Altra caduta, altro casco. Arianna Fidanza racconta…

Giada Gambino
25.03.2022
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Lo spunto è la caduta alla Danilith Nokere Koerse. La manovra poco ortodossa di una rivale che stringe davanti e Arianna Fidanza cade pesantemente sul rettilineo. Ha un male cane, ha battuto forte prima il fianco e poi la testa. Dopo la sfortuna degli anni scorsi, la bergamasca vede di nuovo nero, ma per fortuna alla fine tutto si risolverà con un grosso spavento. La stagione va avanti, il dolore passa, il casco si è rotto e ha fatto il suo dovere.

Ne avevamo già parlato per Matteo Trentin, cui poteva andare molto peggio. Il casco ha assorbito il colpo e lui è dovuto rimanere fermo per una decina di giorni, per assorbire la commozione cerebrale derivante dall’impatto. 

Una manovra scorretta e caduta alla Nokere Koerse. Dolore e paura, poi tutto a posto. Casco incluso
Una manovra scorretta e caduta alla Nokere Koerse. Dolore e paura, poi tutto a posto. Casco incluso

Il casco rotto

Che rapporto c’è fra un’atleta e il suo casco? In questo caso, che rapporto c’è tra Arianna Fidanza e il suo LIV REV PRO Mips, dotato cioè della tecnologia brevettata per aggiungere protezione nei caschi contro il movimento rotazionale?

«In squadra abbiamo due modelli – racconta Arianna – uno più leggero e uno più aerodinamico ed entrambi mi fanno sentire al sicuro. Qualche giorno fa al Danilith Nokere Koerse nella combattuta volata finale in leggera salita, sono finita a terra e ho visto svanire un probabile piazzamento. Il casco si è rotto, ma mi ha salvato. Ho avuto un forte mal di testa durante la notte, ma la mattina seguente stavo già meglio. Questo penso sia dovuto al lavoro eccellente che ha fatto il casco, rompendosi sì, ma non recandomi ulteriori danni».

Il sistema Cinch Pro MIPS offre una copertura ottimale, cullando l’osso occipitale per una protezione completa
Il sistema Cinch Pro MIPS offre una copertura ottimale

Sistema Mips

Il casco del Team Bike Exchange ha la forma ottimizzata dalle analisi CFD, che permettono di combinare la massima ventilazione a un profilo aerodinamico ottimale. Ampie prese d’aria e canali interni forniscono infatti un costante flusso d’aria senza intaccare l’aerodinamica.

Sul fronte della sicurezza il sistema Cinch Pro MIPS offre una copertura ottimale cullando l’osso occipitale per una protezione completa, supporto e comfort. Come già detto, il sistema Mips ha dimostrato scientificamente di ridurre il movimento di rotazione, assorbendo e reindirizzando le energie e le forze trasferite al cervello.

«A volte per essere sicura – spiega Arianna – mi è capitato di stringerlo molto, ma ho notato che non mi ha creato dolore e fastidio. Volendo potrei anche tenerlo più largo, perché mi starebbe saldo sulla testa e comodo anche senza stringerlo così tanto».

Leggero e fresco

La regolazione dell’altezza è prevista in cinque posizioni incorporata nello strato di schiuma EPS inferiore.

Il rivestimento è in policarbonato con schiuma EPS che fornisce la massima protezione ottimizzando il comfort, mentre l’Element Strap System offre cinturini monostrato facilmente regolabili e ultrasottili. La membrana TransTexturaPlus interna è molto sottile e avvolge la testa offrendo una vestibilità sicura e confortevole. Essa è anche idrorepellente, quindi non assorbe il sudore ed evita cattivi odori.

Il test della… treccia

Il test svolto ha permesso inoltre di evidenziare alcune specifiche del nascere come casco per le donne.

«Noi ragazze che abbiamo i capelli lunghi – spiega Arianna Fidanza – non sempre riusciamo a trovarci comode con determinate tipologie di casco. A volte la treccia gonfia un po’ i capelli e rendono il casco scomodo e stretto, ma da quel che ho potuto osservare utilizzando il casco Liv, non è questo il caso. Personalmente a volte faccio anche la coda e altre la treccia, però in entrambe le acconciature mi trovo molto bene, dal momento che il casco gode di un’ampia regolabilità».

Dopo lo spavento alla Nokere Koerse, Arianna Fidanza è ripartita senza problemi
Dopo lo spavento alla Nokere Koerse, Arianna Fidanza è ripartita senza problemi

Un tocco di stile

E poi anche l’occhio vuole la sua parte. Su questo l’accordo con Arianna Fidanza è stato immediato.

«Il LIV REV PRO Mips è molto bello ed elegante – dice – richiama la maglia e la bici ed è molto femminile, si vede subito in gruppo ed è appariscente. Non è un aspetto fondamentale, ma indossare un casco così bello rende il tutto più carino».

Carino e sicuro. Inutile pensare a cosa sarebbe successo se su quel rettilineo acciottolato in leggera salita non lo avesse indossato o si fosse sfilato o peggio ancora non avesse ceduto…

Mips, cos’è e cosa significa per un ciclista

03.03.2022
5 min
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Molti appassionati ciclisti identificano un casco di qualità proprio grazie a Mips. Succede una cosa simile anche nella categoria delle calzature, dove l’utente finale identifica il valore di una scarpa, grazie alla presenza dei rotori Boa. Ma rimaniamo focalizzati su Mips e cerchiamo di comprendere cosa si nasconde alle spalle di questo acronimo (multidirectional impact protection system).

