Tadej Pogacar

Biomeccanica: Pogacar non è il più aero, ma il più efficiente. Perché?

22.04.2026
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Tadej Pogacar, sempre lui. Dello sloveno abbiamo raccontato vittorie, bici, alimentazione… stavolta tocchiamo il tema della biomeccanica. E per farlo abbiamo chiamato in causa David Herrero, responsabile di questo settore in casa UAE Emirates.

Ci siamo chiesti se, proprio in ambito biomeccanico, il campione del mondo possa avere ancora dei margini. Tutto nasce da una constatazione visiva, soprattutto quando è al fianco di Van der Poel o Van Aert : tra i due, l’olandese sembra essere più aerodinamico e quindi più efficiente. Ma poi ci ricordiamo anche della sua sella, fortemente puntata in basso. Viene dunque da pensare: quanto potrebbe ancora guadagnare Pogacar?

Ma certe valutazioni non si possono fare dalla tv: bisogna sempre capire cosa c’è dietro determinate scelte. E, per evitare che restino chiacchiere da bar, abbiamo chiesto direttamente al biomeccanico Herrero.

David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar e la UAE Emirates da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar e la UAE Emirates da cinque anni
Da quanto tempo lavori con UAE e con Pogacar? Come nascono scelte come le pedivelle da 165 millimetri o il manubrio più stretto?

E’ il mio quinto anno con la UAE Emirates e contribuisco all’ottimizzazione della performance degli atleti. Decisioni come la lunghezza delle pedivelle o la larghezza del manubrio non sono mai casuali: derivano da una combinazione di test aerodinamici (galleria del vento e prove sul campo), vincoli biomeccanici e capacità dell’atleta di produrre potenza in modo sostenibile.

Capacità di produrre potenza…

Nel caso di Tadej, intendo pedivelle più corte, quelle da 165 millimetri, che aiutano a ridurre la chiusura dell’anca nella fase alta della pedalata, consentendo una posizione più efficiente senza compromettere respirazione o produzione di potenza. Il manubrio più stretto segue la stessa logica: ridurre la superficie frontale mantenendo controllo e stabilità. Stiamo inoltre osservando un’adozione sempre più ampia all’interno del team, con molti corridori che si stanno orientando verso pedivelle più corte come parte di questo processo di ottimizzazione.

La posizione attuale di Pogacar è il risultato di un processo nel tempo quindi. Quali strumenti o criteri utilizzate?

Esatto, è il risultato di un processo iterativo sviluppato nel corso di diversi anni. Non esiste un momento preciso in cui la posizione viene definita una volta per tutte. Dati aerodinamici dalla galleria del vento, dai test in pista, da analisi biomeccaniche e metriche di performance vengono combinati lungo tutto il percorso. Utilizziamo strumenti avanzati, tra cui motion capture, vale a dire una mappatura delle pressioni e analisi dei dati in bici. Ma tutto viene infine validato dalla performance: produzione di potenza, efficienza e ripetibilità su sforzi prolungati. Il comfort, in questo contesto, non è soggettivo ma una condizione necessaria per sostenere la prestazione.

Come suggeriva Herrero, all'occasione Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall'angolo più aperto dell'anca
Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall’angolo più aperto dell’anca (come si nota nella foto di apertura)
Come suggeriva Herrero, all'occasione Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall'angolo più aperto dell'anca
Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall’angolo più aperto dell’anca (come si nota nella foto di apertura)
Dalla televisione Tadej sembra meno aerodinamico spalle più alte, busto più aperto. Perché? Aiuta la respirazione?

Quello che si vede in tv può essere fuorviante. Una posizione che appare meno aerodinamica non è necessariamente più lenta. L’aerodinamica dipende dall’interazione tra atleta e flusso d’aria, non semplicemente da quanto si è bassi sulla bici. Nel caso di Tadej, un busto leggermente più aperto migliora l’efficienza respiratoria e supporta una migliore produzione di potenza, soprattutto in condizioni di gara variabili. L’obiettivo è ottenere la minima resistenza aerodinamica per una determinata potenza espressa, non la posizione più bassa a tutti i costi.

Se fosse più basso e più aerodinamico, guadagnerebbe watt ma perderebbe forza?

Essere più basso non significa essere sempre più veloce. E’ possibile ridurre la resistenza aerodinamica ma perdere più potenza di quella che si guadagna in termini di efficienza aerodinamica. L’obiettivo è ottimizzare il bilanciamento tra CdA (efficienza aerodinamica, ndr) e potenza espressa. In molti casi, forzare una posizione più bassa riduce l’efficienza muscolare e la capacità respiratoria, portando a una perdita netta di performance.

Esiste invece una correlazione tra il busto più alto e la posizione della sella così inclinata con la punta verso il basso?

Sì, tutto è interconnesso. La posizione della sella influenza la rotazione del bacino, che a sua volta incide sull’angolo del busto, sulla chiusura dell’anca e sull’applicazione della forza. Una sella più avanzata può aiutare a mantenere un angolo dell’anca efficiente, consentendo al corridore di rimanere stabile e produrre potenza anche con un busto relativamente aperto.

La forte inclinazione della sella sulla bici di Pogacar
La forte inclinazione della sella sulla bici di Pogacar
E invece David, com’è Tadej nel lavoro quotidiano? Mette in discussione le scelte?

Tadej è, per molti aspetti, un artista. Ha una consapevolezza eccezionale del proprio corpo e una sensibilità molto raffinata rispetto ai cambiamenti che vuole esplorare sulla bici. Propone attivamente nuove direzioni. E questa intuizione è estremamente preziosa.

Leader totale insomma…

Il ruolo del processo di performance è fornire dati oggettivi attraverso misurazioni, test aerodinamici, analisi biomeccaniche e metriche di prestazione, per supportare e validare queste decisioni. E’ un approccio collaborativo: lui porta un feedback sensoriale di altissimo livello, che viene poi tradotto in risultati misurabili. C’è fiducia, ma anche una validazione costante attraverso la performance.

Strade Bianche 2026, salita di Santa Caterina, Paul Seixas

Freccia Vallone: senza Remco e Tadej, via libera per Seixas?

21.04.2026
5 min
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Come è andata e come andrà. La Freccia Vallone si correrà domani e dovrà eleggere il successore di Tadej Pogacar, che l’ha tolta dalla sua lista dei desideri, preferendo concentrarsi sulla Liegi di domenica. E come era prevedibile dopo le parole post vittoria dell’Amstel, anche Remco Evenepoel ha scelto di saltare la corsa di Huy per giocarsi tutto nella Doyenne.

Se c’è uno più forte che non corre per arrivare fresco agli appuntamenti, perché uno che fatica per tenergli le ruote dovrebbe arrivarci ancora più stanco? In questo effetto domino, chi sembra farsene un baffo è Paul Seixas, che dopo aver vinto i Paesi Baschi, rischia seriamente di portarsi a casa un bel bottino, agganciandosi idealmente al tris francese di Alaphilppe (2018-19-21).

Amstel Gold Race 2026, Remco Evenepoel
Dopo la vittoria dell’Amstel Gold Race, Evenepoel aveva lasciato intuire che la Freccia Vallone fosse per lui a rischio
Amstel Gold Race 2026, Remco Evenepoel
Dopo la vittoria dell’Amstel Gold Race, Evenepoel aveva lasciato intuire che la Freccia Vallone fosse per lui a rischio

Il via da Herstal

Per la novantesima edizione, la Freccia Vallone partirà da Herstal, borgo sulle colline di Liegi e sede del Post Hotel, da sempre uno dei più rinomati hotel utilizzati dalle squadre per il soggiorno ardennese.

