Pogacar, Hirschi (e Ayuso): i tre diamanti di San Millan

17.04.2021
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Inigo San Millan è il responsabile degli allenatori del Uae Team Emirates e risponde da Denver. Con lui vogliamo parlare di tre talenti che segue in prima persona: Hirschi, Pogacar e il giovane Ayuso che corre al Team Colpack. Da anni, Inigo è professore alla Facoltà di Medicina del Colorado e svolge ricerche sul metabolismo cellulare per il diabete e il cancro. Il ciclismo è uno dei tasselli della sua vita.

«Dedico al team – sorride – le prime ore del mattino, il resto è per l’Università, cercando di fare il meglio possibile. Poco fa ho parlato con Ayuso, ieri ho sentito Hirschi. I ragazzi lavorano su Training Peaks, caricano i loro dati e io posso vedere tutto».

Inigo San Millan è basco di Vitoria, fa la spola fra Usa ed Europa
San Millan è basco di Vitoria, fa la spola fra Usa ed Europa

Pogacar, la calma

Partiamo da Pogacar, 22 anni, il vincitore del Tour. «Tadej – dice Inigo – prima di tutto mi ha colpito come persona. E’ un diamante grezzo, scoperto da Matxin. E nonostante sia così giovane, è calmo e professionale. In questo è come Ayuso, sono molto maturi entrambi, molto simili».

Si può parlare di predestinato?

Ha un recupero straordinario, non è mai stanco. Due anni fa lo portarono alla Vuelta, non aveva ancora 21 anni. Vinse tre tappe, compresa la penultima. A livello cellulare ha una predisposizione genetica per certi sforzi, recupera bene anche durante la gara. E l’aspetto mentale fa il resto.

Vale a dire?

Non è mai nervoso, in tensione. Se oggi va male, pensa che domani andrà meglio e a come rifarsi. Prima dell’ultima crono del Tour, Roglic si stava scaldando sui rulli. Lui si è avvicinato ed è andato a dirgli in bocca al lupo. Lo rispetta. Sono amici, ma in corsa è guerra. Non pensavo che avrebbe vinto, si sono sposati il peggior giorno di Roglic e quello super di Tadej.

Com’è sul lavoro?

Non ho mai dovuto dirgli di allenarsi meno o con minore intensità, ma è pur sempre giovanissimo e ha bisogno di recuperare. Il Tour è finito il 29 agosto e l’ho mandato per due settimane a casa, dicendogli di andare a fare dei picnic con la sua compagna. Giù dalla bici è un ragazzo normale, che fa le cose dei suoi coetanei. Per lui il ciclismo è un divertimento. Attacca da lontano perché lo diverte ed è tipico di queste nuove generazioni che non hanno paura di niente.

Magari quest’anno sarà diverso?

Sicuramente l’ambiente gli metterà più pressione, ma a livello mentale Tadej è superiore. E’ super intelligente, non ha paura di perdere e nemmeno di vincere. Non so quanto sia lontano dal suo top, ma non credo che lo vedremo prima dei prossimi 6-7 anni.

Pogacar con la ragazza, Urska Zigart, al via del Trofeo Binda
Pogacar con la ragazza, Urska Zigart, al via del Trofeo Binda

Hirschi, la libertà

Lo svizzero è arrivato in Uae in ritardo rispetto agli altri, portato nel team da un colpo di mercato di Mauro Gianetti. Ed è questo, secondo San Millan, il motivo di un inizio di stagione così spostato in avanti. «Devo ancora conoscerlo bene – dice – abbiamo corretto qualche difetto in bici. Ha finito la stagione tardi, gli è mancato tutto il lavoro di posizionamento ed ha avuto bisogno di più tempo».

Si dice che soffra le regole.

Ci ha detto di volere la sua libertà e non abbiamo problemi a lasciargliela, ma deve esserci continuo scambio di informazioni.

Che tipo di futuro vede?

Ha tanto talento e col tempo può diventare un corridore da corse a tappe. Lavoreremo per questo. La fase attuale prevede di valutarlo in quelle di una settimana. Al Giro dei Paesi Baschi è stato 12° nella crono ed è interessante. Sappiamo che va bene sugli strappi, bisognerà vedere le salite lunghe, ma non c’è fretta di scoprirlo. Ha solo 22 anni.

Si allena davvero troppo?

Si allenava tanto. Nel periodo del lockdown, approfittando del fatto che in Svizzera si potesse uscire, ha fatto una base incredibile.

Il 12° posto di Hirschi nella crono dei Paesi Baschi è per il team un riferimento utile
Il 12° posto nella crono dei Paesi Baschi è un riferimento utile

Ayuso, la scommessa

Juan Ayuso è il più giovane: 18 anni. «In Spagna si parla di lui sin dagli juniores. Andava in fuga e vinceva le volate. Mi pare sia la stessa cosa che riesce a fare ora a livello under 23 con la Colpack».

Quanto è forte?

Ha parametri eccezionali. E’ metodico nel lavoro. Gli dici cosa deve fare e non sbaglia un colpo. Ha un recupero fisiologico eccezionale e test non comuni. Lo alleno dal 2020 e quest’anno abbiamo solo aumentato un po’ le ore di lavoro, ma non arriva mai a farne sei.

Ad agosto salirà a livello WorldTour?

Sono scelte che dipendono dalla squadra, ma certo non ho mai pensato di allenarlo come un pro’. E’ giusto che lavori come un under 23. Mi confronto di continuo con Matxin che l’ha segnalato. Non devono esserci pressioni. E se passerà professionista ad agosto, continueremo rispettando la sua età.

E’ presto per definire il suo raggio di azione?

Molto presto. Dobbiamo valutare il recupero. Ad ora possiamo parlare di un atleta molto completo. Va bene sulle salite. E’ veloce. E’ soprattutto dotato di una grande intelligenza.

Ayuso ha retto bene con i pro’ alla Coppi e Bartali e ha poi vinto fra gli U23
Ayuso ha retto bene con i pro’ alla Coppi e Bartali
Usa spesso questa parola: intelligenza.