Hans Von Holst, fondatore di Mips (foto jonas@jonaskullman)
Hans Von Holst, fondatore di Mips (foto jonas@jonaskullman)

Un’azienda svedese

Mips è un’azienda svedese leader nel settore della protezione e sicurezza, un brand che collabora attivamente con l’università di Stoccolma per la ricerca di nuove e innovative soluzioni in termini di safety program (non solo nello sport, non solo nel ciclismo ma anche in tutte quelle attività legate al mondo del lavoro, militare etc.). Proprio grazie alla collaborazione con il polo universitario, Mips è impegnata attivamente nello studio delle conseguenze che possono avere gli impatti sul cervello dell’uomo, dei danni celebrali e del valore che ha un sistema di protezione.

La gabbia gialla, simbolo del marchio svedese
La gabbia gialla, simbolo del marchio svedese

La gabbia gialla di Mips

Le aziende hanno investito ingenti risorse nella ricerca e sviluppo, sono nate leggi e normative che regolano la costruzione dei caschi e l’impiego dei materiali. Sono nati dei marchi che hanno come obiettivo aziendale la costruzione di sistemi di sicurezza da applicare al casco e che offrono un valido aiuto allo sviluppo del prodotto finito.

E’ il caso di Mips: un protocollo che ha stravolto i concetti di sicurezza, protezione ed effetti negativi che possono avere sul cervello. Non solo il risultato di un colpo negativo, ma anche la natura e le dinamiche, il tutto rivolto a contrastare, in un certo senso anticipare e assecondare, migliorare lo strumento di protezione.

Oggi identifichiamo Mips come la “gabbia gialla” ancorata all’interno del casco, o comunque in quel simbolo giallo che è al lato del casco. E’ una sorta di sistema di sicurezza attivo applicato al sistema di sicurezza passivo per eccellenza dedicato al ciclista: il casco. Ma le evoluzioni sono costanti e anche il pacchetto Mips non è esente da questo percorso.

Thibaut Pinot, con indosso il casco Giro Spherical Mips, una delle ultime evoluzioni in termini di sviluppo
Thibaut Pinot, con indosso il casco Giro Spherical Mips, una delle ultime evoluzioni in termini di sviluppo

Mips, come funziona

Oggi Mips, nelle configurazioni più moderne, ha diverse forme e design. Quello che noi vediamo in un casco da bici, quel bollino giallo applicato ai lati identifica il protocollo BPS (brain protection system), che aumenta l’efficacia protettiva e offre una migliore prevenzione contro gli eventuali traumi da movimento rotatorio. Quindi, parliamo anche di traumi che possono interessare la zona cervicale, non solo la testa.

In caso di urto le forze negative si dividono in radiali e tangenziali, impatto diretto piuttosto che angolare. Quelle radiali dimostrano la capacità del casco di proteggere il cranio. Un test specifico per le forze tangenziali dimostra la capacità di prevenire potenziali lesioni cerebrali. Nel secondo caso entra in gioco il movimento rotazionale per cui è stato concepito Mips, un vero e proprio piano di scorrimento di 10/15 millimetri progettato per ruotare all’interno del casco. L’obiettivo è quello di ridurre gli effetti dell’azione rotatoria e aumentare il potere di scivolamento, che si traduce anche in una sorta di “spalmatura” delle forze negative. Queste ultime non si concentrano in un solo punto, ma si allargano.

A prescindere dall’angolazione della caduta, il sistema Mips aumenta il potere di scivolamento e distribuzione delle pressioni dell’impatto
Il sistema Mips aumenta il potere di scivolamento e distribuzione delle pressioni dell’impatto

Le varie forme di Mips

Non esistono degli standard di sicurezza in questa categoria, ma ci sono diversi studi che mettono in luce gli effetti negativi che gli impatti possono avere su cervello e colonna vertebrale. Molti di questi prendono vita proprio dagli oltre 22000 test che Mips ha condotto nel suo laboratorio.

Ecco perché il concetto Mips assume diverse forme, che sono il risultato del suo percorso evolutivo, ma anche della collaborazione con le aziende che producono caschi. C’è la gabbia gialla ancorata nel mold e ci sono i pads che hanno una struttura che agevola il movimento. Oppure ci sono i caschi, come ad esempio il Giro che adotta una sorta di doppia struttura, come dire: un casco nel casco.

Il casco, strano non usarlo

Il casco è diventato uno strumento d’immagine, che completa la dotazione del ciclista: i caschi moderni hanno delle belle forme, hanno un peso leggero e in molti casi, una volta indossati, diventano quasi impercettibili. Ovviamente proteggono. I caschi si sono evoluti, abbinando le forme all’efficienza e arricchiscono la fotografia dell’atleta.

mips

Sicurezza e bici, le parole di Ballerini e Moscon

09.02.2022
5 min
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Quando si parla e si scrive di sicurezza, i temi sono numerosi e non sono sufficienti le ore del giorno per argomentare quanto sarebbe necessario. La sicurezza stradale è un macrotema e non è solo quella del ciclista e del “traffico lento” (la bicicletta ne fa parte), ma è questione di educazione e di relazione. Se è vero che non si possono azzerare i rischi, è altrettanto giusto scrivere che spetta anche al ciclista utilizzare alcuni strumenti che diventano una sorta di deterrente.

Sin dagli anni nel Team Bahrain, Nibali è stato uno dei primi testimonial di Garmin Varia per il progetto sicurezza stradale (foto Instagram)
Sin dagli anni nel Team Bahrain, Nibali è stato testimonial di Garmin Varia (foto Instagram)

Le luci ad esempio, che a tutti gli effetti sono un sistema di sicurezza attivo. Oppure sfruttare la tecnologia radar che oggi è disponibile. Abbiamo fatto una chiacchierata con Davide Ballerini e rubato qualche minuto a Gianni Moscon, impegnato nel ritiro dell’Astana, ricordando che Vincenzo Nibali fu uno dei primi testimonial della campagna di sicurezza promossa da Garmin e ancora oggi si spende in varie iniziative sul tema.

