EDITORIALE / Ha davvero senso vietare le radio così?

26.09.2022
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Scatenando il solito putiferio, rimettiamo mano al ben noto discorso delle radio in corsa, tema a questo punto di grande complessità e attualità, a giudicare dalle parole appena sentite da Samuele Battistella.

La base ideologica sulla quale siamo cresciuti vuole che se ne dovrebbe fare sempre a meno. Ma le ideologie si evolvono, il mondo ha preso questa strada e bisogna adattarsi per evitare di rimanere indietro. Il ciclismo è cambiato e cambierà ancora. Ci stiamo spingendo verso limiti di prestazione inimmaginabili, su strade per contro sempre meno accoglienti. Per cui anche sul tema delle radio, in termini di sicurezza e supporto alla performance, bisogna fare una bella riflessione.

Rota ha ammesso che non sapeva che il gruppo stava rientrando forte alle loro spalle
Rota ha ammesso che non sapeva che il gruppo stava rientrando forte alle loro spalle

Azzurri in gara

Se ieri al mondiale i nostri corridori le avessero avute, l’ammiraglia avrebbe potuto avvisare i tre leader che i francesi stavano spaccando il gruppo, portando con sé anche Evenepoel e magari uno di loro (in base alle decisioni della riunione pre-gara) avrebbe fatto la sua mossa. Oppure Rota si sarebbe sentito ripetere di restare per tutto il tempo attaccato ad Evenepoel e successivamente avrebbe saputo che da dietro stavano rientrando e, anziché fermarsi a fare melina, si sarebbe giocato il podio insieme agli altri tre.

Se ieri in gruppo ci fossero state le radio, la corsa avrebbe avuto un altro svolgimento. Evenepoel non avrebbe vinto? Uno dei nostri lo avrebbe imbrigliato? Non possiamo dirlo, ma siamo certi che non tutte le dinamiche viste si sarebbero verificate.

Se per i cronometraggi si è passati ai transponder, l’evoluzione deve riguardare anche le comunicazioni
Se per i cronometraggi si è passati ai transponder, l’evoluzione deve riguardare anche le comunicazioni

Gli altri sport

Il problema delle radio è che si usano tutto l’anno, tranne per europei, mondiali e Olimpiadi. Non trovate che sia un controsenso? E’ come far correre i velocisti con le moltipliche libere, costringendoli però al 53 nella corsa più importante. Oppure negare ai cronoman il manubrio speciale solo nel giorno del mondiale. Perché mai?

Allargando il discorso, è difficile trovare un’altra disciplina olimpica in cui il tecnico non possa comunicare con la squadra. Nel calcio è a bordo campo con vari analisti in tribuna che sviluppano sistemi complessi e riferiscono alla panchina. Nel volley e nel basket stessa cosa, con la facoltà di poter fermare il gioco. Nel tennis suggerisce cose a ogni cambio campo. Perché nel ciclismo questo viene proibito nei giorni più importanti? E perché privare gli atleti di un supporto per loro decisivo? 

L’uso della radio in corsa è di uso comune anche per le comunicazioni fra atleti. Ha senso negarla per un paio di giorni all’anno?
L’uso della radio in corsa è di uso comune anche per le comunicazioni fra atleti: ha senso negarla?

L’azione di Evenepoel

Occorre sgombrare il campo da vecchi retaggi. Il ciclismo è lo sport dell’uomo contro l’uomo, dell’uomo contro la natura, questo non cambia. Se si vogliono vietare le radio, lo si faccia fino alla categoria juniores, dove è necessario imparare a correre davanti e sperimentarsi anche nelle situazioni più inattese per imparare a conoscersi. Poi permettiamo a corridori e tecnici dei livelli più alti di fare quello per cui sono pagati. 

A questo punto il tecnico di Evenepoel (Sven Vanthourenhout, con lui in apertura, ndr) potrebbe dire che si tratta di chiacchiere vuote, perché Remco non ne ha avuto bisogno e che sarebbe bastato che gli altri leader fossero stati davanti per vederlo partire. Avrebbe ragione, ma aprirebbe la porta su un altro tema molto delicato. Perché Remco è riuscito a fare senza?

L’abilità di fare la corsa nel finale discende dalla pratica e non sempre i nostri talenti (qui Bagioli) ne hanno l’occasione
L’abilità di fare la corsa nel finale discende dalla pratica e non sempre i nostri talenti (qui Bagioli) ne hanno l’occasione

Abitudine a fare la corsa

E’ emerso nell’avvicinamento al mondiale che anche i nostri corridori più forti sono tenuti quasi quotidianamente a fare la corsa per altri leader. Pur essendo talenti assoluti, riescono a sperimentare solo raramente le loro capacità di leadership. Non devono studiare il modo per vincere la corsa, perché tocca ad altri. E casomai fosse il loro turno, hanno chi nell’auricolare gli spiega cosa fare.

Corridori così non sanno cosa fare se devono giocarsi una grande corsa senza qualcuno che li supporti. E’ un fatto di attitudine e consuetudine. Non hanno quasi più l’abitudine di guardare le lavagne sulle moto e comunque, abituati ai messaggi in tempo reale, le trovano inadeguate. E’ indubbio che lo siano: ieri al mondiale il servizio informazioni è parso piuttosto approssimativo, anche perché gli organizzatori, dando per scontata la presenza delle radio, neppure gli dedicano troppa attenzione. E’ come ritrovarsi per un giorno senza il cellulare in un mondo che ha eliminato quasi del tutto le cabine telefoniche e quelle che ci sono neppure funzionano bene.

L’apporto dei tecnici (qui Velo e Sangalli) è minimo: poco più dell’assistenza tecnica
L’apporto dei tecnici (qui Velo e Sangalli) è minimo: poco più dell’assistenza tecnica

Direttori spogliati

Vietare le radio per tre giorni all’anno è una delle scombinate regole dell’UCI, che non portano al miglioramento dello sport ma incrementano la confusione. Se proprio qualcosa si vuole vietare, si tolgano i misuratori di potenza in gara. In questo caso non si tratterebbe di fermare il progresso, perché se ne consentirebbe l’uso in allenamento, mantenendo al ciclismo le sue prerogative di uomo contro uomo e uomo contro la natura, non di uomo contro quei numeri.

Vietare le radio per tre giorni all’anno, oltre che incoerente, significa spogliare i tecnici delle loro prerogative. E ci chiediamo se in questa continua ricerca del meglio, si tratti di una cosa tanto intelligente.

Invece Bettiol non crede che Remco fosse alla nostra portata

25.09.2022
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Le cose dopo la corsa sono diverse da come appaiono dopo che se ne è parlato con la squadra. E sono diverse anche da come te le raccontano da casa basandosi su letture frettolose. Alberto Bettiol al momento sta passando più o meno su questo sentiero, senza rendersi conto che nella continua ricerca del miglior risultato, ipotizzare la sua presenza nella fuga di Evenepoel è il modo di riconoscergli una superiorità oggi lampante. Era il solo per l’Italia in grado di fronteggiare il fenomeno belga.

