Forte in salita, migliorato a crono: Piganzoli cresce ancora

06.03.2025
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Un assaggio di buona condizione alla Valenciana, poi al Gran Camiño Davide Piganzoli ha sollevato il capo e messo nel mirino la testa del gruppo. Sono arrivati il secondo posto nella cronometro, il terzo in una tappa di montagna e il secondo posto finale alle spalle di Derek Gee. Abbiamo avuto la sensazione che il valtellinese sia partito da un livello più alto, quasi che il podio al Giro dell’Emilia lo abbia lanciato verso un inverno di nuove certezze. Allo stesso modo in cui quello del Lombardia ha motivato Ciccone a fare sempre di più.

Per questo, ricordando l’intervista di fine ottobre in cui l’allenatore Giuseppe De Maria ci aveva parlato dei progressi di “Piga”, siamo tornati da lui strappandolo a un pomeriggio a dir poco impegnato. Oltre a seguire la preparazione dei suoi atleti, il varesino sta infatti lanciando l’app per la gestione dell’allenamento su cui sta lavorando da qualche anno.

«Nel tempo ho creato dei calcoli automatici – racconta – che in base al profilo di potenza dell’atleta gestiscono il carico allenante. Si chiama rightride.app e definisce per ognuno quanto si deve allenare in kilojoule e poi lo distribuisce nel tempo, facendogli fare dei periodi di carico e dei periodi di scarico. Dando quindi un valore individuale di gestione di quanto ci si alleni, che non è così scontato. Sto lavorando da cinque anni con i programmatori per portarla a termine e adesso chi si occupa della comunicazione ha fatto il primo post sui social e stiamo partendo».

Al Gran Camiño, Piganzoli ha chiuso al 2° posto a 35″ da Derek Gee
Al Gran Camiño, Piganzoli ha chiuso al 2° posto a 35″ da Derek Gee
Parlando di condizione, facciamo il punto su Piganzoli? Dicesti che l’inverno non sarebbe stato diverso se non nella quantità e che per diventare un corridore forte non doveva aver paura di lavorare di più. E’ andata così?

E’ andata esattamente così. Siamo partiti in maniera tranquilla a metà novembre, poi c’è stata una progressione logica di carico. Da metà dicembre, col primo ritiro, si è iniziato a lavorare in maniera importante. Ha fatto più lavoro di accumulo, tant’è che alla Valenciana è andato forte, ma non era al suo top. Infatti aspettavo il Gran Camiño con curiosità, perché teoricamente avrebbe dovuto fare uno step in più. Ha avuto due settimane di tempo per riposare e abbassare il volume totale, quindi avrebbe potuto performare meglio. Così è andata e ne siamo contenti.

Non essendo al meglio, alla Valenciana è comunque andato bene. Vuol dire che il livello di partenza è più alto dell’anno scorso?

Assolutamente, però le performance della Valenciana non corrispondevano ai numeri che avevamo visto a gennaio. Era un po’ indietro rispetto a ciò che poteva fare, ma è accaduto perché avevamo da poco finito il ritiro nel quale, come previsto, ci eravamo allenati tanto. Non avevamo puntato alla Valenciana, arrivarci bene era un passaggio, ma sapevamo che avevamo del carico di lavoro da smaltire. Quando poi è arrivato al Gran Camiño, le prestazioni sono andate anche un filino oltre le aspettative.

La differenza alla fine la fanno le motivazioni: quanto è più convinto Piga rispetto a un anno fa?

Davide ha una testa fortissima, è estremamente determinato nella sua serenità. Molla più tardi rispetto agli altri corridori, questo l’ha sempre avuto e l’ha sempre portato dentro di sé. Non è mai andato alle corse per dire: «Sono giovane, faccio quindicesimo e va bene». No, è sempre stato estremamente ambizioso. Quello che ha fatto lo scorso anno dal Lussemburgo all’Emilia ha dato la consapevolezza di poter arrivare sul podio e questa l’ha portato qualche volta a correre in maniera diversa. Come deve fare un corridore che fa risultato e non uno che cerca di salvarsi. Quando deve prendere una salita, magari adesso non si accontenta più di prenderla in venticinquesima posizione e quindi c’è un’evoluzione anche dal punto di vista della consapevolezza.

Il nuovo manubrio integrato realizzato da Deda è la grande novità sulla bici da crono di Piganzoli
Il nuovo manubrio integrato realizzato da Deda è la grande novità sulla bici da crono di Piganzoli
Si diceva l’anno scorso che anche la crono fosse nel mirino. Avete cambiato qualcosa nella posizione durante l’inverno?

L’estate scorsa abbiamo cambiato le pedivelle. Non prima, perché eravamo già troppo vicini al Giro. La posizione è rimasta più o meno la stessa con qualche piccolo aggiustamento. Abbiamo cambiato il manubrio, adesso c’è quello integrato fatto da Deda. E’ un cambiamento non trascurabile, perché oggi qualsiasi piccola miglioria a crono porta un vantaggio. Ma sicuramente è cambiata la sua consapevolezza, il non aver paura di fare un determinato wattaggio e di conseguenza la performance continua a migliorare. La crono del Gran Camiño è un altro importante step in avanti.

Il cambio delle pedivelle, parliamone: uguali su strada e crono?

No sono diverse: 165 per la crono, 170 su strada. Potremmo accorciare anche quelle sulla bici da strada, ma il processo richiede di fare dei test, avere delle risposte e poi andare in quella direzione. Non seguiamo le mode perché lo fanno tutti, però intanto siamo già passati da 172 a 170. Cerchiamo di arrivare a fine maggio, poi magari si può affrontare il discorso, però in maniera pragmatica, non lanciandoci nel buio sperando che portino un vantaggio.

Avevi parlato di lavorare in palestra, è un proposito che avete mantenuto?

Sì certo, su quella abbiamo mantenuto più o meno lo stesso lavoro. Abbiamo fatto degli aggiustamenti, più che altro per quel che riguarda il tema posturale, per equilibrare la muscolatura dove ne aveva bisogno, ma la logica del lavoro è sempre rimasta la stessa. In palestra abbiamo anche lavorato sulla forza, più che sulla bici. Facciamo certe cose abbastanza lontano dalle competizioni.

Piganzoli è arrivato alla Valenciana leggermente imballato dai carichi di lavoro fatti in ritiro (foto Maurizio Borserini)
Piganzoli è arrivato alla Valenciana leggermente imballato dai carichi di lavoro fatti in ritiro (foto Maurizio Borserini)
In attesa di sapere se arriverà la WildCard del Giro, si può dire quali saranno gli obiettivi di Piganzoli fino a maggio?

Adesso innanzitutto c’è la Tirreno. Poi ci sarà il Tour of the Alps, comunque è chiaro che l’idea è di fare un bel mese maggio, che sia al Giro o da qualche altra parte. Alla Tirreno potrebbe essere allo stesso livello del Gran Camiño, forse superiore, perché la corsa a tappe è stata un carico di lavoro. Sta facendo una bella settimana di recupero, ma vedendo com’è stata la sua evoluzione, dopo un carico di lavoro il suo corpo ha risposto sempre portandolo un centimetro più avanti. Per cui potrebbe arrivare alla Tirreno più avanti, ma sarei contento che ripetesse le prestazioni fatte in Spagna.

La crono di partenza della Tirreno misura 9,9 chilometri ed è totalmente piatta: come potrebbe trovarsi Piganzoli?

Si difenderà molto bene, farà sicuramente un bel lavoro. Quando ha vinto il campionato italiano under 23 erano 38 chilometri piatti con uno strappo di un chilometro e mezzo. E’ chiaro che quando parliamo della Tirreno, non c’è neanche da fare paragoni, però la crono è nelle sue corde. Anche questa volta sono curioso. Andrò giù in Toscana proprio per seguirlo.

