Erja Bianchi vuole ripetersi, ma non chiamatela velocista

04.03.2025
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E’ stata una delle sorprese del 2024 tra le juniores. Al suo primo anno nella categoria, Erja Giulia Bianchi ha raccolto otto vittorie personali, il tricolore nella cronosquadre con la sua Biesse-Carrera, una miriade di piazzamenti e un bronzo europeo in pista. Il countdown per il debutto è agli sgoccioli e lei è pronta per iniziare la stagione con una consapevolezza maggiore dei suoi mezzi.

Domenica 9 marzo riparte da Nonantola con i favori del pronostico per il semplice fatto che l’anno scorso aveva dominato la volata sotto la pioggia (in apertura foto Ossola). Bianchi però non si scompone più di tanto, tenendo conto di una crescita psicofisica importante come ci ha raccontato lei. E noi ne abbiamo approfittato per conoscerla meglio e scoprire su quali obiettivi ha messo il proprio mirino.

Erja vive a Lonate Pozzolo, vicino a Malpensa, e frequenta il liceo scientifico-sportivo di Gallarate (foto Bicitv)
Erja vive a Lonate Pozzolo, vicino a Malpensa, e frequenta il liceo scientifico-sportivo di Gallarate (foto Bicitv)
Iniziamo col capire chi è Erja fuori dalla bici? O preferisci essere chiamata Giulia?

Va benissimo con entrambi i nomi, ma se qualcuno mi chiama Erja sono sicura che intenda me e mi giro per rispondere (dice sorridendo, ndr). Vivo a Lonate Pozzolo, a pochi chilometri dall’aeroporto di Malpensa. Frequento la quarta al liceo scientifico-sportivo di Gallarate e l’anno scorso ho chiuso con la media dell’otto.

Una buonissima votazione al pari della stagione agonistica. Come hai gestito entrambi gli impegni?

A scuola in effetti lo scorso è stato un anno abbastanza difficoltoso in relazione al mio primo anno tra le juniores. Nel secondo quadrimestre ho accumulato tante assenze per le varie gare, però sono stata molto tutelata ed aiutata dalle mie professoresse. Loro capiscono perfettamente la mia situazione e finora sono sempre riuscita a pianificare sia interrogazioni che compiti in classe. Anzi, devo dire che loro mi fanno spesso i complimenti per i miei risultati perché sono consapevoli della mia attività.

A febbraio Bianchi ha svolto un ritiro di 10 giorni in Provenza con le juniores e elite della Baloise-WB Ladies
A febbraio Bianchi ha svolto un ritiro di 10 giorni in Provenza con le juniores e elite della Baloise-WB Ladies
Immaginiamo te ne avranno fatti tanti l’anno scorso. Che stagione è stata per te?

E’ stato un 2024 decisamente sopra le aspettative. Non pensavo di poter raccogliere così tante vittorie. Tuttavia come in ogni stagione che si rispetti, ci sono state anche delle delusioni. E forse, col senno di poi, direi anche giustamente perché ti aiutano a crescere.

Quali sono state?

Fino a luglio è andato tutto bene in corrispondenza degli europei in pista a Cottbus. Ad agosto poi sono iniziate le botte morali. Sono andata in ritiro col gruppo pista in vista dei mondiali, ma non sono stata convocata per andare in Cina. A quel punto non sono stata più chiamata per i ritiri col gruppo della strada. Il mondiale era troppo duro per le mie caratteristiche e mi aspettavo di non rientrare nei piani, mentre invece speravo di poter correre l’europeo in Belgio che era adatto a me. Peccato, ci sono rimasta un po’ male, però so che queste decisioni ci possono stare.

Bianchi conquista a Bovolone la seconda delle otto vittorie. Un bottino inaspettato (foto Ossola)
Bianchi conquista a Bovolone la seconda delle otto vittorie. Un bottino inaspettato (foto Ossola)
Come hai superato quelle delusioni?

Non nascondo che ho fatto qualche giorno giù di corda perché sapevo di aver dimostrato di essere andata forte. Mi sono accorta però lì per lì di aver reagito bene a quelle esclusioni. E in questo mi ha aiutato molto il ritiro che ho fatto con la Biesse-Carrera. La mia squadra e le mie compagne mi sono state molto vicine e non mi ci hanno fatto più pensare. Tanto che da lì in poi sono tornata a vincere ancora. Ho imparato molto dalle compagne più grandi, sia fuori che dentro la bici.

Le caratteristiche quindi di Erja Giulia Bianchi sono quelle della velocista?

Devo dirvi che non mi piace essere definita velocista (dice ridendo, ndr). E’ vero, sono veloce e mi butto nelle volate di gruppo, però ho dimostrato di saper tenere anche su percorsi più ondulati. Penso alle vittorie ottenute al Lunigiana o al Giro delle Marche, dove l’altimetria era abbastanza mossa. In ogni caso questo inverno ho lavorato per tenere meglio su alcune salite o strappi.

In generale la preparazione com’è andata?

E’ andata bene. Fino a fine gennaio ho pedalato il giusto, poi a febbraio ho recuperato facendo due ritiri. Uno in Liguria con la Biesse-Carrera di cinque giorni e l’altro in Provenza con le juniores ed elite del Baloise-WB Ladies. Col team belga ho fatto dieci giorni in accordo con la mia squadra e sfruttando un’opportunità legata ad una loro conoscenza. E’ stata davvero una bellissima esperienza, sia per conoscere ed adeguarmi alle loro abitudini, sia per dialogare in inglese.

Quest’anno sarai una delle più grandi della Biesse-Carrera. Come ti senti in questo ruolo?

Saremo in tre del secondo anno. In effetti abbiamo fatto un bel cambiamento con diverse ragazze nuove nella categoria. Spero di poter essere un riferimento per loro, come lo sono state con me quelle che sono passate elite. Da quello che ho visto finora devo dire che abbiamo ragazze già in gamba e che sembrano pronte a fare bene.

Guardando le classifiche di rendimento del 2024 tu eri una delle prime tre e tutte e tre eravate del primo anno. Sai già chi potrebbe essere la tua avversaria principale?

Onestamente non saprei, ci sono tantissime ragazze che l’anno scorso sono andate fortissimo e faranno altrettanto quest’anno. E non dimentichiamoci quelle che arrivano dalle allieve che possono fare bene. Posso dire che secondo me Chantal Pegolo è quella che parte favorita quest’anno. L’ho vista in corsa e l’ho conosciuta meglio in nazionale. Lei va forte in volata, sui percorsi vallonati e tiene in salita come ha mostrato col terzo posto al campionato italiano.

Anche tu sei una dei nomi più accreditati. Senti un po’ di pressione per questa stagione?

A dire il vero non ne avverto molta. Ho imparato a gestire questo tipo di tensione sviluppando una mentalità diversa. Ho capito che devo correre ed allenarmi cercando di divertirmi senza pensare troppo a certe cose, poi vedremo. Ecco, sono curiosa di vedere come andrò a Cittiglio, che per me è una corsa vicino a casa. Non ci vuole tanto, ma spero di andare meglio dell’anno scorso (dice sorridendo riferendosi al suo piazzamento lontano dalle prime, ndr).

La Biesse-Carrera ha fatto 5 giorni di ritiro in febbraio in Liguria
La Biesse-Carrera ha fatto 5 giorni di ritiro in febbraio in Liguria
A parte le vittorie, ti sei data degli obiettivi particolari?

