Pontoni e il gravel: romanticismo e tanto agonismo

11.10.2023
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Il secondo campionato del mondo gravel, corso il fine settimana scorso, ha chiuso la breve parentesi su questa disciplina. Aperta in occasione del primo campionato europeo, disputato in Belgio il primo ottobre. Il gravel cresce, accoglie sempre più appassionati, sia tra i ciclisti quanto tra i tifosi. La provincia di Treviso, tra sabato e domenica, ha potuto godere di nomi illustri del panorama del ciclismo mondiale e di un pubblico da classiche. 

Ma dove potrà arrivare questa disciplina? Piace a tanti atleti, grazie a percorsi sempre nuovi e diversi tra di loro. La differenza tra il campionato europeo e quello del mondo era estremamente profonda. Scelte tecniche che portano anche ai vari cittì a dover fare delle selezioni, così da portare in gara la miglior squadra possibile. La stessa Italia di Pontoni tra uomini e donne è variata tanto, costruendo quattro squadre (due per gara tra europeo e mondiale) tanto diverse tra di loro. 

Le due prove elite del mondiale gravel 2023 hanno visto protagonisti di primo piano (foto Bolgan)
Le due prove elite del mondiale gravel 2023 hanno visto protagonisti di primo piano (foto Bolgan)
I due percorsi tra europeo e mondiale ci hanno detto che il gravel cresce e cambia nei percorsi, questo comporta scelte diverse per la selezione dei corridori?

Assolutamente, devi schierare il miglior atleta possibile in base alle caratteristiche del percorso. Quello degli europei mi ha spinto a scegliere atleti molto più veloci e a puntare quindi su di loro. Per esempio nelle donne ho portato Elena Cecchini in tutte e due le prove, ma all’europeo era l’atleta di punta, mentre al mondiale ha dato supporto alle altre. 

Cittì, tra europeo e mondiale hai cambiato tanto, soprattutto nella corsa delle donne.

Avevo più scelta, anzi ora posso dirlo: avremmo dovuto avere anche la Longo-Borghini, ma a causa dell’infortunio non è stato possibile. Con gli uomini ho lasciato più spazio agli under 23 all’europeo ma al mondiale non me la sono sentita, anche perché è venuta fuori una gara da cinque ore.

Nella gara delle donne l’Italia si è messa la corsa sulle spalle conducendo le danze per tanti chilometri (foto Bolgan)
Nella gara delle donne l’Italia si è messa la corsa sulle spalle conducendo le danze per tanti chilometri (foto Bolgan)
Il livello degli atleti si è alzato, lo si è visto sia tra le donne che tra gli uomini…

Si è alzato e molto. Sia come nomi che come qualità dello sforzo da parte degli atleti. Troviamo team professionisti, che fanno di mestiere questa specialità. Credo che nel giro di 2-3 anni avremo squadre dedicate a questa disciplina con professionisti del settore sempre più competitivi. Soprattutto nel campo femminile abbiamo visto il meglio, mancava la Ferrand-Prevot e qualche atleta della mtb, però se si guarda alla strada c’erano tutte. 

Il Lombardia il giorno prima della prova maschile ha un po’ precluso le scelte?

Alessandro De Marchi e Simone Velasco hanno comunque partecipato, certo la loro presenza va di pari passo con le esigenze dei team. Forse slittando la prova avanti di una settimana rispetto al Lombardia avremmo avuto differenti atleti, ma non scordiamo chi ha vinto (Mohoric, ndr) e il fatto che ci fosse un corridore come Van Aert.

Com’è il rapporto con le squadre dei vari corridori?

Non è semplice, siamo una specialità emergente, però già dall’anno scorso ad oggi si nota una voglia maggiore di partecipare. Una voglia che è anche delle aziende. Gli atleti, fosse per loro, ne avremmo tanti di più a disposizione. Credo che questi due mondiali e il prossimo, che si svolgerà nelle Fiandre, daranno il “la” definitivo a questa specialità

Ci si riesce a coordinare in maniera costruttiva?

Molte squadre in questi due giorni post mondiale mi hanno contattato mostrando un grande interesse, così come i costruttori. Basta pensare a quali tipologie di bici vengono vendute maggiormente ora: le gravel occupano una buona fetta di mercato.

Tra le protagoniste della gara femminile c’era anche Demi Vollering, vincitrice dell’ultimo Tour de France Femmes
Tra le protagoniste della gara femminile c’era anche Demi Vollering, vincitrice dell’ultimo Tour de France Femmes
Che crescita si immagina per il gravel in futuro?

Quella che c’è stata per la mountain bike negli anni ‘90. Pensiamo che le Olimpiadi del 2028 si svolgeranno negli Stati Uniti e questa è una specialità che nasce lì. Il gravel si afferma come terza disciplina del fuoristrada, considerando che hanno assegnato i mondiali fino al 2028. Si è partiti con due edizioni in Italia, poi ci sposteremo in Belgio, Australia, Francia, ancora Belgio e poi Emirati Arabi ad AlUla. Ripeto, non mi stupirei se questa specialità potesse avere un futuro sempre più radioso

Arrivare dal fuoristrada aiuta, ma le distanze poi diventano molto impegnative…

Chi ha già corso nel ciclocross o nella mtb a livello di guida è estremamente avvantaggiato. Già solo fare le curve in maniera corretta dà una grande mano, però poi entra in gioco la distanza. Entrambe le gare sono state sulle 5 ore, è chiaro dunque che la resistenza conta eccome. E quella la alleni solamente su strada. Pensiamo per esempio alla Cecchini che non ha mai fatto nulla in fuoristrada e si è comportata alla grande.

Il pubblico di Pieve di Soligo si è riversato in strada nella due giorni iridata, una prova di quanto il gravel sia ormai popolare
Il pubblico di Pieve di Soligo si è riversato in strada nella due giorni iridata, una prova di quanto il gravel sia ormai popolare
Il pubblico poi ha risposto in maniera incredibile, sia sabato che domenica…

Ho visto tantissima passione e secondo me chi era a bordo strada torna a casa con uno stupore negli occhi non indifferente. Il gravel è tanto entusiasmante, non si ha assistenza e il corridore ci mette tanto del suo, è un tornare indietro nel tempo. Bisogna saper sfruttare i piccoli momenti e noi cittì dobbiamo riuscire a far sentire il nostro appoggio in ogni istante.

A lei che è rimasto di questa esperienza?

Mi ha lasciato un’altra medaglia oltre a quella della Persico, le persone e lo staff ci hanno davvero messo il cuore e questo per me è un premio enorme. Devo ringraziare tutti per questa seconda esperienza fantastica.

Mohoric da favola. Iridato gravel con gambe e (la solita) intelligenza

08.10.2023
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PIEVE DI SOLIGO – A pochi minuti dal via della prova iridata, tutti sono d’accordo su una cosa: la corsa sarà davvero dura. Si parte dal Lago Le Bandie e si arriva a Pieve di Soligo, dopo 169 chilometri di fatiche. Il tracciato è lungo, forse troppo lungo, come sottolinea anche Francesco Moser, che lo avrebbe accorciato di qualche chilometro. In palio c’è un titolo mondiale ambitissimo. Quello gravel.

