Kuurne a Philipsen. Tanti auguri all’uomo di Sanremo

02.03.2025
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La corsa di Kuurne, la città degli asini nel ricordo dei contadini che se ne servivano per raggiungere il mercato della vicina Kortijk, finisce nuovamente in volata. Tanti ci provano, ma pochi negli anni ci sono riusciti. Questa volta gli ultimi si sono arresi al primo passaggio sul traguardo, dopo che anche Van Aert aveva provato a rientrare sulla fuga per tentare il colpo da lontano. Ma quando nel gruppo ci sono le squadre dei velocisti, non c’è fuga che tenga. Wout s’è trovato alle spalle il freddo Adrià che non gli ha dato un solo cambio e ha dovuto rialzarsi. E alla fine la vittoria è andata a un cecchino di nome Philipsen, vincitore uscente della Milano-Sanremo e di altre otto corse nel 2024.

La quiete di Philipsen

Le grandi manovre sono iniziate quando poco prima che la corsa si ricompattasse. E al netto delle strappate e dei tentativi di mettere in fila il gruppo, ciò che ha davvero sorpreso per tutto il giorno è stata la calma serafica di Jasper Philipsen.

Merlier non faceva che sfilarsi e risalire. Milan ha fatto capolino un paio di volte ottimamente scortato da Stuyven. La Decathlon sgomitava per Bennett. Invece Philipsen, forse pensando che nel giorno del suo 27° compleanno poteva prendersela con filosofia, è sempre rimasto a centro gruppo. Era ben al coperto anche a 5 chilometri dall’arrivo, mentre Merlier faceva a spallate con Olav Kooij.

«E’ incredibile vincere il giorno del mio compleanno – ha detto dopo l’arrivo – sono già tutti in ottima condizione, ma ci siamo comunque presentati qui forti e siamo riusciti a gestire la nostra corsa quando sono finite le salite. Sono contento di come sono andate le cose. Negli ultimi anni per noi il weekend di apertura non è mai stato un successo. Ieri alla Omloop Het Nieuwsblad è stata una giornata con sentimenti contrastanti, il terzo posto dietro Wærenskjold era da capire. Diciamo che questa vittoria gli dà un significato diverso. Non una sconfitta, ma il primo passo verso la vittoria».

Milan è stato ottimamente supportato dalla squadra, ma si è perso nella volata
Milan è stato ottimamente supportato dalla squadra, ma si è perso nella volata

Groves per amico

Si pensava che potesse essere proprio Philipsen il favorito, ma non vedendolo dannarsi per guadagnare posizioni, qualcuno ha pensato che oggi sarebbe toccata ad altri. Lo stesso Milan, arrivato fra squilli dal UAE Tour, sembrava un possibile predestinato. Anche se il friulano, nelle interviste al via, aveva detto saggiamente che si trattava di ben altra corsa e sarebbe stata necessaria una grande concentrazione. Invece nell’ultimo chilometro, la Alpecin-Deceuninck ha ricordato al gruppo che il suo ultimo uomo di giornata era Kaden Groves, velocista che nel 2024 ha vinto tre tappe alla Vuelta. E a quel punto forse qualcuno ha capito che non sarebbe finita bene.

«Il lead-out è ovviamente uno dei nostri punti di forza – ha raccontato Philipsen – soprattutto oggi con Rickaert e Groves, che si sono divisi i compiti. Kaden è uno che può vincere da sé degli sprint contro i più forti e per quest’anno il piano è che venga anche al Tour. Siamo una combo molto forte».

Sul podio con Philipsen, Kooij e Hofstetter
Sul podio con Philipsen, Kooij e Hofstetter

Merlier disperso

Amara la riflessione di Merlier, che non è mai contento quando perde da Philipsen. E’ stato a causa sua, in qualche modo, che ha dovuto lasciare la Alpecin-Deceuninck. E anche se da lì è approdato alla Soudal-Quick Step, il tempio dei velocisti, fra i due belgi continua a serpeggiare una discreta antipatia.

«In realtà mi ero già perso a un chilometro dal traguardo – ha dovuto ammettere Merlier ai microfoni di Sporza – eravamo un po’ troppo lontani. In uno sprint a volte dipende dai dettagli e io nel finale ho dovuto anche saltare sopra un’isola spartitraffico. Questa è un’occasione mancata. E’ stata una corsa molto nervosa e io non l’ho interpretata come avrei voluto, ma sono sempre stato lì. Sono stato chiuso più volte, è stato frustrante, ma ci ho sempre creduto. Penso di avere le gambe per vincere, ma oggi non è andata bene».

Parlando di Milan, va segnalato il sesto posto ottenuto lanciando la volata dalle retrovie. Se fosse partito alla pari degli altri, le forze che ha messo per rimontarli, lo avrebbero portato alla vittoria. Ma al Nord non è sempre e solo un fatto di forza. Bisogna sapersi disimpegnare fra curve, rotonde e avversari che non cedono un metro. Jonathan impara in fretta e ha preso nota, la prossima volta saprà anche lui come muoversi.

«Tao? In netta ripresa e punta al Tour», parola di Larrazabal

02.03.2025
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Diciamo la verità, di notizie attorno a Tao Geoghegan Hart non ce ne sono state sin qui. Dell’inglese non si sapeva molto, né del suo calendario e né del suo stato di forma. Ma a venirci in soccorso è stato Josu Larrazabal. Il tecnico spagnolo, a capo della performance della Lidl-Trek, con la sua consueta gentilezza ci ha chiarito un bel po’ di cose circa l’ex maglia rosa.

Quel che possiamo dire è che in Portogallo hanno iniziato la stagione non solo Vingegaard e Roglic, di cui vi abbiamo raccontato, ma anche Tao Geoghegan Hart. E anche lui come i suoi illustri colleghi tutto sommato se l’è cavata bene. Alla fine ha chiuso nono nella generale a 54″ dallo stesso Vingegaard e appena un secondo dietro a Roglic.

L’inglese è alla seconda stagione alla Lidl-Trek, squadra che crede moltissimo in lui. A partire da coach Larrazabal
L’inglese è alla seconda stagione alla Lidl-Trek, squadra che crede moltissimo in lui. A partire da coach Larrazabal
Josu, Tao ha iniziato la stagione in Algarve. Come lo hai visto?

E’ andata molto bene, ci aspettavamo un attimo in più nella crono per come lo vedevamo, come si sentiva e come andava in allenamento. Il primo arrivo in salita a Foia ha confermato le nostre aspettative, ma sulla salita finale ha pagato un po’ l’entusiasmo di voler fare bene. Ha interpretato lo sforzo con troppa intensità e alla fine ha ceduto qualcosa, ma un piazzamento in top 10 è un bel punto di partenza considerando da dove veniamo.

“Da dove veniamo”: quanto è stato importante per lui aver portato a termine la Vuelta lo scorso anno?

Ha integrato e capito quanto fosse difficile il processo di recupero in cui si trovava. L’anno scorso, all’Algarve, aveva chiuso quindicesimo e pensava di essere già più avanti. Poi alla Tirreno ha capito che c’era ancora tanto lavoro da fare. Abbiamo dovuto rifare il programma, saltare il Catalunya, e sfruttare i Paesi Baschi per preparare il Romandia, dove ha fatto una top 10 e si era un po’ ripreso.

E poi di nuovo la caduta al Delfinato…

Esatto, con la frattura delle costole, il Tour saltato, un’altra caduta a Burgos, e infine la Vuelta iniziata con problemi fisici. Ma finirla è stato essenziale per lui e per questa stagione. Anche se non l’ha finita da protagonista. E per un corridore del suo livello, affrontare un grande Giro senza incidere è difficile da accettare, ma ha capito l’importanza del processo che la Vuelta significava. L’anno scorso il suo inverno era stato di riabilitazione, quest’anno è stato un inverno da ciclista e la differenza è enorme.

Algarve: nella tappa in salita Tao è arrivato a 3″ da Vingegaard e appena davanti a Roglic (foto @gettysport)
Algarve: nella tappa in salita Tao è arrivato a 3″ da Vingegaard e appena davanti a Roglic (foto @gettysport)
Il tuo ruolo non è solo legato ai numeri e alle tabelle. Quanto conta l’aspetto mentale con Tao?

Assolutamente tanto. L’anno scorso ci sono state delle discussioni con lui. Noi cercavamo di fargli capire che ci voleva tempo, ma lui voleva subito il risultato. Noi ovviamente vogliamo che ottenga risultati, ma sappiamo anche che i processi di recupero richiedono tempo. Tao non era sempre d’accordo con questo messaggio, ma il tempo ci ha dato ragione… purtroppo. Sarebbe stato bello se avesse potuto subito ottenere grandi risultati, ma infortuni come il suo richiedono pazienza. Adesso siamo in una situazione completamente diversa, sia fisicamente che mentalmente. E quando un corridore come lui sta bene, i risultati arrivano, anche se non sempre (e non subito) sono vittorie.