Ripetere la scorsa annata ovviamente mi farebbe piacere, però spererei di fare più esperienza all’estero, dove si cresce tantissimo. Oppure mi piacerebbe fare uno stage con un team continental come ha fatto Milesi alla BePink (sua attuale squadra, ndr), sapendo che me lo devo guadagnare facendo risultati e prestazioni. Anche la nazionale resta un obiettivo. Non penso che farò più parte del reparto velocità perché sono ben coperti ed ero stata chiamata in extremis. Mi metto però a disposizione per il gruppo endurance qualora lo volessero. Anche su strada vorrei guadagnarmi l’azzurro per gli europei (in Ardeche in Francia, ndr) che li vedo adatti alle mie caratteristiche.

Verso la Strade Bianche: Monte Sante Marie, l’analisi di Moser

04.03.2025
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Pochi giorni e finalmente sarà Strade Bianche, la classica del nord… più a sud. E a proposito di classiche, ognuna ha il suo passaggio simbolo, spesso anche decisivo: il Poggio per la Sanremo, la Foresta di Arenberg per la Roubaix, il Kwaremont per il Fiandre, il Cauberg per l’Amstel e così via. Alla Strade Bianche questo passaggio è Monte Sante Marie, quest’anno settore numero otto, posto a 71 chilometri dall’arrivo. I suoi dati: 11,5 chilometri (4,5 dei quali in salita), una pendenza massima del 18 per cento e anche una discesa molto, molto tosta.

Di Monte Sante Marie parliamo con l’unico italiano che sin qui è riuscito a vincere la Strade Bianche, Moreno Moser. Il trentino riuscì nell’impresa nel 2013. Oggi Moreno è un acuto commentatore ed opinionista del ciclismo e con lui facciamo un’analisi tecnico-tattica di questo settore.

Un tratto in pianura, una serie di strappi, una discesa, un’altra salita e un lungo falsopiano: gli 11,5 km di Monte Sante Marie
Un tratto in pianura, una serie di strappi, una discesa, un’altra salita e un lungo falsopiano: gli 11,5 km di Monte Sante Marie
Moreno, insomma Monte Sante Marie è il punto decisivo della corsa?

Sì, o meglio: dipende. Dipende da come viene interpretata la corsa. Con certi corridori come Pogacar lo è sicuramente. In alcuni anni, tipo quando l’ho vinta, invece non è stato un settore così fondamentale. Però mi rendo conto che quando correvo io c’era molto più attendismo. Sante Marie era il momento in cui si frazionava un po’ il gruppo, ma non si decideva ancora la corsa. Oggi, a 80 chilometri dall’arrivo, devi essere già praticamente in modalità finale.

Se facessimo un paragone coi muri fiamminghi: è il Kwaremont del Giro delle Fiandre?

Sì, lo è da un punto di vista tecnico, perché effettivamente è il più duro, il più lungo ed è quello dove se uno vuole, può fare selezione. Anche quando correvo io si diceva che da Sante Marie iniziava la corsa. Adesso rischia di essere il punto in cui la corsa finisce… Anche se poi forse dal punto di vista emotivo e per vicinanza all’arrivo il settore delle Tolfe è più coinvolgente. E’ il Cauberg dell’Amstel!

Come si affronta, come si gestisce il settore di Monte Sante Marie? Portaci in bici con te…

Ah – sorride – non si gestisce, se vanno a tutta devi stare dietro a chi va a tutta. Quando inizi Sante Marie hai già i battiti alti per la lotta alle posizioni. Il primo anno che ho fatto la Strade l’ho preso indietro e c’è stata una caduta che mi ha tagliato fuori. Eppure lì ho capito che quella corsa mi piaceva. Il primo tratto è duro, tendenzialmente devi stare seduto, a meno che il terreno non sia in condizioni ottimali, magari un po’ compattato dalla pioggia. Discesa e poi salitone.

Quando si parla di Monte Sante Marie tutti pensano al salitone finale, in realtà c’è una discesa affatto banale. Anzi, l’anno scorso proprio lì scattò l’asso sloveno. Cosa ci dici di questa discesa?

Quel tratto di discesa è davvero tosto. E’ uno dei punti in sterrato dove si raggiungono le velocità più alte. Bisogna lasciarla scorrere. Servono capacità e anche grossi attributi! Negli ultimi anni però i corridori sono molto più abituati a guidare sullo sterrato. Quando correvo io, c’era gente che non sapeva neanche dove fosse quando entrava sullo sterrato. Oggi quelli davanti sanno guidare.

Strade Bianche 2024: Pogacar è partito nel falsopiano in discesa prima della planata vera e propria (foto web Strade Bianche)
Strade Bianche 2024: Pogacar è partito nel falsopiano in discesa prima della planata vera e propria (foto web Strade Bianche)
Adesso sarai criticato!

Sicuro, in tanti mi dicono: «Ah, noi di una volta guidavamo meglio». Io non credo sia così, oggi in tanti sanno guidare. Se pensiamo ai corridori forti degli ultimi anni, a parte Evenepoel che comunque è migliorato, gli altri sono tutti fenomeni anche nel guidare la bici. Pidcock, Pogacar, per non parlare di Van Aert e Van der Poel: gente che sa cosa fare.

E tatticamente come si approccia Sante Marie?

Sul primo strappo soprattutto, dipende molto da quanti corridori ci sono nel gruppo di testa e da come si è svolta la gara sin lì. Il ciclismo ha una marea di variabili e l’andamento della gara influenza tutto. Se si presentano in 20 è un conto, se c’è una fuga che può andare all’arrivo è un altro. Se invece è una fuga scontata e il gruppo è compatto, magari non c’è il vero attacco ma solo la squadra che fa il ritmo. Oppure c’è il Pogacar che fa il vuoto… dopo il forcing della squadra. E va via dopo il primo strappo, nella discesa.

Ci dicevi dell’importanza di far scorrere la bici in discesa. In fondo c’è un ponticello e poi si passa subito a salire. E’ quello che in gergo viene chiamato “sciacquone”. Si deve passare dalla moltiplica grande a quella piccola… Può essere un momento delicato?

Sì, perché subito dopo la discesa c’è un’altra impennata. Devi essere lucido per cambiare rapporto nel momento giusto. Sullo sterrato la catena può saltare e se sei in difficoltà puoi fare errori. Se andiamo a vedere ai corridori lucidi e freschi, difficilmente succedono problemi meccanici. Quando invece sei al limite, schiacci il bottone a caso e la catena può prendere una frustata e andare giù. Di certo lì bisogna cambiare, perché poi le pendenze cambiano nettamente.

Mentre non è così decisivo il falsopiano dopo il salitone, dopo il Borgo di Sante Marie: perché?

Difficile dirlo, ma probabilmente oggi si va più forte nei tratti duri e quindi è più facile fare selezione prima. I corridori stanno molto più seduti perché si è visto che la pedalata è più efficiente. Rispetto a Pantani che faceva chilometri in piedi, oggi si è visto che si spreca meno energia da seduti. Tra l’altro alcuni calcoli hanno dimostrato che perdeva parecchio in aerodinamica.