I pretendenti sono agguerriti: al via infatti ci sono Wout Van Aert, che arriva sorridente ma anche molto concentrato, non concedendo foto o autografi, Alejandro Valverde, che si prende l’applauso del pubblico a braccia alzate, e Matej Mohoric.

Pellizotti profeta

Franco Pellizotti, direttore sportivo della Bahrain-Victorious, ci aiuta ad capire cosa potrebbe succedere durante la corsa: «È un percorso bellissimo ma anche molto tecnico. Sarà importante non perdere di vista nessuno, perché ogni punto del tracciato potrebbe essere quello buono per l’attacco vincente. Inutile dire che l’attenzione sarà su Van Aert anche se, sinceramente, ultimamente non l’ho visto poi così brillante sulle salite. Rimane sicuramente molto quotato, ma anche altri, come Mohoric, potrebbero dire la loro».

Lo sloveno è molto conciso nel dire come affronterà la sua gara: semplicemente «a tutta», esclama. E indovinate com’è andata? La corsa parte, il ritmo è altissimo e in testa si forma un gruppetto di tre elementi: Matej Mohoric, Florian Vermeesch e Connor Swift. Terzetto che poi andrà a ricoprire i gradini del podio nello stesso nell’ordine. 

Non pervenuto, a sorpresa, Wout Van Aert. Sul muro di Ca’ del Poggio aveva già un distacco di oltre dieci minuti, complici anche diversi problemi meccanici e una scivolata. 

La corsa la fanno quei tre davanti: scatenati e sicuri in ogni passaggio. Il ritmo aumenta, le tattiche diventano sempre meno efficaci e la fatica quasi insostenibile. Dal terzetto si sfila prima Swift e poi Vermeesch, sotto le “trenate” dello sloveno.

Matej rimane solo al comando, senza alcun punto di riferimento e correndo qualunque rischio possibile pur di aggiudicarsi l’iridata. «Ogni tanto ci davano qualche riferimento circa il nostro vantaggio, ma non c’era da credergli», ha spiegato Mohoric.

Rischi che si concretizzano quando all’arrivo mancano appena tre chilometri: la piazza di Pieve di Soligo per un attimo sussulta. Matej è scivolato. Però riparte e si gode ugualmente il chilometro finale, che si trasforma in una lunga passerella.

Mohoric iridato

Lo sloveno non vince, trionfa. Alla sua prima corsa gravel, mette subito le cose in chiaro: «Mi sono divertito moltissimo. Il percorso era bellissimo e conoscevo molte di queste strade, in quanto ci gareggiavo da bambino. Tra i partenti c’erano molti nomi interessanti e questo rendeva la corsa ancora più elettrizzante». 

All’arrivo Matej è visibilmente divertito, abbraccia subito il suo diesse, Pellizotti, che gioisce quasi più di lui. Si ferma ogni qual volta una mano gli porge una penna per un autografo o un telefono per una foto. Dire che Mohoric si aspettasse questa vittoria non è esatto, però la desiderava tanto. Dopo il ritiro al Croazia, voleva dare il meglio di sé. 

Ma lo sloveno è così. Gentile, forte, educato, intelligente e meticoloso. Uno come lui, anche se a questo mondiale gravel non ha potuto dedicare troppo tempo, si è certamente informato bene su percorso, scelte tecniche, meteo… Ricordiamoci di come ha vinto la Sanremo lo scorso anno, con “l’invenzione” del reggisella telescopico. 

Matej chiude così il suo 2023 con un’altra vittoria, sei in tutto. E continua il suo feeling con la maglia iridata: era stato campione del mondo juniores nel 2012 e under 23 l’anno successivo, su strada ovviamente.

Iridato in locanda

E il suo meglio lo dà vivendo la corsa, più che preparandola. Lo sloveno ha infatti gareggiato senza potenziometro. Ha saputo della potenza media da Swift e Vermeesch e ammette che anche se l’avesse avuto, avrebbe creduto fosse rotto, tanto andavano forte. 

«Sapevo che tutti eravamo a tutta – aggiunge Mohoric – ma non dovevo finirmi del tutto. Ho dovuto gestire le mie energie molto bene, grazie anche al supporto della squadra. Ogni ora mi assicuravo di mangiare almeno 120 grammi di carboidrati e ai rifornimenti prendevo gel e borracce che la squadra mi passava». 

Scivolone a parte la corsa di Mohoric è stata “tranquilla”. Certo, litigata con elicottero esclusa: «In cima ad una salita ho cercato di mandare via l’elicottero perché stava alzando troppa polvere. No, non era una mosca quel gesto». 

La corsa gli è piaciuta così tanto che Mohoric ci tornerebbe: «Il mio programma su strada è molto fitto, sarebbe difficile partecipare spesso anche alle gare gravel, ma sicuramente non abbandonerò la disciplina. Poi con i panorami che abbiamo visto oggi ci tornerei anche in vacanza. Magari fermandomi a bere del buon vino e a mangiare il prosciutto di questa parte di Veneto!».

Se dunque vedrete un ragazzo in maglia iridata fermo in qualche locanda della zona, probabilmente sarà lui. 

Un mondiale gravel illuminato da tante stelle. Si parte oggi

07.10.2023
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PIEVE DI SOLIGO – Le ore che mancano all’inizio del secondo campionato del mondo gravel sono sempre meno. Ieri le strade di questo paesino si sono colorate delle maglie dei vari corridori che da oggi si daranno battaglia per la maglia iridata. Tanta polvere, tanti sorrisi ed altrettante salite aspettano i più di 1.000 iscritti tra master ed elite

Il primo ottobre Lorena Wiebes (al centro) ha conquistato l’europeo gravel. Terza Cecchini (foto UEC)
Il primo ottobre Lorena Wiebes (al centro) ha conquistato l’europeo gravel. Terza Cecchini (foto UEC)

La maglia della Wiebes

Si comincerà alle 10,30 con la prova femminile, che prenderà il via dalle Bandie. Le sfidanti sono numerose ed il parterre è di alta qualità, con la campionessa europea gravel, Lorena Wiebes, a guidare il gruppo con il suo nuovo simbolo del primato. 

«Mi sono organizzata – spiega la neo campionessa europea di specialità – per lasciare spazio a queste corse nel mio calendario stagionale. Sono partita dalle qualificazioni e devo dire che è una disciplina che mi piace molto. Ho usato per qualche volta in allenamento la bici da gravel ed è stato diverso, più divertente. Arrivo dalla strada e sono due modi di correre diversi. In corsa mi aspetto una partenza al massimo, saremo tante e non ci sarà spazio per tutte, quindi la lotta sarà serrata. Il finale di gara, invece, sarà molto selettivo con tante salite a fare da giudice».