Se dovessi dare una percentuale, quanto sta meglio rispetto all’anno scorso?

Possiamo dire che ha già pareggiato i migliori valori dello scorso anno, appena partito: numeri che lo scorso anno aveva toccato al Romandia e prima della caduta al Delfinato. Questo è un riferimento che dà fiducia. Non ho il dato esatto per dire se è un 5 o un 10 per cento meglio, rispetto a 12 mesi fa, ma appunto aver già toccato quei picchi a febbraio è stato molto, molto importante.

Qual è il suo programma per i prossimi mesi? Lo vedremo al Giro d’Italia o al Tour?

L’obiettivo di Tao è il Tour de France, con un programma simile a quello dell’anno scorso. Ieri ha corso l’Ardeche Classic (si è ritirato per un problema meccanico mentre esplodeva la corsa e ha finito di vedere la gara dal bus, ndr), una novità rispetto al 2023 quando preparava la Tirreno. Quest’anno non farà la Corsa dei Due Mari, ma il Catalunya e successivamente il Romandia. Abbiamo parlato con lui di lasciare aperta una porta per il Tour of the Alps, una corsa che gli piace e che ha già vinto, ma per ora resta solo un’opzione. Dopo il Romandia farà una pausa, andrà in quota e poi seguirà il classico percorso con il Delfinato, ancora un periodo in altura e infine il Tour.

Pochi giorni prima dell’Algarve Geoghegan Hart aveva preso parte alla Figueira Champions Classic, corsa di un giorno sempre in Portogallo
Pochi giorni prima dell’Algarve Geoghegan Hart aveva preso parte alla Figueira Champions Classic, corsa di un giorno sempre in Portogallo
Non avete mai pensato di mandarlo al Giro? Il percorso sembrava adatto alle sue caratteristiche

Tao ama il Giro d’Italia e lo guarda sempre con la coda dell’occhio. Ovviamente con lui è un discorso che si può sempre aprire, ma la Lidl-Trek gli ha dato la possibilità di fare lo step che non aveva potuto fare alla Ineos Grenadiers, ovvero preparare il Tour da leader. Questo è il piano originale e per il momento è quello su cui siamo concentrati. Lui ha un legame forte con il Giro, ma direi con l’Italia in generale. Ha vinto tante da voi e ha un ottimo feeling con il pubblico italiano, ma al momento il focus è sul Tour.

Josu, visto che prima abbiamo parlato di aspetti mentali: come lo vedi dal punto di vista della determinazione? Ha voglia di tornare più forte di prima ora che sta bene?

L’ho visto sempre cattivo. Lo era anche l’anno scorso quando le cose non andavano bene. E appunto da qui nascevano le discussioni… Adesso però lo è ancora di più, perché non gli è piaciuto avere un anno difficile e senza vittorie. Non gli piace non essere stato protagonista. Anche il piccolo errore commesso nella crono dell’Algarve è forse una conseguenza di questa voglia di fare, di dimostrare. Noi siamo qui per supportarlo e fargli capire che tutto arriva, basta aspettare il momento giusto.

Il caso Iannelli: le ricostruzioni che non tornano

02.03.2025
8 min
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Giovanni Iannelli muore a 23 anni, contro una colonna di mattoncini rossi priva di transenne a 150 metri dal traguardo. Il video della caduta in volata è sgranato e mosso, ma rende il senso dell’immobilità dopo l’urto. Ne hanno parlato i giornali e, come raccontato nell’articolo di ieri, anche il Ministro dello Sport Abodi. Ne hanno parlato Le Iene, eppure nulla si muove. Solo un giudizio civile per il momento ha condannato gli organizzatori, ma in quella sentenza Carlo Iannelli, suo padre, non ha mai visto il seme della giustizia. Al punto di aver detto più volte che vi rinuncerebbe, a patto che venga celebrato un processo penale.

Nel frattempo continua a scrivere sui social di tutti per richiamare l’attenzione. Come per incatenarsi davanti agli occhi e le coscienze di tutti quelli che, a vario titolo, possono immaginare ciò che accadde in quella casa il 5 ottobre del 2019. 

Suo padre Carlo gli passa la borraccia: una scena che in Toscana era decisamente abituale
Suo padre Carlo gli passa la borraccia: una scena che in Toscana era decisamente abituale
Avvocato Iannelli, l’abbiamo lasciata all’ospedale di Alessandria, ripartiamo dall’ultima domanda: che cosa accade dopo?

Scopro che la corsa è stata approvata dalla struttura tecnica del Comitato Regionale del Piemonte senza i documenti relativi alla sicurezza, obbligatoriamente previsti dal regolamento tecnico.

Come fa a dirlo?

Io c’ero arrivato da me, comunque è scritto nella sentenza del giudizio civile.

Visto che lei ha fatto parte a lungo della macchina federale, capitava spesso che ci fosse questo tipo di mancanze?

Quando ero vicepresidente del Comitato Regionale Toscano, ero tra quelli che nominava il responsabile della struttura tecnica, che all’epoca era Alessandro Rolfi. E Alessandro mi chiamava, anche di notte, e mi diceva: «Carlo, hanno presentato il programma di gara e non ci sono i documenti relativi alla sicurezza». E io gli dicevo: «Alessandro, sospendi tutto. Chiama la società e fa integrare quella documentazione». Perché quei documenti sono essenziali. Significa che la società ha fatto una verifica delle condizioni di sicurezza. Il programma di gara così approvato le consente di fare il giro dei vari Enti interessati dalla manifestazione per chiedere le autorizzazioni.

Cosa ha scoperto per la gara di Molino dei Torti?

In quel caso, il programma di gara viene presentato il 29 agosto 2019 e viene approvato dalla Struttura Tecnica del Comitato Regionale Piemontese. Il responsabile era Luca Asteggiano. E’ quel signore che fa il video ed è grande amico di Imere Malatesta, il direttore sportivo di mio figlio, che nel video bestemmia. E che però, quando viene chiamato dai Carabinieri di Lucca per essere sentito sull’accaduto, fa delle dichiarazioni che il Pubblico Ministero richiamerà nel decreto di archiviazione.

Via Roma a Molino dei Torti, il tratto di strada in cui è avvenuto l’incidente oggetto della relazione di Gianni Cantini
Via Roma a Molino dei Torti, il tratto di strada in cui è avvenuto l’incidente oggetto della relazione di Gianni Cantini
Che cosa dice Malatesta?

Nonostante abbia appena perso un corridore, mio figlio, dice che il circuito in questione a suo avviso è semplice. Che non era una gara da considerare pericolosa, poiché sono altre le strade o i tracciati pericolosi. Dice che rientra nella “media” delle gare, che non ha notato anomalie e per questo non ha ritenuto di fare alcuna segnalazione.

Quando ha cominciato a capire che nelle varie versioni qualcosa non tornava?

Subito. Con quei pochi documenti raccolti nei giorni successivi alla morte di Giovanni, ho incaricato Gianni Cantini, un direttore di corsa internazionale e docente in materia di sicurezza alle corse ciclistiche, di prepararmi una relazione tecnica. Dopo una quindicina di giorni sono stato ricevuto dal Pubblico Ministero di Alessandria, Andrea Trucano. L’appuntamento era fissato per le 15. Così la mattina sono andato a Molino dei Torti: non c’ero ancora stato e ho fatto un video in cui si vedono tutti quegli ostacoli mortali. Quella strada è costellata di ostacoli mortali. Farci disputare una volata, ma anche il passaggio dei corridori è una follia.

Cosa le dice il Pubblico Ministero?

Entro nella sua stanza insieme al mio avvocato e sulla scrivania c’è un fascicolo con scritto: Giovanni Iannelli. Trucano lo apre di fronte ai miei occhi e dentro non c’è niente. E’ vuoto, neanche un verbale della Polizia Municipale. E’ morto un ragazzo, gli dico, ma lui mi guarda e solleva le spalle per confermare che è così. Poi mi dice di aver studiato i codici, ma che di corse non sa niente. Così io gli rispondo che siccome mi aspettavo questa sua obiezione, ho portato la relazione di Gianni Cantini.

Che cosa c’è scritto in quella relazione?

Sono 10 pagine in sui si parla di tragedia annunciata. E nella chiusura, Cantini aggiunge che per la sicurezza della gara fosse doveroso fare molto di più di quanto non sia stato fatto il 5 ottobre 2019. Si chiede, anzi, come sia stato possibile che la Direzione di Corsa abbia permesso di dare il via alla gara in assenza delle minime misure di sicurezza necessarie. Non c’erano transenne a sufficienza e non c’erano protezioni per gli ostacoli sporgenti, come quella colonna. E conclude chiedendosi come sia possibile che il verbale di gara del Collegio di Giuria non segnali e non sanzioni alcuna mancanza tecnico organizzativa.

Giovanni Iannelli studiava economia Aziendale. Qui è con Rebecca, la compagna conosciuta al liceo
Giovanni Iannelli studiava economia Aziendale. Qui è con Rebecca, la compagna conosciuta al liceo
Come si conclude l’incontro con il Procuratore di Alessandria?

