Matxin sicuro: «Del Toro più forte. Pronto per il Giro con Ayuso»

31.03.2025
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Con il Giro d’Italia alle porte, dove sarà al via, e la vittoria alla Milano-Torino, Isaac Del Toro è nuovamente sotto i riflettori. Il messicano del UAE Team Emirates continua a crescere, dimostrando maturità e costanza. Ma quanto queste qualità sono aumentate in lui? E’ un tema che abbiamo voluto approfondire con Joxean Fernand Matxin, tecnico e talent scout della squadra emiratina.

Archiviata questa prima porzione di stagione, ora il messicano correrà il Giro dei Paesi Baschi (7-12 aprile), poi andrà in altura e inizierà il grande lavoro in vista della corsa rosa. E’ tempo non tanto di primi bilanci, che ovviamente sono positivi, ma per fare il punto e capire qual è lo “stato dell’arte” di Del Toro. Lui ad inizio stagione aveva dichiarato: «Per il 2025 sono più ambizioso. Voglio fare meglio e ottenere risultati migliori, il che è qualcosa che arriva con il tempo». Vediamole dunque queste ambizioni e attraverso cosa passeranno.

Joxean Fernàndez Matxin è Sports Manager UAE Team Emirates (foto Instagram)
Joxean Fernàndez Matxin è Sports Manager UAE Team Emirates (foto Instagram)
Joxean, possiamo dire che Del Toro ha fatto un altro step di crescita?

E’ un corridore con tanto talento e tanta classe. Ho piena fiducia che possa diventare, piano piano ma neanche troppo lentamente, un grandissimo atleta. Lo ha già dimostrato vincendo diverse gare l’anno scorso e si è confermato quest’anno conquistando la Milano-Torino.

Avete previsto un percorso di crescita per Del Toro: è in linea con i parametri prefissati?

Sì, assolutamente. Ma non poniamo un focus rigido su numeri o obiettivi specifici. Non lavoriamo con macchine. Vogliamo che la crescita sia graduale, un passo alla volta. Il mio approccio è quello di migliorare ogni anno. I risultati ci sono, ma non ci basiamo solo sulle vittorie. Le prestazioni sono importanti, l’approccio alla vita da corridore (e non solo), le sue reazioni di fronte a tutto questo… e quelle di Isaac sono sempre più corpose.

Parlare di numeri non è facile, ma avete notato dei miglioramenti da quel punto di vista?

Isaac è in fase di miglioramento, anche perché sta completando il suo sviluppo fisico. Nei giovani, ogni giorno può rappresentare un progresso. I buoni corridori eccellono inizialmente su brevi durate come uno o dieci minuti, ma crescendo migliorano anche sui venti o trenta minuti. Isaac sta progredendo in tutti questi aspetti: sia nelle fasi intense e brevi che in quelle più lunghe. Questo ci rende fiduciosi, ma evitiamo di mettergli pressioni o aspettative eccessive.

Del Toro e Ayuso: due talenti e anche due amici. Sangue latino per entrambi
Del Toro e Ayuso: due talenti e anche due amici. Sangue latino per entrambi
A livello umano come ti sembra? E’ più maturo rispetto all’anno scorso? Si dice che si sia integrato bene a San Marino.

E’ molto maturato, anche se lo era già. Ha un cuore grande ed è una persona che si lascia voler bene. E’ franco e responsabile: se c’è da aiutare, aiuta. Se c’è da prendersi una responsabilità, lo fa. Lo vedo spesso scherzare, ma quando è il momento di fare sul serio, è sempre pronto. Cuore e talento, e tutto questo si riflette anche in corsa.

Ti aspettavi la sua vittoria alla Milano-Torino?

Non era nei programmi iniziali. Isaac doveva essere competitivo all’inizio della stagione per poi fermarsi in vista del Giro d’Italia, ma un piccolo problema al ginocchio ha cambiato i suoi piani. Alla Milano-Torono il leader doveva essere Jan Christen, ma si è rotto la clavicola, avevamo bisogno di un sostituto. Ma non ci sembrava giusto un sostituto che prima magari avrebbe dovuto aiutare Christen.

Isaac in azione con Adam Yates alla Tirreno per aiutare proprio Ayuso. Prove di Giro…
Isaac in azione con Adam Yates alla Tirreno per aiutare proprio Ayuso. Prove di Giro…
E lo avete detto a Del Toro…

Esatto, abbiamo chiesto a Isaac di correre la Milano-Torino e di farlo da leader. Gli abbiamo dato questa chance. Nonostante il calendario intenso, ha colto l’opportunità e ha vinto.

Dopo la Vuelta dell’anno scorso, ora arriva il Giro d’Italia. E’ pronto? Come può aiutare Juan Ayuso?

E’ sicuramente pronto fisicamente. Quella esperienza gli è servita moltissimo. Con Juan ha un rapporto perfetto, c’è grande amicizia e lo stesso vale per Tadej e tutti gli altri della squadra. Isaac è felice in questo ambiente e la squadra lo sostiene con affetto. AL Giro sarà un aiuto importantissimo per Ayuso.

Può già contare sul supporto dei big del team?

Assolutamente. Per esempio, quando vediamo che sta bene e può vincere, può contare sull’aiuto di corridori come Adam Yates. Un anno fa era in una squadra dilettantistica e oggi corre in un team WorldTour, a volte anche da leader. Questo per lui è un sogno e non lo dà mai per scontato.

Paura e sosta forzata sono passate. Tonetti pronta a ripartire

31.03.2025
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«Non so stare con le mani in mano. Ho impiegato queste settimane ricominciando a studiare, iscrivendomi alla facoltà online di Scienze Motorie. Lo volevo fare da tanto tempo, si vede che era destino che dovessi riprendere».
Ne avrebbe voluto fare certamente a meno Cristina Tonetti di ritrovarsi in una condizione simile, ma la sua grinta si vede anche quando non pedala. O meglio dire, quando è costretta a non pedalare.

L’annuncio era arrivato a metà marzo direttamente dalla 22enne brianzola della Laboral Kutxa attraverso il suo profilo instagram: “Dopo un lungo mese senza buone sensazioni in bici, mi è stata diagnosticata la pericardite. Purtroppo è ora di prendersi una pausa dagli allenamenti per far recuperare il mio cuore al 100%”.

Si stanno intensificando i controlli approfonditi, anche se le conferme di idoneità talvolta arrivano solo dopo questi frangenti. Ciò che è capitato a Tonetti non è il primo caso che sentiamo, però fortunatamente vengono tutti accertati in tempo utile, grazie soprattutto agli atleti che conoscono alla perfezione se stessi e sanno quando c’è qualcosa che non va. Conoscendo bene il carattere forte e disponibile di Cristina, abbiamo fatto una chiacchierata con lei per capire come ha vissuto questo ultimo periodo.

Cristina innanzitutto come stai adesso?

Sto bene. Finora le due settimane di riposo assoluto hanno dato i loro frutti. Pensate che avrei dovuto correre la Sanremo Women, quindi la squadra mi aveva invitato a vedere la corsa con loro. Non sono andata però perché mentalmente non ero ancora pronta e mi avrebbe fatto male. Nel frattempo ho fatto ulteriori controlli.

Quali?

Il 27 marzo ho fatto una risonanza magnetica, il cui esito è arrivato giusto stamattina. Non ci sono danni né alle pareti del cuore né al muscolo cardiaco. Nessuna infiammazione ed è una gran bella notizia. Ora sto attendendo i riscontri delle analisi del sangue, ma se saranno a posto credo che nel prossimo weekend potrei riprendere ad uscire in bici.