Demi Vollering e compagne durante la ricognizione sul percorso del mondiale gravel
Demi Vollering e compagne durante la ricognizione sul percorso del mondiale gravel

Vollering guida la caccia 

Lorena Wiebes non è la sola atleta che dalla strada è passata in prestito al mondo del gravel. Infatti oggi al via c’era anche Demi Vollering, un nome che nel campo femminile attira sempre tante attenzioni. L’olandese della SD Worx, vincitrice del Tour de France Femmes, arriva con tante aspettative. Il suo palmares su strada, nel 2023, conta: Strade Bianche, Liegi-Bastogne-Liegi, Freccia Vallone e Amstel Gold Race. Vollering ha fatto anche incetta di corse a tappe, oltre alla Grande Boucle femminile ha vinto la Vuelta a Burgos e Tour de Romandie

«Penso che sia il finale perfetto di stagione – dice in sala stampa – era il 2019 quando ho preso in mano per la prima volta una bici gravel. La uso per allenarmi in alcune situazione e anche per fare qualche viaggio. Anche io mi aspetto una gara tosta, ma sono qui anche per godermi un modo diverso di correre».

Come detto la starting tlist femminile è ricca di tante atlete interessanti, su tutte Kasia Niewiadoma. Un mondiale gravel che si apre, come giusto che sia, anche alle esperte del fuoristrada, come Emma Norsgaard, Ashleig Moolman-Pasio e la campionessa austriaca gravel Sabine Sommer. Tra le italiane spiccano il nome di Persico e Realini: ragazze cresciute nel ciclocross, che ora sperimentano questa nuova disciplina. 

Gianni Vermeersche
Gianni Vermeersch rimetterà in palio la maglia di campione del mondo, conquistata nel 2022 sempre in Veneto

Il titolo di Vermeersch

Il belga Gianni Vermeersch metterà in palio domani la maglia iridata, conquistata un anno fa sempre in Veneto. I pretendenti sono tanti, su tutti il nome del gigante della Jumbo-Visma Wout Van Aert (foto di apertura Houffa Gravel): tre volte campione del mondo nel ciclocross.

«Il gravel, di fatto, lo pratico sin da piccolo – racconta Van Aert – quando con la mia bicicletta da ciclocross facevo uscite di lunghi chilometraggi. Ho cominciato però ad apprezzarlo nell’anno del Covid, mi ha permesso di fare percorsi e strade nuove in allenamento e ho seguito con curiosità la sua rapida ascesa. Quest’anno cercavo un bell’obiettivo per il finale di stagione e il Mondiale Gravel UCI mi è sembrato quello più interessante, così ho chiesto alla squadra il permesso di correrlo». 

Il belga alla sua prima apparizione nel gravel ha stracciato la concorrenza, ma domenica dovrà far ben più attenzione. 

Pro’, ex pro’ e specialisti

Non mancheranno i nomi di spicco nemmeno nella gara maschile riservata agli elite. Fin da inizio 2023 quella di Alejandro Valverde era una presenza quasi certa. L’embatido ha salutato il mondo dei professionisti al termine della scorsa stagione e si è lanciato nel gravel con la stessa fame di vincere. Oltre allo spagnolo ci saranno tanti ex professionisti, come Niki Terpstra, vincitore di una Parigi-Roubaix e un Giro delle Fiandre. Senza tralasciare il padrone di casa Sacha Modolo, o altri nomi di spicco del calibro di Nicholas Roche e Laurens Ten Dam. 

Tra i protagonisti della stagione su strada che si cimenteranno in questo secondo mondiale gravel c’è Matej Mohoric. Dopo una stagione che gli ha regalato anche una vittoria di tappa al Tour de France, lo sloveno si metterà alla prova fuoristrada. 

«Questo mondiale – dice Mohoric – era un mio obiettivo fin dall’inizio della stagione. E’ il modo migliore per finire il 2023, non sento alcuna pressione per performance o risultati. Il percorso disegnato è davvero bello e tecnico, ha tratti simili a quelli che si possono trovare su strada, ma anche sezioni impegnative. Chi è abituato a gareggiare in queste corse potrebbe essere avvantaggiato, anche se non credo che Wout (Van Aert, ndr) avrà tante difficoltà a staccare tutti (ride, ndr). Torno a correre in una regione che mi ha dato tanto fin da quando ero junior e ne sono super felice, perché mi tornano alla mente molti ricordi».

La giusta dose di esperienza in conferenza stampa, la porta Mattia De Marchi che tra polvere e strade bianche ha tanto da dire

«Pedalo tutti i giorni su queste strade – spiega – conosco il territorio a menadito. Ho tanti amici che praticano il gravel e tutti sono rimasti piacevolmente sorpresi dal percorso. In questa specialità conta la forza, ma anche tanto il saper reagire alle sfortune, ci sono molte zone “nere” dove un guasto può compromettere l’intera corsa. Il gravel non è una corsa di tattica, ma un all-in».

Parisini, la prima in Croazia mettendo nel sacco Mohoric

01.10.2023
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«La prima cosa che ho fatto dopo l’arrivo – dice Parisini raccontando la sua vittoria alla CRO Race – è stata guardarmi intorno. E poi mi sono chiesto: non è che c’è da fare un altro giro? Proprio non mi rendevo conto. Poi quando ho visto la moto che si è fermata a riprendermi ho detto: ho vinto davvero. Ed è stato bellissimo».

Dopo l’arrivo è rimasto incredulo sul marciapede. La prima vittoria non si scorda mai
Dopo l’arrivo è rimasto incredulo sul marciapede. La prima vittoria non si scorda mai

Freddezza da cecchino

Tutto sommato il corridore di Voghera ha impiegato anche poco per prendere le misure al professionismo, che ha scoperto quest’anno con la maglia della Q36,5. Avevamo ancora nelle orecchie le parole di Moschetti sul suo conto, quando dalla Croazia è arrivata la notizia della sua vittoria sul traguardo di Opatija, a capo di una tappa magari breve, ma dura da morire, con due giri di un circuito parecchio duro nel finale. Alle spalle di Parisini sono finiti Andresen e Mohoric, a significare che il livello fosse davvero alto.

«Il tipo di tappe che mi piacciono – risponde compiaciuto e contento – infatti c’erano da fare questi due giri con uno strappo di 600 metri al 14 per cento e io ho scollinato terzo. Negli ultimi 10 chilometri non sono mai uscito dalle prime cinque posizioni, perché sapevo che il circuito era nervoso e dovevo restare davanti. La cosa che mi piace è che l’ho vinta come se avessi già vinto altre gare tra professionisti.

«Ho fatto passare Mohoric, perché sapevo che era rischioso essere secondo a 500 metri dall’arrivo. Mi ha aiutato essere passato la prima volta sotto il traguardo e aver visto che c’era vento in faccia. Perciò, quando ho visto Mohoric che mi passava, ho subito tirato i freni e l’ho fatto passare. Sapevo che uscendo terzo ai 250 metri dall’arrivo sarei stato perfetto. E oggi (ieri, ndr) in gara Matej è venuto a parlarmi. Mi ha detto bravo, mi ha fatto i complimenti. Che poi riceverli da lui, che ha vinto la Sanremo in quel modo…».