Era il 2013 e a Monte Sante Marie, Moser (al centro) pedala al fianco dell’allora compagno di squadra Sagan
Era il 2013 e a Monte Sante Marie, Moser (al centro) pedala al fianco dell’allora compagno di squadra Sagan
Chiaro…

Difficilmente oggi trovi uno scalatore puro che salta tanto sui pedali alla Simoni. Però non saprei dire esattamente perché si fa meno selezione in quel falsopiano. Negli anni in cui correvo io, dopo Monte Sante Marie eravamo ancora in tanti. Magari c’era un attacco, ma rimanevano gruppetti da 15 corridori. Oggi, e torniamo al discorso di prima, la corsa si è già assestata.

Moreno, qual è la tua “foto” di Monte Sante Marie?

La mia foto è anche una foto reale. Risale all’anno in cui ho vinto, e quello scatto mi ritrae praticamente a bocca chiusa mentre salivo al fianco di Sagan e davanti a Cancellara. E dire che avevo preso il settore in quarantesima posizione. Ma con tre pedalate al lato della strada ero davanti con Peter (Sagan, ndr), Van Avermaet e gli altri migliori. Mi è rimasta impressa perché mi sentivo fortissimo.

Tu e solo tu conosci le sensazioni che avevi in quel preciso istante…

E infatti tra me e me iniziavo a pensare: «Però… Sarà, ma io qui non faccio fatica». Ricordo che mi succedeva spesso in quegli anni. Da neopro’ un giorno con ingenua sfrontatezza dissi ad Alan (Marangoni, ndr) che non sentivo mai mal di gambe. Sì, lo sentivo nel finale, ma era il mal di gambe bello, quello che hai quando vai forte e ti giochi la corsa. Quello che ti spinge a dare ancora di più.

Le Samyn, ore 13. Al via c’è anche Van der Poel

04.03.2025
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Oggi è il giorno del debutto stagionale di Mathieu Van der Poel. Il programma iniziale prevedeva che attaccasse per la prima volta il numero alla Tirreno-Adriatico, ben prima dello scorso anno quando scelse la Sanremo e forse gli mancò qualcosa sul Poggio. L’idea di debuttare a Le Samyn – 199 chilometri con 8 cotes negli ultimi 100 – era stato spiegato ai primi del mese da Philip Roodhooft, uno dei due titolari della Alpecin-Deceuninck.

«Aggiustare o cambiare le cose strada facendo – aveva detto – a volte viene visto come una mancanza di professionalità, mentre molto spesso è il contrario. A patto che lo si faccia con attenzione».

Mathieu si è presentato al via sorridente e ovviamente circondato dal tifo e dalla curiosità generale. La maglia verde della squadra e la bici bianca in attesa di mostrare altre colorazioni alla Tirreno-Adriatico che dovrebbe essere il suo impegno successivo.

Un’occasione da cogliere

Il belga Het Nieuwsblad è tornato a bussare alla porta del manager belga per farsi spiegare il perché di questa scelta.

«Inizialmente – ha spiegato – il piano prevedeva che questa settimana Mathieu si allenasse in Spagna. Ma in questo momento in quella zona il tempo è terribilmente brutto e non aveva senso restarci tanto più a lungo. Inoltre, giovedì Lars Boven si è ritirato alla Valenciana e non avrebbe potuto partecipare a Le Samyn, per cui il suo posto era libero. Van der Poel aveva già fatto sapere che gli sarebbe piaciuto partecipare a una gara e così abbiamo colto l’occasione».

Prima del via, Van der Poel si è prestato alle interviste. L’arrivo è previsto per le 17,20
Prima del via, Van der Poel si è prestato alle interviste. L’arrivo è previsto per le 17,20

Le Samyn, una gara pulita

Come già spiegato dallo stesso Roodhooft due anni fa, la gestione di Mathieu Van der Poel è oculata e improntata alla massima tutela. Non è parsa inosservata la razionalizzazione dei suoi impegni dopo l’intenso triennio 2021-2023. E così ora l’olandese resta lontano dagli eccessi di un’attività smodata, puntando sulla qualità degli impegni.

«Tre mesi fa – ha spiegato ancora Roodhooft – avevamo pensato di farlo correre nel weekend di apertura qui al Nord, ma abbiamo deciso di non farlo. Avrebbe avuto ancora meno spazio tra i campionati del mondo di ciclocross (2 febbraio, ndr) e il debutto su strada e volevamo comunque concedergli qualche giorno di vacanza dopo la vittoria iridata. Il giorno dopo le vacanze, Mathieu è subito partito per l’altura, è quasi un mese che non torna a casa. Il vantaggio di correre Le Samyn è anche questo: può restare a casa per qualche giorno. In più c’è da dire che il livello della Omloop Het Nieuwsblad sarebbe stato troppo alto, mentre Le Samyn è una gara pulita, con un finale impegnativo, che per lui non sarà troppo difficile da affrontare. L’ha già fatta in passato e si è sempre divertito».

Nel 2021, a Le Samyn, Van der Poel taglia il traguardo così. Poi vinse la Strade Bianche
Nel 2021, a Le Samyn, Van der Poel taglia il traguardo così. Poi vinse la Strade Bianche

Strade Bianche, no grazie

L’unica volta che Van der Poel partecipò alla corsa, che parte proprio alle 13 da Quaregnon e si concluderà a Dour intorno alle 17,20, si guadagnò un’insolita foto sul traguardo. Lo tagliò infatti con il manubrio privo della leva del cambio e il guasto gli impedì di giocarsi la corsa. Dire sin da ora se l’olandese sarà in grado di vincere è piuttosto difficile, anche se non c’è dubbio che in qualche modo ci proverà.

«Le sue condizioni ovviamente stanno ancora migliorando – spiega Roodhooft – ma non è ancora nella forma in cui sarà fra tre settimane. Però sta bene e per questo motivo lui per primo ha detto di sentirsi pronto per correre. Ha voglia di farlo, l’ho sentito molto coinvolto. Ma nonostante questo, ci tengo a dire che Le Samyn è l’unica modifica al suo calendario. Mathieu non parteciperà alla Strade Bianche di sabato».

Allo stesso modo in cui Pogacar non dovrebbe partecipare alla Parigi-Roubaix. Il bello di questi grandi campioni è che quando riconoscono l’aria della primavera e sentono nelle gambe la forza giusta, hanno ancora il potere di imporre la loro volontà sui piani della squadra. Se Van der Poel non correrà a Siena è perché eventualmente non avrà le gambe per tenere testa a Pogacar.

Vingegaard vince, gli altri no. De Groot, che succede alla Visma?

04.03.2025
5 min
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Quattro vittorie. E’ vero, la stagione è appena iniziata e è presto per fare bilanci, ma pochi si sarebbero attesi una Visma-Lease a Bike messa alle corde già dopo poco più di un mese, quando i rivali della UAE sono già a 13 (e Pogacar di suo ne ha messe in carniere tre). Con Robbert De Groot avevamo già avuto modo di parlare dei nuovi giovani che stanno uscendo fuori, a cominciare dal talentuoso norvegese Nordhagen, ma dopo la vittoria di Vingegaard alla Volta ao Algarve abbiamo ripreso in mano il telefono per sentire gli umori in casa olandese.