Sappiamo che gli stop forzati per te sono una tortura. Come sono andate questi quindici giorni?

E’ vero, infatti i primissimi giorni mi stavo annoiando a non fare nulla. Però è anche vero che sono sempre stata molto brava a tenere la mente occupata con dell’altro. A parte lo studio, ne ho approfittato per vedere un po’ di gente con calma con cui mi vedo poco. Ad esempio sono riuscita a trovarmi con la Gaspa (Eleonora Gasparrini, ndr) per festeggiare il suo compleanno la settimana scorsa. E poi abbiamo colto l’occasione di farci un tatuaggio assieme che ci eravamo promesse da tanto tempo.

Al UAE Tour, Tonetti è stata subito protagonista nella prima tappa. Dopo quella corsa, ha avvertito sensazioni irregolari al cuore
Al UAE Tour, Tonetti è stata subito protagonista nella prima tappa. Dopo quella corsa, ha avvertito sensazioni irregolari al cuore
Cosa vi siete tatuate?

Ce lo siamo fatte sul polso. Lei sole pieno e mezza luna vuota perché è quella più espansiva delle due. Io invece il contrario. Mezza luna piena e sole vuoto perché sono più introversa. Ci conosciamo fin dalle prime categorie giovanili e finalmente ce l’abbiamo fatta.

Tornando indietro. Come ti sei accorta della pericardite?

Al UAE Tour stavo abbastanza bene, però sono rientrata stanca. Una stanchezza che si stava protraendo. Tuttavia ho corso ad Almeria dove mi sono fermata perché stavo male. Stessa situazione alla Strade Bianche. A Montignoso ho finito la gara, arrivando a cinque minuti dalla vincitrice. Avevo sensazioni terribili ed irregolari sia in corsa che in allenamento. Troppi alti e troppi bassi. Una situazione che mi ha insospettito.

I 125 chilometri di fuga del primo giorno al UAE Tour vengono premiati. Cristina riceva la maglia nera della classifica degli sprint intermedi
I 125 chilometri di fuga del primo giorno al UAE Tour vengono premiati. Cristina riceva la maglia nera della classifica degli sprint intermedi
Qual è stato il passo successivo?

Innanzitutto ho avvisato la mia squadra che ha compreso subito la situazione. Mi è stata di grande supporto, ma poiché il medico del team non poteva seguirmi direttamente, mi hanno dato carta bianca per contattare il nostro medico di famiglia e procedere. Ho fatto gli esami del sangue per la troponina, un marker cardiaco che ti consente di capire se hai avuto un danno al cuore. I valori erano alti tipici della pericardite, anche se la fase più acuta era già passata. Mi hanno comunque dovuto fermare perché era troppo pericoloso continuare anche solo per fare una pedalata di scarico.

Come hai reagito?

Devo dirvi sinceramente che mi sono sentita sollevata. Paradossalmente mi sono rasserenata perché sapevo che quel mio malessere aveva una causa, un motivo ben preciso. Finché non avevo fatto tutti gli accertamenti, mi sentivo demoralizzata nella vita di tutti i giorni. Ad un certo punto ho pensato “Cristina, non la muovi e forse è arrivato il momento che tu appenda la bici al chiodo” (racconta sorridendo, ndr). Subito però.

Ci permettiamo una domanda, visto il rapporto. Ti ha condizionato quello che era successo a papà Gianluca? Sai che puoi anche non rispondere…

No, ci mancherebbe. So che sono cose ereditarie perché anche mio nonno, il padre di mio padre, aveva avuto queste anomalie cardiache. Tuttavia sono sempre stata abbastanza tranquilla senza condizionamenti. Nel 2024 mi sono rotta la clavicola e il naso, quindi sono ormai abituata a cercare e vedere il lato positivo delle cose. In ogni caso, abbiamo avuto più prudenza data l’anamnesi della famiglia.

Tonetti prima dello stop per la pericardite aveva disputato 9 giorni di gara. Fra poco riprenderà ad allenarsi, incerto il rientro alle corse
Tonetti prima dello stop per la pericardite aveva disputato 9 giorni di gara. Fra poco riprenderà ad allenarsi, incerto il rientro alle corse
Invece mamma Gabriella come aveva preso la notizia?

L’ha presa da mamma ed ho cercato di mantenerla serena. Lei adesso si è tranquillizzata, ma visto che corro in bici in realtà lei non lo è e non lo sarà mai (sorride, ndr).

Abbiamo visto sui social che hai avuto un bel supporto morale. Te lo aspettavi?

Oltre a famigliari, amiche ed amici, tantissime persone mi hanno anche scritto privatamente per farmi gli auguri di una pronta guarigione. Onestamente non credevo di avere un sostegno simile e naturalmente mi fa piacere.

Quando potremo rivedere Cristina Tonetti in gara? I medici ti hanno dato qualche indicazione?

Ancora non so nulla e ovviamente il mio calendario cambierà sensibilmente. Ora però la priorità sono altre. Riprendere a pedalare piano piano e capire come sto in bici, il resto verrà da sé.

EDITORIALE / Caro Pogacar, non si può sempre arrivare da soli

31.03.2025
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Quando il 4 marzo dello scorso anno scrivemmo che il fenomeno è uno solo e si chiama Pogacar, il mondo dei social insorse con una certa veemenza. Le pagine erano ancora tutte aperte. Lo sloveno aveva perso il Tour dell’anno precedente, ma aveva vinto il Lombardia e dominato la Strade Bianche. Il 2024 era ancora da venire, nessuno sapeva ancora che avrebbe vinto il Giro e il Tour, la Liegi, il mondiale e ancora il Lombardia. Eppure c’era qualcosa nel suo modo di correre che ispirava quella considerazione.

Sarebbe più facile scriverlo ora e pochi storcerebbero il naso. Vingegaard e Van Aert sembrano persi dietro le loro fragilità e le sfortune: vittime come tutta la squadra di un imprevedibile contrappasso dopo le meraviglie del 2022-2023. Solo Roglic si è salvato andando via, ma ha scelto prudentemente di stare alla larga dalle scene più grandi. Primoz si è scavato una nicchia e ci sta bene dentro. Infine Van der Poel sa di dover essere perfetto per sperare di giocarsela. Lo ha fatto bene alla Sanremo, vedremo se gli basterà al Fiandre.

Fenomeni spariti: dopo due anni stellari, il duo Vingegaard-Van Aert si è smarrito. Che cosa è successo alla Visma?
Fenomeni spariti: dopo due anni stellari, il duo Vingegaard-Van Aert si è smarrito. Che cosa è successo alla Visma?

Tra gambe e cervello

Pogacar è un fenomeno e quando si tratta di imporre la sua forza, per gli altri non c’è partita. Diverso forse se si tratta di ragionare, come alla Sanremo. Anche quel giorno scrivemmo che, malgrado la sconfitta, fu un capolavoro di Tadej e ci sentiamo di sottoscriverlo. Senza di lui non ci sarebbe stata tanta selezione. Ma siamo certi che Pogacar abbia fatto tutto quello che serviva per vincere? Non si può sempre pensare di staccare tutti, anche se finora ha dimostrato di saperlo fare abbastanza agevolmente. Siamo certi che l’unico modo per passare di là dal muro sia sfondarlo e non girarci attorno? Chi lo guida ha provato a spiegargli come si gestisce un finale a tre in cui ci sia “solo” da fare una volata?