Il percorso prevede 209 chilometri fino al Muro dHuy, con diverse salite lungo il percorso. Nomi forse poco noti, che però metteranno il dislivello giusto perché il Muro d’Huy diventi il solito giudice implacabile. La Cote de Trasenster e la Cote des Forges, seguite dal circuito di 37 chilometri da ripetere per due volte e mezza intorno a Huy, lungo il quale i corridori dovranno affrontare la Cote d’Ereffe, la Cherave e infine il celebre Muro di Huy: 1.400 metri con una pendenza media del 9,7 per cento e massima del 22 per cento. Inutile dire che anche il posizionamento giocherà un ruolo importantissimo.

Su quella rampa e le sua doppia curva ci saranno tutti i tifosi del Belgio. Tanti sono andati a scattare foto già da ieri pomeriggio, alcuni aspetteranno stamattina. Poi i corridori si rintaneranno negli hotel preparandosi per la sfida. E domani la salita sarà il solito crogiuolo di profumi. Piccole grigliate nel poco spazio sulla salita, una prateria di carne ai ferri nello spazio in cima. Tanta birra, ma proprio tanta. E il gusto di una festa paesana con una corsa nel mezzo.

Muro d'Huy
Lo spettacolo del Muro d’Huy, dove i tifosi si fondono e si confondono con i corridori, in un mix di odori e voci
Lo spettacolo del Muro d’Huy, dove i tifosi si fondono e si confondono con i corridori, in un mix di odori e voci

La bordata di Pogacar

Come è andata, si diceva. Lo scorso anno a 7 chilometri dall’arrivo la UAE Emirates prese in mano la corsa. Prima accelerò Christen, che provocò la prima selezione, cui sopravvissero Evenepoel, ovviamente Pogacar, Healy, Benoot e pochi altri, mentre il giovane belga più atteso – Thibau Nys, che veniva dalla vittoria al GP Indurain e dal 12° posto all’Amstel – perse terreno, chiudendo all’ottavo posto.

Se qualcuno degli atleti più esplosivi, come Evenepoel, sperava che la pendenza fosse un deterrente per Pogacar, rimase davvero molto male. Quando Tadej attaccò dalla base del Mur de Huy, nessuno riuscì a seguirlo. Evenepoel fu costretto a cedere e chiuse al nono posto, evitando un duello diretto. Il podio venne completato da Vauquelin e Pidcock, con il campione del mondo a centrare per la seconda volta quel traguardo.

Rebellin ha vinto l'ultima Freccia Vallone che ha corso: era il 2009, di lì a poso sarà 3° alla Liegi di Schleck
E’ il 22 aprile 2009, quando Rebellin vince la Freccia per la terza volta. Corre per Gianni Savio: entrambi amici che ora non ci sono più
Rebellin ha vinto l'ultima Freccia Vallone che ha corso: era il 2009, di lì a poso sarà 3° alla Liegi di Schleck
E’ il 22 aprile 2009, quando Rebellin vince la Freccia per la terza volta. Corre per Gianni Savio: entrambi amici che ora non ci sono più

La Freccia tricolore

La Freccia Vallone è stata per cinque volte amica di Valverde, che ne detiene il record, ma ha sorriso spesso anche agli italiani, anche se per vedere l’ultima vittoria tricolore bisogna risalire al 2009: anno della terza vittoria di Rebellin. Negli anni precedenti, quelli più recenti, vittorie anche per Di Luca, Casagrande, Bartoli, tre volte Argentin e poi Fondriest.

Domani la compagine dei nostri non sarà sarà troppo numerosa, ma propone diversi motivi di interesse. Per Ciccone, fresco di altura (se effettivamente ci sarà). Busatto, per la prima volta leader: da lui ci si aspetta un segnale che parli di futuro. Per Scaroni affiancato da Ulissi: l’allievo e il maestro. E magari anche il terzetto Jayco-AlUla composta da Vendrame, Covi e De Pretto.

Freccia Vallone femminile 2025, Puck Pieterse
Nel 2025, l’allungo imperioso di Puck Pieterse ha sfilato la Freccia Vallone dalla mani di Vollering che già pregustava la vittoria
Freccia Vallone femminile 2025, Puck Pieterse
Nel 2025, l’allungo imperioso di Puck Pieterse ha sfilato la Freccia Vallone dalla mani di Vollering che già pregustava la vittoria

Prima le donne

Ci saranno ovviamente anche le donne, che correranno per 148 chilometri, con partenza e arrivo a Huy. Il loro percorso è diverso da quello degli uomini, a eccezione del giro di Huy che è identico. Dopo la partenza infatti, le ragazze seguiranno il corso della Mosa, faranno nell’ordine la Cote de Bohissau, quella de Courriere e la Cote de Durnal prima di immettersi nel circuito di Huy.

Lo scorso anno finì che Puck Pieterse sferrò un attacco così violento sul Muro d’Huy che anche la più titolata Demi Vollering fu costretta a inchinarsi.

La vittoria alla Freccia e la forza con cui ha battuto la Van Vleuten sul Muro d'Huy sono l'highlight del 2022
Era il 2022 l’ultima volta che un’italiana ha vinto la Freccia Vallone: nel 2022 la firma di Marta Cavalli
Era il 2022 l’ultima volta che un’italiana ha vinto la Freccia Vallone: nel 2022 la firma di Marta Cavalli

Luperini, Cavalli e stop

Tra le favorite va inserita a buon diritto Kasia Niewiadoma, vincitrice due anni fa, ma anche la stessa Vollering, l’iridata Vallieres, la vincitrice uscente Puck Pieterse e Van der Breggen che nella prima parte di carriera la Freccia l’ha vinta per sette volte.

Nell’arco delle 26 edizioni, l’Italia si è imposta per tre volte con Fabiana Luperini (che vinse al primo anno in cui fu disputata). E poi, dopo la sua ultima vittoria del 2002, per trovare un altro cognome italiano nell’albo d’oro c’è da risalire al 2022 di Marta Cavalli: tanto forte quanto sfortunata e fragile. Dal suo ritiro, nessuna delle azzurre ha ancora dato prova di poterla vincere. Nelle ultime cinque edizioni, per tre volte è stata terza Elisa Longo Borghini (assente mercoledì) e una volta Gaia Realini.

Dieci anni di Avenir: chi emerge non lo fa mai per caso…

Dieci anni di Avenir: chi emerge non lo fa mai per caso…

19.04.2026
5 min
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Il Tour de l’Avenir cambia e per la categoria U23 segna un’epoca. Perché un conto è, come sarà da quest’anno, una gara fra i vari devo team, una sorta di copia in piccolo del Tour de France, un altro la sfida fra nazionali, cosa che aveva qualcosa di epico. La storia della corsa a tappe francese (foto di apertura Getty Images) dice chiaramente che chi lo vince (o ci va vicino) è quasi sempre destinato a carriere luminose fra i pro’.

Non serve ripercorrere tutta la vita della corsa, basta analizzare gli ultimi 10 anni per comprovare la tesi. Sin dal 2016, quando l’Avenir incoronò il padrone di casa David Gaudu. Uno specialista puro delle corse a tappe, diventato presto leader della sua squadra Groupama, che su di lui ha investito tanto, arrivando al punto di prendere le sue parti quando la coesistenza con Arnaud Démare si è fatta insostenibile. Quello vinceva, e tanto, ma solo nelle volate, Gaudu poteva invece realizzare il sogno atteso dal 1985, riconquistare il Tour. Il problema è che siamo rimasti nel campo del “poteva”…

Gaudu fra Ravasi e Costa. E' il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu fra Ravasi e Costa. E’ il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu fra Ravasi e Costa. E' il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu nel 2016 è stato un atleta nel quale la Francia ha creduto molto (foto organizzatori)

Gaudu e un podio sfortunato

Un’edizione per certi versi sfortunata quella, chi ne è uscito sugli scudi non è riuscito poi a coronare i suoi sogni. Edward Ravasi, secondo, ha cercato a lungo spazi fra i pro’, fino a ritirarsi alla fine dello scorso anno. Peggio è andata all’americano Adrien Costa, terzo, vittima di un grave incidente in un’escursione in montagna nel 2018 costatagli l’amputazione della gamba destra.