Al Tour of Britain i primi lampi d condizione. Parisini è pro’ da quest’anno, è alto 1,83, pesa 65 chili
Al Tour of Britain i primi lampi d condizione. Parisini è pro’ da quest’anno, è alto 1,83, pesa 65 chili
Un certo tipo di lucidità ce l’hai oppure no…

Credo anche io. Penso sia una roba che devi avere addosso, che non tutti hanno. Adesso non voglio dire che sono un vincente, però quando nell’ultimo chilometro arriva il momento di avere la freddezza giusta che ti fa vincere, riesco a non farmi prendere dall’euforia. A molti invece capita di emozionarsi e di partire troppo presto. Invece ho aspettato il momento giusto e sono felice più che per la vittoria, per come è stata costruita.

C’è chi ha aspettato anni per vincere, tu ci sei riuscito al primo.

La cosa più bella è che vado al riposo con una vittoria e tanto morale. E neanche si può dire che il fine stagione sia il mio periodo. Di solito ci arrivo sempre stanco, però quest’anno ne parlavo proprio con Moschetti. Siccome a luglio, dopo il ritiro in altura in cui mi ero preparato benissimo, ho fatto una settimana con la febbre a 39 e ho perso praticamente tutto, mi sono detto che quest’anno avrei tenuto duro fino all’ultima gara, che sarà la Parigi-Tours di settimana prossima. Voglio vedere se riesco arrivare nel finale di stagione e riuscire a fare qualcosa di buono. E così è successo.

Che rapporto c’è fra te e Moschetti? Lui parla di te un gran bene, dice che lo aiuti nelle volate. Si è creato un bel rapporto?

Diciamo che è dal ritiro di Calpe a gennaio che siamo in stanza insieme. Per me è proprio un punto di riferimento, è una persona d’oro, mi dà un sacco di consigli. E io lo ammiro molto per la sua dedizione e per la persona che è anche al di fuori della bici. Quest’anno mi stanno facendo provare nel ruolo di leadout per lui. L’ultima volata che gli ho tirato (al Gp Isbergues, con vittoria di Moschetti, ndr), è venuta proprio bene e sono contento che lui sia riuscito a finalizzarla al meglio.

Dall’inizio dell’anno Parisini ha legato molto con Moschetti, facendo spesso il suo ultimo uomo
Dall’inizio dell’anno Parisini ha legato molto con Moschetti, facendo spesso il suo ultimo uomo
Aiuti e fai la tua corsa: il giusto compromesso?

Mi stanno dando esattamente questa opportunità. E’ una giusta via di mezzo che mi sta aiutando molto a crescere. Se dovessi sempre lavorare per qualcuno, magari perderei il feeling con il provare a essere davanti nel finale. 

Quest’anno hai fatto dei bei piazzamenti nelle prime classiche del Belgio, poi però al Fiandre e all’Amstel ti sei ritirato. Come mai?

Sono andato forte al Gp Criquielion e al Monseré (11° e 14°, ndr). A quel punto la squadra ha visto che mi so muovere bene in Belgio e mi hanno proposto di fare il Fiandre, l’Amstel e tutte le altre classiche. Il problema è stato che alla Nokere Koerse eravanmo rimasti in 11 e agli 800 metri ero davanti, quando all’ultima curva sono caduto insieme a Hackermann e Thijssen, quello della Wanty. Mi sono fatto parecchio male, infatti il giorno dopo ho provato a ripartire, ma mi sono fermato. In più tre giorni prima del Fiandre mi ha preso un virus intestinale e così sono partito, perché ormai ero in Belgio. Ho fatto la ricognizione dei muri, però poi mi sono fermato.

E ti sei ritirato anche allo ZLM Tour, come mai?

Sono caduto nella prima tappa e l’ho finita. Poi sono andato al pronto soccorso perché non stavo bene e non mi hanno fatto partire il giorno dopo per il protocollo sulla commozione cerebrale. Si cade, ma non dipende da me. Soprattutto nelle corse in Belgio, nessuno tira i freni. Ragazzi, davvero non frena più nessuno e quindi nei finali in cui ti stai giocando una corsa, è una lotteria.

Parisini aveva corso il Tour of Britain anche lo scorso anno, quando correva con la Qhubeka U23
Parisini aveva corso il Tour of Britain anche lo scorso anno, quando correva con la Qhubeka U23
Nel frattempo hai capito che tipo di corridore potresti diventare?

Sicuramente sono molto esplosivo, il Belgio mi piace. Mi piacciono i percorsi nervosi che non ti danno recupero, in cui si arriva stanchi nel finale. Non posso competere nelle volate di gruppo, quelle dopo corse piatte, però quando si arriva stanchi nel finale dopo qualche salita, mi difendo. Riesco a rimanere davanti con 30-40 corridori. Mi piacciono le corse con dislivello.

Come avete festeggiato la sera dopo la vittoria?

Un bel brindisi con lo spumante, ci voleva. Mi è toccato anche fare il discorso. Li ho ringraziati tutti, perché non ci fanno mancare nulla. Credo che la Q36.5 sia una squadra all’altezza di entrare nel WorldTour. Ho detto grazie soprattutto perché mi hanno dato la fiducia nel provare a fare la mia corsa e poterli ricambiare così, è stato un bel segnale. Non è facile quando ti danno in mano la squadra, soprattutto al primo anno. Chiudo la stagione con una vittoria e sono convinto di fare un inverno migliore rispetto all’anno passato, quando ho finito rompendomi la clavicola (ride, fa giustamente gli scongiuri, ndr).

Se le sono date sul traguardo volante. Polonia a Mohoric

04.08.2023
5 min
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KRAKOW –  Settantaquattro centesimi di secondo e cento chilometri all’arrivo. Il gruppo fila via tra le campagne polacche pancia a terra. Un treno della UAE Emirates da una parte, un treno della Bahrain-Victorious dall’altra e un chilometro più avanti il traguardo volate. Forse il più importante traguardo volante della storia del ciclismo, almeno di quella recente.

Perché era importantissimo? Perché è qui che venivano assegnati i secondi di abbuono ed è qui che Matej Mohoric e Joao Almeida si sono giocati il Tour de Pologne. Al mattino erano separati da meno di un decimo di secondo. Tutti si aspettavano questo epilogo della gara. Tutti li aspettavano al varco e loro non si sono fatti attendere.

UAE aggressiva

La fuga non parte. Davide Formolo non fa uscire neanche una mosca. «Qualcosa proveremo a fare – ci aveva detto Marco Marzano diesse della UAE Emirates prima del via – Non molliamo. Loro si faranno trovare pronti, ma qualcosa abbiamo escogitato».

«Certo che ieri Matej è stato bravo – ha proseguito il tecnico –  l’ho diretto alcuni anni alla Lampre e ricordo quanto era meticoloso. Immagino si sarà studiato la crono nel dettaglio. Immagino anche come possa essere andato in quel drittone a scendere ai 3 chilometri dall’arrivo e nella successiva curva. In quei frangenti è fortissimo e poi guida anche bene. Un animale da gara.

«Anche Joao andava forte, ma Matej lì guadagnava secondi. E’ difficile avere di preciso quei tempi, ma conoscendolo ne sono quasi sicuro».