Vingegaard ha vinto a cronometro all’Algarve aggiudicandosi la classifica finale. Due delle 4 vittorie del team
Vingegaard ha vinto a cronometro all’Algarve aggiudicandosi la classifica finale. Due delle 4 vittorie del team

Si può fare davvero di più

«E’ solo un piccolo inizio – afferma il direttore sportivo olandese – Gran parte della squadra è ancora al lavoro, c’è anche chi deve cominciare e sta lavorando in altura per i futuri impegni. Possiamo dire che la stagione vera e propria per noi è cominciata con le classiche belghe dell’ultimo fine settimana dove effettivamente ci aspettavamo di più. Ma in generale possiamo essere soddisfatti delle nostre prestazioni in Oman e soprattutto anche in Algeria, ovviamente. Mettiamo in conto anche le difficoltà avute da alcuni, ad esempio Kooij che dopo le due vittorie in Oman si è ammalato all’UAE Tour non potendo rendere per quanto è capace. Io penso che siamo a un buon livello al momento e speriamo di poterlo dimostrare anche dalle prossime gare».

Olav Kooij aveva iniziato bene al Tour of Oman, ma un’influenza lo ha poi debilitato
Olav Kooij aveva iniziato bene al Tour of Oman, ma un’influenza lo ha poi debilitato
Parliamo allora degli aspetti positivi: come hai visto Vingegaard alla Volta ao Algarve, secondo te a che punto è della sua condizione?

Penso che possiamo essere contenti, molto contenti. Considerando che in funzione del Tour non abbiamo avuto ancora periodi di altura per lui. Quindi sì, siamo molto contenti del suo livello, credo che sia già un bel segnale anche per come è arrivata.

Che cosa chiedi ai vostri giovani che vengono dal devo team, in questa fase della stagione?

Penso che sia una squadra, il devo team, molto interessante visti i nomi che ci ha già dato. A cominciare da Brennan e Nordhagen. Ma ci sono altri nomi del team giovane che stiamo tenendo sotto la nostra lente, da Hoydahl a Rex a Smith. Interessante è anche l’altro inglese, Pattinson. Abbiamo alcuni giovani ragazzi molto interessanti in arrivo e sicuramente proveremo a mostrare qualcosa nelle gare come Umago, Porec, questo tipo di gare dove ci sarà anche Mattio. Ma ci mescoleremo. Ci mescoleremo parecchio. In gare come Denain o alla Coppi e Bartali porteremo alcuni giovani nel team principale per far fare loro esperienza.

Il danese insieme a Pogacar all’ultimo Tour. La sfida si rinnoverà e sarà replicata alla Vuelta
Il danese insieme a Pogacar all’ultimo Tour. La sfida si rinnoverà e sarà replicata alla Vuelta
Vingegaard ha vinto la Volta ao Algarve grazie alla cronometro, tutti ricordiamo la sua prestazione nella crono di Combloux al Tour. Hai detto però che Nordhagen alla sua età è superiore, che cosa te lo fa credere?

E’ molto difficile da dire. Stiamo lavorando per capire quali sono i suoi limiti, per vedere come può gestire un team. Intanto siamo intenzionati a fargli fare molte gare a tappe brevi, dove curare la classifica. Per sviluppare le sue abilità vincenti, abituarlo a quelle responsabilità. E per sviluppare qualche altra abilità tecnica. Quindi dobbiamo davvero aspettare e vedere come va la stagione per lui. L’importante è non metterlo subito sotto giudizio.

Il fatto che i leader della vostra squadra in questo momento non solo olandesi, salvo Kooij per gli sprint, come è visto dai fans in Olanda?

La gente a casa vorrebbe avere più corridori olandesi, lo sappiamo. Ma per noi non è così, il ciclismo è uno sport internazionale. Tutti i team sono vere e proprie multinazionali. Pogacar è sloveno e corre in un team arabo, Vingegaard danese in un team olandese e così via. Dobbiamo accettare che il ciclismo è un grande gioco internazionale E non importa se sei del Paese in cui è tenuta la licenza. Penso che si tratti di creare squadre vincenti, ma puoi farlo solo avendo i migliori corridori da tutto il mondo.

Per Uijtdebroeks prevista una serie di prove brevi a tappe, per abituarlo alla guida della squadra
Per Uijtdebroeks prevista una serie di prove brevi a tappe, per abituarlo alla guida della squadra
Tutti aspettano la doppia sfida fra Jonas e Pogacar a Tour e Vuelta. Quanto inciderà la scelta degli uomini dei team e la loro prestazione in aiuto dei capitani per fare la differenza?

Penso che sia un fattore molto importante. Sono team a un livello incredibilmente alto per supportare grandi campioni e noi abbiamo una grande fiducia nel fatto che i nostri corridori possano competere con il campione del mondo. Quindi faremo tutto il possibile per creare una squadra molto, molto forte in queste gare, per supportare Jonas, per provare a competere con quello che ad oggi è il più forte di tutti. Ma dovremo essere tutti al massimo, io credo che sarà uno spettacolo enorme e vogliamo che sia incerto fino alla fine.

Che risultato ti renderebbe davvero felice quest’anno?

Vincere il Tour de France, che diamine…

Il Rwanda di Sambinello: «Un’esperienza di vita che rifarei»

04.03.2025
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Il Tour du Rwanda si è concluso ed ha attirato tante attenzioni. Più che sulla corsa, gli occhi dei curiosi erano concentrati sul fatto che il Paese africano ospiterà i prossimi mondiali di ciclismo. Tante voci si sono susseguite a proposito della corsa iridata, dal fatto che non si sarebbe corsa per motivi di sicurezza alle smentite di questi giorni. La nostra curiosità, invece, era legata a questa gara a tappe e all’ambiente che lo circonda. Uno dei due italiani presenti sulle strade del Rwanda era Enea Sambinello, atleta del devo team del UAE Team Emirates-XRG. Per lui questo è stato il settimo appuntamento stagionale dopo le sei corse fatte tra Spagna e Portogallo (in apertura foto Tour du Rwanda). 

Per Sambinello questa è stata la prima gara disputata con il devo team (foto Tour du Rwanda)
Per Sambinello questa è stata la prima gara disputata con il devo team (foto Tour du Rwanda)

Malanni a parte

Un viaggio durato cinque delle sette tappe previste attraverso gli scenari che ospiteranno il campionato del mondo 2025. Per arrivare a Kigali, capitale del Rwanda, Sambinello ha impiegato otto ore e mezza di aereo con partenza da Parigi. Il ritorno, avvenuto la notte scorsa, lo ha riportato nella capitale francese. Da lì poi Sambinello volerà a Nizza e poi si sposterà al Trofeo Laigueglia.

«Sono stati giorni un po’ così – racconta quando ancora è in hotel a Kigali – a causa di un virus che mi ha debilitato. Non ho preso parte alle ultime due frazioni, quelle che si svolgevano sul percorso dei prossimi mondiali. Ancora non abbiamo capito quale sia stata la causa del virus, ma l’importante è che sia passato. Tra venerdì e sabato non ho chiuso occhio, la mattina era sfinito. Il medico della squadra, che per la trasferta ci ha seguito, mi ha dato un antibiotico e mi sono ripreso abbastanza velocemente».

Per il resto in Rwanda com’è andata?

Ho sofferto il caldo e l’altura. Specialmente le alte temperature che sono sempre state molto alte, c’erano tra i 30 e i 35 gradi centigradi. Non ho performato come avrei voluto, ognuno reagisce a modo suo.

A che quota eravate?