2017 e 2018. Anni nei quali la vittoria al Tour è stata solo il prologo del successo più grande. Bernal, vincitore nel 2017, di Tour ne avrebbe potuti vincere ancora senza quel terribile incidente del gennaio 2022 dal quale si è miracolosamente ripreso a prezzo di enormi e lunghissimi sacrifici, non tornando ancora però il potente scalatore di prima.

Pogacar vincitore nel 2018. Già dall'anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall’anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall'anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall’anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica

La prima avvisaglia dell’imperatore

Il 2018 è l’anno di Tadej Pogacar, che prende da lì lo spunto per volare fra i pro’ e diventare il vincitutto che conosciamo. Ma sono anni anche amari considerando le parabole interrotte troppo presto di Bjorg Lambrecht, secondo dietro Bernal e di Gino Mader, terzo nell’anno dello sloveno, corridori che stavano lavorando per ripetersi anche fra i grandi.

Nel 2019 a spuntarla è il norvegese Tobias Foss, che fra i professionisti si è messo in evidenza più come grande interprete delle prove contro il tempo arrivando a conquistare la maglia iridata nel 2022 piuttosto che come specialista delle corse a tappe. Alle sue spalle finisce Giovanni Aleotti, che il suo spazio fra i pro’ se lo è trovato, ma che ancora oggi cerca la sua dimensione e identità militando in un team di spicco come la Red Bull-BORA-hansgrohe.

Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe

Johannessen e Uijtdebroeks, pronti al colpo

Saltato il 2020 per il Covid, è ancora la Norvegia a contrassegnare la storia dell’Avenir, vincendo nel 2021 con Tobias Halland Johannessen davanti allo spagnolo Carlos Rodriguez e al nostro Filippo Zana. Tre corridori che si sono poi distinti anche nella categoria maggiore, chi più chi meno, chi in un periodo e in una specialità e chi nell’altra. Ma Johannessen è l’uomo di maggior spicco, considerato un ottimo passista-scalatore già quinto al Tour dello scorso anno.

Il Tour deve ancora affrontarlo Cian Uijtdebroeks, vincitore nel 2023, ma delle sue qualità nessuno dubita, semmai il suo percorso fra i pro’ spesso interrotto da infortuni e problemi fisici gli ha finora impedito di confermare le tante aspettative su di lui. In quell’anno Uijtdebroeks interrompe il dominio norvegese, battendo Johannes Staute-Mittet, ma certo colpisce come il Paese dei fiordi sia sempre in grado di produrre talenti capaci soprattutto di eccellere quando la strada si rizza sotto le ruote.

Giulio Pellizzari svetta all'ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all’ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all'ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all’ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)

Italia sempre vicina al giallo, ma…

Come si vede, anche l’Italia ha avuto più presenze sul podio anche se la vittoria manca da oltre 50 anni, dal 1973 di Giovanbattista Baronchelli. Ci si è andati vicino nel 2023, con Giulio Pellizzari e Davide Piganzoli autori di una corsa strepitosa, trovandosi però di fronte un inatteso messicano, quell’Isaac Del Toro che da lì avrebbe intrapreso la sua strepitosa crescita fino a diventare il delfino di Pogacar.

Siamo ormai alla contemporaneità, ma quello del 2024 è un anno che ancora ha il sapore delle grandi promesse tutte da realizzare. Certamente Joseph Blackmore, il vincitore, il talento lo ha già mostrato, quell’anno aveva portato a casa vittorie al Circuit des Ardenne e ai Tour di Rwanda e Taiwan, ma la sua crescita si è improvvisamente arrestata da problemi fisici dopo l’infortuno al ginocchio alla Liegi 2025 tanto che quest’anno non si è ancora visto ed esordirà ogg all’Amstel. Dietro sono finiti lo spagnolo Pablo Torres, che sta crescendo all’ombra di Pogacar e l’olandese Tijmen Graat, che invece è vicino a Vingegaard.

L'ultimo vincitore inm ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L’ultimo vincitore in ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L'ultimo vincitore inm ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L’ultimo vincitore in ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia

Chi sarà l’erede di Seixas?

Nell’edizione scorsa la vittoria è andata a Paul Seixas e del francese ormai si sa già tutto, comprese le grandi speranze che poggiano sulle sue spalle, ma quelli che gli hanno fatto compagnia sul podio non sono da meno: il belga Jarno Widar e il norvegese Jorgen Nordhagen hanno già dimostrato che non sono fra i pro’ come elementi da ultime file e sono pronti ad azzannare i grandi successi. Ora non resta che attendere la nuova edizione con un italiano in maglia iridata che punta a seguire le stesse orme, prima di salire nella massima serie. Finn lo scorso anno è stato quarto, ma aveva promesso di riprovarci, staremo a vedere.

Wout Van Aert, Tadej Pogacar, Parigi-Roubaix 2026

Colbrelli e la tattica: i campioni sanno (anche) leggere la corsa

17.04.2026
5 min
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Lo abbiamo scritto nell’editoriale che ha aperto la settimana post Parigi-Roubaix, le regole ancora vincenti del ciclismo esistono e continueranno ad esserci. Si spera almeno. L’argomento della tattica in corsa è rimasto al centro del nostro dibattito dopo il Fiandre e la Roubaix ci ha dato modo di proseguire. In un ciclismo dove si guarda a motori, watt e potenza spesso ci si è arresi al fatto che sia il più forte a vincere. Il che è vero, in parte.  

Tadej Pogacar ha vinto alla Strade Bianche dettando legge a colpi di pedali, allo stesso modo ha vinto la Milano-Sanremo e il Fiandre. Lo sloveno era il più forte in corsa e ha capitalizzato la sua superiorità. Ma siamo sicuri che il resto del gruppo abbia fatto in modo che Pogacar facesse più fatica del dovuto? Isoliamo la Strade Bianche, ma siamo sicuri che nelle altre due Monumento vinte dal campione del mondo in carica si sia fatto tutto per batterlo?

Pochi ragionamenti

Con queste domande siamo andati da Sonny Colbrelli, che con l’astuzia, la tattica e le giuste gambe nel 2021 ha vinto l’europeo e la Roubaix contro avversari di caratura superiore quali Evenepoel e Van Der Poel.

In questi giorni Colbrelli è super indaffarato, da poco ha aperto il suo negozio di bici e noleggio a Salò, sul Lago di Garda. Un punto vendita De Rosa dove si possono anche effettuare noleggi e grazie a due guide del posto pedalare sulle strade e i sentieri del lago. 

«Diciamo che adesso di tattica se ne vede davvero poca – dice Colbrelli – perché la tendenza è di andarsela a giocare fino alla fine. E’ un ciclismo che va a mille all’ora e nelle ultime gare nessuno resta a ruota, non so capire il perché. Immagino siano anche i diesse dall’ammiraglia a sconsigliare certi atteggiamenti. Io però un europeo e una Roubaix li ho vinti esattamente in questo modo, giocando con la tattica».

Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica

Accontentarsi

L’impressione è che nel ciclismo dei marziani accontentarsi sia quasi una scelta accettabile. Provare a vincere vuol dire arrivare fino in fondo e poi giocarsi le proprie carte. Ma siamo sicuri che certi atteggiamenti siano davvero i migliori o quelli giusti? Alla Sanremo Pogacar non ha esitato quando si è trattato di usare l’astuzia, così nel lanciare la volata con Pidcock a ruota si è mosso in modo da ingannare il britannico. 

