Baima a Zolder: la campionessa juniores arriva tra le grandi

10.02.2025
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I campionati europei pista di Zolder sono alle porte, le ore che separano gli atleti dall’inizio della campagna continentale sono risicate. Tra le rappresentanti del movimento azzurro su pista ci sarà anche Anita Baima, atleta classe 2006 dell’Horizon Cycling Club. Al suo primo anno da elite andrà agli europei forte del successo iridato nell’eliminazione ottenuto in Colombia lo scorso agosto. 

«Anche a Zolder – racconta dall’hotel dopo l’allenamento in bici del mattino – gareggerò nell’eliminazione, anche se l’ufficialità degli impegni ci arriverà nelle prossime ore. L’eliminazione è la mia gara, nella quale riesco a destreggiarmi bene e che mi piace parecchio. La convocazione per questo campionato europeo è arrivata un paio di settimane fa, giorno più o giorno meno. E’ stato un avvicinamento sereno, sicuramente sono felice di essere qui a Zolder. La presenza a questo primo appuntamento della stagione era un obiettivo stagionale».

Dopo il mondiale di Cali nel 2023 Anita Baima nel 2024 ha conquistato il titolo europeo nell’eliminazione
Dopo il mondiale di Cali nel 2023 Anita Baima nel 2024 ha conquistato il titolo europeo nell’eliminazione

Continuità

Dopo aver preso la medaglia d’oro ai campionati europei e ai mondiali juniores, Anita Baima entra nel mondo delle grandi. I primi passi li aveva già mossi qualche giorno fa a Grenchen, nella prova su pista che era stata etichettata dalla nazionale come appuntamento per tirare le somme. In Svizzera la giovane piemontese si è messa subito in evidenza, con un terzo posto alle spalle di Martina Fidanza e Martina Alzini (foto di apertura). 

«Grenchen – continua Anita Baima – è stata una tappa fondamentale di avvicinamento. Ho visto come si corre e come ci si muove, devo ammettere di essermi trovata subito bene. Di certo fare esperienze del genere aiuta a migliorare. Arrivare con una gara del genere alle spalle mi permette di essere più sicura dei miei mezzi, sicuramente c’è da imparare tanto. La grande differenza tra le atlete juniores ed elite è sicuramente l’andatura, sulla quale penso di aver lavorato abbastanza durante l’inverno».

A Grenchen, il 30 gennaio, l’ultima prova prima della rassegna continentale
A Grenchen, il 30 gennaio, l’ultima prova prima della rassegna continentale
Come hai affrontato la preparazione invernale?

In maniera diversa rispetto agli altri anni, cosa dovuta al cambio di categoria. Di solito iniziavo ad allenarmi tra febbraio e marzo, ma visto che sono passata under 23 sono partita ad allenarmi già a dicembre. 

Tanta pista?

Molta, mi sono allenata anche su strada ma ho lasciato più spazio al parquet visto che ci sarebbero stati gli europei. I primi ritiri con la nazionale li ho fatti a Montichiari a partire da dicembre, tutte le settimane andavo una a girare almeno un giorno lì. Poi con l’avvicinarsi delle gare è capitato di farne di più.

Il test di Grenchen ha fruttato ottimi piazzamenti: 3ª nell’eliminazione, 2ª nello scratch e 7ª nella corsa a punti
Il test di Grenchen ha fruttato ottimi piazzamenti: 3ª nell’eliminazione, 2ª nello scratch e 7ª nella corsa a punti
Una volta saputo della convocazione com’è stato l’avvicinamento?

Abbiamo fatto un ritiro a Montichiari ma ero l’unica ragazza presente visto che le altre erano impegnate al UAE Tour Women. Con loro ho avuto modo di correre nell’appuntamento di Grenchen di fine gennaio. 

Com’è andato?

E’ stata un’esperienza utile anche se breve. Un passaggio importante in vista dell’europeo che mi ha permesso di capire come si corre in certe gare. La differenza si sente, ma credo di essere sulla buona strada. Correre con le ragazze che sono un punto di riferimento per la nazionale è stato parecchio motivante. 

Per Anita Baima l’appuntamento di Grenchen è stato un modo per trovare il feeling con la nuova categoria
Per Anita Baima l’appuntamento di Grenchen è stato un modo per trovare il feeling con la nuova categoria
Che aspettative hai riguardo l’europeo?

Arrivo tranquilla, non ho aspettative particolari se non quella di fare esperienza. Gareggerò contro ragazze molto più grandi ed esperte. 

Pensi di dover cambiare il tuo modo di correre?

No. La cosa importante sarà riuscire a mantenere ciò che facevo prima. Sono una che studia la corsa, non parto subito all’attacco. Poi posso contare su una buona volata visto che su strada sono una sprinter. 

La giovane piemontese arriva all’europeo di Zolder senza pressioni ma sicura del suo cammino
La giovane piemontese arriva all’europeo di Zolder senza pressioni ma sicura del suo cammino
Come si ammazza il tempo in queste ultime ore di attesa?

Tra poco andremo a girare in velodromo, abbiamo l’ultimo turno di prova perché aspettavamo l’arrivo delle altre ragazze dal UAE Tour. In linea di massima ho un’idea di quali rapporti usare, ma aspetterò di fare le ultime prove prima di decidere. E’ comunque un parquet sul quale non ho mai girato, vedremo come scorre. Per il resto le ore scorrono abbastanza velocemente tra allenamenti in bici, prove in pista e massaggi. 

Con il cittì Villa hai parlato di obiettivi?

Mi ha lasciata tranquilla, anche una volta arrivata la convocazione non mi ha messo pressioni. Lo stesso hanno fatto le mie compagne. Al momento le conosco poco, questa esperienza potrà essere utile per entrare in confidenza e far parte sempre più del gruppo azzurro.

Il pro’ e la scelta degli occhiali: ecco Gazzoli coi suoi Oakley

10.02.2025
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Nel mondo del ciclismo professionistico, ogni dettaglio conta. Gli occhiali non sono solo un accessorio estetico, ma un elemento fondamentale per la prestazione e la sicurezza. Per capire meglio come un corridore seleziona il proprio modello ideale, abbiamo parlato con Michele Gazzoli, atleta della XDS-Astana.

Il team kazako ha come partner tecnico Oakley, brand di riferimento per innovazione e design. La gamma dell’azienda californiana offre un’ampia varietà di modelli, ognuno con caratteristiche specifiche che possono fare la differenza in gara. Ma come si orienta un professionista nella scelta? Si tratta di un equilibrio tra visibilità, comfort, compatibilità con il casco e prestazioni aerodinamiche. E per i professionisti, ogni piccolo dettaglio può fare la differenza tra la vittoria e una giornata difficile in gara. E ora sentiamo cosa ci ha detto Gazzoli.

Nella scelta degli occhiali Gazzoli pone prima di tutto la calzata, poi l’estetica e l’aerodinamica (foto Instagram)
Nella scelta degli occhiali Gazzoli pone prima di tutto la calzata, poi l’estetica e l’aerodinamica (foto Instagram)
Michele, quali sono i criteri fondamentali nella scelta degli occhiali?