Dipende un po’ dalle zone del Paese. A Kigali abbiamo dormito intorno ai 2.000 metri. In certe tappe siamo arrivati oltre i 2.600 metri di quota e tante volte abbiamo scollinato salite con quota superiore ai 2.000 metri. Non ho mai fatto grandi sforzi in altura, ed è una cosa che mi manca. L’anno scorso per preparare il mondiale di Zurigo sono stato a Livigno ma abbiamo sempre lavorato a intensità relativa.  

Al Tour du Rwanda i ritmi erano alti?

E’ stata una corsa molto diversa da quelle a cui sono stato abituato fino ad ora. Qui le grandi squadre avevano tutte un velocista di riferimento e quindi tendevano ad abbassare i ritmi. Solamente noi e i ragazzi del devo team della Picnic PostNL abbiamo provato a movimentare la situazione. I numeri sul computerino erano bassi, ovviamente è una cosa legata all’altura. Le uniche due tappe in cui siamo andati davvero forte sono state la quarta e la quinta. 

Una corsa impegnativa a livello altimetrico?

Sicuramente quella con più dislivello che ho fatto in tutta la mia vita. A parità di dislivello ce ne siamo accorti un po’ meno rispetto a quando corriamo in Europa. Questo perché non c’è tanta pianura, quindi o si sale o si scende. In media facevamo tra i 2.000 e i 2.500 metri di dislivello. La tappa regina ne aveva 3.700. Il tutto con chilometraggi abbastanza ridotti, sempre compresi tra i 120 e i 150 chilometri.

Le salite come sono?

Bisogna partire dal presupposto che le strade sono tutte statali con la carreggiata larga e l’asfalto perfetto. Anche questo particolare riduce la percezione della fatica. Quando ti trovi a pedalare su tratti all’8 per cento di pendenza ma con l’asfalto favorevole è diverso. Da noi, al contrario, ti ritrovi su una strada stretta e mal ridotta e questo fa tanta differenza

Le strade sono sempre in perfette perfette condizioni (foto Tour du Rwanda)
Le strade sono sempre in perfette perfette condizioni (foto Tour du Rwanda)
Di pubblico ce n’era tanto?

Tantissimo. Diverso rispetto a quello a cui siamo abituati di solito perché non sono appassionati di ciclismo ma curiosi. E’ un paesaggio particolare, nel quale si attraversa una foresta e ogni due o tre chilometri ti trovi un villaggio pieno di gente sulle strade. In particolare bambini. Vi racconto un aneddoto. 

Dicci.

Non riguarda direttamente me ma un massaggiatore del team. La sera dopo la tappa è andato a correre e lo stavano seguendo tanti bambini. Ad un certo punto si è accorto che uno di loro aveva delle scarpe ai piedi, era l’unico. Però erano slacciate, nel fargli il nodo il bambino lo guardava ammirato e appena fatto non ha smesso di ringraziarlo. Da un lato è un gesto che magari può anche far sorridere però ti lascia qualcosa dentro. 

Entri in contatto con un mondo totalmente diverso…

E anche i valori cambiano. In questi giorni ho visto spesso delle persone, dei bambini, che per una borraccia vuota ti fanno un sorriso enorme. Per loro ha un valore altissimo, ma non perché siano tifosi, ma per il significato che questa gara rappresenta per loro. E’ una novità, un qualcosa che li incuriosisce. Dopo un’esperienza del genere cambia un po’ la percezione di cosa sono le cose importanti. 

Com’è il Rwanda al di fuori della capitale, Kigali?

Verde, anzi verdissimo. Poi ci sono dei posti immersi nella natura incontaminata. Durante la quinta tappa siamo passati in un parco naturale e c’erano dei posti che tra una fatica e l’altra ho alzato lo sguardo e sono rimasto a bocca aperta. Nelle città c’era tanta diversità rispetto agli hotel in cui eravamo noi che comunque erano di buonissimo livello. Nelle città intorno comunque c’è molta povertà, cosa che si trova meno a Kigali. Comunque è un’esperienza di vita che vale la pena vivere, sono contento di essere venuto.

OneCycling costituita ufficialmente. Vegni attende comunicazioni

03.03.2025
5 min
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Il progetto OneCycling va avanti e nei propositi di Richard Plugge, il suo CEO dovrebbe vedere la luce già il prossimo anno. Ormai non si parla più di una semplice idea, ci sono dati reali. Lo scorso 10 dicembre è stata registrata, presso la Companies House di Cardiff, la società costituente, OneCycling Limited, dietro la quale c’è un fondo economico saudita, SURJ Sports Investment che è una branca del Public Investment Fund, uno dei più grandi a livello globale. I sauditi hanno garantito un importo di 300 milioni per un contratto di 3 anni.

Il circuito dovrebbe avere una finale in terra araba, con formula da stabilire (foto Corvos)
Il circuito dovrebbe avere una finale in terra araba, con formula da stabilire (foto Corvos)

Grandi entrate per i team firmatari

Alla moderna Superlega ciclistica hanno già aderito team come Visma, Ineos, Red Bull, EF, Soudal, Lidl oltre agli organizzatori di Flanders Classics e la commistione fra team e organizzatori è un aspetto importante del nuovo progetto. Le squadre facenti parte dell’organizzazione riceveranno, per i suddetti tre anni, un milione di euro a stagione, da considerare al di fuori delle entrate provenienti dagli sponsor che per ora costituiscono generalmente il 90 per cento delle entrate.

Quali gare ne faranno parte? Questo è un primo problema. OneCycling sta procedendo attraverso due direzioni. La prima riguarda una serie di circuiti da organizzare in grandi città, secondo una formula che, se in America ha trovato buoni riscontri, in Europa non è ben vista, venendo relegata a fine stagione seppur con una frequentazione ampia e qualificata. Gare stile Formula 1, che permettono la presenza di folto pubblico, ma che da sole non reggono una spesa così ingente.

Al progetto hanno aderito finora alcuni dei team leader del WT, ma sono ancora molto pochi
Al progetto hanno aderito finora alcuni dei team leader del WT, ma sono ancora molto pochi

A braccetto con l’Uci

L’altra direttrice doveva essere la creazione di un circuito di gare al di fuori del calendario internazionale, ma non c’erano né gli spazi né le garanzie. Si è capito che il progetto non può andare avanti in contrasto con l’Uci, ecco quindi che si pensa di allestire un programma di gare fisso e mutuato dal calendario internazionale, al quale i team saranno chiamati a partecipare con i loro uomini migliori, che dovrebbe comprendere le principali prove del calendario.

Un simile progetto non può però andare avanti senza la partecipazione delle grandi organizzazioni. Aso per ora è fuori e vuole rimanerci, continuando a gestire in autonomia le proprie gare, ma le trattative sono in corso tanto è vero che l’eventuale circuito non prescinderebbe dal Tour de France, mentre la Vuelta non ne fa parte.

Yann Le Monnier, patron di Aso, insieme a Richard Plugge (foto Raymond Kerckhoffs)
Yann Le Monnier, patron di Aso, insieme a Richard Plugge (foto Raymond Kerckhoffs)

Giro nel progetto: a loro insaputa?

