Lo sguardo di Amadori: dalla Polonia al Giro Next Gen

22.05.2024
4 min
Salva

Il conto alla rovescia per il Giro Next Gen è iniziato, al via di Aosta non manca tanto: 17 giorni. Le novità di questa edizione sono tante, a partire dalle squadre invitate o per meglio dire escluse. In attesa di capirci qualcosa in più, parliamo dell’appuntamento rosa per under 23 con il cittì della nazionale Marino Amadori. Quest’ultimo sarà al via del Giro con una selezione di atleti azzurri raggruppati fra le squadre escluse

«Va fatto un plauso alla Federazione – dice Amadori – è una cosa importante poter partecipare a una corsa del genere con la rappresentativa azzurra. Si dà l’occasione ad alcuni ragazzi, altrimenti esclusi, di prendere parte ad un appuntamento importante come il Giro Next Gen. Correranno contro atleti di alto livello, pronti per darsi battaglia ogni giorno».

Di ritorno dalla Polonia

Gli azzurri e Amadori sono rientrati da poco dalla Polonia, dove c’è stato un appuntamento di Nations Cup (il gruppo azzurra nella foto di apertura di Tomasz Smietana). Una tappa importante per tanti motivi, e in piccola parte utile per selezionare i corridori per il prossimo Giro Next Gen.

«Non usciranno tutti da qui – continua – anche perché alcuni di loro saranno al via di Aosta con le rispettive squadre. La tappa di Nations Cup in Polonia ha riservato luci e ombre. Per i risultati di giornata siamo stati tra i protagonisti frazione dopo frazione. Siamo mancati nella classifica generale, ci abbiamo provato ma non eravamo pronti. In Polonia c’erano atleti di primo piano, che saranno anche presenti al Giro Next Gen».

Oioli, il secondo in foto, sarà uno degli atleti che correrà il Giro Next Gen con la nazionale (foto Tomasz Smietana)
Oioli, il secondo in foto, sarà uno degli atleti che correrà il Giro Next Gen con la nazionale (foto Tomasz Smietana)
Ora si prepara la corsa rosa U23?

Avremo ancora un appuntamento di Nations Cup, questa volta in Repubblica Ceca. Va detto che gli eventi non vanno di pari passo, la selezione dei ragazzi per il Giro e per la Nations Cup è diversa.

In che senso?

La Nations Cup fa parte del circuito della nazionale, con un gruppo di atleti più ristretto e selezionato. Una selezione che lavora anche in vista degli appuntamenti più importanti: Tour de l’Avenir, mondiale ed europeo. 

Crescioli è il profilo di maggior livello per le corse a tappe, Amadori crede molto in lui
Crescioli è il profilo di maggior livello per le corse a tappe, Amadori crede molto in lui
Per il Giro Next Gen?

Il gruppo dal quale prendere i corridori è meno ampio. Scirea ed io prenderemo i ragazzi le cui squadre sono rimaste fuori. 

Forse la squadra con più carne attaccata all’osso, per l’Italia, è il devo team della Q36.5?

Oioli e Mosca sono due profili molto interessanti, soprattutto il secondo. Al Giro ci sarà tanta salita e uno scalatore come lui può trovare pane per i suoi denti. Un altro che sta facendo bene è Piras della NamedSport. 

Obiettivo?

Francamente fare esperienza, selezioneremo ragazzi di seconda e terza fascia. Corridori che se non fosse per la nazionale, questa esperienza non potrebbero farla. Anche perché se non fosse stata inserita la squadra della nazionale sarebbe stata invitata un’altra continentale straniera. 

Raffaele Mosca, Q36.5 Continental Team, è un altro degli esclusi dal Giro Next Gen (foto Bolgan)
Raffaele Mosca, Q36.5 Continental Team, è un altro degli esclusi dal Giro Next Gen (foto Bolgan)
Al Giro Next Gen guarderai anche quello che accadrà in corsa?

Gli occhi saranno anche per gli altri italiani in gara. Crescioli sta facendo molto bene quest’anno, come lui Zamperini anche se si è infortunato proprio a ridosso del Giro. Anche Belletta è a rischio partecipazione, chiaro che se mancano certi corridori è difficile far vedere il movimento italiano. 

Che momento è?

Particolare. In Italia abbiamo ottimi corridori under 23, ma sono al Giro dei grandi. Non tutti gli anni possono essere uguali ma chissà che da questo Giro Next possa emergere qualche profilo interessante. Sarei contento di vedere qualcuno nella top 5 o 10.

