Romele a scuola di Nord, prima lezione: “l’effetto lavatrice”

15.03.2025
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Fin da quest’inverno, da quando è passato alla formazione WorldTour della XDS Astana Team, Alessandro Romele è entrato di diritto nel roster delle Classiche. Un lavoro iniziato a dicembre e che ora entra nella sua fase calda e viste le prime esperienze messe alle spalle siamo andati direttamente dal ventunenne nato sulle sponde del Lago di Iseo per farci raccontare tutto. Lo raggiungiamo mentre sta lavando gli scarpini, di Romele negli anni abbiamo imparato a conoscere la sua meticolosità, caratteristica che riporta anche quando pedala.

«In questo periodo sto bene – racconta – abbiamo fatto un bel lavoro in altura con Vasily (Anastopoulos, ndr) il preparatore del team. Con i quattro ragazzi destinati a fare tutto il blocco delle Classiche: Ballerini, Bettiol, Bol, Teunissen e io. Dopo l’esordio all’AlUla Tour, che non era previsto, ci siamo diretti subito verso il Teide per preparare le gare del Nord.  

Prima dell’esordio al Nord Romele e compagni sono stati in ritiro tre settimane sul Teide
Prima dell’esordio al Nord Romele e compagni sono stati in ritiro tre settimane sul Teide

Lavori in corso

Tre settimane girando sulle strade dell’isola vulcanica costruendo la gamba per arrivare pronto all’Opening Weekend, il fine settimana di Omloop Nieuwsblad e Kuurne-Brussel-Kuurne. 

«Abbiamo fatto un bel incremento rispetto allo scorso anno – continua Romele – parlo soprattutto visto che sono passato dal team under 23 al WorldTour. Il più grande cambiamento è sulla qualità, con molta forza fatta in un modo molto più intenso con wattaggi molto alti a cadenza bassa. Si è lavorato molto sull’aspetto dello sprint e con tanti allenamenti specifici sul VO2Max, credo che tutto questo abbia fatto un po’ la differenza».

Ecco il giovane della XDS Astana durante la presentazione dei team nel velodromo Kuipke di Gand alla Omloop Nieuwsblad
Ecco il giovane della XDS Astana durante la presentazione dei team nel velodromo Kuipke di Gand alla Omloop Nieuwsblad
Sei stato a contatto con molti corridori esperti delle Classiche, come ti sei trovato?

Abbiamo iniziato ad anticipare quello che poi avremmo fatto alle corse con i vari diesse. In quelle settimane di ritiro ero in camera con Davide Ballerini, a mio modo di vedere uno dei corridori con più esperienza in quel genere di gare. Lui è uno che va sempre a cercare quel qualcosa in più, vi faccio un esempio. 

Dicci…

Se in gara c’è stato qualcosa che non è andato, lui ripercorre tutti i suoi passi: guarda la pressione delle gomme, oppure a livello di tattica cambia completamente. Non so, il punto cruciale era a 100 chilometri dall’arrivo? Lui analizza la gara e dice: «La prossima volta anticipiamo la mossa di altri 10 chilometri per evitare di rimanere chiusi». Tutte cose che poi anche durante la ricognizione della prima WorldTour, la Omlopp Nieuwsblad, ho riscontrato nuovamente. 

Cees Bol è uno dei riferimenti per il giovane Romele, qui alle sue spalle sullo sfondo
Cees Bol è uno dei riferimenti per il giovane Romele, qui alle sue spalle sullo sfondo
Che altri consigli ti ha dato?

In altura è stato uno che mi ha regalato tanti consigli, mi ha fatto capire a quali aspetti bisogna stare attenti. E’ vero che ho avuto la fortuna di fare tanti ritiri, anche con la nazionale U23, ma non si smette mai di imparare. Con “Ballero” ero una spugna che cercava di assorbire ogni singolo dettaglio. Un altro esempio: i primi giorni mi diceva: «Guarda che devi andare piano, guarda che devi stare tranquillo».

Quali consigli tecnici e tattici ti ha dato?

Quello che mi è rimasto più impresso è che per andare forte in quel tipo di corse devi spendere di più ed entrare in quel circolo che loro chiamano “effetto lavatrice”. Si ha quando il gruppo alza la velocità e i primi iniziano a girare senza mai fermarsi. Se rimani fermo vuol dire che sei fregato perché ti trovi nel retro del gruppo. Per assurdo ti trovi a spendere 10, 20 o 30 watt in più del previsto, ma rimani davanti e in altre parti riesci a gestire meglio le forze e non devi inseguire.

Al Nord rimanere nelle posizioni in fondo al gruppo vuol dire essere tagliati fuori nei momenti salienti
Al Nord rimanere nelle posizioni in fondo al gruppo vuol dire essere tagliati fuori nei momenti salienti
Difficili poi da mettere in pratica?

In queste corse, che si svolgono su strade strette con tanti dentro e fuori, spartitraffico e spazi ristretti si crea questo movimento che se non sei capace a gestirlo è dura. Anche se mi hanno dato tanti consigli quando poi vai in gara è tutto diverso perché ci sono altri 150 corridori che vogliono fare lo stesso. Nella Omloop Nieuwsblad era un continuo cercare di seguire, ma non riuscivo mai a stare nelle prime posizioni. avevo il compito di tenere davanti la squadra ma non sono stato in grado. Devo mettermi con ancora più meticolosità a guardare i dettagli del percorso su VeloViewer, ma l’esperienza fa tanto. Più corri, più impari. 

Poi a Le Samyn è arrivata una bella top 10. 

Segno che sto bene e le gambe girano. Però ho notato tanta differenza tra le gare WorldTour e quella che è una di categoria 1.1. A Le Samyn riuscivo a prendere le posizioni, a capire quando era il momento di stare davanti, ecc… Ho avuto anche la fortuna di correre con uno dei miei idoli a livello ciclistico, Van der Poel.

Com’è stato correre insieme? Sei arrivato anche nel gruppo a giocarti la volata con lui.

Anche solo aver fatto qualche metro a ruota è stato bello. In generale in quelle gare gli specialisti vanno forte, però sono sicuro che si possa lavorare su tante cose e provare a migliorare. 

Ora parte la Campagna del Nord?

Da mercoledì 19 marzo parte la tripletta con Nokere Koerse, Denain e Koksijde. Poi torneremo il 24 marzo per correre nei vari appuntamenti in vista del Fiandre: Brugge-De Panne, E3 Saxo, Gent-Wevelgem e Dwars door Vlaanderen. Gireremo spesso e vedrò tante volte tutti i settori, con la speranza di immagazzinare quante più informazioni possibile.

Binda e poi Sanremo: la settimana santa di Elisa Balsamo

15.03.2025
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Il 17 marzo del 2024, Elisa Balsamo aveva già vinto due tappe alla Valenciana e la settimana prima era arrivata seconda alla Ronde Van Drenthe. Le era arrivata davanti Lorena Wiebes e l’aveva per giunta staccata. Per questo il Trofeo Binda rappresentava il test finale in vista della campagna del Nord che si sarebbe aperta di lì a quattro giorni a De Panne.