Il fenomeno Pogacar è sostenuto dai percorsi che negli ultimi anni sono stati resi estremamente più duri. E’ chiaro che quando il dislivello delle corse si attesta stabilmente sopra i 2.500 metri, lui trova tutti gli spazi per fare la differenza. Del resto, basta guardare cosa ha fatto ieri Pedersen con 1.349 metri di dislivello della Gand-Wevelgem: quando il motore è superiore a tutti gli altri, basta un piccolo Kemmelberg per fare il vuoto.

Fiandre 2022, Pogacar si perde in volata e fa 4°. L’anno dopo vincerà per distacco
Fiandre 2022, Pogacar si perde in volata e fa 4°. L’anno dopo vincerà per distacco

L’attesa di Roubaix

Ma ieri Pedersen era da solo: non è stato facile, non vogliamo dire questo, ma ormai si può scrivere alla vigilia chi ci sarà in finale. E se in finale con lui ci fossero stati Ganna, Pogacar e Van der Poel, forse Mads avrebbe vinto lo stesso, mentre non siamo certi che ci sarebbe riuscito Pogacar. Lo abbiamo visto lo scorso anno. Pedersen infilzò Van der Poel nella volata a due, mentre abbiamo toccato con mano che nelle volate ristrette delle classiche anche il fenomeno Pogacar tende a perdersi.

Perché tutto questo? Perché siamo certi che al Fiandre, Pogacar potrebbe staccare nuovamente tutti e fare l’inchino sul traguardo. Come siamo certi che lo stesso copione potrebbe ripetersi alla Roubaix, se il suo livello di forze sarà così più evidentemente superiore a quello degli altri. Ma il 13 aprile, sulle pietre francesi, il dislivello non sarà il fattore principale e con Pogacar nel velodromo potrebbero presentarsi Van der Poel, Philipsen, Ganna e Van Aert e il finale non sarà più così scontato. Allora vedremo se Pogacar avrà capito che il muro non si può sempre abbattere. Dovrà mostrare astuzia oltre che forza. E a ben vedere tutto questo è ciò che renderà la sfida di Roubaix la più bella di tutte. Al pari della Sanremo, ma per un tratto molto più lungo e polveroso.

P.S. E’ appena arrivato il comunicato con cui l’UCI accontenta gli organizzatori aggiungendo una terza wild card ai Grandi Giri e rende più elastica la collocazione dei rifornimenti durante le gare. Un doppio gesto di buon senso, soprattutto il secondo. Avevamo segnalato il malfunzionamento del sistema adottato, resta solo una domanda: perché fare regole senza coinvolgere chi poi dovrà applicarle?

Pogacar a Roubaix: è davvero un rischio? L’opinione di Zanini

31.03.2025
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Pochi giorni fa è arrivata la conferma ufficiale forse più attesa degli ultimi lustri: tra meno di due settimane Tadej Pogacar parteciperà alla Parigi-Roubaix. La notizia è tanto più clamorosa perché l’ultimo vincitore di Tour de France a fare sua la Regina della Classiche è stato Bernard Hinault nel 1981, qualcosa come 44 anni fa. La notizia era nell’aria da diverse settimane, almeno da quando la UAE Emirates aveva postato quel video, in cui il campione del mondo si cimentava – con molta classe, ça va sans dire – sulle pietre della foresta di Arenberg.

Dalla squadra però, fino all’annuncio arrivato dopo la Milano-Sanremo, era trapelato più di qualche scetticismo. Mauro Gianetti ancora dopo la Strade Bianche aveva dichiarato che sperava che il campione del mondo desistesse, aspettando magari ancora un anno. Troppo alto il rischio di una caduta che avrebbe potuto compromettere il resto della stagione, Tour de France in testa. Ma, ci siamo chiesti, davvero la Parigi-Roubaix è così pericolosa rispetto alle altre gare?  Per cercare di capire meglio abbiamo parlato con Stefano Zanini, DS dell’XDS Astana Team, che nella sua carriera da professionista vanta due top 5 sulle pietre francesi.

Zanini è stato uno specialista delle classiche: qui nel 1996, mentre taglia vittorioso il traguardo dell’Amstel Gold Race
Zanini è stato uno specialista delle classiche: qui nel 1996, mentre taglia vittorioso il traguardo dell’Amstel Gold Race
Stefano, andiamo dritti al sodo: davvero la Roubaix è così pericolosa? Specie ora che la famigerata entrata alla Foresta di Arenberg è stata modificata.

La grande differenza ovviamente la fa il percorso, cioè il pavé, che è un pavé diverso da quello del resto del mondo. Alcuni tratti sono messi davvero male, nonostante la manutenzione costante, primi fra tutti il Carrefour de l’Arbre e la Foresta, nonostante il nuovo ingresso. Che poi sia pericolosa o meno dipende da come i corridori si comportano in bici. Comunque io non la vedo molto più pericolosa delle altre gare, che al giorno d’oggi sono tutte complicate con gli spartitraffico e i paletti che si trovano ovunque. 

Quindi molto dipende dai corridori?

Sento dai miei ragazzi che c’è chi rischia più del dovuto, quando a volte basterebbe aspettare un attimo per passare in certi frangenti. Tante volte le cadute sono dovute a questo, al fatto che per la foga non si frena più, anche quando sarebbe giusto.

La foresta di Arenberg, da sempre uno dei punti più delicati della Roubaix. Per il secondo anno però una deviazione obbligherà i corridori ad entrarci più lentamente
La foresta di Arenberg, da sempre uno dei punti più delicati della Roubaix. Per il secondo anno però una deviazione obbligherà i corridori ad entrarci più lentamente
Immaginiamo che però non sia facile dire a chi si gioca una classica monumento di tirare i freni…

Sono gare importanti, io quello che dico è: «E’ un momento importante e bisogna essere in buona posizione», come fanno anche tutti gli altri direttori sportivi. Poi ovviamente davanti non c’è spazio per tutti e lì vengono fuori i problemi. In passato ci siamo sentiti dire che è colpa nostra (dei DS, ndr) se i corridori cadono, ma questo non lo accetto. Ai miei tempi i tecnici ci dicevano lo stesso e però si cadeva meno. 

Perché secondo te?

Non dico che non si cadesse, per carità, però non c’erano tutte queste cadute. Forse c’era un po’ più di rispetto tra i corridori. Il motivo preciso non saprei dirlo, non sto dentro al gruppo, ma sento i miei ragazzi che mi dicono che tal corridore non frena, che un altro rischia troppo.

Il Carrefour de l’Arbre è l’altro punto cruciale della gara: qui nel 2023 Van Aert ha forato lanciando Van der Poel verso la vittoria
Il Carrefour de l’Arbre è l’altro punto cruciale della gara: qui nel 2023 Van Aert ha forato lanciando Van der Poel verso la vittoria
Torniamo a Pogacar. Anche tu come Gianetti avresti delle remore sul fargli correre la Roubaix?

Forse sì. Poi è anche vero che se stai a vedere il rischio delle cadute non corri più, perché possono capitare sempre come abbiamo visto anche negli ultimi anni. Lui per esempio due anni fa è caduto alla Liegi, dove nessuno se lo aspettava, cosa che gli ha compromesso il Tour. Capisco anche che alcune squadre rispetto ad altre debbano pensare a tutelare i loro atleti, se possono giocarsi le grandi corse a tappe. Giustamente devono mettere tutto sul piatto e poi decidere. Piacerebbe anche a me avere di questi pensieri, ma purtroppo almeno per il momento non ce li abbiamo.