E’ una nota comune di questi tre talenti. La uniscono alla dedizione al lavoro e al grande carattere. Sono nati per essere vincenti. Alla loro età, c’è chi si allena troppo per mantenere le attese, ma per loro non sono preoccupato. Non rischiano di crollare. La squadra sta facendo un gran lavoro.

Roglic non sbaglia più e ribalta il Paesi Baschi

11.04.2021
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Questa volta Roglic ha imparato la lezione. L’ultima esaltante tappa del Giro dei Paesi Baschi ha visto lo sloveno lasciare la vittoria parziale a David Gaudu, il francese dell’AG2R Citroen che aveva tirato per tutta la salita finale, alzando anche lui le braccia al cielo (foto di apertura) per la riconquista della corsa spagnola dopo il successo del 2018. Una gara ribaltata l’ultimo giorno, che ha riconfermato come sempre più spesso l’unico rimedio contro avversari di pari livello e anche superiori siano le tattiche giuste.

Primi fuochi

Facciamo un piccolo passo indietro: la gara iberica aveva avuto un’evoluzione molto effervescente, con Roglic vincitore della prima tappa a cronometro, Pogacar che aveva provato a metterlo in crisi nella terza dove erano arrivati insieme e anche lì era sembrato che lo sloveno della Jumbo-Visma avesse capito che era meglio accontentarsi della difesa della maglia…

L’ennesimo testa a testa fra i due sloveni: a Pogacar la tappa, Roglic difende la maglia
Terza tappa, a Pogacar la tappa, Roglic difende la maglia

Nella quarta tappa il colpo di scena architettato dal Uae Team Emirates, con Brandon McNulty lanciato alla conquista della maglia. Roglic era rimasto sorpreso, Pogacar aveva lavorato in funzione dell’americano, forse anche cosciente di non avere le gambe brillanti al 100% dopo aver staccato un po’ la spina al termine della Tirreno-Adriatico.

Pogacar gregario?

Una scelta che sembrava giusta e nella tappa finale, che si sapeva essere decisiva, Pogacar si è messo a lavorare per il compagno. Ma la gara è esplosa molto presto e McNulty ha subito mostrato la corda, così l’ultimo vincitore del Tour si è dovuto mettere in prima persona a salvare il salvabile, mentre Roglic davanti andava a costruire la riconquista. Un errore di valutazione da parte della Uae? Forse, ma è vero anche che il Pogacar dei Paesi Baschi probabilmente non avrebbe potuto fare di più.

Pogacar chiede collaborazione nell’inseguimento, ma Vingegaard lo marca stretto
Pogacar chiede collaborazione, ma Vingegaard lo marca stretto

La realtà però ha sempre due facce: anche non nel pieno della forma, il giovane sloveno ha una marcia superiore. Sulla salita finale, quando era lui a tirare l’inseguimento, il distacco è andato progressivamente scendendo. Quando ha dovuto riprendere fiato dopo l’allungo dell’intramontabile Valverde, davanti Gaudu e Roglic hanno ripreso a guadagnare.

Vingegaard stupisce ancora

Parlando di tattiche, molti avevano criticato la Jumbo Visma per la “disattenzione” nella quarta tappa, non facendo caso al fatto che nel sestetto di testa c’era anche un certo Jonas Vingegaard, che avevamo imparato a conoscere alla Settimana Coppi e Bartali. Il 25enne danese si era andato così a posizionare nei quartieri alti della classifica e nell’ultima tappa ha corso in marcatura stretta di Pogacar.

Risultato: Roglic primo in classifica e Vingegaard secondo a sancire il trionfo della squadra olandese, in barba a tutte le malelingue. Il 25enne danese si conferma interprete sopraffino delle corse a tappe medio-brevi e all’ombra di Roglic potrebbe maturare anche come futuro cacciatore di grandi Giri.

La vera sorpresa del Giro dei Paesi Baschi: di Vingegaard sentiremo ancora parlare…
Di Vingegaard sentiremo ancora parlare…

La sfida fra i due sloveni ha vissuto così un altro capitolo, confermando che nelle gare di più giorni sono loro i riferimenti assoluti attuali. Ora però cambia il terreno di battaglia: i due si ritroveranno alla Freccia Vallone e alla Liegi-Bastogne-Liegi, dove ci saranno però anche altri pretendenti al trono…

Trenta 3K Carbon, leggero e sicuro. Garantisce Pogacar

09.04.2021
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Il casco Trenta 3k Carbon con cui corrono gli atleti del Uae Team Emirates nasce da uno studio metodico e approfondito sin nei minimi dettagli da parte del reparto Research & Development di Met, azienda italiana produttrice di caschi da ciclismo da più di 30 anni, con l’obiettivo di rispettare i più alti standard di qualità e le più rigide procedure di sicurezza.

Leggero e sicuro

Un casco leggero dal peso di 229 grammi che presenta ben 19 prese d’aria. Il sistema di sicurezza è garantito dalla protezione Mips-C2 che riesce a disperdere le forze rotazionali causate dall’impatto dovuto ad un eventuale caduta. Grazie alla tecnologia 3K Carbon i tecnici Met hanno rilevato che il modulo elastico del carbonio permette di ridurre la densità della schiuma di EPS (polistirene espanso) di circa il 20%, mantenendo un’ottima stabilità nella resistenza agli urti. Il risultato ottenuto è una calotta più leggera e performante.

«Il casco – dice Pogacar – è una parte cruciale della nostra attrezzatura. Come ciclisti lo indossiamo tutti i giorni. Se non è comodo e leggero, allora è un problema. Fortunatamente MET ci offre i migliori caschi possibili».

Come nasce

La notevole riduzione del peso è dovuta anche al materiale con cui è stato realizzato il casco, che abbina fibre composite e Polistirene Espanso Sinterizzato: un materiale organico sintetico. Si tratta di un prodotto di origine naturale che viene trattato con processi di produzione di tipo artificiale, con struttura cellulare. L’EPS è costituito per il 98% da aria, la restante parte da carbonio ed idrogeno. Al termine del processo di formazione si ottiene un prodotto rigido e di peso ridotto.