Già due anni prima, la corsa di Cittiglio era diventato il metro di paragone per la carriera della piemontese da quando, passate le Olimpiadi di Tokyo, si era messa con più impegno sulla strada che sulla pista. Il suo diesse Arzeni, nonostante nel frattempo Balsamo avesse cambiato squadra, commentò che avesse ormai le attitudini per vincere proprio quella corsa. Il 2021 era stato amaro per l’esperienza di Tokyo, ma esaltante nel finale con la vittoria del mondiale di Leuven. Per questo, quando Elisa si presentò a braccia alzate sul traguardo di Cittiglio, mostrando a tutti la sua maglia iridata, il senso di aver trovato una campionessa completa si fece largo e non se n’è più andata.

E’ il 20 marzo 2022, la vittoria di Cittiglio dedicata al cugino scomparso nell’autunno precedente
E’ il 20 marzo 2022, la vittoria di Cittiglio dedicata al cugino scomparso nell’autunno precedente

La sfida con Kopecky

Il 17 marzo del 2024, si diceva, su quell’identico arrivo, la maglia iridata la indossava Lotte Kopecky, vincitrice del titolo a Glasgow. La belga del Team SD Worx veniva diretta dalla vittoria alla Strade Bianche e alla Danilith Nokere Koerse. Sembrava che avrebbe fatto un sol boccone anche del Binda, ma non aveva fatto bene i conti. E così quando Elisa Balsamo, aiutata da Shirin Van Anrooij, riuscì a non staccarsi sulla salita di Orino, nella lunghissima volata si scontrarono la troppa sicurezza e la grande esperienza. La belga infatti partì lunghissima, convinta di avere le gambe per quel rettilineo in salita. Balsamo invece le prese la ruota e saltò fuori in tempo per vedere l’altra che chinava il capo.

Il test andò alla perfezione. Di lì a poco avrebbe vinto a De Panne, salvo subire la legge della Wiebes alla Gand e la vendetta di Kopecky nel velodromo di Roubaix. La campionessa del mondo non fece passare troppo tempo per pareggiare i conti.

Trofeo Binda 2024, Balsamo lascia partire Kopecky e poi la salta approfittando del suo calo
Trofeo Binda 2024, Balsamo lascia partire Kopecky e poi la salta approfittando del suo calo

Un giro di troppo?

Alla Strade Bianche, Elisa non c’era. Il Binda sarà questa volta il passo finale che la lancerà verso la Sanremo che a detta di tanti è fatta per lei, ma anche per Lotte Kopecky, Wiebes e tutte le più forti del gruppo. La differenza rispetto al Binda dello scorso anno è il sesto giro del circuito finale che porta i chilometri a 152 e renderà la corsa meno veloce. In ogni caso, nelle ultime tre stagioni, Balsamo ha vinto, è arrivata seconda e poi ha vinto ancora.

«Sono molto contenta di prendere parte al Binda – dice – ormai sono abbastanza affezionata a questa gara, perché negli ultimi anni sono sempre arrivati dei buoni risultati, per me e per la squadra (fra le sue due vittorie, nel 2023 è arrivata quella di Van Anrooij, ndr). Quindi sicuramente sarà una gara importante per la mia stagione. Devo dire che quest’anno hanno aggiunto un giro in più, quindi i metri di dislivello sono aumentati e per me non è proprio una notizia del tutto positiva. Però l’obiettivo è quello di andare con la squadra e cercare di portare a casa il miglior risultato possibile».

La Omloop Het Nieuwsblad è stato il primo assaggio 2025 di muri del Nord: la stagione entra nel vivo
La Omloop Het Nieuwsblad è stato il primo assaggio 2025 di muri del Nord: la stagione entra nel vivo

Il Binda e la Sanremo

La Sanremo è un richiamo troppo ghiotto per distogliere l’attenzione. Non è passato inosservato il sopralluogo fatto con Ilaria Sanguineti (troveremmo singolare non vedere accanto a Balsamo nella Lidl-Trek l’atleta ligure che l’ha pilotata nelle volate più belle). Perciò, allo stesso modo in cui ha corso il mondiale in appoggio a Elisa Longo Borghini, non troveremmo troppo strana una Balsamo al servizio di qualche compagna.

«Sicuramente so che dovrò tenere duro in salita – dice tornando al Binda – perché ci saranno tante atlete forti che vorranno attaccare per non fare arrivare una volata ristretta. Però penso che per me Cittiglio sarà anche un buon banco di prova per la Sanremo, che si correrà la settimana dopo. Per questo penso che sia davvero un’ottima gara. La preparazione sta andando bene e direi che col Binda inizia un periodo con le gare più importanti della prima parte di stagione. Sono contenta di essere arrivata a questo punto e non vedo l’ora di partecipare».

La prima di Greta Marturano, rinfrancata dalla UAE…

15.03.2025
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Dopo tre anni, per Greta Marturano venne finalmente il giorno della prima vittoria. Non è un caso che sia arrivata nella seconda semitappa della prima giornata della Vuelta a Extremadura. Per la ragazza di Cantù è stata il logico epilogo di una rincorsa iniziata alla fine della scorsa stagione, cambiando team dalla Fenix Deceuninck alla UAE Team ADQ, entrando in un ambiente completamente diverso.

Lo sprint vincente di Marturano contro la norvegese Haugset, il gruppo è lontano, arriverà a 25″
Lo sprint vincente di Marturano contro la norvegese Haugset, il gruppo è lontano, arriverà a 25″

E’ come se quella vittoria se la sentisse addosso anche prima, anche se non era ancora arrivata: «Diciamo che non è arrivata completamente inattesa, perché sapevo di essere tornata dalla lunga campagna australiana con una condizione decisamente in crescita. Sentivo di avere un colpo di pedale diverso. Alla vigilia della corsa spagnola non ero la leader della squadra, poi quel giorno, il 6 marzo, sono già andata oltre le aspettative nella cronometro e nella frazione della stessa giornata ho trovato l’azione buona provando ad andar via dopo il GPM».

Che cosa pensavi mentre ti giocavi la vittoria contro la norvegese Haugset?

Vedevo che il gruppo non rimontava e ho iniziato a crederci sempre di più. La volevo fortissimamente, sapevo che ero vicina a una svolta e questo successo può anche rappresentarla, appagando tutti quegli sforzi che ho compiuto negli ultimi anni. Avevo già vinto, ma quand’ero alla Fassa Bortolo, mai da quando sono entrata nel WorldTour.

La felicità della canturina dopo la vittoria in Spagna. A 26 anni è la prima vittoria da pro’
La felicità della canturina dopo la vittoria in Spagna. A 26 anni è la prima vittoria da pro’
Forse, più che la vittoria di per sé, ha stupito il fatto che sei arrivata sul podio della classifica finale…

Non era una corsa a tappe particolarmente dura, ma chiaramente dopo la prima giornata nel team hanno deciso di puntare su di me e correre in difesa del podio. Mi ha anche aiutato il fatto che la terza tappa, quella che sulla carta doveva essere la più dura, è stata accorciata, quindi ho potuto controllare le rivali di classifica con maggior agio. Il team ha lavorato bene, non mi era mai capitato di vedere le altre che correvano per me.