A un certo punto, dopo due ore, io e il mio avvocato stiamo per alzarci e il Pubblico Ministero dice che il Procuratore Capo vuole salutarci. Esce dalla sua stanza e rientra dopo pochi secondi con il Procuratore Capo di Alessandria, Enrico Cieri, amico del professor Renato Balduzzi, padrino di quella corsa ciclistica e già Ministro della Salute del governo Monti.

In cosa consiste il saluto?

Enrico Cieri si mette seduto, mentre io probabilmente non parlavo in maniera pacata, diciamo che forse ero un po’ esagitato. E lui dice: «Avvocato, avvocato, non stiamo parlando di criminali. Stiamo parlando eventualmente di organizzatori negligenti». In quel momento ho una strana sensazione, come se il discorso fosse già chiuso. Ma per chiarire se sia stata negligenza o colpa, sarebbe stato interessante avere i tabulati telefonici del 5 ottobre 2019, per capire qualcosa di più su eventuali contatti. Ma i tabulati non li abbiamo visti. Un processo servirebbe a questo: anche semplicemente a fugare ogni sospetto. 

Ci sono stati invece dei contatti fra Carlo Iannelli, il papà di Giovanni, e l’organizzatore della corsa in cui il figlio è morto?

Assolutamente no! Ho visto il presidente della società Ennio Ferrari e il sindaco di Molino dei Torti al funerale di mio figlio. Dopodiché non ho più avuto nessun tipo di rapporto, nessuno.

Che cos’altro non torna secondo lei nella ricostruzione ufficiale?

La deposizione del Commissario di Giuria in moto: Giulia Fassina. Per verificarla sarebbe bastato che in Procura avessero periziato il video, da me portato al Pubblico Ministero Andrea Trucano, la prima volta ci sono andato. Gli dissi che avrebbe potuto recuperare il file originale dal telefono di Luca Asteggiano che lo aveva girato e forse su quello la perizia sarebbe stata più agevole. Ma il telefono non è stato preso e il video non è stato periziato. Comunque a prescindere da questo, basta andare sul posto, in via Roma a Molino dei Torti, e mettersi nella posizione dove era Giulia Fassina, cioè in via Luigi Einaudi. Nel video la si vede arrivare con la moto e il casco arancione.

Che cosa ha testimoniato Fassina?

Ha dichiarato che si trovava a 10-15 metri dal punto dell’incidente, quando in realtà i metri sono circa 70 e per giunta era dalla parte opposta della strada. Con il casco in testa, le persone davanti e i corridori che passavano, non può aver visto nulla di così chiaro. Tanto che lei stessa si tradisce e la tradisce anche Luca Botta, il Presidente del Collegio di Giuria, quello secondo cui non c’era nulla da segnalare.

Come la tradisce?

Di fronte alla Procura federale, il Procuratore Nicola Capozzoli fa un’eccezione. Le fa presente che Luca Botta, che si trovava sull’auto del Presidente di Giuria, ha detto che si erano sentiti via radio nell’immediatezza e lei gli avrebbe detto che non aveva visto nulla. Ma davanti alla Procura, Fassina dice che probabilmente Luca Botta si è sbagliato, che lei non gli ha mai detto di non aver visto nulla. 

E’ riuscito a ricostruire quanto accadde dopo la caduta?

Il corridore che dà il colpo al manubrio a Giovanni è il dorsale 51, Niccolò Tamussi della Delio Gallina. Cade anche lui e si frattura lo scafoide. Nonostante abbia questa frattura, immagino anche dolorosa, viene preso e portato in una stanza di fronte al Collegio di giuria e gli chiedono cosa sia successo. Poi non lo portano dai Carabinieri, che erano già lì. Lo mandano via, chiudono le porte della stanza, si riuniscono e alla fine la versione ufficiale è quella che Giulia Fassina ripete quando le viene chiesta.

E’ certo che Tamussi non abbia parlato con i Carabineri?

Tamussi è stato contattato da mia figlia Margherita. E in una chat, che ovviamente ho portato alla Procura, le racconta come sono andate le cose. Chat che a quando pare la Procura ha completamente ignorato. Mentre il direttore sportivo di Tamussi prende un pezzo di pedale, che si è frantumato nell’impatto contro la colonna, e va dall’accompagnatore della squadra di mio figlio. Gli dice: guarda che cosa è successo, a Giovanni si è rotto il pedale e per questo è caduto.

Non è possibile?

Guardate le foto della bici e delle scarpe di Giovanni. Quello è un pedale che si è sbriciolato nell’impatto, non un pedale che si è rotto mentre pedalava. A questo si aggiunge la voce di un corridore che era accanto a Giovanni, Dario Salvadori. Quel giorno era in corsa e probabilmente ha continuato a seguire la vicenda. Legge i giornali, legge la storia del pedale rotto, si registra ad una testata online e scrive parole precise. Il senso è: non scrivete cavolate, non è stata la rottura di un pedale a far sbandare Giovanni, quanto piuttosto un corridore che è voluto passare dove non c’era lo spazio. E così facendo ha urtato il manubrio di Giovanni che è partito per la tangente senza neanche avere il tempo per rendersene conto. Io questo ragazzo non lo conosco neanche, sono entrato in contatto con lui, ho portato tutto alla Procura, ma non è successo niente. Di tutto quello che stiamo dicendo ci sono prove documentali, è tutto scritto. Eppure non ci sono orecchie per intendere, capite? Zero. Perché non si deve fare questo processo?

Alla scoperta di Fretin, il nuovo (velocista) che avanza

02.03.2025
6 min
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Milan contro Milan. No, non è il classico titolo calcistico da weekend di un quotidiano sportivo italiano, ma il riassunto attraverso un semplice slogan di uno dei temi della Kuurne-Bruxelles-Kuurne prevista per oggi. Con Jonathan Milan alla ricerca di un primo sigillo classico trovando tra i suoi avversari un giovane belga, Milan Fretin, che ha impressionato tutti nel suo inizio stagione cogliendo già due vittorie, tra Almeria e Algarve.

Il ragazzo di Genk, prossimo ai 24 anni sta scalando rapidamente le gerarchie non solo della sua squadra, la Cofidis che ha bisogno dei suoi punti come dell’aria, ma anche dello stesso sprint mondiale. E’ forse la maggior sorpresa di questo inizio di stagione, ma chi è in realtà?

Il giovanissimo Milan esordì nel 2018 alla Van Moer Logistics. Si è costruito pian piano esplodendo nel 2024
Il giovanissimo Milan esordì nel 2018 alla Van Moer Logistics. Si è costruito pian piano esplodendo nel 2024

«Quando ero ragazzino, ho iniziato con il motocross – racconta dal suo ritiro belga prima della corsa – Poi ho cambiato per la bici, ma è stata una scelta quasi obbligata dopo che mi sono rotto la clavicola. Ho pensato che la bici era più sicura. Ho anche fatto un corso. Avevo 9, 10 anni, a quel tempo dovevo vincere la mia paura, perché da una parte la velocità mi piaceva, dall’altro mi spaventava. Le cose hanno iniziato a prendere una piega più seria quando sono passato U23, nelle fine della Lotto-Soudal dopo aver corso in piccole squadre belghe. Ho fatto due anni in un team Professional importante come la Sport Vlaanderen Baloise e lo scorso anno ho ottenuto il contratto nel WT, ero super felice. Tra l’altro un quadriennale, a dimostrazione della fiducia del team francese. Devo dire grazie a Nico Mattan, che era mio diesse da junior e mi ha sempre seguito, essendo grande amico di mio padre. Mi ha dato i consigli giusti».

Ti aspettavi un inizio di stagione così importante, con due vittorie?

E’ pazzesco. E’ un sogno per tutti, per ogni ciclista. L’anno scorso era già stato molto forte, con un paio di successi che mi hanno dato lo stimolo per affrontare un buon inverno e per diventare ancora più veloce e sono felice di averlo fatto, questi risultati mi confermano che sono sulla strada giusta.

La vittoria nella tappa della Volta ao Algarve, battendo Meeus e Ganna
La vittoria nella tappa della Volta ao Algarve, battendo Meeus e Ganna
Ti consideri un semplice velocista o pensi di avere altre caratteristiche?

E’ ancora un po’ un mistero per me. La prima vittoria alla Clasica de Almeria era uno sprint molto veloce. Negli ultimi 10 anni hanno vinto sempre grandi sprinter. Ma è stata una giornata dura, con quasi 3.000 metri di dislivello. Io credo di poter emergere anche su percorsi mossi, difficili. E ora con le classiche sono curioso di vedere se riesco a mostrare dove sono arrivato.

C’è uno sprinter al quale ti ispiri o somigli tecnicamente?

Tom Boonen. E’ un grande campione, ma con umiltà è quello a cui penso di somigliare di più, come anche Alaphilippe, sa fare sprint, ma sa anche scalare molto bene. Ho molto rispetto per lui ma mi piacerebbe affrontarlo a viso aperto, credo che me la potrei giocare.