In salita Bettiol ha dimostrato di essere al livello di tutti i più forti
In salita Bettiol ha dimostrato di essere al livello di tutti i più forti

E’ chiaro che nessuno poteva saperlo prima, ma il Bettiol visto scattare in faccia a Van Aert avrebbe potuto reggere anche l’azione di Evenepoel. E a quel punto il belga avrebbe fatto come a Trento lo scorso anno davanti a Colbrelli. Avrebbe smesso di chiedere cambi e avrebbe rischiato di tirare a testa bassa verso il suicidio.

Sedici corridori

Ottavo all’arrivo, da chiedersi se sia poco oppure tanto. Senza sapere che cosa si sono detti gli azzurri nella riunione, è facile considerare che quando sei leader, si alzano le aspettative. E se poi viene fuori che gli altri chiamati a condividere con te il peso della responsabilità non hanno le gambe, come probabilmente è stato oggi per Bagioli, il peso aumenta. Al leader si chiedono i risultati. E quando Evenepoel è andato via non da solo, ma in quel gruppo di sedici corridori tirato fuori dai francesi, sarebbe bastato (forse) trovarsi in testa al gruppo per agganciarsi.

Nella volata per l’argento, Bettiol è stato 7° subito dietro Sagan
Nella volata per l’argento, Bettiol è stato 7° subito dietro Sagan

«E’ stato un mondiale strano – le parole di Bettiol dopo l’arrivo – tutti aspettavano la salita e un corridore come Remco ne ha approfittato. Noi non abbiamo un Remco in squadra, quindi non potevamo fare altro che essere presenti in ogni fuga ed evitare di ritrovarci a tirare e non abbiamo mai tirato. Nell’ultimo giro ho provato ad attaccare insieme a Van Aert e l’ho quasi staccato, anzi l’ho staccato. Siamo andati via con lui e Honoré, ma il percorso è molto veloce, da dietro rientravano.

L’attacco di Remco

Alberto è arrivato al mondiale con i gradi sulle spalle. Sappiamo tutti che nella giornata giusta avrebbe potuto tenere testa anche ai più forti e probabilmente quello di Wollongong è stato uno di quei giorni. Il fatto che Bennati abbia immaginato la sua presenza a ruota di Evenepoel deriva dalla stima che nutre nei suoi confronti, avendo capito che oggi il solo a poter far svoltare il mondiale azzurro fosse proprio lui.

Tornati al camper della FCI, ci pensa Federico Morini a dare a tutti una rinfrescata
Tornati al camper, ci pensa Federico Morini a dare a tutti una rinfrescata

«Purtroppo quando Remco è partito – ha ammesso Alberto a fine corsa – noi dietro ci siamo un po’ riposati e lui ha preso subito tanti minuti e poi il percorso è venuto più facile del previsto. Non avevamo nessuna marcatura a uomo. Solo non ci dovevamo ridurre a tirare, mentre a 100 dall’arrivo si doveva muovere Lorenzo Rota. Il suo attacco è stato più che giusto e poi non ha tirato un metro. Io e “Bagiolino” invece dovevamo farci trovar pronti negli ultimi due giri, mentre Matteo (Trentin, ndr) in caso di volata. Quindi questo è stato, ma purtroppo di Evenepoel ce n’è uno ed è stato più bravo».

La domanda resta e non avrà mai una risposta. Che cosa sarebbe successo se uno dei corridori della nazionale preposti a fare la corsa avesse seguito il belga anziché lasciare che a farlo fossero solo Conci e Rota?

Evenepoel: impresa pazzesca e grande vittoria di squadra

25.09.2022
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Quando ha deciso che anche Lutsenko era di troppo mancavano 25,7 chilometri al traguardo. Quello che aveva fatto sino a quel punto aveva già dello straordinario e in qualche modo aveva messo in pratica quanto annunciato dai belgi alla vigilia. Remco Evenepoel da lontano, Wout Van Aert nel finale. Forse, volendo leggere fra le pieghe della corsa, Remco si è mosso un po’ prima di quanto si aspettasse il compagno di nazionale. Perché mano a mano che la testa della corsa si fosse avvicinata al traguardo, le azioni del gigante di Herentals sarebbero aumentate di valore.

Remco non si è neppure voltato, si è limitato ad alzarsi sui pedali e dare due colpi più energici degli altri. E per il kazako si sono spenti luce e sogni.

Il resto è stata la cavalcata eccezionale che tutti hanno visto. Con la stessa sicurezza che alla Vuelta gli ha permesso di divorare la crono di Alicante, lunga curiosamente quanto la sua fuga di oggi.

Mancano 27,5 chilometri all’arrivo: Remco lascia Lutsenko
Mancano 27,5 chilometri all’arrivo: remco lascia Lutsenko

Un anno da sogno

Remco Evenepoel arriva davanti ai giornalisti dopo aver abbracciato e ricevuto abbracci. Bello quello con Van Aert dopo l’arrivo e bello anche quello con Alaphilippe, suo fratello maggiore alla  Quick Step-Alpha Vinyl. La gente ai piedi del palco lo ha osannato, perché quel suo vincere sfrontato ha conquistato la gente accalcata nel parco in riva al mare.

«Penso che sia ancora incredibile – dice – questa stagione non ha niente di normale. E’ iniziata a febbraio con la Valenciana e alle mie spalle non c’erano grandi vittorie. Sono venute la prima Monumento, un grande Giro e il mondiale. Come faccio a crederci?».

Vittoria di squadra

Ha corso e vinto con la sfacciataggine di quando da junior conquistò allo stesso modo il mondiale di Innsbruck, ma rispetto a quel Remco, quello di oggi è più saggio e attento. Non celebra se stesso e la sua impresa solitaria, ma la inquadra al centro di una scena più ampia.

«Oggi il team è stato fortissimo – dice il neoiridato – sempre in testa e mai a inseguire. Si è creato davvero il perfetto scenario. E quando i francesi hanno aperto la corsa, ci siamo ritrovati in quattro davanti e quattro dietro. Non potevamo aspettarci niente di meglio. Quello che abbiamo fatto era nei piani. Avere due leader è stata la migliore decisione, ma è chiaro che queste scelte dipendono dal percorso. Fosse stato più veloce, nessun dubbio a puntare tutto su Van Aert, ma così era bene essere di più».

«Ho capito di aver vinto solo alla fine. Quando ero con Lutsenko pensavo di avere buone possibilità. Quando l’ho staccato, ho pensato di aver rischiato. L’ultimo giro da solo poteva essere un rischio, ma quando sono arrivato in cima all’ultima salita, ho iniziato a vedere l’arrivo.

«In discesa sono stato super veloce. E finalmente ai 3 chilometri dall’arrivo, ho capito che presto sarei stato il nuovo campione del mondo».

Evenepoel rompe gli indugi: lo segue solo Lutsenko
Evenepoel rompe gli indugi: lo segue solo Lutsenko

Svolta alla Tirreno

La svolta nella sua stagione e di riflesso nella sua carriera pare ci sia stata a marzo in Italia, dopo l’aspra lezione alla Tirreno-Adriatico. Tornò a casa con la coda fra le gambe, avendo capito che prepararsi per una corsa a tappe e seguire la giusta dieta non sono cose solo per gli altri.

