La terza Liegi di Tadej. Si chiude così la campagna del Nord

27.04.2025
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LIEGI (Belgio) – Da dove iniziare? Un bel punto di domanda per questa Liegi, la terza dominata da Tadej Pogacar. Il campionissimo della UAE Team Emirates ha messo tutti in riga sulla Redoute come da programma. Se ne è andato che mancavano 35 chilometri all’arrivo.

Se non fosse per la buona tenuta degli italiani, la Liegi-Bastogne-Liegi 2025 sarebbe condensata in poche frasi. Ma come avevamo anticipato ieri, c’è un’Italia che non molla: secondo Giulio Ciccone, quarto Simone Velasco e sesto Andrea Bagioli.

(Quasi) tutto facile

E’ vero, tutto sembrava semplice. Ma «in realtà poi facile non lo è – come ci spiegava Andrej Hauptman, direttore sportivo della UAE – anche all’Amstel Gold Race sembrava tutto facile, ma abbiamo visto come è andata. Le cose nel ciclismo cambiano velocemente. Quel giorno abbiamo trovato Remco in giornata di grazia e tanto vento contrario che si è alzato più forte del previsto. Oggi per fortuna non è andata così».

Intanto nel clan della UAE, come nelle altre squadre, c’è il fuggi-fuggi generale. La Liegi chiude la campagna del Nord e anche per gli staff è tempo di tornare a casa. I meccanici lavorano, i massaggiatori aprono i frigo con le borracce e si lanciano all’assalto dei tifosi. Si caricano i mezzi. Chi scappa in aeroporto…

Ancora Hauptman: «Avete avuto la sensazione che sulla Redoute avesse controllato prima di aprire tutto il gas? Sì, è vero. Voleva vedere chi c’era con lui e a quel punto avrebbe deciso cosa fare: se tirare dritto oppure aspettare qualcuno. In fondo alla discesa ha deciso di andare. Comunque, come ripeto, fare tanti chilometri da solo non è mai facile. Io voglio fare i complimenti alla squadra perché i ragazzi sono stati eccezionali. Tutti hanno svolto alla perfezione il proprio lavoro. Ai 150 chilometri dovevano entrare in azione e hanno controllato ogni metro del percorso».

Come detto da Hauptman, in fondo alla discesa della Redoute, Tadej decide di andare. Prende il suo vantaggio, si mette nella sua velocità di crociera – che ovviamente è ben diversa da quella degli altri – porta il margine a un minuto, un minuto e 15. Dopodiché si stabilizza e trova persino il tempo di parlare via radio. «Cosa mi chiedeva alla radio? Mi diceva che i ragazzi dietro dovevano stare tranquilli e pensare alla volata», conclude Hauptman.

E Remco?

Quello che è mancato in questa giornata è stato l’attesissimo duello con Remco Evenepoel. Ancora una volta il testa a testa col coltello tra i denti è venuto meno. Remco è naufragato sulla Redoute. Ha provato a tenere duro, era rientrato sul gruppo giusto ai piedi della Roche-aux-Faucons, ma poi nulla ha potuto, se non chinare la testa e onorare la sua Doyenne fino in fondo. E dire che sullo Stockeu pedalava a bocca chiusa…

La sensazione, non solo nostra, è che il doppio campione olimpico stia vivendo una fase di “rebound”, di rimbalzo, dopo il ritorno dal suo incidente. Ci sono due considerazioni da fare.

La prima è fisica: ci sta che appena si rientra si stia bene, “leggeri” e pimpanti, specie se si ha uno dei super motori di questo ciclismo. Ma poi la resistenza, il recupero e il ritmo gara protratto su quattro gare in dieci giorni si fanno sentire.

La seconda motivazione, forse più incisiva della prima, è mentale. Remco lo abbiamo osservato in questi giorni e di certo era meno spensierato di Pogacar. Senza Van Aert, è il faro del Belgio. Il doppio titolo olimpico lo ha lanciato in un’altra dimensione, con pressioni di cui un po’, forse, risente. Alla Freccia del Brabante nessuno gli chiedeva nulla: era solo il rientro dopo cinque mesi. Ma dopo quella prestazione, il suo approccio alle gare è immediatamente cambiato. In ogni caso è tornato. Ora potrà iniziare davvero a lavorare per il Tour. Iniziare: si badi bene a questo termine.

Liegi, ma anche Roubaix

Finalmente Pogacar arriva in conferenza stampa. E’ sereno, come se nulla fosse successo. Ripete tante volte: «Sono felice». E come non esserlo?

«Sono felice per la squadra – racconta Tadej – per questa vittoria, sapete quanto ami la Liegi, per come è andata la corsa. Io non potevo immaginare una primavera migliore».

E poi interviene sulla gara: «Ho visto spesso la Soudal-Quick Step di Remco davanti, poi all’inizio della Redoute non li ho visti più. Ho immaginato fosse successo qualcosa (forse è per questo che si voltava così spesso, ndr). Non immaginavo non avesse le gambe. Dopo un po’ sono partito, ma volevo vedere se qualcuno potesse seguirmi. Poi lo sapete, quando ho le gambe e c’è la possibilità, io voglio sempre vincere».

Il resto è storia. Quel che colpisce invece è la sua risposta quando un giornalista gli chiede quale sia il ricordo più bello di questa sua campagna di classiche.

«Chiaramente le vittorie sono sempre bellissime, ma se chiudo gli occhi, il ricordo di questa mia primavera di classiche è la Parigi-Roubaix. Non credevo fossi capace di fare certe cose in quella corsa. E’ stato qualcosa di speciale». Mauro Gianetti non ne sarà felicissimo!

Intanto però nel bus della UAE Team Emirates si fa festa. Quel bus che, non appena Pogacar ha tagliato il traguardo, ha iniziato a suonare il clacson, facendo un rimbombo incredibile in tutto il vialone d’arrivo. E’ il genio di Federico Borselli, l’autista che tra l’altro aveva posteggiato il bestione subito dopo la linea d’arrivo, staccato da tutti gli altri. Lui già sapeva tutto!

E’ il giorno delle ricognizioni e dei tifosi. Nel cuore delle Ardenne…

25.04.2025
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VIELSAM (Blegio) – Finalmente, dopo 36 ore di pioggia ininterrotta, torna a splendere un timido (anzi, facciamo timidissimo) sole sulle Ardenne. Non piove e già va bene. E’ venerdì, antivigilia della Liegi-Bastogne-Liegi, ed è quindi il classico giorno delle ricognizioni.