Può avere senso dire che alla Roubaix è più facile cadere, ma meno difficile farsi male?

Secondo me no, dipende sempre dalla caduta. Anche in discesa si può fare solo una scivolata senza conseguenze, mentre a volte andando a terra a velocità bassa ci si può rompere un polso o la clavicola. Va molto a fortuna. A me è capitato sia di non farmi niente cadendo ad alta velocità sia di avere conseguenze cadendo in modo sciocco. Le variabili sono davvero tante.

Però è vero che ci sono corridori che cadono più di altri, o no?

Non saprei nemmeno io, certo c’è la sfortuna, poi forse qualcuno è un po’ meno abile a guidare la bici, meno reattivo, cosa che li porta ad essere più coinvolti di altri. 

Pogacar si è già cimentato sul pavè della Roubaix al Tour 2022, dove è sembrato molto a suo agio sulle pietre
Pogacar si è già cimentato sul pavè della Roubaix al Tour 2022, dove è sembrato molto a suo agio sulle pietre
Invece, forare è sempre solo sfortuna o può essere anche imperizia?

Secondo me è solo casuale, perché alla Roubaix spesso si fora quando si è in fila indiana dietro a qualcun altro, senza avere nessuna colpa. Poi anche lì, ci sono delle variabili. Per esempio è importante stare al centro della strada il pavé è migliore, soprattutto quando è bagnato, e se si va di lato dentro le pozzanghere non puoi mai sapere cosa c’è sotto.

Ultima domanda. Avere Pogacar in gara cambia qualcosa per voi?

A noi cambia poco, andiamo per fare la nostra gara il meglio possibile con Ballerini e Bol. La presenza di Pogacar da un lato potrebbe essere positiva, potremmo sfruttare il lavoro della sua squadra all’inizio e poi cercare fortuna nei momenti chiave, quando come si diceva prima è fondamentale essere in buona posizione. Se stai davanti è tutto più facile, se ti trovi dietro devi sempre recuperare, spendi tanto, e anche le possibilità di cadere si moltiplicano.

Pesenti e il debutto con la Soudal. Che sapore ha il WorldTour?

31.03.2025
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RICCIONE – Da una Coppi e Bartali all’altra. Piove, fa freddo e il vento che arriva dal mare si fa sentire per noi, figuratevi per i corridori. Il pullman della Soudal-Quick Step è parcheggiato nel medesimo punto in cui era posizionato il traguardo della prima tappa di tre anni fa. Quel giorno su Viale Milano splendeva il sole e la primavera era già entrata decisamente in temperatura. Thomas Pesenti chiuse sesto in scia a Mathieu Van der Poel attirandosi l’attenzione di tutti. La sua storia l’abbiamo raccontata e la conosciamo tutti.

Lì dove tutto è iniziato, ritroviamo il 25enne parmense con i colori della formazione belga WorldTour nonostante sia tesserato per il devo team della Soudal. Sta scoprendo poco per volta questa nuova parte della sua carriera. Fino ad oggi il tassametro di Pesenti dice che ha disputato 15 giorni di gara, distribuiti in maniera equa su tre gare a tappe della stessa durata e nelle quali ha sempre centrato un risultato parziale. Esordio all’Alula Tour dove ha raccolto un sesto posto, poi Gran Camino con un bel quarto ed infine un decimo nella “sua” Coppi e Bartali. Prima di andare al foglio-firma, gli abbiamo strappato qualche minuto, rigorosamente al riparo dalla pioggia.

Alla Coppi e Bartali gli atleti hanno trovato un meteo poco clemente. Pesenti esce però bene dalla corsa
Alla Coppi e Bartali gli atleti hanno trovato un meteo poco clemente. Pesenti esce però bene dalla corsa
Thomas come sono andati questi giorni alla Coppi e Bartali?

Direi abbastanza bene. Peccato per la caduta nella seconda tappa a circa 4 chilometri dall’arrivo (solo abrasioni sul gomito destro, ndr) che ha rallentato anche Mauri (Vansevenant, ndr), che poi ha dovuto fare fatica per rientrare sul gruppo principale. Purtroppo eravamo nel posto sbagliato al momento sbagliato, però non possiamo farci nulla. In ogni caso in tutte le tappe abbiamo sempre cercato di fare risultato, centrando diverse top 10. Ad esempio ho visto molto bene sia Raccagni Noviero che Savino, che sono andati molto forte.

Nel complesso hai tratto qualcosa di interessante su te stesso?

Sicuramente esco dalla Coppi e Bartali con una condizione in crescita. Sono state cinque tappe dure, rese ancora più toste dal meteo brutto e incerto. Il livello poi in gara era molto alto, quindi sono soddisfatto della mia prestazione. Credo di essere stato di supporto alla squadra, cercando di aiutare il più possibile sia Mauri che Viktor (il diciannovenne Sounens arrivato undicesimo assoluto, ndr) che curavano la generale. Comunque io sono qui per imparare il più possibile. Ogni gara per me è un’occasione per farlo e migliorarmi.

Non possiamo però non ritornare indietro al 2022 quando sei esploso in questa corsa. Che effetto ti fa correrla con i colori della Soudal?

E’ una bellissima sensazione, anche se avrei preferito il caldo di quel giorno (dice sorridendo, ndr). Ripensando a dove ero qualche anno fa sono orgoglioso di quello che ho fatto. E correndo me ne sto rendendo conto meglio. Spero di continuare così.

In questo inizio di stagione hai corso solo col team WorldTour. Com’è andata finora in generale?

Non è andato male questo avvio di anno. Ho raccolto un paio di piazzamenti tra Alula Tour e Gran Camino. Non ho tanta pressione per fare risultato, anzi non ne ho per nulla. Ho pressione invece da me stesso per essere di aiuto ai compagni e metterli nelle migliori condizioni. Rispetto agli anni scorsi è un altro modo di correre, però mi piace molto ugualmente.

Ti aspettavi di andare così bene?

Io sono sempre uno che si autocritica, che non è mai contento di quello che fa e voglio sempre di più. Sono consapevole che questo atteggiamento è un limite, perché è peggio e tendo quindi a buttarmi giù di morale. Penso alla caduta della seconda tappa e mi rammarico. Non tanto perché potessi fare chissà cosa sulla rampa finale, quanto invece perché mi era già successo al Gran Camino ruotandomi con altri corridori. So che sono errori stupidi che si possono evitare. O meglio, sono cose che capitano, però per come sono fatto io li vedo come sbagli e sto lì a ripensarci più del dovuto.

In Romagna sono scesi alcuni amici-tifosi di Thomas per salutarlo ed incitarlo
In Romagna sono scesi alcuni amici-tifosi di Thomas per salutarlo ed incitarlo
Lo avrai trovato almeno un lato positivo…

Certo, un qualche passo in avanti l’ho fatto in quel senso (sorride, ndr). So che sono le prime corse ed è ancora lunga la stagione. Mi sto ancora ambientando e sto anche cercando di capire come si corre in un grande team come la Soudal. E di conseguenza sto anche cercando di vedere dove è possibile il bicchiere mezzo pieno per quello che riguarda le mie prestazioni. Sicuramente se dovesse arrivare un bel risultato, cambierebbe il morale ed anche il modo di vedere certe cose.