Crescioli rialza la testa, ora l’obiettivo è il Giro Next Gen

16.05.2024
5 min
Salva

Tra pochi giorni il Giro d’Italia arriverà a Livigno e lì rimarrà per il giorno di riposo e la partenza della tappa successiva. A pochi chilometri di distanza, a Trepalle sulla strada di Passo del Foscagno, Ludovico Crescioli si allena in vista della corsa rosa U23: il Giro Next Gen. Il corridore toscano nel 2024 ha cambiato ritmo, tornando ai livelli di quando da juniores battagliava con i migliori al mondo. Il passaggio alla Technipes #InEmiliaRomagna gli ha donato nuova linfa vitale, lo si è visto negli appuntamenti di inizio anno e anche alla Ronde de l’Isard.

Qui in secondo piano, alla Ronde de l’Isard Crescioli ha lottato con i migliori tutti i giorni (foto DirectVelo/Florian Frison)
Qui in secondo piano, alla Ronde de l’Isard Crescioli ha lottato con i migliori tutti i giorni (foto DirectVelo/Florian Frison)

La rotta è indicata

In terra francese, tra i migliori scalatori della sua categoria, Crescioli è stato il miglior italiano in classifica generale: quarto

«I primi risultati che mi hanno dato fiducia – dice con il suo inconfondibile accento toscano – sono arrivati a inizio stagione. Al Giro del Belvedere, dove ho fatto terzo, ho avuto una grande spinta morale. Per la Ronde de l’Isard il bilancio è sicuramente positivo, sono migliorato tappa dopo tappa. I migliori risultati li ho ottenuti nelle ultime due: la quarta e la quinta. Nella frazione con arrivo a Plateau de Beille, la penultima, sono rimasto con i migliori e fatto un gran piazzamento».

Il toscano alla Technipes ha ritrovato il colpo di pedale giusto (foto Instagram)
Il toscano alla Technipes ha ritrovato il colpo di pedale giusto (foto Instagram)
Che cosa hai provato nel tornare a correre tra i primi?

Ci ero riuscito già alla fine della scorsa stagione in alcune gare nazionali (Bassano-Montegrappa e Zanè-Monte Cengio, ndr). Ma il passo decisivo a livello internazionale è arrivato con la Technipes, sto avendo tanta continuità e questo è quello che conta maggiormente. 

Cosa è cambiato rispetto agli ultimi due anni?

C’è stato un insieme di cose: la squadra nuova, stimoli diversi… Ho fatto un inverno buono insieme a Malaguti, il preparatore della Technipes, e sono arrivato alle prime gare già pronto. In più fare qualche corsa con i professionisti mi ha dato un colpo di pedale diverso. Sono stato al Laigueglia, alla Coppi e Bartali e al Giro d’Abruzzo.

Al Giro del Belvedere il primo podio in una corsa internazionale, terzo dietro Glivar e Donati (photors.it)
Al Giro del Belvedere il primo podio in una corsa internazionale, terzo dietro Glivar e Donati (photors.it)
Con Malaguti come hai lavorato?

Nella fase di preparazione invernale ho fatto molti più chilometri e più ore in bici. Poi siamo andati in Spagna a febbraio per dieci giorni e anche lì ho lavorato parecchio bene. Un’altra cosa che abbiamo aggiunto è un livello più alto nelle uscite in cui si faceva intensità. Tanti fattori che mi hanno permesso di progredire molto. Va detto che sono cresciuto, in generale.

Che intendi?

Che mi sento di essere più pronto, in tutti i sensi. Alle gare arrivo convinto perché ora lavoro con un programma delineato. Banalmente ho dei blocchi di lavoro tra carico e scarico e gestisco bene quello che devo fare. Sono già a quota tre corse a tappe e prima del Giro Next Gen ne farò una quarta con la nazionale: la Corsa della Pace dal 30 maggio al 2 giugno. 

Alla Coppi e Bartali, Crescioli si è confrontato con i pro’ trovando un miglior colpo di pedale (foto Instagram)
Alla Coppi e Bartali, Crescioli si è confrontato con i pro’ trovando un miglior colpo di pedale (foto Instagram)
C’è un metodo di lavoro.

Era quello che cercavo, disputare corse a tappe ti permette di avere un colpo di pedale buono, di crescere. Cosa che sfrutti per le altre gare durante l’anno. 

Il Giro Next Gen sarà un tuo obiettivo?