Negrente riparte dalla Grecia, ma quel pari tempo non va giù…

06.03.2025
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Se lo scorso anno l’inizio di stagione di Mattia Negrente era stato incoraggiante, questo 2025 ha preso il via ancora meglio per il diciannovenne del devo team della XDS Astana. L’anno scorso aveva colto la terza piazza al Visit South Aegean Islands, in Grecia, questa volta ha fatto ancor meglio con la seconda piazza condita però da una vittoria di tappa. Ma in generale è tutta la sua corsa che ha destato molta sensazione, come se anche nel suo caso fosse in corso una vera evoluzione, al pari di altri corridori del “team madre” kazako.

Lo scorso anno Negrente ha colto una vittoria in Slovenia e 7 Top 10. Un bilancio da migliorare
Lo scorso anno Negrente ha colto una vittoria in Slovenia e 7 Top 10. Un bilancio da migliorare

La protezione del team

Questa volta però il veronese aveva avuto già occasione per rompere il ghiaccio partecipando alle 4 corse di Mallorca nelle file del team WT, lavorando per i compagni, ma evidentemente quel lavoro ha avuto buon influsso.

«Ho sentito subito che la gamba girava bene – afferma da Rodi dove tornerà in gara sabato – avevo belle sensazioni, ma la corsa positiva è stata anche che sul percorso della prima tappa, pieno di su e giù, la squadra ha corso davvero bene. Mi hanno permesso di risparmiare molte energie stando a ruota e quelle forze mi sono venute utili quando a una trentina di chilometri dal traguardo abbiamo ripreso la fuga. Sull’ultima salita i compagni mi hanno aiutato a chiudere un importante buco e a mettermi in buona posizione per la volata finale. Parte della vittoria è anche loro».

Alla fine però, nella classifica generale hai perso dal danese Hansen pur essendo a pari tempo. Quanto ti è dispiaciuto?

Enormemente, qualche parolaccia quando l’ho saputo mi è uscita… E’ come perdere per mezzo millimetro e stai lì a chiederti dove potevi guadagnare, recuperare, se hai fatto qualche sbaglio… Non era certo una gara WorldTour, però dispiace sempre, perché una vittoria ci sarebbe servita. Probabilmente nella seconda tappa eravamo in tanti e ho perso qualche posizione, dovendo partire così presto. Abbiamo chiuso con Mellano quarto e io quinto. Hansen era davanti, con poco potevamo batterlo. Ma come team siamo andati bene, abbiamo anche vinto la classifica a squadre, quindi nel complesso non ci possiamo lamentare.

La volata vincente di Koskinou, battendo Hansen che però lo befferà il giorno dopo (Cyclingphoto.gr)
La volata vincente di Koskinou, battendo Hansen che però lo befferà il giorno dopo (Cyclingphoto.gr)
La sensazione è che però ci troviamo di fronte a un Negrente diverso dallo scorso anno…

Sicuramente l’inverno è stato molto proficuo, abbiamo lavorato molto con il nuovo staff. In generale tante differenze non ci sono, io ero con loro già lo scorso anno e devo dire che avevo visto subito un’organizzazione di prima qualità. La cosa che apprezzo molto è che non ci mettono pressione, chiaramente la nostra situazione è diversa da quella del team principale dove c’è da fare i conti con il ranking.

Tu però hai “assaggiato” anche l’attività principale, hai trovato qualche cambiamento?

Diciamo che noi del devo team prendiamo un po’ ispirazione, perché si vede come riescano a correre di squadra. Per noi sono uno stimolo e così cerchiamo di replicare quell’affiatamento. Inoltre, non è cosa di poco conto che quasi la metà della squadra sia italiana, quindi si è formato un bel gruppo, ma non solo con noi, anche con i russi, i kazaki, il danese Wang.

In Grecia fondamentale è stato l’affiatamento nel team, con Delle Vedove e Vinokourov a proteggerlo (Cyclingphoto.gr)
In Grecia fondamentale è stato l’affiatamento nel team, con Delle Vedove e Vinokourov a proteggerlo (Cyclingphoto.gr)
E’ questione anche di lingua? Spesso si dice che un ostacolo per molti che vanno all’estero è riuscire a superare l’ostacolo della comunicazione…

Questo è un tema interessante. Noi parliamo principalmente inglese perché ormai nel ciclismo se non lo sai sei davvero in difficoltà. Poi è chiaro che nel nostro gruppo riusciamo a intenderci più rapidamente con l’italiano, ma bisogna dire che molti dello staff lo sanno parlare. Il massaggiatore è italiano, il meccanico è russo ma parla quasi meglio l’italiano dell’inglese. Le riunioni si fanno comunque sempre in inglese, questa è una regola di base.

Tu avevi ottenuto buoni risultati anche lo scorso anno, ti è rimasto qualche rammarico per essere ancora nella development?

Assolutamente no, sono convinto che sarebbe stato troppo presto. Mi ero ripromesso che mi servivano almeno un paio d’anni fra gli Under 23, per imparare, capire bene e infatti vedo che già rispetto al 2024 la differenza da questo punto c’è, ma mi sento ancora un “work in progress”. Vedremo come andranno le cose quest’anno, ma se alla fine mi diranno che serve ancora una stagione nel team accetterò di buon grado.

Negrente ha iniziato la sua stagione correndo le 4 corse di Mallorca, insieme al team maggiore
Negrente ha iniziato la sua stagione correndo le 4 corse di Mallorca, insieme al team maggiore
Avrai ancora occasione di correre con il team principale?

Sicuramente, come ho già fatto in Spagna e come avevo fatto lo scorso anno. Andrò ad esempio alla Settimana Coppi e Bartali dove sarò al servizio di chi sarà scelto come leader, poi da aprile a giugno avremo tanta attività di categoria e lì spero davvero di tirare fuori qualcosa di buono. Non mi pongo obiettivi particolari, non c’è una gara che mi piace più di altre. Voglio solo tirare il colpo quando ci sarà l’occasione per avvicinarmi sempre più a quel grande traguardo di fine stagione…

Pronta per Siena, Gasparrini ci spiega la strana Het Nieuwsblad

06.03.2025
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La fase di rodaggio di Eleonora Camilla Gasparrini è durata lo spazio di qualche gara. Sulle pietre della Omloop Het Nieuwsblad era già davanti a scaricare watt e cavalli vapore, anche se ormai il gruppo si era fatto sorprendere da un paio di coraggiose fuggitive. E sabato c’è la Strade Bianche Women che correrà per la prima volta.

Il sesto posto della torinese della UAE Team ADQ nella classica belga WorldTour, che apre tradizionalmente la campagna del Nord, è giunto dopo un paio di buoni piazzamenti nelle corse spagnole di inizio 2025, ma soprattutto è arrivato con i gradi di co-capitana in mezzo ai grossi calibri. E proprio lo strano svolgimento della Omloop Het Nieuwsblad ci ha dato lo spunto di sentire Gasparrini anche sul resto di questa parte di stagione.

Gasparrini ha corso le gare spagnole tra Mallorca e Valencia per trovare il ritmo, uscendo in crescita
Gasparrini ha corso le gare spagnole tra Mallorca e Valencia per trovare il ritmo, uscendo in crescita
Eleonora come sono andate le prime gare?

Ho corso tra Mallorca e Valencia per un totale di sette giorni tra fine gennaio e metà febbraio. Sono soddisfatta per come sono andate e per i risultati che sono arrivati (due top 10 ed un top 5, ndr). Mi servivano per fare ritmo-gara. L’obiettivo era arrivare in forma per marzo e direi che siamo in linea con i programmi. Sono contenta perché ho chiuso in crescendo, poi sia per le sensazioni che per il clima in squadra.