Ci hai pensato che potresti guadagnare un posto fisso nel team WorldTour?

So che c’è la possibilità, ma non ci penso minimamente. Di sicuro è un grande stimolo, oltre che un grande obiettivo e naturalmente ci proverò. Tuttavia al momento penso solo a dare il meglio di me in ogni corsa e in quello che mi chiedono. Quando avrò le mie occasioni cercherò di giocarmele al meglio. Saranno scelte che non dipenderanno da me

FInora Pesenti ha sempre corso col team WorldTour. In aprile correrà con il devo team (foto Soudal Quick-Step)
FInora Pesenti ha sempre corso col team WorldTour. In aprile correrà con il devo team (foto Soudal Quick-Step)
Ora che hai messo in cascina un po’ di gare, quali sono gli aspetti principali che hai notato rispetto a prima?

Parliamo di dettagli e di punti di vista. Ormai non manca nulla in ogni formazione, ma in un team come la Soudal è tutto amplificato o fatto in grande per qualsiasi cosa o per qualsiasi rapporto che hai con ogni figura che lavora con noi. In un team continental cerchi sempre di portare a casa qualsiasi piazzamento che va sempre bene. Qua invece sono in formazione WorldTour e giustamente pensano soprattutto alla vittoria o a fare una corsa dura. E’ un’altra mentalità ed è più che comprensibile.

Cosa prevede il prossimo calendario di Thomas Pesenti?

Le prossime gare le farò con il devo team e saranno tutte al Nord. Riprendo il 6 aprile in Olanda con la Volta NXT Classic, una gara piena di côte. Dal 9 al 12 sarò al Circuit des Ardennes, poi il 16 in Belgio per la Ronde van Limburg ed infine dal 25 aprile all’1 maggio correrò il Tour de Bretagne. Mi attende un bel mese di gare e sono pronto. Non sarebbe male centrare qualche piazzamento buono.

Wiebes fa 100: volata senza storia. Balsamo seconda

30.03.2025
6 min
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Come a Sanremo, come a De Panne, tutto apparentemente facile. Molto facile. Troppo facile. Sprinta, s’invola e quando si alza per festeggiare allargando le braccia si toglie persino gli occhiali. Cose che si fanno quando si arriva da soli. Ma d’altra parte, quando si è la più forte, almeno su certi percorsi, è così. A Ypres, Gand-Wevelgem Women, Lorena Wiebes vince ancora e raggiunge la centesima vittoria in carriera, la terza nelle ultime tre gare. E si conferma regina della primavera.

Potenza, lucidità, velocità. Elisa Balsamo, seconda, era posizionata perfettamente, le è stata a ruota ma non è neanche riuscita ad uscirle di scia. Se non quando Lorena si è rialzata. Se poi a lanciarti è la campionessa del mondo, la compagna Lotte Kopecky, allora tutto si fa ancora più “scontato”. A volte sembrava di rivedere Van der Poel con Philipsen al Tour. Quando vedevano le brutte, VdP si spostava, con Philipsen a ruota. Dava una sgasata sul filo dei 70 all’ora e lo lanciava. Kopecky più o meno ha fatto così, con la differenza che in precedenza tutta la SD Worx-Protime aveva lavorato benissimo.

Confalonieri dixit

Una Gand sorniona? Forse, almeno vista dalla tv. La fuga del mattino, qualche caduta a creare problemi qua e là, anche alla nostra Elisa Longo Borghini, e gli attacchi sui muri. Stavolta il Kemmelberg fa la selezione, ma non è così netta. Altro segnale che il ciclismo femminile sta crescendo. Poi sì, vincono le stesse, ma in tutt’altro modo.

Come ci aveva detto Confalonieri: «Arriva un gruppo di una quarantina di atlete e se dentro c’è Wiebes, vince lei». Amen!

«Dopo il Kemmelberg – ha detto una felicissima, ma sempre composta Wiebes – siamo rimaste in un drappello davanti, ma la collaborazione non è stata così buona, quindi il gruppo ci ha ripreso. A quel punto sapevamo che nessuno avrebbe voluto stare con me fino al traguardo. E lì la squadra è stata bravissima a controllare la gara».

A fine gara Kopecky è parsa sinceramente felice. Probabilmente senza di Vollering si sente più leader e anche felice di aiutare le compagne
A fine gara Kopecky è parsa sinceramente felice. Probabilmente senza di Vollering si sente più leader e anche felice di aiutare le compagne

Wiebes: 100 e chapeau

Un alleato naturale per tenere chiusa la corsa, ma non poteva essere diversamente: a quel punto è stata la Lidl-Trek di Balsamo.

«Sapevo – riprende Wiebes – che Lotte era con me in finale e questo mi ha dato tranquillità. Visto il caos, avevamo scelto di lasciare che solo Lotte guidasse lo sprint, dopo che le altre ragazze avevano fatto un ottimo lavoro portandomi davanti. Certo, Lotte avrebbe fatto un lead-out di quasi un chilometro, un bel po’! Ho anche pensato che fosse davvero presto. Ma sapevo anche che Lotte è molto forte e che avrebbe saputo come fare. Mi sono fidata completamente di lei e ai 250 metri mi sono detta: ora inizio io».

Stupefacente, la differenza tra i campionissimi e gli ottimi corridori. Sentite che lucidità, che calma nel raccontare uno sprint così teso dopo quasi 170 chilometri di gara.

Sul Kemmelbeg Balsamo (con Paternoster a ruota) fa fatica: ma poi rientrerà
Sul Kemmelbeg Balsamo (con Paternoster a ruota) fa fatica: ma poi rientrerà

E Balsamo… fa 32

La magra consolazione per Balsamo è che è stata l’unica a tenere la ruota di Wiebes. Quello dell’olandese è stato uno sprint talmente forte che probabilmente con la vecchia regola del buco, dopo 1” anziché 3”, quindi con uno spazio minore, sarebbero state le uniche due con lo stesso tempo.

Ma è così, alla fine in carriera ognuno ha la sua “bestia nera”. E oggi, da quando sono professioniste entrambe, è la 32ª volta che Wiebes vince e Balsamo è seconda.

«In questo periodo – ha detto Elisa – Wiebes è molto forte, anzi è la più forte ora, ma sono abbastanza soddisfatta del mio sprint. Ovviamente partiamo sempre per vincere, ma anche il podio è un’importante. Non mi ha sorpreso che sia partita così lunga.

«Sono contenta anche per la squadra: siamo state molto aggressive. E per questo ringrazio le ragazze. Spero che un giorno possa vincere per loro. Abbiamo provato a fare anche alcuni ventagli ad un certo punto, ma non ha funzionato».

E ora il Fiandre

La settimana che arriva è quella che porta al Giro delle Fiandre. Mercoledì ci sarà l’antipasto della Dwars door Vlaanderen, e Wiebes non ci sarà. Si arriva così alla Ronde con i valori in campo ben delineati e una Wiebes più forte che mai. Che possa imporre la sua legge anche lì? I numeri non le mancherebbero, la “faccia tosta” forse sì.

Ci spieghiamo. In Sd Worx gli equilibri sono perfetti e c’è armonia. Come a Sanremo, anche oggi la tattica era: se Lotte se ne va sul Kemmelberg fa lei la corsa, altrimenti c’è Lorena. Difficile dunque pensare che Wiebes faccia di testa sua. I muri della Ronde sono tutt’altra cosa.