La cosa più importante è la versatilità. Oakley ha una gamma talmente ampia che ognuno riesce a trovare il modello perfetto. Ci sono corridori che ancora oggi usano modelli di dieci anni fa, come Alaphilippe con i Jawbreaker, che restano attuali e performanti. Personalmente, prediligo i Kato, perché sono perfetti per la mia conformazione del viso e mi garantiscono un’ottima visibilità. Alla fine, estetica e funzionalità vanno di pari passo.

Cosa rende i Kato il modello perfetto per te?

La calzata è fondamentale. I Kato hanno una struttura a maschera che segue perfettamente la linea del naso, senza interruzioni. Questo li rende molto avvolgenti e stabili. La caratteristica principale è che la lente è un monoblocco, con le stanghette direttamente collegate. Ogni corridore ha un modello che preferisce, ma la vera costante tra tutti gli Oakley è la qualità della lente. Ho provato tanti occhiali, ma la differenza con Oakley si nota soprattutto in condizioni di luce intensa.

Cosa intendi?

Con altre marche, il sole può essere fastidioso, mentre con Oakley la visibilità resta ottimale. E questo succede spesso quando si pedala controluce. Può essere davvero fastidioso, ci sono riflessi (di conseguenza ne viene meno anche la sicurezza, ndr), con questo brand tutto ciò non succede. A mio avviso è un bel vantaggio.

Come hai scelto il tuo modello? Prima hai parlato anche di estetica, ma la componente tecnica non conta?

No, no… conta eccome. Ho testato diversi occhiali, sfruttando il vantaggio di avere accesso a quasi tutta la gamma. Alla fine, almeno per me, la scelta si basa su due fattori: calzata e estetica. Per me la vestibilità conta per il 60 per cento, mentre l’aspetto estetico per il 40 per cento. Gli occhiali devono essere belli, ma soprattutto comodi. Durante la gara uso prevalentemente i Kato, ma anche gli Encoder sono molto validi.

Gli occhiali devono essere compatibili con il casco: un aspetto spesso scontato e non sempre casco e occhiali vanno d’accordo. A volte un certo casco non fa aderire bene l’occhiale. Come risolvi questo problema?

Vero, e infatti una delle caratteristiche migliori dei Kato è la regolazione delle stanghette. Si può modificare l’angolazione della lente per adattarla meglio al viso e al casco. Se hai un naso più basso, per esempio, o una forma del viso diversa, puoi inclinarli per migliorare la vestibilità. Un altro dettaglio utile è la linguetta, che non si vede, sulle stanghette. Questa aiuta a fissarli saldamente quando li appoggi sul casco durante una salita, magari. Sono piccoli accorgimenti che fanno la differenza.

Avete carta bianca anche sulla lente?

Sì. La lente è l’elemento più importante. In gara, quando hai il sole contro, come dicevo, una buona lente cambia tutto. Ho provato molte marche, ma con Oakley la luce viene filtrata in modo perfetto, senza abbagliamenti. Per ogni condizione atmosferica esiste una lente specifica: ci forniscono sia le classiche, sia quelle per la pioggia, che possono essere rosa o trasparenti. Inoltre, abbiamo potuto scegliere i colori della montatura e delle lenti per abbinarli ai colori del team.

Un pregio di Oakley è quello d’incastrarsi bene nel casco quando ci si toglie gli occhiali
Un pregio di Oakley è quello d’incastrarsi bene nel casco quando ci si toglie gli occhiali
Con occhiali sempre più grandi, come cambia la visione periferica? Spesso la montatura massiccia può essere fastidiosa…

L’assenza di montatura nei Kato garantisce una visuale periferica ottimale. Non ci sono ostacoli ai lati o sotto la lente, quindi la visione resta ampia e libera. Anche con altri modelli, come gli Encoder o i nuovi Sphaera, la struttura è progettata per massimizzare il campo visivo. Rispetto al passato, le lenti sono più grandi e la montatura, se presente, è posizionata in modo da non disturbare la vista.

L’aerodinamicità degli occhiali influisce sulla scelta?

Nel ciclismo moderno, l’aerodinamica è fondamentale. Anche se non ci forniscono dati specifici sui vari modelli, basta vedere quanto l’occhiale si integra con il casco per capire che ha un impatto. Quando il design si adatta perfettamente, si riduce la resistenza dell’aria. Non dico che diventi un tutt’uno, ma avere un’accoppiata occhiale-casco ben studiata aiuta sicuramente.

EDITORIALE / Il cuore di Bernal e le macchine perfette

10.02.2025
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In questo ciclismo che va a mille all’ora, proviamo per un istante a immaginare la fatica che ha dovuto fare Egan Bernal per rientrare nel gruppo dei primi, di quelli che vincono. Mentre Pogacar, Vingegaard, Roglic e tutti gli altri – pur alle prese con svariati acciacchi – costruivano le loro armature da supereroi, il colombiano della Ineos Grenadiers rimetteva insieme le parti sbriciolate del suo corpo. Ha provato a più riprese a rimetterci il naso, ma si è reso conto ogni volta che il livello degli altri fosse troppo più elevato della sua andatura claudicante. Come quando rientri e davanti attaccano ancora.

Gennaio 2022, Bernal comincia così la stagione dopo la vittoria del Giro (foto La Sabana)
Gennaio 2022, Bernal comincia così la stagione dopo la vittoria del Giro (foto La Sabana)

Velocità diverse

E’ un ciclismo che non perdona nulla, in cui uno scafoide rotto ad aprile ti fa crollare tre mesi dopo sulle Alpi del Tour. Come si poteva pensare che Bernal potesse già essere competitivo contro simili macchine da guerra?

Egan ha vinto il Tour nel 2019. Ha pagato il conto alla schiena nel 2020. Ha vinto il Giro nel 2021 e poi ha avuto il terribile incidente in cui al di là di ogni discorso sulle sue prestazioni future, ha rischiato di morire o di rimanere tetraplegico. Si è ricostruito. Ha avuto svariati interventi. E mentre era dedito a tutto questo, non ha avuto il tempo per applicare pienamente a se stesso tutte le migliorie tecniche, di preparazione e di alimentazione su cui gli altri hanno investito le loro risorse. Si è sempre pensato che anche il miglior Bernal non avrebbe avuto i watt per contrastare Pogacar: è possibile, ma certo il confronto non è mai stato alla pari. Solo lo scorso anno per brevi tratti ha mostrato lampi di ritrovata fiducia.

La prova in linea di Bucaramanga era lunga 237 chilometri, Bernal ha vinto a 39,921 di media con 2’16” sul secondo
La prova in linea di Bucaramanga era lunga 237 chilometri, Bernal ha vinto a 39,921 di media con 2’16” sul secondo

Vincere le gare

Ora Egan è tornato alla vittoria. I due campionati colombiani (a cronometro e su strada) probabilmente valgono meno di due gare WorldTour in Europa, ma tre anni e otto mesi dopo l’ultima vittoria, gli hanno dato la conferma di saper ancora staccare tutti.