Alla Het Nieuwsblad invece il gruppo ha fatto male i conti concedendo troppo spazio alle fuggitive, tanto che due di loro sono arrivate fino al traguardo. Una situazione che si vede raramente in gare di quel livello. Cosa è successo?

Sinceramente devo dire che non ho capito nemmeno io come si sia evoluta la corsa. La fuga è partita subito e ce lo aspettavamo, però nel giro di poco ha preso un margine larghissimo. Posso dire che sulla carta noi della UAE non eravamo la squadra deputata a chiudere. Si era capito che l’onere era di SD Worx e FDJ-Suez, sicuramente le due formazioni più accreditate alla vittoria finale con Wiebes e Vollering (rispettivamente quinta e terza all’arrivo, ndr).

Alla Het Nieuwsblad il gruppo non riesce più a chiudere sulla fuga, ma dietro è gara vera. Gasparrini c’è (foto Getty Sport/UAE Team ADQ)
Alla Nieuwsblad il gruppo non riesce più a chiudere sulla fuga, ma dietro è gara vera. Gasparrini c’è (foto Getty Sport/UAE Team ADQ)
E’ stato difficile trovare un accordo per voi con le altre squadre?

Ad un certo punto quando abbiamo visto che nessuno prendeva l’iniziativa, noi della UAE abbiamo chiesto alle altre squadre se ci avrebbero aiutate ad organizzare un inseguimento più efficace. Molte ci hanno risposto che lo avrebbero fatto a patto che tutte partecipassero. Fatto sta che il tempo passava e la fuga sembrava sempre più irraggiungibile.

Alla fine avete ridotto sensibilmente lo svantaggio, ma troppo tardi. Come sono stati quegli ultimi chilometri e come li hai gestiti?

Abbiamo iniziato a tirare forte e tutte assieme a circa 50 chilometri dall’arrivo, però anche se vai “a blocco” sempre, non puoi chiudere dieci minuti di ritardo. A quel punto però erano saltati tutti gli schemi. E’ iniziata la solita battaglia come se davanti non ci fosse nessuno. Sono stati momenti frenetici, soprattutto perché abbiamo veramente alzato il ritmo in maniera netta per prendere in testa il “Muur” (Grammont o Kapelmuur, ndr). Personalmente mi sono sentita bene e negli ultimi chilometri ho avuto buonissimi riscontri.

Al traguardo della Omloop Nieuwsblad, Gasparrini chiude sesta dietro a Wiebes dopo aver tenuto bene sugli ultimi muri
Al traguardo della Omloop Nieuwsblad, Gasparrini chiude sesta dietro a Wiebes dopo aver tenuto bene sugli ultimi muri
Ora cosa prevede il tuo calendario?

Correrò il blocco italiano con Strade Bianche, Trofeo Binda e Sanremo Women. Dopo di che farò qualche giorno a casa e ripartirò per il Nord dove correrò Fiandre, Freccia del Brabante e Amstel. Poi vedremo il resto delle corse più avanti.

Con che ruolo partirà Eleonora Camilla Gasparrini nelle tre gare italiane?

La capitana sarà Longo Borghini, mentre Silvia (Persico, ndr) ed io saremo di supporto, ma comunque pronte ad essere delle frecce alternative. Ci presentiamo con una squadra compatta. Ci sono tante compagne che stanno andando forte e sono sicura che andremo bene.

Gasparrini correrà la Strade Bianche per la prima volta e sarà anche la prima volta accanto a Longo Borghini
Gasparrini correrà la Strade Bianche per la prima volta e sarà anche la prima volta accanto a Longo Borghini
Con Longo Borghini a livello tattico si corre in un altro modo?

La presenza di Elisa ci dà certamente delle garanzie tattiche, ma soprattutto infonde serenità. L’anno scorso subivamo la corsa, eravamo abbastanza passive. Con lei abbiamo capito che possiamo prendere l’iniziativa. Lei è una ragazza che ti motiva tanto, che ti dà una marcia in più e il suo arrivo, come avevo già detto, ci ha fatto fare un passo in avanti. A Siena correrò la mia prima gara con Elisa. Non vedo l’ora di farlo per vedere come si muove e per poterle essere di aiuto.

Pogacar, sul pavé i watt/kg contano meno dei watt assoluti

06.03.2025
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«Diciamo che se la Roubaix fosse su Zwift – sorride Angelo Furlan – la vincerebbe Pogacar. Per fortuna il ciclismo reale è fatto del fascino del mestiere, della tecnica, della conoscenza, delle cose non dette all’interno del gruppo. Ci sono eventi fulminei, nei tratti di pavé e anche sull’asfalto, le incognite sono tante. Per cui lui si può svegliare la mattina e decidere che correrà all’attacco, ma gli servirà essere concentrato dal chilometro zero e per i 259 successivi. Forse proprio il suo impeto potrebbe essere un problema, in una corsa dove bisogna ragionare molto più di quello che si pensa. Pogacar fa sognare le folle perché tante volte non fa calcoli, così come Van Der Poel. Però l’irruenza, data da una forza incredibile, potrebbe essere un problema soprattutto nella prima parte della corsa».

Furlan ha 47 anni e si porta dentro un’esperienza antica, ascoltata dai vecchi direttori quando era un ragazzino, maturata durante la carriera da professionista e poi elaborata e rimasticata in questi anni da preparatore, biomeccanico, teorico e filosofo del ciclismo. Su Pogacar alla Roubaix ha fatto un video social chiedendo il parere dei suoi follower, ma il tema a nostro avviso meritava un approfondimento fatto di dieci domande. Cominciamo, dunque.

Pogacar ha un gran motore, non pesa 50 chili come Piepoli, per cui sul pavé non dovrebbe rimbalzare. Però qualche insidia c’è…

Qualche insidia c’è sicuramente. Ragionavo tra me e me in questi giorni. Fino a 2-3 anni fa sarebbe stato azzardato pensare che un corridore così, da corse a tappe, andasse alla Roubaix per vincerla, soprattutto alla prima esperienza. Nel ciclismo prima di Van der Poel, prima di lui e di tutti i talenti che ci sono in giro, questa sarebbe stata una cosa fuori da qualsiasi schema. Ma non è forse vero che tutto il ciclismo degli ultimi 3-4 anni è fuori da qualsiasi schema?

Perché?

Certi attacchi, la maniera in cui corrono… Fanno il contrario di quello che i direttori sportivi consigliavano fino a 5-6 anni fa, ovvero stare coperti, aspettare, non sprecare energie. Questi sono talmente forti, che fanno il contrario. Per cui se uno ragiona un attimo, non sarebbe così fuori luogo che Tadej fosse uno dei favoriti alla Roubaix. Poi se ragioniamo in termini tecnici, c’è anche un’altra cosa da dire, una riflessione da fare.

Quale?

Si è sempre pensato che per vincere la Roubaix devi avere una sorta di destrezza nel guidare la bici, cosa che a lui non manca. Eppure negli ultimi vent’anni, ci sono stati corridori con una condizione stratosferica che sono arrivati davanti alla Roubaix, anche sul podio, pur non essendo dei draghi nel guidare la bici. Non faccio nomi perché sono amici miei e poi si arrabbiano. Se metti sul piatto della bilancia un corridore con condizione stratosferica e gamba e sull’altro uno con la tecnica, vince quello con condizione e gamba. Tadej ha condizione e gamba, in più è anche bravo a guidare

E’ anche vero che il pavé con le bici di una volta era più scomodo di adesso.