Alla sera, dopo un ultimo giro di messaggi con i vari direttori sportivi, stabiliamo anche noi il nostro piano di battaglia. Molti team hanno scelto Vielsam come punto di partenza. Tanto vale recarsi lì. Tra le 9,30 e le 11 tutti sono in “pista”.

Pista è un termine che calza, visto che questa è la strada della Liegi e che nel bel mezzo della recon si lambisce anche il circuito di F1 di Spa-Francorchamps.
Il primo atleta che incontriamo è un italiano: Samuele Battistella. Un saluto incoraggiante e, insieme al capitano Ben Healy e ai compagni, s’immette alla scoperta degli ultimi 104 chilometri della Doyenne.

Appuntamento a Vielsam

Poco dopo ecco spuntare Andrea Bagioli. Lui è in compagnia di un solo altro atleta e in ammiraglia sono seguiti dal direttore sportivo Maxime Monfort. Il resto del team ha fatto la ricognizione ieri: si sono sciroppati 150 chilometri sotto la pioggia. Qualcosa d’insolito anche per i belgi, tanto è vero che più di qualche voce locale aveva sottolineato la cosa.

In casa XDS-Astana Team, il primo a scendere dal bus è Alexandre Vinokourov! Ma non aveva smesso? O siamo ancora al 2005, quando vinse la sua seconda Liegi? Vino scherza: «No, non la faccio mica tutta con loro». E infatti, dopo aver preso un caffè, il manager s’incammina con una delle bici di Velasco, un po’ prima dei ragazzi. Mario Manzoni, il direttore sportivo, dà le ultime indicazioni e poi partono anche Diego Ulissi e gli altri.

Qualche centinaio di metri a valle, ma sempre a Vielsam, ecco due team: Team Visma-Lease a Bike e Red Bull – Bora.
E qui la sorpresa: tra i “tori rossi” c’è anche Giulio Pellizzari. La squadra lo ha annunciato in extremis, ma siamo venuti a sapere che, tutto sommato, Pellizzari sapeva di fare la Liegi già da un po’. Non tanto, ma neanche così all’ultimo.

E’ sorridente, emozionato e anche quello che si sente di più. Fa “perdere la pazienza”, nel senso buono, anche con Enrico Gasparotto. Insomma, si parte tra le risate.
Giulio è al debutto e seguiamo il suo team per un po’. La cosa che abbiamo notato è che, praticamente per tutto, ma proprio tutto, il tempo Pellizzari è stato in testa. Forse voleva vedere per bene le strade. Una bella fame di conoscenza, di entusiasmo…

Nel cuore della Doyenne

E a proposito di strade, forse la tattica di Gasparotto di farlo stare davanti è davvero corretta. Seguendo questa recon da così dentro e così da lontano rispetto al solito, ci siamo resi conto anche noi di cosa sia davvero la Liegi. Non è solo Redoute o Roche-aux-Faucons o Stockeu. E’ un serpente d’asfalto alquanto velenoso. Noi seguiamo le côtes, ma in realtà è un continuo saliscendi. La pianura non esiste. E spesso si sale a strappi.

E non si deve pensare solo al dislivello: le strade sono spesso strette. Si lascia una strada nazionale e si svolta secchi su una comunale di campagna. Il risultato è: carreggiata ristretta, curve, pendenze violente anche in discesa e asfalto ondulato. Tanti microdossi che richiedono molta attenzione. Proviamo a immaginare lo stress dei corridori in gruppo, il cercare di stare davanti.

Il tratto in discesa dopo Wanne, giusto per dirne uno, è difficilissimo. Lo stesso vale per le stradine che precedono la cote di Mont-le-Soie. Poi, ovviamente, ci sono le salite vere e proprie… che non regalano nulla.

Ardenne già in festa

E poi c’è il contorno di questa ricognizione. Ed il contorno è la gente, la festa, il popolo del ciclismo. Ragazzi che si accodano ai team, tifosi a bordo strada e la solita Redoute già presa d’assalto. A Remouchamps, il pratone verde alla base della cote simbolo della Liegi è già pieno di camper e sulla salita tutti aspettano i big. Che bel caos per Tadej Pogacar, ma soprattutto per i beniamini di casa: Lotte Kopecky e Remco Evenepoel. Un signore ci confida che spera proprio sia Remco a battere Pogacar.

Ma la festa, anche la nostra, non è finita. Poco dopo la Redoute, dove Remco staccò Healy due anni fa, c’è uno stand con una bandiera belga e una italiana. Si mangia, si beve e si fa il tifo per Andrea Bagioli. E’ il suo fan club. A dirigere l’orchestra è Florio Santin.

Un bicchiere di rosso, un panino e la torta di riso. «Questa è tipica della zona, delle Ardenne – ci dicie Florio – Ne era golosissimo Giovanni Visconti. Che ha poi trasmesso questa passione anche a Valverde. Prima è passato Bagioli, ma non si è fermato… purtroppo. Mentre è stata molto carina Elisa Longo Borghini. Ha rallentato, ci ha sorriso e abbiamo scambiato una battuta».

E’ ormai l’ora di pranzo passata. I team non passano più. Quel che è fatto è fatto. I big hanno le conferenze stampa. Gli altri potranno vivere con un pizzico in più di relax questo avvicinamento… all’ultima grande classica di questa splendida Campagna del Nord.

Tadej Pogacar e la rivoluzione One-to-One di Fizik

24.04.2025
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Tadej Pogacar ha lasciato il segno in due delle Classiche più impegnative del calendario ciclistico internazionale, il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix. Non solo per le prestazioni eccezionali che ha offerto al grande pubblico degli appassionati, ma anche per la tecnologia che lo ha supportato: nello specifico, una sella Fizik realizzata su misura grazie al programma One-to-One. Vincitore a Oudenaarde e secondo a Roubaix, il fuoriclasse sloveno ha difatti utilizzato una sella Vento Argo Adaptive personalizzata, frutto della più innovativa tecnologia di stampa 3D applicata al ciclismo.

La sella utilizzata da Pogacar è stata progettata appositamente per adattarsi alla sua posizione in bici, alle esigenze biomeccaniche e alle condizioni estreme del Nord. Il processo è iniziato all’inizio dell’anno, in occasione dell’UAE Tour, quando Tadej ha collaborato con il team Fizik per sviluppare una versione su misura della sella Aeris da cronometro. Entusiasta del risultato, ha deciso di estendere l’esperienza One-to-One anche alla sua configurazione per le gare su strada.

