più forte. Nessun attacco in salita l’ha sorpresa. E alla fine, nonostante il suo attacco a fondo sull’ultimo strappo, ha avuto le gambe per fare una volata per lei magistrale. In certi sprint, Lotte Kopecky non la batti e per ottenere il bronzo Elisa ha dovuto stringere davvero i denti. Ora è stretta nella sua giacca azzurra, con le guance che iniziano a riprendere colore. La giornata è stata davvero dura, fredda e fradicia. Per arrivare in fondo è servito davvero tirare fuori ogni grammo di carattere rimasto.

Cosa hai pensato al momento di attaccare?

A due chilometri dall’arrivo mi sono detta: «Non fa niente se non vado sul podio. Sono venuta per vincere e ho fatto tutto quello che potevo». Ero orgogliosa di quello che avevo fatto fino a quel punto.

Pensavi che Vollering riuscisse a seguirti in quel tuo scatto?

Lo speravo. Il guaio è che Demi era disperata per vincere questa corsa ed è normale che quando un corridore vuole davvero troppo una corsa, alla fine non ci riesca. Non è andata perché le altre hanno avuto qualcosa di più, ma sono molto felice di questo bronzo.

Per Sangalli e Longo Borghini il mondiale è stato la rivincita dopo Parigi
Per Sangalli e Longo Borghini il mondiale è stato la rivincita dopo Parigi
Ti sei ritrovata da sola in mezzo a due belghe e quattro olandesi, eppure alla fine sul podio ci sei andata…

Ho sempre rispetto per i miei avversari. Ma faccio sempre la mia corsa. Se pensi troppo agli altri, finisce che sbagli anche tu. Per cui controllo quello che posso e per il resto mi concentro sul mio risultato.

La sensazione è che ti sia divertita, possibile?

Tantissimo! Sono contenta di come è andata la corsa, sinceramente. Ci eravamo proposti di arrivare qui con la nazionale per vincere la gara. Le ragazze sono venute per aiutare me e oggi lo hanno fatto veramente. Ci hanno provato, per cui un ringraziamento speciale va a loro. Se ci penso, in maniera particolare a Elisa Balsamo che si sposerà il primo di ottobre e oggi era qui a tirare per me. E poi vorrei spendere una parola di ringraziamento per Soraya Paladin. Sicuramente la prova di mercoledì nel Team Relay non l’ha lasciata soddisfatta ed ero sicura che quello non fosse il suo vero valore. Oggi invece ha dimostrato di essere veramente forte e ai miei occhi ha fatto una gara splendida.

In conferenza stampa qualcuno sosteneva che il bronzo possa essere una delusione, invece?

Invece no. Ci abbiamo provato, abbiamo provato in tutti i modi a vincere la corsa ed è arrivato un bronzo che mi soddisfa. Sono riuscita a dare il mio 100 per cento e anche in volata non era scontato arrivare sul podio. Invece ci sono riuscita e sono orgogliosa di me stessa.

Sei partita lunghissima, scelta ragionata?

Ho visto gambe stanche e soprattutto ho visto Vollering davvero in crisi per questa voglia di vincere. Sapevo che avrebbe tirato e così ho provato a lanciarla lunga, proprio perché so di essere un’atleta di endurance e in una gara così le volate non sono scontate. Qualche anno fa probabilmente non sarei riuscita a salire su questo podio e probabilmente questo è sintomo di una crescita sia fisica e mentale, dettata da molti fattori.

Elisa Balsamo ha accettato la convocazione e ha tirato per la Longo, con il matrimonio in programma per il primo ottobre
Elisa Balsamo ha accettato la convocazione e ha tirato per la Longo, con il matrimonio in programma per il primo ottobre
Ti sei sentita la più forte in corsa? Prima della volata, la sensazione da fuori è stata questa…

Sì, mi sono sentita la più forte. Anche Demi Vollering era forte, ma secondo me non ha avuto il giusto equilibrio. Con questo non voglio mettere in croce la povera Demi, perché alla fine anche lei avrà provato a fare il meglio, ma le cose vanno così. E quindi chapeau anche a lei che ci ha provato al cento per cento. Se penso a me, potrei aver avuto la stessa ossessione a Parigi, però a me lì sono proprio mancate le gambe.

Con Slongo si parlava di quanto sia stata positiva questa tua stagione, che ad ora forse è la migliore della tua carriera…

Sì, effettivamente ci ho pensato brevemente sul podio. Non ero molto sicura di me stessa questa estate, soprattutto quando sono caduta e sono rimasta fuori dal Tour. Mi sono sentita sciocca a cadere in allenamento e auto eliminarmi, però ancora una volta devo ringraziare tantissimo proprio Slongo. Mi ha sostenuto e mi ha detto che saremmo arrivati al mondiale in ottima condizione. Anche prima del Romandia sono stata male una notte e non sono riuscita a parteciparci, ma Paolo non ha mai perso le speranze. Per fortuna, direi, perché io invece ero un pochino indecisa.

Le ultime parole in sala stampa, prima della meritata doccia e di un bel brindisi
Le ultime parole in sala stampa, prima della meritata doccia e di un bel brindisi
Riguardo a cosa?

Nell’ultima settimana, prima di arrivare qui, gli ho disobbedito tantissimo. Sono uscita a cercare delle risposte sulle salite, a fare i miei best sui 10 minuti, a cercare di fare i tempi. Paolo continuava a dirmi che dovevo stare tranquilla perché ero in forma, mentre io cercavo risposte a destra e a sinistra. Poi alla fine mi ha ripresa e a quel punto gli ho detto: «Ok, va bene, forse hai ragione tu». Ed era vero. Anche questa volta ha avuto ragione lui.

Tiberi sta bene: «Un mondiale da rischiare il tutto per tutto»

28.09.2024
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OPFIKON (Svizzera) – Sabato mattina. Le donne stanno uscendo per andare alla partenza, i professionisti hanno un rendez vous con i giornalisti presenti e poi dovranno decidere se uscire in bici o far girare le gambe sui rulli. Fuori ci sono 15 gradi e piove forte, non l’ideale per una sgambata. Tiberi ha il solito ritmo da battito calmo, che in tanti colpi d’occhio ricorda i passi lenti di Nibali. Sorride e si vede che sul suo cielo brilli adesso una buona stella. La vittoria al Giro del Lussemburgo gli ha permesso di salire un altro scalino, in una stagione che lo ha visto crescere nelle sicurezze e nella considerazione generale. Difficile capire se ci sia stato un solo motivo a far scattare la scintilla, la sensazione è quella di una crescita coerente globale.