Rimarrò in altura, a Trepalle, fino al 26 maggio concentrandomi sulla corsa rosa. Non mi voglio sbilanciare troppo (ride, ndr): il primo ostacolo da superare sarà la cronometro di Aosta all’esordio. Le gare contro il tempo mi mancano, ne ho fatte poche e infatti in questi giorni di ritiro farò dei lavori sulla bici da crono. Vedremo la sera di Aosta come avrò terminato la tappa, se avrò superato quel primo step, andrò avanti con fiducia. 

Ora punta a fare bene al Giro Next Gen e sogna la convocazione al Tour de l’Avenir con la nazionale (foto Instagram)
Ora punta a fare bene al Giro Next Gen e sogna la convocazione al Tour de l’Avenir con la nazionale (foto Instagram)
A proposito di nazionale, hai già parlato con Amadori?

Sì già a San Vendemiano, dove ho fatto terzo. Mi aveva accennato della convocazione per la Coppa delle Nazioni. Sono stato contento di esserci tornato, ero stato anche nel 2023, Marino lo devo ringraziare sinceramente, perché ha creduto in me anche quando i risultati non erano questi. 

Si va per step, ma il sogno di andare al Tour de l’Avenir c’è?

Credo che il senso delle parole che mi sono scambiato con Amadori fosse quello, se cresco ancora e mi faccio vedere ambizioso posso guadagnarmi una convocazione importante.

ESCLUSIVO / Zurigo, mondiale duro, non per scalatori

04.04.2024
8 min
Salva

ZURIGO (Svizzera) – «Aveva ragione Alfredo Martini – dice Bennati con un sorriso ironico – i percorsi andrebbero visti di notte, in modo che i fari illuminano le salite e ti rendi conto delle pendenze. Comunque rispetto a ieri quando l’abbiamo fatto in macchina, oggi l’ho valutato diversamente. Finché il fisico un po’ mi sorregge, mi piace sempre provare i percorsi in bici, perché ti dà sempre tante indicazioni in più. E questo dei prossimi mondiali, rispetto ai due che ho già affrontato come cittì, è il tracciato che mi piace più di tutti. Anche quello in Australia era bello, però questo è disegnato molto bene. C’è un po’ di tutto. C’è salita impegnativa, una salita un po’ più lunga, ci sono le discese. E’ un percorso esigente…».

Le dieci del mattino di una giornata grigia sulle colline intorno alla città. Il lago è in basso, siamo quasi sul punto più alto del circuito di Zurigo su cui si assegneranno i prossimi titoli mondiali. Quando passa Demi Vollering e saluta, si capisce che le grandi manovre sono iniziate un po’ per tutti. I tecnici italiani della strada e della crono sono arrivati ieri, 3 aprile, per una due giorni di presa di contatto. Hanno alloggiato nello stesso hotel che ospiterà le squadre azzurre e il sopralluogo in bici di Bennati è l’atto conclusivo del viaggio. A breve riprenderanno l’autostrada verso Milano.

Mercoledì sul furgone

Il primo giorno è stato dedicato alla ricognizione dei tratti in linea e delle crono. I professionisti partiranno da Winthertur e proprio verso la cittadina a est di Zurigo si sono diretti i commissari tecnici sul furgone bianco della FCI. Il cielo era grigio anche ieri, il traffico ordinatissimo. Con Marco Velo al volante, Bennati sul sedile anteriore teneva in mano le stampate del percorso. Seduti dietro, Sangalli, Amadori e Salvoldi seguivano con lo sguardo.

Da Winterthur la strada esce in campagna. L’ordine non è un’imposizione, ma un’esigenza e un privilegio. All’uscita di scuola, i bambini intorno si muovevano in bicicletta e tutti rigorosamente col casco. Nessuno di loro metteva mai le ruote sulla strada perché i marciapiedi sono larghi e le corsie ciclabili non mancano. C’era una bambina così piccola che la testa le spariva nel casco e pedalava controvento sulla sua biciclettina, col cestino e lo zainetto.

Una pausa caffè dopo aver visto il tratto in linea dei pro’: ora sotto con gli U23
Una pausa caffè dopo aver visto il tratto in linea dei pro’: ora sotto con gli U23

Le prime salite

La prima salita l’hanno incontrata in prossimità di una casa con le persiane decorate. Una svolta a sinistra e la strada lascia abbastanza rapidamente la valle. Un campanile a Buch am Irkel, poi la salita va avanti a gradoni. Si è fatto una sorta di giro, infatti la discesa riporta su Winthertur e da lì la strada si stringe. Diventa un viottolo e alla fine spunta un antico ponticello di legno, con la copertura di assi. Sarà largo tre metri e, subito dopo, una curva a destra introduce a una salita ripidissima. Una sorta di Redoute, con il vuoto sulla destra e il bosco a sinistra, su fino a Kyburg.