Davide, utilizzi il sistema Garmin Varia Radar, pensando alla sicurezza?

Sì, lo utilizzo e non solo perché è sponsor del team. E’ un’abitudine che ho preso e che ho fatto mia, faccio fatica ad uscire in bici ad allenarmi e non avere con me il sistema Garmin. Uso il computerino, la luce e anche la funzione radar. Quest’ultima la personalizzo in base alle situazioni.

Davide Ballerini, utilizzatore del sistema completo Varia Radar di Garmin (foto QuickStep- Alpha Vinyl)
Davide Ballerini, utilizzatore del sistema completo Varia Radar di Garmin (foto QuickStep- Alpha Vinyl)
Spiegaci meglio.

Quando mi alleno da solo, utilizzo principalmente la luce, quella la uso da sempre e la tengo accesa costantemente. Quando sono in compagnia, magari con altri 3 o 4 compagni di allenamento, preferisco attivare anche la funzione radar. Sapere che c’è un veicolo in arrivo alle spalle e non doversi voltare! Non è poca cosa. Inevitabilmente e comunque in base alle strade, procediamo in coppia e avere uno strumento che mi avvisa quando arrivano le macchine, è qualcosa che mi infonde una maggiore sicurezza. Diciamo che c’è da considerare anche un fattore ambientale, ovvero dove ci si allena e quanto traffico c’è. Ma vi posso dire che non di rado, anche in zone più tranquille, lo uso al massimo delle potenzialità, magari silenziando l’acustica. Adeguo le sue funzioni.

E’ la prima volta, oppure in passato avevi usato qualcosa del genere?

Le luci le ho sempre utilizzate, mentre il radar è la prima volta. L’avevo già notato tempo addietro, mi aveva incuriosito e mi erano piaciuti il funzionamento, l’approccio, la semplicità di utilizzo e anche l’ingombro ridotto. Mi sono reso conto da subito che era qualcosa di estremamente utile e ne guadagno in sicurezza.

Anche il Team Astana Qazaqstan è supportato da Garmin. I corridori utilizzano la luce ed il radar in allenamento (foto Garmin)
Anche il Team Astana Qazaqstan è supportato da Garmin (foto Garmin)
In tema di sicurezza, noti delle differenze tra Italia ed estero?

Posso dire che non c’è una differenza sostanziale, tra l’Italia e le altre Nazioni. La situazione perfetta non esiste. Volendo fare un esempio: in Belgio ci sono più ciclabili e sono tutte molto belle, ma è anche vero che è pieno di trattori e bisogna fare molta attenzione. Credo sia più che altro una questione di cultura ed educazione, ma anche di tolleranza. La strada è di tutti, noi ciclisti dobbiamo prestare attenzione e rispettarne il codice. E dobbiamo imparare ad utilizzare gli strumenti che aumentano il grado di sicurezza. Vedo ancora qualche appassionato in giro senza casco… Non va bene!».

E’ possibile fare di più a tuo parere, sempre in tema di sicurezza? Da dove si potrebbe cominciare?

Sì, si può fare di più! Non è mai abbastanza, io parto sempre da questo presupposto. Credo che ad oggi non sia mai stata fatta una campagna di sensibilizzazione vera e propria, con il soggetto della sicurezza stradale. Una buona soluzione sarebbe quella di partire dalle scuole e dai più giovani. Partire dalla cultura e sviluppare un senso di coerenza, aspetti fondamentali. E poi il buon senso da parte di tutti gli attori della strada. E’ bello vedere i cartelli che indicano la distanza di 1,5 metri: quella che la macchina dovrebbe tenere. Ma noi ciclisti dobbiamo essere coscienti che talvolta percorriamo strade che in totale sono larghe un metro e mezzo! E quindi, chi ha ragione? Anche l’educazione e il senso civico aiutano e non poco».

Il design dei prodotti non è fastidioso ed ingombrante, si integra perfettamente ai componenti della bici (foto Garmin)
Il design dei prodotti si integra perfettamente ai componenti della bici (foto Garmin)

Il punto con Moscon

«Da quando uso il pacchetto Garmin Varia – dice il trentino dell’Astana Qazaqstan – mi sento decisamente più sicuro, prima di tutto visibile. Voglio dire, visto che anche io sono automobilista, che a volte è difficile vedere i ciclisti e per questo è un sistema che consiglio a prescindere. Utilizzando la luce si diventa visibili anche a distanza e vieni notato con un anticipo maggiore. Il radar invece è uno strumento che completa l’aspetto sicurezza e ti permette di stare più attento, anticipando anche le eventuali mosse dell’automobilista».

Malori, la crono, i pericoli e i freni spariti

01.02.2022
4 min
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La sicurezza su strada e l’aerodinamica di certe prese sulle appendici da crono. Il ricordo di quando si usava la terza leva del freno. Pensieri che continuano ad accavallarsi dall’incontro con Sobrero all’allarme di Pidcock. Per questo, a costo di sfinirlo con le nostre domande, siamo tornati a bussare alla porta di Adriano Malori, strappandolo per un po’ al lavoro nel suo centro.

«Il problema è che sulla bici da crono – fa notare Malori, invero ben contento di dare il suo contributo – si fanno velocità altissime e non si possono usare i freni. Si guardano costantemente i watt ed è un problema. Ricordo che quando facevo i lavori specifici, era un attimo ritrovarsi a 55 all’ora. Per questo cercavo strade in pianura con poco traffico o andavo in qualche valle in cui ci fosse un po’ di pendenza. Magari la velocità era leggermente inferiore, ma ero sempre a guardare il computerino».