Fretin ha corso nella Lotto al suo esordio da U23. Vincendo due gare nazionali
Fretin ha corso nella Lotto al suo esordio da U23. Vincendo due gare nazionali
Lo scorso anno sei arrivato alla Cofidis, che cosa è cambiato per te correndo nel team francese?

E’ sempre stata una squadra che ammiravo. Ricordo quando ero junior era una maglia che mi ispirava. E’ una squadra francese che mi ha accolto davvero bene. La scorsa stagione è stata difficile. Abbiamo dovuto aspettare tanto per  la prima vittoria, arrivata grazie a Thomas al Giro d’Italia. Ora abbiamo già 4 vittorie quindi è un inizio molto superiore rispetto all’anno scorso e la squadra ha cambiato un sacco di cose durante l’inverno. Dovevamo farlo. Quindi abbiamo tutti nuovi allenatori. Ci prepariamo molto più duramente rispetto all’anno scorso. Facciamo anche palestra, l’anno scorso non la facevo. Ora mi piace la palestra post allenamento. Inoltre siamo molto contenti delle nuove bici Look, siamo passati alle ruote Campagnolo e alle gomme Vittoria e devo dire che si sente subito la differenza. Tutti abbiamo reagito tipo «wow, è pazzesco quanto sia più veloce». E questo fa la differenza.

Le tue vittorie sono state molto importanti per il ranking del team, qual è l’atmosfera in squadra, c’è paura di perdere il WorldTour?

Durante l’inverno ci hanno detto che è un anno molto importante per noi. Decisivo per il team. Ma quando corri cerchi di non pensarci. Io cerco sempre di fare del mio meglio. E quando fai del tuo meglio i punti sono la naturale conseguenza. In questo è coinvolta l’intera squadra, non basta l’uomo che vince, tutti devono dare il loro contributo se vogliamo raggiungere la salvezza. Anche l’Astana è molto forte, anche loro stanno vincendo, anzi nel ranking volano e questo non va bene per noi. Hanno avuto una grande partenza. Ma finché continuiamo a vincere e continuiamo a pedalare come stiamo facendo ora, penso che possiamo salire ancora un po’ per prendere le squadre davanti a noi.

Due vittorie e ben 19 top 10 per il belga. Qui è 3° nello Sparkassen Munsterland Giro dietro Philipsen
Due vittorie e ben 19 top 10 per il belga. Qui è 3° nello Sparkassen Munsterland Giro dietro Philipsen
Ora ti aspettano le classiche, quale ti piace di più e perché?

E’ difficile da dire, finora non ho avuto molta fortuna nelle classiche di primavera. A me istintivamente piace la Roubaix, quando arrivi sul pavé con la gente e tutti che ti urlano contro e vai così veloce, dimentichi quanto stai soffrendo. E’ davvero pazzesco sentire quanta gente c’è ai lati della strada. Quindi amo davvero quella corsa e spero di poterla vincere un giorno.

Quest’anno correrai il primo grande tour, il Giro d’Italia. Avresti preferito essere al Tour de France, pensi che le volate saranno diverse da quelle francesi?

Per ora sono nella squadra per la corsa rosa, ma è ancora presto, preferisco pensare a obiettivi più vicini. Come prima grande corsa a tappe però sarei contento di affrontare il Giro, dove vorrei essere protagonista negli sprint, centrare bei risultati sempre per il discorso di prima. Tutti dicono che il Tour è di un altro livello, un po’ più difficile e soprattutto è molto nervoso. Sento dire che è un’esperienza che ti cambia. Poi quest’anno si arriverà a Lille che è il quartier generale della Cofidis, lì si dovrà fare una grande gara. Per me comunque è indifferente, sarei felice con entrambi. Se riesco a concludere il Giro e ad avere una bella sensazione e a diventare più forte quest’anno, allora forse l’anno prossimo potremo fare il Tour.

Fretin è alla Cofidis dallo scorso anno. Il team francese gli ha fatto firmare un quadriennale
Fretin è alla Cofidis dallo scorso anno. Il team francese gli ha fatto firmare un quadriennale
Tu sei  uno dei tanti giovani belgi che stanno emergendo, qual è il vostro segreto per essere così tanti?

Questa è una bella domanda. Non so se c’è un segreto. Sicuramente abbiamo un sacco di squadre qui e un sacco di belle gare da affrontare, che ti costruiscono sin da quando hai 15 anni. Impari davvero che cosa sia il ciclismo. Hai gli sprint, hai altre gare, hai i venti trasversali. Poi il ciclismo in Belgio è molto popolare, quasi al livello del calcio. E con tante squadre a disposizione puoi crescere bene. Poi è importante che tu abbia un buon allenatore che ti faccia continuare a fare passo dopo passo. E anche in questo siamo molto avanti.

Che obiettivi ti poni per quest’anno?

Come velocista vuoi prendere più punti possibili. Quindi in ogni gara che inizio voglio vincere e la squadra si aspetta che io ottenga buoni risultati per vincere. Se poi arrivasse una vittoria al Giro, la mia stagione sarebbe perfetta…

Het Nieuwsblad a Wærenskjold, il cronoman che va veloce

01.03.2025
5 min
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Fra tutti i nomi che ci si poteva aspettare sul traguardo di Ninove della Omloop Het Nieuwsblad, quello di Søren Wærenskjold e dei suoi caratteri speciali era probabilmente l’ultimo. Invece in una corsa che ha avuto sin dall’inizio un andamento a strappi, dalla volata di gruppo compatto è emerso il norvegese della Uno-X Mobility, che nel 2022 aveva conquistato il titolo iridato U23 della cronometro a Wollongong. Un metro e 95 per 92 chili, la versione più pesante di Jonathan Milan ha battuto Magnier e Philipsen, in un arrivo di tutto rispetto.

Fra gli italiani, l’ottavo posto di Albanese e il dodicesimo di Trentin hanno fatto sventolare uno spicchio di tricolore nel dominio degli uomini del Nord, con Van Aert che ha rischiato per non mettere fuori il naso e alla fine si è ritrovato imprigionato fra le onde del gruppo.

«Non ero posizionato bene – ha detto il belga della Visma – e quindi sono rimasti indietro. Il posizionamento è importante, ma spesso dipende anche dalle gambe e io oggi non mi sentivo bene. Non ho mai avuto il feeling che speravo. Abbiamo lavorato duro, ma siamo rimasti indietro. Come squadra non abbiamo fatto una bella gara e non ho mai veramente avuto la sesazione di avere la vittoria a portata di mano. Per fortuna domani potremo rifarci a Kuurne».

Van Aert non ha vissuto la sua giornata migliore e alla fine lo ha ammesso, ma la squadra ha lavorato sodo
Van Aert non ha vissuto la sua giornata migliore e alla fine lo ha ammesso, ma la squadra ha lavorato sodo

Albanese e la volata per caso

Albanese nei primi dieci è una nota che rallegra noi italiani e che per lui è fonte di sorpresa, perché obiettivamente pensava che qualcun altro approfittasse del suo lavoro.

«Diciamo che la volata non era nei piani – dice – dovevo essere di supporto per Asgreen e Van den Berg. Così è stato almeno finché ho dovuto tirare per riprendere Kung, poi è stata una volata un po’ strana. Ero lì davanti, l’arrivo si avvicinava e non passava nessuno. Ho alzato la testa, mancavano 200 metri e io non dovevo fare assolutamente la volata. Per cui ho continuato a pedalare, senza la convinzione di fare il risultato e alla fine ho fatto ottavo. E’ stata una gara strana, però le sensazioni sono buone e adesso dobbiamo solo continuare».

Si torna a correre sulle stradine del Nord: è l’opening weekend, giorni consacrati al ciclismo
Si torna a correre sulle stradine del Nord: è l’opening weekend, giorni consacrati al ciclismo

Trentin, strane sensazioni

Anche in casa Tudor, la soddisfazione per Trentin è un bene di lusso: qualcosa da analizzare e riporre nello scrigno in attesa di tempi migliori. Il trentino è arrivato alla gara di apertura del Nord dal Teide, debuttando su questi muri così infidi per chi va in cerca del ritmo gara.

«Onestamente non sono soddisfatto – racconta – alla fine eravamo in due (con lui c’era Pluimers, ndr) e abbiamo toppato completamente la volata. Ho avuto sensazioni contrastanti. E’ la prima volta che inizio la stagione in questa corsa, per cui il ritmo era quello che era. Però se sono restato davanti quando si è fatta la selezione dei 12 di testa, allora vuol dire che la condizione da qualche parte c’è».

Prima corsa dell’anno per Trentin: la gamba c’era, il ritmo gara forse meno
Prima corsa dell’anno per Trentin: la gamba c’era, il ritmo gara forse meno

La Visma sugli scudi

Trentin conferma che la corsa ha avuto un andamento più strano del solito, per lui che queste corse le mastica e le rimastica da quando è passato professionista nella Quick Step del 2012.