Venendo dalla Fenix che ambiente hai trovato?

La prima cosa che mi ha colpito è l’estrema serenità. Si vive tutto abbinando una profonda professionalità a un’atmosfera senza stress e questo per noi è importante. Dopo due anni posso finalmente parlare con i diesse ed essere ascoltata, vedo che si preoccupano di ogni piccola cosa, che ci mettono nelle migliori condizioni per correre e questo a me piace.

Il podio finale della corsa spagnola, vinta dall’olandese Van Dijk sulla norvegese Ottestad
Il podio finale della corsa spagnola, vinta dall’olandese Van Dijk sulla norvegese Ottestad
Suona come una critica al tuo team precedente…

No, non posso dire che mi sia trovata male, solo che era un ambiente diverso, molto “olandese”. C’è un modo di vivere questo mondo in maniera diversa, più rigido e freddo. Alla UAE ho trovato non solo compagne, ma anche amiche.

Si dice che molto sia cambiato da quando è arrivata Elisa Longo Borghini, con il suo carisma e la sua determinazione…

Io non ho ancora avuto occasione di correrci insieme, ma venendo da un altro team posso dire che c’è un fortissimo spirito di corpo, che non si estrinseca solo in corsa. Ci frequentiamo anche fuori, questo conta molto perché facciamo gruppo. Così accade che sono particolarmente contenta quando il mio lavoro si traduce in buoni risultati di squadra e magari nella vittoria di una mia compagna e ho visto che lo stesso è per le altre quando è toccato a me essere la “punta”.

A cronometro, lo stesso giorno, la Marturano aveva già palesato un’ottima forma finendo 15esima
A cronometro, lo stesso giorno, la Marturano aveva già palesato un’ottima forma finendo 15esima
Quanto influisce in tutto ciò il fatto che una buona metà del team è italiano? E’ vero che la licenza è estera, ma la mano tricolore si sente?

Sì, anche se chiaramente considerando le tante ragazze straniere ci si parla tutte in inglese, ma il fatto che ci siano molte italiane nel team aiuta molto, ci unisce un po’ quello spirito latino che trascina anche le altre. Io credo che tutti questi fattori siano alla base dei nostri risultati, ma certamente non vogliamo fermarci qui.

Che cosa ti attende ora?

Per adesso non ho un programma definito, so solo che in teoria ci dovrebbe essere almeno un grande giro all’orizzonte e per me rappresenterebbe un altro traguardo raggiunto, anche solo per il fatto di poter lavorare per una leader della squadra. Mi sento molto più libera, anche mentalmente ora che mi sono tolta il peso di non aver ancora messo il mio marchio su una gara dopo anni di sacrifici. Ho dimostrato che ci sono anch’io…

Moschetti e Nizzolo, storia di una foto e un’esultanza

15.03.2025
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Una foto. Lo scatto di un attimo, un’istantanea nel mare di molte esistenze, che però ha il magico potere di raccontare una storia. Grand Prix Criquielion, a Lessines, una delle tante piccole classiche di primavera. La volata premia Matteo Moschetti, per la prima volta vincitore sulle strade belghe. Terzo arriva Giacomo Nizzolo, suo compagno di squadra, anche lui punta della Q36.5 per gli arrivi in volata. E quel gesto spontaneo che i due replicano inconsapevolmente dopo l’arrivo racconta non solo il presente, ma anche il passato di due corridori le cui strade professionali si erano già incrociate in passato, ma in maniera molto diversa.

Moschetti e Nizzolo sul podio belga, una gioia condivisa fra loro e con tutto il team
Moschetti e Nizzolo sul podio belga, una gioia condivisa fra loro e con tutto il team

Il primo incontro da stagista

Bisogna andare indietro di qualche anno. Era il 2017, Moschetti si stava affacciando nel ciclismo che conta, lo chiamarono per uno stage alla Trek-Segafredo come stagista, mentre Nizzolo era, anche allora, il velocista di punta: «Mi è spiaciuto, allora, non poter condividere qualche gara con lui, anche l’anno successivo quando mi richiamarono. Non avemmo modo di correre insieme, per me che ero ancora agli esordi era un riferimento. E’ uno che ha vinto tantissimo, il suo palmarés parla da solo. Poi siamo arrivati qui per strade diverse».

Nizzolo però quel ragazzo, milanese come lui, lo aveva notato: «Un’estate ci trovammo in ritiro insieme e anche le origini contribuirono ad avvicinarci. Si vedeva il suo interesse, la sua determinazione anche se Matteo non è uomo di tante parole. Poi io andai alla Vuelta e le nostre strade si divisero, non ci ritrovammo più insieme fino allo scorso anno, quando approdai alla Q36.5».

Giacomo Nizzolo aveva già incrociato Moschetti ai tempi della Trek Segafredo, nel 2017-18
Giacomo Nizzolo aveva già incrociato Moschetti ai tempi della Trek Segafredo, nel 2017-18

Uniti dalla sofferenza e il sacrificio

Oggi il diverso peso specifico di allora non c’è più, siamo in presenza di due corridori pienamente fatti: «Lui però è nel pieno della maturità, io ho ormai un po’ d’anni sulle spalle» afferma Nizzolo con Moschetti che rilancia: «Quel che ci unisce è che entrambi abbiamo avuto una carriera travagliata dagli infortuni. Ognuno di noi sa che cosa significa soffrire in bicicletta, affrontare la lunga risalita dopo una caduta. A febbraio abbiamo fatto un ritiro insieme, anche con Parisini e ci siamo confrontati sulle nostre storie trovando molti punti in comune. Non c’è rivalità, anche se siamo due velocisti diversi».

Fatte le debite proporzioni, potremmo rivedere quel che sta avvenendo all’Alpecin, con Groves al servizio di Philipsen? «Perché no – risponde Nizzolo – poi dipende molto da come si mettono le corse, dalle opportunità che si vanno costruendo avvicinandosi al traguardo. Ognuno di noi è disponibile, per far ottenere il massimo alla squadra».

Moschetti e Parisini. Il milanese è già alla sua seconda vittoria stagionale e mostra uno spirito diverso
Moschetti e Parisini. Il milanese è già alla sua seconda vittoria stagionale e mostra uno spirito diverso

Sprint diversi, puntando al massimo

«Quella belga è stata una volata strana – racconta Moschetti – avevamo una sola svolta, verso destra, negli ultimi 3 chilometri, una discesa su strada larga e rettilinea, poi gli ultimi 800 metri al 3-4 per cento di pendenza. Ho visto che Giacomo aveva perso posizioni per una caduta davanti a lui, ma un rallentamento ha permesso di recuperare anche se lo ha costretto a lanciare lo sprint da lontano. Io nel frattempo avevo trovato un varco sulla destra e ho potuto rimontare. Ognuno ha fatto il suo sprint, alla fine siamo stati entrambi bravi dando un bel bilancio al team».