E infatti, parlando proprio di Fiandre, Wiebes ha detto: «Spero di poter continuare a stare davanti il più a lungo possibile per supportare la squadra nel miglior modo. Non penso che potrò fare troppo di più. Se sarà diverso vedremo. Ma intanto Lotte dimostra di essere molto forte, quindi è bello avere più carte da giocarci».

La speranza però, come abbiamo detto, è che i muri del Fiandre siano un’altra cosa e la campionessa in carica si chiama Elisa Longo Borghini. La volata ad Oudenaarde magari non ci sarà…

Pedersen, terza Gand: 56 chilometri da solo come i giganti

30.03.2025
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Che faccia ha un corridore che progetta l’impresa sin dalla partenza? Nel mattino di Gand, Mads Pedersen è parso di poche parole ben più del solito. Il gioco di luci e ombre sul volto ne scolpiva l’espressione che il fotografo è stato bravo a cogliere prima che il gruppo variopinto prendesse la via della campagna. Mancavano 250 chilometri a Wevelgem e quando infine l’ha raggiunta, vincendo la corsa per tre volte come pochi giganti prima di lui, il danese della Lidl-Trek è entrato nella storia.

Dopo l’arrivo è senza parole, neppure lui pensava che gli venisse così bene. Una vittoria come Van der Poel o Pogacar, una vittoria da campione che ne ha più di tutti gli altri.

«Non mi sarei mai aspettato di farlo in questo modo – dice appena ha avuto il tempo di riprendere fiato e rendersi conto – volevo mettere alla prova le mie gambe sul pavé. Quando ho attaccato da solo sul Kemmelberg con più di 50 chilometri da percorrere, ho pensato di aver scoperto le carte troppo presto, ma fortunatamente sono riuscito a resistere. Alla fine (ride, ndr) si è rivelata la decisione giusta».

Il ferro finché è caldo

Nessuno ha dimenticato com’era finita lo scorso anno, quando Mads giocò da furbo nella volata a due e fece cadere nella trappola nientemeno che Van der Poel. L’olandese venerdì ha fatto la sua recita ad Harelbeke e poi si è ritirato… nelle sue stanze, aspettando il Fiandre e la Roubaix. Imitarlo non avrebbe avuto senso, deve aver pensato Pedersen. Se corri solo quando ci sono lui e Pogacar, non vinci. Allora è meglio battere il ferro finché è caldo e dare soddisfazione a una gamba così buona, come quella con cui Mads è uscito dalla Parigi-Nizza.

«Un monumento come il Fiandre – spiega – è una gara completamente diversa e ci sono altri due top rider al via (ridendo, ndr). Uno di loro due giorni fa mi ha staccato sull’Oude Kwaremont, ma questa vittoria sicuramente mi dà la carica. Non andrò al Fiandre rassegnato. Aver vinto di nuovo qui significa molto. Stamattina mi avevano detto che potevo diventare un detentore del record. E’ un onore essere nella lista accanto a Merckx e Boonen».

La paura del gruppo

Oltre a Pedersen, altri sei corridori hanno vinto tre volte la Gand-Wevelgem. Prima di lui (che l’aveva già vinta nel 2020 e 2024), ci sono stati Boonen, Sagan, Cipollini, Merckx, Van Looy e Van Eenaeme, con la sensazione che Pedersen potrebbe anche lasciarseli alle spalle, dati i suoi 29 anni e la consapevolezza che cresce stagione dopo stagione. Eppure per qualche istante, anche il gelido Mads ha avuto paura di non farcela.

«Sapevo dalle edizioni precedenti – spiega – che negli ultimi dieci chilometri il gruppo può essere più veloce dell’attaccante, quindi non ero molto sicuro di avercela fatta. Solo negli ultimi 5 chilometri ho creduto che avrei portato a termine il compito. Forse sono nella mia migliore forma di sempre».

In realtà il suo vantaggio non è mai sceso in modo per lui rischioso. Pedersen è parso in controllo e spinta sempre efficaci. Del resto se ad Harelbeke il solo cui si è inchinato è stato il prodigioso Van der Poel del Qwaremont, senza Mathieu tra i piedi chi avrebbe potuto fermarlo?

Van Aert fa le prove

Il terzo posto di Jonathan Milan mette ancora una volta un italiano sul podio, con Ballerini sesto a fargli compagnia fra i primi 10. Il friulano ha raccontato che la Lidl-Trek è partita con l’idea di vivere un bel giorno, consapevole di avere più carte da giocare. Ha ammesso di essere uscito troppo presto nella volata e che il Fiandre potrebbe essere una sfida proibitiva, mentre la Roubaix per lui è la corsa più speciale, nonostante non l’abbia mai conclusa.

Il Fiandre è per tutti o quasi un argomento tabù. Contro i giganti servirà un miracolo per guadagnarsi un posto al sole, al punto che sui media belgi si è dato grande risalto al lavoro svolto proprio oggi da Wout Van Aert. Mentre Pedersen vinceva la Gand-Wevelgem e nonostante gli avessero suggerito di parteciparvi a sua volta, il belga della Visma-Lease a Bike ha completato una simulazione di gara, con un allenamento di oltre 140 chilometri a 42,800 di media.

Pedersen lo incontrerà mercoledì alla Dwars door Vlaanderen di Waregem, la gara che lo scorso anno vide la caduta disastrosa e il ritiro di Van Aert. Pogacar, Van der Poel e Ganna non ci saranno. Per rivederli ci sarà da attendere un’altra domenica. La prossima.

Due secoli di Stelvio, Cima Coppi per storia e per diritto

30.03.2025
6 min
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Lo Stelvio compie 200 anni. La montagna resa famosa per la prima volta nel 1953 da Fausto Coppi (foto di apertura Publifoto/LaPresse) sarà al centro di un calendario di iniziative dalle quali si coglie immediatamente la sua importanza. Se infatti la strada fu scavata a tempo di record per la sua utilità commerciale, oggi il passo più alto d’Italia è un polo sportivo e turistico di primissimo piano fra la Valtellina, l’Alto Adige e l’Engadina, in Svizzera.

Per i 200 anni dello Stelvio, si stanno organizzando eventi e manifestazioni
Per i 200 anni dello Stelvio, si stanno organizzando eventi e manifestazioni

Tutto fatto in 63 mesi

All’inizio dell’Ottocento il collegamento fra la Val Venosta e la Valtellina, fra l’Austria e Milano, era assicurato da un sentiero, che non poteva più bastare. Il progetto per una strada larga tre metri fu commissionato nel 1812, ma con le Guerre Napoleoniche che infuriavano, non si trovarono tempo né risorse. Fu Federico II d’Asburgo a riprenderlo in mano nel 1818, affidando l’incarico a Carlo Donegani, l’ingegnere di Sondrio che aveva già progettato lo Spluga. I lavori furono terminati in 63 mesi. La strada venne inaugurata infatti nel 1825. Fu così che nacque il Passo dello Stelvio, a 2.758 metri sul livello del mare, lunghezza complessiva di 46,5 chilometri, 88 tornanti e 7 gallerie.

La strada fu teatro degli scontri tra italiani e austriaci nella Prima Guerra Mondiale, mentre la prima volta che lo Stelvio comparve nel Giro d’Italia fu, come si diceva, nel 1953. Coppi se ne servì come trampolino per ribaltare la classifica generale e strappare la maglia rosa dalle spalle dello svizzero Koblet.