Test in pista per Bernal in Belgio: quando si è al chiuso, non è un problema guardare giù
Test in pista per Bernal in Belgio: quando si è al chiuso, non è un problema guardare giù
E’ anche un fatto di posizione?

Sicuramente su quella da strada sei più rilassato, il collo è più sciolto e guardi avanti. Se davvero Bernal stava facendo allenamento con la bici in assetto da gara, gli è bastato accarezzare i pedali per trovarsi a 40 all’ora e spingendo poco di più è arrivato ai 60. Quelle bici sono missili. Ma è un problema che c’era anche quando Ullrich si allenava su strada con la ruota anteriore da 24″ e il manubrio tutto basso, oppure quando Indurain usava la Espada. Oggi però allenarsi con la bici da crono è più pericoloso, soprattutto per il discorso dei freni e per l’attenzione costante al computer.

C’è una soluzione alternativa?

Andare in autodromo ha un costo non indifferente. Nella zona di Lodi o Cremona, si trovano anche strade di pianura con poco traffico. Da me in zona Parma è già più difficile. Non la risolvi neanche del tutto avendo una macchina davanti, perché è brutto dirlo ma in tanti casi è solo un discorso di giusta scelta della strada e soprattutto di fortuna.

Fra protesi e leve c’è distanza e c’è da sollevarsi cambiando l’assetto del corpo: un tempo eterno se si deve frenare.

Se la posizione è giusta, comunque sulle protesi si poggia. Il protocollo vuole che l’angolo fra dorsale e tricipite sia di 90 gradi proprio per scaricare il peso sulle braccia. Poi bisogna vedere la biomeccanica, perché Froome e Thomas sulla bici da crono erano messi malissimo, ma andavano forte. La bici da crono però si guida con le spalle e non con le braccia, proprio perché le braccia così strette impediscono manovre. La rotazione minima delle spalle fa sì che il manubrio giri.

Ai mondiali di Bruges, nel Team Relay, tre azzurri con tre diverse prese sulle appendici: Ganna, Sobrero, Affini
Ai mondiali di Bruges, nel Team Relay, tre azzurri con tre diverse prese sulle appendici: Ganna, Sobrero, Affini
Quindi anche la presa sul manubrio di Sobrero di cui s’è parlato è aerodinamica, ma anche funzionale?

E’ sicuramente la più comoda, anche se io la provai e non mi trovai bene. Non esiste uno standard, l’importante è trovare una posizione che si può tenere, non una che teoricamente è perfetta, ma dopo mezz’ora devi lasciarla perché non la reggi. Se sei incassato con le spalle e formi un cuneo con braccia e testa, allora sei a posto.

I manubri stampati aiutano?

Sono decisivi, per aerodinamica e sicurezza. Sentito Sobrero quando diceva che l’alternativa a quella sua presa fosse tenere la protesi solo con anulare e mignolo? Se il manubrio è su misura, hai la presa che preferisci e riesci a guidare meglio la bici.

Fu Basso, qui al Tour del 2011, a suggerire a Malori di usare il freno sulla protesi (nel cerchio)
Fu Basso, qui al Tour del 2011, a suggerire a Malori di usare il freno sulla protesi (nel cerchio)
In ogni caso, non poter usare i freni non aiuta…

Prima di Varese 2008, quando poi vinsi l’oro U23, chiesi consiglio a Basso per vedere il percorso. E mi diede la dritta di mettere la terza leva del freno sulle appendici, come si faceva nelle cronosquadre. Da allora in allenamento l’ho sempre avuta e anche in gara (nella foto di apertura, Adriano in azione nel mondiale vinto a Varese 2008, ndr). E’ utile per non togliere le mani nei curvoni, in allenamento viene bene dietro moto per restare in posizione e se un’auto ti stringe. C’è davvero tanta distanza altrimenti fra la protesi da crono e la leva su manubrio. Non so perché ultimamente certi accorgimenti non si vedono più, forse perché i freni idraulici non permettono l’aggiunta di una terza leva? In allenamento la valuterei.

Come i doppi freni nella parte alta del manubrio per la Roubaix?

Esatto, un’altra bella sicurezza per quando si stava in gruppo. I miei compagni li usavano e dicevano di sentirsi più sicuri, ma ormai sono spariti anche quelli. Sarebbe curioso sapere il perché.

Il motivo, come suggeriva Malori, sta proprio nell’adozione dei freni a disco. Quella leva, come pure quelle per la Roubaix, si montavano tagliando la guaina e agendo sullo stesso cavo del freno. Gli impianti idraulici dei freni a disco ovviamente ne impediscono l’uso.

EDITORIALE / Crono, esiste davvero un problema sicurezza?

31.01.2022
3 min
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Lo ha detto un paio di giorni fa Tom Pidcock a Kit Nicholson, prima dei mondiali di cross, vinti planando come Superman sul traguardo. «Penso che siano accaduti molti incidenti con le bici da crono e penso che sia qualcosa su cui dobbiamo riflettere. Sono caduto io. E’ caduto Ben Turner al Tour de l’Avenir. Adesso è caduto Egan (Bernal, ndr). Le posizioni stanno diventando estreme e passiamo sempre più tempo a cercare di mantenerle piuttosto che a guardare dove stiamo andando. Penso sia evidente che ora il discorso stia diventando piuttosto pericoloso. Non credo che dobbiamo fermare il progresso, ma dobbiamo pensare a come allenarci in modo più sicuro».