Aerazione e aerodinamica

L’aerazione del casco è garantita da un sistema complesso che presenta 19 prese d’aria. Lo scopo è quello di non trattenere l’aria all’interno e di mantenere la testa fresca. Il sistema di ventilazione è stato studiato in collaborazione con l’organizzazione statunitense NACA (National Advisory Comittee for Aeronautics). La finalità di questa collaborazione è quella di massimizzare il flusso d’aria costante senza sfavorire le prestazioni aerodinamiche del Met Trenta 3K Carbon.

La presa d’aria nella parte anteriore del casco sfrutta la potenza dell’effetto Venturi e spinge fuori l’aria calda dall’interno del casco, attraverso scarichi appositamente posizionati nella parte posteriore. Ciò garantisce un flusso d’aria costante attraverso il casco, senza creare resistenza aerodinamica.

Le impressioni di Trentin

Per approfondire abbiamo deciso di sentire anche Matteo Trentin, corridore di punta della formazione UAE Emirates.

«E’ un casco veramente comodo – dice – che canalizza l’aria al suo interno come pochi altri. La parte posteriore è stata progettata appositamente per favorire il deflusso dell’aria. Fin da subito mi sono reso conto che il ricambio è efficace e garantisce la giusta freschezza. E poi mi piace anche perché è aerodinamico e io a questo fattore attribuisco molta importanza. Ho avuto una buona impressione dalla prima volta che l’ho indossato. Resta fermo ben allineato con la testa. Inoltre posso dire che non ti accorgi nemmeno di averlo. E’ così leggero che ti permette di pedalare con un comfort veramente elevato».

Chiuso e aperto

A corollario di quanto detto, arriva la distinzione fra due modelli di casco in uso al team.

«Abbiamo 2 tipologie di caschi – prosegue Trentin – uno chiuso, il Manta Mips, da usare preferibilmente con la pioggia o per le volate e uno classico per il bel tempo, il Trenta 3K Carbon. In linea di massima è preferibile usare il casco chiuso in condizioni di maltempo. Ma devo dire che il Trenta 3K Carbon con la pioggia va bene anche in versione classica. In fondo è un discorso più individuale, dipende dalle preferenze. Io ad esempio utilizzo il casco chiuso per le corse in cui c’è freddo o anche pioggia. Mentre utilizzo invece il casco aperto per le corse in cui c’è il sole o comunque la temperatura è gradevole».

Colnago all’attacco: bici prodotte in Italia e l’accordo col Tour

22.03.2021
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Colnago riporta in Italia l’alto di gamma e diventa la bicicletta ufficiale del Tour de France. E non finisce qui, venite a leggere.

Quando a maggio scorso Ernesto Colnago decise di vendere la sua azienda, qualcuno all’interno di Chimera Investments, il fondo di Abu Dhabi che l’ha rilevata, propose di trasferire tutto negli Emirati Arabi. L’italianità della bicicletta trapiantata nel deserto. Per fortuna ci si rese conto che l’idea non avrebbe dato grandi frutti e il management individuò in Nicola Rosin, ex Selle Royal, la figura di riferimento su cui incentrare il nuovo progetto. Subito sotto Rosin, si trova Manolo Bertocchi, bergamasco di stanza in Gran Bretagna che da circa un mese ha iniziato a lavorare alla ristrutturazione di un’azienda che per decenni ha avuto come unico riferimento il suo fondatore, con tutte le implicazioni che questo comporta.

Manolo Bertocchi ha lavorato a lungo nella comunicazione del Giro d’Italia con Shift Active Media. E’ ora Direttore Marketing di Colnago
Manolo Bertocchi è il nuovo Direttore Marketing di Colnago

Volendo proseguire nel nostro viaggio fra le aziende che forniscono biciclette ai team WorldTour, una sosta da Colnago era d’obbligo, anche se ci siamo trovati davanti a un vero e proprio cantiere, con Bertocchi direttore dei lavori.

Che cosa sta succedendo in Colnago?

Si sta ristrutturando un po’ tutto, con una serie di obiettivi, fra cui quello di riportare la produzione in Italia, quantomeno l’alto di gamma.

Come si concilia questa esigenza con il boom pazzesco del mercato?

C’è un eccesso di domanda e carenza di materia prima, dal carbonio ai gruppi. Shimano consegna a 18 mesi, Sram a un anno, Campagnolo a 8 mesi. Non possiamo fare una seria campagna di marketing perché non abbiamo materiale da vendere. Quindi anche lanciare dei nuovi modelli non sarebbe positivo, perché potremmo farli vedere e poi non saremmo in grado di consegnarli. Se lanci un prodotto, generi domanda. Abbiamo dei nuovi modelli fantastici, ma dobbiamo ragionare sui 18 mesi di Shimano. Se avessimo i gruppi, faremmo un +50% di fatturato.

Le specialissime della Uae Team Emirates
Le specialissime della Uae Team Emirates
Come dire che è tutto fermo?

Niente affatto, ci sono progetti e iniziative. Una è molto speciale e prevede che Colnago sarà la bici ufficiale del Tour de France. Produrremo un modello in serie limitata, che sarà montato Campagnolo, perché Shimano, sponsor del Tour, non riesce a dare i gruppi. E poi probabilmente potrebbe essere pronta una nuova bicicletta che Pogacar userà in Francia, ma qui serve il condizionale. Il grosso delle novità si vedranno a fine anno.

Con una crono, Pogacar ha conquistato il Tour de France
Con una crono, Pogacar ha conquistato il Tour de France
Quindi ad ora non ci sono bici Colnago da consegnare?

I magazzini sono stati svuotati prima che arrivassimo. Le fabbriche di mezzo mondo si sono piantate e quando il mondo è ripartito, davanti all’eccesso di domanda, tutto è stato consegnato e venduto e adesso non c’è più niente. A questo si aggiunga la difficoltà dei trasporti, più lenti e più costosi. Fosse però solo un problema di costi, pagheremmo volentieri visto tutto quello che potremmo consegnare. Abbiamo bici ferme da mesi perché sprovviste di gruppi e la situazione non dipende assolutamente da noi.