La sella Vento Argo Adaptive di Pogacar è stata sviluppata seguendo ogni singola fase del programma One-to-One, lo stesso disponibile oggi per qualsiasi ciclista. Il processo parte dalla raccolta dei dati tramite mappatura della pressione in tempo reale, che permette di identificare eventuali punti critici, squilibri posturali e aree di maggiore compressione. Da questi dati nasce una sella unica, con un’imbottitura stampata in 3D che garantisce supporto, comfort e stabilità anche sulle superfici più difficili.

One-to-One: per ogni ciclista

Lanciato nella scorsa estate, il programma One-to-One di Fizik ha rapidamente conquistato sia il mondo dei professionisti sia una crescente community di ciclisti appassionati. Grazie a una rete in espansione di rivenditori, e studi di “bike fitting” qualificati, oggi anche gli amatori possono accedere a una sella completamente personalizzata, pensata per migliorare la posizione, ottimizzare la performance e risolvere fastidi legati all’utilizzo di selle standard.

Che tu sia un ciclista su strada, un triatleta o un amante delle lunghe distanze in gravel, una sella Fizik su misura potrebbe essere in grado di fare la differenza in termini di comfort ed efficienza. Il programma One-to-One è infatti una soluzione concreta per chi non trova sollievo con le selle tradizionali, offrendo un’esperienza di pedalata completamente nuova e personalizzata.

Per maggiori informazioni sul programma One-to-One suggeriamo una visita al sito ufficiale Fizik per scoprire l’elenco aggiornato dei centri autorizzati dove è possibile effettuare il test della pressione, ricevere una consulenza personalizzata e ordinare la propria sella stampata in 3D.

Fizik

Tadej si volta ma è solo: 10 pedalate per riprendersi il Muro d’Huy

23.04.2025
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HUY (Belgio) – Gli è bastato guardarli in faccia e una mezza accelerata di Ben Healy (il solito, con le sue tattiche rivedibili) perché Tadej Pogacar si scatenasse. Apparentemente senza troppo sforzo, seduto sui pedali. Dieci, forse venti, pedalate ha aperto un vero baratro. Metri, non centimetri. E così si è preso la Freccia Vallone per la seconda volta.

Il meteo ha reso questa semi-monumento, già dura di suo, ancora più tosta. Incredibili le facce degli atleti all’arrivo: sembravano pugili presi a cazzotti. Occhi gonfi, borse tra guance e orbite, labbra alterate, gonfie e violacee. Pensate che persino la faccia di Pogacar non era bella come al solito, anche se era la meno stravolta di tutte. In realtà anche Tom Pidcock non sembrava stare male.

Il momento decisivo: Healy scatta, Pogacar non aspettava altro e apre il gas…
Il momento decisivo: Healy scatta, Pogacar non aspettava altro e apre il gas…

L’attacco d’Huy

Il meteo ha forse bloccato un po’ anche la decisione della UAE Emirates e dello sloveno di attaccare da lontano, come ci aveva abituato.

«Oggi – racconta Pogacar – è stata una corsa con condizioni davvero toste. Siamo arrivati in tanti sotto al Muro, oggi era importante andare forte nel finale. Tra l’altro anche la squadra di Remco ha tirato molto. Abbiamo deciso di rendere dura la corsa così e lo dimostra il fatto che di solito sotto al Muro d’Huy arrivano 60 corridori: stavolta eravamo molti meno». Come a dire: minima spesa, massima resa.

«Brandon McNulty e Jan Christen, talento eccezionale, hanno tirato fino a 600 metri dall’arrivo: due grandi lead out per la cote finale. Poi, quando sulla mia sinistra ho visto muoversi Healy, ho accelerato. Non mi sono alzato sui pedali perché in questo modo la ruota posteriore aveva più trazione. Ho deciso di spingere forte da seduto. E quando mi sono voltato, ho visto subito che nessuno teneva la mia ruota. Ma quando ho visto il cartello dei 200 metri ho pensato che sarebbero stati i 200 più lunghi della stagione. Ma sono contento. Questo era il nostro obiettivo e la squadra ha lavorato tanto».

Formolo e la mantellina

Il primo italiano, come all’Amstel, è stato Davide Formolo, sedicesimo. La sua faccia era tra le più provate, eppure ascoltare il suo racconto della Freccia è stato sensazionale.

«Mamma mia – racconta l’atleta della Movistar, ancora col fiatone – anche oggi durissima. Ho le occhiaie, vero? Con questa pioggia e questo freddo… Ci si aspettava sinceramente che attaccassero da lontano, invece è andata così, magari ci si sarebbe accodati. Comunque la Freccia resta una gara bellissima, durissima. Il fatto che abbia piovuto ha un po’ scombussolato le carte. Quando le giornate sono così fredde, le corse vengono dure a prescindere, perché devi limare, serve più attenzione, c’è più stress e soprattutto le discese sono veramente pericolose. Abbiamo visto più di una caduta. Sono energie psicologiche che non si vedono sui computerini, ma che presentano il conto».

Davide, oltre a essere ex compagno di squadra di Pogacar, è anche suo amico. E in più di qualche momento hanno pedalato vicini.

«Un po’ ci siamo parlati – riprende Formolo, al quale scappa anche un sorriso – a un certo punto l’ho visto in maniche corte e pantaloncini e mi fa: “Adesso Davide andiamo full gas”. Allora ho provato ad aprirmi anch’io la mantellina. Dopo 10 secondi mi sono venute le stalattiti sullo stomaco e mi sono detto: “Meglio richiuderla!”. Si vedeva che Tadej stava benissimo, che era in controllo».

Per Roccia si avvicina la Liegi, corsa alla quale è legatissimo e dove è già salito sul podio. Spera di fare bene, ma…

«Ma qui con questi giovani e questi fenomeni è dura. Da ragazzini battono i tempi di Pantani! A 21 anni mi dicevano che a 30 avrei trovato il picco. Ora che ci sono, questi ragazzi volano, nonostante io migliori ancora un po’ anno dopo anno. Diciamo che la Liegi è diversa: più lunga, più selettiva ma meno esplosiva. Cercherò di stare con lui fino alla fine, pensando anche ad Enric (Mas, ndr) che sta bene».