«Siano andati parecchio piano – commenta – rispetto agli standard della Omloop Het Nieuwsblad. Ho visto bene Philipsen e tutta la sua squadra, ma poi se guardate nel gruppo dei primi 12, i nomi sono sempre gli stessi. Ci siamo anche noi della Tudor Pro Cycling, nella selezione c’eravamo, anche se alla fine il Muur ha fatto meno differenze. Il percorso rivisto è meno selettivo e tanti hanno recuperato e speso poco restando a ruota. Non si può dire che non abbia fatto selezione siamo andati via in 12, ma nessuno voleva portare Van Aert in volata, quindi è stato gioco forza che siano rientrati da dietro».

Kung si è arreso al vento contrario e al ritorno del gruppo, ma la sua è stata un’azione splendida
Kung si è arreso al vento contrario e al ritorno del gruppo, ma la sua è stata un’azione splendida

L’assalto di Kung

L’unico che ha provato a far saltare il banco anticipando Van Aert e i velocisti è stato Stefan  Kung, che da un paio di anni a questa parte sta affinando il feeling con le stradine di quassù. Lo hanno ripreso che quasi si vedeva lo striscione di arrivo e prima che il gruppo, ha provato ad agganciarlo proprio Trentin.

«Ci ho provato – sorride Trentin – con un attacco suicida da scemo. Mi sono girato due volte. E quando ho visto che il gruppo rientrava, ho capito che non valesse la pena insistere. Kung è uno forte, non rientri gratis, avrei speso comunque molto. E così anche io dico che proverò a rifarmi domani a Kuurne e poi si farà rotta sulla Parigi-Nizza. Niente Strade Bianche, anche se mi piacerebbe molto. Solo che da corsa aperta a tutti, è diventata corsa aperta a Pogacar e basta. E’ sempre più dura, per sperare di fare bene devi essere ben più competitivo di come sono io adesso».

Sul podio con Wærenskjold salgono Magnier e Philipsen
Sul podio con Wærenskjold salgono Magnier e Philipsen

La parola al vincitore

E Wærenskjold cosa dice? Si scopre che l’hanno messo in squadra solo all’ultimo momento e qualcuno in casa Uno-X Mobility stasera ringrazierà la felice intuizione.

«Sì, in realtà avrei dovuto correre solo domenica – ammette nella conferenza stampa – ma con il vento contrario oggi c’era una reale possibilità che si arrivasse allo sprint. E’ un po’ surreale aver vinto, non trovo le parole per dirlo. E’ una bella sensazione essere il primo a tagliare il traguardo. Questa è la più grande vittoria della mia carriera finora. Per me è un passo enorme, non pensavo fosse possibile, ma è fantastico. Ho cercato di risparmiare energia lungo il percorso, ma sono rimasto chiuso alle spalle della caduta sul Molenberg. Ho provato a chiudere, ma le gambe non erano abbastanza buone. Non ho dato il massimo in salita, ma alla fine mi sono ritrovato con le gambe per vincere».

Bragato, la performance e la pista donne: Los Angeles nel mirino

01.03.2025
7 min
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Fra le novità di maggior rilievo nei nuovi incarichi della nazionale, accanto a Salvoldi che torna nel giro olimpico con la pista degli uomini, c’è la promozione di Diego Bragato alla guida del settore femminile. Il trevigiano, che da qualche anno è il responsabile del Team Performance della Federazione, sale un gradino importante della sua progressione personale. Riceve in eredità il gruppo protagonista di europei, mondiali e Olimpiadi e dovrà portarlo fino a Los Angeles 2028.

«Era già da un po’ che parlavo con Amadio – racconta all’indomani di una giornata di test a Montichiari – e un giorno mi chiese, qualora la struttura tecnica fosse stata confermata, se me la sentissi di fare un salto in avanti. Gli ho sempre risposto di sì, ma chiedevo anche chi si sarebbe fatto carico di quello che stavo già facendo. C’è tutto il gruppo performance da gestire e io ci tenevo che il lavoro proseguisse bene».

Il nuovo disegno della nazionali porta la firma di Amadio: sua l’intuizione di investire su Bragato
Il nuovo disegno della nazionali porta la firma di Amadio: sua l’intuizione di investire su Bragato
E lui?

Mi ha detto che avrei potuto continuare a farlo. Mi ha permesso di rinforzare la parte performance, quindi posso delegare ancora di più. I ragazzi sono cresciuti e quindi potremo affrontarlo. Io terrò il ruolo di coordinamento, perché ho l’esperienza trasversale che gli altri ancora devono crearsi. Sono molto bravi nei vari settori, ma l’esperienza trasversale e il rapporto con i commissari tecnici l’ho costruito io negli anni

Cosa cambia invece per te in quanto commissario tecnico?

La responsabilità, perché è un gruppo da cui ci si aspetta tanto. Nelle dinamiche cambia poco, perché con loro c’erano già rapporti consolidati. Daremo continuità a quello che già c’era. Sono certo che per la gestione del budget, l’organizzazione delle trasferte e le scelte tecniche continuerò a confrontarmi con Marco (Villa, ndr). Sono cose che prima gestiva lui, adesso devo pensarci anch’io e quindi sono dinamiche su cui mi devo inserire.

La pista delle donne è passata dalla gestione rigida di Salvoldi a quella più libera, ma non meno ferma di Villa. Quale sarà la mano di Bragato?

Come stile, io sono più vicino a Marco, perché ho collaborato con lui per più di dieci anni e condivido la sua filosofia e io suoi metodi. Conosco bene anche il lavoro di Dino, perché ho lavorato al suo fianco. Probabilmente sono a metà strada tra l’uno e l’altro. Quindi parecchio dialogo e disciplina, ma nessuna imposizione.

Anche perché si tratta di un gruppo che già funziona…

Esatto. Mi piace puntare sul dialogo, sulla crescita della persona anche sul piano professionale. Quindi mi aspetto che le ragazze, quelle che ci sono già e quelle che cresceranno, si prendano la responsabilità del loro percorso. Io vigilerò, ma non sarò di sicuro il capo che le comanda.

La collaborazione fra Villa e Bragato prosegue: Marco sarà il supervisore della pista donne, Diego il cittì
La collaborazione fra Villa e Bragato prosegue: Marco sarà il supervisore della pista donne, Diego il cittì
Abbiamo un gruppo forte e ancora giovane. Pensi che i prossimi quattro anni saranno nel segno del gruppo che c’è già o si dovrà ragionare di ricambio?

No, il gruppo è quello di Parigi. Sarà un quadriennio di consapevolezza e di realizzazione di quello che si meritano, perché valgono molto. A Parigi abbiamo preso l’oro nella madison e siamo andati vicini alla medaglia del quartetto e la meritavano. Secondo me in questo quadriennio è giusto che possano fare il salto di qualità, perché sono certo che a Los Angeles andremo da protagonisti. Inseriremo eventualmente qualche junior fortissima, però parto da questo gruppo.

Insomma non è un caso che siano venute tutte agli europei?

Non so quali siano le parole giuste per dirlo. Una delle cose belle che Villa mi lascia in eredità, pur restando per fortuna al mio fianco, è la creazione del gruppo. Quello che è riuscito a fare con gli uomini, si sta verificando con le donne. Un gruppo che crede nel progetto e se ne prende la responsabilità. Soprattutto le ragazze che hanno vinto la medaglia, parlo di Consonni e Guazzini, hanno fatto un salto di qualità mentale e di responsabilità che ha motivato tutte le altre. Sono state loro le prime a spingere perché si andasse agli europei a prenderci qualche rivincita.

Sono cose di cui avete parlato?

Abbiamo condiviso questo ragionamento con loro, ne abbiamo parlato anche agli europei. Partiamo da questo entusiasmo, dal credere nel progetto perché è ciò che ci terrà sul pezzo per quattro anni. Sono loro le prime a voler arrivare competitive a Los Angeles e noi alimenteremo questo fuoco.

Del gruppo fa parte anche Federica Venturelli?

Federica è giovane, ma la consideriamo già dentro il gruppo. Ne faceva parte anche prima di Parigi. C’era per il Mondiale, ha lavorato con le altre. All’europeo sarebbe dovuta venire, ma si è fatta male. E’ parte del gruppo al 100 per cento.

Gli europei di Zolder non possono cancellare Parigi, ma lanciano la rincorsa verso Los Angeles
Gli europei di Zolder non possono cancellare Parigi, ma lanciano la rincorsa verso Los Angeles
Villa passava giornate intere in velodromo, tu abiti lontano da Montichiari. Come imposterai il lavoro?

In questi giorni stiamo parlando del budget per impostare poi l’attività. Già prima ero molto a Montichiari, almeno due o tre giorni a settimana. Continuerò ad esserci, ma programmerò di più gli interventi. Non abito lì, devo spostarmi, per cui avrò un programma ben strutturato. Marco mi darà una mano, i collaboratori come Masotti sono sul pezzo. La mia intenzione è quella di inserire anche le professionalità del gruppo performance, per portare ancora di più il lato scientifico. Avremo una squadra per coprire molto bene l’attività e programmare gli appuntamenti.