Questo è verissimo. Noi avevamo il telaio in alluminio dedicato alla Roubaix e guai farla col carbonio perché ti distruggevi. Adesso il carbonio è rigido dove serve e assorbe le sconnessioni in maniera longitudinale, per cui scatta quando ti alzi sui pedali e assorbe gli urti sul pavé. Corrono senza guanti, con le ruote ad alto profilo, le leve girate in dentro, la sella tutta avanti, un assetto da gare su pista, i tubeless giganti. Usano quasi delle gravel veloci, le bici di adesso sono una cosa pazzesca. L’evoluzione degli ultimi 3-4 anni è paragonabile a quella dell’ultimo ventennio.

E questo fa così tanta differenza?

Il materiale ha fatto dei passi da gigante, ma i wattaggi alla soglia non sono così diversi. Togli un Van Aert che ha 460 di FTP, almeno per quello che ti fanno sapere, Pogacar con la zona 2 che ha dichiarato (5 watt/kg, ndr) è capace di andare avanti a botte a 450 watt, per esempio nell’Arenberg o anche nel Carrefour dell’Arbre, dopo aver fatto la prima ora 300 watt di media. L’incognita per lui, a mio avviso, non è tanto dal punto di vista prestazionale, ma nella prima parte di gara.

Quella prima del pavé?

Avrà accanto dei corridori di esperienza che probabilmente dovranno aiutarlo, però il primo settore di pavé a Troisvilles arriva dopo una novantina di chilometri. E’ nel tratto non inquadrato, che solitamente vengono fuori dei casini. Tante volte si comincia a guardare la Roubaix che la gara è già quasi decisa. Non è raro che nella prima parte ci siano cadute stupide, perché chi è alle prime armi un po’ dorme e paga l’andare piano e subito dopo molto forte.

Pogacar sfinito dopo il pavé del Tour 2022, alle spalle di Stuyven. Alla Roubaix ci saranno molti più specialisti
Pogacar sfinito dopo il pavé del Tour 2022, alle spalle di Stuyven. Alla Roubaix ci saranno molti più specialisti
Questo per Pogacar è un problema?

Il suo modo di correre, con la spregiudicatezza dovuta al fatto che per lui le leggi della gravità non esistono e forse neanche il CX vista la tanta aria che prende, potrebbe essere una spada di Damocle. L’anno scorso, complice il vento a favore, la Alpecin distrusse la corsa molto prima dell’Arenberg. E se qualcuno la imposta di nuovo così, visto il tanto vento che prenderebbe, Tadej potrebbe avere qualche problema.

Lo vedi come il solito Pogacar all’attacco?

Proprio così, anche se a Roubaix non sempre funziona. Nel senso che non lo puoi fare con quei manzi da Belgio, anche se si corre in Francia, che ci sono lì. Mentre nei Grandi Giri ha affrontato il pavé correndo con i suoi simili a livello di watt per chilo, alla Roubaix conta di più il watt assoluto.

Vent’anni fa nessuno si sarebbe immaginato che un corridore di questa taglia andasse alla Roubaix, pensiamo a Nibali e prima a Bartoli. Perché?

Il ciclismo era più a compartimenti stagni, c’era un atteggiamento conservativo perché la paura di farsi male era tanta. Alla mia prima Roubaix, mi dissero di stare attento perché se mi fossi fatto male, avrei saltato il Giro. Per tanti quelle corse erano il focus della stagione. Iniziavano un mese prima e dopo la Roubaix tiravano una linea. Quel tipo di corridore non c’è più, ma prima era condizionante, nel senso che quelli più leggeri avevano paura di mischiarsi con questi bestioni che si giocavano il tutto per tutto. Correre contro di loro era come vivere in trincea e non avrebbero avuto problemi a piantarti una leva del freno nel costato.

Lo scorso anno la Alpecin sfaldò il gruppo ben prima della Foresta di Arenberg
Lo scorso anno la Alpecin sfaldò il gruppo ben prima della Foresta di Arenberg
E se invece piove?

Se piove, cancelliamo tutte queste riflessioni. Uno a uno, palla al centro. Se piove e viene fuori una Roubaix come quella di Colbrelli, allora forse si livella tutto. Quello che potrebbe fregare Tadej è non conoscere bene il pavé, l’arte di stare in cima alla schiena d’asino. Tante volte chi affronta la Roubaix per la prima volta va a cercare il lato della strada, che quando piove nasconde più insidie. Se piove basta che uno starnutisca e sei già per terra e in più devi spostarti velocemente, sennò gli altri ti salgono sopra. E se per caso inizi ad aver paura di farti male, ti irrigidisci ed è la volta che cadi davvero. Tadej non farà il Giro d’Italia, ma chiaramente non vuole farsi male e la squadra vorrà preservarlo. Secondo me deciderà lui: se si sveglia che vuole fare la Roubaix, non lo tengono certo fermo.

Lui lo ha già fatto capire…

E chissà che ora non stiano cercando di dissuaderlo. Secondo me ha voglia di farla solo perché vuole divertirsi. E il dibattito mediatico che si è creato intorno fa solo bene al nostro sport.

Laigueglia: dietro al sorriso di Ayuso, la grinta di Scaroni

05.03.2025
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LAIGUEGLIA – La Liguria in questo mese di marzo è terreno di caccia dei corridori del UAE Team Emirates che iniziano alla grande la stagione delle gare italiane. Juan Ayuso conquista il Trofeo Laigueglia e dimostra di essere una delle pedine fondamentali della formazione emiratina per il futuro. Tra poche settimane toccherà a Tadej Pogacar provare a fare sua la riviera ligure con l’obiettivo della Milano-Sanremo. Per lo spagnolo, che è cresciuto nel segno di Alberto Contador, è arrivato il secondo successo nelle tre gare disputate fino a ora. 

«Uno dei miei obiettivi stagionali – racconta Ayuso mentre la voce viene soffocata da quelle mascherine che avevamo quasi dimenticato – era partire forte. E’ da inizio anno che sto bene e questo mi dà tanto morale. Sono venuto a correre tre volte qui al Laigueglia e dopo un secondo e un terzo posto negli anni passati finalmente ho vinto. La squadra ha lavorato tutto il giorno e vinto una corsa non facile sia per durezza che imprevedibilità. Aver raccolto già due successi mi permette di guardare con fiducia verso i prossimi obiettivi che sono la Tirreno-Adriatico e il Giro d’Italia

Lo sguardo di Scaroni

Nell’aria calda di Laigueglia, a due passi dal mare che si nasconde timido dietro le case, quello che rimane è l’idea di aver assistito a un duello bellissimo tra Ayuso e Scaroni. Il bresciano è partito come meglio non avrebbe potuto immaginare nel 2025. Proprio nell’anno in cui la XDS Astana aveva bisogno di trovare un punto di riferimento “Scaro” ha risposto presente raccogliendo lo scettro. I colpi sui pedali tra i due pretendenti alla vittoria sono state come stoccate di fioretto, rapide e dolorose, ma nessuna ha lasciato il segno. A spuntarla è stato lo spagnolo che arriva da Barcellona, in una volata che non ha ammesso repliche

«Ho provato a rispondere agli attacchi di Ayuso – racconta sotto al podio Scaroni – e poi ad allungare in qualche occasione. Sapevo di essere il meno veloce e quando è partita la volata ci ha lasciato fermi al palo. Peccato perché la gamba gira bene. Ci voleva un’altra vittoria ma ci si deve anche accontentare a volte».

Un ottimo inizio di stagione il morale è già alle stelle?

Sicuramente è alto. La squadra sta facendo bene e tutti stiamo cavalcando l’onda di questo ritrovato entusiasmo. Oggi abbiamo corso ancora una volta bene. Io avevo il compito di rimanere alla ruota di Ayuso, dovevo essere la sua ombra. Sapevo avrebbe attaccato e così è stato, ora vediamo per la Strade Bianche di sabato, la forza c’è.  