Bernal in azione nella crono di Milano: su strade chiuse, la testa bassa non è un problema
Bernal in azione nella crono di Milano: su strade chiuse, la testa bassa non è un problema

Da Froome a Bernal

A ben vedere, partendo proprio dalla caduta che ha chiuso la carriera di Froome durante una ricognizione nella crono del Delfinato 2019, passando per l’investimento dello stesso Pidcock nello scorso giugno mentre si allenava sui Pirenei e terminando con il più recente caso di Bernal, viene da pensare che, soprattutto in allenamento, quella posizione non sia affatto sicura. Per muoversi nel traffico e anche in gara, dove non perdona distrazioni. Secondo voi Cavagna avrebbe mai sbagliato quella curva nella crono di Milano, se solo avesse avuto la testa più alta?

Le squadre stanno investendo somme importanti nello sviluppo delle posizioni: un tema che negli ultimi due mesi abbiamo affrontato con Mattia Cattaneo, Vincenzo Nibali e Matteo Sobrero. Ma è innegabile che quel tipo di posizione, con la testa bassa per essere aerodinamici al top e le mani sulle appendici (quindi lontane dai freni e dalla possibilità di correzioni repentine), sia precaria e tutti i soldi spesi rischino di finire in polvere.

Anche Pidcock è stato investito nello scorso giugno, preparando il Giro di Svizzera (foto Instagram)
Pidcock è stato investito a giugno, preparando il Giro di Svizzera (foto Instagram)

Lo ha ipotizzato bene Andrea Bianco, parlando della caduta del “suo” Bernal: «Magari l’autista ha superato senza rendersi conto della velocità di Egan – ha spiegato – e poi si è fermato. E lui evidentemente aveva la testa giù, sennò in bici è un gatto e lo avrebbe schivato».

Leggerezza o fatalità?

E’ corretto non voler fermare il progresso, visto soprattutto che proprio grazie alla crono si decidono i destini di corse molto importanti, ma occorre che le squadre facciano un salto di qualità nell’assistere i corridori.

Se non è possibile allenarsi in autodromo, è buona norma tenere un’auto davanti ai corridori
Se non è possibile allenarsi in autodromo, è buona norma tenere un’auto davanti ai corridori

In alcuni casi, la Quick Step di qualche anno fa e poi la Jumbo Visma si sono servite di autodromi chiusi. Stesso discorso fece lo scorso anno la nazionale di Cassani nell’Autodromo di Misano, preparando il Team Relay poi vinto agli europei di Trento. Ma se si deve andare su strada, è necessario che i corridori abbiano un’ammiraglia davanti ogni volta che intendono allenarsi in modo sostenuto, oppure che vengano individuati percorsi effettivamente privi di auto. La bici da crono è come un’auto di Formula Uno e non si è mai visto che quei piloti le portino fuori da piste sicure.

Mentre appare sempre più chiaro che la stagione di Bernal (e non voglia Dio la sua carriera) sia finita anzitempo a causa di una distrazione da parte sua e del conducente dell’autobus, probabilmente, ma anche per una leggerezza della squadra che non lo ha assistito adeguatamente.

Ekoi e Tocsen un binomio al servizio dei ciclisti

18.11.2021
2 min
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I passi in avanti fatti in tema di sicurezza negli ultimi anni sono enormi. La sfida è rendere gli accessori ed i materiali sempre più leggeri e performanti ma con un occhio alla tutela degli atleti. E’ proprio Ekoi che arriva in soccorso dei ciclisti con un nuovo prodotto: il rilevatore di caduta Ekoi by Tocsen.

Con l’aumento dei cicloamatori sono cresciuti di pari passo anche gli incidenti che vedono coinvolti gli amanti dei pedali. Sulle strade italiane i decessi negli ultimi tre anni sono in netto aumento, 44 solamente nel primo trimestre del 2021.

Ekoi ha collaborato a stretto contatto con il team Cofidis per aumentare la sicurezza dei corridori
Ekoi ha collaborato con Cofidis per aumentare la sicurezza

La soluzione? Una community

Ekoi sviluppa i propri prodotti con il grande aiuto dei pro’ e venendo incontro alle loro esigenze ha ideato questo nuovo rilevatore di incidenti. L’idea di Jean-Christophe Rattel, fondatore del brand, è quella di creare una rete ausiliaria tra tutti i ciclisti in possesso di questo nuovo accessorio.

Tocsen è un’azienda che produce sistemi GPS che servono a rintracciare, tramite un segnale di allarme, gli utenti coinvolti in incidenti. Il dispositivo invia un messaggio a tutti gli utenti, nell’arco di 2 chilometri, così da creare una vera community di sostegno. Il messaggio viene inviato anche ai contatti di emergenza precedentemente inseriti e al 112. Il tempo di “reazione” a disposizione del ciclista per stoppare il messaggio di SOS è di 30 secondi. , contemporaneamente viene inviata anche la posizione del ciclista.

Il sistema di sicurezza Tocsen è implementabile sui modelli Gara, AR14 e AR15
Il sistema di sicurezza Tocsen è implementabile sui modelli Gara, AR14 e AR15

Come funziona…

L’applicazione da scaricare sul telefono è gratuita e molto facile da utilizzare. Il rilevatore GPS si attiva con un click e la batteria ha una durata stimata di tre mesi ed è ricaricabile tramite cavo usb di tipo “C”.

È molto facile da attaccare al casco e non è invasivo, con un peso di solamente 11 grammi. I modelli di Ekoi sui quali sarà disponibile questo dispositivo GPS saranno: Gara, AR14 e AR15.

Il prezzo del dispositivo di sicurezza di Tocsen è di 79,90€ ed è disponibile in due colorazioni: nero e rosa.