Tappa a Tim Merlier. Il corridore della Soudal-Quick Step ha fatto il bis precedendo De Kleijn (a destra) e Gaviria (a sinistra)
Tappa a Tim Merlier. Il corridore della Soudal-Quick Step ha fatto il bis precedendo De Kleijn (sulla destra fuori dalla foto) e Gaviria

Ackermann un diavolo

In Bahrain-Victorious hanno fatto i loro conti. Sapevano dell’attacco e come spesso accade la miglior difesa è l’attacco. Ad un chilometro dal traguardo volante è la squadra del leader a prendere le redini della corsa. Allunga il gruppo.

Solo un possente Ackermann – della UAE – abituato a fare le volate coi velocisti veri, fa a spallate e con quasi troppa facilità spezza il treno di Mohoric. Solo che per poco non ci rimette anche Almeida!

Alla fine il tedescone si rende conto che è da solo e si sposta. Pasqualon parte. Mohoric passa tra il compagno e le transenne. Per poco non lo chiude. Invece la lezione su VeloViewer è stata perfetta. 

Morale: primo Mohoric, secondo Almeida e terzo Pasqualon. Il pugno – di cortesia, quello del Covid per capirci – che si sono scambiati i due protagonisti dopo quel traguardo volante di fatto ha sancito la fine del Polonia. Mohoric ha portato il suo vantaggio nelle generale ad un secondo sul portoghese.

«Abbiamo preparato lo sprint nel dettaglio – spiega Pasqualon – non l’ho stretto. Matej sarebbe dovuto passare in quel punto. Io avrei provato a fare secondo, ma Almeida è risalito forte. Poi siamo stati attenti anche nel finale, perché comunque poteva essere rischioso, ma tutto è andato bene».

«Ci abbiamo provato – ha spiegato Formolo – anche perché non avevamo nulla da perdere. La nostra tattica era arrivare compatti sin lì e ci siamo riusciti. Poi in quelle stradine il lavoro non è stato facile».

Almeida però è soddisfatto. La gamba è buona e lascia ben sperare in vista della Vuelta. Lo dice chiaramente a fine tappa.

La Bahrain-Victorious fa festa. Ma i complimenti vanno anche alla UAE Emirates, mai doma
La Bahrain-Victorious fa festa. Ma i complimenti vanno anche alla UAE Emirates, mai doma

Mohoric leader vero

Subito dopo il traguardo torniamo verso la mix zone. Parlando con i massaggiatori si dice che è stato il traguardo volante più importante della storia. Mohoric, appena davanti a noi, ci sente. Si volta e ride con un certo orgoglio.

«Devo ringraziare tutta la squadra – dice lo sloveno – hanno fatto un ottimo lavoro. Pasqualon è stato perfetto: mi ha preso ad oltre un chilometro e mi ha portato fino ai 50 metri. Serviva uno sprint corto. Ognuno di noi sapeva cosa fare. Sapevamo che la UAE ci avrebbe attaccato. Avevano una chance e hanno provato a coglierla. E’ stato incredibile giocarci l’intera corsa su un traguardo volante. Per tutta la settimana i ragazzi mi hanno supporto alla grande».

Poi, sottolineando ancora una volta la sua sensibilità, Matej ha aggiunto: «Mi spiace per la mia popolazione, la Slovenia, travolta dall’inondazione. Donerò loro il premio in denaro».

Il podio finale con Mohoric, Almeida a 1″ e Kwiatkowski a 17″
Il podio finale con Mohoric, Almeida a 1″ e Kwiatkowski a 17″

Il mondiale? Un’altra volta

Anche ieri Mohoric ha ripetuto di avere le gambe migliori di sempre. E allora perché non andare al mondiale?

«Perché – replica – gli obiettivi vanno preparati e devono essere concreti. Sono convinto che questo non è un mondiale adatto a me e quindi ci penserò quando lo sarà. Intanto vado avanti con il mio programma».

Infine il leader della Bahrain-Victorious torna sulla crono del giorno prima. Una corno che come effettivamente ci aveva suggerito Marzano aveva preparato con meticolosità: dalla bici allo sforzo.

«La bici – conclude Mohoric – me l’hanno sistemata i miei meccanici alla perfezione. Abbiamo un grande staff. Per la crono è vero: l’abbiamo ripassata al dettaglio la sera prima, ma sapevo più o meno cosa mi aspettava. Ripensandoci forse sarei partito un pelo più forte.

«Questa crono era simile a quella di due anni fa e qualcosa avevo in mente. Tra l’altro in quell’edizione finii secondo nella generale proprio dietro ad Almeida». 

Strade diverse in direzione Glasgow: Ballan fa il punto

31.07.2023
6 min
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Il mondiale di Glasgow, anticipato ad inizio agosto rispetto al solito, ha un dettaglio da non trascurare, ovvero quello di essere a ridosso del Tour de France. Solitamente la corsa a tappe che precede l’appuntamento iridato è La Vuelta. In Spagna si presentano grandi nomi, sì, ma non tutti i primi della classe. Alla Grande Boucle, invece, il parterre è il migliore al mondo, praticamente un mondiale di tre settimane. In Scozia Evenepoel rimetterà in palio la maglia più ambita (nella foto di apertura alla Clasica di San Sebastian), chi la indosserà?

A Glasgow, Milan correrà su pista: una scelta causata dalle fatiche accumulate al Giro e dal calendario
A Glasgow, Milan correrà su pista: una scelta causata dalle fatiche accumulate al Giro e dal calendario

Settimana compatta

Alessandro Ballan, a distanza di quindici anni, rimane l’ultimo italiano ad aver indossato l’iride. Il veneto ha dimostrato di saper vincere in questo appuntamento, ed averlo corso per tre volte gli ha dato una certa esperienza nel capire come si gestiscono certe situazioni.

«Quello di Glasgow è un percorso per corridori da classiche – dice subito Ballan – il Tour ha dato un bel preannuncio di quello che potrà essere il mondiale. Bene Van Der Poel e Van Aert, ma io ho visto in splendida forma anche Pedersen. Ci sarà sicuramente da divertirsi».

Il calendario è corto, tante prove ravvicinate, l’Italia perde Ganna e Milan vista la (quasi) concomitanza della pista.

E’ un bel mondiale perché tutti gli impegni sono raggruppati, però questo mette i cittì in difficoltà con le scelte di formazione. Sia Ganna che Milan avrebbero potuto fare una bella figura, ma i corridori che escono dal Tour hanno una marcia in più.

I due che hai nominato prima, Van Der Poel e Van Aert, si sono nascosti un po’…

Van Der Poel di più, visto che aveva il compito di fare da ultimo uomo a Philipsen. Van Aert è stato chiamato in causa spesso, anche perché la Jumbo aveva da difendere la maglia gialla. Sicuramente il belga è stato chiamato ad un lavoro di supporto. Dopo che ha cercato di vincere nelle prime tappe, si è “risparmiato”. Non ha speso come lo scorso anno, quando attaccava ovunque. 