«Per me è stato tutto un seguirsi di cose – spiega – a partire dalla brutta vicenda che mi ha portato a cambiare squadra. Quell’esperienza mi ha fatto crescere e dato tanti insegnamenti. Alla Bahrain Victorious sin da subito hanno puntato tanto su di me, con l’idea di farmi crescere come corridore da corse a tappe. Ho incontrato Michele Bartoli, con cui mi sono trovato veramente subito tanto bene e si è visto subito che ho avuto un bel miglioramento. E poi da cosa nasce cosa. I risultati portano fiducia in se stessi e più consapevolezza dei propri mezzi. E alla fine sono arrivato qui».

Prova percorso, lo spirito è giusto. Ulissi accelera, Tiberi risponde
Prova percorso, lo spirito è giusto. Ulissi accelera, Tiberi risponde
Hai visto il percorso, che impressione ti sei fatto?

E’ tanto tanto impegnativo, più che altro per la lunghezza e la quantità di giri che affronteremo sul circuito finale. Secondo me verrà fuori una gara tanto impegnativa. L’unico aspetto positivo è che non dovrebbe piovere. Per il resto, il percorso mi ha ricordato molto le strade che abbiamo affrontato in Lussemburgo. Salite non troppo lunghe, ma comunque abbastanza ripide. Un percorso che richiede tanta potenza e anche abilità di guida, perché è abbastanza tecnico. A parte gli ultimi due chilometri, non c’è un metro di pianura. Sempre sali, scendi, destra, sinistra… E’ veramente un percorso nervoso, dove sarà fondamentale la posizione.

Hai detto in una precedente intervista su bici.PRO di aver vinto il Lussemburgo con un attacco rischiatutto: o la va o la spacca. Questo è un percorso in cui rischiare allo stesso modo?

Questo è esattamente uno di quei percorsi da “adesso o mai più”: ancora più che in Lussemburgo. In primis perché siamo in un mondiale, poi per il livello che c’è. Sicuramente è un circuito dove bisogna essere sempre con il coltello fra i denti e sempre pronti. Bisogna saper leggere la gara e cogliere il momento giusto.

Tiberi ha vinto il Lussemburgo con un attacco improvviso nell’ultima tappa.
Tiberi ha vinto il Lussemburgo con un attacco improvviso nell’ultima tappa.
In Lussemburgo c’era Van der Poel ed è finito dietro. Che effetto fa ritrovarsi al mondiale in messo a certi nomi e provare a giocarsela?

Sicuramente un bel effetto, anche se ancora non mi sento al loro livello. Però al Lussemburgo ho capito che, senza aver paura o il timore di provare a fare qualcosa, ho le possibilità e le forze per sorprendere appunto corridori di quel calibro. Questo mi dà tanto morale e tanta fiducia. So che se si presenterà l’occasione e la gamba sarà buona, non avrò paura. Proverò qualche buona azione o qualcosa che comunque sorprenda i diretti avversari.

Qualche scelta tecnica particolare su questo percorso?

Più o meno sempre la stessa configurazione, cercando di replicare le scelte già fatte in Lussemburgo. Magari con qualche dettaglio simile a quelli che usiamo nelle gare a tappe sui percorsi di salita. Quindi la bici più leggera con ruote da 45. Un profilo né troppo alto né troppo basso, perché comunque è un percorso duro, ma anche tanto veloce. E poi i soliti rapporti, 54-40 davanti e 11-33 o 34 dietro.

Un debuttante (Zambanini) e un veterano della gestione Bennati (Rota), riferimento del cittì
Un debuttante (Zambanini) e un veterano della gestione Bennati (Rota), riferimento del cittì
Con tante curve, salite e discese, ci sarà abbastanza tempo per mangiare?

Anche quello sarà un aspetto da non sottovalutare e che bisognerà sempre tenere a mente. Su un percorso così lungo e con una temperatura che sicuramente non sarà troppo alta, l’alimentazione sarà fondamentale se non cruciale per arrivare nelle battute finali con energia sufficiente. Non sarà facile alimentarsi su questo percorso perché è tanto tecnico, veloce e duro. Quindi anche questo potrebbe essere un aspetto che darà vantaggio nel finale a chi riuscirà a curarlo meglio.

Invece quello strappo ripido del circuito l’hai provato?

E’ duro, ma sembra duro o durissimo in base alle gambe che uno ha. Lo abbiamo provato in allenamento, va su al 15-17 per cento. Forse per le mie caratteristiche sarà meglio farlo in agilità, viste anche le tante volte che lo faremo. Agili le prime volte e poi con più in potenza nelle fasi finali.

Vigilia del mondiale, il cittì Bennati risponde alle domande di Ettore Giovannelli
Vigilia del mondiale, il cittì Bennati risponde alle domande di Ettore Giovannelli
Ricordi quando a novembre scorso venimmo a casa tua per fare il test della tua Merida?

Sì, certo.

Se ti avessimo detto allora che saresti stato il miglior giovane del Giro, che avresti vinto il Lussemburgo e saresti stato una delle punte per i mondiali, che cosa avresti pensato?

Avrei pensato a un bell’augurio, però forse non l’avrei presa troppo sul serio. Sarebbe stata una cosa in cui sperare. Invece essere qui come uno dei leader azzurri al primo mondiale da professionista, dopo aver vinto in Lussemburgo davanti a nomi come Van Der Poel, sicuramente mi dà tanta felicità e consapevolezza dei miei mezzi.

Fuori ancora piove, lasciamo l’hotel in direzione di Uster per la partenza delle donne elite. Le ragazze di Sangalli hanno ottime carte da giocare, per seguire gli azzurri di Bennati dovremo aspettare ancora un giorno.

Mavic Cosmic S, meno di 1.000 euro per super ruote in carbonio

28.09.2024
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MISANO ADRIATICO – Mavic resta uno dei marchi mitici del ciclismo, una di quelle aziende che hanno fatto la storia, soprattutto nell’ambito delle ruote, del tubeless e del carbonio.

Cosmic S 42 Disc è l’ultimo prodotto in senso temporale. Un pacchetto ruote che ha l’obiettivo di far entrare nel segmento ruote in carbonio ad alte prestazioni un’ampia schiera di utenti. Vediamole nel dettaglio.

Nascono per la categoria disco
Nascono per la categoria disco

Profilo da 42 millimetri

Il cerchio è completamente in fibra di carbonio, ha un’altezza di 42 millimetri ed un canale interno da 21. Risponde al 100% allo standard ETRTO 622×21 TC e adotta la tecnologia UST tubeless (adotta il tape tubeless ed è compatibile anche con il copertoncino/camera d’aria). Ha l’ingaggio tubeless e non è hookless.

Il valore alla bilancia (dichiarato) complessivo è di 1.655 grammi (745 per l’anteriore e 850 posteriore). Rimanendo sempre nell’ambito dei numeri, il prezzo di listino è 999 euro. Le ruote sono coperte da una garanzia standard di 2 anni, estesa a 3 previa registrazione ufficiale del prodotto sul sito Mavic.