«Pogacar è uno che non ha paura di nulla – analizza Sonny Colbrelli – e non guarda nemmeno alla tattica. E’ il più forte e non pensa a certe cose, fa quello che vuole. Al contrario Pidcock avrebbe potuto usare un po’ di astuzia, forse. Anche se rimango dell’idea che Pogacar quel giorno avesse una superiorità tale da poter fare tutto.

«L’argomento dell’accontentarsi – prosegue – potrebbe anche essere legato alla logica dei punti. Ormai quelli contano molto e certe squadre preferiscono arrivare davanti anche se battute piuttosto che rischiare di perdere posizioni».

Voci dall’ammiraglia

Per sapere se quest’ultima affermazione sia vera dovremmo salire in macchina con certi diesse. Sonny Colbrelli, che in carriera è stato sia corridore che diesse però può essere un riferimento importante

«Quando sono passato dalla bici all’ammiraglia – racconta ancora Colbrelli – ho vissuto anche un cambiamento enorme nell’approccio alle corse. Fino a qualche anno fa certe dinamiche in gara erano accettate, ora meno. E’ un ciclismo sempre più veloce e meno aperto dal punto di vista tattico. 

«E’ chiaro che le gare ora si aprono anche a 80 o 90 chilometri dal traguardo. Se uno come Pogacar attacca da così lontano è difficile anticipare».

Wout VAn Aert, Tadej Pogacar, Roubaix 2026
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo

Orgoglio o testardaggine?

Il ragionamento non fa una piega, se il più forte di tutti anticipa e chiude la corsa a 80 chilometri dal traguardo, come alla Strade Bianche, c’è poco da fare. Ma è quando si arriva nel finale insieme a lui che forse si dovrebbero cercare vie alternative per vincere. Van Der Poel al Fiandre ha giocato ad armi pari e si è trovato senza cartucce da sparare. Al contrario Van Aert ha usato l’astuzia e la voglia di vincere per mettere nel sacco il campione del mondo.

«Mi trovo totalmente d’accordo – conclude Colbrelli – ma mi permetto di dire che Van Der Poel non è mai stato un grande tattico. Alla Roubaix del 2021 rimase per diversi chilometri tra il nostro gruppo e Moscon, bruciando tante energie e arrivando alla volata senza forze. Al contrario credo che Van Aert domenica abbia usato tutti i mezzi a disposizione. Sapeva che Pogacar e Van Der Poel erano i più forti, e ha corso sfruttando i momenti».

L’allungo nel tratto di Auchy-lez-Orchies à Bersée quando VDP era a venti secondi, mettere davanti Pogacar nei settori di pavè con vento contrario per evitare attacchi a sorpresa. Insomma, Van Aert ha dimostrato che per vincere serve essere campioni anche nel leggere la corsa.

Chi è il re delle corse a tappe? Una statistica sorprendente…

Chi è il re delle corse a tappe? Una statistica sorprendente…

16.04.2026
5 min
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Quando si parla di corse a tappe ci si concentra sempre sui Grandi Giri, su chi è riuscito a conquistare la Tripla Corona e il fatto che fra questi ci siano due italiani (Felice Gimondi e Vincenzo Nibali) è un grande titolo di merito per il nostro ciclismo. Ma se allarghiamo il discorso, se invece di analizzare Giro, Tour e Vuelta guardiamo alla categoria immediatamente successiva, quali sono i nomi più in luce?

Ci si aspetterebbe il solito Eddy Merckx, unico a vantare nel proprio curriculum sia la Tripla Corona che il Grande Slam delle classiche, ma lui era il Cannibale che come sempre ricorda De Vlaeminck ha avuto il merito (o la colpa, dipende da come lo si guarda) di depredare un’intera generazione che era composta da grandissimi campioni penalizzati solo dalla coesistenza con un mostro, sportivamente parlando. Neanche il belga è riuscito però a realizzare la collezione completa delle grandi corse a tappe.

Merckx insieme al compianto Tom Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tommy Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tom Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tommy Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)

I sei capisaldi delle corse a tappe

Già, ma quali sono? Si tratta di sei capisaldi del calendario internazionale, quelle che sono sopravvissute a ogni ciclico cambiamento: in ordine di effettuazione, abbiamo Parigi-Nizza, Tirreno-Adriatico, Volta a Catalunya, Delfinato (che quest’anno cambia nome diventando Tour Auvergne-Rhone Alpes), Giro di Svizzera e Giro di Romandia.

Merckx è uno di quelli che ha vinto 5 di queste corse, ma gli manca la Tirreno-Adriatico. Ci provò quand’era ormai a fine carriera, quando il suo dominio non era più tale, nel 1976, e ci arrivò davvero vicino, vincendo la seconda tappa a Monte Livata, ma inchinandosi poi a chi quella corsa se la sentiva nel sangue: proprio Roger De Vlaeminck, padrone incontrastato dal 1972 fino al ’77. Alla fine 53” privarono Merckx del suo ennesimo record, rendendolo irraggiungibile.

Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie

Porte, fermatosi a un passo dalla gloria

Nessuno è riuscito a vincerle quelle 6 corse, ma con Merckx ci sono altri due corridori capaci di collezionarne cinque. Il primo è Richie Porte, proprio per questo considerato un autentico maestro nelle corse a tappe di media lunghezza. Il tasmaniano non è mai riuscito a tradurre questa capacità nell’arco delle tre settimane, anche se ha potuto almeno chiudere la carriera col ricordo di un podio al Tour de France nel 2020.

Curiosamente, anche l’australiano è rimasto all’asciutto proprio alla Tirreno-Adriatico. Ci ha provato più volte, sin dalla sfortunata edizione del 2014 quando fu costretto al ritiro da una gastroenterite quand’era quarto e in piena lotta per il successo finale. Il suo miglior risultato resta quindi il 4° posto del 2022, l’ultimo suo anno di attività, quando ormai aveva dato tutto il meglio.

Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto

Roglic è pronto al grande colpo

Se Merckx e Porte non hanno possibilità di completare la collezione, altri possono farlo e quello più vicino di tutti è Primoz Roglic. Lo sloveno (nella foto di apertura al Romandia) è un vero specialista in questo tipo di competizioni, tanto che vanta ben 9 successi distribuiti fra 5 gare, un numero inferiore solo alle 11 vittorie di Sean Kelly, l’irlandese che però ne ha concentrate ben 7 alla Parigi-Nizza, a cui aggiunge due doppiette alla Volta a Catalunya e al Giro di Svizzera. Ed è proprio la corsa elvetica quella che manca a Roglic, autore di doppiette in tutte le altre prove salvo la Parigi-Nizza vinta nel 2022.

Lo sloveno sa di questa ghiotta opportunità: vincendo in Svizzera coglierebbe un risultato mai raggiunto nella storia del ciclismo, dando un’ulteriore impronta alla sua importante carriera, ma non stiamo parlando di un Grande Giro o del Grande Slam che per il suo connazionale Pogacar sta diventando un’ossessione. Nei programmi stabiliti lo scorso inverno, Roglic aveva posto la partecipazione al Giro di Svizzera come una delle colonne portanti della sua stagione, ma ora la sua presenza non è più tanto sicura.

Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito

Ma il vincitutto è in agguato…

E Pogacar? Tadej come si sa è molto attento nella “collezione di successi” e punta a vincere tutto quel che conta davvero. L’iridato vanta 5 successi in 4 corse, con le due vittorie alla Tirreno-Adriatico nel 2021-22 che si uniscono alla Parigi-Nizza 2023, Catalunya 2024, Delfinato 2025. Gli mancano le due prove elvetiche e proprio su queste ha posto la sua attenzione nel cammino di avvicinamento al Tour de France.

Come ci arriverà? Difficile pensare a un Pogacar che non parta per vincere, è nella sua natura provarci sempre e comunque, qualsiasi sia il valore della corsa, esattamente come faceva Merckx. Certo, realizzare l’impresa non lenirebbe il dolore della Roubaix sfuggita proprio nel finale nel tripudio dei tifosi belgi di Van Aert, ma sarebbe un bel viatico verso la sua caccia all’ennesima maglia gialla, per poi mettere nel mirino nuovi record.

Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest’anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest’anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?

Quando l’assalto di Vingegaard?

E non dimentichiamo che come Pogacar c’è anche un certo Jonas Vingegaard che vanta un poker di successi in questa speciale graduatoria. Al danese della Visma-Lease a Bike, che quest’anno è salito prepotentemente nella classifica aggiudicandosi Parigi-Nizza e Catalunya, mancano come allo sloveno proprio le due corse elvetiche. Al Giro di Svizzera non ha mai preso parte, il Romandia lo ha corso solo nel 2019 quando, ancora giovanissimo, chiuse al 72° posto. Ma era un altro Vingegaard…

Per quest’anno, compresso fra Giro e Tour, non se ne parla, ma l’idea di completare la collezione non gli è certo indigesta. Molto dipenderà da come andranno le cose quest’anno, sia per lui nei Grandi Giri che per i rivali sloveni nelle due corse elvetiche.

Tadej Pogacar e Wout Van Aert, Roubaix 2026

Ehi Moreno, l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Tadej?

16.04.2026
6 min
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Una Parigi-Roubaix così continua a tenere banco. Sono tanti i temi sollevati dall’Inferno del Nord: il ritorno di Van Aert, gli spunti tecnici, l’appeal in Belgio, le vecchie regole che restano valide. Ma c’è anche un’analisi più tattica.

Un’analisi che abbiamo voluto fare con Moreno Moser, uno dei commentatori che più si è appassionato al successo di Wout van Aert alla Parigi-Roubaix. E la domanda che gli abbiamo posto è: l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Pogacar?

Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Quindi Moreno, l’ha persa Pogacar o l’ha vinta Van Aert?

Secondo me l’ha persa Van der Poel.

Partiamo col botto…

Pogacar non l’ha persa per me. E’ vero: Pogacar sicuramente è stato più sfortunato rispetto a Van Aert. Ha avuto un problema un po’ più grosso rispetto a Wout e quel rientro gli è costato non poco. Allo stesso tempo però penso che Pogacar quel tipo di sforzi riesca a recuperarli talmente bene che credo non gli pesino neanche così tanto. Perciò dico che, a conti fatti, non aveva proprio la forza di staccarlo. Mi riferisco a Van Aert ovviamente. Questo Van Aert in pianura non lo stacchi, neanche se ti chiami Pogacar e sei al 100 per cento.

E Van Aert?

Wout non mi ha mai dato neanche una minima impressione di cedere. Se avessi visto Van Aert quasi sul limite, avrei detto: «Forse sì, l’ha persa Pogacar». Ma così non è stato. Wout perdeva giusto qualche metro dopo qualche curva, ma poi richiudeva con grande facilità. Anzi, se devo dirla tutta, sul Carrefour de l’Arbre ho avuto più la sensazione contraria. Non dico che Wout potesse staccare Tadej, ma certo era in condizione di attaccarlo. Solo che non gli conveniva.

All’inizio hai citato anche Van der Poel…

Se Mathieu non avesse avuto quel doppio problema nell’Arenberg, secondo me non c’era storia neanche quest’anno. Probabilmente ci sarebbe stata una bella volata, molto più alla pari. Magari una volata a tre. E prima, quando ho detto che l’ha persa Van der Poel, mi riferisco soprattutto al pasticcio con Jasper Philipsen nella Foresta di Arenberg.

Il primo inconveniente tecnico di Van Aert ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Forse più un pasticcio della Alpecin-Premier Tech

Sì, meglio. La storia dei pedali con marche diverse è stata una scelta veramente discutibile. A memoria mia non ricordo pedali diversi in un team. Infatti quando ho visto che non gli entravano ho detto: «No, è impossibile, non possono avere marchi diversi». I corridori i pedali non li cambierebbero mai, così come le scarpe. Poi, se Philipsen aveva iniziato a testarli e si trovava bene, è difficile anche farlo tornare indietro. Forse il problema è stato iniziare a testare in certi momenti della stagione. Anche perché se c’è da fare un test, non lo fai con tutti. Quindi neanche mi sento di condannarli. Però…

Resta il però…

In quel momento Van der Poel ha perso quasi due minuti e mezzo. Se ne perdeva solo uno rientrava. E soprattutto avrebbe speso di meno.

Però è anche vero che forse davanti si sono un po’ regolati sul passo di Van der Poel, non credi Moreno? Spesso Pogacar e gli altri non sembravano a tutta…

Un po’ sì, però in quei momenti non fai troppi calcoli.

Torniamo ai due: Van Aert e Pogacar. Tadej è stato troppo generoso nel tirare? Era questo il filone tattico? O se l’è giocata bene Van Aert?

No, era giusto così. Van Aert poteva anche arrivare in volata a due, Pogacar no. Quindi è Pogacar che doveva staccarlo, ma non c’è riuscito perché, come dicevo, ha trovato un grande Van Aert che almeno in pianura adesso non lo stacchi.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
C’è qualche altro dettaglio di questa Roubaix che ti ha colpito, che ti è piaciuto o che al contrario non hai condiviso?

Direi di no, mi è piaciuto davvero tutto. Vedere questi super atleti, sempre loro, che lottano col coltello tra i denti a 120 chilometri dall’arrivo è fantastico. Pogacar fa un po’ da collante tra il mondo delle classiche e quello dei Grandi Giri, ma davvero con questi campioni stiamo vivendo una grande era. Se devo dire qualcosa che mi ha colpito, allora dico che mi sono emozionato per Van Aert. E’ stata una festa per tutti. Credo che in fondo Pogacar stesso fosse contento per lui!

Perché, dicci un po’?

Mi hanno fatto impressione le parole che ha detto nell’intervista post gara. Ha detto che nella sua testa si era disegnato mille volte questa corsa, questo scenario. E si vedeva che lui e il suo team ce l’avevano in mente. E poi, a otto anni dalla morte del suo compagno, Michael Goolaerts, lo ha ricordato. Il primo pensiero è stato per lui. Vuol dire che davvero questa cosa se l’era immaginata mille volte. Io la notte mi immaginavo le corse, le sognavo. Ho capito bene quel suo processo mentale.

In effetti è stato toccante…

Un’altra cosa che mi ha impressionato di Van Aert è stata la motivazione. In particolare quando gli hanno chiesto se avesse mai smesso di crederci e lui ha risposto di sì. A un certo punto non ci credeva più. In questo mondo di super positivismo, di ottimismo forzato o imposto, anche dai social, in cui non si può mai smettere di crederci, lui ha detto il contrario. E’ stata una grande apertura. Alcune volte puoi mollare e il giorno dopo risali in bici e continui. E’ stato uno schiaffo in faccia all’iper-positività utopica di questi tempi.

Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Parliamo di setup, Moreno. Sensazione nostra è che forse Pogacar non avesse la bici migliore. Dalla tv si vedeva che rimbalzava parecchio sul pavé con quelle gomme da 35 millimetri e ruote da 60. Mentre Van Aert aveva ruote molto più basse e gomme da 32 millimetri. Cosa ci dici?

Tadej saltellava di più forse perché è più leggero degli altri, però riguardo alle gomme, sul pavé più sono larghe e meglio è, secondo me. Non credo che lo penalizzasse troppo su asfalto. E poi tutti e due, ma non solo loro, avevano la bici più aero possibile, super rigida. In questo contesto la gomma è tutto, è la gomma che ammortizza.

Esatto, ma non è che forse si è lasciato un po’ troppo tutto alla gomma?