«Era da molto tempo che non gareggiavo – ha detto scendendo dal podio – dal Tour de France e sarà una grande responsabilità indossare questa maglia in Europa. La vittoria mi dà molta fiducia. Quest’anno con i miei allenatori vogliamo rompere lo schema di venire alle gare per soffrire e soffrire. Il corpo mi sta rispondendo come prima e la mentalità è sempre quella di essere uno dei migliori: quello che voglio è vincere le gare. Ho già vinto Grandi Giri e so che per essere felice della mia carriera, mi manca solo la Vuelta».

Sul podio con Bernal, il secondo Camargo e il terzo Castillo. Quarto Einer Rubio della Movistar
Sul podio con Bernal, il secondo Camargo e il terzo Castillo. Quarto Einer Rubio della Movistar

Fra sogni e realtà

In patria gli consigliano di puntare più su corse adatte al suo livello, senza andare a stuzzicare Pogacar e Vingegaard al Tour. Pare che il programma della Ineos lo veda schierato al Giro e alla Vuelta, nell’ultimo anno di Geraint Thomas che reclamerà certamente una leadership e con Carlos Rodriguez che sarà l’uomo per il Tour.

La Vuelta sarà anche la seconda Grande di Pogacar e Vingegaard. E se davvero la maglia roja è l’unica che manca al colombiano per dirsi felice della sua carriera, la sfida di agosto sarà infuocata come una corrida. In questo ciclismo che va a mille all’ora, non ci sono più corse facili o meno estreme. Sarà così al Giro e anche alla Vuelta. E come tutte le volte che un campione ferito torna a sfidare i giganti – tolti dal mazzo per ovvie ragioni gli italiani che attendiamo con messianica fiducia – le nostre preferenze vanno inevitabilmente su di lui. Forse non è più nemmeno un ciclismo che autorizzi a pensare che i sogni possano realizzarsi, ma non è per questo che smetteremo di sperarci. Il ciclismo ha mille strade, facciamo fatica a convincerci del fatto che la scienza abbia creato delle macchine perfette.

Garzelli: «Valencia rialza la testa grazie al ciclismo»

10.02.2025
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La Volta a la Comunitat Valenciana è riuscita ad andare avanti, meglio: a ripartire. Dopo i danni provocati dalla DANA (l’alluvione che ha colpito la Regione di Valencia a fine ottobre) in pochi pensavano che gli abitanti di quella zona sarebbero ripartiti. Invece la comunità, unita, ha messo insieme le forze e radunato quel poco che era rimasto per rialzarsi. Ne avevamo parlato con Stefano Garzelli, il quale aveva raccontato e riportato storie e foto di un popolo colpito duramente. Pochi mesi dopo, esattamente tre, i danni si contano ancora ma la strada sembra meno in salita.

Riprendere

Stefano Garzelli, che a Valencia vive da anni ha costruito legami forti con questa terra. In questi giorni è stato in gara, ha visto e riassaporato il ciclismo prima di iniziare un’altra stagione ai microfoni della RAI come commentatore tecnico. Ma in questi giorni la corsa è stata un contorno, bello ed entusiasmante, ma i protagonisti sono stati altri

«Nei giorni di oggi (venerdì per chi legge, ndr) e domenica – spiega Stefano Garzelli appena rientrato a casa dopo la vittoria di Ivan Romeo ad Alpuente – le sedi di partenza di tappa sono due città colpite pesantemente dalla DANA. In totale sono quattro o cinque i Comuni colpiti che la corsa ha attraversato. Solitamente quando le città ospitano la partenza o l’arrivo di una tappa pagano, in questo caso la partenza alle due cittadine colpite (Algemesì e Alfafar, ndr) è stata lasciata gratuitamente. Tra l’altro due magazzini che contenevano materiale della corsa erano proprio in questi comuni. Casero, l’organizzatore della Volta a la Comunitat Valenciana, ha subito preso la situazione in mano con la voglia di ripartire».

Toccare con mano

Il ciclismo è uno sport che permette di valorizzare il territorio, questo lo si dice da anni quando si parla dei Grandi Giri, ma può anche essere un modo per non essere invisibili agli occhi del mondo. Lo si era fatto con il terremoto dell’Aquila, anche se poi questa iniziativa non aveva scosso le istituzioni nell’accelerare i tempi di ricostruzione. Tuttavia la Regione di Valencia ha un legame profondo con il ciclismo.

«Le immagini – prosegue Garzelli – mostrano che la gente non si è arresa, si è rialzata e ha lavorato ancora più duramente per ripartire. Far vedere certe immagini in televisione serve anche per far capire l’entità dei danni subiti e le perdite materiali. Ma una cosa del genere se non la si vede dal vivo si fa fatica a comprenderla. La vita qui continua, però si capisce che la gente ha vissuto qualcosa che si porterà dentro per sempre. Durante tutte le tappe si sono visti tanti bambini sulle strade, le scuole hanno voluto salutare il passaggio della corsa. E’ stato un modo per dare loro qualcosa di bello dopo mesi difficili.

«Dall’altro lato – dice ancora Garzelli – a Valencia il ciclismo lo si vive intensamente, soprattutto in questo periodo. Tra dicembre e gennaio sono venuti ad allenarsi su queste strade tutti i team WorldTour. Sia loro che gli staff hanno avuto modo di vedere e capire cos’è successo».

Le cicatrici

I danni si vedono ancora, basta guardare attraverso lo schermo e si vedono i segni della distruzione. Le strade sono risultate libere e pronte ad accogliere la sfida tra gli atleti, ma bastava spostare gli occhi sulle città per capire come il fango segnasse ancora muri e case. 

«L’altro giorno – conclude Garzelli – le telecamere hanno inquadrato una pila di duecento o trecento auto distrutte. Quelle sono tutte persone che hanno perso qualcosa, anche solo un mezzo per andare al lavoro. I segni sono ancora evidenti, il fango segna fin dove l’acqua è arrivata spazzando via tutto. Tanti negozi hanno ancora la serranda giù, oppure funzionano ma vedi le conseguenze di quanto successo. Il concessionario che fornisce le auto all’organizzazione ha perso trecento auto nuove in una notte, pensate al danno economico. Tanti ponti sono ancora impraticabili, con l’esercito che ha costruito vie alternative. La Volta a la Comunitat Valenciana è ripartita e ha fatto in modo che questa parte di Spagna non fosse invisibile, sta a noi non chiudere gli occhi».

Wiebes tra salite e sprint. Ma intanto spazio alla pista

10.02.2025
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Qualche settimana fa, al Media Day della SD Worx, la maggior parte dei giornalisti e delle conseguenti domande erano per la campionessa del mondo Lotte Kopecky e per la rientrante Anna Van der Breggen, vero nume del ciclismo femminile. Poi i giornalisti delle rispettive nazioni si sono accalcati intorno alle rappresentanti del proprio Paese, ma faceva un certo effetto vedere come una campionessa europea come Lorena Wiebes, primatista di vittorie della passata stagione, passasse quasi inosservata.