Raggi e mozzi, acciaio e alluminio

I raggi sono in acciaio con uno spessore costante di 2 millimetri. Sono piatti aerodinamici e hanno la testa superiore (quella che si innesta nelle asole dei mozzi) con disegno J-Bent. I raggi in acciaio facilitano la manutenzione e l’eventuale sostituzione in caso di necessità. Sono 24 per la ruota davanti e 24 per quella dietro, tutti con incrocio in seconda. La sede per i dischi del freno è Center-Lock.

I mozzi sono in alluminio e con il disegno classico Mavic delle ultime generazioni. Il fusto ha una sezione costante, mentre le flange sono leggermente rialzate. I cuscinetti in acciaio hanno un pre-carico di fabbrica e sono auto-regolanti. La ruota libera interna è del tipo Instant Drive 360, con ingaggio molto rapido e semplice da gestire in fatto di pulizia e manutenzione. Di fatto il corpetto della ruota libera non prevede bulloni/dadi di blocco. Basta un semplice gesto per estrarre il corpetto. C’è piena compatibilità con Shimano, Sram XDR e Campagnolo.

Made in Europe

Le ruote Mavic sono costruite ed assemblate in Europa. Le nuove Cosmic S 42 si focalizzano sull’ottimale rapporto tra la qualità, il prezzo e le prestazioni, richiamando in modo deciso il DNA Mavic. Concettualmente fanno parte della categoria ASTM 2, significa un prodotto stradale che per tecnica può accontentare anche l’impiego in situazioni di off-road leggero. La conferma arriva da una compatibilità verso pneumatici che arrivano fino a 32 millimetri di sezione.

Mavic

Van der Poel si nasconde. Poche gambe o pretattica?

28.09.2024
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WETZIKON (Svizzera) – All’appello mancava il campione del mondo. Invocato, indicato, suggerito da alcuni come possibile favorito, mentre altri lo danno per spacciato su un percorso per lui troppo severo. Scherzando, ieri Evenepoel ha rammentato di un allenamento insieme a Van der Poel sulle strade spagnole, in cui avrebbe tirato il collo al rivale/amico olandese. La salita, un certo tipo di salita non gli è amica. Mathieu lo sa, i rivali lo sanno. E forti di questa consapevolezza tutti si affacciano sulla vigilia della sfida.

«Intanto io un mondiale l’ho vinto – ha detto ieri sera – e penso sia stato un privilegio. Questo era in ogni caso un obiettivo che volevo raggiungere nella mia carriera e che sicuramente dà tranquillità. Quanto a domenica, siamo sempre in attesa di capire se avrò la super giornata».

In casa Olanda c’è chi scalpita anche fra le donne: Demi Vollering è impaziente
In casa Olanda c’è chi scalpita anche fra le donne: Demi Vollering è impaziente
Definisci la super giornata: a Glasgow ne hai avuta una?

Non so se la mia forma sia paragonabile a quella dello scorso anno. E’ difficile da dire. In quel momento stavo uscendo dal Tour de France e non vedevo davvero l’ora che arrivasse quel grande giorno. Ora ho un atteggiamento leggermente diverso, lo stesso cui sono più abituato quando si tratta delle classiche. So che sto andando bene, ma resta da vedere se avrò davvero una bella giornata.

Credi che Evenepoel e Pogacar ti permetteranno di entrare facilmente in corsa?

Non credo che si guarderanno troppo, ma di certo faranno corsa parallela. Molte nazionali cercheranno di anticipare e proveranno a isolare sia Evenepoel che Pogacar. Se lo farò anche io? Dipende dalle gambe, dall’andamento della gara e da quanto sono forti i team che cercheranno di controllare. Anticipare deve avere senso, non serve a niente correre con trenta secondi di vantaggio sul gruppo. Alcune gare in questi giorni, anche gli under 23 hanno dimostrato che è un modo di correre che ti svuota e ti punisce.

Dopo le Olimpiadi, Van der Poel è tornato ad allenarsi in Spagna, preparando il rientro al Renewi Tour
Dopo le Olimpiadi, Van der Poel è tornato ad allenarsi in Spagna, preparando il rientro al Renewi Tour (foto Instagram)
Due giorni fa Pogacar ha fatto un riferimento al tuo peso, dicendo che avresti perso un chilo e mezzo per andare forte qui…

Quanto sono più leggero? Non lo so esattamente. Dalle Olimpiadi ho iniziato a mangiare un po’ meno. In primavera non guardo quasi nulla, ovviamente mangio sano, ma presto meno attenzione alle porzioni. Ora ci sono stato più attento.

Hai detto che aver vinto il mondiale è stato un privilegio: credi che tutti possano meritarlo?

Con la maglia iridata mi sono divertito. Il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix sono ricordi sicuramente speciali. Chi vorrei che vincesse domenica? Remco e Tadej sarebbero dei bellissimi campioni del mondo. Se guardi la loro stagione, se lo meriterebbero davvero. Ma diventare campione del mondo non è facile. E i giri che abbiamo fatto sul percorso hanno confermato che sarà molto dura.

Hai cambiato idea dopo aver visto il percorso?

Forse in parte sì. Sarà molto dura, lo ripeto e lo sapevo già prima della ricognizione. Ora però ne ho avuto la conferma. E’ possibile vincere contro uno come Pogacar? Sì, è sempre possibile. Magari non per me, ma per altri ragazzi. Se tutti dovessero andare in partenza con l’idea che Tadej ha vinto comunque, tanto varrebbe regalargli subito la maglia iridata.

Di più non dice. La sensazione è che in cuor suo avrebbe voglia di fargliela vedere, ma sappia anche di non avere la condizione dei momenti migliori. L’estate non è stata la sua stagione migliore. Chiuse le classiche con il Fiandre e la Roubaix, dal Tour in avanti non c’è stato un solo giorno in cui Mathieu sia sembrato Van der Poel. La vittoria nella prima tappa del Lussemburgo potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola o il segnale dell’atteso risveglio. Il percorso di Zurigo non farà certo sconti.

Under 23: una corsa tra pioggia e dolore, l’Italia ci prova

27.09.2024
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ZURIGO (Svizzera) – Il mondiale dell’Italia under 23 si spegne insieme alle ultime energie che Giulio Pellizzari ha in corpo. Sullo strappo iniziale del circuito di Zurigo l’azzurro non tiene il ritmo dei migliori, più freschi e riposati. Il corridore della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè ha speso troppe energie nella rincorsa a Jan Christen. Per troppi chilometri si è trovato nel mezzo tra lui e il gruppetto dietro, guidato dal Belgio. 15 secondi, tanti ne sono mancati per scrivere una pagina diversa di questo campionato del mondo under 23. Ma le corse sono così, si vince e si perde per pochi metri, a volte anche meno.

«Che vogliamo dire – attacca subito Pellizzari mentre rimugina seduto sulle scalette del bus – è stato duro, anzi durissimo. Anche il tempo non è stato dei migliori, era previsto più sole ma succede. Fa parte del nostro sport». 