Però forse non tutti i mali vengono per nuocere…

Esatto, approfittando di questo stallo, abbiamo davanti quasi un anno per ripianificare l’azienda che da storica e artigianale, deve diventare manageriale.

Biciclette come gioielli dal mago artigiano di Cambiago
Biciclette come gioielli dal mago artigiano di Cambiago
Manageriale si intona bene con l’idea di artigianalità?

Quello che non deve cambiare è l’impronta di Colnago, la sua storia e la filosofia che c’è dietro. Vogliamo raccontare quello che davvero facciamo. E se diciamo che produciamo l’alto di gamma in Italia, è perché sarà così. Altri lo dicono, ma sanno che non è vero. A Cambiago ci sono i lavori per i nuovi impianti, anche se in Asia faremo le bici di gamma meno alta. Nonostante quello che si dice, ci sono due stabilimenti che fanno le bici di tutte le aziende del mondo: Giant e Merida. Noi invece vogliamo che il cliente Colnago venga in sede, che visiti il museo, veda la sua bici durante la costruzione, che esca con noi in bicicletta, che passi la giornata in azienda e poi torni a casa soddisfatto. Colnago è un’azienda italiana, rilevata da un fondo di investimento, al pari di alcun grandi squadre di calcio che non per questo hanno smesso di essere italiane.

Come si inserisce la squadra WorldTour un questo contesto?

Non si tratta di sponsorizzazione, ma di una società che è… sorella a Colnago. La proprietà è la stessa. La squadra ci dice di cosa ha bisogno e noi la sviluppiamo. Siamo agli inizi di questa simbiosi, ma darà grandi frutti. Forse la Trek può dirsi simile da questo punto di vista. Anche i fornitori dei componenti non intervengono come sponsor, ma parlano direttamente con noi. E’ un progetto tecnico e non commerciale. Il modello V3RS è stato impostato da Colnago, ma in futuro i cambiamenti saranno ispirati da Pogacar che per il team e per l’azienda rappresenta un grande valore aggiunto.

La V3RS che ha vinto il Tour 2020 autografata per Ernesto Colnago
La V3RS che ha vinto il Tour 2020 autografata per Ernesto Colnago
Torna in azienda Alessandro Colnago, che ne era uscito…

L’ho richiamato io, per avere un piede nel passato di questa azienda e costruire il futuro senza discostarsi dalla sua tradizione. La coerenza storica è necessaria. Alessandro ha sensibilità assoluta sul prodotto, il colore Frozen, ad esempio, l’ha tirato fuori lui. E adesso, libero da dinamiche familiari, si sta rivelando un eccellente Brand Manager. Chi lavorava anche prima con lui è rimasto a bocca aperta davanti al cambiamento. Io no, sapevo che avesse questo livello così alto. Oltre a lui avrò accanto Alessandro Turci per la comunicazione.

Pogacar in visita allo stabilimento di Cambiago, accanto al maestro
Pogacar in visita allo stabilimento di Cambiago, accanto al maestro
Sarà messa in atto una campagna di comunicazione per sottolineare l’italianità del progetto?

Ora non possiamo per i motivi detti prima, ma in futuro e in tutte le lingue del mondo, parleremo di “Colnago, La Bicicletta”. Se entrate a Cambiago, c’è un quadro di Ernesto che dipinge la Gioconda. La sua visione è sempre stata quella di fare un’opera d’arte italiana per il ciclismo. Un’idea ben chiara. Gli americani hanno belle bici e i muscoli di un marketing molto potente. Il prodotto industriale perfetto è bellissimo, ma l’errore degli italiani a lungo è stato volerli inseguire sul loro stesso terreno, senza rendersi conto che tanti di loro vorrebbero essere Colnago. Ecco, è il momento di mettere sul tavolo la storia e i contenuti tecnici di questo marchio.

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Tirreno show: brindano Wout e Tadej, cede Ganna

16.03.2021
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Eravamo tutti pronti a brindare con Filippo Ganna, invece la Tirreno-Adriatico ha mostrato ancora una volta il suo volto più duro. E dopo una settimana che più severa non poteva essere, anche il gigante di Verbania ha dovuto arrendersi alla condizione certamente notevole di Van Aert e alla qualità di Kung, che ha dovuto lavorare certo meno di lui nelle tappe dure. Dopo di loro, sul traguardo di San Benedetto è sfilato Tadej Pogacar, a dimostrare che quella a La Planche des Belles Filles, ancorché in salita, non fu una crono figlia del caso. Il giovane sloveno si porta così a casa la Corsa dei Due Mari, davanti a Van Aert e Landa (foto di apertura), avendo mostrato in almeno tre occasioni freddezza e padronanza da veterano. A Prati di Tivo, dove ha vinto staccando tutti. A Castelfidardo, dove ha ugualmente staccato tutti mancando solo Van der Poel. E nell’ultima crono, dove si è messo ancora alla prova arrivando quarto.

Terzo al traguardo, Ganna ha sicuramente pagato gli sforzi dei giorni scorsi
Terzo al traguardo, Ganna ha sicuramente pagato gli sforzi dei giorni scorsi

Ganna provato

Per amor di bandiera, iniziamo il nostro racconto da Ganna, che sui rulli dopo l’arrivo è parso davvero stremato, riparato con una coperta mentre girava le gambe in cerca di sollievo.

«In questa corsa – dice – ho preferito fare il mio lavoro di squadra, che è stato impegnativo. Sapevo che non sarebbe stato facile ricavare dello spazio per me, ma va bene così. Ci siamo impegnati al 100 per cento e siamo soddisfatti di quello che è venuto. Se uno dà il massimo, ha poco da recriminare».

Sceso dall’ammiraglia, Dario Cioni lo ha osservato e ha poi spiegato il perché di una giornata storta, ammesso che un terzo posto possa essere definito un risultato storto.