E’ il 1975, testa a testa fra Bertoglio e Galdos sullo Stelvio: il Giro finisce in cima, maglia rosa all’italiano
E’ il 1975, testa a testa fra Bertoglio e Galdos sullo Stelvio: il Giro finisce in cima, maglia rosa all’italiano

Il Giro per 13 volte

Il Giro d’Italia dei professionisti ha affrontato lo Stelvio per 13 volte: 8 dal versante valtellinese, 5 da quello altoatesino. Il valico è stato per quattro volte arrivo di tappa, con vittorie di Battistini, Fuente, Galdos e per ultimo De Gendt nel 2012. La vittoria di Galdos fu particolare perché quell’anno, nel 1975, il Giro d’Italia si concluse proprio lassù. Lo spagnolo fece di tutto per staccare Bertoglio, ma non ci riuscì. A lui andò la tappa, il bresciano si portò a casa la maglia rosa che quest’anno festeggia i suoi 50 anni.

«Quel giorno rimarrà indelebile – ci raccontò quando nel 2005 andammo a trovarlo per i 30 anni dalla vittoria – me ne rendo conto sempre di più. Sono nella storia e ci rimarrò per sempre. Non tutti erano convinti che ce l’avrei fatta a difendermi da Galdos, ma io ci credevo. E ho anche il rammarico di non aver fatto la volata per vincere. Avevo la gamba giusta, ma ho voluto rispettarlo lasciandogli il successo».

Nel 1994, Pantani supera lo Stelvio e sul Mortirolo si scatena staccando Indurain e Berzin
Nel 1994, Pantani supera lo Stelvio e sul Mortirolo si scatena staccando Indurain e Berzin

Coppi, Vona e Pantani

Proprio in onore di Fausto Coppi che lo tenne a battesimo, il passo è la Cima Coppi del Giro ogni volta che vi viene inserito: essendo un titolo che spetta alla cima più alta della corsa, non potrebbe essere altrimenti dato che in Italia non si trovano valichi più alti. Lo Stelvio è stato a lungo anche il passo più alto d’Europa, finché i francesi non fecero un giochino. Si inventarono un anello stradale attorno alla piramide rocciosa de La Bonette che da 2.715 passò a 2.802 strappando allo Stelvio il suo primato. Fra gli atleti che hanno conquistato la Cima Coppi, ricordiamo Gaul, Bernaudeau, Cataldo, Nibali e nel 1994 anche il ciociaro Franco Vona. 

«Io non sono che un piccolo granello al confronto dello Stelvio – dichiarò Vona – e per me fu una gioia immensa, quasi come vincere una tappa. Il ciclismo è legato a episodi romantici come quel mio passaggio, tanto che mi capita più spesso di essere ricordato per quel passaggio che per le due tappe che avevo vinto a Corvara e prima ancora a Innsbruck (rispettivamente nei Giri del 1992 e del 1988, ndr). Quel giorno fu indimenticabile, anche per l’esplosione di Pantani. Mi riprese sul Mortirolo e quando mi passò pensai che fosse davvero forte. Io ero sfinito, lui sembrava fosse appena partito. Avevo fatto tante fughe nella mia carriera, ma nessuno mi aveva mai ripreso e staccato a quel modo».

Il 5 giugno del 1994, lo Stelvio diede l’ispirazione al giovanissimo Marco Pantani, che infatti planò su Bormio e iniziò la fantastica cavalcata sul Mortirolo e il Santa Cristina

Giro del 2005, Passo dello Stelvio. Basso sta male, si copre e riparte
Giro del 2005, Passo dello Stelvio. Basso sta male, si copre e riparte

Il dramma di Basso

Al ricordo esaltante e pieno di malinconia di quel 1994, corrisponde quello di Ivan Basso che nel 2005 sullo Stelvio avrebbe potuto costruire la prima vittoria al Giro, invece ne fu respinto. Lui che in Valtellina aveva trascorso tutte le estati nella casa di origine di sua madre.

«Uno dei miei primi ricordi da ciclista – racconta infatti Basso – è la scalata dello Stelvio con mio padre quando avevo otto anni. Era una giornata luminosa e pedalavo sulla mia Moser blu e argento. Lo Stelvio è duro per qualsiasi ciclista, ma per un bambino è un’impresa speciale, mi sentivo come se stessi scalando la montagna più alta del mondo. Mi ha sempre ispirato grande rispetto. Su una salita così c’è una sola regola: non andare mai fuori giri, soprattutto in gara. Negli ultimi 5 chilometri sei oltre 2.000 metri e c’è così poco ossigeno che ti manca il fiato.

«Salire può essere un’esperienza intensa ed emozionante. Ho scalato lo Stelvio lottando per la maglia rosa, ma stavo male e persi 42 minuti, vidi svanire il Giro. Ogni pedalata contro quella pendenza feroce fu una vera tortura».

L’ultima volta che il Giro èa rrivato allo Stelvio, vinse De Gendt: era il 2012
L’ultima volta che il Giro èa rrivato allo Stelvio, vinse De Gendt: era il 2012

Il Giro del 2025

Lo Stelvio è da sempre il metro di paragone per ciclisti da tutto il mondo. Nel surreale e splendido Giro del 2020, corso a ottobre per il Covid, per primo sulla cima transitò l’australiano Dennis, nella tappa che si sarebbe poi conclusa ai lagni di Cancano. Si sarebbe dovuti salire lassù anche nel 2024, ma la famosa nevicata che bloccò la carovana a Livigno sconsigliò l’idea.

Ai piedi di quella strada che nell’estate compirà 200 anni, il Giro farà tappa anche quest’anno. La corsa non andrà lassù: il rischio neve resta un deterrente troppo grande. Si arriverà a Bormio, con la 17ª tappa che scalerà il Tonale e il Mortirolo. Lo Stelvio ci guarderà dall’alto. E quella sera, cenando nella sua vasta ombra, brinderemo a lui con un calice di buon rosso valtellinese, prima di ripartire l’indomani da Morbegno alla volta di Cesano Maderno.

Dopo il podio di via Roma, la Ruegg ambisce al tetto del mondo

30.03.2025
6 min
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Vollering, Wiebes, Longo Borghini? Sì, sono le protagoniste di questo inizio di stagione, ma non sono le più costanti, ossia quelle che a livello di WorldTour hanno ottenuto più punti. Il primato spetta infatti a Noemi Ruegg, svizzera ventiquattrenne che paradossalmente non appartiene a un team della massima serie, correndo per l’EF Education-Oatly.

L’elvetica ha iniziato in Australia conquistando di forza il successo al Santos Tour Down Under, ma poi ha colto anche il terzo posto alla Cadel Evans Great Ocean Race, per poi collezionare Top 10 nelle classiche di casa nostra, tra Strade Bianche, Trofeo Binda fino al podio a sorpresa nella Milano-Sanremo. Ce n’è abbastanza per andare alla sua scoperta e capire come sia spuntata fuori tra le grandi del panorama internazionale.

Willunga Hill: la Ruegg mette le mani sul Santos Tour e da lì parte la sua entusiasmante stagione
Willunga Hill: la Ruegg mette le mani sul Santos Tour e da lì parte la sua entusiasmante stagione
Qual è la tua storia ciclistica, come hai iniziato e sei arrivata a questo punto?