Dopo il successo del 2023 Pogacar si riprende il Muro d’Huy. Inflitti 10″ a Vauquelin e 12″ a Pidcock
Dopo il successo del 2023 Pogacar si riprende il Muro d’Huy. Inflitti 10″ a Vauquelin e 12″ a Pidcock

Tra recupero e Liegi

E’ vero, Pogacar ha dominato. E come ha detto Formolo, era in controllo. Sul Muro ha fatto impressione, specie per il distacco inflitto. Ma qualcuno tra giornalisti, tecnici… qui in Belgio, si chiedeva dello sforzo della Roubaix e del fatto che oggi non fosse partito da lontano. Se però avesse vinto l’Amstel – che ha perso per pochissimo – probabilmente certi dubbi non ci sarebbero stati. E’ la condanna dei numeri uno: non solo non possono permettersi di fare secondi, ma sono “condannati” a vincere anche in un certo modo.

Per carità, ci rendiamo conto che stiamo cercando il pelo nell’uovo, ma anche lui è umano. Di sforzi, sin qui, ne ha fatti molti. E più volte ha parlato di recupero in conferenza stampa. Ma questo, a nostro avviso, denota solo intelligenza. Oggi spesso Pogacar pedalava a bocca chiusa e quello che ha raccontato Formolo non è cosa da poco.

Ancora Tadej: «Domani è un giorno di recupero, poi ci sarà una piccola ricognizione (pensando alla Liegi, ovviamente, ndr). Alla fine ho fatto molte corse, ne ho saltate poche. Gareggio dall’UAE Tour e tutte le ho fatte al massimo. Ogni domenica è stato fatto un grande sforzo, non solo alla Roubaix. Tra una gara e l’altra abbiamo recuperato bene. Io vorrei fare ogni corsa o provarla, anche quelle in mezzo alla settimana. Ma questo è il calendario che avevamo deciso.

«Credo che tre giorni di recupero prima della Liegi siano sufficienti e che il meteo di oggi non avrà ripercussioni sulla gara di domenica».

Namur, parte la Freccia. Alla Lidl-Trek si scommette su Nys

23.04.2025
5 min
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«Da bambino, quando andavo lì con mio padre e la sua squadra di ciclocross – racconta Thibau Nys ai microfoni della Lidl-Trek – ancora prima di diventare uno junior e di pensare di intraprendere una carriera su strada, ho sempre pensato che ci fosse una sola gara in cui avrei avuto una possibilità di vincere ed era la Freccia Vallone. Non so se sia possibile, ma la penso ancora allo stesso modo. Questa è la gara che più si avvicina al tipo di corsa che faccio, al tipo di gare che mi piacciono. Quindi forse ci sono delle possibilità, anche se sarà sicuramente molto dura».

Subito dopo la vittoria al GP Indurain, Nys accolto e festeggiato dal massaggiatore (ed ex corridore) Alafaci
Subito dopo la vittoria al GP Indurain, Nys accolto e festeggiato dal massaggiatore (ed ex corridore) Alafaci

L’investitura di Skjelmose

Thibau Nys, belga e figlio d’arte, arriva alla Freccia dei suoi sogni dopo aver vinto il GP Indurain in Spagna, aver lavorato sodo al Giro dei Paesi Baschi e dopo il dodicesimo posto all’Amstel, vinta dal compagno Skjelmose. E proprio il danese, che ha messo nel sacco Pogacar ed Evenepoel, subito dopo il trionfo olandese, ha avuto per lui parole di grande fiducia.

«L’ho già detto e lo ripeto – ha profetizzato Skjelmose – c’è una persona al mondo che può battere Pogacar sul Mur de Huy ed è Thibau. Partiremo per fare la corsa in due, ma se lui avrà uno dei suoi giorni migliori, allora credo che sia quello di cui abbiamo bisogno».

Il cross e la strada

Dopo la stagione del cross che lo ha visto vincere gli europei a novembre, poi duellare con Van Aert e Van der Poel conquistando il podio ai mondiali e vincere in tutto cinque trofei internazionali, Nys ha staccato la spina per otto giorni, andando a sciare a Val Thorens. In ogni intervista ha ribadito che il cross aiuta la strada e viceversa, dandogli l’intensità e l’esplosività che lo stanno rendendo un corridore migliore. Tuttavia ha anche ammesso che le ore dedicate al fuoristrada sono una rinuncia in termini di allenamento su strada. Ma un domani potrebbero essere una risorsa cui attingere nel momento in cui decidesse di lasciare il cross un po’ in disparte.

«Voglio solo essere la versione migliore di me stesso – dice – e sono pienamente consapevole che alla Freccia potrei anche correre la migliore gara possibile ed essere comunque staccato. Va bene qualunque risultato da cui potrò imparare qualcosa per i prossimi anni. Sento di aver fatto tutto il possibile. Nei ritiri abbiamo avuto una preparazione impeccabile e penso di essere pronto per dimostrarlo. Sono davvero in ottima forma e ne sono molto felice».

Thibau Nys, classe 2002, è pro’ dal 2023. E’ alto 1,76 per 64 kg. Suo padre Sven è una leggenda del ciclocross
Thibau Nys, classe 2002, è pro’ dal 2023. E’ alto 1,76 per 64 kg. Suo padre Sven è una leggenda del ciclocross

L’ossigeno nelle gambe

Nys non ha mai partecipato alla campagna delle Ardenne, che sono il suo principale obiettivo di questa stagione. La Freccia Vallone di oggi (il via alle 11,30 da Namur) è il sogno principale, ma nella sua fantasia di giovane corridore spiccano anche i campionati nazionali di giugno.

«Eppure – dice e un po’ ti spiazza – sento di non aver ancora bisogno di vincere certe gare per essere soddisfatto, perché so che il 2025 sarà un grande passo avanti verso il livello a cui correrò l’anno prossimo. Penso però che bisogna allenarsi e impegnarsi per vincerle, provare a farlo. Alla Freccia Vallone, hai bisogno della giornata migliore per avere una possibilità in quegli ultimi 30 secondi, forse un minuto, e anche per le salite prima del Muro finale. Se infatti ci arrivi già al limite, sarà davvero difficile far arrivare di nuovo un po’ di ossigeno alle gambe per gli ultimi scatti. E io non ho esperienza in questo genere di cose».