«Non credo che il tratto in linea serva a qualcosa – commenta ora Bennati – c’è questa salita di un chilometro, un chilometro e mezzo, che però serve come warm-up e per fare le foto (sorride, ndr). Non influisce sicuramente sull’andamento della corsa e sul risultato. A differenza di altri mondiali, questa volta si girerà sul circuito per più di 200 chilometri».

Sangalli e Amadori si prendono cura della bici di Bennati: «I settori collaborano», hanno scherzato
Sangalli e Amadori si prendono cura della bici di Bennati: «I settori collaborano», hanno scherzato

Il circuito di Zurigo

Nel tratto basso del circuito, si corre lungo il fiume con le rotaie del tram parallele al senso di marcia. Gli sguardi e i commenti fra i tecnici non hanno bisogno di didascalie: troveranno certo il modo di tapparle. Una frase che è un po’ certezza e un po’ anche auspicio.

Bennati è salito in bici davanti all’Università di Zurigo. La sua Pinarello per l’occasione è una macchina da presa. Oltre al Garmin in cui ha caricato la traccia del percorso, sul manubrio ci sono due GoPro con le quali il toscano ha ripreso i giri e le salite. Ieri in macchina non si è potuto fare del tutto lo strappo più duro, con la bici Daniele è riuscito a farlo pedalando sul marciapiede, dato che normalmente il senso di marcia è opposto.

La seconda salita

Dopo quel primo strappo, con pendenza del 14 per cento, il percorso piega a destra, scende per un tratto, rientra fra le case e poi ne esce per attaccare la seconda salita. Quella meno ripida, ma più lunga.

«Qui dove siamo adesso – dice Bennati – dopo 260 chilometri è il tratto in cui si può fare la differenza. Qui si spingerà il rapporto e farà male. Il primo strappo alla fine è quasi di un chilometro e si raggiungono pendenze in doppia cifra: se uno attacca lì, vuol dire che ha tante gambe. Questa seconda salita premierà i corridori che sapranno fare velocità. Siamo ancora lontani dall’arrivo, però in questi ultimi anni si è visto che aprono la corsa anche a 100 chilometri dall’arrivo, quindi non credo che a quei 3-4 faccia paura provare nel penultimo o terzultimo giro. Secondo me non è un percorso da scalatori puri, come ho letto in questi mesi, ma sicuramente servono doti da scalatore. Bisogna andare forte in salita, però anche avere doti di velocità, perché è un percorso in cui si fa a tanta velocità. Verrà fuori anche una bella media, secondo me».

Gli juniores torneranno

Quando Bennati si è fermato accanto agli altri tecnici, si è messo a spiegare con il gesticolare delle mani che descriveva i cambi di pendenza e l’uso dei rapporti. Mentre Daniele pedalava, gli altri con il furgone hanno girato sul percorso, facendo la rampa più dura nel verso della discesa.

«Un percorso che va rivisto – dice Salvoldi, tecnico degli juniores – mi piacerebbe tornarci a giugno con una rosa ampia di ragazzi. Credo che nella nostra categoria il primo giro nel circuito farà molta selezione. La prima parte della discesa è difficile, poi quando si arriva sul lungolago il percorso è veloce, fino a che si riprende nuovamente a salire. C’è quel primo strappo impegnativo e poi la salita più lunga tutta dritta, che non dà recupero né riferimenti. E’ sicuramente un percorso per atleti con caratteristiche di esplosività in salita e abilità di guida, non esclusivamente per corridori superleggeri».

La parte superiore della seconda salita richiede il rapportone: qui si può fare la differenza
La parte superiore della seconda salita richiede il rapportone: qui si può fare la differenza

A favore di chi attacca

Bennati ha finito di cambiarsi. Amadori ride e gli dice che sui questo percorso non lo avrebbe convocato. I cittì sono molto affiatati, scherzano, ma si capisce che avendo visto il percorso, hanno già iniziato a ragionare sui nomi. Sangalli li ha scritti nel telefono e ce li mostra con la promessa che li teniamo per noi. Amadori è più cogitabondo.

«La squadra sarà importante – dice Bennati – ma non ci sono grossi tratti in pianura, quindi a ruota si sta bene, a parte quando la corsa scoppierà. Da qui in cima e verso l’arrivo, ci sono tratti favorevoli e altri di strada tecnica e più stretta, per cui chi è davanti fa la stessa velocità di quelli dietro. Per questo, dando per scontato che in un mondiale non è mai facile organizzarsi, credo che chi sarà davanti avrà vantaggio. Quando poi si arriverà in basso, ci sono due o tre dentelli che potrebbero essere dei trampolini e poi la strada continua sempre a tirare un pochettino. C’è anche un tratto al 4-5 per cento, prima di girare a sinistra sul lago e da lì gli ultimi 3 chilometri saranno pianeggianti».