Per Moschetti questa è la seconda vittoria stagionale. Che cosa è cambiato rispetto al 2024 quando tra tanti piazzamenti, il successo era rimasto sconosciuto? «Non è cambiato molto, neanche con l’avvicendamento del preparatore. Mattia Michelusi è andato alla Cofidis ma siamo rimasti in ottimi rapporti. Al suo posto è arrivato Theo Ouvrard che per ora non ha cambiato quasi nulla nella mia tabella, affidandosi ai lavori che sono solito fare già da qualche anno a questa parte».

Per Nizzolo finalmente un buon inizio stagionale, testimoniato anche dalla piazza d’onore dietro Kooij in Oman
Per Nizzolo finalmente un buon inizio stagionale, testimoniato anche dalla piazza d’onore dietro Kooij in Oman

Un podio in Belgio non si butta mai…

«Io credo che molto dipenda dall’atmosfera che si respira in squadra – sentenzia Nizzolo – è chiaro che lì davanti, come obiettivo c’è l’ingresso nel WorldTour, ma non ci poniamo l’assillo. Lavoriamo bene tutti insieme, anche la vittoria di Matteo sabato è stata frutto dell’impegno di tutti. Per ora andiamo avanti gara per gara, a giugno faremo il punto della situazione. Io da parte mia sono abbastanza soddisfatto di questo inizio stagione, in Oman ho colto una piazza d’onore dietro Kooij e un’altra Top 10, poi un podio in Belgio non si butta mai, perché il livello è sempre alto e un risultato simile non è mai banale. Tornando al dopo gara, mi è venuto naturale esultare per la vittoria di Matteo, per fortuna l’ho fatto dopo il traguardo…».

Frontignano, l’analisi di Pellizzari: per Ganna l’esame più duro

14.03.2025
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PERGOLA – «Vista la tappa che ci aspettava oggi – racconta Ganna – ieri ho sentito Geraint Thomas. Gli ho chiesto se secondo la sua altissima esperienza mi convenisse tenere ancora duro o se non fosse meglio cominciare a recuperare. Mi ha detto: “Filippo, con la condizione che hai, anche se fai una giornata di fatica in più, non ti cambia niente. Se poi la settimana prossima sei stanco, stai a letto un giorno di più. Non è che tenere ancora duro manderà via la condizione per la Sanremo”. Credo di aver lavorato bene per arrivare qua, non so quanti sull’ultima salita superassero gli 80 chili. Voglio ringraziare la squadra per tutta la settimana, anche “Kwiato” che si è fermato per problemi a un ginocchio. Siamo felici di aver onorato fin qua la maglia. Comunque ho visto l’Adriatico – ride – siamo partiti dal Tirreno, la mia parte l’ho fatta…».

La maglia mai a rischio

Per qualche minuto in realtà c’è stato il dubbio che Ganna potesse aver perso la maglia. Prima virtualmente, per tutti i chilometri in cui il vincitore di tappa Dversnes viaggiava con un vantaggio superiore al minuto. E poi all’arrivo, dove il leader della Tirreno-Adriatico è passato 41 secondi dopo. Fortunatamente la rilettura del finale ha permesso di stabilire che avesse perso terreno per un problema meccanico negli ultimi tre chilometri. Per cui, accreditato dello stesso tempo di Van der Poel che ha vinto la volata per il secondo posto, Filippo ha chiuso la quinta tappa con la maglia di leader.

«Come ho spiegato, ho preso una buca – spiega – la catena si è incastrata tra la corona e il telaio. Ho dato un colpo di pedale un po’ troppo forte e ho strappato il deragliatore posteriore. Fortunatamente ero entro i tre chilometri. Avevo già chiamato un giudice, ma non sapevo se mi avesse visto oppure no. Ho tenuto duro fino all’ultimo chilometro quando mi hanno passato tutti, ma credo che il problema sia stato evidente».

Lo stress della classifica

Dopo il traguardo, già da qualche giorno ci si guarda con stupore e si commenta quanto stia andando forte Ganna in salita. Lo attaccano e lui risponde. Un gigante dotato di forza e di una brillantissima frequenza di pedalata. Ieri ha rintuzzato Van der Poel a Trasacco, su uno strappo breve e ripido. Oggi sulla più dura scalata di Monterolo (3,9 chilometri al 6,7 per cento di media e punte al 10,5) ha risposto all’attacco di Ayuso e Pidcock. E’ un Ganna molto sicuro quello che viene a sedersi vicino, cercando di raccontare la giornata con la domanda delle domande che aleggia nell’aria: riuscirà a difendersi anche domani? La tappa avrà appena 50 metri di dislivello più di questa, ma si chiude sulla salita di Frontignano (7,7 chilometri al 7,9 per cento di media).

«Di sicuro abbiamo lavorato tanto quest’inverno – dice dietro la barba folta – mentre l’anno scorso è stato un anno un po’ particolare per i malanni che ho avuto. Quest’anno fortunatamente sono felice, per ora è tutto a posto, speriamo si possa continuare così almeno per un’altra settimana (sorride, il riferimento è alla Sanremo, ndr). Sono venuto alla Tirreno per fare bene la cronometro, eppure sono andato forte anche nella terza e quarta tappa, dove abbiamo fatto vedere che come squadra eravamo presenti. Sinceramente stimo tanto quelli che fanno classifica, perché è veramente stressante. Ieri siamo arrivati in hotel un’ora e mezza dopo rispetto ai piani. Fortunatamente avevo un buon autista che ha recuperato un po’ di tempo in macchina. Però rimanere con lo stesso sudore, il freddo e la pioggia per qualche ora di più non è piacevole. Però la corsa e la maglia vanno onorate e finché ce l’avrò, non mi tirerò indietro».

Frontignano, il kom di Pellizzari

La tappa di domani non sarà affatto semplice: 163 chilometri e una serie infinita di salite e strappi che si concluderanno sulla cima di Frontignano, nel comune di Ussita. Lassù dove fino a poco tempo fa ancora si sciava, la salita sulla carta non concede grandi voli pindarici. La ricorda bene Giulio Pellizzari, che raggiungiamo al telefono mentre è ancora sul Teide preparando il ritorno in corsa al Catalunya dopo il debutto a Mallorca. Domani la corsa passerà anche per la sua Camerino.

«Conosco bene Frontignano – dice – è la mia palestra estiva, però il versante che faranno domani io di solito lo faccio in discesa. Solo una volta l’ho fatto in salita e ho stabilito il record, che se non sbaglio è sui 25 minuti, ma tanto domani me lo rubano. E’ una salita vera, dal valico giri a destra e poi si sale ancora. Temo sia una salita per Ayuso. La tappa non regala niente, prima di arrivare al finale non c’è pianura. E poi con il meteo che avete ora in Italia, ragazzi, ma quanta fatica stanno facendo?».

Il miglior Ganna in salita?

E’ davvero la migliore versione di Ganna in salita? Lui ci pensa e forse non è convinto, pur rendendosi conto che finora si è difeso davvero bene in giornate gelide, bagnate e con tanto dislivello: oggi 3.499 metri.