Tattica rispettata

Una gara con tanti protagonisti possibili, ma un unico vincitore. Dalla mischia e dalla selezione è uscito il nome del tedesco Niklas Behrens. Un omone di 195 centimetri forte e con due spalle larghe ben più del manubrio che ha battuto Martin Svrcek e Alec Segaert

«Sapevamo che i big si sarebbero mossi da lontano – continua Pellizzari – quindi noi abbiamo cercato di seguirli. Siamo stati bravi in pianura, abbiamo preso i rischi e abbiamo corso sempre davanti. Una volta entrati nel circuito finale dovevamo seguire i migliori, ci siamo messi di impegno ed è andata così. Non c’erano nomi da seguire, tanti erano i ragazzi forti in gara. Quando è partito Christen al penultimo passaggio ho provato a chiudere. Sulle pendenze di Bergstrasse ho faticato tanto, non era uno sforzo adatto alle mie caratteristiche. Serviva un corridore con un picco di potenza maggiore, ma poi sulla salita successiva mi sono avvicinato. Christen in discesa ha allungato e in pianura non riuscivo ad avvicinarmi. D’altronde ha fatto terzo al mondiale a cronometro. Non lo scopriamo oggi che in pianura ha un passo incredibile».

«Non pensavo – spiega infine Pellizzari – che dietro ci fossero così tanti belgi dietro a tirare. Nelle corse under è difficile trovare una squadra che tira quando sono solamente venti corridori. Speravo in un po’ di controllo e di prendere lo strappo davanti, poi magari mi avrebbero preso comunque ma più vicini all’arrivo».

De Pretto e Busatto sono stati spenti dal freddo e dalla pioggia, ma hanno dato comunque il loro apporto
De Pretto e Busatto sono stati spenti dal freddo e dalla pioggia, ma hanno dato comunque il loro apporto

Freddo pungente

Davide De Pretto e Francesco Busatto arrivano nello spiazzo del bus che ancora tremano dal freddo. Il primo in pantaloncini corti si ripara dietro qualche macchina e parla. 

«Si sapeva sarebbe stata una gara difficile da controllare – dice – abbiamo anche corso bene, rimanendo sempre davanti. Poi siamo entrati nel circuito e sapevamo che si sarebbe fatta la differenza fin da subito. In tanti hanno provato ad alzare il ritmo fin dal primo passaggio. Stavo anche bene, ho seguito Morgado in un allungo, poi in discesa ho preso freddo e mi si sono congelato. Se guardiamo comunque i primi sono tutti ragazzi pesanti, magari hanno sofferto meno il freddo rispetto a molti altri».

Busatto ha ancora il volto scavato dai chili persi in estate, in inverno dovrà recuperarli
Busatto ha ancora il volto scavato dai chili persi in estate, in inverno dovrà recuperarli

Ruoli giusti

Busatto arriva direttamente dalla corsa, appoggia la bici e sale a cambiarsi. La sensazione è che oltre al freddo gli sia rimasta indigesta la giornata “no” in un appuntamento così importante. Un malanno in estate gli ha fatto perdere tre chilogrammi, che non ha ancora ripreso. A guardarlo si vede che è molto magro, un fattore che oggi ha influenzato la sua prestazione. 

«Non ho potuto farci tanto – spiega – non ci aspettavamo un clima così freddo. I corridori come me, più leggeri, hanno patito. A due giri dalla fine, quando prima ero sempre lì pronto e attivo, mi sono trovato in coda senza gambe. Il piano alla partenza era di essere presenti nei tentativi di creare situazioni buone per la squadra. Dove ho visto opportunità mi sono buttato, alla fine il mondiale è imprevedibile. 

«Ci siamo supportati bene a vicenda. De Pretto e io siamo stati presenti sullo strappo più duro, mentre Pellizzari andava a chiudere sulla salita. Mattio, invece, ha fatto un grande lavoro nella parte iniziale, in pianura. Comunque c’eravamo sempre, fino al punto in cui siamo stati messi fuori gioco dal freddo. Credo che indubbiamente siamo stati una delle squadre più forti. Peccato, se fossimo riusciti ad arrivare in due o tre nel finale avremmo potuto giocarci le nostre chance. In questi casi vanno fatti i complimenti al vincitore e basta».

Amadori, qui a colloquio con Kajamini, si è detto rammaricato ma soddisfatto della prova dei suoi under
Amadori, qui a colloquio con Kajamini, si è detto rammaricato ma soddisfatto della prova dei suoi under

Il punto di Amadori 

Alla fine chi deve prendere in mano tutto, analizzare e parlarne poi con i ragazzi è il cittì Marino Amadori

«Come sempre – ammette – ho fatto la gara senza le radioline. E’ sempre il solito discorso, in certi frangenti servono ma non possiamo farci nulla. Il momento in cui mi sarebbe servita di più? Quando Pellizzari era a metà tra Christen e il gruppetto dietro. Gli avrei detto di rialzarsi e non spendere troppo. Abbiamo provato a forzare la giuria ma non ci ha fatto passare e purtroppo Pellizzari è rimasto nel mezzo. Si è praticamente finito lì, ci siamo giocati tutto. Mi dispiace perché andava forte, aveva una bella gamba.

Se avesse agganciato Christen avremmo visto un finale diverso, ma non si vive di ipotesi. Peccato per De Pretto e Busatto, con loro a pieno regime avremmo avuto delle alternative diverse per il finale, purtroppo non ce l’abbiamo fatta».

Durante le premiazioni il ricordo per la scomparsa della giovane svizzera Muriel Furrer
Durante le premiazioni il ricordo per la scomparsa della giovane svizzera Muriel Furrer

Tutto nel silenzio

Nel giorno della tragica morte di Muriel Furrer, la giovane junior svizzera venuta a mancare nel pomeriggio dopo la caduta nella prova femminile di ieri, il cielo non ha risparmiato acqua e freddo. L’UCI ha organizzato una conferenza stampa alle 17, in concomitanza con l’arrivo della prova under 23. Le gare devono andare avanti, ma la chiusura della mixed zone non ha permesso di raccontare la vittoria del tedesco. I ragazzi hanno corso senza sapere della notizia, il lutto della nazionale elvetica e della famiglia andava rispettato, vero, così come la fatica fatta dai ragazzi.

Muriel Furrer, la morte, il mistero, l’inchiesta, il silenzio…

27.09.2024
5 min
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ZURIGO (Svizzera) – Un minuto di silenzio, che probabilmente ha detto molto più di quello che è emerso dalla conferenza stampa indetta dall’UCI e dall’organizzazione del mondiale di Zurigo. Seduti al tavolo, Peter Van de Abeele e Oliver Senn, rispettivamente UCI Sports Director e General Manager dei mondiali, hanno invocato rispetto per la privacy della famiglia e poi si sono chiusi dietro il fatto che sulla morte di Muriel Furrer è stata aperta un’inchiesta. Di fronte a ciò, che è assolutamente fondato, forse l’idea stessa di una conferenza stampa poteva essere superata.