«La prestazione – dice – è stata comunque di alto livello. E poi la crono dopo una settimana di corsa così dura non è la prova secca. Pippo ha lavorato per la squadra, ha tirato in montagna ed è andato in fuga a Castefidardo. Sono rischi che poi si pagano, a fronte di avversari fortissimi. Kung è il campione europeo, Van Aert aveva già dimostrato la sua condizione. Era inevitabile che prima o poi la serie di vittorie finisse. Perciò ora ci riposiamo e poi andiamo alla Sanremo. Se Pippo starà bene, potrebbe fare qualcosa. Anche se, volendo anticipare, bisognerà fare i conti con questi qui che attaccano abitualmente a 50 chilometri dall’arrivo…».

Pogacar ha concluso con il 4° tempo nella crono, a 1″ dal podio. La Tirreno è sua
Per Pogacar il 4° tempo nella crono: la Tirreno è sua

Van Aert vola

La crono l’ha vinta Van Aert. Dopo Castelfidardo, il belga aveva detto di avere davanti altre due giornate in cui darsi da fare, ma quando ieri verso Lido di Fermo si è reso conto che per riprendere la fuga avrebbe dovuto dare fondo alle energie, si è messo in modalità risparmio energetico pensando alla crono.

«Questa vittoria – dice – mi dà grande fiducia per le crono dell’estate. Adesso nel mio orizzonte c’era soprattutto la Roubaix e visto che nell’inverno abbiamo cambiato materiali e bici, la mia testa era nella messa a punto della bici per il pavé. Adesso so che si può lavorare bene anche per le crono. Comunque sono molto soddisfatto. Ero venuto per mettermi alla prova e contro un Pogacar di questo livello c’era poco da fare. Mi è piaciuto molto avere la maglia di leader nei primi giorni, per cui stasera ci sarà da festeggiare. Ogni tanto è bello guardare indietro e abbiamo vissuto davvero una bella settimana. Perciò brinderemo, cercheremo di recuperare e già giovedì saremo sulla strada per la Milano-Sanremo».

Van Aert ha dimostrato la sua grande condizione vincendo la crono a 54,595 di media
Van Aert ha dimostrato la sua grande condizione vincendo la crono a 54,595 di media

Pogacar e la pressione

Pogacar con il suo aspetto da bimbo felice ha trovato il modo migliore per festeggiare il 57 esimo compleanno del suo capo Mauro Gianetti. Dice che dopo il debutto al Uae Tour, questa corsa era un altro grande obiettivo, ma che ora non gli dispiace saltare la Sanremo, perché il suo calendario è molto fitto e un po’ di tempo per recuperare ci sta bene.

«E’ così giovane. Diceva al mattino proprio Gianetti – che sarebbe troppo portarlo anche alla Sanremo. Per fare cosa, un attacco sul Poggio? I nostri obiettivi sono più avanti e lui stupisce per la lucidità con cui vede la corsa».

«Davanti a me – conferma Tadej – ci sono altre classiche, vale a dire la Freccia Vallone e poi la Liegi. Ho cominciato la stagione sperando di fare bene al Uae Tour, qui sono arrivato in buona forma e in effetti un po’ di pressione l’ho sentita. Quella dell’ambiente e quella che mi metto da solo. La vittoria di Prati di Tivo è stata bellissima, perché è stato un giorno perfetto, in un posto bellissimo e con una grande risposta delle mie gambe. E anche la crono di oggi mi rende super felice, perché era corta e veloce. Non mi stupisce che abbia vinto Van Aert e non mi stupisce che sia andato così forte per tutta la settimana. Penso che sia un grande corridore e possa essere un ottimo avversario per queste corse di una settimana».

Sesto all’arrivo, Bettiol ha disputato un’ottima cronometro
Sesto all’arrivo, Bettiol ha disputato un’ottima cronometro

Obiettivo Sanremo

Ora che la carovana della Tirreno si va disperdendo verso il Nord, le attenzioni di tutti si spostano verso la Sanremo. Il meteo annuncia il rischio di maltempo, si parla persino di neve. La Rai trasmetterà la corsa in diretta integrale, ma lo spettacolo inizierà già da giovedì, con i sopralluoghi dei team sul percorso. Sabato la stagione vivrà il primo Monumento, ma non si può certo dire che anche questa Tirreno non sia stata altrettanto monumentale.

Saronni su Roglic: «Gliel’hanno fatta pagare»

16.03.2021
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Lo spettacolare epilogo della Parigi-Nizza non può passare in archivio senza una riflessione su quanto avvenuto nel weekend: prima la rimonta fin sul traguardo di Roglic sul carneade svizzero Mader, poi il giorno dopo le sue cadute e i conseguenti attacchi dei rivali in classifica, che hanno portato alla sconfitta finale. Due eventi strettamente connessi fra loro? E’ evidente che possono avere diverse letture. Abbiamo provato a rivivere il tutto con Giuseppe Saronni, chiamandolo in causa sia in qualità di ex corridore che di team manager proprio per approfondire le vicende da più punti di vista.

Nel 2001, Simoni vince il Giro con Saronni manager e Moser mentore. Non proprio facce da fair play
Nel 2001, Simoni vince il Giro con Saronni manager e Moser mentore.
Partiamo da sabato e dal sorpasso di Roglic su Mader a 30 metri dal traguardo: ha fatto bene?

E’ difficile dare una risposta secca: un corridore quand’è in gara vuole sempre vincere, se vede la preda l’agguanta, è nella sua natura. Ma è anche vero che se sei il numero 1 al mondo, se vieni da due successi consecutivi e sei in testa alla classifica, pensi anche a cercarti qualche amico lungo la strada. Nel mondo del ciclismo c’è anche questa sorta di “vivi e lascia vivere”. Capisco Roglic che come atleta è portato a cercare sempre la vittoria, ma il “politically correct” vorrebbe anche che, in certe situazioni, ci si possa pensare un po’ di più, perché chi vince tanto un po’ dà fastidio.