Ugualmente oggi, sul percorso abbiamo incontrato Demi Vollering, regina del Tour 2023
Ugualmente oggi, sul percorso abbiamo incontrato Demi Vollering, regina del Tour 2023

Demi Vollering nel frattempo è passata un’altra volta. La campionessa olandese, vincitrice del Tour 2023, abita a Basilea, quindi non perderà occasione per prendere confidenza con il percorso iridato. Nel frattempo il furgone con i tecnici azzurri ha imboccato la discesa. Le corse chiamano e la testa gradualmente sta tornando sulle Olimpiadi e le altre scelte da fare. Per chi ha il compito di schierare le migliori nazionali, il 2024 non sarà affatto un anno semplice.

Amadori: «Del Toro impressiona, ma Pellizzari e Piganzoli ci sono»

26.03.2024
6 min
Salva

La crescita di Isaac Del Toro sorprende tutti, persino lo staff del UAE Team Emirates. Il messicano ha varcato la porta del WorldTour trovando un successo alla sua prima gara e prestazioni solide alla Tirreno-Adriatico prima e alla Sanremo poi. Lo stesso Baldato, in commento alla Tirreno di Ayuso, e poi Hauptman dopo la Sanremo avevano speso parole di elogio per il giovane appena arrivato.

Del Toro alla prima corsa in maglia UAE ha centrato la vittoria, era il Tour Down Under
Del Toro alla prima corsa in maglia UAE ha centrato la vittoria, era il Tour Down Under

Ritmi di crescita diversi

Se si fa un passo indietro al 2023, si ricorda che Del Toro ha lottato con i due giovani scalatori più promettenti del panorama italiano: Piganzoli e Pellizzari. I tre si sono scontrati sulle strade del Tour de l’Avenir. Ha vinto il messicano, vero, ma i due italiani hanno completato un podio di grande peso (in apertura, foto Tour de l’Avenir).

Alla guida della nazionale, in terra francese, c’era Marino Amadori, cittì della formazione U23. Mentre Del Toro, passato subito nel WorldTour sorprende, i due italiani stanno avendo una crescita più lenta e graduale

«La cosa che salta subito all’occhio di Del Toro – dice Amadori – è che ha avuto una crescita impressionante da metà 2023. Dal Giro della Val D’Aosta in poi non si è più fermato, non ha salito un gradino, ma un doppio gradino. All’Avenir è andato davvero tanto forte, non ha battuto solamente i nostri, ma anche Riccitello, per fare un nome. Il 2024 ha confermato questa crescita costante, fatta di passi enormi».

Pellizzari e Del Toro (coetanei) nel 2023 si sono sfidati al Tour de l’Avenir (foto Tour de l’Avenir)
Pellizzari e Del Toro (coetanei) nel 2023 si sono sfidati al Tour de l’Avenir (foto Tour de l’Avenir)

I nostri

Dall’altra parte si guarda ai nostri ragazzi. Da un lato c’è lo squillo di Piganzoli al Tour of Antalya, dove ha vinto una tappa e la classifica generale. Pellizzari invece è ancora alla ricerca della prima vittoria da professionista.

«Pellizzari e Piganzoli – spiega Amadori – hanno fatto passi più graduali. Del Toro ha avuto una crescita esponenziale considerando che veniva da una squadra di club, come le nostre italiane. Hanno iniziato a lavorarci molto bene alla UAE e sta andando forte. I nostri invece sono da due anni in team professional: questo è un limite da un lato, ma anche un vantaggio.

«Guardate del Toro – spiega – in tante gare si è messo a disposizione. Alla Tirreno tirava per Ayuso, alla Sanremo, invece, per Pogacar. Pellizzari e Piganzoli hanno maggiore libertà, possono testarsi, provare e crescere, facendo tanta esperienza».

In attesa del Giro

Sia Pellizzari che Piganzoli ce li aspettiamo in mostra al prossimo Giro d’Italia. Il tempo della crescita graduale, con il quale si può convenire o meno, ha portato a questa scadenza. I due giovani devono e possono mettersi in mostra alla corsa rosa, il momento è ormai maturo

«Me li aspetto entrambi presenti e combattivi al Giro – dice ancora Amadori – nelle tre settimane avranno una certa libertà, credo e spero. Non saranno costretti a pensare alla classifica (aspetto che alla Vf Group-Bardiani spetterà a Pozzovivo, mentre la Polti-Kometa non ha indicato un leader, ndr). L’auspicio è che possano lottare per qualche bel risultato».