«Il 2020 è un bel paragone – pensa – andavo davvero forte e ora sono 5 chili più di allora, perché ho messo più massa. Tutti mi dicono che sono troppo magro, però la bilancia è sempre a 86 chili e io sono felice così. Sono forse più tranquillo, più consapevole del fatto di essere in una squadra che mi vuole bene e vuole farmi continuare a crescere e puntare forte. Cerco di fare tutto il meglio per me e per la squadra, assieme ai compagni che oggi, ieri, l’altro ieri e anche martedì hanno fatto veramente tanta fatica. Puccio è caduto, però è qua a lottare. Connor Swift, Brandon Rivera: tutti stanno facendo il massimo per portare me e la squadra a fare il meglio possibile. Devo dire grazie a loro e a chi c’è in macchina che ci sta dirigendo».

Solo l’ultima domanda non avrà una risposta: visto che farai la Sanremo e poi la Roubaix e vai così bene sugli strappi, gli chiediamo, perché nel mezzo non fare anche il Fiandre? «Non lo so – dice – non so cosa risponderti».

UEC, altri 4 anni con Della Casa, pronto ad agire su più fronti

14.03.2025
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Enrico Della Casa è stato riconfermato per altri 4 anni alla guida della UEC. Quando un presidente viene mantenuto in carica, è solito dire che avrà così la possibilità di portare avanti il suo lavoro iniziato 4 anni prima e nel suo caso non sono parole di circostanza. «E’ un po’ la continuazione degli 8 anni già volti da segretario generale, in questi anni ho visto il ciclismo espandersi e cambiare profondamente, c’è ancora molto da fare per adeguarsi. Tra l’altro lavoreremo con un consiglio quasi tutto nuovo, con 5 elementi su 7 che non erano in carica, sarà una sfida importante proprio per procedere con idee nuove» ha affermato a proposito della sua rielezione.

Da sinistra il presidente dell’UCI David Lappartient, Olav Kooij campione europeo 2024 e Della Casa
Da sinistra il presidente dell’UCI David Lappartient, Olav Kooij campione europeo 2024 e Della Casa

Il dirigente italiano ha sempre avuto una visione del ciclismo a 360°, non incentrata solo sulla strada e vuole assolutamente continuare su questa linea: «In questi anni ad esempio l’offroad si è evoluto tantissimo, sia nella mountain bike che nel ciclocross, poi stiamo assistendo all’affermazione del gravel, ancora molto legato alla strada ma che credo troverà una propria direzione. Il settore più delicato è la pista, dove si attende la conferma delle specialità olimpiche e il programma di qualificazione per poter ragionare sul calendario e dimostrare al CIO che facciamo abbastanza attività in ogni continente».

C’è poi il discorso strada…

Già e lì ci stiamo muovendo soprattutto sul tema sicurezza che per noi è primario. Allestire un evento ciclistico è sempre molto complicato, spesso dobbiamo confrontarci con le autorità locali che vorrebbero il passaggio in centro, ma non sempre troviamo condizioni stradali idonee e questo è ancora più dirimente scendendo di categoria. Spesso le gare vedono al via ragazzi ancora non abbastanza esperti, inoltre si organizza in Paesi meno evoluti, per questo dico che la sicurezza è un tema delicatissimo e deve essere al centro della nostra attività.

Il gravel è la specialità in maggiore evoluzione. Per Della Casa troverà una sua dimensione
Il gravel è la specialità in maggiore evoluzione. Per Della Casa è ancora molto legata alla strada ma troverà una sua dimensione
Parlando di calendari, è innegabile che essi ostacolino la multidisciplina. Quando su strada l’attività va da gennaio a novembre, il ciclocross ne rimane schiacciato, la pista anche e le difficoltà per chi vuole differenziarsi sono enormi. C’è davvero bisogno di così tanti eventi?

Il ciclismo è cambiato, non è più quello della mia giovinezza quando tutti gli eventi erano in Europa. Ora inizi in Australia e finisci in Cina, vai oltreAtlantico, anche in Africa. Come puoi ridurre se le richieste aumentano di numero e di Paesi coinvolti? – si chiede Della Casa – Bisogna trovare una quadra, una nostra commissione ci sta lavorando da tempo. Un’idea sulla quale stiamo spingendo è quella di attribuire punti agli atleti che vanno a gareggiare in altre discipline, così i team avranno interesse a venire loro incontro, ma servono tabelle adeguate, i giusti pesi e contrappesi. Noi dobbiamo tutelare la pista, non dimentichiamo che assegna 12 medaglie olimpiche…

Tra cui però sono andate perdute quelle di specialità storiche come inseguimento e chilometro da fermo…

Purtroppo credo sia un processo ineluttabile che a me dispiace molto, ma l’orientamento del CIO finora è stato quello di coinvolgere sempre più i giovanissimi e si è visto anche con l’inserimento di discipline come la breakdance. Forse sarò di parte, ma quando sento che si giudicano nostre discipline come poco appetibili a livello di attenzione non ci sto. Di spettacoli sportivi “noiosi” ce ne sono, ma non sono i nostri…

E’ alle viste una profonda revisione del calendario. Anche in seno alla UEC ci si sta lavorando
E’ alle viste una profonda revisione del calendario. Anche in seno alla UEC ci si sta lavorando
E’ tutto un problema di audience televisiva?

Per certi versi sì. Noi ad esempio siamo riusciti a inserire la madison, ma ci si è dovuto lavorare molto sopra per renderla facilmente comprensibile a chi non è del nostro mondo. Non dimentichiamo che alle Olimpiadi arrivano giornalisti e commentatori Tv che non sono del nostro ambiente, che non conoscono dettagliatamente le regole. Noi dobbiamo ragionare sempre nell’ottica di chi guarda per la prima volta.

Il ciclismo va verso lo schema juniores-devo team-world tour (le professional come soluzione di ripiego). Paesi come l’Italia vedono sparire corse e società storiche: si può ragionare sulle categorie a livello centrale oppure ognuno fa da sé?

Bisogna ragionarci – e abbiamo una commissione che lo sta facendo – per adeguare i regolamenti. I tempi cambiano e il valore delle stesse anche. C’è uno sviluppo precoce, è innegabile, quindi le categorie attuali non lo rispecchiano. Noi abbiamo già agito liberando i rapporti per gli juniores, ma non basta. Consideriamo poi che il gruppo va sempre più veloce e su strade sempre più complesse. Gli juniores ad esempio su strada non possono competere con i grandi, ma su pista sì e questa è una discrasia che non ha molto senso. Un’idea potrebbe essere tornare a un calendario semplificato, com’era per dilettanti e professionisti, ma non è così semplice.

L’attività juniores è sempre più fondamentale, a scapito di quella U23
L’attività juniores è sempre più fondamentale, a scapito di quella U23
Il problema della velocità si è fatto allarmante, con bici sempre più performanti e che agevolano le alte velocità. La Formula Uno è intervenuta sui regolamenti, andando anche contro le case produttrici, perché non si può fare lo stesso nel ciclismo?