Sul Muro di Huy alla cieca

Di lui i compagni dicono tutti la stessa cosa: si percepisce il suo essere leader dalla calma e la lucidità con cui dice le cose. Non parla da sbruffone, riesce ad andare al cuore delle questioni con poche parole ed è molto lucido nel valutare se stesso. Per cui è molto interessante sentirlo ragionare ancora sulla sfida che si accinge ad affrontare per la prima volta.

«Conosco la salita, conosco la mia forma – spiega – so cosa posso fare in uno sforzo di questo tipo, ma non sono paragonabile agli altri corridori che lassù hanno già fatto ottime corse e addirittura le hanno vinte. Sarà come procedere alla cieca, ma con una certa sicurezza. Non dirò mai che mi sento pronto per vincerla, ma neppure che mi tiro indietro. Quello che voglio per questa stagione è tagliare il traguardo per primo il più spesso possibile e anche il più velocemente possibile. Solo pensarci o pensare che sia possibile mi fa sentire bene».

EDITORIALE / L’abuso del talento è peccato capitale

21.04.2025
4 min
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A Pogacar non converrebbe a questo punto saltare la Freccia Vallone e sparare le ultime cartucce alla Liegi? Sarebbe un peccato trovarlo a corto di gambe nella Decana di tutte le classiche. In questo giorno di Pasquetta, che al Nord è quantomai provvidenziale dopo l’Amstel di ieri, il pensiero fa capolino con crescente insistenza.

La corsa di ieri ha proposto un altro scontro fra titani. Evenepoel ha preso il posto di Van der Poel, mentre Pogacar ha continuato a giocare da par suo. Potente lavoro di squadra e attacco coraggioso a 48 chilometri dal traguardo. Sembrava tutto nuovamente perfetto, ma di colpo si è avuta la sensazione che Evenepoel avesse capito lo schema tattico del rivale e abbia corso di conseguenza.

Sul Cauberg finale, Evenepoel ha rinunciato ad attaccare, puntando sulla volata: un errore?
Sul Cauberg finale, Evenepoel ha rinunciato ad attaccare, puntando sulla volata: un errore?

L’errore di Remco

Lo ha tenuto davanti senza lasciarsi andare allo sconforto. Ha gestito l’inseguimento con la lucidità del cronoman. E il suo avvicinarsi ha scoperto le carte dello sloveno. Pogacar ha capito che non ce l’avrebbe fatta. Si è lasciato recuperare. Si è messo a ruota. E ha aspettato la volata, tendendo a sua volta una trappola spietata al giovane belga.

Riguardate il finale della corsa. Evenepoel avrebbe potuto staccarli sul Cauberg, invece ha peccato di ingenuità e commesso due errori. Il primo quello di credere che avendo battuto Van Aert alla Freccia del Brabante, avrebbe potuto rifarlo anche con Tadej. Il secondo quello di non pesare bene le caratteristiche di Skjelmose. Così facendo si è consegnato alla volata del danese e ha pagato pegno anche a Pogacar. La corsa perfetta di Remco si è convertita nel pasticcio di quegli ultimi 500 metri che saranno certo di insegnamento per la Liegi di domenica. E qui ci riallacciamo al ragionamento di partenza.

Il grande debutto di Roubaix non ha risparmiato a Pogacar una notevole fatica, forse non del tutto recuperata
Il grande debutto di Roubaix non ha risparmiato a Pogacar una notevole fatica, forse non del tutto recuperata

Abuso di talento

Pogacar viene dai fuochi d’artificio della Sanremo, dalla dispendiosa vittoria del Fiandre e dall’altrettanto faticoso debutto alla Roubaix. La voglia di correre sul pavé e il conseguente cambio del programma non hanno spinto la squadra a una riflessione supplementare. Si è semplicemente aggiunto, senza considerare il carico complessivo: come mai? Era noto da settimane che Pogacar avrebbe portato al debutto la leggerissima Colnago V5Rs proprio nella corsa olandese, ma vista la situazione probabilmente la vetrina per la nuova bicicletta sarebbe potuta rimanere in secondo piano.

Il campione del mondo, che ieri ha attaccato sulle strade dell’Amstel Gold Race ed ha ammesso che si sarebbe aspettato più collaborazione da Alaphilippe, è parso generoso, ma non irresistibile come al solito. Quando uno così attacca frontalmente, guadagna subito un margine importante, invece il suo vantaggio non è mai andato oltre i 20 secondi, rendendo possibile l’inseguimento… scientifico di Evenepoel. Vuoi vedere, abbiamo iniziato a pensare, che anche Pogacar è stanco e avrebbe bisogno di tirare un po’ il fiato? E allora perché non dismettere per una volta i panni di Superman, lasciare la Freccia Vallone ai compagni e affilare le armi per la Liegi in cui Remco sarà ancora una volta molto competitivo?

Il prossimo round della sfida fra Pogacar ed Evenepoel sarà la Freccia Vallone o la Liegi?
Il prossimo round della sfida fra Pogacar ed Evenepoel sarà la Freccia Vallone o la Liegi?

La Roubaix e l’Amstel

Per un istante, pensando a Tadej, ci siamo trovati a ricordare le fatiche di Van Aert di un paio di anni fa. Il voler fare tutto per vincere è certamente un fattore di spettacolo che piace ai tifosi, ai media e agli indici di ascolto. Tuttavia si ritorce contro il campione con effetti maligni e a lungo termine. Sarebbe stato più logico risparmiargli l’Amstel, portandolo alla Freccia con tre giorni di recupero in più nelle gambe. Il ciclismo dei fenomeni passa sopra alle regole di sempre, ma non si è mai visto un corridore andare così forte alla Roubaix e lottare per vincere l’Amstel. Fa parte dell’eccezionalità di Pogacar, ma in qualche modo l’esito della corsa di ieri conferma che la regola non è peregrina, che ha una sua base nella fisiologia degli atleti e pensare di aggirarla tradisca un peccato di superbia.

Ora che l’errore è stato commesso (è singolare che si possa considerare errore correre l’Amstel sette giorni dopo la Roubaix e arrivare secondi), non ci stupiremmo se la UAE Emirates risparmiasse a Tadej la corsa di mercoledì. Se davvero è in calando di condizione, superpoteri o no, arriverebbe alla Liegi senza le solite armi. Lo spettacolo ne trarrebbe probabilmente beneficio, ma a scapito della miglior gestione dell’atleta. L’abuso del talento è un peccato capitale dello sport.

Tra i due litiganti il terzo gode: Skjelmose!