«Perciò dopo aver vinto la Liegi – racconta – ho cominciato a preparare la Vuelta e a fare le cose nel modo giusto. Ho imparato a conoscere il mio corpo, a gestire l’allenamento e il recupero. La conoscenza e la pazienza, che portano i grandi risultati. E oggi è venuta la vittoria più bella di tutte. Ogni corridore inizia con dei sogni. I miei erano la Liegi, un grande Giro e il mondiale (alza lo sguardo e sorride, ndr), ma non avevo mai sognato di vincerli nello stesso anno. Però non parliamo delle mie vittorie solitarie, perché anche se sul traguardo ci sono io, dietro c’è un team di uomini e donne che mi aiutano e lavorano con me».

Van Aert all’attacco, nonostante Evenepoel al comando. Per poco ai belgi non riusciva il doppio podio
Van Aert all’attacco, nonostante Evenepoel al comando. Per poco ai belgi non riusciva il doppio podio

Evenepoel e la pressione

I giorni di Wollongong hanno avuto voci e colori diversi. Il jet-lag non gli ha fatto sconti e così nel giorno della crono, dove pure ha preso il terzo posto, ammette di non aver avuto la capacità di soffrire, semplicemente perché era ancora stanco.

«Ma la settimana in più di recupero e allenamenti con la squadra – annuisce Remco – hanno riportato nel mio corpo la freschezza giusta. Stamattina mi sentivo nuovamente fresco e con la testa libera. So che adesso qualcuno mi chiederà di vincere il Tour, ma finalmente posso dire che il problema della pressione è qualcosa che non mi disturba più.

«Ho un gruppo di lavoro e una famiglia che mi circondano e mi rendono forte. Non vinci mai da solo e non sei solo neppure quando perdi. Sono tutti concetti che ho imparato mentre mi rialzavo dall’incidente del Lombardia. La rieducazione mi ha reso quello che sono ora».

Tempo per la festa

Lo vedi che smania per andare. Dice che non ha ancora acceso il telefono perché non c’è un wifi e il roaming gli costerebbe troppo. Dice che Alaphilippe gli ha fatto i complimenti e lo ha salutato, sapendo che il mondiale sarà la sua ultima corsa di stagione. Dice di voler festeggiare finalmente la Vuelta e ora questo “cadeaux” aggiuntivo.

Poi sta un attimo zitto al pensiero delle vacanze e aggiunge che magari la prima uscita ufficiale con la maglia iridata potrebbe anche farla. Ma la lascia cadere nel vuoto. Lo stesso che resta nell’immensa sala stampa, quando se ne va. Wollongong 2022 finisce qui, le nostre storie andranno avanti ancora per un po’…

Belgio, la santa alleanza è una bella gatta da pelare

23.09.2022
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In Belgio hanno promesso di non farsi la guerra. E se sarà davvero così, per tutti gli altri sarà un bel guaio. Stiamo parlando di Wout Van Aert e Remco Evenepoel, che nella conferenza stampa hanno ricostruito il post gara di Leuven 2021, ammettendo di aver rilasciato entrambi qualche dichiarazione di troppo. Hanno giurato di averne parlato fra loro e che quest’anno le cose andranno diversamente. Il botta e risposta che hanno inscenato ha avuto effettivamente il sapore di un’alleanza stretta col sangue.

Van Aert Evenepoel 2021
I sorrisi dello scorso anno a Leuven fra i leader del Belgio nascondevano una tensione reciproca che poi fu pagata in gara
Van Aert Evenepoel 2021
I sorrisi di Leuven fra i leader del Belgio nascondevano una tensione che poi fu pagata in gara

La santa alleanza

«Vogliamo vincere come Belgio – ha spiegato Evenepoel – conosco le capacità di Wout, lui conosce le mie. Possiamo lavorare insieme perfettamente nel finale».

«Se corriamo insieme – ha fatto eco Van Aert – abbiamo solo maggiori possibilità di vincere. Normalmente ho uno sprint migliore di Remco, così lui potrà anticipare. Ma non troppo presto. Entrambi dovremo sfruttare la possibilità di arrivare in due nel finale. Dobbiamo tenerci entrambe le opzioni».

«Sono d’accordo con Wout – ha sottolineato Evenepoel – meglio restare insieme il più a lungo possibile e non sprecare le forze in modo stupido. Il percorso non è facile, sarà un continuo girare in cui la fatica sarà decisiva. Molti occhi saranno puntati su di noi, ma dobbiamo mantenere la calma e lavorare insieme come una squadra. Anche perché Italia, Olanda e Francia non faranno sconti. Dobbiamo evitare situazioni come l’anno scorso. Lo scenario ideale? Arrivare in finale con un gruppo di 7-8 corridori, con dentro due di noi».

Nella conferenza stampa di ieri nell’hotel del Belgio, Van Aert ed Evenepoel hanno siglato la santa alleanza (@Belga)
Nella conferenza stampa nell’hotel del Belgio, Van Aert ed Evenepoel hanno siglato la santa alleanza (@Belga)

«L’importante è non attaccare troppo presto – ha chiosato Van Aert – questo è un percorso su cui non bisogna sprecare energie. Ti svuota e ti ritrovi senza gambe quando la corsa si decide».

Due settimane insieme

Quel che più li ha segnati nella gara dello scorso anno furono l’affiatamento e la tattica dei francesi, che impressero alla corsa un ritmo subito elevatissimo. I belgi rimasero colpiti dall’unita degli uomini di Alaphilippe, che si contrappose alle tensioni fra loro che pure correvano in casa. Finì così che Van Aert, reduce dalla crono, si ritrovò con le gambe in croce a sostenere il ritmo che lo tagliò fuori nel finale. Per questo ha raccontato di aver lavorato sulle fasi di partenza già dall’inverno.

L’unità del blocco francese (qui tirato da Alaphilippe) è diventato il modello per il Belgio
L’unità del blocco francese (qui tirato da Alaphilippe) è diventato il modello per il Belgio

«Siamo arrivati in Australia – dice Van Aert – con largo anticipo e questo non è irrilevante per l’atmosfera in squadra. E’ diverso dallo stare insieme pochi giorni prima di una corsa. Quando fai gruppo per due settimane, riesci a recuperare bene dal jet-lag e a trovare il modo per andare d’accordo con tutti. Il viaggio dal Canada è stato duro, ma ora mi sento bene. Non rimpiango il fatto di non aver corso la crono. Lo avevo scelto in primavera, ne resto convinto e non si può dire che l’avrei vinta io. Mercoledì è stato il primo giorno di maltempo, prima mi sono sempre allenato bene. Mi sento pronto, la preparazione è andata come previsto».

Tre chili in meno

Evenepoel regge il gioco e si dice sicuro che, nonostante la Vuelta e il fuso da recuperare, nelle gambe ci sia ancora la benzina giusta per l’ultimo colpo.