La vittoria di Wiebes nella seconda tappa del Uae Tour, conquistata in maniera diversa dal solito
La vittoria di Wiebes nella seconda tappa del Uae Tour, conquistata in maniera diversa dal solito

Famelica in gara, mite fuori

“Colpa” forse del suo carattere, che per chi non la conosce, per chi l’ha sempre vista in gara è quasi un enigma. Quando è in bici è un’autentica belva, sembra che appena sale sulla sella veda davanti a sé solamente il traguardo. Ha una fame di vittorie pari solo a quella di certi “cannibali” di ciclistica conoscenza al maschile. Ma poi, al di fuori, è tutt’altro. Sorridente, affabile, non si può proprio dire che se la tiri… Forse è per questo che pochi hanno colto alcuni segnali invece importantissimi in ottica stagionale. Il primo è che Lorena sta continuando in quella strada di parziale trasformazione delle sue caratteristiche, senza però per questo rischiare di compromettere le sue prerogative.

«Ho lavorato molto questo inverno – dice – per fare ulteriori progressi in salita, ma devo anche stare attenta a non inquinare le mie qualità di sprinter. Migliorare in salita può servire per allargare il range di prove dove posso giocarmi le mie carte, ad esempio le frazioni nei Grandi Giri, ma non sarò mai una ciclista da classifica generale».

Con Longo Borghini e altre due ragazze Uae. Per l’olandese tirare è diventata una buona opzione
Con Longo Borghini e altre due ragazze Uae. Per l’olandese tirare è diventata una buona opzione

Misurare sempre le energie

E’ una specifica importante soprattutto all’indomani dell’Uae Tour, dov’è stata protagonista assoluta. Ha vinto le prime due tappe e anche l’ultima. Nella terza, quella più dura con lo Jebel Hafeet, ha tenuto il ritmo delle più forti fino a poco più di 7 chilometri dal traguardo, poi ha tirato i remi in barca.

«Era sufficiente – ha spiegato – non sarebbe stato intelligente sfinirmi completamente soprattutto pensando che la tappa successiva, quella finale, sarebbe stata a me favorevole e io non avevo mai vinto la frazione finale dell’Uae Tour, cosa che poi ho fatto. Devo ragionare in questo senso, saper interpretare ogni corsa nella maniera giusta».

La leader della Sd Worx ora punta a tutte le classiche fino all’Amstel
La leader della Sd Worx ora punta a tutte le classiche fino all’Amstel

L’idea guardando il Garmin

Nella seconda tappa della prova araba lo ha fatto, anche andando un po’ contro le normali etiche ciclistiche, ma d’altronde in un panorama che sta cambiando velocemente è anche scontato.

«Mi sono ritrovata in un quintetto con 3 atlete della Uae. Era una situazione tattica ideale – racconta – ma eravamo lontanissime dal traguardo. Ho guardato il mio Garmin e ho ragionato: mancavano 50 chilometri al traguardo ma tenendo quella velocità saremmo arrivate in un’ora e il gruppo non aveva tante possibilità di viaggiare più forte di noi. Così ho deciso di dare una mano a tirare, lavorando insieme avremmo potuto portare la fuga al traguardo, pur sapendo che dietro c’era la mia squadra nel gruppo. Avevamo tutte da guadagnarci, io e Longo Borghini in primis».

La vittoria di Wiebes a Ballerup, ai mondiali su pista 2024. La sua prima esperienza ad alto livello
La vittoria di Wiebes a Ballerup, ai mondiali su pista 2024. La sua prima esperienza ad alto livello

Al Tour in aiuto di Kopecky

L’olandese ha chiuso con 3 vittorie di peso. Ha dimostrato che la cacciatrice di sprint non è cambiata: famelica, potente, sfrontata. Capace come poche di farsi largo nel gruppo, proprio come aveva fatto con manovre capolavoro all’ultimo europeo. E’ su quelle basi che ora pensa a quel che l’attende: farà tutte le classiche, con estrema curiosità per quel che potrà essere la Sanremo (il suo profilo tecnico sembra disegnato su misura per la Classicissima tutta da scoprire al femminile) fino all’Amstel, per poi disputare i tre Grandi Giri, con il tacito accordo con Lotte Kopecky di correre il Tour pensando anche a darle una mano e non solo alle vittorie di tappa.

Intanto però questa settimana c’è un altro impegno. Neanche il tempo di disfare le valigie di ritorno dagli Emirati Arabi che si va a Zolder, per gli europei su pista: «Voglio scoprire quali opportunità mi può dare il velodromo, qual è davvero il mio livello e, non lo nascondo, poter anche sfoggiare la mia maglia iridata nello scratch».

Una maglia iridata che è un suo obiettivo anche su strada. Ma non quest’anno, visto il percorso previsto
Una maglia iridata che è un suo obiettivo anche su strada. Ma non quest’anno, visto il percorso previsto

Mondiali 2025? Forse su pista

Lorena ha fatto bene i suoi conti: quest’anno i mondiali su strada sono off limits per lei viste le caratteristiche del percorso ruandese (ma anche quelle dell’alternativa svizzera di Martigny non sarebbero a lei adatte) e quindi ci sono opportunità nuove da esplorare, ancor più in una stagione come questa, che permette di sperimentarsi anche in chiave olimpica visto che i Giochi sono ancora così lontani.

«Gli europei saranno importanti anche in quest’ottica – dice – voglio vedere come me la caverò per poi prendere in considerazione un prolungamento della stagione fino ai mondiali su pista». Poi però concentrazione massima sulle classiche, quelle corse che da sole valgono una stagione: «Mi sono guardata intorno, io penso che la mia avversaria principe rimarrà Charlotte Kool, mentre sarà da capire che cosa potranno fare Chiara Consonni e Sofie van Rooijen con i nuovi treni per lo sprint tutti in costruzione». Neanche una parola per la Balsamo e sicuramente Elisa attende la prima occasione utile per ricordarle chi è…

Riecco gli Agostinacchio brothers: non nascondeteci nulla

09.02.2025
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Uno, Mattia, ha dominato la stagione junior portando a casa titolo mondiale ed europeo e sfiorando anche la Coppa del mondo. L’altro, Filippo, ha sorpreso tutti pilotando il Team Relay al titolo continentale e sfiorando quello under 23. Poi ha pagato dazio al mal di schiena stoppando anzitempo la sua annata nel ciclocross, ma ora è pronto per ripartire su strada. Gli “Agostinacchio brothers” non hanno minimamente intenzione di fermarsi. E mentre uno si gode i suoi momenti top, l’altro è in Spagna per preparare la stagione su strada dalla quale si attende molto.

Noi li abbiamo messi a confronto, attraverso un’intervista doppia, sottoponendoli a un fuoco di fila di domande, partendo innanzitutto da come hanno vissuto, nelle rispettive vesti, quel magico mattino di domenica scorsa.

Mattia e Filippo sul podio europeo del Team Relay. Una vittoria condivisa, prologo di una stagione super
Mattia e Filippo sul podio europeo del Team Relay. Una vittoria condivisa, prologo di una stagione super
Come hai vissuto il mattino del mondiale di Lievin?

MATTIA: «Io non ci credevo e ancora non ci credo a quel che ho fatto. Ho anche pianto per quella maglia, che ora tengo gelosamente in casa. La stagione dovrebbe essere finita, ma sarebbe bello avere un paio d’occasioni per indossarla visto che il prossimo anno, cambiando di categoria non potrò».