Ekoi

Colnago inventa il passaporto elettronico della bici

02.10.2021
4 min
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Colnago V3Rs Ice & Fire, la bici che Tadej Pogacar ha utilizzato nel mondiale belga di Leuven, è stata la prima bici da corsa al mondo ad integrare la tecnologia blockchain. Un’intuizione del marchio italiano di Cambiago che apre letteralmente una porta sul futuro al servizio di tutti. Colnago è il primo costruttore a collegare i suoi prodotti fisici ad un registro virtuale e distribuito. Un progetto d’avanguardia per garantire l’autenticità e la prova della proprietà dei nuovi telai. Il commercio dei modelli con questa tecnologia partirà dal 2022, così come la bici utilizzata e disegnata personalmente dal 23enne slovacco che sarà battuta all’asta al momento del lancio del nuovo sito web e della app Colnago. 

La tecnologia Blockchain

Il partner di Colnago per questo progetto innovativo è la società tecnologica italiana MyLime, sviluppatasi originariamente nel mercato del lusso. MyLime collegherà i telai Colnago alla Automotive Blockchain® dove verranno registrati i dati di produzione, trasporto e vendita del telaio. Poiché i dati archiviati sulla blockchain sono distribuiti, non possono essere falsificati o modificati una volta registrati, fornendo la prova definitiva della proprietà.  

La Colnago V3Rs Ice & Fire di Pogacar ai mondiali integrava la tecnologia Blockchain
La Colnago V3Rs Ice & Fire di Pogacar ai mondiali integrava la tecnologia Blockchain

Se la bici viene venduta?

MyLime ha sviluppato e creato un tag RFID che è indissolubilmente legato al telaio e consente l’accesso alle informazioni nel passaporto digitale della bicicletta tramite un’app per smartphone collegata alla blockchain. Quando il telaio viene venduto ad un nuovo proprietario, il passaggio di proprietà può essere gestito con il processo brevettato dall’azienda tech italiana. La trasparenza offerta dalla soluzione blockchain permetterà una tracciabilità assoluta e garantirà il valore della bicicletta nel tempo.

La bici firmata da Pogacar

La V3Rs di Pogacar, si caratterizza per la presenza dell’innovativa tecnologia applicata direttamente al telaio. Il Tag diventerà dunque un vero e proprio passaporto elettronico della bici e consentirà di creare un legame ancora più forte tra brand e cliente. Un altro dettaglio estremamente importante e unico è dato dalla livrea, denominata Ice & Fire, proposta e creata dallo stesso campione sloveno al suo debutto in qualità di designer.

«E’ la prima volta – ha detto – che progetto una bici. Lavorare con ingegneri e designer Colnago è stato molto entusiasmante. L’idea di base è stata quella che la mia testa è fredda come il ghiaccio in corsa, ma le mie gambe sono sempre fuoco puro. Colnago ha utilizzato i colori Frozen per rappresentare questa dicotomia».

Propensione al futuro

Un progetto che rivoluzionerà il mercato delle due ruote. E a farlo è stato un’azienda che non si è mai tirata in dietro quando si parla di sviluppo e innovazione, come ha dichiarato Nicola Rosin, Amministratore Delegato di Colnago.

«Che si tratti di freni a disco – ha detto – utilizzo della fibra di carbonio o design aerodinamico, Colnago è sempre stata un’azienda che porta innovazione sul mercato prima degli altri marchi di ciclismo».

Manolo Bertocchi, Direttore Marketing di Colnago, ha aggiunto: «Abbiamo esaminato la sicurezza fornita dalla tecnologia blockchain. Vogliamo dare ai nostri clienti la sicurezza di sapere che il telaio che stanno acquistando è autentico e per avere una prova di proprietà perpetua. Annunceremo anche altre funzioni basate su tecnologia blockchain con il nuovo anno».

Coppa d'Oro 2021

Casagranda, come si gestiscono 400 ragazzi in gara?

27.09.2021
5 min
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Quando si è parlato su queste pagine della Coppa d’Oro, un aspetto era rimasto tra le righe e meritava un approfondimento: l’oggetto del discorso era un evento di 500 ragazzi, tutti chiamati al via quasi in contemporanea. Proviamo a fare mente locale: Ci sarebbe da farsi venire i capelli dritti e tacciare gli organizzatori di pura incoscienza…

L’argomento non poteva rimanere per troppo tempo nel cassetto, così abbiamo richiamato Stefano Casagranda esponendogli le nostre perplessità e l’ex professionista di Borgo Valsugana (vincitore anche di una tappa alla Vuelta 2000) ha risposto dando ampie garanzie: «La Coppa d’Oro è il fiore all’occhiello della nostra organizzazione, ma sappiamo anche che è un evento delicato. Non solo per la gara della domenica, basti pensare che al venerdì abbiamo un migliaio di bambini dai 6 ai 12 anni che gareggiano su un circuito completamente chiuso al traffico e al sabato prove divise per categorie con 200 partenti ognuna. Poi c’è l’evento domenicale: in quei giorni non si dorme…».

Come riuscite a gestire un evento così complicato?

Noi già dopo un mese dalla sua disputa ci riuniamo per affrontare quanto avvenuto, riesaminare l’edizione appena conclusa per capire che cosa non ha funzionato e va corretto, da lì impostiamo la nuova edizione lavorandoci nel tempo. Voglio sottolineare che la nostra non è un’organizzazione professionale, lo facciamo tutti nel tempo libero e non va dimenticato che, a differenza ad esempio delle Granfondo, non abbiamo introiti dalle iscrizioni.

Casagranda Coppa d'Oro 2021
L’ex pro’ Stefano Casagranda alla partenza della Coppa d’Oro (foto Instagram)
Casagranda Coppa d'Oro 2021
L’ex pro’ Stefano Casagranda alla partenza della Coppa d’Oro (foto Instagram)
Questo significa che dovete trovare tutti i soldi per coprire il budget…

E non è una cosa semplice, dobbiamo rientrare di 60 mila euro che non sono uno scherzo. Sembra strano, ma trovare una cifra simile è più difficile che ottenere una sovvenzione di un milione di euro se allestisci un evento nazionale o internazionale come gli ultimi Europei. Noi nel 2012 abbiamo gestito la Settimana Tricolore: allora le difficoltà economiche erano state molto minori.