Sembrerebbero arrivati al Tour un po’ indietro di condizione…

Può essere una tattica: lavoro per i compagni senza mettermi in mostra, così sembro meno pronto. Diciamo che hanno abbassato le aspettative, forse. Il mondiale è un obiettivo goloso per tutti, il fatto che sia a due settimane dalla fine del Tour vuol dire che questi due sono arrivati non al massimo.

Van Aert è andato a casa quattro giorni prima, per assistere alla nascita del figlio Jerome, questa cosa può influenzare la sua preparazione?

Ha avuto modo di recuperare un po’ di più, alla fine si è saltato quattro tappe, ma solo una era davvero impegnativa (quella con arrivo e Le Markstein, ndr). Di fatica poi ne ha messa comunque nelle gambe.

Solitamente chi esce da un grande Giro ha qualcosa in più, no?

Qualche anno fa era così, io e Bettini uscivamo entrambi dalla Vuelta, così come Boonen nel 2005. Ma anche Alaphilippe nel 2021 ed Evenepoel lo scorso anno arrivavano direttamente dalla Spagna. 

L’ultimo che ha vinto un mondiale senza passare da una corsa a tappe è stato Pedersen, nel 2019. 

Ci sono dei corridori che sono dei fenomeni: Evenepoel, Van Aert, Van Der Poel, Pogacar. Loro possono vincere un mondiale anche senza una preparazione adeguata. Pedersen non è un fenomeno, ma un campione sì. Ha una marcia in più rispetto agli altri, basti vedere cosa ha fatto per Ciccone. Dovesse piovere come ad Harrogate, Pedersen diventa pericolosissimo. 

Ai mondiali di Wollongong 2022, Trentin era il regista in corsa e Bettiol una delle punte. Sarà ancora così?
Ai mondiali di Wollongong 2022, Trentin era il regista in corsa e Bettiol una delle punte. Sarà ancora così?
Degli altri che ne pensi?

Mohoric ha dimostrato di essere forte, ha vinto una tappa non banale. Anche Asgreen ha dato prova della sua forza, e se avesse azzeccato il colpo di reni avrebbe vinto due tappe. I velocisti puri non li prendo in considerazione, è mondiale esplosivo, non adatto a loro. 

E di Evenepoel, campione del mondo ancora in carica, che cosa dici? 

Non ha fatto il Tour, ma ha lavorato tanto in altura qui in Italia, a Passo San Pellegrino. Farà di tutto per tenerla, il percorso si addice ai suoi attacchi da lontano, le 42 curve permetteranno a chi è davanti di fare la stessa fatica di chi è in gruppo. Dovesse fare un attacco simile a quello dello scorso anno, sarà difficile riprenderlo.

L’Italia, lo abbiamo detto prima, è senza Ganna e Milan, ma qualche risultato è arrivato. Vero, non erano tappe del Tour, ma bisogna sempre vincerle le gare…

Trentin è il nostro uomo di esperienza, al Tour ha lavorato tanto e bene, nella tappa vinta da Mohoric si è fatto vedere. Bettiol sarà il nostro uomo probabilmente, consapevoli che se è in giornata può fare una grande gara. Però di testa è altalenante, alterna alti e bassi, ma sugli appuntamenti importanti sà farsi trovare. L’anno scorso si è fatto scappare Evenepoel, quest’anno dovrà essere bravo a stargli dietro. 

Dicevamo delle vittorie, tipo quella di Bagioli su un percorso simile. 

E’ giovane e veloce, non ha tanta esperienza (anche se potrebbe arrivare al suo quarto mondiale in altrettanti anni di professionismo, ndr). Anche Battistella e Sobrero sono buoni corridori che potrebbero giocare d’anticipo. Inserire un uomo davanti, una classica “imboscata italiana” per far saltare il banco. Dovessimo riuscire a sorprendere gli altri la corsa potrebbe diventare molto interessante.

Mohoric lampo sui Carpazi. E quella passione per le corse

31.07.2023
5 min
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KARPACZ – «Adesso so come si sente Pogacar… e quanto è brutto per gli altri!». Matej Mohoric ci regala questa perla in attesa di salire sul palco. «E’ bello correre così… perché non ho il mal di gambe che ho di solito.

«Oggi avevo un’ottima gamba. Quasi non mi sembrava la mia! Stavo bene. Bene davvero. Sono uscito in buone condizioni dal Tour e già mercoledì in allenamento avevo delle sensazioni incredibili. Non vedevo l’ora di correre».

La voglia di correre. Il piacere di gareggiare. C’è tutto questo nella vittoria di Matej Mohoric e della sua squadra in questa seconda frazione del Tour de Pologne, corsa ieri da Lesno a Karpacz. Il corridore della Bahrain-Victorious si è davvero divertito e come lui i suoi compagni.

Divertimento Bahrain

Damiano Caruso è il primo che lo raggiunge dopo il traguardo sui verdissimi versanti dei Carpazi. L’abbraccio di rito, e tra un sorriso e l’altro, i due attaccano subito a parlare. «Te lo dicevo – gli spiega Damiano – che dovevi aspettare. Mettiti dietro… Vabbé dai ne parliamo dopo».

Poi il siciliano si rivolge a noi: «Vero, ci siamo divertiti. Ma quando si vince è sempre divertente. Lui aveva una gran gamba perché è uscito bene dal Tour. Io sono sceso dalla montagna ed è giusto che la corsa la facesse lui».

Al via erano entrambi accanto ad Andrea Pasqualon. Gli avevamo fatto una battuta: «Dicono che in questo terzetto ci sia gente che va forte». E Damiano, rivolgendosi agli altri due, aveva risposto subito: «Cosa ha detto?». «Che andiamo forte – chiariva Mohoric – ma lo vedremo all’arrivo».

A un certo punto sembrava che Majka (seguito dal boato del pubblico) e Van Eetvelt potessero farcela. Sono stati ripresi ai 400 metri
A un certo punto sembrava che Majka (seguito dal boato del pubblico) e Van Eetvelt potessero farcela. Sono stati ripresi ai 400 metri

“Race passion”

Tornando seri, davvero Mohoric si è divertito. Lo sloveno ama correre. Se poi sta bene, chiaramente è anche meglio. Alla vigilia del Polonia lo avevamo incalzato: «Matej, ma dopo questa ti fermi?». E lui invece, di tutto contro, ci aveva snocciolato un lungo programma di corse, pur senza la Vuelta.

«Mi piace correre. Non è la prima volta che faccio così. Lo avevamo previsto sin da questo inverno. Non farò la Vuelta, ma farò altre gare, tra cui quelle in Canada».

Tante corse però non sono facili da gestire, specie al giorno di oggi con i ritmi indiavolati che ci sono. Anche nella tappa odierna le ultime due ore sono state affrontate a ritmo folle.

«Vero – chiarisce Mohoric – non è facile ma io adesso in gara sono abbastanza tranquillo, spreco meno energie. So quello che devo fare, la squadra ci supporta al massimo, ci dà tutto ciò che serve e noi dobbiamo solo pedalare».