«Mi sento meglio di una settimana fa – dice – ho più energia in corpo. Oggi è stato il primo giorno in cui mi sono svegliato dopo le 6,30 e questa è una buona notizia. Il corpo finalmente si è adattato. Difficile dire se ho le stesse gambe della Liegi. Siamo in una fase diversa della stagione, peso tre chili in meno. Quindi non ha senso fare paragoni. Quello che so è che Mount Pleasant potrà anche non essere la salita più dura del mondo, ma dopo una corsa così lunga e probabilmente tirata, per stare davanti bisognerà essere molto forti».

Ganna, la sconfitta ci sta, la solitudine non aiuta

18.09.2022
7 min
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Tobias Foss, norvegese di 25 anni di maglia Jumbo Visma, ha vinto la crono iridata e, come ha ammesso lui per primo, davvero non se lo aspettava. A Ganna invece è andato tutto storto.

«Sembra davvero di essere in un sogno – dice il vincitore – in realtà non ci credo ancora. Avevo buoni segnali e le mie gambe rispondevano benissimo. Avevo fiducia, ma non osavo sognare così in grande. Sarei stato contento di arrivare tra i primi dieci, sarebbe stato un sogno essere nei cinque, ma ora che posso indossare questa maglia per un anno, sarà molto speciale. Mi divertirò e cercherò di onorarla».

In fuga da tutti

Filippo Ganna ha tagliato il traguardo sbuffando, poi ha lasciato che la bici lo portasse via. Non si è fermato davanti allo staff azzurro e ha tirato dritto, uscendo dalle transenne in fondo. Già da qualche tempo, Pippo ha preso l’abitudine (quando va male) di non fermarsi troppo o non fermarsi affatto nella zona mista dove i giornalisti fanno domande. Questa volta, con un settimo posto veramente difficile da pronosticare ha preferito rifugiarsi nel camper della nazionale, scegliendo la solitudine.

Voglia di parlare comprensibilmente zero, ma è proprio in questi casi che il campione fa la differenza, affrontando la sconfitta a viso aperto e la testa alta. Certo però, guardandola dal suo punto di vista, non deve essere facile mandare giù un simile boccone, con quel record dell’Ora che gli hanno appiccicato addosso e che esige solo la perfezione.

«Non ho ancora parlato con Pippo – dice Velo appena sceso dal camper – ma alla partenza secondo me andava bene, poi la sensazione è stata che fosse un po’ legnoso. Però magari sono solo delle mie impressioni. Adesso dobbiamo condividere l’analisi della gara. Quello che posso dire è che l’avvicinamento era stato tutto liscio, perfetto».

Ganna ha dato più volte la sensazione di non trovare la posizione, tipica delle giornate storte
Ganna ha dato più volte la sensazione di non trovare la posizione, tipica delle giornate storte

I fattori esterni

Nelle fasi del riscaldamento, Ganna girava le gambe assecondando il rituale di sempre. Si aveva quasi timore di disturbarne la concentrazione, percependo la tensione del momento. A capo di un anno sotto tono, il mondiale poteva essere l’occasione giusta per rimettere tutto a posto. Ma poi, sotto tono… Quale altro campione olimpico di Tokyo, dopo quell’oro ha gareggiato e preso medaglie in rassegne europee e mondiali? Non si darà tutto troppo per scontato? Non è normale avere una flessione nell’anno post olimpico?

«Guarda come è tirato – diceva Cristian Salvato, ex cronoman e ora presidente dell’ACCPI – guarda che cosce sottili, non sembrano nemmeno le sue».

Tutto intorno lo staff azzurro era indaffarato, ciascuno preso nelle sue incombenze. I due meccanici nella messa a punto dei freni e del cambio. I massaggiatori verificando la borraccia e che fosse tutto a posto. Gli addetti alla comunicazione fissi per cogliere ogni dettaglio. Amadio che a un certo punto ha chiesto ad Affini cosa gli sembrasse.

«Bissegger – diceva il mantovano, che ha chiuso la crono al 13° posto – ha già fatto un bel tempo, voglio vedere quanto faranno questi con i motori superatomici (ammiccando alla volta di Ganna e di Pogacar che si scaldava nel camper accanto, dnr). Pippo sta bene, l’ho visto sereno. L’unica cosa che ha un po’ rotto sono state le chiacchiere esterne, ma contro quelle si può fare poco».

Poi Ganna è sceso dal camper con il gilet termico addosso. Ha bevuto un sorso d’acqua. E si è diretto verso il percorso, seguendo la bici di Fred Morini, che lo ha scortato fino alla partenza.

Un essere umano

«Un campione come Pippo – prosegue Velo – non si fa influenzare assolutamente delle voci esterne. Ha preparato questa crono e sono certo che l’ha fatto al 100 per cento. In questi giorni di avvicinamento ha fatto tutto quello che doveva. Si è visto che non ha trovato la pedalata giusta, perché si muoveva sulla sella. Ti scomponi, è normale. Però ci sta che sia una giornata no, anche se da lui ci si aspetta sempre il centro pieno. Non è una macchina, è un essere umano e la giornata no può averla anche lui.

«Foss invece – prosegue – non ce l’aspettavamo. Ho guardato un po’ quello che ha fatto e credo che sia stato eccezionale, perché ha recuperato così 10-15 secondi nel finale a Kung che è andato fortissimo. Povero lui, ancora una volta secondo. Mi dispiace. Per tutto quello che sta facendo negli ultimi anni e visto che Pippo non è andato bene, stavolta se la sarebbe meritata lui».

Un altro argento per Kung e un altro bronzo per Evenepoel. E Foss prende l’oro
Un altro argento per Kung e un altro bronzo per Evenepoel. E Foss prende l’oro

Ancora due barriere

Foss in qualche modo è d’accordo con lui. Non se lo aspettava e ha fatto fatica a realizzarlo per tutto il tempo che si è trattenuto con la stampa.

«E’ stata una cronometro – dice – in cui c’era a malapena tempo per recuperare. Non potevi mai lasciare che la potenza calasse. Le curve erano molto tecniche. Nelle parti dure e ripide dovevi andare al massimo. Potevi riprendere fiato solo nelle parti più veloci. L’abbiamo preparato bene, ho ricevuto un buon coaching e alla fine è andato tutto alla perfezione. Il momento in cui ho indossato questa maglia è stato sicuramente un momento molto speciale. E incredibile».

Ganna è sceso dal camper con lo sguardo afflitto ed è andato a sedersi nel furgone in partenza per Bowral, sede del ritiro della nazionale. Prima di chiudere lo sportello ha firmato l’autografo a un signore anziano. Sarà un’ora di strada in cui potrà cercare nell’oscurità oltre il finestrino le risposte alle domande che per primo si pone. La sensazione è che in questo anno storto, continuare a pretendere da sé la luna e noi a chiedergliela sia quasi un’ingiustizia. Al suo posto avremmo voglia di chiudere la stagione e staccare veramente per un lungo periodo. Ma noi non siamo campioni né schiavi del dover vincere: non abbiamo idea di cosa significhi. Il record dell’Ora, se sarà confermato, e i mondiali su pista saranno altre due barriere molto alte da saltare.