Guardiamo però il rovescio della medaglia: Roglic è un professionista stipendiato da un team, che giustamente pretende sempre il massimo risultato e per questo deve sfruttare ogni occasione…

E’ un ragionamento ovvio, ma fa parte di quelle riflessioni che appunto si fanno a freddo. Quando sei in corsa non fai i conti del ragioniere, è chiaro che in funzione della squadra, dello sponsor hai dei doveri, ma in quei frangenti conta solo il corridore, il suo istinto, il suo orgoglio. Aveva vinto già due tappe, poteva rinunciare? Forse sì, ma di dire che ha sbagliato non me la sento.

Roglic è caduto, ultima tappa della Parigi-Nizza: Astana e Bora attaccano
Roglic è caduto, Astana e Bora attaccano
Ragionando da team manager, come avrebbe dovuto comportarsi?

In queste situazioni il team manager, ma anche e soprattutto il direttore sportivo può molto poco. Sono situazioni che si vivono sugli istanti, lì come detto è tutto affidato all’istinto di chi corre. E’ chiaro che una vittoria è sempre bene accetta, ma non stai lì a suggerire che cosa fare, in quei frangenti chi corre è solo con se stesso.

Hai la sensazione che il giorno dopo gliel’abbiamo fatta un po’ pagare?

Dico la verità, qualche voce mi è giunta alle orecchie, ma a scanso di equivoci voglio essere chiaro: io al fair play in corsa non ci credo e non ci ho mai creduto, né quando correvo né da dirigente. Ci sono momenti nei quali ci si aspetta, ma quando la gara entra nel vivo è battaglia aperta, il fair play non ha senso, non lo capisco. Se devo aspettare il mio avversario allora aspettiamo tutti: appena cade uno, ci si ferma e allora che gara è? Poi se davvero c’è stato un accordo contro Roglic non lo sapremo forse mai. Sicuramente dominava e, come detto, chi vince troppo non ha molti amici nel gruppo. Diciamo che quel che è avvenuto il giorno prima ha acuito lo spirito di gara.

Pogacar a Castelfidardo ha messo VdP nel mirino. Secondo Saronni, se lo avesse visto prima, lo avrebbe ripreso
Pogacar a Castelfidardo ha ormai VdP nel mirino
Facendo un parallelo con la Tirreno-Adriatico e l’epilogo di Castelfidardo, Pogacar avrebbe raggiunto Van Der Poel se avesse potuto?

Io non l’ho sentito, ho preferito lasciarlo tranquillo, ma secondo me non pensava di andare a prendere l’olandese. Guardava più alla classifica, a guadagnare su Van Aert. Magari se lo avesse visto un chilometro prima, accorgendosi che Van Der Poel non ne aveva più, in quel caso l’istinto sarebbe stato di andarlo a prendere, perché il carattere del corridore è quello. Non si aspettava che VDP mollasse, sono sicuro che nel dopo gara si sia mangiato le mani per l’occasione persa…

14 marzo 2021, un giorno di grande ciclismo

14.03.2021
6 min
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In questa domenica di marzo che introduce l’Italia in zona rossa, il dio del ciclismo ha messo in tavola una giornata di grande ciclismo e grandi riflessioni fra la Tirreno-Adriatico e la Parigi-Nizza. Un mix di leggenda e destino che ci ha mostrato da una parte la grandezza sfacciata di Van der Poel e quella più lucida di Tadej Pogacar, mentre sul fronte francese Primoz Roglic ha fatto la conoscenza di un insolito destino e del cinismo del gruppo.

Dopo 52 chilometri di fuga, Van der Poel arriva con 10″ su Pogacar
Dopo 52 chilometri di fuga, Van der Poel arriva con 10″ su Pogacar

Grazie Mathieu

Diceva bene Degenkolb alla partenza della Kuurne-Bruxelles-Kuurne.

«Quando c’è in corsa Van der Poel – diceva il tedesco – non si può mai stare tranquilli, perché è capace di stravolgere qualsiasi corsa».

La profezia che quel giorno si avverò in parte, si è attuata alla Strade Bianche e oggi a Castelfidardo.

L’olandese è partito a 52 chilometri dall’arrivo, con la stessa spavalderia di una gara di cross. Correre a quel modo è spettacolare e accende i tifosi, ma alla lunga anche VdP ha rischiato di non raccogliere nulla, vittima del freddo come ai mondiali di Harrogate. Infatti, quando a 17 chilometri dall’arrivo ha deciso che fosse arrivato il momento, Pogacar gli ha mangiato quasi tutto il vantaggio, arrivando ad appena 10 secondi.

Dopo l’arrivo, crolla stremato sull’asfalto: una fatica bestiale
Dopo l’arrivo, crolla stremato sull’asfalto: una fatica bestiale

Lucidità Pogacar

Van der Poel ha tagliato il traguardo. Si è avvicinato ai suoi uomini. Ha provato a sollevare la gamba per scavalcare le sella ed è franato sotto la bici. E’ rimasto disteso per qualche secondo poi si è seduto contro la transenna. Se a Siena il suo guardare gli altri con una Coca in mano era parso quasi un gesto da cowboy, questa volta neanche uno sguardo di fiamma.

«Avevo freddo – dice Mathieu – volevo attaccare già dal primo giro del circuito finale. Prima che decidessi di andare via da solo, eravamo un gruppo di circa venti corridori, ma non c’era troppo accordo tra di noi. In discesa mi sono messo davanti, stavo mangiando e a quel punto ho realizzato di essere da solo. Inizialmente stavo bene ma poi negli ultimi 20 chilometri ho iniziato ad avere molto freddo e mi sentivo svuotato. Non me l’aspettavo. E’ stato sicuramente uno dei miei giorni più duri in bici. Sono felice della vittoria, sopratutto perché sono riuscito a mantenere qualche secondo di vantaggio su Pogacar che stava recuperando velocemente».

«Quando ho visto Wout Van Aert in difficoltà – gli fa eco Pogacar, più leader che mai – ho attaccato per cercare di guadagnare più tempo in classifica. Non pensavo che sarei arrivato quasi a riprendere Van der Poel. Ora sono contento del vantaggio che ho su Van Aert in classifica alla vigilia della tappa di domani e della cronometro finale».