Ci sarà da recuperare l’entusiasmo di Elisa Balsamo per la pista, dopo l’uscita malinconica dalle Olimpiadi?

Con le ragazze ho sempre avuto un buon dialogo e ci tengo che rimanga. Elisa fa parte del gruppo e sa di esserlo. Era programmato e dichiarato che agli europei non sarebbe venuta. Ha una primavera importante che l’aspetta., è giusto che si concentri su questo.

Fra le novità, oltre al budget e i programmi, ci sono i rapporti da tenere con le squadre. Hai già pensato a come fare?

Sia a livello elite che juniores vorrei una connessione stretta con i manager. Con i preparatori l’avevo già, perché ogni volta che Villa andava in giro a parlare di programmi, io andavo con lui ed entravo nel tecnico con i miei colleghi. Per le squadre giovanili siamo in fase di costruzione. Abbiamo cominciato facendo i test nei giorni scorsi, ma vorrei che la nazionale diventasse un riferimento per le squadre. Io sono convinto che la Federazione e il gruppo performance diventeranno un valore aggiunto per le società italiane e anche per le squadre di livello WorldTour che faranno riferimento a noi.

Parliamo di te adesso: quanto è bello essere arrivato a questo incarico, come coronamento di un percorso?

Sicuramente è molto bello. Negli anni avevo quasi messo da parte l’idea, perché il discorso performance mi piace e mi vedevo più in quella direzione. Quando però è tornata fuori questa possibilità, ho accettato subito. Sono contento e mi motiva. Devo riprendere in mano tutta una parte di formazione su me stesso, cose nuove che devo fare e su cui devo crescere. Devo imparare a gestire un nuovo ruolo.

Elisa Balsamo fa parte del gruppo pista di Bragato, anche se ora la sua priorità è la strada
Elisa Balsamo fa parte del gruppo pista di Bragato, anche se ora la sua priorità è la strada
E’ prevista la tua presenza a qualche gara anche su strada come osservatore?

Mi è stato chiesto e comunque è nel mio stile quello di cercare di fare da collante. Un po’ per il mio ruolo nel gruppo performance e un po’ perché intendo far gruppo con gli altri tecnici. Sono già in contatto con Velo, l’ho invitato a seguire i test a Montichiari. Ci siamo già detti che andremo a vedere delle gare assieme, anche qualcosa di gare giovanili. L’obiettivo è trasmettere il messaggio reale che strada, crono e pista si muovono assieme e le società hanno un riferimento nella Federazione.

L’ultima e poi ti lasciamo in pace. Da amico, sei contento che Elia Viviani abbia trovato posto alla Lotto e non sia stato inserito nei quadri federali?

Elia lo vedo a pieno nei quadri federali, sarebbe una persona importante e azzeccata nelle dinamiche. Ma essendo soprattutto suo amico, sapevo quanto ci tenesse a continuare, quindi sono stato contentissimo per lui. Gli darò supporto per la preparazione, perché l’ho seguito in tutti questi anni e mi ha chiesto di dare continuità al lavoro. Sono contento di essere ancora al suo fianco, perché un campione come lui merita di scrivere la sua carriera.

Ha ancora qualcosa da dare?

Ne sono certo. Deve avere la mentalità che ha avuto a Parigi, cioè quella che Marco Villa ha definito di un 18enne che non aveva paura di lavorare sodo. Con questo approccio che gli appartiene, c’è ancora da dare. E soprattutto è in una squadra che ha capito cosa può fare e quindi secondo me si divertirà e darà un bel senso a questa stagione.

Dario Cataldo, diesse XDS-Astana, leader

Primi mesi da direttore sportivo: Dario Cataldo racconta…

01.03.2025
6 min
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Ed eccolo Dario Cataldo, sempre più a pieno regime nel suo nuovo ruolo. Da direttore sportivo in corsa a direttore sportivo in ammiraglia, quella della XDS-Astana. L’abruzzese è tornato nel team che probabilmente ha caratterizzato di più la sua carriera. Aru, Nibali e tanti altri ragazzi forti erano parte di quel gruppo e lui c’era. Ed era un riferimento.

Con Dario ripercorriamo questi primi mesi “dall’altra parte della barricata”. Un approccio preso, come da sua abitudine, con piglio, passione e decisione. Competenza.

Il Giro di Lombardia è stata l’ultima gara di Cataldo, omaggiato così dai suoi compagni. Per l’abruzzese (classe 1985) ben 18 stagioni da pro’
Il Giro di Lombardia è stata l’ultima gara di Cataldo, omaggiato così dai suoi compagni. Per l’abruzzese (classe 1985) ben 18 stagioni da pro’
Dario, sei direttore sportivo. Come ti sono sembrati questi primi mesi? Quando a novembre non hai ripreso la preparazione…

Eh sì, è strano non dirlo, però alla fine questo momento è arrivato. Il fatto che, appena finita la stagione, ero già preso con degli impegni con la XDS-Astana mi ha fatto proiettare subito su altre esigenze, quindi con la testa ero già di qua e non ho sofferto troppo il distacco. In più le mansioni che avrei dovuto svolgere da direttore erano cose a cui pensavo già da diverso tempo.

Cosa intendi?

Già da corridore mi sono sempre fatto domande sullo staff, cercando di mettermi nei panni degli altri. Interpretare la situazione della persona che hai di fronte per capire le sue esigenze e incastrarle con le tue. Mi mettevo nei panni del massaggiatore che si sveglia la mattina alle 5 per fare tutte le mille mansioni che deve svolgere. E il massaggio è quasi l’ultima tra queste. Si pensa che il direttore abbia il controllo assoluto su tutto quello che fa un corridore, ma non è così semplice. Forse più il preparatore ce l’ha. E infatti il diesse si interfaccia spesso con il preparatore. Insomma, ho cercato di switchare subito.

Ma non è facile applicare tutto subito…

Non conosci al 100 per cento le cose che andrai a fare, ma fino a che non ti ci butti… Insomma, serve la pratica. Qualunque scuola non è sufficiente. Ho fatto le prime corse in Spagna, poi in Oman, che è una cosa particolare, perché non sei con i mezzi della squadra, ma con quelli dell’organizzazione. Pertanto, la logistica è molto particolare, il numero di personale molto ridotto e tutto va incastrato. Posso dire che è stato formativo.

Controllare la corsa dall’ammiraglia è ben più complesso secondo Cataldo
Controllare la corsa dall’ammiraglia è ben più complesso secondo Cataldo
A chi sei stato affiancato in queste prime gare?

Ad Alexandre Shefer. Lui era stato mio direttore quando ero corridore qui in Astana. Ci conosciamo bene.

Tra le varie mansioni del diesse, quale ti è venuta più naturale?

Essere in ammiraglia. Alla fine è quasi un’estensione di quello che fai già da corridore.

Che poi tu eri un road captain, come si dice oggi. Il regista, il direttore in corsa…

Esatto. Analizzare la corsa, anticipare i tempi su quello che succederà sia tatticamente con le altre squadre, il vento, il meteo, il percorso, le esigenze del leader… Tutte queste dinamiche ho iniziato a trattarle da un’altra postazione. La cosa che mi mette un po’ in difficoltà è il fatto che da corridore sei sul posto. Vedi quello che succede in gara in tempo reale: avversari, movimenti dei team, sai il vento com’è, vedi il tuo capitano come pedala. Invece in ammiraglia non vedi praticamente nulla e non subito. Devi andare sull’interpretazione, su quello che dice radio corsa o che ti dicono i tuoi corridori. E ora, da direttore sportivo, mi rendo conto di quanto sia importante e fondamentale avere un buon road captain, una persona di fiducia responsabile che sta lì al momento, sa prendere decisioni e mantenere la comunicazione con l’ammiraglia.

A proposito dei ruoli, Dario, fino a pochi mesi fa eri spalla a spalla con molti dei tuoi atleti. Come ci si barcamena? Autorevolezza, autorità…

Non credo sia né una questione di autorevolezza né di autorità. Se si parte da questi presupposti, per me, si sta già sbagliando. Sai che di fronte hai atleti con esperienza per capire. Il dialogo diventa fondamentale. Instaurare quel rapporto di fiducia è alla base. Non è quindi autorevolezza, ma collaborazione. E per adesso mi sembra che questa collaborazione venga riconosciuta. Poi magari anche io farò degli errori, è normale. L’importante è essere onesti da entrambe le parti, parlare…

Dario è stato nelle fila del gruppo Astana dal 2015 al 2019
Dario è stato nelle fila del gruppo Astana dal 2015 al 2019
Un esempio di successo o di qualche problema di cui avete parlato nel post gara?

Sì, ci sono state occasioni in cui tatticamente si poteva fare meglio. Bisognava farlo presente ai corridori. Ed è stato fatto. Prima ho sentito i feedback di tutti i corridori singolarmente. Poi ci si è seduti tutti insieme. Quello che voglio far capire è che quando si fa notare un errore, non è una punizione, ma un modo per cercare di migliorare in vista delle prossime volte.