Il percorso della gara è completamente chiuso al traffico?

Compatibilmente con quanto prescrive il regolamento tecnico. Abbiamo una macchina d’inizio corsa che precede i primi di qualche minuto e la macchina di fine corsa, passata la quale il traffico viene completamente riaperto. Avere la chiusura totale sarebbe impossibile, non otterremmo mai i permessi.

Come fate allora a gestire un evento così delicato, per numeri e soprattutto età dei partecipanti?

Per noi sono fondamentali i volontari: ne abbiamo 350 sparsi sul percorso e che curano tutti i servizi e gestiscono il traffico, compresi Vigili del Fuoco, Alpini, anche gli stessi genitori vengono coinvolti. Il loro lavoro è essenziale e posso dire che nella lunga storia della Coppa d’Oro, mai una macchina si è trovata sul percorso di gara mettendo in pericolo i partecipanti.

Staff Coppa d'Oro 2021
Alcuni dei responsabili dello staff organizzativo della Coppa d’Oro, con 350 addetti a disposizione
Staff Coppa d'Oro 2021
Alcuni dei responsabili dello staff organizzativo della Coppa d’Oro, con 350 addetti a disposizione
La gestione di un evento simile ricorda più quella di una Granfondo che di una gara agonistica…

Per certi versi è vero. Come per le grandi gare di massa abbiamo bisogno di spazi molto capienti per gestire le delicate operazioni di partenza, poi i primissimi chilometri sono su strada ampia, fino alla prima salita. Non bisogna pensare però che per far gareggiare 400 ragazzi (il numero dell’ultima edizione) sia meglio farli correre su strade larghe…

Perché?

Perché se la strada è larga tutti cercano di guadagnare spazio, di farsi largo per raggiungere le prime posizioni. Se le strade sono strette devi arrangiarti e aspettare, mantieni la posizione e la corsa è più ordinata finché il gruppo non si seleziona naturalmente. Io ho corso molto in Belgio: lì le stradine sono strette, di due metri e mezzo di larghezza, devi avere pazienza. Poi c’è un altro fattore…

Quale?

Noi abbiamo la diretta Facebook della corsa e i ragazzi ci tengono a ben figurare e farsi vedere, quindi sono molto concentrati. Le cadute avvengono principalmente quando invece sei un po’ distratto. Poi, per carità, possono sempre avvenire, serve anche fortuna.

Percorso Coppa d'Oro 2021
Il lungo serpentone di atleti in gara: la sua gestione sulle strade trentine è delicata ma sicura
Percorso Coppa d'Oro 2021
Il lungo serpentone di atleti in gara: la sua gestione sulle strade trentine è delicata ma sicura
Da ex professionista, dopo anni di organizzazione di una simile classica per i più giovani, che opinione ti sei fatto su di loro?

Se devo essere onesto, noto che parecchi devono imparare tanto: oggi non si pensa ad altro che alla preparazione fisica, ai wattaggi, invece a quell’età sarebbe importante dedicarsi soprattutto alla tecnica di guida, a far fare loro esercizi specifici con la bici. Perché ad esempio non farli uscire quando piove, per imparare la guida sul bagnato. Sono accortezze che possono salvarti e che ti permettono di crescere meglio. In ambito femminile, ad esempio, le bambine si abituano a gareggiare in prove di massimo 10 partenti, poi all’improvviso vengono catapultate in gare dal 150, ma se non sai guidare e stare in gruppo, la fatica è enorme.

Dicci la verità: quando finisce tutto tiri un sospiro di sollievo…

Sì, ma è anche vero che i ragazzi sono da questo punto di vista molto disciplinati e questo rende l’organizzazione della gara più agevole rispetto a una Granfondo. Qui, quando il ragazzo è raggiunto dalla macchina di fine corsa, si toglie il numero e torna alla partenza. L’amatore invece interpreta la corsa come una sfida con se stesso, mette da parte il cronometro e vuole arrivare a tutti i costi, in mezzo al traffico. Allora sì che si rischia…

Un mese al Tour de Pologne, con le transenne come va?

18.07.2021
6 min
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Un mese al Tour de Pologne, corso per la prima volta nel 1928. La partenza sarà data il 9 agosto da Lubin, conclusione il 15 a Cracovia. L’ufficio comunicazione sta facendo un gran lavoro. Gli aggiornamenti arrivano in continuazione, sulla corsa e sugli eventi collaterali. L’ultimo in ordine di tempo è una gara per amatori che si svolgerà il 10 agosto ad Arlamow. Ma il Tour de Pologne è anche la corsa in cui nel 2020 si registrò la brutta caduta di Jakobsen, per la scorrettezza di Groenewegen, l’arrivo troppo veloce di Katowice e transenne non all’altezza. Per questo e per fare il punto della situazione ci siamo rivolti ad Agata Lang, colonna portante del Lang Team e membro della Commissione strade della Uec.

La vittoria finale al Tour de Pologne dello scorso anno è andata a Remco Evenepoel
La vittoria finale al Tour de Pologne dello scorso anno è andata a Remco Evenepoel

Situazione normale

Agata ha un tono di voce che mette di buon umore e il solito ottimo italiano, mentre racconta che in Polonia è caldissimo e nel pomeriggio piove sempre, per fortuna alla larga dalle inondazioni che stanno colpendo Germania e Belgio.