FILIPPO: «Io ero già in ritiro in Spagna, ma ho chiesto di fare un lavoro diverso, più leggero rispetto agli altri proprio per guardare in tv la gara di Mattia con meccanico e massaggiatore. Fino all’ultimo giro ero teso, quando poi ho visto che stava rimontando ero sicuro che lo avrebbe ripreso (il francese Bruyere Joumard, ndr) perché so che nel finale è un… cagnaccio».

Quanto è importante l’esperienza di tuo fratello nelle tue stesse specialità?

MATTIA: «Moltissimo per me, perché l’ho seguito sempre e cerco di apprendere da quello che fa, non fare i suoi errori in tutti i sensi. Penso di essere abbastanza bravo di mio, ma Filippo mi dà sempre consigli utili. In quanto alla tecnica ormai faccio quasi da solo, ma ci confrontiamo spesso».

FILIPPO: «Per me conta parecchio perché Mattia non è un ragazzo della sua età, ha già incamerato tanto ed è più maturo dei 17 anni che ha. Quando si tratta di cose tecniche ci confrontiamo spesso, alla pari e i suoi consigli sono molto preziosi per me».

Mattia Agostinacchio trionfatore a Lievin, un successo che ancora non ha metabolizzato
Mattia Agostinacchio trionfatore a Lievin, un successo che ancora non ha metabolizzato
Che cosa invidi a tuo fratello e che cosa apprezzi di lui?

MATTIA: «Invidia non saprei, potrei dire la caparbietà nel perseguire i suoi obiettivi, è un esempio da questo punto di vista. Apprezzo soprattutto il suo lato umano, essere sempre presente, ascoltare quando c’è qualche problema, qualcosa di cui voglio parlare».

FILIPPO: «Come persona non gli invidio nulla, lo sento pari a me. Sono solo un po’ geloso delle opportunità che ha avuto da junior: io alla sua età ero nel periodo del Covid che mi ha privato di una bella fetta di attività e ha influito sulla mia crescita come su quella della mia generazione. Mi ha tarpato le ali. Apprezzo molto invece la sua schiettezza: non si nasconde di fronte agli errori e mi parla sempre con sincerità».

C’è mai competizione fra voi?

MATTIA: «Quando ci alleniamo, viene naturale, nessuno vuole cedere all’altro. Se ci alleniamo insieme nasce sempre la gara. Dopo aver fatto i nostri lavori, però…».

FILIPPO: «Sempre, in allenamento, quando usciamo insieme finisce sempre che ci sfidiamo. A dir la verità è più lui a provocare…».

Filippo Agostinacchio all’ultimo Giro della Val d’Aosta. Ora punta a una grande primavera su strada (foto DirectVelo)
Filippo Agostinacchio all’ultimo Giro della Val d’Aosta. Ora punta a una grande primavera su strada (foto DirectVelo)
Ami più il ciclocross o la strada e perché?

MATTIA: «Non posso fare una differenza, mi piacciono ambedue, anche ora che sono campione del mondo non saprei scegliere. Alla strada tengo davvero tanto, il futuro è lì».

FILIPPO: «Entrambe per me, perché ognuna a suo modo ha fascino, quel che conta è adattarsi. A livello di atmosfera che si vive in gara, però, il ciclocross non ha eguali».

Ti piacerebbe in futuro militare nella sua stessa squadra anche su strada?

MATTIA: «Sicuramente, non sarebbe male poter condividere le nostre esperienze anche al massimo livello. Penso che sarebbe un grande aiuto per entrambi, per continuare a crescere».

FILIPPO: «Sarebbe bello, capita abbastanza spesso nel ciclismo che i fratelli si ritrovino nello stesso team. Qui però devo sottolineare un aspetto: sta a me arrivare dov’è lui, perché so che Mattia ha un livello prestativo altissimo e questo si tradurrà in grande interesse dei team pro’. Io devo essere abbastanza bravo da solleticare la stessa attenzione».

Anche su strada Mattia si è fatto vedere, qui è 2° alla prima tappa del GP Ruebliland (foto organizzatori)
Anche su strada Mattia si è fatto vedere, qui è 2° alla prima tappa del GP Ruebliland (foto organizzatori)
Un’esperienza all’estero la fareste insieme o da soli?

MATTIA: «Corriamo spesso all’estero, con la Guerciotti abbiamo fatto già esperienze fuori dai confini, ma militare in una squadra di un altro Paese è un’altra cosa. Sarebbe interessante, sicuramente sarebbe meglio per potersi abituare con più calma a un ambiente diverso, con una lingua differente».

FILIPPO: «Non ci sarebbero problemi nel farla insieme e sarebbe un’esperienza molto importante, soprattutto come crescita personale prima ancora che sportiva. Ripeto, sta a me guadagnarmi questa chance».

Per Filippo il podio alla Freccia dei Vini 2024, 3° nella gara vinta dall’inglese Woods (foto Newspower)
Per Filippo il podio alla Freccia dei Vini 2024, 3° nella gara vinta dall’inglese Woods (foto Newspower)
Che cosa ti aspetti ora da questa stagione?

MATTIA: «Io non mi aspetto nulla di particolare, voglio solo continuare a crescere divertendomi. Credo di essere ancora in una fase nella quale posso farlo, anche se so che essere al secondo anno junior è importante per guadagnarsi un futuro. Ma credo che mi sto già facendo conoscere».

FILIPPO: «Io molto, non lo nascondo. Voglio partire forte, già nelle gare di marzo e aprile perché questa è una stagione cruciale per potermi guadagnare un contratto da professionista».

La vittoria del mondiale juniores di Leivin è (finora) per il piccolo Agostinacchio il ricordo più bello della carriera
La vittoria del mondiale juniores di Leivin è (finora) per il piccolo Agostinacchio il ricordo più bello della carriera
Qual è il primo momento bello in bici che ti viene in mente?

MATTIA: «Beh, non potrei dire altro che il mondiale, quel momento magico quando ho capito che la maglia sarebbe stata mia…».

FILIPPO: «Sicuramente la giornata dell’europeo e non lo dico solo per la mia medaglia d’argento, quasi inaspettata, ma perché coincise con il suo oro junior. Poter condividere le nostre gioie è stato il massimo».

Il ciclismo negli autodromi. Sicurezza su, costi giù

09.02.2025
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Il ciclismo negli autodromi, spettacolo, costi più bassi e soprattutto tanta più sicurezza. E quanto serve di questi tempi… Può essere una grande soluzione per team e organizzatori. Pensiamo infatti alle gare, ma anche agli allenamenti. Abbiamo fatto una ricerca e attualmente in Italia ci sono 15-16 autodromi fruibili: sparsi dal Nord al Sud, da Monza a Racalmuto. In questo computo abbiamo tenuto conto di quelli la cui lunghezza è superiore ai 2.000 metri. Altrimenti diventano kartodromi, la lista si allungherebbe a dismisura e per esigenze tecniche andrebbero bene al massimo per i giovanissimi.


Ne abbiamo parlato con Marco Selleri, di ExtraGiro. Selleri di autodromi, quello di Imola in particolare, se ne intende. Ci ha organizzato diversi eventi, su tutti il mondiale del 2020, quello del Covid per intenderci. Marco non si limita a parlare solo degli autodromi, ma porta avanti l’idea del circuito, anche su strada. Chiaramente in località con determinate caratteristiche, che preveda la chiusura di pochi bivi. Ma per questo serve l’aiuto della politica: gli Enti del territorio da una parte, la Federciclismo dall’altra.