Muriel Furrer si era piazzata 44ª nella crono della scorsa settimana
Muriel Furrer si era piazzata 44ª nella crono della scorsa settimana

La dinamica da capire

Muriel era nata il primo luglio del 2006 ed è morta oggi nell’ospedale di Zurigo. Scorrere le foto del suo account Instagram è una disperazione per noi che non l’abbiamo mai conosciuta. Possiamo a stento immaginare quella della famiglia, avendo avuto comunque la sorte maledetta di piangere più di un amico corridore. Stamattina fra i pullman della gara under 23, chi era in corsa ieri con le donne junior faceva racconti i cui temi chiaramente saranno oggetto dell’inchiesta.

La versione che più d’uno ha confermato è che Muriel si trovasse da sola fra due gruppi e che nessuno l’abbia vista cadere. Deve essere finita fuori strada e non avendo la radio, qualora fosse stata ancora cosciente, non ha potuto avvisare i suoi tecnici. Pare che i soccorsi siano scattati in modo meno tempestivo del necessario perché solo con grande ritardo ci si è resi conto che la ragazza non fosse passata sul traguardo. A quel punto, il condizionale è d’obbligo, pare che la sua posizione sarebbe stata rintracciata grazie ai dati del GPS del suo ciclocomputer.

Van den Abeele, responsabile della parte sportiva dell’UCI, ha portato la posizione ufficiale
Van den Abeele, responsabile della parte sportiva dell’UCI, ha portato la posizione ufficiale

Inchiesta in corso

Quando Peter Van den Abeele prende la parola, è evidente che sia scosso e non abbia molto da dire. Legge il testo del comunicato inviato dall’UCI non appena la notizia è stata diffusa. Cambia qualche parola, ma il succo è lo stesso.

«C’è grande tristezza – dice – perché l’UCI e il comitato organizzatore del mondiale sono stati informati oggi della tragica morte della giovane Muriel Furrer. La ciclista diciottenne è caduta gravemente durante la gara su strada femminile di ieri. Ha subito un grave trauma cranico prima di essere portata all’Ospedale Universitario di Zurigo in elicottero in condizioni molto critiche. Purtroppo è morta il giorno successivo in ospedale. I miei pensieri, i nostri pensieri, i pensieri dell’intera famiglia ciclistica sono con la sua famiglia, i suoi cari, i suoi compagni di squadra e gli amici della Federazione Svizzera.

«Con la scomparsa di Muriel, la comunità ciclistica internazionale perde una ciclista con un futuro luminoso davanti a sé. Al momento, l’incidente è ancora sotto inchiesta da parte delle autorità competenti. L’UCI e il comitato organizzatore rispettano il desiderio della famiglia di continuare questi campionati mondiali».

Oliver Senn, general manager dei mondiali, ha spiegato di aver studiato il punto della caduta per metterlo in sicurezza
Oliver Senn, general manager dei mondiali, ha spiegato di aver studiato il punto della caduta per metterlo in sicurezza

Cancellato il Galà UCI

La parola è poi passata a Oliver Senn, che ha ricordato brevemente come l’accaduto gli ricordi quanto accadde lo scorso anno con Gino Mader.

«E’ ovviamente un giorno molto triste per tutti coloro che sono coinvolti in questi campionati mondiali – dice – ma non possiamo immaginare cosa provino la famiglia, gli amici e il pubblico, cui esprimiamo le nostre condoglianze. Abbiamo perso una giovane atleta promettente con una vita piena davanti a sé. Questo è molto difficile da accettare, ma dobbiamo farlo. Abbiamo modificato il programma. Isseremo le bandiere a mezz’asta per il resto dei campionati mondiali. Oggi abbiamo deciso di ridurre la cerimonia del podio.

«Abbiamo annullato tutte le attività serali per stasera e, in pieno accordo con l’UCI, abbiamo deciso di annullare il gala UCI, che avrebbe dovuto svolgersi domani sera. Potrebbero essere prese altre decisioni, ma per il momento, ci concentriamo su oggi e sugli eventi più importanti che si terranno domani e domenica. So che tutti vogliamo informazioni, ma lasciamo alla famiglia la privacy e lo spazio per affrontare questa cosa».

Ad Aprile, Muriel Furrer aveva partecipato alla Omloop Van Borsele in Belgio (foto Swiss Cycling)
Ad Aprile, Muriel Furrer aveva partecipato alla Omloop Van Borsele in Belgio (foto Swiss Cycling)

Percorso in sicurezza

Il resto è un mix fra il cercare di capire e la chiusura da parte dei due interlocutori. Nessun dettaglio in più sui tempi del soccorso. Nessun dettaglio sul punto esatto dell’incidente. Solo la conferma che i dati del GPS sulla bici di Muriel saranno utilizzati dagli inquirenti.

«Dato che le prossime gare si svolgeranno sullo stesso percorso – spiega Oliver Senn – abbiamo esaminato la situazione che si è verificata ieri. Abbiamo leggermente modificato la situazione in loco, soprattutto perché nel pomeriggio ha ricominciato a piovere e non sappiamo se ciò abbia avuto un impatto sull’incidente. Come sempre, crediamo di fare il massimo per la sicurezza e la protezione dei corridori».

Di chi è la colpa? Esiste davvero un colpevole? Si corre in bici e, sebbene sembri paradossale in questo ciclismo monitorato e ingabbiato, ci sono momenti in cui nessuno ti vede e nessuno ti sente. Negare le radio per non incidere sulla tattica significa privare gli atleti di un’estrema garanzia di sicurezza? Se Muriel avesse potuto chiamare sarebbe cambiato qualcosa?

L’inchiesta probabilmente andrà avanti cercando di capire come mai, se così davvero è andata, sia servita quasi un’ora prima che si facesse qualcosa. Ma intanto Muriel Furrer non c’è più ed è un dramma enorme, a prescindere che avesse o meno una carriera luminosa davanti a sé.

La risposta di Evenepoel a Tadej? Una ventata di ironia

27.09.2024
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WETZIKON (Svizzera) – Per capire quanto quei due non si amino o comunque abbiano fiutato sportivamente l’uno il sangue dell’altro, basta iniziare dalla risposta che Evenepoel ha dato alla battutina perfida con cui ieri sera Pogacar aveva chiuso la sua conferenza stampa. Richiesto sul rivale belga, lo sloveno ne aveva lodato le abilità e il sangue freddo nella crono. Ma poi, quasi a volerlo tenere distante, aveva detto che la gara su strada sarà un’altra cosa. Aveva parlato di «a different game».

A Remco l’hanno riferito senz’altro. E allo stesso modo in cui la risposta di Pogacar sembrava pensata per l’uso, anche il commento del belga è sottile. Ironico e apparentemente scanzonato: eppure conoscendolo, se l’è legata al dito. Ecco quello che ha detto stamattina il belga, che ha riunito i giornalisti nel suo hotel prima di uscire in allenamento.