Almeida rivede l’arrivo della tappa. La classifica ora recita: Mohoric, il portoghese a 4″ e Kwiatkowski a 10″
Almeida rivede l’arrivo della tappa. La classifica ora recita: Mohoric, il portoghese a 4″ e Kwiatkowski a 10″

Matej e la generale

E questa lucidità l’ha mostra anche salendo verso Karpacz. Il racconto del suo finale è il ritratto della lucidità. Quando Matej è partito aveva alla ruota Almeida, che su certi arrivi è un ” vero cagnaccio”.

«Il finale – racconta – era tecnico, duro e veloce. In certi punti era buio (cosa che ha detto anche Caruso, ndr). Damiano ha svolto un grande lavoro. Mi ha detto di seguirlo perché stavo tirando troppo. Poi nel finale quando ero davanti ho cominciato a chiedermi: “Ma quando arrivano gli altri?”. Non passava nessuno. A quel punto per paura che arrivasse qualcuno l’ultima curva, l’ho presa strettissima e ho spinto ancora un po’».

E’ lecito pensare anche alla generale per lo sloveno. Specie se ha questa freschezza mentale e queste gambe.

«Eh – ride – sì, ci penso ma non è facile con la crono finale. Non vado male contro il tempo, ma non sono come “Kwiato” o Almeida». Poi con un sorrisetto malizioso, proprio mentre sta per salire sul podio per vestire la maglia di leader aggiunge: «Semmai attaccherò domani in discesa!». E non sarebbe la prima volta: il Poggio insegna!

Un po’ d’Italia

Ma prima di chiudere questo racconto, meritano un plauso Jacopo Mosca e Lorenzo Milesi. I due italiani sono stati protagonisti della fuga di giornata.

«Pensate – racconta Mosca – che ho visto Lorenzo la mattina al via. Mi ha detto che voleva andare in fuga. Allora gli ho fatto: “Vengo anche io!”. Io anche volevo andarci… Tutto sommato qui non abbiamo il super leader. E’ una delle poche gare in cui possiamo avere tutti un po’ di spazio e puntare alla maglia dei Gpm era un mio obiettivo. Non so ancora se l’ho presa, magari me la daranno per la simpatia!».

Alla fine, per questioni di posizionamento nella generale, la maglia l’ha presa Lucas Hamilton, ma i due sono alla pari.

«Con Lorenzo – prosegue l’atleta della Lidl-Trek – siamo andati sempre alla stessa velocità. Il computerino segnava sempre 43-43,5 chilometri orari. E’ un po’ calata quando abbiamo trovato vento contro, ma sempre a 42 andavamo. Il gruppo ci ha lasciato 10′. Poi ha iniziato a tirare fortissimo… Vabbé. A quel punto abbiamo pensato di arrivare almeno al Gpm». 

Niente di normale. Al Tour è tutto grande: la gioia e il dolore

22.07.2023
5 min
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Quelle lacrime Mohoric se le porterà dentro finché campa. Lui al Giro di Svizzera non c’era, ma quando ha vinto la tappa di Novo Mesto al Giro di Slovenia e l’ha dedicata a Gino Mader, le sue dita puntate al cielo hanno forse tenuto a bada l’emozione. Ma il Tour è un’altra cosa. In un Tour così veloce, tutto viene spinto all’estremo. La fatica. La fiducia e la sfiducia. Tutto può essere esaltazione e sofferenza. Le sue parole dopo il traguardo in parte le avevamo riportate ieri, ma oggi vogliamo leggerle più in profondità. In qualche misura ci hanno convinto a farlo le parole di Bennati, sul fatto che Mohoric abbia vinto prima con la testa e poi con le gambe. Che cosa voleva dire?

«Essere in grado di seguire l’attacco decisivo – ha raccontato lo sloveno – è stato come sbloccarsi. Quando Asgreen se n’è andato, non lo so, mi è parso così incredibilmente forte. Il giorno prima era andato all’attacco e aveva vinto la tappa, eppure era di nuovo in testa con la determinazione per rifare tutto da capo. E io davvero nei giorni scorsi ho sentito di non essere all’altezza. Invece questa volta l’ho seguito».

Il Col de la Loze è stato una sofferenza, Mohoric lo ricorda con dolore e smarrimento
Il Col de la Loze è stato una sofferenza, Mohoric lo ricorda con dolore e smarrimento
Quanto è duro questo mestiere?

E’ difficile e crudele. Soffri molto per allenarti, sacrifichi la tua vita, la tua famiglia e fai di tutto per arrivare qui pronto. E poi dopo un paio di giorni ti rendi conto che al Tour tutti sono così incredibilmente forti. A volte è difficile seguire le ruote. L’altro giorno sul Col de la Loze ero davvero completamente stanco e vuoto. Eppure sai che devi arrivare in cima, tagliare il traguardo e farlo di nuovo il giorno successivo.

Cosa ti spinge?

Guardo i ragazzi del personale che si svegliano alle 6. Vanno a correre per un’ora e finiscono il lavoro a mezzanotte. Stanno ogni volta a cambiarci le gomme o i rapporti, lo stesso i massaggiatori. Eppure certi giorni ti senti fuori posto, perché tutti sono così incredibilmente forti che fai fatica a tenere le ruote. Sapete a cosa ho pensato oggi per tutto il giorno? Speriamo che quel ragazzo là davanti che sta tirando soffra almeno quanto me…

Quando Asgreen è scattato, sei riuscito a prenderlo…

Sapevo di dover fare tutto alla perfezione e ho fatto del mio meglio. Non solo per me stesso, ma anche per Gino e per la squadra. A volte mi sono sentito quasi di averli traditi, perché non sono riuscito a vincere. E’ solo lo sport professionistico, tutti vogliono vincere. E ovviamente se volevo vincere anche io, dovevo prendere la ruota di Casper e poi provare a batterlo nella volata più corta, dentro gli ultimi 50 metri.

Dove hai trovato la determinazione?

Non lo so. Ho sempre detto che non voglio avere rimpianti quando torno al pullman della squadra. Lo so che non vinco spesso, perché non sono forte come gli altri. Però riesco a mantenere la calma e la concentrazione nei momenti cruciali (Bennati aveva ragione, ndr). E quando Asgreen ha fatto quell’attacco in salita, ho sofferto molto. Però sapevo che era una mossa decisiva e in qualche modo ho trovato la forza mentale per seguirli fino in cima e stare a ruota. Sono stato anche altruista. Ho cercato di dare il mio contributo per tenere lontano il gruppo, perché se non lo avessi fatto, non saremmo arrivati.

Nel gruppo c’era anche il tuo compagno Ben Wright.

A un certo punto mi è dispiaciuto per lui, perché sapevo che non avrebbe avuto possibilità allo sprint, ma ha comunque insistito per portare avanti la fuga, perché anche lui voleva vincere. Quando negli ultimi metri ha attaccato, perché sapeva che era la sua sola possibilità, ero sicuro che Kasper avrebbe reagito perché era di gran lunga il più veloce. E io ho semplicemente seguito la sua ruota e praticamente mi ha lasciato passare. Non ho uno sprint forte, ma dopo una giornata difficile come questa, non si sa mai. E adesso sono felice per me stesso, per la squadra e per tutto quello che è successo nell’ultimo mese.