Due vittorie, come nel maledetto anno del caso Gazprom

Sono vittorie tanto diverse, quelle all’Adriatica Ionica Race erano di rabbia e cattiveria. Volevo dimostrare di meritare un posto tra i grandi, ora ci sono dentro l’obiettivo è far capire che ci sono anche io. 

Come sono state le ultime due stagioni?

Mentalmente queste due vittorie sono arrivate in un momento importante. Mi sono tolto un peso di dosso perché negli anni scorsi cercavo il successo con ossessione, tante volte mi muovevo male. Anche in questo inizio stagione a volte ho sbagliato i tempi. Aver vinto mi ha permesso di ritrovare la serenità che mi era mancata e in corsa so cosa fare, riesco a essere lucido. 

La UAE Team Emirates ha corso tutta per Ayuso, qui Morgado a fare il forcing nel finale
La UAE Team Emirates ha corso tutta per Ayuso, qui Morgado a fare il forcing nel finale
Tornando a quelle due vittorie che ti avevano aperto le porte dell’Astana senti di aver ritrovato quella motivazione? 

Quella non mi è mai mancata. Rispetto alle vittorie all’Adriatica Ionica ho cambiato programma e metodo di lavoro. In quelle gare non c’erano campioni forti come oggi: Storer, Powless, Ayuso. Riuscire a sfidare questi corridori mi fa capire di aver aggiunto un tassello al mio status di corridore. La mia carriera è stata un insieme di spazi vuoti: il Covid, poi il caso Gazprom… 

In questi due anni con l’Astana è arrivata la continuità che cercavi?

E’ l’anno della maturazione e vediamo di continuare così. L’anno scorso avevo molte squadre che mi cercavano. Tuttavia ero consapevole che rimanendo qui avrei avuto un ruolo da capitano, da leader e questo avrebbe fatto bene alla mia crescita. Se avessi scelto di andare via avrei ricoperto il ruolo di gregario e non è quello che avrei voluto per il prosieguo della mia carriera. 

Scaroni dopo due stagioni non facili sembra aver trovato la via giusta per emergere
Scaroni dopo due stagioni non facili sembra aver trovato la via giusta per emergere
Sei il miglior corridore per punti raccolti in squadra. 

Sono e siamo partiti nel migliore dei modi. La programmazione era pensata per partire forte e fare tanti punti fin da subito. La squadra ha l’obbligo di provare a mantenere la licenza WorldTour. Sapevo che nei primi mesi dell’anno di solito rendo al meglio e abbiamo cambiato i programmi per massimizzare questo fattore. Quest’anno sono improntato maggiormente verso le corse di un giorno. Credo che sia stata la carta vincente che mi ha permesso di fare quel salto di qualità che mi mancava.

Dopo il Laigueglia?

Dopo Strade Bianche, Milano-Torino e Coppi e Bartali mi fermerò un attimo per preparare il Giro. La condizione non può durare in eterno.

Ballan: «Hirschi e Pidcock i principali outsider di Pogacar a Siena»

05.03.2025
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La Strade Bianche ha già il suo favorito numero uno ed è… il numero uno. Tadej Pogacar arriva a Siena con l’intenzione di prendersi la terza vittoria nella corsa toscana, un trionfo che lo proietterebbe a pari merito con Fabian Cancellara e che lo porterebbe diretto all’intitolazione di un settore sterrato in suo onore. Un’eventualità curiosa, considerando che come pure lo svizzero lo sloveno continuerebbe a correre e potrebbe ritrovarsi a transitare su un tratto che porta il suo nome.

Ma il focus di questo articolo non è Pogacar, bensì chi potrebbe dargli filo da torcere. Chi potrebbe emergere in questa edizione della Strade Bianche. Un tema che abbiamo approfondito con Alessandro Ballan. L’ex campione del mondo ha studiato con attenzione la starting list e ci ha fornito i suoi outsider più credibili per la classica del Nord più a Sud d’Europa.

Alessandro Ballan fu secondo nel 2008 a Siena alle spalle di Cancellara
Alessandro Ballan fu secondo nel 2008 a Siena alle spalle di Cancellara
Alessandro, chi possono essere dunque i principali rivali di Pogacar?

A guardare bene la start list, devo dire che poi non sono tantissimi, anzi… Tuttavia ho individuato due nomi in particolare: Tom Pidcock e Marc Hirschi (nella foto di apertura, ndr). Due che possono andare bene su questo percorso, che sono adatti alle classiche…

Perché Pidcock?

Pidcock perché ha vinto la Strade Bianche nel 2023 e già due gare quest’anno. Inoltre sappiamo che ha le qualità tecniche per affrontare i settori sterrati al meglio. Ha una grande facilità di guida. E poi sta bene. Le due vittorie, la nuova squadra… Di certo è uno dei grandi rivali. Se si presentasse l’andamento tattico dell’anno scorso, con Pogacar che scatta nella discesa di Monte Sante Marie, potrebbe rivelarsi pericoloso e seguire Tadej. Poi è chiaro tutto dipende da Pogacar.

E Hirschi?

Hirschi invece perché ha esperienza e può essere un cliente scomodo nei finali più tirati e duri. Anche lui è un atleta adatto a queste corse. L’anno scorso (quando era ancora in UAE Emirates, ndr) ha fatto vedere grandi cose, ha ottenuto numerose vittorie, alcune anche importanti. Quindi avrebbe le qualità per stare davanti. Però gli manca Alaphilippe, il quale dovendo fare la Parigi-Nizza non può essere alla Strade Bianche. Due così avrebbero consentito di correre in modo diverso.

Abilissimo nella guida e con ottime gambe: per Ballan, Pidcock è forse l’antagonista numero uno di Pogacar
Abilissimo nella guida e con ottime gambe: per Ballan, Pidcock è forse l’antagonista numero uno di Pogacar
Altri nomi? Noi abbiamo pensato a Kwiatkowski: anche lui l’ha già vinta e anche lui è tornato al successo quest’anno…

Certo anche lui, ma penso più all’insieme della EF Education-EasyPost. Loro hanno un roster molto interessante con Healy, Carapaz, Valgren e altri bei nomi. E un’altra buona squadra mi sembra la XDS-Astana, soprattutto perché ha Bettiol e Ulissi. Se parliamo di italiani loro due sono senza dubbio i nostri atleti più quotati.

Senza Pogacar, che corsa vedremmo?

Sarebbe una corsa completamente aperta, con più scenari e anche più combattuta. Così invece gli altri lasceranno che sia lui a fare la gara. Pogacar, quando partecipa, toglie ogni spazio agli altri, vince tutto quello che può vincere. Bisogna capire se sia una sua strategia o suna scelta di squadra, ma il risultato non cambia: se sta bene, domina. E’ un piccolo Merckx.

Quale potrebbe essere la tattica per batterlo? Come si può fare la classica imboscata?

Bisognerebbe anticipare di molto. Se si attende il finale, non ci sono molte possibilità. La chiave potrebbe essere un attacco di squadra, ma un attacco con dentro uomini interessanti e possibilmente con dentro uno o due uomini forti della UAE Emirates. Forse, ma solo forse, potrebbero attendere, lasciare fare. Perché tra le altre cose Pogacar ha anche la squadra più forte. Io ero sul posto l’anno scorso. Nel settore prima di Monte Sante Marie, dove lui ha attaccato, rimasi colpito dal fatto che tutti fossero affaticati mentre gli UAE spingevano forte, senza problemi e Pogacar ancora meglio dei suoi compagni.