P.S. Alle 21,34 le parole di Ganna

Le parole di Ganna sono arrivate tramite un video dall’ufficio stampa della Federazione intorno alle 21,30 locali, circa quattro ore dopo la conclusione della prova, confermando quello che tutti hanno pensato: la giornata storta nel giorno sbagliato.

I messaggio di Ganna è arrivato tramite un video affidato all’ufficio stampa FCI
I messaggio di Ganna è arrivato tramite un video affidato all’ufficio stampa FCI

«Logicamente – dice – si viene dalla parte opposta del mondo non per indossare una maglia o un numero, ma si era venuti con degli obiettivi. Oggi le gambe non erano quelle dei giorni migliori e già stamattina quando mi sono svegliato non trovavo un ottimo feeling, al contrario dei giorni scorsi in cui invece anche con i ragazzi si riuscivano a tenere valori che facevano sperare. E’ andata così, c’è sì un po’ di delusione, però la gara è gara. Se vincevo erano tutti felici e a quanto pare perché ho fatto un settimo posto, ho fatto il flop dell’anno. Dispiace. Magari l’unico rimpianto è di aver fatto svegliare tanti amici o parenti presto per vedere la prova e poi è andata un po’ così»

Wollongong ci siamo, domani si comincia. Al via con le crono

17.09.2022
5 min
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Domani si comincia. Le squadre si stanno radunando a Wollongong e nella mattinata di domenica sarà la volta delle cronometro. Prima le donne, poi gli uomini. Si parte subito col botto, riservando alle categorie giovanili i giorni successivi.

E’ tutto un po’ confuso, forse anche per colpa della differenza di orario e dalla difficoltà iniziale nell’ambientarsi al nuovo mondo, dove è già inverno (anche se dall’Italia arriva notizia dell’annullamento del Memorial Pantani per l’ondata di maltempo che ha colpito la Romagna).

Budget a confronto

Alcune federazioni, come l’Irlanda o la Nuova Zelanda, hanno rinunciato a inviare la loro selezione per motivi economici, perché il prezzo del biglietto era troppo alto, mentre altre come il Canada, hanno chiesto ai corridori di pagarsi il viaggio. E se da un lato tutto questo potrebbe fornire la misura della fragilità del sistema, si può notare che la parte ricca del ciclismo – il WorldTour o comunque una sua parte – ha rifiutato di mandare i propri atleti ai mondiali perché impegnati nella caccia ai punti del ranking UCI. Compresa la Movistar, che ha privato Valverde dell’onore di chiudere la carriera con un campionato del mondo.

Bennati ha raggiunto stasera l’Australia: atterraggio a Sydney e poi di corsa a Wollongong
Bennati ha raggiunto stasera l’Australia: atterraggio a Sydney e poi di corsa a Wollongong

La perplessità è diffusa. L’UCI propugna la mondializzazione dello sport, per portare il gruppo laddove migliaia di persone avranno il privilegio e la possibilità di applaudire beniamini che altrimenti vedrebbero soltanto in televisione. Peccato che per lo stesso motivo nel 2016 andammo tutti a Doha, in un deserto torrido e inospitale, in cui neppure i cammelli si degnarono di salutare il passaggio del gruppo. Sarà proprio l’interesse dei tifosi a muovere le scelte della federazione internazionale?

Pericolo gazze

La natura australiana in proporzione si sta mostrando molto più calorosa rispetto a quella del deserto. E se in Italia è rimbalzata l’eco dell’aggressione subita da Evenepoel da parte di un uccello inferocito, il tema quaggiù è di attualità più stretta. Si parla del pericolo gazze, uccelli neri e bianchi che a queste latitudini sono assai popolari, che a settembre covano le loro uova e le difendono da qualsiasi cosa si muova nei dintorni del nido.

«Le gazze possono essere piuttosto territoriali – ha dichiarato Paul Partland dell’Illawarra Animal Hospital sulla stampa locale – e molte attività si svolgeranno nelle loro zone. Gli uccelli in picchiata tendono a prendere di mira le persone che sono sole e anche quelle che si muovono in modi molto veloci».

Così a Wollongong i cartelli avvisano passanti e ciclisti del rischio di uccelli in picchiata
Così a Wollongong i cartelli avvisano passanti e ciclisti del rischio di uccelli in picchiata

Ecco così che il racconto di Evenepoel assume un altro significato, unito a tutti gli altri avvistamenti segnalati da altri atleti. 

«Un uccello abbastanza grande – ha raccontato Remco – si è avvicinato molto e ha continuato a seguirmi. E’ stato terrificante. Ma questa è l’Australia, a quanto pare. Spero che sia l’unica volta che succede, perché ho avuto paura».

La conferma che non si sia trattato di un caso isolato è arrivata da Stefan Kung, secondo cui un compagno svizzero fosse già stato attaccato in precedenza da una gazza. L’Australia, annotano i giornali di qui, ha un sito web per la segnalazione di attacchi di gazze, con 1.492 episodi quest’anno e fra questi 192 feriti, spesso lievi.

Ganna concentrato

Ma adesso è tempo di parlare di corridori e corse. Ganna ha sulle spalle il peso del pronostico, un fattore che non gli è mai pesato. Pippo (in apertura con Sheffield sul percorso) si è preparato con Sobrero in altura a Macugnaga, ma ha curato altri aspetti della preparazione, visto che la crono di domani potrebbe essere meno filante e più esposta al rischio di rilanci.

Vittoria Guazzini è la nostra punta di diamante per la crono donne: è anche U23
Vittoria Guazzini è la nostra punta di diamante per la crono donne: è anche U23

Nella conferenza stampa su zoom della vigilia, il piemontese ha scacciato i fantasmi della tensione, dicendo di volersi concentrare unicamente su se stesso: la gara è un fatto di tempo. Se fai il più basso hai vinto. Pensare ai rivali non serve.

Di sicuro un risultato positivo sarebbe il miglior viatico verso il record dell’Ora finalmente annunciato, in cui il campione del mondo di crono e inseguimento si troverà a dover battere la distanza di un ingegnere apparentemente venuto dal nulla. Sfidarlo con la leggerezza di un mondiale vinto sarebbe senza dubbio meno pesante. La posta in palio non è affatto banale.

Evenepoel d’attacco

D’altro canto il suo sfidante principale Evenepoel non sfugge alle proprie possibilità. E dopo aver spiegato che non fosse il caso di tornare in Belgio dopo la Vuelta, vista la… minaccia di festeggiamenti, racconta di aver scoperto il percorso anche il giorno prima rispetto alle prove ufficiali che si sono svolte proprio oggi.

Evenepoel oggi per la seconda volta sul percorso, dopo il primo… asssaggio di ieri
Evenepoel oggi per la seconda volta sul percorso, dopo il primo… asssaggio di ieri

«Lo avevo già esplorato di nascosto – ha raccontato – in ogni caso è più difficile dell’anno scorso a Bruges. Il dislivello di quasi 400 metri si fa principalmente nei primi 8-10 chilometri di gara. La salita puoi confrontarla con mezzo Berendries (noto muro del Fiandre, ndr). E’ abbastanza difficile e posso contare sul mio peso. Ci saranno anche molte curve, quindi è un percorso piuttosto tecnico. Solo negli ultimi 6 chilometri lungo la costa potrò usare di nuovo la mia aerodinamica».