20.04.2025
6 min
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E’ proprio vero: i detti non sbagliano mai e così, tra i due litiganti, il terzo gode ed è Skjelmose. Oggi, alla Amstel Gold Race, Tadej Pogacar pensava di seguire il suo solito copione: squadra che tira, ritmo che cresce e la sua bordata. E più o meno le cose stavano andando così. Il problema, e forse se n’è reso conto abbastanza presto, è che stavolta il largo non lo ha preso ed è rimasto sempre abbastanza a tiro dei suoi avversari. Uno su tutti: Remco Evenepoel.

Remco è stato molto intelligente. Lo ha lasciato sfogare, ha inseguito, ha tirato, si è nascosto a tratti… Forse si è esposto un po’ di più anticipando Mattias Skjelmose, che quando lo ha riacciuffato gli ha fatto cenno con la testa: «Andiamo, vieni dietro a me».

L’epilogo di questa Amstel lo abbiamo visto tutti. I tre erano molto stanchi e alla fine si è risolta in volata. A quel punto era immaginabile che potesse vincere Skjelmose, visto che è veloce di suo. E in più era quello che aveva speso un po’ meno rispetto ai due compagni di fuga.

“Suicidio” Pogacar

Capitolo Tadej: parte, va forte, prende il largo, ma non apre la solita voragine. La sua pedalata è agile ma non ficcante come sempre. Si gira più volte, stira i muscoli, si guarda attorno.

«E’ stata una bella gara – ha detto il corridore della UAE Team Emirates con tono meno squillante del solito – una corsa davvero buona per noi, ma alla fine il traguardo era un po’ troppo lontano: cinque metri di troppo per il primo posto. Ovviamente è stata una grande battaglia, ma io ero da solo, loro erano in due: fa una grande differenza. Quando io e Alaphilippe siamo andati via, speravo che rimanesse con me più a lungo, così da poter collaborare e restare avanti, ma forse eravamo troppo entusiasti nell’attaccare così presto».

«Alla fine ho provato da solo, ma una volta che Remco e Skjelmose sono andati via dal gruppetto tutto è cambiato. Eravamo uno contro due e con quel vento forte negli ultimi 15 chilometri non sono riuscito ad aumentare il distacco. Così ho deciso di aspettarli e giocarmela nel finale. E’ stata un’azione un po’ un azzardata e alla fine è arrivato il secondo posto. Avevo una trentina di secondi, ma sapevo che in salita si sarebbero avvicinati, quindi ho cercato di rilanciare sempre in cima e in discesa, ma come ho detto prima, con 15 chilometri da fare non era facile e ho pagato gli sforzi. Forse sarebbe stato meglio aspettarli prima, restare con loro due e giocarsela nel finale».

E su Remco: «Questa mattina ho detto che non sarei rimasto sorpreso da un grande Evenepoel. E avevo ragione. Mi aspettavo fosse così forte. Ha dimostrato a tutti di essere in forma, ma alla fine Skjelmose è stato il più forte. E adesso ci aspettano due belle battaglie».

Insomma, non è il solito Tadej schiacciasassi. Forse anche per lui le fatiche della Roubaix si sono fatte sentire. E questo, da una parte, ci rende felici: perché il verdetto dice che anche Tadej è umano. E forse piace ancora di più.

Recriminazioni Remco

E poi c’è Remco. Evenepoel arrivava da una delle settimane più particolari della sua carriera: il rientro con vittoria alla Freccia del Brabante, dopo un lungo stop, l’infortunio e tanti dubbi. Magari anche lui oggi si è sentito più forte di quanto non fosse realmente.

Il corridore della Soudal Quick-Step è andato fortissimo. Ci ha messo il cuore, forse anche troppo, e alla fine non aveva più quella gamba esplosiva per fare la differenza. Il fatto che né lui né Pogacar siano scattati sul Cauberg finale la dice lunga: erano tutti e due a corto di energie. Va detto, però, che Remco era stato coinvolto anche nella caduta che ha messo fuori gioco diversi big.

«Stavo bene, mi sentivo forte – ha detto con un po’ di rammarico – ma ho speso tante energie per inseguire dopo la caduta. Narváez è finito giù davanti a me, sono quasi riuscito a rimanere in piedi, ma la sua bici ha rimbalzato contro la mia e sono caduto. Se non fosse successo, forse sarei andato via da solo o con Pogacar. Forse ero il più forte in gara, ma non lo sapremo mai. Ho dato tutto nello sprint, anche se sono partito presto e con vento contrario. Senza contare che prima avevo speso moltissimo per chiudere su Pogacar».

Infine Remco chiude con una bordata che fa salire l’attesa per Freccia Vallone e Liegi: «Ho lavorato tanto per tornare e quindi non ho nulla da rimproverarmi. Oggi in salita mi sentivo il più forte. Peccato solo per la caduta. Ma questo è un segnale positivo per le prossime settimane. Posso solo migliorare».

Skjelmose, non svegliatelo!

Infine parola al vincitore. Mattias Skjelmose era, giustamente, il più felice al traguardo. Non solo per la vittoria, ma anche perché ha messo dietro due nomi non da poco: Evenepoel e Pogacar. Neanche nel migliore dei sogni poteva andare così bene al danese della Lidl-Trek.

«Non so se questa vittoria all’Amstel valga più del Giro di Svizzera – ha detto Skjelmose – ma di certo oggi ho battuto i migliori corridori al mondo. Come ci sono riuscito? Non lo so! Speravo di poter vincere, ma ero al limite da 50 chilometri e più volte ho dovuto chiedere a Remco di tirarci fuori dai guai, sia quando eravamo nel gruppo che poi in due».

Nelle sue parole c’è franchezza, forse anche un po’ di ingenuità. Ma quando racconta la volata, di ingenuo non c’è nulla.

«Allo sprint – spiega – ho cercato di prendere un po’ di spazio e di andare sul lato sinistro, perché il vento veniva da lì ed era più riparato. Solo che Remco ha anticipato e a quel punto sono stato costretto a seguirlo al centro. Quando ho avuto strada libera, sono tornato sul lato sinistro (che però era ormai il centro della carreggiata, ndr). Credo di essere riuscito a superarli perché, con il vento, ho potuto fare uno sprint corto. Di sicuro ho lanciato una volata più breve rispetto a Remco».

«Sarei stato felice anche solo con il podio – ha aggiunto – ero davvero al limite, e contro due corridori così sarebbe andato bene comunque. Credo mi servirà del tempo per capire davvero cosa ho fatto».