Su questo non sono d’accordo perché l’UCI è molto attenta. Ad esempio telai e ruote devono essere omologati prima di ogni gara. La tecnica è in continuo sviluppo, ma deve tenere conto sempre della sicurezza. Casi come quello del quartetto australiano a Tokyo 2020, con la caduta dettata dal manubrio spezzatosi non devono più avvenire. Si cerca di andare oltre i limiti, con manubri sempre più stretti, caschi posizionati in maniera sbagliata dove non è più la sicurezza il primo fine ma l’aerodinamicità. Abbiamo anche visto Paesi investire talmente tanto in tute super performanti da non avere poi i soldi per fare attività. Bisogna agire su questi paradossi, mettere un freno.

La caduta del quartetto australiano a Tokyo 2020, dettata dalla rottura di un manubrio
La caduta del quartetto australiano a Tokyo 2020, dettata dalla rottura di un manubrio
Si candiderà alla presidenza dell’UCI?

Vedremo che cosa avverrà il 20 marzo con l’elezione del presidente CIO, noi facciamo un grande tifo per Lappartient, avere la massima carica sportiva proveniente dal ciclismo sarebbe un grande risultato. Per ora diciamo che è nel gruppo di testa, vediamo come andrà la volata…

I dischi Carbon-Ti? L’efficienza in primis, poi il valore alla bilancia

14.03.2025
6 min
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I dischi Carbon-Ti sono leggeri. Eppure il valore alla bilancia non è il soggetto principale di questi componenti di altissima caratura tecnica, fattura, qualità complessiva. Il prezzo è di quelli importanti (220 euro per disco a prescindere dal diametro).

Efficienza aumentata della frenata in diverse condizioni. Sicurezza e tanta affidabilità, questi a nostro parere sono i principali fattori da considerare, ai quali si uniscono anche gratificazione personale e voglia di usare un componente da F1 della bici. Non ci siamo fermati al solo test, abbiamo chiesto a Marco Monticone, Product Manager di Carbon-Ti, di argomentare il componente nel dettaglio.

Una volta montato è un valore aggiunto alla bici
Una volta montato è un valore aggiunto alla bici

Una produzione di “nicchia” da oltre 20 anni

Carbon-Ti produce freni a disco fin da quando esiste l’azienda, da circa 20 anni. Inizialmente sono stati sviluppati per la mtb, con l’arrivo dei dischi anche nel settore strada i consensi hanno dilagato anche in ambito road.

Fedele all’utilizzo di materiali di elevata caratura tecnica ed alla precisione delle lavorazioni, Carbon-Ti produce dischi unici nel loro genere, per prestazioni, leggerezza e combinazioni dei diversi materiali. I dischi SteelCarbon 3 sono l’esempio lampante.

Disco, anello di battuta in titanio, adattatore CenterLock e ghiera
Disco, anello di battuta in titanio, adattatore CenterLock e ghiera
Marco Monticone, quanto tempo è necessario per produrre un singolo disco?

I dischi sono completamente progettati e prodotti in Italia. Carbon-Ti si occupa dalla progettazione alla manifattura, assemblaggio e distribuzione. Il processo produttivo per realizzare un disco richiede almeno una settimana. I dischi sono oggetto di lavorazioni molto sofisticate ed i materiali sono di altissima qualità.

Lavorazioni molto sofisticate?

La realizzazione della pista frenante in acciaio prevede tempra, taglio laser, rettifica e fresatura cnc. Il ragno in carbonio è tagliato con la tecnica waterjet e poi fresato cnc. Ogni singolo rivetto in titanio è prima tornito e poi trattato al laser. Ovviamente c’è l’assemblaggio.

Un rotore Carbon-Ti X-Rotor SteelCarbon 3 è più resistente rispetto ad un classico disco di alta gamma, pari categoria?

E’ certamente super resistente, ma la pista frenante in acciaio speciale di un disco Carbon-Ti offre dei vantaggi. Ad esempio può essere oggetto di un rebuild. Significa che si può sostituire insieme ai rivetti quando la vecchia inizia ad avere uno spessore ridotto che non garantisce più performance ottimali e sicurezza. E’ un servizio che offriamo ai clienti europei.

E’ quantificabile la durata di un disco?

E’ difficile. Inoltre la durata non dipende solo dal disco, ma anche da come si frena. Un esempio: quando si affrontano lunghe discese e si ha l’abitudine di pinzare per lunghi periodi, il rischio di vetrificare le pastiglie è più che reale. Questo mette in crisi la qualità della frenata nell’immediato ed accelera in modo esponenziale l’usura della pista frenante.

Le pastiglie organiche usate per il test
Le pastiglie organiche usate per il test
Ci sono delle pastiglie dedicate?

Non ci sono pastiglie specifiche. La pista frenante in acciaio permette di usare qualsiasi pastiglia, ma volendo massimizzare le prestazioni e la longevità, il consiglio è di usare pastiglie organiche (durante il test abbiamo usato le organiche Braking, ndr). Generano meno rumore e riducono l’usura del disco. In generale offrono una migliore resa tecnica. Le pastiglie originali degli impianti di alta gamma si adattano perfettamente ai dischi in acciaio Carbon-Ti. Alcune tipologie di pastiglie aftermarket arricchite con particelle ceramiche, sicuramente longeve, potrebbero accelerare l’usura della pista frenante, in quanto sono molto aggressive.

Che temperatura può raggiungere una pista frenante in acciaio?

Alcune centinaia di gradi, ma più che la cifra è necessario comprendere la causa del surriscaldamento. Uno dei fattori che influisce maggiormente è la durata della frenata, talvolta più della velocità e della potenza applicata. Uno dei vantaggi dei nostri dischi, in fatto di affidabilità, contenimento dell’ascesa della temperatura e deformazione, è la struttura in carbonio del supporto che svincola termicamente la pista dal resto del disco. Il disco è più stabile e la deformazione è contenuta.

Tra i rivetti c’è dello spazio per assecondare l’eventuale dilatazione dell’acciaio
Tra i rivetti c’è dello spazio per assecondare l’eventuale dilatazione dell’acciaio
Surriscaldamento contenuto, significa riduzione della manutenzione?

Il contenimento della temperatura di esercizio può effettivamente prolungare gli intervalli di manutenzione. Di sicuro limitare il surriscaldamento del fluido riduce il degrado dello stesso olio presente nell’impianto, tenuta migliore delle guarnizioni.

I dischi dei freni necessitano di rodaggio?

Il rodaggio è fondamentale. Noi raccomandiamo di evitare il surriscaldamento del disco nelle primissime fasi di utilizzo, eseguendo una ventina di frenate su asfalto ad una velocità di circa 25 chilometri orari, fino al completo arresto della bici. E’ bene sottolineare che le prestazioni ottimali di un disco, tipo SteelCarbon 3, si ottengono dopo alcune centinaia di chilometri. E’ interessante sottolineare che i team dei professionisti rodano abitualmente i dischi e le pastiglie in vista delle competizioni. Chi con macchinari appositi chi nelle fasi di training eseguite nei periodi antecedenti alle gare.