Da Museeuw a Remco, quanta pressione sui campioni belgi

15.09.2022
7 min
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Remco Evenepoel ha vinto la Vuelta e con questo successo è stato il primo corridore “di Bruxelles” a riportare un grande Giro in patria dopo 44 anni. L’ultimo fu il Giro d’Italia del 1978 di De Muynck. E se su Remco c’era già una grande attenzione mediatica, adesso tutto si è amplificato. La pressione è maggiore.

Le attenzioni (già alte) sono aumentate a dismisura su di lui. Appena un giorno dopo aver vestito la maglia rossa a Madrid sono apparsi titoli come “Si è fatta la storia”. O sono divampate le attese su cosa farà al mondiale: “Ieri è atterrato in Australia”. Ci si chiedeva quale grande Giro correrà il prossimo anno e se può vincere un Tour. Senza parlare della vita privata…

Fatto questo preambolo abbiamo chiesto a due personaggi che in Belgio non solo ci sono stati, ma hanno anche vinto. E ci sono stati in un periodo storico a dir poco florido, la metà degli anni ’90. Parliamo di Serge Parsani, direttore sportivo della Mapei, e di Gianluca Bortolami, che di quella super corazzata era un corridore. Entrambi sono stati al fianco di un certo Johan Museeuw, che prendiamo come esempio.

La stampa belga ha atteso l’arrivo di Evenepoel in Australia. Per la crono iridata già si chiedono chi possa batterlo (foto Instagram)
La stampa belga ha atteso l’arrivo di Evenepoel in Australia. Per la crono iridata già si chiedono chi possa batterlo (foto Instagram)

Parla Parsani

Certo da allora le cose sono cambiate un bel po’ e lo vedremo da quanto ci hanno detto. Decisiva è stata la spinta dei social e delle informazioni online, ma l’attenzione verso il ciclismo è sempre stata forte, fortissima in Belgio.

«Personalmente – dice Parsani – non è stato troppo difficile per me inserirmi in quel contesto. Io avevo iniziato a seguire i belgi già ai tempi della Gb-Mg e con me già c’era Museeuw. Eravamo una squadra italiana che aveva anche sponsor belgi e così mi sono ritrovato con corridori importanti e una struttura belga lassù: per questo è stato “facile”. Abbiamo raccolto molto con Mapei, Asics e poi con quello che è divenuto il gruppo della Quick-Step».

Parsani è rimasto nel gruppo di Lefevere e ha guidato campioni come Museeuw, Van Petegem, Boonen, Bettini
Parsani è rimasto nel gruppo di Lefevere e ha guidato campioni come Museeuw, Van Petegem, Boonen, Bettini

Primi addetti stampa

Da questa evoluzione si capisce anche il perché una squadra come la Quick Step sia così forte lassù.

«Come gestivamo la pressione intorno a Museeuw? Anche questo aspetto era facile. Prima di tutto siamo stati tra i primi ad avere un addetto stampa (Alessandro Tegner che ancora fa parte del gruppo di Lefevere, ndr), ma poi erano diversi i tempi.

«La stampa ci stava addosso, ma sempre con rispetto. In Belgio poi c’è un’altra mentalità e c’era riconoscenza per questo sport molto popolare. E non c’era solo Museeuw, avevamo anche gente come Peeters, Steels… i nostri corridori si alternavano sulle prime pagine. Non dovevamo proteggerli per così dire. E loro erano contenti  dell’interesse della stampa. E se individuavamo qualche giornalista che era più intento a cercare lo scandalo che a parlare di ciclismo… cercavamo di tenerlo lontano.

«Johan aveva la consapevolezza del leader, sapeva prendersi le sue responsabilità. Quando preparava la campagna del nord se non vinceva ci andava vicino e mi aiutava anche a gestire il gruppo in tutti gli aspetti.

«C’è poi un’altra cosa da considerare. In quei tempi i pretendenti alle grandi corse erano 5-6 e ci sta che alla fine si seguissero sempre gli stessi nomi. Non è come oggi che un “semi-sconosciuto” può vincere un monumento. Penso per esempio Van Baarle che vince la Roubaix o allo stesso Bettiol che ha conquistato un Fiandre senza essere tra i favoriti. Oggi sono tantissimi i corridori che possono vincere». Come a dire che la pressione è divisa su più atleti e in teoria incide meno sul singolo.

A Livigno Remco ha vissuto con la squadra solo in parte. Protezione e pressione al tempo stesso
A Livigno Remco ha vissuto con la squadra solo in parte. Protezione e pressione al tempo stesso

Modello Quick Step

Secondo Serge Parsani non sarà difficile gestire Remco anche dal punto di vista delle pressioni, specie quelle mediatiche. E ci spiega perché.

«Personalmente – riprende il tecnico – non conosco il ragazzo, ma parlando ogni tanto con Bramati, mi dice di un ragazzo con i piedi per terra, molto serio per la sua età.

«Certo, sicuramente sarà più difficile che allora ma è pur sempre in un team importante e poi Lefevere è una volpe e saprà come gestire la situazione. Fece così anche con Boonen. Di certo saprà proteggerlo dalle richieste di sponsor, feste, premiazioni… dovrebbe aiutarlo».

Roubaix 1996: il mitico arrivo in parata della Mapei con (nell’ordine): Museeuw, Bortolami e Tafi
Roubaix 1996: il mitico arrivo in parata della Mapei con (nell’ordine): Museeuw, Bortolami e Tafi

Il punto di Bortolami

E se questo è il punto di vista del direttore sportivo, sentiamo anche quello del corridore. Bortolami fece parte di quel mitico arrivo in parata nel velodromo di Roubaix proprio con Museeuw in testa.

«All’inizio – racconta Bortolami – eravamo solo Mapei Italia, poi Mapei Clas che era italo-spagnola e poi Mapei-Gb ed è lì che si è evoluta la situazione. Eravamo tre squadre, ma posso dire che mi sono trovato meglio con il gruppo belga, per così dire, con Museeuw e con il resto. C’era una buona affinità tra noi ragazzi e con lo staff dirigenziale.

«Facevo parte del terzetto entrato nel velodromo. Finimmo sui giornali e in tv per la questione del disaccordo. Un disaccordo sportivo perché tutti e tre volevamo vincere. Poi ci siamo accordati e per noi era finita lì. Tanto che negli anni a seguire mi sono trovato meglio quando avevo come compagni Museeuw, Ballerini, Tafi, Van Petegem… che quando ero capitano unico in un altra squadra».

Lo scorso anno al mondiale di Leuven fummo colpiti dalla gente che da ogni angolo del Belgio venne per tifare Van Aert sin dalla sera prima
Lo scorso anno a Leuven, folla ogni angolo del Belgio per tifare Van Aert sin dalla sera prima

Cultura ciclistica

Bortolami racconta che i giornalisti e i media già all’epoca erano molto presenti, ma conferma anche le parole di Parsani: i giornalisti c’erano ma con discrezione. E la stampa non era solo belga, ma anche italiana, spagnola e francese.