Selleri è un organizzatore di lungo corso: le sue perle? Il mondiale 2020 e il Giro Giovani
Selleri è un organizzatore di lungo corso: le sue perle? Il mondiale 2020 e il Giro Giovani
Marco il ciclismo negli autodromi: un tema alquanto vasto. Tu e la tua ExtraGiro nel 2020 avete iniziato a lavorarci a stretto giro…

Quella è stata una scelta dettata dalla necessità. Durante il Covid, la ripresa delle gare è stata più semplice negli autodromi, perché erano ambienti delimitabili e si potevano rispettare i protocolli sanitari con maggiore facilità. Però non è un’idea nuova: già negli anni 2000, a Imola si corse una cronometro del Giro delle Pesche Nettarine. Andando ancora più indietro, nel 1968, Nino Ceroni vi portò il mondiale.

Imola e il ciclismo insomma: un bel connubio…

L’autodromo di Imola si presta particolarmente bene perché ha saliscendi che lo rendono impegnativo. Circa 50 metri di dislivello a tornata e una pendenza massima del 10 per cento, e un asfalto con grip elevato, pensato per le corse automobilistiche. E poi è anche uno spettacolo per chi viene ad assistere alla gara che può vedere più passaggi (e volendo ci sarebbero anche i maxischermi, ndr).

Quali sono i principali vantaggi di una corsa in autodromo?

Il primo aspetto è la sicurezza. Un autodromo elimina il pericolo del traffico aperto e riduce drasticamente il numero di persone e mezzi necessari per garantire il regolare svolgimento di una corsa. Un altro punto a favore è il risparmio economico: servono meno moto di scorta, meno personale a terra e meno auto al seguito.

In Italia gli autodromi e kartodromi sono oltre 100. A questi si aggiungono una decina di piste test di vari brand o enti di ricerca, che sono di più complicato accesso
In Italia gli autodromi e kartodromi sono oltre 100. A questi si aggiungono una decina di piste test di vari brand o enti di ricerca, che sono di più complicato accesso
Di che numeri parliamo, rispetto appunto ad una corsa su strada?

Se parliamo di una corsa su un circuito di cinque chilometri, in strada servirebbero almeno sei-sette scorte tecniche, mentre in autodromo basta una sola moto. Se fosse una corsa in linea, il risparmio sarebbe ancora maggiore: una gara su strada richiede circa 150 persone a terra e 15-16 scorte tecniche in moto. Se considerate che il concetto di volontario è praticamente sparito si fa presto a capire che il risparmio di aggira sui 4/5 della spesa.

Si parla molto di sicurezza, tanto più dopo i recenti fatti di cronaca: gli autodromi possono essere utili anche per il ciclismo giovanile? Sono una risorsa per il movimento…

Assolutamente sì. A Imola, ad esempio, ogni anno si tiene un evento giovanile, il GP Fabbi Imola che coinvolge più di 800 ragazzi tra giovanissimi e allievi. Gli autodromi sarebbero perfetti per ospitare non solo gare, ma anche allenamenti in totale sicurezza. Il problema è che gli autodromi sono spesso occupati da eventi motoristici e trovare spazio per il ciclismo non è semplice. Alcuni, come Imola, aprono ai ciclisti in orari serali, ma servirebbe un accordo strutturato a livello federale per rendere questi spazi più accessibili. Ma si potrebbe estendere l’idea anche a circuiti su strada

Cioè?

In alcune zone si sta già lavorando in questa direzione. Ad esempio, il circuito dei Coralli a Faenza, un tracciato di otto chilometri, potrebbe essere chiuso al traffico un pomeriggio a settimana per gli allenamenti. Creare delle vere e proprie palestre di allenamento per il ciclismo giovanile sarebbe fondamentale per la crescita del movimento. Per farlo però serve la collaborazione delle amministrazioni locali e della Federazione. Studiando le esigenze dei cittadini e degli agricoltori si potrebbero individuare fasce orarie in cui chiudere temporaneamente il traffico senza creare disagi. Una volta a settimana si può fare… se si vuole.

Un’immagine del mondiale 2020: il gruppo aggredisce le curve dell’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola
Un’immagine del mondiale 2020: il gruppo aggredisce le curve dell’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola
Marco hai detto che non è semplice trovare spazio negli autodromi: perché?

Il costo di gestione degli autodromi è molto alto. Restiamo su Imola. Quando case come Pirelli, Ferrari, Lamborghini… ci svolgono i loro test, l’impianto viene affittate per circa 30.000 euro al giorno. Per il ciclismo la cifra richiesta è molto più bassa, intorno ai 3.000 euro.

Ci sono meno esigenze, è chiaro, ma questo lo rende meno appetibile per chi gestisce l’autodromo…

Questo rende difficile per i gestori destinare tempo e spazio alle biciclette. Imola lavora sempre. Quest’anno per esempio ci arriva il Giro Women, ma la sera prima c’è il concerto di Max Pezzali. Pertanto deve esserci qualcuno che nella notte pulisce tutto. E dopo il Giro Women ci sarà un altro concerto. Al termine di ogni evento c’è sempre un ispettore di pista o un manutentore che verifica pulizia e stato dell’impianto. E questi sono costi.

Almeno Imola lavora sempre e comunque sono sempre cosi più bassi rispetto alla strada…

Quello sì. Test, gare, eventi, la Formula 1 (che però al contrario è un costo)… Per questo dico che in mezzo a tanti eventi e di fronte e certi costi, servirebbe un intervento politico per agevolare l’accesso del ciclismo negli autodromi. Si potrebbero riservare almeno quattro ore a settimana nei mesi tra aprile e ottobre. Ma perché ciò accada, è necessario che le amministrazioni locali abbiano una reale sensibilità verso il ciclismo. Purtroppo, i sindaci che hanno a cuore questo sport sono ancora pochi.

Il Manghen, le sfide, la scuola. Quanto spinge il piccolo Andreaus

09.02.2025
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La sua casa si trova quasi ai piedi del Passo Manghen, la salita che nell’immaginario di chiunque sia nato a Borgo Valsugana e sogni di fare strada con la bicicletta rappresenta il confine fra diventare grandi o restare piccoli. La prima volta che Elia Andreaus ha salito il gigante della Valsugana aveva 15 anni. Arrivò in cima con Thomas Capra e i compagni del Veloce Club Borgo e oggi, a tre anni di distanza, il suo sogno sta per diventare realtà.

Dal Team Giorgi, in cui ha corso il secondo anno da junior, la sua strada ha incrociato quella del CTF Friuli, divenuto nel frattempo Bahrain Victorious Development Team, In cui ha ritrovato suo fratello Marco: tre anni di più. Eppure, nonostante sia tutto più grande, Elia mantiene i piedi per terra. Va a scuola, si allena in bici e vive i 18 anni come è giusto che siano. Chi lo conosce meglio lo descrive come un vulcano che non sta mai fermo. Va a pesca e va a sciare, ricorda l’esplosività di Trentin prima che Matteo diventasse saggio e sul lavoro è una macchina da guerra. Grande motore, grandi mezzi e il gusto di battere sulle salite i record altrui. Lo sentiamo nel pomeriggio al termine di un allenamento, nella routine di tutti i giorni che lo vede uscire di scuola alle 12,20, andare rapidamente a casa che per fortuna non è distante e partire con la bici alle 13,30.