Ho iniziato attraverso la mia famiglia. Ho un fratello maggiore di 5 anni, Timon, ora è un professionista di mountain bike ma a ispirarci è stato nostro padre. Con lui che era un ciclista per diletto andavamo a vedere le gare di ciclocross di mio fratello maggiore e a un certo punto ho voluto provarci anch’io. Soprattutto quando dovevo andare a scuola in bici, me ne sono davvero innamorata. Ho voluto provare anche io una gara di ciclocross, e mi è piaciuta molto. Lì ho cominciato davvero.

Dall’inizio dell’anno sei la ciclista che ha ottenuto più risultati: che cosa è cambiato per farti fare questo progresso?

Mi alleno in modo molto costante e ho sempre saputo che questi risultati erano dentro di me. Mi sentivo abbastanza forte per farlo, ma avevo solo bisogno di acquisire molta esperienza. Penso che ora il lavoro stia semplicemente dando i suoi frutti come tutto quello che ho fatto negli ultimi anni. Acquisire esperienza nelle gare significa saperle leggere in anticipo, cogliere tutte le tattiche e reggere anche fisicamente. Sono migliorata molto e penso che potrei fare un altro passo avanti. Ma non c’è niente che abbia fatto di diverso in modo specifico. Penso che sia solo che ho lavorato sodo e costantemente.

La gioia della ventitreenne di Schlofflisdorf per la sua vittoria al Santos Tour Down Under
La gioia della ventitreenne di Schlofflisdorf per la sua vittoria al Santos Tour Down Under
Quanto ha inciso vincere il Tour Down Under nella tua consapevolezza?

Di sicuro mi ha dato molta sicurezza perché era la prima gara della stagione e non sai mai dove ti trovi dopo l’inverno. Per me è stato un sollievo perché sono rimasta per lo più a casa in Svizzera a causa del vento. Quindi ho passato un sacco di ore anche sui rulli e pensavo «Oh, forse avrei dovuto andare in Spagna come tutti gli altri per fare un buon ritiro di allenamento». Ma ho deciso di restare a casa. Quindi ero un po’ dubbiosa su quel che avrei ottenuto. Sì, ho fatto la cosa giusta e questo mi ha dato molta sicurezza.

Tu emergi sia nelle corse a tappe che nelle classiche: quali sono le corse che preferisci?

E’ difficile dirlo. Mi piacciono molto entrambe. Penso che le corse a tappe siano qualcosa di veramente speciale perché hai la possibilità ogni giorno di migliorare immediatamente. Gli errori che hai fatto come squadra, li puoi annullare. Le classiche di un giorno mi piacciono molto perché sono sempre piene di incognite. Non riesco davvero a decidere cosa mi piace di più.

L’elvetica, campionessa nazionale lo scorso anno, ha trovato nel team la realtà giusta per emergere
L’elvetica, campionessa nazionale lo scorso anno, ha trovato nel team la realtà giusta per emergere
Hai cambiato team lo scorso anno lasciando il WorldTour: che differenze hai trovato?

In realtà la EF è strutturata come un team del WorldTour. Tutto è perfettamente organizzato e lavoriamo anche abbastanza in contatto il team maschile. A me sinceramente sembra di essere sempre in un team della massima serie. Ovviamente le due squadre sono un po’ diverse. In questo mese ho avuto davvero il mio ruolo di leader, che mi è anche piaciuto molto. E penso che potrei imparare molto anche da questi due anni, diventare una leader a tempo pieno e ho avuto davvero la possibilità di farlo nel team EF. Prima mi sentivo un po’ bloccata in questo ruolo di aiutante, gareggiando soprattutto nel calendario nazionale. Avevo bisogno di cambiare qualcosa.

Hai chiuso sul podio la Milano-Sanremo: che corsa è stata per te?

E’ stato fantastico. Io ancora non riesco a pensarci. Sono salita sul podio in una delle gare monumento. La gara è stata abbastanza frenetica fin dall’inizio, penso che tutti fossero super nervosi perché quella era la prima edizione e non sapevamo a che cosa andavamo incontro.  Ci sono anche state un paio di cadute che mi hanno costretto a fermarmi e ripartire. Quindi la mia squadra ha dovuto riportarmi nel gruppo. Non è stata una gara perfetta dall’inizio alla fine ho fatto qualche errore, ma alla fine ero lì quando dovevo essere nei punti chiave e mi sentivo forte su entrambe le salite decisive. E potevo fidarmi del mio sprint.

Una Ruegg raggiante sul podio della Sanremo. Eppure a ripensarci poteva anche far saltare il banco…
Una Ruegg raggiante sul podio della Sanremo. Eppure a ripensarci poteva anche far saltare il banco…
Ma l’hai trovata molto diversa dalle altre classiche e così particolare per quanto riguarda la strategia come la gara maschile?

Non possiamo davvero paragonare la gara maschile a quella femminile. C’è un chilometraggio molto diverso, ma abbiamo dimostrato che possiamo davvero fare una gara emozionante anche noi. Come nella gara maschile. Non è un caso se all’arrivo sia arrivato un gruppo ristretto e il finale sia stato così emozionante.

Tre volte in top 10 nelle classiche italiane del WorldTour: pensi che avresti potuto fare meglio e dove?

Bella domanda, in effetti c’è una cosa in cui avrei potuto fare un po’ meglio. Lo sprint mi sarebbe andato molto bene con il leggero arrivo in salita, ma ero troppo indietro all’ultima curva. Così non sono riuscita a fare il mio sprint perfetto. Chissà, in una posizione migliore poteva anche andare diversamente. Comunque tre volte nella top ten e il podio a Sanremo è già incredibile.

Per l’elvetica i risultati ottenuti stanno portando grande popolarità anche in patria
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In corsa ti piace avere l’iniziativa o studi le avversarie per scegliere la tattica migliore?

Mi piace molto avere la mia strategia e un mio piano che mi dia risultati. All’avvicinamento di una gara mi dedico sempre a molto riposo. Poi vado in gara e mi domando «Cosa devo fare? Qual è il piano?». Nel ciclismo devi sempre essere flessibile. Devi adattarti, ma anche fidarti del tuo istinto, e penso di stare migliorando anche in quello.

Per una ragazza svizzera la mountain bike è ancora la prima scelta o i risultati della Reusser e tuoi stanno cambiando la situazione?

Ho anche fatto un po’ di mountain bike in passato ma non mi sono mai impegnata davvero. Non mi è mai piaciuta molto, ma è ancora la disciplina più praticata da noi. Però il cambiamento è in atto. Possiamo avere più ragazze anche sulla strada, ma non solo grazie a me, penso a Marleen Reusser, Elise Chabbey, Linda Zanetti, siamo tutte dei buoni modelli e penso che ora possiamo ispirare le giovani.

La svizzera ora punta con decisione ai Grandi Giri, a cominciare dalla Vuelta
La svizzera ora punta con decisione ai Grandi Giri, a cominciare dalla Vuelta
Che cosa desideri ora dalle prossime gare?

Voglio solo restare me stessa e concentrarmi solo sul mio processo. Se continuo a crescere credo che i risultati arriveranno automaticamente. Non voglio mettermi troppa pressione. Non c’è un obiettivo specifico. Sono curiosa di vedere come andrò in un grande giro. Cominciando intanto alla Vuelta e sarebbe incredibile andare sul podio anche lì, ma di sicuro è quella la mia ambizione. Proverò a vincere qualche tappa e poi aiuterò la squadra per la classifica generale.