Non solo Healy, la EF può contare anche su Rui Costa, Valgren e Carapaz
Non solo Healy, la EF può contare anche su Rui Costa, Valgren e Carapaz
Insomma è dura trovare outsider davvero tosti…

Eh sì. La realtà è che Pogacar c’è e vuole vincere. Alla fine, tutto dipende dalla sua condizione. Ormai, quando lui è al via, l’esito è quasi scontato, a meno che non si parli di un grande Giro dove ci sono altri corridori come Vingegaard a fargli da rivali.

Abbiamo fatto alcuni nomi, a partire da Pidcock e Hirschi, pensiamo anche a un corridore come Pelayo Sanchez, per dire, ma chi potrebbe essere la sorpresa totale della corsa?

Difficile dirlo, ci sono alcuni nomi interessanti, anche qualche giovane che ancora non abbiamo ben inquadrato. La Strade Bianche è una corsa che spesso regala sorprese.

La primavera di Filippo Ganna, il punto con Cioni

05.03.2025
4 min
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Dopo gli impegni olimpici del 2024, quest’anno Filippo Ganna si è preso un anno sabbatico dalla pista, e si concentrerà solo sulle prove in strada. A luglio tornerà al Tour De France, ma prima lo aspetta una primavera su cui punta molto, con gli obiettivi dichiarati della Milano-Sanremo e della Parigi-Roubaix.

Alla Classicissima l’abbiamo già visto a suo agio sia l’anno scorso, quando è stato fermato solo da un problema meccanico nella discesa del Poggio, che il precedente, quando ha colto il 2° posto. Alla Roubaix torna dopo il buon 6° posto del 2023, quando ha dimostrato di potersela giocare con i migliori specialisti. Come si è preparato per questi appuntamenti? Cos’è cambiato rispetto agli inverni precedenti? Ne abbiamo parlato con Dario Cioni, l’allenatore di Top Ganna.

Cioni controlla la bici di Ganna al Tour de Wallonie del 2023 (foto Ineos Grenadiers)
Cioni controlla la bici di Ganna al Tour de Wallonie del 2023 (foto Ineos Grenadiers)
Dario, com’è andata la preparazione di Filippo?

L’inverno è andato bene, senza inconvenienti, solo un mezzo raffreddore. Filippo ha fatto due ritiri a Gran Canaria dove c’è un meteo ottimale rispetto ad altri luoghi, e ci può concentrare solo sul lavoro senza perdere neanche un giorno. Si è allenato bene, i valori dei test sono postivi, ora si tratta solo di vedere se abbiamo fatto tutto giusto.

Avete cambiato qualcosa rispetto alla passata stagione?

Rispetto all’anno scorso non ci sono le Olimpiadi, questo ci ha permesso di fare un avvicinamento completamente diverso già dall’inverno. L’anno scorso è partito un pochino più tranquillo perché l’obiettivo principale era più avanti nella stagione, invece quest’anno ha potuto concentrarsi al 100% sulle classiche. Come avvicinamento è più simile al 2023 e anche i valori nei test sono in linea con quell’anno.

Parigi-Roubaix 2023, Filippo Ganna con Stefan Kung a ruota
Parigi-Roubaix 2023, Filippo Ganna con Stefan Kung a ruota
Nel 2024 però, nonostante la preparazione più “lenta”, Filippo alla Sanremo è andato fortissimo, e senza quel problema meccanico chissà come sarebbe finita

Il problema non era stato tanto per la Sanremo quanto per la Roubaix. Alla Sanremo c’è sì un sforzo importante, ma solo nel finale. La Roubaix invece è tutto un altro discorso a livello di dispendio energetico e quindi di preparazione.

Ha già fatto le ricognizioni sui percorsi?

Non ancora, ma sono entrambe in programma. Dopo la Tirreno-Adriatico andrà a provare la Sanremo e dopo il primo blocco di classiche andremo sulle strade della Roubaix.

Ganna alla Sanremo del 2023, che ha chiuso al 2° posto
Ganna alla Sanremo del 2023, che ha chiuso al 2° posto
Restando alla classica del pavè, nel 2023 Filippo è arrivato sesto, giocandosela con i migliori per buona parte della gara. Cos’ha imparato da quell’esperienza?

Difficile dirlo, sicuramente ha imparato molto perché ha corso ad altissimi livelli, con i più forti al mondo. Credo che lo capiremo quel giorno. Poi in due anni alcuni materiali sono progrediti, credo che quest’anno userà i tubeless da 32mm. Sono comunque cose che deciderà dopo la ricognizione.

Negli ultimi giorni si rincorrono voci sulla presenza di Pogacar alla Roubaix. Tu come la vedi?

Sarebbe certamente un avversario in più da tenere d’occhio, ma potenzialmente anche un alleato in più. 

Un alleato?

Sì perché se qualcun altro va via, lui può essere un importante uomo in più che aiuta nell’inseguimento.

In questo 2025 Ganna ha già dimostrato una buona forma, cogliendo un 3° posto in volata alla Volta ao Algarve
In questo 2025 Ganna ha già dimostrato una buona forma, cogliendo un 3° posto in volata alla Volta ao Algarve
Passiamo alla Sanremo. Avete già pensato ad una tattica?

Il punto chiave è l’inizio della Cipressa, la cosa più importante, anzi fondamentale, è essere nelle prime posizioni quando il gruppo la imbocca. Altrimenti, con le velocità con cui si fa quella salita oggi, recuperare diventa molto dura. 

In squadra saranno tutti per Filippo o magari avrete anche una seconda punta?

Dipende un po’ da come andrà la corsa. Sarà importante avere qualcuno che possa entrare in certi attacchi pericolosi, specie se uno degli altri big cercherà di anticipare. Comunque siamo fiduciosi, Filippo sta bene come si è visto in questo inizio di stagione dove è stato anche un po’ sfortunato. Alla Volta ao Algarve ha fatto un ottimo terzo posto in volata in rimonta, sarebbe bastato pochissimo per vincere.

Visconti talent scout, l’occhio dell’ex per scoprire il talento

05.03.2025
6 min
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Giovanni Visconti torna in carovana. Il popolare ex corridore, che aveva appeso la bici al chiodo 3 anni fa, non è rimasto a lungo lontano dall’ambiente che ama, trovando un incarico che più di altri solletica la sua fantasia e il suo interesse. Visconti è stato infatti assunto dal Team Jayco AlUla in qualità di talent scout, chiamato a scoprire i giovani più in vista da mettere sotto contratto. Sembra una definizione semplice, scarna, ma dietro c’è una grande complessità, che responsabilizza e intriga il 42enne di Palermo.

Palermitano (anche se nato a Torino), Visconti è stato professionista per 17 anni, con 34 vittorie tra cui 3 titoli italiani
Palermitano (anche se nato a Torino), Visconti è stato professionista per 17 anni, con 34 vittorie tra cui 3 titoli italiani

La scelta di Copeland

Visconti lavorerà a stretto contatto con Fabio Baronti e con l’ex diesse della Grenke Auto Eder Christian Schrot sotto la supervisione di Alex Miles, Lead Data Scientist del team australiano. Il tutto fortemente voluto da Brent Copeland per dare al team un futuro a lungo termine.

«Con Brent ci conosciamo da tempo, da quand’ero alla Bahrain – racconta l’ex campione italiano – due mesi fa mi ha prospettato l’idea e chiesto se mi andasse di rimettermi in gioco e io ho risposto con entusiasmo. Mi ha spiegato nei particolari che cosa si aspetta e mi ha parlato di questa figura che nel team ancora non c’era, proprio perché avendo smesso da relativamente poco ho ancora la sensibilità utile per cogliere aspetti sui giovani che altrimenti sfuggirebbero».

E’ una figura che esiste in altri team?