L’Italia ha visto uscire dal Tour de l’Avenir tanti ragazzi promettenti, poi persi lungo il percorso del professionismo. 

«Io a volte ci penso e non capisco – replica Amadori – un esempio su tutti è Aleotti. Da quando è passato nel WorldTour, con la Bora, ha sempre fatto il gregario e per me è impensabile. A questo punto meglio stare in una professional, come Piganzoli e Pellizzari e dimostrare di poter fare risultati, per poi passare negli squadroni, ma con una maggiore solidità».

Il metodo di crescita, più conservativo, utilizzato per Piganzoli, ha portato a una crescita graduale
Il metodo di crescita, più conservativo, utilizzato per Piganzoli, ha portato a una crescita graduale

Metodi di lavoro diversi

Uno squadrone è quello in cui è andato Isaac Del Toro, il UAE Team Emirates è stato al numero uno nel ranking nel 2023. Entrare in una formazione così dà sicuramente una spinta e i percorsi di crescita, rispetto a chi rimane un gradino sotto, si differenziano. 

«Allenarsi con corridori come Pogacar – spiega Amadori – è un qualcosa che ti insegna tanto. Pedalare accanto a questa gente permette di vedere il meglio e sentirsi stimolati nel crescere ancora. Nel WorldTour, poi curano tutto al 100 per cento. Non che in una professional si lasci qualcosa indietro, però il modo di lavorare è diverso. 

Ruoli definiti

Del Toro ha messo alle spalle, in pochissimi mesi, tante esperienza importanti. La vittoria al Tour Down Under, ma anche tante prestazioni solide. Pellizzari e Piganzoli, al contrario, godono di maggior libertà.

«Cosa che può portare due soluzioni – ragiona il cittì – perché Del Toro, con un compito ben preciso, racchiude tutte le energie in quel frangente. Pellizzari e Piganzoli devono essere sempre sull’attenti, per trovare il momento giusto. Corrono con una pressione diversa. Un esempio: alla Tirreno o alla Sanremo del Toro aveva un compito preciso, che ha fatto molto bene. Una volta terminato poteva essere più “sereno” e proseguire con meno pressioni. Poi comunque ha fatto vedere cose spaziali, in particolare alla Tirreno-Adriatico.

«Per i nostri due giovani, invece, ogni giorno pesa un pochino di più. Sono loro i diretti protagonisti, non corrono con la pistola alla tempia, però la sera leggi il comunicato e magari un 20° posto invece che un 15° pesa. Però da loro mi aspetto anche un crescita da questo punto di vista, andare alle gare e cercare il risultato, cosa che può arrivare già dal Giro, con tutta la serenità del mondo».

U23, le tante piccole squadre che in Italia servono eccome

26.01.2024
5 min
Salva

Calzaturieri Montegranaro, Team Gragnano, Cablotech Biotraining, Lan Service, Uc Pregnana… Sono solo alcune delle tante piccole squadre che compongono il tessuto del movimento dilettantistico italiano degli under 23. Parliamo sempre delle migliori, delle più storiche, delle più grandi come Colpack-Ballan, Zalf o CTF che giustamente sfornano i campioncini del domani e pertanto hanno una determinata struttura e godono di una certa visibilità, ma anche queste squadre più piccole sono importanti per il movimento.

E lo sono soprattutto in Italia. Sono necessarie. Hanno ancora un senso. Il nostro ciclismo ha bisogno di loro, al netto della difficoltà storica e globale che sta vivendo la categoria U23. Ma questo è un altro discorso. Delle piccole squadre abbiamo parlato con il commissario tecnico U23 Marino Amadori. Ma già in passato avevamo toccato l’argomento, con Marco Toffali, diesse del Sissio-Team.

Il commissario tecnico Marino Amadori, qui con Milesi, dirige gli “azzurrini” U23 dal 2009 (foto FCI)
Il commissario tecnico Marino Amadori dirige gli “azzurrini” U23 dal 2009 (foto FCI)

In molti Paesi del Nord Europa, il ciclismo degli U23 è qualcosa di elitario. Pensiamo alla Norvegia per esempio. Ha pochissime corse, una trentina di atleti che sono portati avanti dalla Federazione o dalla Uno-X e corrono quasi solo all’estero. Sono i ragazzi che fanno parte di un progetto federale, come in Slovenia del resto. O in Danimarca fino a qualche anno fa.