«Noi inoltre – riprende Bortolami – avevamo un addetto stampa che coordinava il tutto e riuscivamo a circoscrivere le richieste, come fanno oggi i team importanti. Il fatto che la stampa belga fosse accanita e partecipe è vero ma, ripeto, sempre con rispetto. E in Belgio oltre al calcio il ciclismo è sentito. 

«Non credo che rispetto al passato ci siano enormi differenze, almeno in Belgio. Anche perché loro rispetto a noi hanno sempre avuto squadre WorldTour o comunque importantissime. Vivono molto ancora le radici. Prima delle grandi corse si sente parlare e si vedono filmati di Merckx, Maertens, De Vlaemick… E questo per me aiuta a creare una certa cultura, una cultura che da noi non c’è. Noi invece viviamo solo il presente o quel che può essere il futuro».

Senza l’avvento totale di internet era più facile gestire la pressione. Ma quando si muoveva Museeuw c’era sempre una grande folla
Senza l’avvento di internet era più facile gestire la pressione. Ma quando si muoveva Museeuw c’era sempre una grande folla

Museeuw e la pressione

Bortolami poi cambiò squadra per delle controversie con lo staff, soprattutto la parte italiana. Passò alla Festina. Aveva anche richieste dall’Olanda, ma preferì la Francia per questioni di lingua.

«Mi ero ambientato bene in Francia – racconta Gianluca – avevo compagni bravi ma non all’altezza di quelli della Mapei, quindi la pressione era tutta su di me e in certi tratti di Gand, Roubaix o Fiandre ritrovarsi da solo contro otto corridori della Mapei non era facile. Se li guardavi in faccia ognuno di loro diventava forte, facevano gruppo (proprio come la Quick Step adesso, ndr). E così quando andava bene portavo a casa un quinto posto.

«Johan con la pressione era molto bravo. Sin da giovane andava forte. Ha sempre gestito le cose da grande corridore e grande uomo, sia con noi compagni che con tutti gli altri.

«Per noi era come essere a scuola: in hotel ci si divertiva. I momenti difficili erano dovuti alla stanchezza e non ad altro. L’unica volta che abbiamo commentato dei titoli di giornali è stato proprio in occasione della tripletta alla Roubaix. Dopo quei giorni c’è stata una certa pressione. Ma questo si è avvertito più in Italia che in Belgio, perché alla fine i danneggiati eravamo noi. Loro avevano vinto».

Ganna vs Evenepoel, la sfida iridata delle bici

13.09.2022
5 min
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La prossima rassegna mondiale vedrà diversi protagonisti, ma i riflettori sono puntati su due corridori. Non ci sarà Van Aert ed Evenepoel ha dimostrato di avere una gran gamba. Per noi ci saranno Filippo Ganna che lotterà per un’altra maglia iridata e con lui Affini e Sobrero.

Abbiamo chiesto a Giampaolo Mondini, uomo di collegamento tra Specialized e i team e Matteo Cornacchione, meccanico del Team Ineos (con un intervento di Federico Sbrissa di Pinarello) di fare il punto sulle bici dei due campioni. Cerchiamo di interpretare alcune scelte tecniche possibili e le curiosità legate ai mezzi meccanici per la crono mondiale.

Rispetto al passato, ci sono delle variazioni della posizione in sella, sulla bici da crono e su quella tradizionale?

MONDINI: «Remco ha cambiato la posizione in sella solo dopo il Lombardia, quello dell’incidente. Il setting è stato cambiato su entrambe le bici. Ci potrebbero essere delle variazioni in futuro sulle bici da crono, non tanto legate al corridore, quanto a nuovi parametri UCI che dovrebbero arrivare per la prossima stagione. Vedremo, ma in tal caso abbiamo già pronta la soluzione più adatta per Evenepoel».

CORNACCHIONE: «No, non ci sono state grandi variazioni e la posizione a crono di Filippo è quella ormai da tre anni, ovvero da quando ha cominciato ad usare il manubrio 3D. Una piccola differenza è presente solo nella parte alta delle appendici, tra la bici crono numero 1 e la numero 2. Ganna non ha cambiato neppure la posizione sulla bicicletta standard».

Al Giro di Germania Ganna ha usato la bici standard per la prova contro le lancette
Al Giro di Germania Ganna ha usato la bici standard per la prova contro le lancette
Quante ore sono state investite nella galleria del vento?

MONDINI: «Lo scorso inverno abbiamo fatto un giorno e mezzo, circa 15/16 ore totali di test. Le prove non consistono solo nella valutazione della posizione biomeccanica, ma si sviluppa anche con i materiali in dotazione; ad esempio i nuovi caschi».

SBRISSA: «L’attuale posizione in sella di Ganna è stata studiata/elaborata insieme al Team Ineos. Sì, è stata utilizzata la galleria del vento per creare il matching perfetto tra atleta e mezzo meccanico, senza dimenticare gli studi condotti direttamente all’interno di PinaLab. Il lavoro nel wind tunnel è stato eseguito qualche mese prima di produrre il nuovo telaio e le appendici. Ovviamente le analisi ci hanno permesso di fare dei confronti con la versione Bolide precedente.

«E’ difficile quantificare le ore spese in galleria – continua Sbrissa – ma comunque si tratta di un lavoro lungo e complesso, sicuramente necessario a questi livelli. La posizione in sella di atleti di questa caratura non si cambia praticamente mai, una volta studiata e trovata quella ottimale. Le simulazioni sui miglioramenti aerodinamici di telaio/componenti possono essere fatti tranquillamente a CFD, perché sulla base del medesimo setting del corridore, si analizzano in modo approfondito le variabili legate ai materiali».

Anche la posizione sulla bici da strada di Evenepoel non ha subito variazioni
Anche la posizione sulla bici da strada di Evenepoel non ha subito variazioni
Qual’è il range di rapporti utilizzato sulla bici da crono?

MONDINI: «Prima della Vuelta 2022 Evenepoel ha sempre utilizzato il 56, oppure il 58 come corona più grande. Alla Vuelta ha esordito con il 60 e una scala 11/30 posteriore. Non è da considerare solo la preferenza dell’atleta, quanto gli studi fatti per migliorare la linea della catena e la riduzione degli attriti. In passato erano valori difficilmente quantificabili, oggi è possibile farlo. In occasione della crono mondiale è prevista una ricognizione per vedere se utilizzerà il 60 ma, non è escluso un ulteriore aumento dei denti».

CORNACCHIONE: «Per la corona più grande le opzioni sono 58 e 60, ma la valutazione verrà fatta anche dopo la prova del percorso. L’ultima parola sarà del corridore. Il tracciato della crono mondiale non dovrebbe essere troppo complicato, ma con diversi rilanci e oltre 20 curve. La scelta del plateau anteriore verrà fatta anche in base a questo fattore, perché 20 variazioni della direzione significano rilanciare la bici in continuazione. In casi come questo è fondamentale non perdere il feeling con la velocità. Filippo per i rapporti dietro usa 11-30. Al momento opportuno verranno fatte anche delle importanti valutazioni sulle ruote, comunque tutte tubeless».