Hanno fatto 49 di media e sapete quanto conta una bici così a quelle velocità? Tantissimo. E’ troppo importante questo aspetto. E comunque parliamo di una sfida che si è risolta in volata, perciò non credo che ci siano stati troppi vantaggi o svantaggi per l’uno e per l’altro riguardo ai materiali. Il fatto tecnico di base è che Pogacar era più leggero. Leggevo che era quello con circa 10 chili in meno rispetto ai più leggeri tra i primi dieci classificati.

E’ che a volte ci facciamo trasportare dall’invincibilità di Pogacar. Come se per lui fosse tutto facile e scontato…

Rendiamoci conto che arrivare lì davanti è già un’impresa per Pogacar. Pensare che possa staccare Van Aert in pianura sarebbe più surreale che altro. Vorrebbe dire sviluppare una quantità di watt rispetto a loro incredibile. Magari poteva staccare il Van Aert del 2025, ma non questo.

Parigi-Roubaix 2026, Tadej Pogacar, docce velodromo

Roubaix, la resa di Pogacar in una frase alla radio

16.04.2026
7 min
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«Solitamente Tadej parla poco alla radio – dice Baldato – ma a un certo punto mi ha fatto una domanda un po’ ironica: “Dimmi, come posso batterlo?”. In quelle parole ci sta tutto. Ho capito il suo spirito, mancavano ancora alcuni settori di pavé, ma nei due più difficili il vento era contrario. E’ stato a favore per tutto il giorno, ma quando serviva davvero era contro. Sembra una piccolezza, ma è un’enormità e noi lo sapevamo.

«Abbiamo attaccato nei tratti in cui era a favore o di lato, ma negli altri con Van Aert a ruota non si riusciva a fare niente. Avete visto Wout quanti rischi si è preso per coprirsi? Riusciva a stargli al fianco, cosa che nessun altro avrebbe saputo fare. In certi momenti sembrava quasi che gli entrasse nel cambio e intanto però si proteggeva…».

Giro delle Fiandre 2023, Fabio Baldato, Marco Marcato (immagine Velon)
Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)
Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)

Un altro secondo posto

Sono passati quattro giorni, ma la Roubaix è fatta di immagini lucidissime nello sguardo del direttore sportivo del UAE Team Emirates XRG. C’era tutto per vincere, ma pochi meglio di Baldato, che nel 1994 arrivò secondo, può capire le mille variabili con cui anche Pogacar ha dovuto fare i conti. Lo avevamo sentito pochi giorni prima, questa volta ci interessa il racconto di una giornata folle quasi quanto quella di Sanremo, ma conclusa nuovamente con una beffa.

«Difficile dire se una bruci più dell’altra – ammette – perché in entrambi i casi la sconfitta è dipesa da un imprevisto. Lo scorso anno fu la caduta, questa volta la foratura nel momento in cui purtroppo c’era un barrage. Il gruppo era rotto in due e con l’ammiraglia eravamo quasi un minuto indietro. C’erano due tratti di pavè, uno dietro l’altro, e arrivare da Tadej per dargli la bici non è stato semplice. Poi ha dovuto fare un grande sforzo per rientrare, fortunatamente sfruttando i compagni che erano rimasti. Ci eravamo concessi il lusso, convinti che sarebbe rientrato, di lasciare Vermeersch passivo nel gruppo davanti, perché sarebbe stato la nostra carta vincente…».

Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Invece Florian è caduto…

All’uscita dalla Foresta, ha forato davanti e ha avuto una bruttissima caduta. Ha picchiato il ginocchio malamente, sta recuperando e per fortuna sembra niente di grave. Per cui ci siamo trovati con Niels Politt e l’abbiamo usato per rientrare, per fare l’ultimo sforzo e portare Tadej davanti negli ultimi 80 chilometri.

Quanto è stato grande lo sforzo di Tadej per rientrare?

Ha speso tanto. La squadra l’ha portato fino a 20 secondi all’entrata del settore di Haveluy e in quel momento davanti ha attaccato Van Der Poel. La squadra ha fatto tanto, ma Tadej ci ha messo del suo. Per fortuna prima della Foresta si sono un po’ guardati. Erano tutti a ruota di Mathieu e lui ha pensato di tirare un attimo il fiato, dando modo a Pogacar di rientrare. Lo sforzo è stato grande. Lui è rientrato, ma non tutti nella stessa situazione ci sarebbero riusciti.

Anche l’inseguimento di Van der Poel ha avuto dell’incredibile…

Sì, era sparito. Lo davano a 2’10”-2’15”, ma la Roubaix è così, anche Ganna è rientrato due volte e non ha mai mollato. Lo diciamo sempre: never give up ed è proprio così. Pensavamo di aver perso Politt perché aveva fatto gran parte del lavoro, invece con l’esperienza di chi è arrivato sul podio della Roubaix, si è messo lì, è salito sul treno di Van der Poel ed è tornato in corsa, facendo ancora una top 10 che ha valore. Arrivare nei 10 alla Roubaix, è una vittoria per chiunque. Solo finirla è una vittoria.

L'ultimo strappo, l'ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste, e quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l'altro dice di no
L’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di no
L'ultimo strappo, l'ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste, e quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l'altro dice di no
L’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di no
Pogacar ha provato più volte a staccare Van Aert: lo temeva in volata?

Esatto, quel messaggio alla radio era proprio per questo. Van Aert ha fatto quello che doveva, non ho avuto modo di parlare con Pogacar dopo la corsa, ma quello che è successo fa parte dei giochi, è nella tattica di corsa. E’ vero che forse è rimasto un po’ sulle ruote, ma quando Van der Poel è arrivato a 25 secondi, è stato lui a rimandarlo indietro. Avere un Van Der Poel che rientrava non piaceva neanche a Wout, ha fatto il suo. E in volata non lo scopriamo adesso.

Però l’anno scorso aveva perso quella del Brabante con Evenepoel…

La speranza era che dopo 260 chilometri, avesse le gambe stanche, che avesse speso di più o fosse al limite. Invece Van Aert è arrivato al velodromo quasi come se dovesse fare una volata di gruppo. Complimenti, non c’è niente da aggiungere. E come ha detto Tadej: c’è solo da riprovare.

Il rientro di Van der Poel sarebbe stato un rischio?

Non averlo è stato un pensiero in meno, però Van Aert si è dimostrato all’altezza e anche di più. Mi brucia la perdita di Vermeersch. Era il corridore più in condizione dopo Tadej e non lo avevamo usato per rientrare. Veramente il rammarico è stato non aver potuto giocare anche noi con un uomo in più. Come la Visma con Laporte, che è stato importante per favorire il rientro di Van Aert quando ha bucato.

Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta all'uscita dell'Arenberg
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per Pogacar
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta all'uscita dell'Arenberg
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per Pogacar
E’ possibile che tutte queste forature siano state causate dalla velocità che avete imposto al gruppo?

E’ una buona osservazione, ho pensato anch’io la stessa cosa. Già nella ricognizione li ho visti andare a 50 all’ora, mentre ai miei tempi si andava a 45-46. Sicuramente le sollecitazioni sono all’estremo e il pavé, per quanto se ne dica, ogni anno non è certo migliore. Alcuni tratti vengono rifatti, ma sono strade usate tutto l’anno dai trattori per cui le pietre sono di traverso: lo avete visto bene, sapete che cosa intendo. Quindi penso anch’io che sicuramente le velocità accrescano il rischio di foratura. Per questo abbiamo aumentato così tanto le sezioni…

Non si erano mai viste gomme così grosse.

Ormai si va proprio al limite del regolamento. Per la prima volta ho visto arrivare i commissari a misurare la dimensione degli pneumatici, mancava ancora questa. Non mi meraviglierei se il prossimo anno inventassero una regola per farci correre con i tubolari più piccoli, per farci rallentare. 

Certo la gomma di Tadej passava appena nella forcella: se ci fosse stato fango avrebbe usato la stessa misura?