«Sarà davvero un altro gioco – ha detto – con una bici diversa, quindi una gara diversa. Ci saranno anche più ciclisti. Non sei da solo, quindi è esattamente un gioco diverso. Voglio dire, sappiamo tutti cos’è una gara ciclistica, quindi non è una novità».

Poi si è voltato verso i compagni, con una risatina che ha fatto capire più di altre parole. Senza Van Aert, che pure gli avrebbe coperto le spalle, il Belgio sarà tutto votato alla sua causa. Per vincere un mondiale serve gente forte e determinata. Per vincerlo contro Pogacar va tutto elevato al quadrato.

Evenepoel è sembrato molto calmo e più aperto all’approfondimento di Pogacar
Evenepoel è sembrato molto calmo e più aperto all’approfondimento di Pogacar
Cosa hai imparato da ieri, guardando la gara degli juniores?

Niente. Abbiamo guardato la loro gara, ma penso che non si possa paragonare alla nostra. Il gruppo è esploso già prima della caduta locale e in più pioveva. Noi avremo condizioni asciutte, quindi non ci sono troppi punti in comune. Penso che sia più importante guardare la gara under 23 di oggi. In ogni caso non abbiamo ancora fatto la riunione tecnica, quindi non so come correremo.

Che tipo di corsa vorresti?

Se devo credere ai giornali, ci sono due grandi favoriti. Quindi penso che i loro team debbano cercare di prendere il controllo della gara. Ma dipende da come si svilupperà la gara una volta entrati nel circuito. E’ sempre speciale gareggiare al mondiale, quindi dovremo valutare giro dopo giro e assicurarci di essere in grado e aperti per fronteggiare situazioni di gare multiple.

La crono iridata ha seguito la crono e la strada delle Olimpiadi. Manca una vittoria per l’enplein
La crono iridata ha seguito la crono e la strada delle Olimpiadi. Manca una vittoria per l’enplein
Dopo la stagione trionfale che hai avuto arrivi qui più rilassato del solito?

Penso di essere sempre abbastanza rilassato, ma la mentalità rimane la stessa. Voglio puntare al massimo e do il 100% di me stesso, come faccio sempre. E se poi verrà una vittoria, allora sarà stato un giorno super buono. Altrimenti, se non succederà… così è la vita. Penso che si debba sempre cercare di motivarsi, non importa in quale situazione. Quindi è abbastanza chiaro che sono rilassato, ma ancora molto motivato per le ultime due, tre settimane della stagione. Qui avremo a che fare con un percorso duro, un sacco di cambi di ritmo e di salite, quindi sarà una gara lunga e dura. Ma forse un po’ meno del previsto, almeno pensavamo che il tratto in linea fosse più impegnativo…

Ti sei allenato in Spagna con Van der Poel, come valuteresti la sua condizione in salita, vedendo questo percorso?

L’ultimo allenamento che abbiamo fatto insieme, per lui non è stato molto buono (ride, ndr). Penso che sia migliorato al Giro del Lussemburgo. E’ un corridore che sa come entrare in forma al momento giusto. Alla fine saranno passate tre settimane tra quell’allenamento e la gara di domenica, quindi sono abbastanza convinto che sarà in buona forma. E’ anche chiaro che Mathieu è un po’ più pesante di me e Tadej, quindi dovrà sollevare quel peso a ogni singolo giro. Questo potrebbe forse costargli un po’ di energie nel finale. Però è un corridore di livello mondiale, quindi non puoi mai darlo per morto, finché non è finita davvero.

Evenepoel pensa che il percorso sia duro per Van der Poel: ma gli atleti di questa classe non vanno sottovalutati
Evenepoel pensa che il percorso sia duro per Van der Poel: ma gli atleti di questa classe non vanno sottovalutati
Pensi che dopo quell’allenamento con te in Spagna si sia demotivato?

No, è quasi impossibile. E’ sempre molto motivato e sa come ricaricare le batterie dopo un periodo difficile. Quindi penso che sarà pronto.

Si può pensare che in qualche modo sarete alleati per battere Pogacar, anche solo per il fatto che parlate olandese?

No, penso che sia abbastanza semplice da capire. Sono qui con la nazionale del Belgio, non con l’Olanda. Non sarò mai loro alleato. Abbiamo il nostro piano e dobbiamo cercare di correre nel modo migliore per me e non per Mathieu. Non faremo accordi con altre nazioni.

Remco, domenica vorresti ritrovarti da solo con Pogacar ai 5 chilometri dall’arrivo?

Se non ci sono altre opzioni, penso che non avrei scelta. So che Tadej è un corridore molto veloce, ha un ottimo sprint. Ovviamente è una gara di 280 chilometri, quindi lo sprint potrebbe essere un po’ diverso. Ma se quella fosse la situazione, allora la accetterei e proverei a fare lo sprint per cercare di vincere. Il finale non è durissimo, quei 5 chilometri sono veloci, ma dopo una gara così lunga saranno ugualmente impegnativi. 

Ieri Pogacar ha punzecchiato Evenepoel, che stamattina ha risposto con l’ironia
Ieri Pogacar ha punzecchiato Evenepoel, che stamattina ha risposto con l’ironia
Saresti disposto a collaborare con lui fino all’ultimo, dato che è così veloce?

Se parliamo dello sprint in una corsa a tappe, in cui ci sono in ballo anche altri interessi, allora forse il risultato di uno sprint a due sarebbe già abbastanza definito. Ma al mondiale è diverso. C’è qualcosa da conquistare al traguardo, quindi penso che sarebbe nel mio diritto non tirare più negli ultimi chilometri. Tadej ha dimostrato un paio di volte di essere il più veloce di noi due, quindi ci sarà da vedere. E spero anche che alle nostre spalle non ci sia un gruppo che può rimontare (sorride, ndr). Tadej si è ritrovato in quella situazione una volta al Fiandre e non è andata bene. Se vai verso il traguardo del mondiale, vuoi vincere. Ma ovviamente, anche gli altri hanno medaglie da conquistare. Spero io non debba trovarmi nella stessa situazione.

E’ facile adattarsi a una situazione simile, per te che di solito tiri dritto sino in fondo?

No, credo di averlo già imparato soprattutto al Tour, dove ho dovuto correre in modalità più difensiva. Penso che il Tour mi abbia davvero insegnato a pedalare con una maturità superiore, diciamo, e anche a pensare un po’ di più.  Quindi penso che se domenica la situazione sarà quella, non mi troverò di fronte a qualcosa di nuovo.

Eveneoel racconta che al Tour ha imparato a correre in modo più conservativo
Eveneoel racconta che al Tour ha imparato a correre in modo più conservativo
Senti una pressione aggiuntiva, dato che sei sul punto di centrare la seconda doppietta, dopo quella olimpica?