Infine la dedica: «Due mesi fa ho perso mio nonno. In questo periodo ho cercato di essere forte per la mia famiglia, perché di solito è mio padre a tenerla unita ed essere forte. Ma ora tocca a me. A lungo non sono riuscito e non ho potuto esprimere i miei sentimenti. Voglio dedicare questa vittoria a mio nonno. Ci penso da quando è iniziata la stagione. Lui ha sempre seguito le mie corse. Questa Amstel è tutta per lui».

Stili di guida sul pavé: la differenza la fanno i campioni

17.04.2025
5 min
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La caduta di Pogacar ha messo fine al duello testa a testa tra il campione del mondo in carica e quello uscente, Mathieu Van der Poel. Ancor prima che la corsa potesse metterci davanti l’ennesimo duello tra due campioni una curva sbagliata ha messo fine allo spettacolo. L’errore dello sloveno ha aperto una curiosità e qualche dubbio sulla sua posizione in sella. Non che la sua pedalata manchi di efficacia, ma il pavé della Roubaix non sono le salite del Tour de France. 

Tadej Pogacar è stato messo in sella con tutte le accortezze del caso, ma la sua posizione estremamente avanzata lo porta ad usare spesso il manubrio in presa alta. Un fattore che si è notato in maniera particolare durante la Parigi-Roubaix. Nei vari settori di pavé il corridore del UAE Team Emirates-XRG era l’unico dei favoriti a non usare il manubrio in presa bassa. Al contrario Van der Poel con una posizione più compatta in sella ha avuto una guida più fluida

Van der Poel, alla terza Roubaix consecutiva in bacheca, sa sfruttare ogni spazio e questo è un vantaggio enorme
Van der Poel, alla terza Roubaix consecutiva in bacheca, sa sfruttare ogni spazio e questo è un vantaggio enorme

Funamboli

Ci siamo rivolti così a un ex-corridore che di pavé ne ha masticato parecchio: Filippo Pozzato

«Sono due stili di guida e di pedalata – spiega – che evidenziano la differenza di come i due sono stati messi in sella. Pogacar sa guidare molto bene la bicicletta e lo ha dimostrato, ma Van der Poel è di un’altra pasta. Penso che sia il migliore in gruppo. Sia l’anno scorso che quest’anno ha affrontato le curve del Carrefour de l’Arbre con un’agilità incredibile. Faceva il pelo agli spettatori, alle transenne e a tutto ciò che delimitava il percorso. Sicuramente il fatto che arrivi dal ciclocross gli dà quel qualcosa in più a livello di confidenza nell’usare tutta la strada a disposizione e anche qualcosa in più».

La differenza di fuori sella tra Pogacar e Van der Poel è evidente, così come i modi di stare in bici
La differenza di fuori sella tra Pogacar e Van der Poel è evidente, così come i modi di stare in bici
Pensi che la differenza tra gli stili di guida possa aver fatto la differenza sul pavé?

Ne parlavo con i ragazzi con cui ho visto la gara. Io ero uno che guidava allo stesso modo di Pogacar, con le mani alte. Tom Boonen, ad esempio, era molto vicino a Van der Poel, sempre in presa bassa. Fabian Cancellara aveva un altro stile ancora, con le mani appoggiate spesso sulla parte centrale del manubrio. 

Cosa hai notato ancora?

Che Van der Poel è molto basso e compatto sulla bicicletta, ha un’escursione di sella molto limitata e per questo è più facile per lui usare il manubrio in presa bassa. Pogacar invece è più alto e spostato in avanti. 

Un fattore che può aver influenzato la caduta?

Non direi. Può succedere di cadere alla Parigi-Roubaix. Poi in realtà Pogacar non è caduto, ha sbagliato una curva e poi è finito a terra. Quell’errore lo attribuisco più alla traiettoria sbagliata a causa della moto davanti.

L’olandese sul pavè utilizza spesso la presa bassa, al contrario lo sloveno usa le manopole dei freni
L’olandese sul pavè utilizza spesso la presa bassa, al contrario lo sloveno usa le manopole dei freni
Dici?

In quei momenti di gara sei a tutta, inoltre Pogacar stava spingendo per tentare un allungo. La bicicletta sbatte da tutte le parti, la gente ti urla nelle orecchie, hai l’adrenalina a mille, è facile sbagliare. Penso che lui stesse seguendo la moto, a un certo punto ha abbassato lo sguardo sulla strada e quando lo ha alzato ha visto l’altra moto del fotografo parcheggiata in quel punto strano. Non un disturbo concreto, però inganna la prospettiva della curva. 

Quindi la posizione in sella non ha influito?

No. Ogni corridore ha la sua e se pedala in quel modo è perché si trova bene. Io stesso avevo le mie misure e le mie geometrie. Van der Poel e Pogacar ci hanno mostrato due stili tanto diversi, ma l’efficacia della loro azione sul pavé è evidente. Erano comunque loro due davanti a tutti. 

Pogacar è l’unico tra i primi dieci della Roubaix a pesare meno di settanta chili
Pogacar è l’unico tra i primi dieci della Roubaix a pesare meno di settanta chili
Nell’intervista prima del Fiandre ci avevi detto che Pogacar non avrebbe fatto bene alla Roubaix, ora che lo hai visto in azione cosa pensi?

Era l’unico corridore che fisicamente non c’entrava nulla con quelli davanti, tra i primi dieci è l’unico che pesa meno di settanta chili. Mi chiedevo come potesse andare forte e lui ha risposto arrivando secondo. Al Fiandre te lo puoi aspettare, ci sono delle salite e lì può certamente fare la differenza. 

L’evoluzione tecnica dei mezzi può averlo avvantaggiato?

Sicuramente questa cosa di utilizzare copertoni sempre più larghi, si è arrivati a montare il 32 millimetri alla Roubaix, lo aiuta. Le pressioni si abbassano e la maggior larghezza del battistrada crea più comfort in sella. Però poi bisogna pedalare e Pogacar lo fa alla grande. Per il resto credo che l’evoluzione tecnica c’è ma anni fa era la bici ad adattarsi al corridore. Ora è il contrario, le aziende fanno dei telai standard gli atleti vengono messi su giocando con i vari componenti. Pogacar ha fatto vedere di cosa è capace, ed era solo alla sua prima partecipazione alla Roubaix. 