E il Giro? L’organizzazione di Plugge ha già detto che anche la corsa rosa è nel programma. Mauro Vegni però non ne sa nulla: «Quel che posso dire è che se l’ingresso del Giro nell’eventuale circuito significa che vengono messe insieme alcune gare che danno punti, un po’ come avveniva nel secolo scorso con il Superprestige Pernod, non abbiamo nulla in contrario, ma se il coinvolgimento è più profondo io non ne sono a conoscenza. I contatti vengono presi a livello imprenditoriale, credo che siano direttamente Cairo o Bellino a occuparsi di questo ma siamo ancora nel campo delle voci, non c’è nulla di definito».

Il progetto però non riguarda solamente i grandi giri, anzi è a livello più basso che le novità potrebbero prendere una forma più ardita. In questo ideale circuito dovrebbero infatti entrare altre corse a tappe, come Parigi-Nizza, Tirreno-Adriatico, Giro di Svizzera, ma non dovrebbero superare i 5-6 giorni di gara e questo potrebbe rappresentare un problema.

La Tirreno-Adriatico è inserita nel progetto, ma dovrebbe ridurre a 5-6 i suoi giorni di gara
La Tirreno-Adriatico è inserita nel progetto, ma dovrebbe ridurre a 5-6 i suoi giorni di gara

La riduzione dei giorni di gara

«Questa non è però una novità – tiene a sottolineare Vegni – perché se ne era parlato già una ventina di anni fa, prospettando anche l’eventualità di ridurre le grandi corse a tappe nella loro durata. Sarebbe possibile? Io dico che tutto si può fare, a condizione che però ci sia chiarezza d’intenti e soprattutto non ci siano disparità. Se si deve ridurre, devono farlo tutti. Ma siamo ancora nel campo delle voci, io faccio parte della commissione Uci e non ci è stato presentato nulla al riguardo».

Il lavoro con l’Uci è fondamentale e l’input è arrivato direttamente dagli investitori che vogliono evitare un’altra diaspora com’è avvenuta nel golf, dove la Saudi LIV Golf League ha di fatto spaccato il movimento professionistico. Una volta che la federazione darà il suo imprimatur, si passerà attraverso fasi successive, con la creazione del circuito vendendo però i suoi diritti televisivi in blocco (e già Dazn, particolarmente legata agli eventi di matrice araba, è pronta a investire). Se il suddetto circuito dovesse essere composto da gare preesistenti, la sua chiusura dovrebbe però essere allestita attraverso una sorta di Grand Final, come avviene per il tennis, da allestire proprio in Arabia Saudita, con grande gala di premiazione alla fine.

Il circuito dovrebbe avere una finale in terra araba, con formula da stabilire (foto Corvos)
Il circuito dovrebbe avere una finale in terra araba, con formula da stabilire (foto Corvos)

Un meccanismo virtuoso

L’idea di base è che, con il circuito avviato, s’innesti un meccanismo virtuoso capace di produrre denaro anche al di fuori dell’investimento di base, per questo avrebbero tutti da guadagnarci alla fine. Per questo molto passerà attraverso i contatti con gli organizzatori, mettersi di traverso non conviene a nessuno.

Ciccone e la partenza sprint: un cambio di passo evidente

03.03.2025
4 min
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Il podio al Giro di Lombardia ha segnato una svolta nella carriera di Giulio Ciccone oppure è stato la logica conseguenza di un periodo senza intoppi? Il 2024 non è stato un anno particolarmente fortunato per l’abruzzese, che ha dovuto fermarsi proprio all’inizio della stagione per un doppio intervento al soprasella. Era sul punto di partire per il Teide, invece di colpo non è più potuto salire sulla bicicletta. C’è voluto un mese di stop che ha vanificato il lavoro invernale e ha fatto sì che il corridore della Lidl-Trek tornasse in gruppo al Giro di Romandia. Da lì in avanti, la stagione è stata una rincorsa della condizione, con un buon Delfinato, un paio di ottimi piazzamenti al Tour e poi purtroppo il ritiro dalla Vuelta per una caduta e il conseguente dolore al ginocchio.

«Il podio al Lombardia – spiega Ciccone – è stato semplicemente un ottimo risultato in una stagione di transizione. Per come si erano messe le cose, l’anno scorso era una stagione in cui tutto quello che fosse arrivato sarebbe stato un di più, data la doppia operazione a gennaio e la ripresa della preparazione a marzo. Questa volta invece ho vissuto un buon inverno, lavorando in maniera molto serena».

Il Giro di Lombardia è stato un grande risultato per Ciccone, terzo dietro Pogacar ed Evenepoel
Il Giro di Lombardia è stato un grande risultato per Ciccone, terzo dietro Pogacar ed Evenepoel

Pronto al debutto

L’inizio di stagione lo ha visto ripartire da una base piuttosto alta, se è vero che al UAE Tour del debutto, è stato il migliore alle spalle di Pogacar. Lo ha seguito a distanza nell’arrivo in salita di Jebel Jais e gli ha tenuto testa sino all’ultimo a Jebel Hafeet, cedendo alla fine per soli 33 secondi. Lo sloveno è un mago delle partenze sprint e sulla sua strada si stanno muovendo anche i rivali.

«La capacità di arrivare pronti alle prime gare – spiega Ciccone – è dovuta ormai alle preparazioni che vengono fatte in maniera sempre più precisa e dettagliata. Una volta si iniziava ad allenarsi più tardi e in maniera più tranquilla, ora non esiste praticamente più la fase intermedia. Quando si riprende, dopo una settimana si è già sotto con tabelle di lavori specifici e intensità. Per questo si arriva alle prime gare con un livello già alto e di conseguenza non ci sono più corse di preparazione».

Dopo l’arrivo di Jebel Hafeet (foto di apertura) lo stupore di Ciccone commentando con Milan la forza di Pogacar
Dopo l’arrivo di Jebel Hafeet (foto di apertura) lo stupore di Ciccone commentando con Milan la forza di Pogacar

Battuti, ma non arresi

Si può ritenere una vittoria il fatto di arrivare secondi dietro un fenomeno come il campione del mondo sloveno? La sua presenza alle corse rende tutto molto relativo, eppure la molla che spinge i rivali non è certo quella di arrendersi per ultimi. In qualche angolo della loro mente ci deve essere per forza la spinta di vincere e dare il proprio massimo: altrimenti come fai ad allenarti al livello più alto?

«A dire la verità – dice Ciccone con grande realismo e un po’ di rassegnazione – Pogacar è l’unico corridore con cui non ci si può misurare. E’ di una superiorità devastante, quindi fare confronti con lui non serve a nulla. Non c’è partita, per quanto bene puoi stare, sai già che lui ti stacca dove e quando vuole. Cosa si prova quando se ne va e tu senti di non avere più fiato? E’ un insieme di fattori, ma soprattutto di gambe: con la testa non puoi mollare. So che è brutto, ma questa è la cruda verità. Detto ciò, non significa rassegnarsi o non lottare. La voglia di vincere quella non manca mai, è un istinto che hai dentro. E’ una questione personale».

Giulio Ciccone correrà il Giro, dove ha vinto 3 tappe: l’ultima a Cogne nel 2022 (nella foto)
Giulio Ciccone correrà il Giro, dove ha vinto 3 tappe: l’ultima a Cogne nel 2022 (nella foto)

Il Ciccone del Giro

Chi lo segue nella preparazione avverte di tenersi liberi per il Giro d’Italia, perché il Ciccone del 2025 ci arriverà in grandissimo spolvero. Ma già da un paio di stagioni, Giulio ha imparato a tenersi in tasca le esternazioni ad effetto e preferisce non sbilanciarsi troppo. Quando si lavora per essere leader di una squadra che negli anni è diventata così grande, è bene che a parlare siano prima le prestazioni.