«Adesso si stanno allungando le giornate – sorride – il problema c’è a novembre e dicembre. Di questi tempi si fanno anche tre ore con la luce, che è buono. E tutto sommato andare in bici dopo scuola va bene, in certi giorni serve anche per sfogarsi».

Elia Andreaus, classe 2006, ha corso fino allo scorso anno nel Team Giorgi
Elia Andreaus, classe 2006, ha corso fino allo scorso anno nel Team Giorgi
Con l’ingresso nel devo team le cose stanno cambiando?

Eh sì, l’anno scorso ero abituato molto bene al Team Giorgi. Non ci facevano mancare nulla, però adesso è tutto più organizzato. Siamo seguiti di più, alla fine è come essere professionisti. Si sapeva che sarebbe diventato un devo team, era nell’aria.

Quanto è stato brusco il passaggio da junior a under 23?

Rispetto all’anno scorso l’impegno è cresciuto. Faccio più ore, però allo stesso tempo riesco a conciliare scuola e bici senza problemi. Ovviamente se la domenica devo fare cinque ore, sabato sera non esco con gli amici, anche se ogni tanto vado lo stesso (ride, ndr). Credo che fino all’esame di maturità mi terranno un po’ tranquillo, poi sicuramente le ore aumenteranno. Da luglio si farà sul serio.

Qualche mese fa ci hai spiegato di avere un tutor scolastico: è ancora così?

Sì, ce l’ho dalla seconda superiore, perché in prima non si poteva avere. Comunico i giorni in cui ci sono impegni sportivi e i professori mi vengono incontro per le ore di assenza, che non vengono conteggiate. Anche le verifiche e le interrogazioni si possono programmare. Ad esempio dal 14 al 21 febbraio sarò in ritiro con la squadra a Udine. L’ho comunicato agli insegnanti già da tempo e quindi abbiamo concordato che le verifiche e le interrogazioni di quella settimana le recupererò dopo il rientro.

Da quest’anno, Andreaus corre nel Bahrain Victorious Development Team: 15 atleti, 8 italiani
Da quest’anno, Andreaus corre nel Bahrain Victorious Development Team: 15 atleti, 8 italiani
Ti aspettano e ti mettono sotto il giorno stesso che torni a scuola?

No, quello no. Non è che torno dal ritiro e il giorno dopo mi interrogano. Mi accordo con gli insegnanti e stabiliamo quando fare ogni cosa. Da quel punto di vista quasi tutti i professori mi vengono incontro, sono fortunato.

La squadra comincia da Rodi, quando è previsto il tuo debutto?

Non in quella trasferta, perché fra una cosa e l’altra prende quasi 20 giorni. Io non so ancora dove e quando partirò, in teoria potrei cominciare alla Popolarissima, che è il 16 marzo. Poi forse farò alcune corse in Slovenia la settimana dopo, ma penso che conoscerò a breve il calendario definitivo. Non so se ci saranno corse con i professionisti, si vedrà in base a come si sviluppa la stagione.

Squadra nuova, chi segue la tua preparazione?

Da quest’anno ho iniziato a lavorare con Alessio Mattiussi, che segue anche altri corridori del devo team. Invece nell’ultimo anno e mezzo, ero allenato da Paolo Alberati e seguito come procuratore da Fondriest. Maurizio per me che sono trentino è una figura di riferimento. Quando usciamo in bicicletta, quelle due o tre volte all’anno, nonostante la sua età si vede che va forte. Adesso ovviamente le cose sono un po’ cambiate, magari gli tiriamo un po’ noi il collo o almeno lui ci dice così.

E’ il 17 giugno 2021, Elia ha 15 anni e conquista il Manghen con Thomas Capra
E’ il 17 giugno 2021, Elia ha 15 anni e conquista il Manghen con Thomas Capra
Che posto è Borgo Valsugana per fare ciclismo?

Per allenarsi è il top, anche se in inverno è dura: ad esempio durante le vacanze di Natale, partivo la mattina alle 10 e c’erano 7 gradi sotto zero. Però in estate è il massimo, perché la mattina ad agosto parti con 18 gradi e ti alleni per tutto il giorno al fresco e comunque non al caldo come in altre parti.

Quali sono le tue salite preferite intorno casa?

Mi piace Panarotta, che prendi a Levico, a 15 chilometri da Borgo. Poi c’è il Manghen, che è forse è la più iconica che abbiamo qua. Se vado su in cima, poi scendo dall’altra parte e faccio la distanza. Sono proprio dei bei posti.

Qual è un obiettivo raggiungibile per questo primo anno da U23?

A livello di risultati, almeno fino all’esame di maturità, non mi pongo grandi obiettivi. Semmai mi piacerebbe capire che tipo di corridore sono e ovviamente vorrei crescere il più possibile. Si vedrà strada facendo, anche perché non ho idea di quanta differenza di livello ci sia fra juniores e under 23.

La prima vittoria 2024 di Elia Andreaus è stata la Piccola Liegi, seguita da altri 4 successi
La prima vittoria 2024 di Elia Andreaus è stata la Piccola Liegi, seguita da altri 4 successi
Ti alleni mai con tuo fratello Marco?

Allenarci insieme non capita spessissimo, perché lui ha finito la scuola, quindi può uscire la mattina. Magari capita di farlo nel weekend e usciamo insieme anche a Thomas Capra, che vive qui vicino.

Qual è la cosa che meno ti piace dell’allenamento?

Quando il mese è brutto e magari inizia a piovere o fa freddo, ma dipende dalla temperatura. Se è sotto zero, sinceramente il primo giorno sto al caldo, magari faccio un po’ meno o faccio un po’ di rulli o posticipo il lavoro al giorno dopo. Se invece ci sono 5 gradi e magari pioviggina, si esce ugualmente. Anche sabato scorso ho fatto 4 ore sotto l’acqua. Il vero problema non è tanto essere bagnati, quanto prendere freddo.

Qual è invece la cosa più bella dell’allenamento?