Le altre considerazioni

Un impianto di altissima gamma (abbiamo usato i dischi con le pinze Dura Ace e Sram Red) migliora ulteriormente le sue performance, in particolar modo quando è messo sotto stress. Ci riferiamo alle discese lunghe e tortuose, quando si può fare la differenza pinzando all’ultimo istante (prima dell’ingresso in curva/tornante) e senza dover “pelare” il disco per preparare la frenata. I dischi Carbon-Ti sono pronti all’istante.

Quando è necessario allungare il lasso di tempo delle pinzate i dischi rimangono perfettamente dritti, non si storcono e non sfiorano le pastiglie (si evita quel fastidioso rumore). Questa argomentazione però, fa riferimento ad un aspetto ben più importante legato alla dissipazione ottimale del calore, che rende tutto l’impianto più efficiente, più a lungo. In ogni situazione, anche alle basse andature e quando piove, è lampante un’aggressività maggiore della frenata, con le pastiglie che sembrano mordere la pista frenante. Non si tratta di una frenata rumorosa, ma di una sorta di azione che tanto mantiene la modulabilità (ed è così anche sotto il profilo del feeling immediato), tanto infonde sicurezza/certezza ogni volta che le mani sfiorano le leve dei freni.

Carbon-Ti

Dieci domande a Bartoli per esplorare il mondo di Paletti

14.03.2025
5 min
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Da quando Luca Paletti, nell’intervista fatta alla vigilia del Trofeo Laigueglia, ci ha detto che il suo preparatore è Michele Bartoli, ci si è accesa una spia. Quando un corridore entra nell’orbita dell’ex professionista e preparatore toscano non è mai per caso. Il ragazzo della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè si allena sotto i dettami di Michele Bartoli fin da quando era al secondo anno juniores, i due sono arrivati ormai al quarto anno di lavoro insieme. Ma cosa ha trovato Bartoli nel giovane emiliano?

«Fin da quando era junior – racconta il vincitore di un Fiandre e due Liegi – era un ragazzo, anzi ragazzino, interessante. Nonostante la giovane età, era parecchio determinato e con le idee chiare. Nel parlarci si capiva avesse una maturità superiore ai suoi coetanei. Devo ammettere che lavorare insieme è stato facile fin da subito. Paletti era in grado di darmi dei feedback, per quanto riguarda gli allenamenti e i lavori da fare, che mi aspettavo di trovare in un corridore di ben altra esperienza. Per me contano tanto le risposte e le considerazioni che un atleta riesce a darmi».

Paletti è arrivato alla Vf Group-Bardiani nell’inverno del 2022
Paletti è arrivato alla Vf Group-Bardiani nell’inverno del 2022
Per certi versi un ragazzo già pronto?

Consapevole di quello che doveva fare. Ad esempio era in grado di capire quali riscontri avrebbe dovuto avere da un certo tipo di allenamento e riusciva a riportarmi le sue sensazioni a riguardo. Una sensibilità che da un ragazzo di 17 anni non ti aspetti. 

Che atleta hai trovato?

Tutto da scoprire, forte in salita e a cronometro. Ma è anche molto bravo nel ciclocross, disciplina che ha sempre tenuto fino a questo inverno e che non escludo possa tornare a fare. Per il momento abbiamo deciso, in accordo con il ragazzo e la squadra, di accantonare un attimo il cross. Si è trattato di una scelta non facile, io sono favorevole alla doppia attività, ma alla sua età è importante formarsi. Per certi aspetti il cross toglie equilibrio alla preparazione su strada. 

In che senso?

Quando sei un atleta formato, come possono essere Van der Poel o Van Aert, si possono tenere più discipline senza troppi pensieri. I problemi, se così li vogliamo definire, arrivano quando si è giovani. All’età di Paletti, 20 anni, si è alla ricerca della propria dimensione su strada e si è soggetti a molti giudizi. Nell’inverno appena trascorso lui ha avuto modo di identificarsi.

Il giovane emiliano ha sempre fatto ciclocross durante la stagione invernale (foto Alessandro Billiani)
Il giovane emiliano ha sempre fatto ciclocross durante la stagione invernale (foto Alessandro Billiani)
Cosa avete capito?

E’ un ragazzo che può crescere parecchio nelle gare a tappe. Nelle salite lunghe e a cronometro si trova a suo agio. Lo abbiamo visto in questi primi appuntamenti del 2025, sia alla Valenciana che al Gran Camino si è piazzato tra i primi venti a cronometro. E nelle tappe di salita è sempre rimasto agganciato ai primi. 

Questo è stato un inverno che ha aperto nuove porte sulle qualità di Paletti?

Se vogliamo possiamo considerare il 2025 come il suo primo anno da professionista, nonostante sia alla Vf Group da due stagioni e abbia iniziato la terza. Abbiamo iniziato a lavorare sulle sue basi e per essere la prima stagione in cui si concentra al massimo sulla strada, siamo a buon punto. Con i giovani non si deve lavorare sul presente, ma in prospettiva futura.

Uno dei passi fatti è l’aver inserito delle sessioni in palestra?

Sicuramente è un aspetto molto importante per formare un corridore. Deve essere però inserita nel momento giusto, gli anni scorsi Paletti non era pronto per certi versi, aveva ancora un muscolo acerbo. Anche gli esercizi in palestra vanno inseriti con la giusta programmazione, da juniores si può fare core stability. 

Bartoli, che lo allena da quando era junior secondo anno, ha evidenziato ottime qualità a crono e nelle salite lunghe
Bartoli, che lo allena da quando era junior secondo anno, ha evidenziato ottime qualità a crono e nelle salite lunghe
Ci sono degli aspetti sui quali avete lavorato in maniera specifica?

Sulla resistenza, certamente. Però la maturazione del corridore passa dal curare tutti i particolari. Viste le sue qualità deve allenarsi sul VO2Max e sulla cronometro. Tuttavia a 20 anni non si può tralasciare nessun aspetto, è un gioco di percentuali in cui nulla va trascurato. 

Quindi deve essere pronto ad affrontare le gare di un giorno.

E’ il destino degli atleti moderni. Non si può curare un solo aspetto, ma si deve essere polivalenti. Se si guarda ai grandi nomi, cosa corretta da fare con le giuste proporzioni, si vede questa cosa. Ora anche corridori da corse a tappe come O’Connor sono in grado di fare un secondo posto al mondiale. Senza scomodare Pogacar, che quello è un fuoriclasse.

Un’altra qualità di Paletti è la capacità di restare per tanto tempo fuorisoglia
Un’altra qualità di Paletti è la capacità di restare per tanto tempo fuorisoglia
Lo stesso Paletti ha detto di essersi sentito bene in queste prime uscite, nelle quali ha corso davanti…

Ha fatto un bel progresso a livello di testa e consapevolezza nei propri mezzi. E’ un allenamento anche imparare a correre tra i primi nonostante non si sia al 100 per cento. Deve essere capace di interpretare la gara con una mentalità vincente sempre. Magari ora non è in grado di vincere al Gran Camino, ma deve muoversi da protagonista.

Cosa che gli torna utile tra gli under 23, vista la doppia attività che fa con la Vf Group-Bardiani.