«Sono tanti gli appuntamenti in cui mi aspetto di fare bene prima del Giro – dice – la Tirreno-Adriatico, la Sanremo, Tour of the Alps, Liegi… Ci sono tante gare importanti e belle. Con l’arrivo di Lidl, la squadra ha sicuramente cambiato passo. L’organico è diventato più importante, il livello si è alzato tantissimo e ovviamente gli investimenti stanno portando risultati sotto i punti di vista di sviluppo e performance. Le decisioni vengono sempre affidate ai manager, ma quando non ci sono problemi e la condizione è buona, mi viene affidato il ruolo di leader. E il leader non si muove a caso, non può fare cavolate o attaccare d’istinto senza senso. In certi casi devi cambiare modo di correre per ottimizzare il risultato».

EDITORIALE / Il ciclismo ha bisogno di ponti, non di muri

03.03.2025
4 min
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C’è qualcosa che vorremmo dire sulla Coppa Italia delle Regioni, presentata la settimana scorsa a Roma, nella solennità di Montecitorio. Come spesso avviene nel ciclismo, già la sera qualcuno ha iniziato a inviare messaggi di scetticismo, come a dire che non fosse vero niente. A noi invece la cosa sembra importante, a patto che tutti accettino di giocare secondo le stesse regole.

Il ciclismo nel salotto buono della politica avrà anche una parte di facciata, ma alla base ci sono sostanza e impegni concreti
Il ciclismo nel salotto buono della politica avrà anche una parte di facciata, ma alla base ci sono sostanza e impegni concreti

Il ciclismo a Montecitorio

Primo aspetto: la solennità della manifestazione. Nulla si fa senza immaginare un tornaconto. Perciò, se alcuni ministeri hanno elargito finanze per mettere in piedi questa collaborazione, rendergli grazie è un passaggio istituzionale e di buon senso. La presenza di tre ministri serviva a questo: a fargli spiegare la loro scelta e ricevere in cambio la visibilità che ne hanno potuto trarre.

In ogni caso, il fatto che il ciclismo sia stato ospitato nella sede istituzionale più prestigiosa, è un segnale che dobbiamo valorizzare, senza lasciar prevalere il cinismo di sempre. Prendiamo il buono che abbiamo, il male non ha bisogno di essere scelto: si impone da sé.

Facciamo che se ne parli nei salotti che contano e approfittiamo dell’occasione di uscire dai soliti circoli in cui a volte ci si sente comodi e altre volte ci si sente imprigionati. Roberto Pella, sindaco e deputato, sta compiendo passi evidenti. Lo fa perché ha un animo sensibile o per qualche tornaconto? Cerchiamo di capire cosa può darci e lasciamolo lavorare. Ci siamo spesso lamentati di non essere rappresentati nei centri del potere: adesso in parte lo siamo, proviamo ad approfittarne. Di certo nella mattinata di Roma sono emersi spunti importanti, che sarebbe un peccato non cogliere.

Mercoledì torna il Trofeo Laigueglia: qui il via del 2024, con le continental in mezzo alle WorldTour
Mercoledì torna il Trofeo Laigueglia: qui il via del 2024, con le continental in mezzo alle WorldTour

Il calendario italiano

Secondo aspetto: il calendario italiano. Lasciando stare l’eterna e malinconica disputa sull’assenza di una squadra WorldTour in Italia, quel che manca è un’attività credibile per tutto il resto del nostro ciclismo. Ci sono classiche di remoto prestigio e altre che trovano ancora una loro ragione di essere. Quel che manca è il coinvolgimento delle squadre italiane che, fatte salve le tre Professional, sono ormai soltanto delle continental.

Proprio nel mattino di Roma, un organizzatore è stato chiaro: io voglio portare più squadre WorldTour e non essere costretto a far correre le continental. Soprattutto perché alcune delle squadre italiane hanno a suo dire un livello tecnico che lascia a desiderare. Questo è proprio il punto su cui Lega e Federazione dovrebbero trovare un accordo. Si può ricorrere al ranking delle continental e prevederne la presenza in numero ragionevole?

Le cose si possono fare, basta la volontà. Per questo è sembrato strano che alla presentazione di Roma non ci fossero esponenti della FCI. La Lega del Ciclismo Professionistico è un’emanazione della Federazione, ha senso che ci sia una distanza?

Al momento l’ACCPI del presidente Salvato si occupa unicamente dei professionisti
Al momento l’ACCPI del presidente Salvato si occupa unicamente dei professionisti

I grandi e i piccoli

Terzo aspetto: il grande protegge i piccoli. Coinvolgere le continental e i devo team nelle gare della Coppa Italia delle Regioni significa per i grandi prendersene in qualche modo cura. Il professionismo non può essere diviso dal resto del ciclismo da altri muri che non siano il contratto. Avere sul movimento degli U23 e degli elite un occhio del professionismo significa anche lavorare per un loro miglioramento. Significa provare a esportare le tutele minime, magari in termini di sicurezza, semplicemente prevedendo un osservatore che ci metta un occhio. In modo che se succedesse di nuovo qualcosa come la morte di Giovanni Iannelli, l’Associazione dei corridori non si ritrovi a dire che il ragazzo non era un professionista e di conseguenza loro non possono occuparsene. Non è possibile creare un tavolo condiviso?

Quando si parla di ciclismo, è difficile far capire al di fuori che ci sono certe distinzioni, anche davanti alla sicurezza degli atleti. Il giovane che muore, qualunque sia il suo nome, un giorno sarebbe potuto diventare un grande professionista. La sua perdita è un lutto per tutte le categorie. Prendersi cura dei più piccoli è indice della civiltà di qualsiasi tipo di società.

Il caso Iannelli: la versione ufficiale, discorso ormai chiuso?

03.03.2025
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«Il ciclista durante la volata finale tentava il sorpasso del gruppo in cui stava gareggiando, perdendo l’equilibrio della bicicletta, per poi sbilanciarsi alla sua sinistra, così da andare a sbattere con il pedalino sinistro e la ruota anteriore del velocipede sul primo pilastro del cancello del civico 45 di via Roma, per poi cadere con il capo sull’altro pilastro del predetto cancello ed infine sbalzare in avanti di pochi metri, dove rimaneva inerte fino all’arrivo dei soccorsi. In base alle dichiarazioni rese da Giulia Fassina, si appurava altresì che in merito all’accaduto non venivano segnalate irregolarità sportive, in quanto Iannelli avrebbe perso autonomamente l’equilibrio, senza coinvolgimento di terzi ciclisti gareggianti».

Il viaggio nel racconto di Carlo Iannelli prosegue con un estratto del rapporto dei Carabinieri intervenuti, che raccolgono la testimonianza della giudice in moto. La sua relazione parla di una manovra di Giovanni Iannelli, che si è spostato verso sinistra nel tentativo di superare il gruppo lanciato in volata. In quel tratto non c’erano transenne a delimitare la carreggiata né protezioni per impedire agli atleti di finire contro colonne, pali della luce, cestini per l’immondizia. Nonostante sia appena morto un ragazzo di 23 anni, non c’è nulla da segnalare.