Sfogarsi e poter mangiare di tutto. Mangiare quello che si vuole dopo tante ore di bici è uno dei piaceri della vita…

Felline racconta il suo Savio: nonno, manager e punto di riferimento

09.02.2025
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LALLIO – Certi articoli ti capitano tra le mani, delicati come fossero fatti di cristallo. Mentre Fabio Felline ritirava le sue nuove biciclette al Trek Store in provincia di Bergamo ci si rendeva conto di come il torinese fosse in procinto di cambiare vita. Durante quella mattinata l’ex corridore professionista faceva fatica a distaccarsi dal modo di parlare degli atleti. D’altronde non si può pretendere di voltare pagina nella propria vita come se si fosse davanti a un libro. Tante volte si usa questa metafora quando si vuole dire che una persona è davanti a un grande cambiamento. La vita, però, non gira pagina ma continua tenendo ben saldo quanto si è scritto in precedenza

L’Androni Giocattoli è stata la squadra di Gianni Savio, che ha lanciato tanti corridori italiani, qui con Cattaneo
L’Androni Giocattoli è stata la squadra di Gianni Savio, che ha lanciato tanti corridori italiani, qui con Cattaneo

L’animo torinese

Il destino poi a volte si mette di traverso, decidendo di metterti alla prova in maniera definitiva. Così nell’inverno che lentamente ha decretato l’addio di Felline al ciclismo agonistico si è aggiunta anche la perdita di un punto di riferimento: Gianni Savio. Il “Principe” era diventato un punto saldo nella vita di Fabio Felline e del ciclismo italiano. Per anni la sua figura ha rappresentato il ponte attraverso il quale speranze di corridori provenienti da terre lontane si sono aggrappate per cercare un posto nel ciclismo che conta. Savio per Felline è stato prima un nome lontano, poi un team manager e infine cognato e nonno.

«Gianni – racconta Felline in un angolo dello store – l’ho conosciuto quando ero un bimbo, poi il nostro rapporto di lavoro si è concretizzato tra il 2011 e il 2012 dopo la chiusura della Geox-TMC Transformers, squadra in cui correvo appena passato professionista. Durante quell’inverno avevo voglia di tornare a una dimensione più piccola di ciclismo, nonostante avessi la possibilità di andare alla Liquigas. Scelsi, invece, di correre all’Androni Giocattoli con Gianni (Savio, ndr) che era la squadra di Torino e di un manager torinese».

Non solo italiani, l’Androni è stata il trampolino di lancio per tanti atleti sudamericani, qui Savio con Bernal
Non solo italiani, l’Androni è stata il trampolino di lancio per tanti atleti sudamericani, qui Savio con Bernal
Che anni sono stati per te?

Di quelle stagioni ho ricordi molto belli, sono riuscito a vincere quattro corse e, cosa più importante, mi sono trovato benissimo. Sono stati due anni cruciali, che mi hanno permesso di spiccare il volo verso le grandi squadre. Da lì è iniziato il mio percorso di sei anni in Trek, poi è arrivata la parentesi dell’Astana e ancora la Trek.

Cosa ti ricordi del vostro primo incontro?

Appena l’ho conosciuto ho avuto l’impressione di aver davanti un signore, di quelli che oggigiorno ce ne sono sempre meno. Si è dimostrato subito una persona di parola. La prima volta che lo vidi nell’inverno del 2011 gli dissi che sarei voluto entrare nella sua squadra. Lui mi chiese qual era il mio contratto e in nemmeno una settimana mi fece una proposta di pari livello. Avrebbe potuto farla a ribasso ma visto che alla Geox avevo firmato un contratto triennale decise di rispettarlo.

Che team manager era?

Super positivo, grintoso. Il suo motto era, prima di partire, “cattivi e determinati”, ovviamente in senso agonistico. La cosa bella era che non si abbatteva mai, cercava sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno. Non l’ho mai visto fare una scenata davanti ai corridori, piuttosto ti prendeva da parte e ti parlava faccia a faccia. Savio era una persona in grado di gestire perfettamente i rapporti umani e di lavoro, caratteristica che lo ha reso impeccabile.  

Anni dopo è tornato nella tua vita, ma in vesti differenti.

Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 ho incontrato sua figlia, Nicoletta. Sapevo che Gianni avesse una figlia ma fino a quel momento non avevo mai avuto modo di conoscerla. Da lì si è creata quella che è stata la nostra storia personale: una famiglia con un piccolo che si chiama Edoardo, e Gianni che era suo nonno.

Qui Savio con la famiglia, a sinistra la figlia Nicoletta, compagna di Felline
Qui Savio con la famiglia, a sinistra la figlia Nicoletta, compagna di Felline
Dal lato familiare che “Savio” hai conosciuto?

La cosa bella è che uno nel mondo della bici lo mitizzava un po’, lui era il “Principe”. Invece era una persona da scoprire, con le sue manie ma anche le sue cose semplici. Aveva un rapporto stupendo con gli animali, di rispetto. Piccole cose che ti fanno capire l’animo buono, come andare a trovare e dar da mangiare al cavallo di sua figlia Nicoletta. Aveva anche una grande passione per i cani. Se in casa trovava una formica o un ragno non li schiacciava, ma prendeva un pezzo di carta per farli passare sopra e metterli fuori dalla finestra. 

Qual è l’aspetto più bello della persona che ti porti un po’ anche dietro?

Che non si lamentava mai, non demordeva mai, a volte quasi ti infastidiva (ride, ndr) e ti chiedevi come fosse possibile che non avesse mai un problema. Aveva sempre questo lato positivo, ed è una cosa che mi ha sempre colpito perché, al contrario, io sono più brontolone. A volte anche Nicoletta mi diceva: «Dovresti prendere da mio papà sotto certi aspetti». E in qualche modo ho sempre cercato di farlo. 

Il lato “nascosto” di Gianni Savio, nonno amorevole. Qui con il piccolo Edoardo
Il lato “nascosto” di Gianni Savio, nonno amorevole. Qui con il piccolo Edoardo
Invece dal lato ciclistico com’è cambiato il vostro rapporto negli anni? 

Era super rispettoso, se avevo voglia di parlare lui c’era, altrimenti non si intrometteva. In passato gli ho chiesto dei consigli, anche aiuto quando ne ho sentito il bisogno. Però non era mai una figura invasiva, ma una porta a cui bussare.

C’è stato un momento in cui hai avuto l’esigenza di bussare a quella porta?

Sì, tante volte. Anche solo a fine del 2024 quando non sapevo bene cosa fare. Savio fino all’ultimo mi ha dato una mano, cercando una soluzione, oppure anche con una parola di conforto per farmi vedere il bicchiere mezzo pieno, come solo lui era capace di fare. E’ una persona che manca e che secondo me mancherà sempre di più.

La chiusura della Drone Hopper è stato un duro colpo per il “Principe”
La chiusura della Drone Hopper è stato un duro colpo per il “Principe”
Hai corso con lui in Androni, squadra che poi ha chiuso nel 2022 è stato un colpo duro?

Mi è dispiaciuto perché quella squadra è sempre stata un po’ la sua ragione di vita, nel ciclismo. Quindi sicuramente vedevi che, nonostante lui abbia sempre mantenuto la sua proverbiale positività, era un uomo che dentro di sé era stato ferito. il progetto era continuato con la Petrolike, peccato che non abbia potuto continuare a viverlo.

Il ricordo di Gianni che ti porti dentro?

Dal lato personale certi consigli dietro le quinte, quando ti diceva determinate cose. Ma quelli li voglio tenere per me. Però sapeva trovare il momento giusto per dirti qualcosa, e quando lo faceva il suo consiglio o la sua parola prendevano un valore incredibile. 

Da ciclista, invece?  

D’inverno capitava che mi dicesse: «Fabio, andiamo a berci una cioccolata calda?». Solo perché voleva parlarmi e chiedermi come andasse la vita, per sapere se tutto fosse in ordine. Cose d’altri tempi che nessun manager fa più. Quelli sono i comportamenti e le attenzioni per i quali rimarrà un personaggio unico.