Il giorno di Mohoric è un assaggio di mondiale

21.07.2023
5 min
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Mohoric non la finisce di piangere, in questo giorno francese che ha visto in prima fila gli uomini del mondiale. L’hanno detto tutti e in tutte le salse. Davanti alla corsa c’erano i migliori cacciatori del mondo. E forse non è un caso che si siano trovati davanti dopo tre settimane di Tour e a due dal mondiale. Vuol dire che la condizione top è in arrivo.

«Essere un ciclista professionista – dice Mohoric – è difficile e crudele. Soffri molto nei preparativi, sacrifichi la tua vita, la tua famiglia e fai di tutto per arrivare qui pronto. E poi dopo un paio di giorni ti rendi conto che tutti sono così incredibilmente forti. A volte è difficile seguire le ruote. L’altro giorno sul Col de la Loze ero completamente stanco e vuoto. Però vedi il personale che si sveglia alle 6 e finisce il lavoro a mezzanotte. E certi giorni ti senti di non appartenere a questo posto, perché tutti sono così incredibilmente forti che fai fatica a tenere le ruote. Sapete a cosa ho pensato oggi per tutto il giorno? Speriamo che quel ragazzo là davanti che sta tirando soffra almeno quanto me...».

Una tappa vinta e un mondiale vinto: Pedersen esce dal Tour in grandissima condizione
Una tappa vinta e un mondiale vinto: Pedersen esce dal Tour in grandissima condizione

Dal Tour a Glasgow

Bennati l’ha seguita da casa. Il tecnico della nazionale sa che il tempo stringe. La squadra sarà fatta dopo il Tour de Wallonie, ma sarà resa nota il primo agosto nella conferenza stampa nell’Autodromo del Mugello. Ai corridori lo dirà prima, ma solo perché i prescelti per la sfida di Glasgow a quel punto saranno già in ritiro. Sarà un mondiale strano. Serve gente che attacca, come oggi Trentin e Bettiol, Pedersen e Van der Poel, oppure Alaphilippe, Asgreen e Mohoric. Ma serve anche un velocista da tenere nel taschino casomai si arrivasse in volata. E noi il velocista ancora non l’abbiamo. Nizzolo correrà il Wallonie, ma sinora ha fatto vedere poco. Viviani si è praticamente chiamato fuori. Gli altri sono spariti.

Bettiol ha superato qualche problema di allergia e nella tappa di Poligny è parso brillante
Bettiol ha superato qualche problema di allergia e nella tappa di Poligny è parso brillante
Da osservatore interessato, come hai visto la tappa di oggi?

Ho visto molto bene Matteo e poi anche Alberto. Trentin era già nella fuga di 7-8 quando a Politt si è rotta la catena. Alberto è stato il primo a rompere gli indugi e cercare di rientrare. Insomma, da lì si è rotto definitivamente il gruppo. Inizialmente c’era anche Oss, che però in finale è saltato. Vuol dire che stanno finendo il Tour in crescendo. Bettiol ha avuto problemi di allergia e sta recuperando. Trentin è caduto la seconda tappa e aveva problemi al ginocchio, che però sembrano alle spalle…

Oggi si sono visti uomini da mondiale?

E’ stato comunque un bel test, dopo quasi tre settimane di un Tour corso a livelli stratosferici. Hanno fatto anche oggi quasi 50 di media e c’era davanti gran parte di quelli che si giocano le classiche più importanti. E’ una giornata che deve dare morale a loro. Il Tour è la vetrina più importante. Finisce solamente a due settimane dal mondiale, quindi sappiamo benissimo che i protagonisti probabilmente usciranno da qui.

Tappa vinta ieri a Bourg en Bresse, secondo oggi: Asgreen sta tornando ai suoi livelli
Tappa vinta ieri a Bourg en Bresse, secondo oggi: Asgreen sta tornando ai suoi livelli
E il tuo morale invece?

Il mondiale dello scorso anno mi ha dato la consapevolezza che se anche ci sono tre o quattro elementi sulla carta molto più forti di noi, nella corsa di un giorno ce la dobbiamo giocare ad armi pari. Correndo in una certa maniera, da intelligenti, senza farci mai sorprendere. Bisogna cercare di essere sempre in vantaggio, di non rincorrere.

Quando darai i nomi?

Ai ragazzi la darò prima, perché dal 30 luglio saremo già in ritiro. Nel frattempo aspetterò il Wallonie, perché ci sono diversi corridori che non hanno fatto il Tour. Ci sono Rota e Baroncini, ci sono Ballerini, Bagioli, Nizzolo, Oldani, Sbaragli. Il Wallonie sarà l’ultimo test importante. 

Trentin è stato il capitano dell’Italia lo scorso anno a Wollongong. A Glasgow ha vinto gli europei nel 2018
Trentin è stato il capitano dell’Italia lo scorso anno a Wollongong. A Glasgow ha vinto gli europei nel 2018
Oggi ha vinto Mohoric.

Uno di quei corridori che comunque vanno forte dappertutto. Sa guidare bene la bici, è molto intelligente, perché oltre che con le gambe, ha vinto anche soprattutto con la testa. In caso di brutto tempo, sa districarsi bene. Anche Van der Poel sta crescendo, ma lui è un caso a parte. Secondo me le tre settimane gli danno un po’ fastidio o comunque non rende come dovrebbe. Infatti anche oggi era lì, ma non brillantissimo. Però dopo il Tour, mi aspetto che voli. Lo stesso per Van Aert, che però quest’anno ha corso più pensando alla squadra.

Ce l’abbiamo il velocista da tenere lì in caso di arrivo allo sprint?

Il miglior Nizzolo e il miglior Viviani sarebbero andati da Dio, però non si vedono da un po’ a quel livello. Per giustificare la convocazione servono anche i risultati e il coraggio di prendersi la responsabilità di un certo ruolo. E comunque se non hai il velocista, puoi sempre fare affidamento su Trentin, che dopo 270 chilometri un risultato lo può fare. E poi c’è da dire un’altra cosa…

Magari nella Soudal-Quick Step il clima per lui non è dei migliori, ma Alaphilippe sta crescendo
Magari nella Soudal-Quick Step il clima per lui non è dei migliori, ma Alaphilippe sta crescendo
Quale?

Quando facevo il velocista, sapevo che venivo giudicato per le volate. Ogni tanto bisogna anche farle al vento. Magari parti e poi ti rimontano e va bene, però se le fai sempre a ruota, non migliori mai. Io non ero nessuno, ma le volate a volte le vincevo, a volte le perdevo, a volte mi passava solo uno, a volte mi passavano due o tre. Un velocista ogni tanto deve provare a fare la volata. Noi purtroppo abbiamo velocisti che sono fermi o non fanno le volate e così è difficile considerarli.

Milan ci sarebbe stato bene?

Sarebbe stato l’uomo su cui puntare in caso di volata. E’ giovane e ha dimostrato che se si arriva in gruppo è forte. Lo tieni lì e, se non succede niente e arrivano 50 corridori, lui c’è e avrebbe anche gli uomini per aiutarlo. Ma il mondiale è fatto così, pista e strada sono praticamente insieme, per cui dovremo fare senza di lui.