No, è una cosa che mi spinge e basta. Sarebbe folle riuscirci ed è sempre più facile parlarne che correre per farlo. Quindi dovremo vedere come andrà. Certo, ora che ne ho tre su quattro, sono un po’ più vicino che lontano. Ci proveremo e si vedrà.

Negli ultimi anni, il Belgio ha raccolto molti successi: merito dei grandi corridori, ma anche del cittì Vanthourenhout. Qual è secondo te la sua migliore qualità come tecnico della nazionale?

Penso che Sven sia davvero bravo a creare un rapporto professionale tra i nuovi corridori che entrano nella nazionale. E’ anche piuttosto rilassato e giovane e questo aiuta. Conosce il ciclismo un po’ meglio dei tecnici più anziani, coglie bene certe situazioni e questo è molto positivo per il gruppo. Certo, è sempre più facile lavorare con un gruppo forte, con leader forti: nazionali forti e corridori forti. Ma ovviamente, devi essere anche in grado di gestire la pressione. E penso che lui l’abbia fatto molto bene. Di sicuro chi dovrà sostituire Sven avrà un compito difficile.

La crono iridata ha seguito la crono e la strada delle Olimpiadi. A Evenepoel manca una vittoria per l’enplein
La crono iridata ha seguito la crono e la strada delle Olimpiadi. Manca una vittoria per l’enplein
Se dovessi indicare tre corridori per il podio, quali nomi faresti?

Non lo farò. E’ un campionato del mondo, ci sono sempre delle sorprese. Chi potrebbe esserlo? Faccio un nome secco: Victor Campenaerts…

Il compagno di nazionale solleva lo sguardo dal punto in cui lo teneva fisso da un pezzo, si volta verso di lui e sorride. Ridono tutti. Il tempo delle interviste con le televisioni e poi andranno a pedalare sul percorso. Cresce la sensazione che stiamo per assistere a un mondiale di rara intensità.

Il Lussemburgo di Tiberi e il precedente di Pasqualon

27.09.2024
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La vittoria di Antonio Tiberi al Giro del Lussemburgo ha fatto scalpore. Pur non essendo una prova WorldTour, la gara ha sempre avuto un parterre di grande rilievo essendo considerata una delle prove a tappe più prestigiose della fase finale della stagione. L’ultimo italiano che era riuscito a portarla a casa era stato Andrea Pasqualon nel 2018 e la cosa colpisce, vista la differenza tecnica fra i due, che tra l’altro sono anche diventati dal 2023 compagni di squadra.

Pasqualon non è certo specialista delle corse a tappe, c’è da credere quindi che le due edizioni della prova lussemburghese, a 6 anni di distanza l’una dall’altra, siano state diverse: «Effettivamente quando ho vinto io – ricorda il veneto – non c’era la cronometro e per Antonio è stata importante. Allora si correva un prologo di un paio di chilometri. Io costruii la mia vittoria grazie agli abbuoni, vincendo due tappe e finendo terzo nelle altre due. Era una corsa diversa, si disputava a inizio giugno prima del Tour, ma non era piatta, questo è sicuro, i percorsi erano abbastanza simili a quelli che ho visto, con continui saliscendi e occasioni di fuga».

Pasqualon sul podio del Giro del Lussemburgo 2018, sua unica vittoria in una classifica a tappe (foto Waldbillig)
Pasqualon sul podio del Giro del Lussemburgo 2018, sua unica vittoria in una classifica a tappe (foto Waldbillig)
Che similitudini vedi fra la vittoria tua e quella di Tiberi?

Poche perché abbiamo caratteristiche diverse. Per certi versi mi rivedo più in Van der Poel che ha perso la maglia l’ultimo giorno. Io la conquistai il terzo e l’ho gestita come stava facendo l’olandese, che non ha avuto però la squadra a supportarlo nell’ultima frazione. Ricordo che nell’ultima tappa molte squadre provarono ad attaccarmi e i miei compagni della Wanty-Groupe Gobert lavorarono tantissimo per tenere la corsa, ma nella parte finale dovetti muovermi io da solo, a chiudere sull’ultimo strappo. VDP si è trovato solo troppo presto, non poteva chiudere su tutti e a un certo punto ha dovuto rischiare lasciando spazio. Antonio è stato bravo ad approfittarne.

La sua vittoria ti ha sorpreso?

No, è un corridore adattissimo per quel tipo di corse. Soprattutto per un giro con poca pianura e dove si pedala sempre al limite, con strappi continui e dove l’evoluzione della corsa porta a far sgranare il gruppo. Tiberi è il classico passista veloce a suo agio su tracciati come quelli. Ma la sua è stata soprattutto una vittoria di testa.

Tiberi sul podio, la faccia delusa di VDP dice tutto sull’andamento dell’ultima tappa…
Tiberi sul podio, la faccia delusa di VDP dice tutto sull’andamento dell’ultima tappa…
Che cosa intendi dire?

Antonio ha avuto la genialità di attaccare, di non accontentarsi del piazzamento e provare a ribaltare la situazione leggendo la corsa e le difficoltà a cui sarebbe andato incontro VDP senza compagni intorno. Ha scelto il momento giusto, è andato fortissimo e gli è andata bene. Ha vinto perché ha saputo rischiare.

Effettivamente non accade spesso per un corridore italiano trovarsi nel vivo della corsa e giocarsi le sue carte, soprattutto per uno giovane e appartenente a un team del WorldTour. Perché?

Questo è un tema delicato. Teniamo innanzitutto conto che corriamo in un ciclismo con 4-5 fenomeni che sono abituati a intervenire, ad attaccare già a metà corsa. Questo anticipa i tempi, diventa difficile sorprenderli e si prova a farlo nelle fasi iniziali. Per questo si cerca la fuga dall’inizio, sperando che la corsa si metta in modo che permetta il loro arrivo. Ma questo significa anche altro.

Decisiva per il veneto fu la vittoria nella terza tappa, guadagnando secondi preziosi con gli abbuoni
Decisiva per il veneto fu la vittoria nella terza tappa, guadagnando secondi preziosi con gli abbuoni
Ossia?

Se fossi oggi uomo da classifica mi metterei le mani nei capelli… Questo è il peggior periodo, per emergere devi avere numeri mostruosi. Guardate che cosa fa la Uae: non ha solo Pogacar, ma tutti gli appartenenti potrebbero essere capitani in altri team, è difficile andarci contro. Bisogna saper leggere le corse, cogliere ogni occasione e noi siamo abbastanza bravi nel farlo. Tiberi lo ha fatto, non si è accontentato del piazzamento di cui non avrebbe parlato nessuno, invece la sua vittoria ha avuto un risalto enorme ed è questo di cui il ciclismo italiano ha bisogno.

Veniamo a te, come va ora dopo la rinuncia al campionato europeo per il quale eri stato convocato?