Pogacar alla Roubaix. Guida, tattica, posizione… L’analisi di Moser

17.04.2025
5 min
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Tadej Pogacar ha affrontato per la prima volta la Parigi-Roubaix, concludendo al secondo posto dietro Mathieu Van der Poel. Lo sloveno ha (in parte) stupito per la naturalezza con la quale ha affrontato questa sfida tanto particolare. E di questa naturalezza ne parliamo con Moreno Moser, ex professionista e oggi commentatore tecnico per Eurosport.

Insieme al trentino abbiamo analizzato la prestazione del leader della UAE Emirates, evidenziando aspetti gli tecnici. Presa del manubrio, tattica, posizione in gruppo, guida… Quanti dettagli sono emersi attorno l’Inferno del Nord del campione del mondo. E se si deve fare in anticipo un sunto, possiamo dire che la parola “guardingo” (a 360°) gli casca a pennello.

Moreno Moser (classe 1990) ha corso fino al 2019
Moreno Moser (classe 1990) ha corso fino al 2019
Moreno, partiamo dalla tattica: come hai valutato l’approccio di Pogacar alla Roubaix?

Ha corso sempre in controllo, preferendo spendere un po’ di più per stare davanti e avere una visuale pulita. Questo approccio è simile a quello di Van der Poel, che preferisce prendere aria e rischiare meno. Quante volte li abbiamo visti a centro strada o muoversi in prima persona? Ha mostrato atteggiamenti giusti, ma anche quelli di chi è all’inizio in questa corsa. Per esempio, spesso lasciava qualche centimetro in più per vedere dove era la strada e dove fossero le buche, un comportamento che aiuta a evitare rischi.

Quali dettagli tecnici hai notato nella sua guida sul pavé? A nostro avviso per esempio saltava bene anche dalla “banchina” al pavé e viceversa, cosa che di solito fa un habitué della Roubaix…

Spesso sporgeva la testa per cercare di vedere meglio davanti quando era a ruota. Segno di massima attenzione, di controllo come dicevo. L’ho visto andare davanti in prima persona per cercare di prendere la testa della corsa e pedalare sulla schiena dell’asino. Ma questo può farlo perché Tadej ha tanta, tanta gamba.

Lo sloveno si trovava a suo agio nel salire e scendere dalla banchina, come i veterani
Lo sloveno si trovava a suo agio nel salire e scendere dalla banchina, come i veterani
Noi abbiamo notato che in pratica aveva sempre le mani sulle leve. Non paga qualcosa in termini di aerodinamica?

Vero, questa cosa ce l’hanno fatta notare anche in diretta, mentre Van der Poel prendeva il manubrio con le mani sotto. Sembrava anche un filo più basso di sella, ma potrebbe essere un’impressione dovuta alla posizione avanzata: se ha cambiato quei 2 millimetri fai fatica a vederlo. Magari l’ha semplicemente spostata un filo più avanti. Però io non credo sia tanto una questione di aerodinamica. Oggi spesso sono più aero quando hanno le mani sulle leve, perché riescono a piegare meglio i gomiti.

Chiaro…

Quando ancora correvo e si facevano i vari test – e da allora ne sono cambiate di cose – ci spiegavano come fosse importante incassare la testa nelle spalle perché si riduce la sezione frontale. Pensiamo alle protesi da crono: un tempo erano “sulla ruota anteriore”, oggi hanno spessori di 20 centimetri e sono più aerodinamici. La posizione delle mani è anche una questione di abitudine e comfort nella guida. Mentre ho notato che Tadej faceva spesso stretching proprio per distendere la schiena... Le pietre della Roubaix sono state dure anche per lui! Hanno un altro impatto rispetto a quelle del Fiandre.

Quante volte ha cercato la schiena d’asino… nei tratti più sconnessi
Quante volte ha cercato la schiena d’asino… nei tratti più sconnessi
E della proverbiale agilità di Pogacar cosa ci dici? Van der Poel era più agile di lui stavolta?

Credo perché fosse stanco e alla fine si è “attaccato al rapporto“. Nei primi settori di pavè era agile anche Pogacar, ma nel finale sembrava più stanco rispetto al solito. La pedalata era appesantita e non riusciva a mantenere il ritmo abituale. Che poi non andava piano. Eppure sembrava così proprio perché non mulinava come suo solito.

Secondo te può migliorare ancora nella guida sul pavé? Ed eventualmente in cosa?

In generale l’ho visto bene, ma non credo che facendo altre cinque Roubaix possa migliorare tanto, specie rispetto a Van der Poel. Quest’ultimo ha una sensibilità sviluppata fin da bambino nel ciclocross, che lo porta ad avere una guida superiore. Mathieu ha un livello di consapevolezza in bici che lo porta a non spaventarsi. Quando sente la ruota che va, lascia scorrere la bici senza frenare, salvando spesso situazioni critiche. Come magari non fanno gli altri che d’istinto frenano.

Ad Arenberg, ma non solo, Pogacar ha cercato di fare il ritmo per rendere la corsa dura. Lui che è il più forte alla fine paga meno gli sforzi
Ad Arenberg, ma non solo, Pogacar ha cercato di fare il ritmo per rendere la corsa dura. Lui che è il più forte alla fine paga meno gli sforzi
Qual è il bilancio complessivo della sua prestazione? Insomma ce la potrà fare Pogacar a conquistare una Roubaix?

Ha corso bene, mostrando intelligenza tattica e capacità di adattamento. Pur non avendo l’esperienza di Van der Poel sul pavé, ha dimostrato di poter competere ad alti livelli anche in una corsa così impegnativa. Alla fine erano quasi alla pari. Probabilmente avrebbe vinto lo stesso VdP, ma magari non lo avrebbe staccato. Se ci pensiamo poi non ha perso molto. Il problema è che qui si parla di potenza assoluta e Van der Poel ne ha un po’ di più. Tadej non aveva i muri del Fiandre, che anche se sono corti, ogni volta facendoli forte mettevano più stanchezza nelle gambe degli avversari, che non nelle sue.

Esattamente quello che ci diceva Pino Toni qualche giorno fa…

E ha fatto bene a rendere la corsa dura. Alla fine più ci si stanca e più lui è avvantaggiato. Anche se scattano, lui o VdP, poi gli altri devono chiudere. E chiudere fa spendere energie, non gli vai dietro gratis. Essendo i più forti, avendone di più, corrono in questo modo e portano la corsa dalla loro parte. Cosa aggiungere in prospettiva: Tadej dalla sua rispetto a Van der Poel ha l’età...