Passare subito professionista non è facile, per diversi motivi. Gli under 23 della Vf Group corrono solo gare internazionali, che vanno bene per crescere e fare esperienza. Al primo e al secondo anno l’obiettivo deve essere questo, poi si inserisce il passo successivo: provare a fare la corsa. La stessa cosa accade tra i professionisti. Ora Paletti è arrivato in un momento in cui può provare a primeggiare, soprattutto tra gli under 23. 

Parigi-Nizza, la fucilata di Martinez. E Kreuziger racconta

14.03.2025
5 min
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«E’ stato semplicemente incredibile – ha raccontato Lenny Martinez dopo l’arrivo della quinta tappa alla Parigi-Nizza – tutta la squadra ha fatto un lavoro davvero grandioso. E poi, nell’ultima salita volevo lanciare lo sprint ai 150 metri. Ho visto che eravamo rimasti solo in tre, mi sono detto: “Non posso sbagliare ora, devo dare il massimo”. E quando ho accelerato, mi sono girato e ho visto le grandi differenze, non potevo crederci. Quando ho alzato le braccia… è stato un momento grandioso».

Lenny Martinez è la gioia fatta persona. Ieri, sulla Côte-Saint-André, ha siglato il suo primo successo in maglia Bahrain Victorious. E che successo…

Ha messo in fila i più grandi. A parlarci di questa fucilata è anche Roman Kreuziger, il direttore sportivo che sta seguendo Lenny e il team asiatico in questa Parigi-Nizza, sempre ricca di colpi di scena. Anche ieri, per esempio, c’è stata la caduta di Jonas Vingegaard e il giorno prima lo stop momentaneo della tappa per neve e maltempo.

Vingegaard è caduto: ha sbattuto il volto e una mano che si temeva fratturata. Dopo gli esami, tutto è rientrato. Tra poche ore scopriremo se il danese sarà ancora al via
Vingegaard è caduto: ha sbattuto il volto e una mano che si temeva fratturata. Dopo gli esami, tutto è rientrato. Tra poche ore scopriremo se il danese sarà ancora al via

Dal quarto posto…

L’entusiasmo non manca nel team, ma neanche la lucidità di Kreuziger, al quale chiediamo di raccontare come è nato questo successo.

«Questa vittoria – dice il direttore sportivo – parte dal giorno prima in qualche modo. Abbiamo perso Santi (Santiago Buitrago, ndr), il nostro leader, e Lenny ha dovuto subito dimostrare un carattere forte. Sapevamo che, numeri alla mano, era tra i migliori tre scalatori di questa Parigi-Nizza e che poteva dunque fare bene, ma poi riuscirci non è facile.

Lo stesso Martinez aveva toccato questo tasto del quarto posto. «In effetti – ha detto ancora Lenny – ero un po’ deluso dal quarto posto del giorno prima alla Loge des Gardes. Pensavo di poter fare meglio dietro e di restare attaccato a Joao Almeida. Ma ora sapevo che dovevo mettere la palla in rete, che dovevo vincere. Ieri (due giorni fa per chi legge) però ho capito che era possibile».

Sapevano, dunque, che poteva arrivare davanti, ma da qui a vincere ce ne passava. Kreuziger racconta di una preparazione certosina del muro finale, con video, immagini e… «Un’ottima guida dalla macchina. Lenny ha eseguito le indicazioni al dettaglio… Solo che poi è questione di gambe. Tu puoi fare tutto quello che ti dicono, ma se non ne hai, puoi fare poco. Dal canto nostro abbiamo fatto di tutto per fargli conoscere bene questo strappo finale. Su quelle pendenze lui è riuscito a sfruttare al meglio le sue caratteristiche».

In effetti si saliva sempre in doppia cifra, molto spesso al di sopra del 15 per cento di pendenza. La velocità era “bassa” e la componente del peso incide moltissimo. Martinez è stato un cecchino nel gestirsi.

Jorgenson (al termine leader della generale) fa il forcing sul muro. Lenny c’è… ma non si vede. gestione esemplare dello sforzo da parte sua
Jorgenson (al termine leader della generale) fa il forcing sul muro. Lenny c’è… ma non si vede. gestione esemplare dello sforzo da parte sua

Leader in divenire

Kreuziger prosegue nel suo racconto e insiste sul tema della squadra e del rapporto tra questa e Martinez. Questa vittoria vuol dire moltissimo.

«Io credo che, tra il cambio di team, di coach, di compagni, Lenny si stia adattando e voleva farsi vedere dai compagni. Una cosa è certa: dopo questi due giorni la sua considerazione nella squadra è cresciuta. Oggi la squadra ha lavorato davvero bene per lui e Jack Haig è stato bravissimo negli ultimi 20 chilometri. Lenny è un ragazzo che vive di emozioni. Spesso si fa prendere da queste, ma oggi aveva l’istinto del killer e una squadra vicina.

La Bahrain Victorious ha corso benissimo, sempre nelle posizioni di testa, compatta. Martinez è rimasto tranquillo, almeno vista da fuori. Questa tappa, in effetti, era ideale per lui: tanto dislivello, percorso nervoso. Iniziare “a puntare” e riuscire nell’intento è cosa da grandi, specie se si vuol diventare un grande. E sappiamo che Martinez ha un’ambizione enorme.

Il muro poi è stato gestito alla perfezione, specie per le tempistiche e per le cadenze dello sprint finale. Cadenze alte di chi arriva in cima avendo speso meno, molto meno, degli altri in virtù di un’ottima condizione e di un peso (appena più di 50 chili) davvero favorevole su certe pendenze.

Lenny Martinez (classe 2003) sta diventando un leader. In classifica è ora 5° a 55″ da Jorgenson
Lenny Martinez (classe 2003) sta diventando un leader. In classifica è ora 5° a 55″ da Jorgenson

Il Dna del campione

E Martinez della sua squadra non si è affatto dimenticato dopo l’arrivo: «Sono molto contento di aver vinto con Bahrain Victorious. Sfortunatamente abbiamo perso Santiago Buitrago in una caduta. Ho preso la responsabilità di leader ed ero ansioso di fare bene per loro, di non perdere».

Ma quanto è leader Martinez? Noi lo abbiamo spesso visto con i gradi di capitano, specie quando era nella continental della Groupama-Fdj, ma da qui ad esserlo nel WorldTour, in una squadra nuova e per di più in una gara come la Parigi-Nizza ce ne passa.

«Bisogna vivere queste situazioni per diventarlo – dice Kreuziger – ed è qualcosa che viene giorno per giorno. Io credo che bisogna lasciarlo fare, lasciare spazio anche alla sua fantasia. Non sappiamo dove può arrivare Lenny, viviamolo giorno per giorno. Intanto una vittoria di tappa alla Parigi-Nizza era un nostro obiettivo e l’abbiamo raggiunto. Ora vediamo quel che viene e quel che raggiungerà. Questa, di certo, è una grande scuola per lui.

A queste parole di Kreuziger fanno eco quelle di Martinez: «Per il fine settimana a Nizza, cercheremo di dare tutto. Devo risalire nella classifica generale, ma una vittoria di tappa è già tanto. Preferisco una tappa a una top 10 nella classifica generale, è una bella casella da spuntare».