La caduta di Giovanni Iannelli avviene in volata e per i rettilinei di arrivo la normativa tecnica prevede dispositivi di sicurezza diversi e specifici che in quel caso sembrano tutto fuorché a norma. Non a caso la giustizia sportiva sanziona gli organizzatori. Eppure nulla di tutto ciò basta per aprire un’inchiesta.

La ruota anteriore non sembra aver urtato un muro a 70 all’ora
La ruota anteriore non sembra aver urtato un muro a 70 all’ora

L’innominabile

A un certo punto si scopre che la maglia bianca dei giovani al Giro d’Italia Giovani U23 del 2020 avrà la sponsorizzazione di Aido, l’Associazione italiana donatori organi. I genitori di Giovanni hanno donato i suoi organi e nella mente di Carlo Iannelli prende forma un’idea.

«Si dà il caso che mio figlio Giovanni abbia corso il Giro d’Italia U23 nel 2018 – dice – portandolo a termine con grande fatica. Nel 2019 muore e dona gli organi, nel 2020 c’è questa piccola opportunità. Così mi metto in contatto con gli organizzatori del Giro, ma anche con la Presidente di AIDO, la dottoressa Flavia Petrin. La chiamo, le spiego quale sarebbe la mia intenzione e lei la accoglie con grandissimo entusiasmo. Dice che sarebbe fantastico, ma io freno il suo entusiasmo, dicendole che non sarà affatto semplice. E infatti quella dedica a Giovanni non si è mai realizzata, perché di Giovanni non se ne deve parlare. Giovanni è diventato un innominabile».

Edoardo Zambanini, Zalf Desiree Fior, Giro d'Italia Under 23, 2020
Un giovanissimo Edoardo Zambanini conquista la maglia bianca AIDO al Giro U23 del 2020
Edoardo Zambanini, Zalf Desiree Fior, Giro d'Italia Under 23, 2020
Un giovanissimo Edoardo Zambanini conquista la maglia bianca AIDO al Giro U23 del 2020
E la dottoressa che cosa ha detto?

Una volta che la mia idea viene dichiarata improponibile, la chiamo nuovamente e lei mi dice che ha fatto di tutto, ma non è stato possibile. E io allora le dico che al suo posto ritirerei la sponsorizzazione e lei alla fine ammette che la sponsorizzazione non è diretta di AIDO. Dice che loro sono gli sponsor etici e ci mettono il nome, ma i soldi sono di Chiesi Farmaceutici, un’azienda farmaceutica che produce i broncodilatatori. Quando capisce che sono per questo contrariato e minaccio di farlo sapere in giro, fa un comunicato ufficiale di AIDO, in cui spiega come funziona la loro sponsorizzazione.

Nel frattempo l’inchiesta va avanti?

Viene nominato Roberto Sgalla come consulente del Pubblico Ministero di Alessandria: un tesserato della Federazione come consulente di un’inchiesta in cui si indaga per presunte responsabilità di soggetti tesserati. Prima di questo, Sgalla fa anche il consulente per la Procura della Federciclismo. Eppure nonostante il suo parere, la Procura non solo parla di transenne irregolari, ma parla anche di estrema pericolosità di quel rettilineo d’arrivo. Tant’è che sanziona la società organizzatrice nella misura massima per due gravissime irregolarità direttamente correlata alla morte di Giovanni: cioè la transennatura non conforme e l’estrema pericolosità del rettilineo d’arrivo.

Iannelli ha partecipato al Giro d’Italia U23 del 2018
Iannelli ha partecipato al Giro d’Italia U23 del 2018
L’inchiesta penale non ha sbocchi, ma nel frattempo un accenno di giustizia c’è stato grazie alla causa civile?

Ho fatto quella causa perché non potevo più tollerare le umiliazioni alle quali Giovanni è stato sottoposto. L’ho avviata sulla scorta del primo giudizio sportivo del 2 marzo 2020, che ha sanzionato la società per le gravissime irregolarità direttamente correlate alla morte di Giovanni. Era la sola cosa che potevo fare, senza aspettare la Procura della Repubblica di Alessandria. Ho avviato un giudizio civile in pieno Covid, con tutte le difficoltà per notificare gli atti, perché gli ufficiali giudiziari erano quasi tutti in casa. La causa è andata avanti per quattro anni e si è conclusa il 13 agosto del 2024 con una sentenza di 50 pagine emessa dal giudice civile del Tribunale di Alessandria, la dottoressa Alice Ambrosio.

Si parla di gravi negligenze, si riconosce il suo impianto accusatorio, che però non conta per la giustizia penale?

Si parla di gravissime negligenze di tutti coloro che avevano organizzato la gara, individuabili nella manifesta scarsità di transenne obbligatorie nel tratto finale di gara. Nella mancata protezione delle colonne di mattoni rossi contro cui è andato ad impattare Giovanni, “prospicienti se non addirittura situate sulla sede stradale percorribile dai corridori”.

Per capire il quadro, sua moglie in tutto questo combattere che posizione ha?

Sinceramente non l’ho caricata di tutto questo fardello, ho voluta tenerla fuori, lei e le mie figlie. La cosa fa tanto male a me e non volevo arrecare ulteriore dolore anche a loro, per cui me la sono caricata tutta io sulle spalle e porterò questo fardello finché avrò fiato e forza. Poi quando non ci sarò più, pazienza. E’ una vicenda straziante, sono sei anni che non faccio altro se non rileggere, riscrivere, rileggere e riscrivere. Vi posso dire però che la vicenda non è assolutamente conclusa e spero ci siano delle novità importanti. E che questa storia, come dico e scrivo spesso io, non serva solamente a migliorare il ciclismo, ma serve a migliorare anche questo Paese da certe situazioni, da certi contesti. Lo faccio per tutti i Giovanni Iannelli che sono stati dimenticati. Che sono stati chiusi nei cassetti, che sono stati archiviati dalla cattiveria umana, ma quella cattiveria umana ha nomi e cognomi.

Giovanni Iannelli era un ragazzo di famiglia, innamorato delle sue sorelle e dei cugini
Giovanni Iannelli era un ragazzo di famiglia, innamorato delle sue sorelle e dei cugini
Questo suo martellare sui social è come incatenarsi a un cancello?

Mi sono sottoposto a delle umiliazioni indescrivibili, ma vedrà che prima della fine non escludo che a un cancello mi incatenerò davvero. Anche se facendolo passerei per quello che ha perso la testa. Invece io, purtroppo per loro, sono più lucido di prima. Continuo a lavoricchiare perché non ho rendite, non ho nessun tipo di entrata, se non quelle del mio lavoro. E intanto sto cercando di aiutare tante persone nel mondo del ciclismo, che sono state a loro modo massacrate.

Il primo ottobre 2024, una sentenza civile condanna in primo grado gli organizzatori della gara di Molino dei Torti a un risarcimento, ravvisando tutte le irregolarità tecniche denunciate dalla parte lesa. Il 10 ottobre, Carlo Iannelli presenta ancora ad Alessandria un’istanza di riapertura indagini, che viene respinta il giorno dopo. La motivazione è lapidaria: non è necessario fare ulteriori indagini, perché tutti hanno capito come siano andate le cose. Ma è davvero così? E’ stato fatto tutto il necessario per fare luce su questo immenso disastro?

NEGLI ARTICOLI PRECEDENTI

Il caso Iannelli: 7 ottobre 2019, la morte del figlio Giovanni

Il caso Iannelli: le ricostruzioni che non tornano