«Rispetto allo scorso anno è diverso – dice – eravamo la prima gara a tappe nella prima estate Covid, poi ci sarebbe stato il Tour. Bisognava capire come fare, adesso invece è tutto chiaro. La situazione in Polonia è abbastanza tranquilla, per il momento sembra una vita normale. All’aperto non mettiamo le mascherine, molte persone sono state già vaccinate e tutti i servizi sono in funzione».

Ci saranno limitazioni di pubblico?

La corsa avrà i suoi tifosi. Sulle strade, mantenendo le distanze, potranno stare tranquillamente. Da parte nostra cercheremo di salvaguardare le bolle delle squadre alla partenza e all’arrivo. Non sarà come eravamo abituati a vedere, ma ad esempio al Tour è pieno di gente. Il pubblico fa parte del ciclismo e la corsa senza tifosi è triste. Devo essere sincera, è un’altra atmosfera. Però l’importante è lavorare e andare avanti. Dare ai corridori l’opportunità di correre.

Lo scorso anno a Cracovia, vittoria di Ballerini su Ackermann e Dainese
Lo scorso anno a Cracovia, vittoria di Ballerini su Ackermann e Dainese
L’anno scorso siete stati eletti evento sportivo dell’anno…

Il Tour de Pologne è una corsa storica, ha 90 anni, per cui è importante per il nostro pubblico e per la gente. E soprattutto passiamo dai piccoli villaggi, organizziamo eventi per i ragazzi, per i bambini e per gli amatori. In pratica coinvolge tutti. 

L’anno scorso c’è stata anche la caduta di Jakobsen, ma bisogna ammettere che avete avuto una bella reazione. 

Ci siamo rivolti a Boplan e sono molto contenta della collaborazione che siamo riusciti a creare, perché comunque ora abbiamo delle transenne innovative.

Le abbiamo presentate ad aprile su bici.PRO, altra cosa rispetto alle vecchie barriere…

Le nostre erano da regolamento, ciò non toglie che essendoci nuove tecnologie ci teniamo ad innovare per implementare la sicurezza. Sono contenta che ci sia questa nuova opportunità. Li ho contattati appena le ho viste, quando sono apparse nelle gare in Belgio. A parte tutte le schede tecniche che ho letto, è arrivato anche il feedback positivo dei corridori. Sono barriere innovative che piacciono. E poi abbiamo preso anche i totem, perché sia al Giro d’Italia sia in Ungheria abbiamo visto che il lavoro dei segnalatori è rischioso. Almeno così anche lo staff lavorerà in sicurezza.

La drammatica caduta che stava per costare la vita a Jakobsen (che vola oltre la transenna)
La drammatica caduta che stava per costare la vita a Jakobsen (che vola oltre la transenna)
Boplan si accontenta davvero di entrare in sponsorizzazione, oppure avete dovuto pagare?

Questo fa parte del contratto, per cui non so se sono informazioni che posso divulgare. Comunque abbiamo una partnership. Anche loro sono molto contenti di collaborare con noi e speriamo entrambi di continuare negli anni futuri, anche se logisticamente è molto complicato.

Come mai?

Bisogna capire che una transenna pesa 40 chili, per cui per portarle dal Belgio servono sei camion e poi tutti i giorni bisognerà installarle nei vari arrivi. E’ diverso rispetto a usarle nella gara di un giorno.

Il montaggio è a carico vostro?

Tocca a noi. Per il trasporto abbiamo l’aiuto di Drutex, che è nostro partner. Magari li conoscete, perché erano sponsor nel calcio. Producono porte e finestre, però hanno un sacco di mezzi, con cui ci aiutavano già prima. Adesso hanno fatto lo sforzo in più di andare in Belgio a recuperare i materiali di Boplan. Ci tengo a precisare che li abbiamo già usati nella gara under 23, per cui prima siamo andati a ritirarli, poi li abbiamo riportati indietro. Adesso torneremo in Belgio e faremo la stessa cosa, però ne vale davvero la pena.

Com’è invece la situazione del ciclismo polacco? 

Viviamo ancora dell’ondata di Kwiatkowski e Majka, però speriamo che emergano nuovi talenti. Per esempio Kamil Malecki, un bravo ragazzo. Purtroppo ho avuto un incidente in allenamento e sta ancora recuperando. Può fare grandi cose, l’abbiamo visto anche l’anno scorso al Tour de Pologne. Ci auguriamo che i giovani seguano le orme di Kwiatkowski e che portino grandi successi come ha fatto lui.

In che modo fate promozione della corsa? 

Ne facciamo tanta. Abbiamo media nazionali e regionali. Abbiamo ripreso con gli spot al cinema. Eravamo in dubbio perché i cinema non si capiva se li avrebbero riaperti, in realtà funziona molto bene. Poi abbiamo tutta la cartellonistica nelle città. E a parte quello, la cosa più importante è che abbiamo la televisione che ci trasmette l’intera tappa, per cui sono ore di diretta televisiva. E poi tutti i web e tutti i nostri media partner. Insomma, se vieni in Polonia in quei giorni (sorride, ndr), ti accorgi che si sta svolgendo il Tour de Pologne…

Tour Pologne, Agata e Czeslaw Lang, padre e figlia, riferimenti del Lang Team
Tour Pologne, Agata e Czeslaw Lang, padre e figlia, riferimenti del Lang Team
Quindi non resta che ripartire?

Sono stati due anni difficili per noi, ma siamo pronti per affrontare questa stagione. Siamo intervenuti sulla giornata di Katowice, che non sarà una tappa in linea, ma una cronometro. Abbiamo cercato di cambiare rispetto agli anni passati, le prime due tappe ad esempio saranno completamente nuove. Per cui dai, ci siamo. Sistemiamo le ultime cose, com’è normale che sia a un mese dalla corsa, e poi davvero non resta che ripartire…