Van Aert ha pagato la giornataccia e forse il suo peso su certe pendenze
Van Aert ha pagato la giornataccia e forse il suo peso su certe pendenze

Dilemma Trek

Alle spalle dei due, Van Aert ha subito infatti un passivo di 49″ dal vincitore e dietro di lui sono arrivati alcuni fra i più grandi lottatori del gruppo. Felline, Bernal, Formolo, Wellens, De Marchi, Landa e Fabbro. Nibali, che su un percorso come questo e sotto la pioggia nel 2013 ribaltò Froome, è arrivato al traguardo con 4’20” di ritardo, mentre Ciccone ha subito 9’39”.

Le giornatacce ci possono stare, ma forse si impone una breve riflessione. Abbiamo letto nei giorni scorsi del divorzio fra Nibali e Slongo e la notizia ci ha spinto a rileggere le parole profetiche del tecnico veneto che scrivemmo ai primi di gennaio.

«Io rispetto la persona – disse Slongo – ma ho anche metodo. E secondo me, per il mestiere che è il ciclismo, il lavoro, la vita hanno sempre pagato e sempre pagheranno. Il cambiamento che stiamo facendo nasce dal voler rispettare la sua psicologia. «Se una cosa mi pesa e non la voglio fare – è stato detto – è meglio non farla. Cerchiamo alternative per poter essere lo stesso competitivi». Certo il metodo di sempre, già collaudato in tanti anni, fa dormire più tranquilli. Però allo stesso tempo da allenatore devo saper cambiare anche io. Abbiamo fatto un confronto a fine anno per mettere dei paletti. Gli ho detto che se vuole cambiare, non cade il mondo».

Felline autore di una prova caparbia, si esalta sugli strappi
Felline sutore di una prova caparbia, si esalta sugli strappi

La scelta di Nibali

E Nibali ha cambiato, forse stufo di subire lezioni come quelle che sta accumulando dallo scorso Giro d’Italia. Ma allora è in crisi il metodo di allenamento che ha portato anni di vittorie, oppure è in crisi l’atleta sull’orlo dei 37 che oltre al calo fisiologico delle prestazioni, non riesce più a fronteggiare la disciplina di quel modo di lavoro?

Il ciclismo che va per la maggiore farebbe pensare alla prima ipotesi: vale a dire a un ciclismo meno laborioso, meno graduale e con standard elevatissimi. Ma se così fosse, non avrebbe avuto senso cambiare guida tecnica prima ancora di avviare la preparazione invernale? Nibali prosegue la sua marcia verso Tokyo continuando a stupirsi per le andature degli altri: speriamo che presto possano essere loro a chinare il capo davanti a lui.

Ferito e con una spalla slogata, Roglic ha lottato da leone
Ferito e con una spalla slogata, Roglic un leone

Roglic, il conto…

In Francia, dopo il presunto sgarbo di ieri, Roglic ha conosciuto il dolore di una spalla slogata e la beffa della maglia gialla sfumata l’ultimo giorno. Qualcosa di già masticato, ma non per questo meno doloroso. Ieri il gruppo non aveva apprezzato la sua vittoria su Mader, ripreso a 30 metri dall’arrivo. E così, mentre la corsa ha messo fine alle battute, la discesa del circuito della tappa ha messo fine ai sogni di gloria. Prima caduta dopo 25 chilometri di gara, la seconda a 25 chilometri dall’arrivo e una scongiurata proprio nel finale.

Con i glutei scoperti e nessun compagno a parte Kruijswijk nei dintorni, Roglic è rimasto indietro dopo la seconda caduta e a quel punto il gruppo ha dato gas. Primoz ha provato a inseguire. E’ arrivato a 80 metri dai primi, poi si è arreso.

«Come dirlo? Non è stata la tappa che speravamo – ha detto lo sloveno – ho commesso degli errori. A causa del primo mi sono lussato la spalla sinistra e poi sono caduto ancora. Ho dato tutto ma sfortunatamente non sono più riuscito a riprendere i primi. E’ un peccato, ma ci saranno altre occasioni. Ho dato il massimo. Ho superato me stesso, ma non è bastato. Certo, sono deluso, ma il mondo non si ferma qui».

I complimenti di Roglic a Schachmann, re della corsa
I complimenti di Roglic a Schachmann, re della corsa

Chissà se oggi Pogacar, avendolo ripreso, avrebbe lasciato vincere Van der Poel. Chissà se in realtà, avvisato via radio, non lo abbia fatto. Nel ciclismo si vive di equilibri e valori antichi: una sorta di codice cavalleresco che alcuni non hanno mai accettato. Il leader lascia la tappa al fuggitivo e in cambio, se ad esempio cade, il gruppo rinuncia ad attaccarlo. Questo è quello che è successo alla Parigi-Nizza, né più né meno. Che poi servirà di lezione o sia semplicemente la spia di un altro cambiamento cui rassegnarsi, lo scopriremo col passar dei chilometri.

L’indomani, parlando con Hauptman del bimbo d’oro

14.03.2021
3 min
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«Questo ragazzo andrà lontano». Tante, troppe volte questa frase ha ruotato attorno al mondo del ciclismo per definire il campioncino del momento. Eppure, Andrej Hauptman era certo delle sue parole quando vedeva quel giovane connazionale rampante dannarsi l’animo con grinta e con capacità tecniche fuori dal comune tra gli juniores. Fa specie considerare che ai tempi, il 45 enne ex velocista sloveno (bronzo mondiale nel 2001) pensava però che Tadej Pogacar, il ragazzo che effettivamente sta andando lontano, fosse un po’ indietro nella maturazione fisica rispetto ai coetanei

Ad appena 22 anni, con un Tour de France già in tasca, Tadej è già una delle stelle più luminose del firmamento ciclistico e Andrej, che lo segue tutt’ora come direttore sportivo nell’Uae Team Emirates, è certo che il bello debba ancora venire. Tour, Olimpiade, Vuelta: ci sarà da divertirsi in questo 2021 appena iniziato. Un piccolo assaggio ce l’abbiamo avuto al Uae Tour, incuriositi lo abbiamo seguito lottare contro i giganti alle Strade Bianche e ieri a Prati di Tivo si è aggiunto un altro tassello alla sua storia.