In questo ciclismo che va veloce, quanto conta essere freschi di gruppo? Un diesse giovane non è lontano dal ciclismo reale, non è ancorato a vecchie dinamiche. Sia chiaro, non è una critica verso i diesse più maturi, ma è evidente che tante cose sono cambiate…

Moltissime cose sono cambiate ed essere freschi di gruppo, come dite voi, conta tanto davvero. Anche da corridore mi rendevo conto del fatto che certe volte, quando si analizzava una corsa con i direttori, specie negli ultimi tempi, bisognava rimarcare alcuni aspetti. Dicevo: «Guarda che non è più così. Non è più come una volta». Bisognava ricordare che nelle cose concrete sono cambiati tutti i modi di interpretare la corsa. Da quando sono cambiati i modi di alimentarsi, è cambiata la distribuzione delle energie e di conseguenza cambia tutto.

E proprio qui volevamo arrivare…

Faccio un esempio banale. Prima c’era la fuga e sapevi che la situazione era sotto controllo. Due, tre, cinque atleti… sapevi che non arrivavano e non bisognava ammazzarsi a tirare, tanto sarebbero “rientrati da soli”. Una volta stabilizzata la corsa, iniziavo a fare i miei calcoli e mediamente sapevamo che si poteva recuperare un minuto ogni 10 chilometri. Ogni 5 facevi una proiezione e sapevi se dovevi accelerare o calare. Adesso è un problema chiudere sulla fuga e, a seconda di chi c’è, è quasi impossibile. Insomma, se oggi la fuga ti prende 10′ non la recuperi. E quindi, chiudendo il discorso, avere queste sensazioni fresche ti consente di capire meglio i corridori e di metterti nei loro panni.

Tra gli atleti sotto diretto controllo di Cataldo c’è anche Lorenzo Fortunato, uno dei leader della XDS-Astana
Tra gli atleti sotto diretto controllo di Cataldo c’è anche Lorenzo Fortunato, uno dei leader della XDS-Astana
Chi sono i tuoi atleti di riferimento?

Ho Fortunato, Schelling, Kajamini e Toneatti.

Passiamo al Dario uomo: come ti è cambiata la vita nel quotidiano?

In questo momento sono abbastanza assorbito dal lavoro, ho tante cose nuove per me e mi portano via più tempo. Preparare i file delle corse da VeloViewer, i vari meeting, i contatti con i ragazzi… sto costruendo una nuova quotidianità.

Quindi niente bici?

Per due mesi non ho toccato la bici perché mi sono operato al femore e me lo sono imposto. L’osso era ancora fragile e non volevo rischiare nulla. Faccio un po’ di palestra, qualche corsetta per non ingrassare come una palla. Anche se mi hanno detto: «Oh Dario, finalmente sembri una persona normale!». D’altra parte si sta a stecchetto da quando si è ragazzi. Anche se devo dire che recentemente due sgambate le ho fatte. Due uscite per risentire un po’ di vento in faccia.

Il caso Iannelli: 7 ottobre 2019, la morte del figlio Giovanni

01.03.2025
6 min
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«Negligenza, imperizia, imprudenza – dice Carlo Iannelli – gli estremi basilari della colpa penale. Sarebbe bastato che venisse celebrato un giusto processo per omicidio colposo, mettendo nel piatto che questi signori venissero anche assolti. Sarei stato il primo a battere le mani. Non posso accettare che non si faccia un processo davanti alla morte di un ragazzo di vent’anni e in presenza di elementi a iosa. C’è qualcosa di strano, oppure no? Un processo sarebbe servito anche a concentrare davvero l’attenzione sul tema trascurato e ignorato della sicurezza».

L’avvocato di Prato, padre di Giovanni Iannelli morto in una corsa piemontese di cinque anni fa, dice tutto d’un fiato e così per un’ora e mezza di intervista. I più lo hanno bloccato, perché i suoi interventi sui social sono fastidiosi e irriverenti. Eppure, visto l’argomento, bloccarlo ci è parsa una mancanza di rispetto. Oggi proviamo ad ascoltare e capire perché questo padre avvocato cammini da cinque anni sul filo della pazzia, cercando invano di arrivare a un processo. Abbiamo diviso questa intervista in più puntate, che pubblicheremo oggi e nei prossimi giorni.

La famiglia Iannelli vive a Prato, Giovanni è il secondo da destra: quel giorno di sei anni fa ha sconvolto le loro vite
La famiglia Iannelli vive a Prato, Giovanni è il secondo da destra: quel giorno di sei anni fa ha sconvolto le loro vite

La sponda del Ministro

Perché il Ministro dello Sport dovrebbe parlare ripetutamente di questo caso, se tutto fosse davvero a posto? Anche giovedì, durante la presentazione della Coppa Italia delle Regioni, Andrea Abodi ha fatto un riferimento alla vicenda. Come aveva già fatto il 25 gennaio all’indomani della morte di Sara Piffer.

«Il tema della sicurezza – ha detto il Ministro – purtroppo assurge alle cronache quando succede qualcosa che lascia il segno nella vita delle persone, delle famiglie. Ci sono ancora troppi morti, questo vale nei giorni normali, ma vale anche nei giorni delle competizioni. Qua ci sono ancora dei temi irrisolti. Io vorrei che a fronte di morti durante le competizioni, ci fosse un accertamento puntuale, tempestivo, efficace, credibile, convincente delle responsabilità. Non cerchiamo un colpevole, cerchiamo l’individuazione di modelli di sicurezza che, anche attraverso l’esperienza drammatica di chi se n’è andato, ci consenta di essere sempre più efficienti proprio sul fronte della sicurezza».

L’avvocato Iannelli, con suo figlio Giovanni in braccio, assieme a Marco Pantani al Giro del 2000
L’avvocato Iannelli, con suo figlio Giovanni in braccio, assieme a Marco Pantani al Giro del 2000
Carlo, ci dica, chi era suo figlio Giovanni?

Giovanni era un ragazzo esemplare, un corridore esemplare, il cui solo errore è stato quello di amare la bicicletta e il ciclismo. Per Giovanni il ciclismo non era una ragione di vita, era una cosa bella della sua vita. A lui piaceva andare in bicicletta per la sensazione di libertà che provava, ma mio figlio non era solo un ciclista. Era anche uno studente, un ragazzo di 22 che aveva un foltissimo gruppo di amici non solo nel mondo del ciclismo. Giovanni era tante altre cose. Era la bontà, la bellezza fatta persona. Chiunque l’abbia conosciuto è concorde nell’attribuirgli grandissime doti di umanità, di generosità, di lealtà e di correttezza. Questo era Giovanni. Un ragazzo che non meritava certamente di finire così e non meritava il trattamento che gli stanno riservando.

Che cosa ricorda di quel 5 ottobre del 2019?

Ero al primo piano di casa mia, a Prato, e stavo guardando il Giro dell’Emilia, vinto da Primoz Roglic. Mia moglie invece era nella stanza accanto. A un certo punto, era finito da pochi minuti il Giro dell’Emilia, la sento urlare e sento un tonfo. Vado di là ed era lei che aveva il telefonino in mano e me lo mostrava: «Caduta a Molino dei Torti, un corridore dell’Hato Green immobile a terra». E lì mi si gela il sangue, perché i velocisti della squadra erano due, quella era una corsa per velocisti. Poteva essere Giovanni oppure Lorenzo. Quindi mi sono attaccato al telefono cercando di parlare con qualcuno della squadra, ma nessuno mi rispondeva perché erano momenti concitatissimi.

E poi?

Ad un certo punto riesco a parlare con Imere Malatesta, il direttore sportivo di Giovanni, e lui mi dice che lo stanno portando con l’elicottero ad Alessandria. Io non mi ricordo neanche cosa avessi addosso, se ero vestito, se avevo un pigiama, non me lo ricordo. Mi ricordo che prendo le chiavi della macchina e dico a mia moglie: «Partiamo!». Non so come ho fatto ad arrivare ad Alessandria, veramente non lo so come ho fatto. Durante la strada, cercavo sempre di mettermi in contatto con qualcuno, però nessuno mi rispondeva. A un certo punto, arrivato a circa 50-60 chilometri da Alessandria, mi telefona l’altro direttore sportivo, Mirko Musetti. Io ovviamente mi fermo sulla corsia d’emergenza e lui mi dice: «Guarda Carlo, Giovanni è in rianimazione. Questo è il numero, telefona subito alla rianimazione».

Cosa le dicono?

Telefono subito e mi risponde un dottore, il quale parte da lontano. Mi dice che mio figlio ha avuto un incidente in bicicletta, ma io gli dico che so tutto e voglio sapere come sta. E lui parla di «una sorta di tempesta perfetta». Nel senso che si sono assommate delle circostanze che hanno reso il quadro molto critico. E poi al termine della telefonata mi chiede dove mi trovi. Io gli dico che sono sull’autostrada e mi manca poco per raggiungere l’ospedale. E lui mi dice: «Guardi, vada piano, piano, piano, piano». Ho pensato che fosse morto e ovviamente non sono andato piano. Sono arrivato alla rianimazione di Alessandria e in tarda serata sono potuto entrare nella rianimazione.