Sì, anzi è in rapida diffusione perché il ciclismo attuale va velocissimo, ma ha bisogno di figure che vadano oltre i semplici numeri che non dicono tutto su un atleta. Le indicazioni che arrivano dai tecnici, preparatori, ma anche dagli stessi strumenti sono importanti, ma noi dobbiamo metterci del nostro, conoscere questi ragazzi dal punto di vista personale, familiare, ambientale perché tutto influisce. Questo significa che bisogna girare per le gare, guardando con attenzione.

Ritiratosi 3 anni fa, l’ex campione italiano è pronto per una nuova avventura sfruttando la sua sensibilità ciclistica
Ritiratosi 3 anni fa, l’ex campione italiano è pronto per una nuova avventura sfruttando la sua sensibilità ciclistica
Il tuo lavoro riguarderà solamente l’Italia?

Decisamente no, infatti a fine marzo andrò in Belgio a seguire due classiche internazionali degli juniores, tra cui quella di Harelbeke. Il Team Jayco AlUla è internazionale e quindi aperto a corridori di tutto il mondo. Sarei felicissimo di poter consigliare qualche ragazzo italiano e qualche nome l’ho già segnato sul mio taccuino, ma andrò tanto all’estero proprio per questo, per conoscere ragazzi di ogni parte e verificare quali sono appetibili per il nostro team.

Quando tu eri junior, i talent scout non c’erano…

Era un ciclismo completamente diverso, nel quale ci si muoveva in autonomia e si seguivano strade diverse per approdare al professionismo. A me non piace fare paragoni, siamo in epoche diverse e oggi i ragazzi non sono minimamente paragonabili ai pari età di un quarto di secolo fa. Mi accorgo sempre di più che ci troviamo di fronte a giovanissimi che magari non sono ancora maggiorenni eppure hanno già la testa da professionisti, perché hanno dietro staff efficienti, anche a livello juniores, che li instradano verso preparazione, nutrizione, riposo, insomma tutto quel che serve.

Il Team Jayco-AlUla ha potenziato la struttura del devo team: Visconti si inserisce nel progetto sviluppo del team australiano
Il Team Jayco-AlUla ha potenziato la struttura del devo team: Visconti si inserisce nel progetto sviluppo del team australiano
A quali fasce guardi?

Gli juniores innanzitutto, ma seguirò anche gli under 23. Gli allievi no perché sarebbe troppo e a quell’età è più difficile trarre considerazioni. D’altronde quelli che vanno forte da allievi poi li ritroviamo al primo anno da juniores. A me interessa vedere come crescono, proprio perché i dati non dicono tutto. I ragazzini che vincono a più riprese devono poi darmi altri riscontri, che solo crescendo posso avere.

Che cosa cerchi in particolare?

E’ un discorso complesso. I numeri li vedono tutti, basta consultare le app, ma un corridore è fatto di tanto altro. Chi ha corso fino a ieri (magari l’altro ieri per me…) ha un occhio diverso, coglie in corsa aspetti che magari sfuggirebbero ma che sono importanti per capire un corridore: come si muove in gruppo, se è scaltro, se è un uomo squadra, sia nel dedicarsi agli altri che nel guidarli. Ma anche che vita fa, com’è la famiglia, che carattere ha, se ha problemi o meno a spostarsi, anche in un’altra nazione e che dimestichezza ha con le lingue. Sono tutti fattori fondamentali, ma che i numeri non ti dicono.

Non solo juniores. Visconti vuole cercare talento anche fra i più grandi, gli U23
Non solo juniores. Visconti vuole cercare talento anche fra i più grandi, gli U23
Dicevi che guarderai anche gli under 23. Dando quindi opportunità anche a chi si avvicina alla “spada di damocle” del cambio di categoria, rischiando di rimanere fuori?

Inutile raccontarci storie, sappiamo che nel ciclismo di oggi si cerca il giovanissimo talento, ma non dobbiamo precluderci nulla. Se c’è quel corridore emerso più tardi, maturato piano piano ma che ha quei valori (e uso questa parola nella sua accezione più piena) allora dobbiamo essere pronti a sfruttare l’occasione. Con la Hagens Berman abbiamo un devo team che aiuta i ragazzi a emergere, se hanno i mezzi non vengono certo buttati via. Io credo ancora in questa categoria, può dare molto.

Tu eri domenica al GP Baronti, la prova di apertura della stagione degli juniores (foto di apertura). Che impressione generale hai avuto?

L’impressione di un livello medio molto alto. Non nascondiamoci, i ragazzi talentuosi in Italia li abbiamo e per questo serve capire, andare sul campo, verificare chi ha davvero le qualità per emergere, per distinguersi. Sappiamo bene qual è il problema del ciclismo italiano: non avere uno sbocco interno, quindi essere costretti ad andar via. Ormai anche fra gli juniores i ragazzi italiani vanno a correre all’estero, poi l’esperienza di Finn ha dato riscontri e un seguito clamoroso.

Lorenzo Finn, in maglia Red Bull, è ormai un riferimento per i giovani italiani. Un esempio da imitare
Lorenzo Finn, in maglia Red Bull, è ormai un riferimento per i giovani italiani. Un esempio da imitare
Ma per un ragazzo che cosa significa inseguire un sogno? Tu l’hai fatto, lasciando la tua casa e la tua famiglia…

Questo è un lato del ciclismo attuale che rende il tutto molto più difficile. Allora come oggi servono un grande carattere, determinazione, resilienza e averli a quell’età non è facile. Ma io pur venendo dalla Sicilia avevo una prospettiva, un sogno da inseguire. Oggi è più difficile, per un ragazzo del Sud, perché anche la Toscana, l’Italia intera è il nuovo Sud. Il baricentro dell’attività è fuori dai nostri confini. Ormai, per avere chance, bisogna andare all’estero, c’è poco da fare.

Amadio e le squadre nazionali: viaggio fra le nuove scelte

05.03.2025
7 min
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Quando si è trattato di impostare la conduzione tecnica delle nazionali per il prossimo quadriennio, i vertici della Federazione ciclistica italiana hanno valutato le professionalità che avevano in casa e assegnato i nuovi incarichi. L’unico che è rimasto fuori dai giochi e non per sua scelta è stato Daniele Bennati, ma Roberto Amadio dice che la decisione è stata presa dal presidente Dagnoni dopo gli europei su pista e che fino a quel momento era ancora tutto aperto.

Parliamo con il team manager azzurro proprio per spiegare la logica dietro alle scelte e immaginare la traiettoria che porterà le nostre nazionali alle Olimpiadi di Los Angeles 2028. Fra le novità che più stimolano la curiosità ci sono la scelta di Marco Villa come tecnico dei professionisti e quella di Dino Salvoldi alla guida della pista maschile. Da questo snodo passa tutto il resto.

Dino Salvoldi guiderà le nazionali della pista elite e degli juniores (foto FCI)
Dino Salvoldi guiderà le nazionali della pista elite e degli juniores (foto FCI)
Che ragionamento c’è stato alla base?

Partiamo dalla scelta di Salvoldi, che seguirà la pista uomini e terrà gli juniores. E’ stata fatta proprio in funzione del lavoro che ha fatto in questi tre anni e in prospettiva Los Angeles. Un certo ciclo della gestione di Villa sta terminando. Soprattutto nei prossimi due anni, Ganna, Milan e Consonni daranno precedenza alla strada, mentre Salvoldi conosce un ventaglio di corridori, più o meno 8-10 elementi ormai competitivi, con cui lavorare per arrivare al 2028. Poi è chiaro che se Milan, che è il più giovane del vecchio quartetto, dice che gli piacerebbe venire a Los Angeles, benvenga. Lui può fare la differenza e dà la garanzia di lottare anche per la medaglia d’oro.