Vi dirò, la pensavo allo stesso modo. Invece hanno fatto un test a marzo con fango e pioggia, mentre io ero alla Parigi-Nizza, e non hanno avuto problemi. Il copertone è quasi slick, non riesce veramente a portarsi via il fango. La grossa differenza la fa non avere più i vecchi freni rim che raccoglievano lo sporco. Con i freni a disco e la forcella senza angoli e tutta lucida, il fango non trova punti in cui impigliarsi. Per fortuna non c’è stata la prova contraria, perché correre la Roubaix sul bagnato a quelle velocità è sempre più rischioso.

Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Bè, la causa della velocità in fondo siete stati voi, no?

Visto il vento e il tipo di corsa che avevamo in mente di fare, avevo detto subito che avremmo fatto più di 48 di media. Si poteva lasciar andare la fuga e andare più tranquilli sull’asfalto, ma una volta entrati sul pavé, penso si sia capito che la nostra idea fosse di fare la corsa più dura possibile. Poi purtroppo abbiamo dovuto inseguire, fino a rimetterla in carreggiata, ma a Tadej non è bastato.

Gli toccherà tornarci? Pogacar ha vinto la Sanremo e ha detto che non ci tornerà più, la Roubaix ancora manca…

L’ha dichiarato lui, l’ha detto a tutti. Pogacar non è uno che lascia i lavori a metà e ci vuole riprovare. Never give up, soprattutto a Roubaix. Pensate a Van Aert, quanti anni ha impiegato per vincerla? Dal 2018 non si è mai arreso. Sono felicissimo anch’io per Wout, per quello che fa e quello che ha sempre fatto. E poi è un signore, non fa mai polemiche. No, veramente complimenti. Ha vinto un campione, non ha rubato niente.

Giro dei Paesi Baschi 2026, Paul Seixas

Seixas, l’Avenir, Pogacar e Del Toro: nessun punto in comune

14.04.2026
6 min
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C’è un filo neppure troppo sottile che in apparenza unisce Pogacar, Del Toro e Seixas. E se l’origine (ciclistica) comune può essere considerata la vittoria al Tour de l’Avenir, il loro sviluppo successivo parla di velocità e storie completamente diverse. I numeri del francese al Giro dei Paesi Baschi hanno stupito. La partecipazione non era quella degli anni migliori, ma i distacchi cui Seixas ha relegato i rivali e la determinazione con cui li ha attaccati a ogni occasione hanno lasciato di sasso chi lo ha seguito in questi ultimi anni. Fra questi c’è, Marino Amadori, cittì azzurro degli U23, che se lo è trovato avversario all’ultimo Tour de l’Avenir.

«Seixas è cresciuto di brutto – comincia Amadori – dico la verità: è forte, ma quest’anno sta facendo delle cose super. In Spagna li ha messi tutti a bagnomaria. Poi bisogna vedere in che condizioni fossero effettivamente gli altri, però lui sta andando molto, molto forte. Allo scorso Tour de l’Avenir si vedeva che avesse qualcosa in più, quando partiva ci lasciava là. E poi si è confermato saltando i mondiali di Kigali, ma facendo terzo agli europei con i professionisti».

Paul Seixas, Lorenzo Fin, Tour de l'Avenir 2025 (foto Tour de l'Avenir)
La vittoria di Seixas al Tour de l’Avenir 2025 è stata netta ma non schiacciante (foto Tour de l’Avenir)
Paul Seixas, Lorenzo Fin, Tour de l'Avenir 2025 (foto Tour de l'Avenir)
La vittoria di Seixas al Tour de l’Avenir 2025 è stata netta ma non schiacciante (foto Tour de l’Avenir)

Al livello dei migliori

Quel che colpisce è la naturalezza del lionese, che compirà vent’anni il 24 settembre. La sua facilità nel portare certi attacchi è disarmante, al punto che la Francia da un lato pensa (a buon diritto) di aver trovato l’uomo giusto per riprendersi certi traguardi (l’ultimo Tour transalpino è del 1985) e dall’altro trema per la prospettiva che il ragazzino venga preso da squadroni d’altra bandiera e ingabbiato in schemi meno… spettinati.

«E’ incredibile – ha detto Seixas – vincere il Giro dei Paesi Baschi era l’obiettivo iniziale e farlo in questo modo, con tre tappe, è magnifico. Ho dimostrato per tutta la settimana di essere forte, che piovesse o facesse un caldo torrido. Non ho ceduto. Era proprio quello che volevo testare, per vedere se ero migliorato in quell’aspetto, e la conferma c’è stata, quindi è fantastico.

«Sto seguendo le orme di alcuni dei più grandi corridori di questo sport. Devo però ammettere che qui alcuni non c’erano, alcuni sono caduti (Del Toro) oppure non sono arrivati ​ in forma (Ayuso). Non penso di essere il migliore, ma so di poter competere con loro, di poter correre nelle posizioni di testa con ambizione. Sì, posso competere con i migliori».

La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2'30"
La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2’30”
La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2'30"
La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2’30”

Una crescita bruciante

Amadori ha la sensazione di trovarsi di fronte a un altro corridore rispetto al ragazzino che lo scorso anno al Tour de l’Avenir è sembrato lottare ad armi pari con i coetanei. Aver chiuso la classifica con i primi quattro racchiusi in un minuto poteva essere il segno di una superiorità normale, non certo schiacciante come quella che Seixas ha messo in mostra in Spagna.

«Al Tour de l’Avenir era abbastanza impulsivo – spiega il cittì degli U23 azzurri – faceva delle azioni improvvise e forse era normale in un contesto di corridori della stessa età. Ai Paesi Baschi ha fatto delle azioni mica da ridere, è partito a 60-70 chilometri all’arrivo. Penso che dall’anno scorso sia cresciuto tantissimo. Deve capire qual è il suo limite, quanto può migliorare ancora, perché ha 19 anni e non è tutto scontato come si crede ora. Di certo, per quel che si vede, è un’eccezione.

«Prendiamo ad esempio Tadej (Pogacar, ndr) – ancora Amadori – che è cresciuto anno per anno e sta continuando a farlo. Da under 23 era bravo, ci mancherebbe altro. Al secondo anno ha vinto il Tour de l’Avenir, però l’anno prima era un buon corridore, con i nostri ragazzi lo abbiamo anche battuto. Poi, anno dopo anno, Pogacar ha salito un gradino. Ma Seixas dall’anno scorso di gradini ne ha saliti due».

Pogacar che vince l’Avenir del 2018 è un ragazzino promettente, che da allora ha salito un gradino ogni anno, mai bruciando le tappe
Pogacar vincitore dell'Avenir 2018: per Saronni è stato quello il momento della sua rivelazione al mondo
Pogacar che vince l’Avenir del 2018 è un ragazzino promettente, che da allora ha salito un gradino ogni anno, mai bruciando le tappe

Mai sedersi sugli allori

La miglior difesa è l’attacco. Battere il ferro finché è caldo, perché verranno giorni difficili ed è bene vincere quando si può. Il campionario delle interviste di Seixas è un rincorrersi di concetti elementari ma non per questo banali.

«Ho affrontato ogni tappa con una mentalità offensiva – ha detto dopo il successo basco – ho attaccato ogni volta che ne ho avuto l’occasione. E’ così che si vince una corsa, con la mentalità offensiva. Se si rimane sulla difensiva, si finisce per crearsi più problemi che altro. Gli avversari lo percepiranno e cercheranno di attaccarti. Non si deve aver paura di provarci quando ci si sente in forma, dimostrare agli avversari che vincere una tappa non significa adagiarsi sugli allori e che ogni giorno è una battaglia.

«Non mi aspetto nulla meno di questo da loro, questa è la mentalità che bisogna avere. Nel ciclismo, una settimana sei il più forte, la settimana successiva lo è qualcun altro. Mi capiterà sicuramente di trovarmi in situazioni in cui un altro sarà più forte di me o anche più di uno. In quei casi, correrò in modo diverso».

Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano duelli memorabili
Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano grandi sfide
Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano duelli memorabili
Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano grandi sfide

La gestione del talento

In teoria il difficile viene adesso, fa notare Amadori, che ricorda bene le infornate di talenti sbocciati in Francia nelle categorie giovanili e poi sacrificati nell’incauta e frettolosa ricerca di una possibile maglia gialla.

«Io ormai ho i capelli bianchi – dice sorridendo il romagnolo – e dico di stare attenti a questi ragazzi che hanno vent’anni. Seixas farà le classiche delle Ardenne e a questo punto sono curioso di rivederlo contro Pogacar che punta alla vittoria. Non si sa se poi farà il Tour oppure il Giro, ma di certo dopo tanto clamore non è pensabile che vada in Francia a prendere dei 15-20 minuti. Tre settimane sono tante e di giovani corridori francesi bruciati perché portati troppo presto al Tour ce ne sono stati parecchi.

«La situazione di Del Toro è diversa, ma se dovessi fare un confronto fra loro due, viene fuori un bel match, devo dire la verità. Perché anche Isaac fece grandi cose al Tour de l’Avenir. Però nel suo caso, l’ultimo giorno Pellizzari riuscì a tenerlo e vincemmo anche la tappa. Invece quando attaccava Seixas, non l’abbiamo mai tenuto, per capirci, ci ha lasciato là.  E’ molto molto bravo e poi va forte a cronometro, che è una cosa grossa. Vincerà il Tour? Può darsi, a patto che evitino di portarlo in contesti più grandi di lui che possono danneggiarlo per sempre».

Parigi Roubaix 2026, Wout Van Aert

EDITORIALE / Van Aert e le regole (ancora) vincenti

13.04.2026
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Il copione della Sanremo non ha funzionato e nemmeno quello del Fiandre. Ieri sulle strade della Roubaix, dove l’assenza di salite ha costretto i corridori a combattere ricorrendo anche alla tattica, Van Aert ha dimostrato che il più forte può essere battuto applicando le regole del ciclismo di sempre, che in nome di un fairplay annacquato e imposto da non si sa quale convenzione, troppo spesso ha reso le corse scontate.

Il copione della Sanremo

Pogacar cade prima della Cipressa: è il più forte di tutti, ha motore e cattiveria da vendere, la caduta è l’occasione di rendergli la vita difficile, eppure lo aspettano. Continuano regolari come se niente fosse e si stringono per lasciarlo passare sulla Cipressa, affinché vada davanti e li ammazzi. E lui, killer chirurgico e senza tanti scrupoli, li supera e li mette in croce, vincendo poi la volata con la giusta dose di malizia. Nessun fairplay: Pidcock non deve passare a destra e lui chiude la porta.

Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne: per Pidcock porta chiusa, dovrà andare verso centro strada
Aspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuzia
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock esita. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Aspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuzia

Il copione del Fiandre

Pogacar è il più forte di tutti. Sui muri la bici gli scappa di sotto e sul primo Qwaremont fa capire che al passaggio successivo non ce ne sarà per nessuno. Prima di arrivarci però ci sono il Taaienberg e tratti di strada faticosa in cui uno da solo rischierebbe di spendere davvero tanto. E Van der Poel, che avrebbe l’occasione di farlo stancare, anziché mettersi a ruota e lasciargli il peso del lavoro, lo aiuta.

Dicono che abbia rallentato sperando di far rientrare Evenepoel. Dicono che abbia tirato per orgoglio e per dimostrare di essere al suo livello. Dicono che fra campioni si combatte alla pari. In realtà a Van der Poel è mancata la lucidità o forse l’umiltà. Ha aiutato e poi ovviamente è stato staccato.

La rabbia di Van Aert

Di certo Van Aert non ha vinto quanto si pensava qualche anno fa. Van Aert ieri aveva il sangue negli occhi, aveva una dedica per l’amico scomparso e voleva vincere per la sua famiglia. E così, quando si è ritrovato da solo con Pogacar nel finale della Roubaix, dando per scontato le grandi gambe, ha messo in atto tre mosse vincenti. E il campione del mondo, che ha dimostrato ancora una volta di essere un atleta immenso, è caduto nella rete perché senza salite, si è trovato privo di uno schema da applicare.

Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George

Respinto Van der Poel

La prima mossa. Van Aert era a ruota di Pogacar, quando dalla radio gli hanno detto che Van der Poel fosse prossimo ai rientro: dai due minuti che aveva all’uscita di Arenberg (fra breve diremo anche di questo) era arrivato a pochi secondi. Se il rientro di Evenepoel avrebbe riaperto il Fiandre, Wout ha pensato che ritrovarsi con Mathieu fra i piedi sarebbe stato un guaio e così prima di entrare nel settore di Pont-Thibault à Ennevelin ha accelerato e si è messo in testa, riaprendo il gap. Fatto fuori lo storico rivale, ha potuto concentrarsi solo su Pogacar.

A ruota sul pavé

La seconda mossa. Pogacar ha cominciato a capire che in volata rischiava grosso e nel settore di Mons-en-Pevéle è partito da dietro come una furia. Van Aert ha ammesso che lo sforzo per stargli appresso è stato il più duro della sua Roubaix e per questo, da quel momento, nei tratti di pavé è sempre rimasto a ruota di Tadej. Se vuole staccarmi, ha pensato, deve partire dal davanti.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi

Il minimo sindacale

La terza mossa. Capito che non lo avrebbe staccato sul pavé, Pogacar ha provato a farlo su un ponticello in salita: pochi metri così violenti che Van Aert ha aperto la bocca per riprendere fiato. E quando Pogacar si è voltato per chiedergli il cambio, il belga gli ha fatto cenno di no con la testa. Stanco per il rientro (sudato) dopo la sua foratura e per il peso di un attacco condotto sempre in testa, anche Pogacar ha visto la riserva.

Superato anche il Carrefour de l’Arbre, Van Aert ha fornito la collaborazione minima, ma non si è svuotato per dimostrare all’altro di essere al suo livello. Quello l’ha fatto nel velodromo, schiantandolo in volata. E ha poi sollevato la pietra al cielo come il sacerdote con l’ostia nella domenica in cui nelle chiese s’è raccontata la redenzione di San Tommaso.

I pedali di Philipsen

Questo è il ciclismo. Forza e testa, perché molto spesso a parità di forze, si vince con l’intuizione giusta. Ci sono regole che si danno per scontate, come ad esempio quella per cui il campione deve poter ricevere la bici da un compagno, se dovesse trovarsi in difficoltà: una bici di misure simili e con gli stessi componenti.

Immaginate pertanto la sorpresa di Van der Poel, con una gomma a terra nella Foresta di Arenberg, quando salendo sulla bici di Philipsen, si è reso conto che il compagno aveva i pedali diversi dai suoi (probabilmente i nuovi SRM) non compatibili con le sue tacchette. Van der Poel ha buttato via la Roubaix nel goffo tentativo di trovare una bici che gli andasse bene.

Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi

Le regole del gioco

Va bene essere amici, ma una gara di sei ore è più simile a una battaglia che a una partita di bridge e richiede atleti lucidi, arrabbiati e capaci di giocare tutte le carte.

E’ vero che ormai non si corre più per fame, per rabbia e per amore, ma le regole del gioco sono sempre le stesse e prevedono che per battere il più forte, in quelle poche occasioni in cui sia possibile, bisogna rendergli la vita difficile.

E a proposito del più forte e della velocità che ha imposto al gruppo, visto ieri quante forature? Chissà se siano dipese proprio dalla velocità folle con cui si è svolta la corsa: i 48,910 di media ne fanno la Roubaix più veloce della storia. Forse i tubeless gonfiati così bassi non erano pronti per impatti così violenti con le pietre? La risposta ai tecnici.