Giovanni Iannelli, classe 1996, ritratto in un momento di quiete domestica
Giovanni Iannelli, classe 1996, ritratto in un momento di quiete domestica
Che cosa ha trovato?

Giovanni era stato sottoposto a un intervento disperato. Se fosse capitato a una persona anziana, non sarebbero neanche intervenuti. Ma avendo vent’anni, hanno provato l’impossibile. La verità è che Giovanni purtroppo è morto sul colpo, perché l’impatto con la testa contro quella colonna di mattoni rossi a 70 chilometri orari è stato devastante. Era steso nella rianimazione, attaccato alle macchine. Era caldo. Respirava. Era bello come un dio greco, in faccia non aveva nulla, perché la lesione era nella parte posteriore della testa. Aveva solamente questo turbante in testa e appena qualche piccola sbucciatura. E’ rimasto così fino a lunedì 7 ottobre 2019, quando ci hanno chiamato i medici e ci hanno dato la notizia che Giovanni era morto. Io e mia moglie ci siamo consultati neanche più di tanto e abbiamo deciso di optare per l’espianto degli organi. Abbiamo scoperto poi dalla sua fidanzata che Giovanni si era detto favorevole casomai gli fosse successo qualcosa, per dimostrare il suo altruismo, nella vita di ogni giorno e nel ciclismo. Si metteva a disposizione, era veramente l’amico che tutti vorrebbero avere. Quando eravamo alla rianimazione, da Prato è partito un gruppo di ragazzi, amici al di fuori del ciclismo. Ho visto questi coetanei di Giovanni, quindi poco più che ventenni, che facevano fatica a camminare…

Che cosa accade dopo?

Io per oltre trent’anni mi sono occupato di ciclismo. Sono stato per dieci anni presidente della Ciclistica Pratese, organizzando corse per tutte le categorie, dai giovanissimi fino ai professionisti, con il Gran Premio Industria e Commercio. Sono stato per otto anni vicepresidente del Comitato Regionale Toscano della Federciclismo. Sono stato per 15 anni un giudice agli Organi di Giustizia sempre eletto dalle varie assemblee: regionale e nazionale. Non mi ha mai nominato nessuno. Questo per dirle che io ho tutto chiaro sin dall’inizio, chiarissimo. E così, appena mi sono un po’ ripreso, ho iniziato a fare un’investigazione per conto mio, con i miei modestissimi mezzi. E ho scoperto che a fronte di un rettilineo di arrivo particolarmente pericoloso, quella corsa era stata approvata dalla struttura tecnica del Comitato Regionale del Piemonte senza i documenti relativi alla sicurezza, obbligatoriamente previsti dal regolamento tecnico…

Tiberi torna in corsa: l’esordio e i passi giusti verso il Giro

01.03.2025
5 min
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La stagione agonistica è iniziata anche per Antonio Tiberi, il corridore della Bahrain Victorious ha esordito alla Volta ao Algarve. Un debutto che lo ha portato a confrontarsi subito con avversari di alto livello. La breve corsa a tappa portoghese è stata il primo, ponderato, passo verso il Giro d’Italia. Un cammino prestabilito e scelto per salire piano piano i gradini di una condizione che si sta costruendo. 

I riflettori

Il responso della Volta ao Algarve parla di cinque giorni di corsa per un totale di 748 chilometri. Nel primo arrivo in salita le gambe non hanno risposto alle sollecitazioni dei migliori, ma il terzo posto nella cronometro finale ha dimostrato che Tiberi c’è. Il ciociaro è tornato a casa per allenarsi e mettere un altro mattoncino, il telefono squilla e la coda per le interviste si fa sempre più lunga. 

«Starò a casa un pochino – attacca subito Tiberi – tanto interesse fa solo piacere e con il passare del tempo ci si fa l’abitudine. Tendo a non pensarci troppo e fare il mio nel miglior modo possibile. Nel 2024 facendo le cose al meglio sono riuscito a performare al meglio, questo mi ha dato tanto morale e la consapevolezza che lavorare bene mi permette di stare bene in bici e giù dalla bici».

Antonio Tiberi ha debuttato alla Volta ao Algarve assieme a Damiano Caruso
Antonio Tiberi ha debuttato alla Volta ao Algarve assieme a Damiano Caruso
Com’è andato l’esordio in Portogallo?

E’ andata bene, attaccare nuovamente il numero e riprovare le sensazioni che solo la corsa ti può dare è bello, mi era mancato. Ho avuto anche modo di stare con i miei compagni prima della corsa e divertirmi con loro. Respirare il clima della gara è sempre piacevole. 

In gara che risposte hai avuto?

Sono stato felice delle sensazioni provate e di quello che ho sentito. Arrivavo da due settimane di altura sul Teide. E’ stato il primo ritiro in quota e la prima gara, il riscontro finale è positivo. Mi è mancato un po’ il ritmo in salita ma me lo aspettavo, comunque quando si va in altura non si fa mai troppa intensità. La cronometro finale ha dimostrato che la gamba è buona ed è stata una conferma di quanto fatto

In salita è mancato un po’ il ritmo, ma dopo l’altura e alla prima corsa, non c’è da allarmarsi
In salita è mancato un po’ il ritmo, ma dopo l’altura e alla prima corsa, non c’è da allarmarsi
Con quale mentalità sei tornato in gara?

Serena. Volevo comunque godermi il momento con consapevolezza. Ad esempio: sapevo che la cronometro fosse adatta alle mie caratteristiche ma l’ho affrontata con la giusta testa. Era anche un test per vedere come reagiva il motore e capire se si fossero accese delle spie (ride, ndr). Invece è andata bene e questo mi ha dato morale. 

Come hai vissuto il confronto con gli altri scalatori?

Mi è piaciuto, ero curioso. Volevo vedere come mi sarei posizionato rispetto ad altri corridori forti come Vingegaard e Almeida, sapevo però che alcuni di loro erano già alla seconda gara dell’anno. Dopo il primo arrivo in salita, nella seconda tappa, ero un pochino preoccupato (dice con una risata, ndr). Ma la cronometro è stata la conferma che avevo solo bisogno di correre. 

E’ andata molto meglio nella crono di Malhao, con il terzo posto dietro Vingegaard e Van Aert
E’ andata molto meglio nella crono di Malhao, con il terzo posto dietro Vingegaard e Van Aert
Sei sui passi giusti verso il Giro?

L’Algarve era fin da subito il punto di partenza di questa stagione agonistica. Fin da novembre tutto è stato calibrato per arrivare pronto alla Corsa Rosa. Ora andrò alla Tirreno con la volontà di avere un miglior ritmo e fare qualcosa di più. Finita quella gara tornerò in altura per attaccare nuovamente il numero al Tour of the Alps. 

Con una condizione in crescendo?

Vorrei arrivare a queste gare per provare a fare qualche risultato e avere un riscontro sull’andamento generale e capire come sto lavorando, sempre con l’obiettivo di arrivare al Giro pronto e competitivo. 

Parlando con Lenny Martinez ci ha parlato di un progetto della squadra legato ai Grandi Giri, come ti coinvolge?

E’ una cosa che è inerente alla squadra nella quale ognuno di noi, ovvero Lenny Martinez, Santiago Buitrago e io, ha un progetto. La cosa bella è che quest’anno gli obiettivi sono già determinati visto che Lenny e Santiago saranno al Tour e io a Giro e Vuelta. 

Tiberi tra la Tirreno-Adriatico e il Tour of the Alps tornerà in altura per preparare il Giro (foto Charly Lopez)
Tiberi tra la Tirreno-Adriatico e il Tour of the Alps tornerà in altura per preparare il Giro (foto Charly Lopez)
Come vengono gestiti gli impegni?

Lo staff lavora globalmente affinché tutto sia gestito al meglio, il progetto si struttura di anno in anno e da inizio stagione sappiamo già come lavoreremo. Non ci sono obiettivi prefissati, io quest’anno sarò al Giro per confermare i progressi del 2024, ma non è escluso che la prossima stagione possa andare al Tour. 

Manterrai, come l’anno scorso il doppio Grande Giro, il progetto di migliorare sulle gare di un giorno è rimandato?

Per quest’anno sì. Fare due grandi corse a tappe non permette di lavorare su altri aspetti. L’aspetto mentale quando si vogliono fare due grandi giri in una stagione è importante, penso sia difficile andare al Giro e alla Vuelta per puntare alla classifica in entrambi. Più probabile che in Spagna abbia il ruolo di “battitore libero”. Con questo programma puntare alle corse di un giorno diventa un rischio, se nel 2026 dovessi fare il Tour allora si aprirebbero le porte per cambiare programma e metodo di lavoro.