Per gli specialisti come Ganna ormai le corone grandi da 58-60 sono uno standard
Per gli specialisti come Ganna ormai le corone grandi da 58-60 sono uno standard
Corone sempre più grandi, enormi. Sono necessarie delle modifiche sul telaio?

MONDINI: «Sì, il supporto del deragliatore viene modificato ad hoc».

CORNACCHIONE: «Sulla nuova Bolide F non dobbiamo fare nessuna modifica, perché il telaio è già predisposto con un paio di soluzioni. Una supporta la corona fino a 56 denti, la seconda arriva fino alla corona da 62 denti, entrambi sono facili da gestire anche per noi meccanici».

Invece, per quanto riguarda la lunghezza delle pedivelle? Cambia rispetto alla bici standard?

MONDINI: «Si, Evenepoel utilizza pedivelle diverse: 172,5 sulla bici normale e 170 sulla crono».

CORNACCHIONE: «Ganna utilizza le stesse pedivelle, comuni alla bici normale e quella da crono. La lunghezza è di 175 millimetri».

Una delle bici Quick Step, con la “vecchia” guarnitura Dura Ace, ma con le corone 54-40
Una delle bici Quick Step, con la “vecchia” guarnitura Dura Ace, ma con le corone 54-40
Avete fatto delle sovrapposizioni tecniche tra il corridore ed eventuali avversari?

MONDINI: «Sono lavori che fa il team, legati anche ad una strategia ottimale di corsa e di come interpretare il tracciato. Il fattore principale è comunque legato a focalizzarsi sull’atleta, soluzione che permette di gestire le variabili eventuali».

CORNACCHIONE: «E’ un lavoro riservato al team, ma è ovvio che anche noi siamo sempre curiosi e cerchiamo di carpire anche i segreti degli altri. Talvolta le scelte fatte da altri corridori di altre squadre, vengono provate anche dai nostri, ma il tutto è concordato all’interno del team. A prescindere, le differenze si vedono con il tempo e con lo sviluppo dei materiali, fatto tra il team, aziende e corridori».

Emozione Evenepoel: l’anno perfetto, peccato per Roglic

11.09.2022
4 min
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Non si era mai visto un Remco così emozionato. L’ultima volta che in una conferenza stampa Evenepoel aveva raccontato una grande vittoria era stato nel giorno della Liegi, ma era parso rilassato e con la voglia di parlare. Con il trofeo della Doyenne davanti al volto, il piccolo belga che nel frattempo è diventato un gigante, aveva toccato con mano la realizzazione di un sogno. Questa volta è diverso. Ieri sull’Alto de Navacerrada, il belga avuta la conferma di aver vinto la Vuelta. Così prima è crollato in un bellissimo pianto liberatorio, poi ha riguardato la Vuelta alle sue spalle. Quella che segue è una raccolta delle sue frasi, come spicchi del giorno più bello.

Verso Navacerada, Evenepoel nella morsa di Mas e Arensman
Verso Navacerada, Evenepoel nella morsa di Mas e Arensman
Cosa ti è passato per la testa quando hai tagliato il traguardo?

Non so cosa mi stesse passando per la mente. Dopo tutti gli sforzi e anche dopo tutti i commenti negativi sulla mia persona dell’anno scorso, mi prendo questa rivincita. Ho risposto con i pedali. Questo è stato il primo grande Giro che ho iniziato completamente sano. Sono arrivato nelle migliori condizioni possibili. Sono molto contento di questa vittoria, la prima per il Wolfpack e la prima dopo tanto tempo per il Belgio. Questo è il giorno più bello della mia vita.

E’ stato duro arrivarci?

Ho pensato a tutti i sacrifici degli anni passati. Non è stato facile. Quella caduta al Lombardia di due anni fa, il ritorno a un buon livello. Ho ricevuto anche molte critiche. Io e la mia famiglia abbiamo avuto molti momenti difficili. Anche le ultime tre settimane non sono state facili. Dovevo stare in guardia ogni giorno. La pressione sulle mie spalle è enorme. Volevo salire sul podio e vincere una tappa. Ho vinto la classifica generale e due tappe. Non poteva andarmi meglio.

Eri nervoso stamattina?

Molto. Dall’esterno posso sembrare rilassato, ma non ho dormito molto. Sapevo che sarebbe stata una tappa dura, ma sono sopravvissuto. Ero già emozionato quando mi sono alzato. Perché sapevo di essere vicino al grande obiettivo.

Infine sul traguardo, il crollo emotivo di Evenepoel: la Vuelta è vinta
Infine sul traguardo, il crollo emotivo: la Vuelta è vinta
E’ stata tanto dura?

A parte l’arrivo a Sierra de la Pandera, questa è stata la tappa più difficile. Per il cuore, per il corpo, per la testa… Perché sei così vicino, ma devi continuare a lottare. A tre chilometri dal traguardo mi hanno detto che avrei vinto la Vuelta. Ho sentito i brividi su tutto il corpo e nelle gambe. Non mi importava più di sprintare per il secondo posto. Ho voluto solo godermi quegli ultimi 500 metri. Avevo ancora le gambe, ma non più la testa per uno sprint.

Hai avuto momenti difficili?

Solo la caduta. Due giorni dopo non ero ancora al mio livello. Senza quel problema, avrei concesso meno tempo a Mas sabato scorso.

Il ritiro di Roglic ti ha reso la vita meno dura?

Non si può dire. Le cadute fanno parte del ciclismo. Posso parlarne a ragion veduta, basti pensare al Giro di Lombardia 2020. Certo è un peccato per la Vuelta che Primoz sia scomparso dalla gara. Ma non è vero che sia stato più facile senza di lui. Mas è anche uno dei migliori scalatori del mondo. E’ già arrivato quinto al Tour e per tre volte è arrivato secondo alla Vuelta. Se non fossi caduto, non avrei avuto nemmeno una brutta giornata in questa Vuelta.

L’abbraccio con Ayuso durante l’incontro con la stampa: fra i due 3 anni di differenza
L’abbraccio con Ayuso durante l’incontro con la stampa: fra i due 3 anni di differenza
E’ davvero il giorno più importante della tua carriera?

E’ stato un grande anno, con la Liegi-Bastogne-Liegi San Sebastian e ora due tappe e la classifica finale alla Vuelta. E questo inverno mi sposo. E’ l’anno migliore che potessi immaginare. Ho solo 22 anni ed è solo il mio quinto anno in bici

Ci sarebbe ancora il mondiale…

Scusatemi con il tecnico della nazionale Vanthourenhout, ma al momento non mi interessa. Però posso promettergli che sarò pronto. Non ho pensato al mondiale per tre settimane e non lo farò stasera, né domani (oggi, ndr). Ma da lunedì mi concentrerò al 100 per cento sulla cronometro. Poi cercherò di recuperare per la corsa su strada. Non so cosa ci sarà nelle gambe per allora. E se sarà necessario aiuterò Van Aert.