Marino, dicevamo delle piccole squadre. Oggi per questi team forse è ancora più difficile che in passato tirare avanti…

Sicuramente il ciclismo è cambiato, lo abbiamo detto in tutte le salse. Ed è cambiato anche il dilettantismo, ma io credo che in Italia ci sia spazio anche per queste squadre più piccole. E c’è perché abbiamo ancora la fortuna di avere un calendario importante di gare regionali. In questo modo queste squadre hanno la possibilità di fare una buona attività. 

Parli del numero delle gare?

Del numero di gare, ma anche del fatto possono far correre ragazzi che chissà per quale motivo non sono ancora pronti del tutto, che hanno bisogno di più tempo per maturare. Possono prendere (e dare una speranza, ndr) a quegli juniores che non sono riusciti ad emergere. Danno a tutti loro la possibilità di correre 3-4 anni. Poi magari se alcuni di questi ragazzi vanno bene possono passare in una continental, in una squadra più grande under 23 o, perché no, al professionismo. Ci sono degli esempi.

In Italia le gare regionali per U23 sono state oltre 70 nella passata stagione
In Italia le gare regionali per U23 sono state oltre 70 nella passata stagione
Quali?

Senza andare troppo indietro penso a Nicolò Buratti, il quale prima di approdare al Cycling Team Friuli era in una squadra piccola. Ha fatto il primo anno al Pedale Scaligero e poi è andato al CTF. Questo vuol dire che la possibilità c’è. Poi è chiaro che queste squadre fanno fatica a mantenere i corridori più validi.

E forse neanche è il loro obiettivo… Come s’interfaccia il tuo lavoro di cittì con questi team più piccoli? 

Io guardo le loro gare. Vado spesso alle corse regionali. Non seguo solo le gare nazionali ed internazionali. Se individuo qualche ragazzo che ha delle buone attitudini, magari lo convoco per qualche rappresentativa, lo porto ai ritiri. Magari non lo porto al mondiale perché lì ci si ritrova con gente che corre nel WorldTour e la forbice è gigantesca, ma in qualche modo lo coinvolgo. L’esempio è Ludovico Crescioli (Mastromarco-Sensi passato alla Technipes-#InEmiliaRomagna, ndr): nella passata stagione l’ho portato alla Coppa delle Nazioni e in ritiro. Insomma, che si corra nella Garlaschese o nella Pregnana non si preclude nulla a nessuno.

Sono poi tanto diverse queste squadre più piccole rispetto alle più grandi di categoria?

Sì, parliamo di altri mezzi, altri budget, altri materiali, staff più all’avanguardia… Però al tempo stesso in quelle squadre c’è anche più “esasperazione” ed è normale. Alla fine hanno, tra virgolette, l’obbligo di vincere, di ottenere risultati. Cosa che nei piccoli team regionali non c’è. In team minori i ragazzi possono crescere e vivere le loro stagioni più tranquillamente. Poi è anche vero che per gli stessi ragazzi il confronto non è facile. Però se qualcuno di loro riesce a mettersi in mostra, se la squadra riesce a farlo crescere bene, allora tutto vale doppio.

I ragazzi della Cablotech Biotraining, piccola squadra bolognese che con Nicholas Tonioli ha ottenuto due vittorie (foto Facebook)
I ragazzi della Cablotech Biotraining, piccola squadra bolognese che con Nicholas Tonioli ha ottenuto due vittorie (foto Facebook)
All’estero forse questo tessuto di squadre non c’è. E’ da noi che per ragioni storiche, culturali, anche campaniliste se vogliamo, esiste e resiste.

Io credo che qualcosa ci sia anche all’estero. So per esempio che in Belgio, ci sono diverse gare molto piccole, delle kermesse in pratica, in cui i ragazzi corrono anche da individuali. Magari adesso le cose sono cambiate anche lì, ma chiaramente da noi questo sistema è più forte. Per i team continental c’è il limite di poter schierare nelle corse regionali solo gli atleti di primo e secondo anno. Io eliminerei anche questa possibilità, ma poi per questioni diverse come numero di partenti, impegni scolastici e altro questa regola resta e va bene così. Ma, come dicevo, abbiamo un certo quantitativo di organizzatori regionali che consentono a questi team piccoli di fare un calendario abbastanza corposo.

C’è qualche squadra di quelle più piccole con cui si lavora bene o che tu vedi lavorare bene?