Salvoldi però terrà anche gli juniores, i ruoli sono compatibili?

Il feedback delle società sul suo lavoro è positivo, quindi credo sia giusto che prosegua. Logicamente avrà dei collaboratori che lo sostituiranno quando gli impegni con gli elite lo terranno lontano, però penso che abbia dimostrato di saper lavorare con professionalità e i risultati si sono visti.

Come nasce l’idea di mettere Villa al posto di Bennati?

Serve per dare continuità al suo lavoro con un gruppo di ragazzi che su certi percorsi sono fra i migliori al mondo. E a livello di cronometro, Villa ha l’esperienza per lavorare bene. Sulla scelta di non confermare Bennati, ne avrete sentite di tutti i colori, però la scelta è stata fatta agli europei su pista, quando il presidente Dagnoni ha preso la decisione finale. Daniele si è sentito preso in giro, ma le cose non sono andate come lui immagina.

E’ stato difficile convincere Villa? Si dice che fosse turbato.

Sicuramente è onorato, però ha il cuore sempre sulla pista, tant’è che l’abbiamo lasciato sulle donne assieme a Bragato. La scelta di Diego ha una logica, perché ha fatto con loro il percorso da Tokyo a Parigi e secondo me il gruppo donne è quello che può arrivare a Los Angeles con grandissime ambizioni. La logica, il filo conduttore del progetto ha come focus l’obiettivo delle prossime Olimpiadi. Per una federazione sono l’evento più importante, visto anche il sostegno che abbiamo dal CONI e da Sport e Salute.

Dopo i grandissimi successi su pista con le nazionali elite e delle donne, per Villa si apre il capitolo complesso e affascinante della strada pro’
Dopo i grandissimi successi su pista con le nazionali elite e delle donne, per Villa si apre il capitolo complesso e affascinante della strada pro’
Il fatto di mettere Villa sulla strada e non scegliere qualcun altro preso dall’esterno, come pure i doppi incarichi di Salvoldi e Bragato può essere conveniente anche dal punto di vista economico?

Ai conti si deve guardare, soprattutto con le novità che ci sono. Si parla di affitti che adesso le Federazioni devono iniziare a pagare a Sport e Salute, di costi che non erano preventivati. Sicuramente risparmiare ci consente di investire sull’attività e sulle squadre nazionali, però la scelta di Marco ha la sua logica e la capiremo nei prossimi anni.

Cosa può portare Villa porti nel mondo della strada?

Nella pista è riuscito ad amalgamare un gruppo di atleti e sarebbe fondamentale ripeterlo sulla strada. Negli anni di Martini, la nazionale si ritrovava con corridori come Moser, Saronni, Baronchelli, Battaglin e tutti gli altri. Alfredo era grande nel creare lo spirito di squadra, che oggi è sempre più difficile. Gli atleti hanno il preparatore, il nutrizionista e la squadra che fa i programmi, è cambiato il modo di interpretare il ciclismo. Serve uno che riesca a tenere un filo conduttore quotidiano e nel giorno della gara sia capace di deciderne l’impostazione. Prima era diverso, c’erano le premondiali e un sistema molto meno complesso.

Invece adesso?

C’è un’evoluzione, un cambiamento veramente impressionante del ciclismo. Al punto che anche la Federazione e i suoi tecnici devono adeguarsi al cambiamento. Ci rimproverano il fatto di non vedere la nazionale correre più spesso in Italia, ma a cosa servirebbe? Con chi saremmo potuti andare oggi a Laigueglia, visto che più o meno i migliori ci saranno tutti con le loro squadre? Abbiamo investito quando si è trattato di far correre i ragazzi della Gazprom rimasti senza squadra, ma la maglia azzurra è importante e non avrebbe senso fare delle squadre solo per rappresentanza

Tornando per un attimo alla pista, finora Villa ha avuto il controllo su tutto. Aver nominato Salvoldi, Bragato e Quaranta commissari tecnici dipende dal fatto che loro sono cresciuti nel ruolo oppure Villa sarà meno disponibile?

Entrambe le cose, perché secondo me Marco non si è ancora reso conto di quale sia l’impegno del tecnico della strada. Però dall’altra parte c’è stata una crescita enorme, sia di Quaranta sia di Bragato, che rimane il responsabile del team performance. In questi tre anni, quel gruppo è cresciuto in maniera considerevole ed è sempre più apprezzato dai tecnici. Hanno capito la necessità di lavorare con una programmazione e Diego ha la visione a 360 gradi delle varie necessità. Per questo avere accanto Villa è una necessità. Con loro due, le donne sono in mani sicure. Sia da un punto di vista di programmazione sia di selezione e attività che faranno.

Non sarebbe la mancanza di risultati, ma i rapporti non più buoni con Dagnoni la causa della mancata riconferma di Bennati (foto Limago)
Non sarebbe la mancanza di risultati, ma i rapporti non più buoni con Dagnoni la causa della mancata riconferma di Bennati (foto Limago)
Mentre Quaranta?

Credo che promuoverlo sia stato giusto e dovuto. Il presidente ha riconosciuto lavoro che ha fatto e che sta facendo con i velocisti. Gli ultimi mondiali e gli europei hanno dato conferma di una crescita di gara in gara. E’ chiaro che avvicinandosi ai vertici mondiali del team sprint, d’ora in poi i progressi saranno meno evidenti, però ci sono. La qualificazione a Los Angeles è un obiettivo fattibile, come ci eravamo prefissati quando siamo partiti.

Sono venute conferme invece per U23 e fuoristrada: non era necessario metterci mano, tutto sommato…

Amadori è un grande conoscitore del mondo under 23, credo sia giusto averlo confermato. Anzi sicuramente è quello che in questo momento di difficoltà nel trovare le giuste come collaborazione con le squadre, può giocare un ruolo decisivo. Quanto alle nazionali fuoristrada, Pontoni ha lavorato in modo molto positivo, lo dicono i risultati. E anche Celestino è arrivato bene alle Olimpiadi e solo a sfortuna ci ha tolto una medaglia con Braidot. Però sta costruendo qualcosa di importante con i giovani e sta portando avanti un bel lavoro.

Poco fa hai detto che se ne sono sentite tante, forse anche troppe: perché non andare più avanti con Bennati?

A Daniele non posso rimproverare niente, ha fatto tutto quello che doveva in modo professionale in rapporto al momento del ciclismo italiano, cui manca un corridore alla Colbrelli, che stava crescendo in maniera importante. Noto che in questo inizio di stagione alcuni nostri ragazzi stanno venendo fiori con il piglio giusto. Parlo di Ciccone al UAE Tour, Tiberi che all’Algarve ha fatto una cronometro veramente bella e anche Piganzoli. I buoni corridori li abbiamo e sono adatti al mondiale del Rwanda. Ma se in un mondiale come quello ti trovi Evenepoel oppure Pogacar, sia su strada sia nella crono che è durissima, c’è poco da programmare. Non parto mai battuto, però la storia ci insegna che quando ci sono di mezzo questi atleti, diventa difficile.

Hai dichiarato che Bennati a un certo punto non fosse più in sintonia con la Federazione, eppure quando si è trattato di lasciare spazio a Viviani nella gara su strada delle Olimpiadi, non ha fatto un fiato.

Io credo che il suo fosse lo spirito giusto, cioè quello di onorare sempre la maglia azzurra, anche se a Zurigo il comportamento dei corridori non è stato proprio così. Sull’aver fatto spazio a Viviani, non posso dire nulla: è stato bravo e alla fine i risultati ci hanno dato ragione. Quando parlo di sintonia con la Federazione, parlo di sintonia col presidente. Più un fatto di rapporti personali che alla fine non c’erano più.