Hauptman fu terzo sul podio ai mondiali di Lisbona, dietro la coppia Mapei Freire e Bettini
Hauptman 3° a Lisbona 2001, dietro Freire e Bettini
Andrej, ti aspettavi di vedere Tadej già così in palla?

E’ ad un buon livello come aveva già dimostrato al Uae Tour, ma nel ciclismo, come negli altri sport, terminata una corsa si tira una riga e si riparte da zero. Per quest’anno, i piani saranno simili a quelli della passata stagione, non gli mettiamo fretta perché è ancora giovane.

Tu che lo conosci da quando è un ragazzino, ti sei sorpreso per il suo 2020 così?

Conoscendolo, sapevo che ha sempre avuto grande fiducia nei suoi mezzi, sin da quando è arrivato in squadra. Vincere il Tour de France da esordiente però, è un qualcosa di davvero speciale.

L’impresa della Planches des Belles Filles ha stupito il mondo: credi che il boom di popolarità l’abbia cambiato?

Assolutamente no, è rimasto lo stesso ragazzo semplice di prima. Poi, per fortuna, corre in una squadra in cui ci sono tanti corridori esperti che possono consigliarlo e aiutarlo a gestire questa situazione.

Com’è in corsa?

Tadej è uno con gli attributi, che osa e ci prova sempre. Però, non lo fa in maniera scriteriata e sa quando muoversi perché ha una grande capacità di leggere la corsa: è una caratteristica innata, che ha sempre avuto. Poi, va bene con tutte le condizioni e non patisce particolarmente il freddo.

E giù dalla sella?

E’ molto professionale, un ragazzo semplice, sereno che, quando non ha pressione, sa rilassarsi e recuperare le energie al meglio. Quando arriva il momento di darci dentro, è bravissimo a fare uno “switch” così da essere pronto a dar battaglia. Non ha bisogno che lo sproni in qualche maniera o che gli dia motivazioni particolari, perché le trova dentro di sé.

Hauptman ha ragione: ancora oggi, osservandolo, è evidente che Pogacar abbia margini fisici di crescita
Va così forte pur avendo ancora grandi margini di crescita
Credi che avere una fidanzata (Urska Zigart; ndr) ciclista lo aiuti?

Sicuramente, perché lei conosce l’ambiente ed entrambi hanno le stesse priorità nella vita. 

Strade Bianche, Tirreno-Adriatico… Sta studiando le strade italiane per correre al Giro l’anno venturo?

Come ben sapete, quest’anno Tadej punterà ancora sul Tour, ma arriverà anche il momento del Giro, potete starne certi. 

In fuga al mondiale, terzo alla Liegi: lo vedi protagonista anche nelle corse di un giorno?

Credo proprio di sì, soprattutto le classiche più impegnative come il Lombardia o la Liegi possono essere le più adatte a lui.

Ti ricorda qualche corridore con cui hai corso o che magari hai trovato da avversario?

In realtà, non ci ho mai pensato e secondo me nemmeno lui. C’è chi ha detto che sia un attaccante come lo era il grande Marco Pantani, ma noi non ci pensiamo e preferiamo focalizzarci sul fare il meglio possibile alle corse. 

A Prati di Tivo, Pogacar li manda tutti in crisi

13.03.2021
4 min
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Tappa e maglia, Tadej Pogacar saluta l’arrivo di Prati di Tivo forte di un attacco che non gli consegna ancora la Tirreno-Adriatico, anche se il margine di 35 secondi su Van Aert inizia a farsi interessante.

«Ci aspettano tappe molto impegnative – dice – sia domani con le salite ripide e dure delle Marche, sia la crono. Ma abbiamo una squadra forte abbastanza per controllare e so che dovremo combattere per difendere il vantaggio di oggi».

Attese e ceffoni

Tappa rapida, con grandi promesse alla partenza. Nibali e Ciccone, attesi da tutto il team. Van Aert, ansioso di dare un volto alle sue ambizioni di classifica. Alaphilippe, capace di grandi cose sulle montagne del Tour. Bernal da capire, dopo la Strade Bianche che lo ha riproposto ad alti livelli. Eppure quando a  5 chilometri dall’arrivo Pogacar ha aperto il gas è come se le promesse siano andate a farsi benedire. Bernal a 58”. Van Aert a 45”. Nibali a 1’27”. Ciccone a 6’24”.

«Per puntare alla classifica di una corsa come questa – dice Pogacar – bisognava partire da lontano per guadagnare più margine possibile. Prima ha attaccato Bernal, che in quel momento era super forte, ma ho pensato che fosse troppo lontano dal traguardo. Quando poi ho capito che Thomas poteva essere un bel riferimento, ho attaccato. La salita era veloce sin dal suo inizio. Per questo, quando mi sono voltato e ho visto Yates alle mie spalle, ho pensato che anche lui doveva essere a tutta e che per prendermi avrebbe dovuto fare un super sforzo. Così ho continuato col mio ritmo ed è andata bene».

Yates si avvicina, ma Pogacar sa tenerlo a bada
Yates si avvicina, ma Pogacar sa tenerlo a bada

Il secondo fratello

Da uno Yates all’altro, con la condizione in crescita. Se al Uae Tour lo sloveno ha dovuto faticare per seguire gli attacchi di Adam Yates, questa volta ha tenuto a distanza Simon impostando il suo ritmo. Domani magari dovrà rincorrerlo ancora, ma per oggi è fatta.

«A dirla tutta – sorride – questa tappa è stata una delle mie migliori performance in salita degli ultimi tempi. Alla fine il lavoro fatto questo inverno sta dando dei buoni frutti. Ci siamo già detti dopo il Uae Tour che sono riuscito a passare indenne attraverso l’inverno dopo il Tour, ma la verità è che mi piace correre. Perciò, una volta finiti gli impegni con sponsor e interviste, sono riuscito a risalire in bici e a dimenticarmi di tutto il resto. Adesso ho 35 secondi su Van Aert e domani sarà un giorno super duro. La corsa per certi versi è appena cominciata».