A me la maglia azzurra non porta molta fortuna… Anche lo scorso anno fui costretto a rinunciare a correre il mondiale per la fatica accumulata nel sostenere Mohoric al Giro di Polonia. Quest’anno sono caduto in allenamento e le ferite riportate mi hanno costretto a due settimane di stop. Ora sono già al lavoro da una settimana e punto alle classiche di fine stagione, dall’Emilia all’Agostoni al Gran Piemonte, per essere competitivo e d’aiuto a Tiberi, Zambanini, Bilbao.

Tiberi ha costruito la sua vittoria sul 2° posto a cronometro, poi il giorno dopo ha chiuso 4°
Tiberi ha costruito la sua vittoria sul 2° posto a cronometro, poi il giorno dopo ha chiuso 4°
Come ti trovi in questa nuova dimensione di aiutante?

Mi piace molto il gregariato per come lo intendo io, ossia essere d’aiuto nelle fasi salienti della corsa, supportare i capitani nell’approccio ai momenti topici come anche pilotare Bauhaus nelle volate. Vedo che il team crede in me e io voglio aiutare a ottenere più risultati possibile, che sento anche miei, quelli di Tiberi al Giro come anche il 6° e 7° posto di Mohoric e Zambanini in Polonia. Dove c’è da sgomitare e prendere aria, io ci sono, i ragazzi mi ringraziano per quel che faccio e questo mi gratifica. Alla mia età ormai un piazzamento non darebbe nulla di più, questa dimensione mi si confà meglio per finire la carriera con dignità.

Salvoldi corona il suo triennio con la maglia iridata

27.09.2024
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ZURIGO (Svizzera) – Siamo sempre stati abituati a vedere Dino Salvoldi come un uomo dal carattere duro, come il suo sguardo. Alto, con un piglio o fermo e deciso, tanto da incutere timore e richiamare rispetto. Invece quando lo vediamo arrivare in mixed zone per le interviste post mondiale l’emozione e la commozione hanno preso il sopravvento. Lorenzo Finn ha appena vinto la prova iridata su strada tra gli juniores con una bellissima azione dal lontano. Ha viaggiato per tutti gli ultimi 20 chilometri da solo, si è girato spesso a parlare con l’ammiraglia nella quale era seduto il cittì. A due chilometri dalla fine quella vettura ha affiancato il giovane scalatore azzurro e solo Dio sa cosa si sono detti

«Non ce n’era per nessuno oggi – dice con fare orgoglioso Salvoldi – Lorenzo (Finn, ndr) è andato fortissimo. Ha attaccato fin da subito, diciamo molto prima di quanto avevamo ipotizzato in partenza. Evidentemente era la sua giornata, soprattutto in salita. Non ha avuto rivali».

Dino Salvoldi insieme ai cinque azzurri che hanno corso a Zurigo
Dino Salvoldi insieme a quattro dei cinque azzurri che hanno corso a Zurigo

Un lungo cammino

I passaggi che hanno portato alla vittoria di Lorenzo Finn sono iniziati in primavera, quando Salvoldi ha iniziato a costruire un gruppo sul quale lavorare in vista degli eventi della stagione (i due sono insieme nella foto di apertura di Federciclismo / Maurizio Borserini). 

«Come nazionale – prosegue – abbiamo condiviso un bel percorso di avvicinamento al mondiale. Proprio con voi avevo chiesto di aspettare oggi prima di fare un bilancio di questi tre anni di gestione del gruppo juniores. Oggi abbiamo raggiunto e conquistato un titolo che nella categoria mancava da 17 anni. Il risultato di Finn secondo me deve essere interpretato come un bello spot per il nostro ciclismo giovanile. Prima di quello di oggi, nel corso dei tre anni, sono arrivati anche tanti risultati in altri campi, come la pista. Tutto questo è la dimostrazione che applicandosi, con metodo, non siamo poi così distanti dagli altri. I ragazzi che hanno voglia di emergere e hanno fame agonistica ce li abbiamo anche noi. Certo dobbiamo fare questo step tutti insieme».

Salvoldi arrivava dalla rassegna iridata juniores su pista, molto fruttuosa anche quella
Salvoldi arrivava dalla rassegna iridata juniores su pista, molto fruttuosa anche quella
Finn è uno di loro, quando ti sei reso conto che era davvero la giornata giusta?

Un po’ prima, quando ha attaccato nel giro precedente all’ultimo passaggio sotto lo striscione d’arrivo. Era rimasto in un gruppo di 15 corridori con tante squadre formate da coppie. Finn è un ragazzo meticoloso, quindi probabilmente aveva già ragionato decidendo di anticipare. Ha pensato che poi gli sarebbero andati sotto i più forti, tenendo quella distanza di controllo. 

Poi sono rientrati e davanti erano in sei. 

In quel momento l’attenzione si è spostata su Philipsen, che era il campione del mondo in carica. Credo però che fosse nervoso, si è mosso spesso e in alcuni momenti male. Finn ne aveva di più, la sua azione da lontano lo ha dimostrato. Poi era proprio tranquillo nel fare le cose, non ha mosso passi azzardati, fondamentalmente ha attaccato due volte e gli sono bastate per vincere.

Una parte importante del lavoro di Salvoldi sono i ritiri, dove i ragazzi costruiscono il gruppo e il feeling
Una parte importante del lavoro di Salvoldi sono i ritiri, dove i ragazzi costruiscono il gruppo e il feeling
Quando lo hai affiancato a due chilometri dall’arrivo che gli hai detto?

Chiedete a lui, non me lo ricordo, ero in trance agonistica. 

Invece quando ai 400 metri siete entrati nella corsia delle ammiraglie, perdendolo di vista, cosa hai pensato?

C’è sempre un po’ di apprensione per il disguido che può succedere all’improvviso. Però c’è stato un flashback su tutto, anche il mio percorso professionale. Chiaramente questa emozione mi mancava, a me e ai miei uomini, tutti. Ho ripensato a tutto quello che c’è stato prima, proprio in modo super rapido, e dici questa ci mancava, doveva arrivare e ce l’abbiamo fatta.

Il campionato del mondo su strada è il successo che mancava nella carriera da cittì di Salvoldi
Il campionato del mondo su strada è il successo che mancava nella carriera da cittì di Salvoldi
In questi tre anni hai trovato tanti ragazzi, costruendo un cammino con loro. 

Vero che oggi ha vinto Finn, ma è il coronamento di un percorso, che è iniziato cercando un dialogo con chi c’era da prima di noi. Abbiamo cercato di imparare, di informarci e di proporre anche un metodo che chiaramente ha bisogno di tempo per essere attuato. Perché i miracoli nello sport di alto livello non esistono. O almeno, io ci credo poco. Quindi oggi si chiude un triennio con uno dei più bei successi che si possono ottenere, e ripeto: credo che sia un bene per tutto il nostro movimento e di questo sono particolarmente contento.