Eviterei di fare nomi. Con tutti, chi più e chi meno, si lavora bene. I costi oggi sono molto elevati anche solo per andare a correre e quindi il loro margine di manovra e di organizzazione è molto ridotto. Però sono tutte squadre dirette da persone che hanno una grande passione e anche una grande esperienza. Credono nella loro attività, nel dare una possibilità ai ragazzi. Ci credono nonostante le limitate disponibilità finanziarie e per questo sono da elogiare. Alla fine parliamo di 30-35 squadre e non sono poche.

U23: Amadori tra un buon 2023 e il fronte straniero che lo attende

10.12.2023
5 min
Salva

Il 2023 degli under 23 italiani non resterà negli annali, al tempo stesso però non si può dire che sia stato un anno negativo. Di certo sfortunato, ma nel complesso la nazionale guidata da Marino Amadori ha risposto presente. E nonostante tutto è anche arrivato un oro iridato, quello a cronometro firmato da Lorenzo Milesi.

Busatto, De Pretto, Buratti, Romele, Belletta e ancora Piganzoli e Pellizzari… alla fine tutti gli azzurri sono sempre stati nel vivo delle gare disputate. E se non fosse stato per cadute e forature in momenti topici, magari avremmo portato a casa qualcosa in più. Come a dire che la base c’è ed è questo quello che conta e che ben sa lo stesso Amadori.

Marino Amadori (classe 1957) con i suoi ragazzi in ritiro prima dell’Avenir di quest’anno
Marino Amadori (classe 1957) con Davide Piganzoli in ritiro prima dell’Avenir di quest’anno
Marino che anno è stato quello dei tuoi ragazzi?

Nel complesso direi un buon anno. Sicuramente ci è mancata una medaglia su strada al mondiale e all’europeo, eventi in cui avevamo i ragazzi giusti per conquistarle, e per quello dico che la ciambella c’è, ma è senza buco. Nonostante ciò abbiamo vinto la classifica generale della Coppa delle Nazioni, che magari passerà in secondo piano, ma parla della costanza di rendimento e si basa sull’insieme dei punteggi dei ragazzi, e non era semplice. E abbiamo vinto l’oro con Milesi a crono che, ricordo, ha battuto dei signor corridori.

Si parlava del gruppo: una buona base. Magari non saranno stati i ragazzi d’oro del 2021, ma siamo meno distanti di quanto possa sembrare…

Dico che è un buon gruppo, una buona base di lavoro e lo dico perché nel corso dell’anno ho potuto far ruotare molti atleti. Hanno corso in parecchi con la maglia azzurra e sempre a buon livello. E se abbiamo lavorato bene bisogna dire grazie alla Federazione e alle squadre.

Non è facile parlare di singoli, ma c’è qualcuno che ti ha sorpreso in positivo e qualcuno da cui ti aspettavi qualcosa in più?

Dobbiamo capire che in questo momento in Italia non abbiamo il super talento. Abbiamo dei buoni corridori che potranno essere protagonisti anche tra i pro’. Quindi non c’è nessuno che mi ha stupito soprattutto in negativo. Molti di questi ragazzi vengono dalle professional o dalle development delle WorldTour questo significherà pur qualcosa. Quindi non c’è nessuno che mi ha deluso al 100 per cento. 

Oltre all’oro di Milesi, non va dimenticato il secondo posto di Pellizzari all’Avenir
Oltre all’oro di Milesi, non va dimenticato il secondo posto di Pellizzari all’Avenir
Hai parlato di WorldTour, professional, devo team…

Il ciclismo sta cambiando a livello mondiale e noi dobbiamo adeguarci. Lo scorso anno cinque juniores italiani sono passati nelle development delle WorldTour, quest’anno saranno 8, chiaramente tutte squadre straniere (in Italia non c’è una WT, ndr). Una volta era impensabile. Una volta erano gli stranieri che venivano in Italia. Oggi fra le WorldTour e le professional ci sono 20 team che hanno la development e qualcuno ha anche quella juniores e agganci con categorie ancora più giovani. Si sta andando nella direzione del calcio. Di conseguenza questi grandi team vanno in giro per il mondo e si assicurano i ragazzi più promettenti su cui lavorare per crescerli in casa.

Perché un ragazzo dovrebbe scegliere di andare fuori? Okay l’influenza dei procuratori, dei talent scout…

Io credo che il motivo principale sia il nostro calendario gare, un calendario un po’ vecchio. Mi spiego: abbiamo tante gare, una dietro l’altra, ma spesso sono prove piccole. All’estero ci sono meno gare, spesso più importanti e in questo modo si può fare una programmazione. Si può impostare una preparazione mirata. Da noi è impossibile fare una pianificazione.

Vuoi dire che prendono subito un’impostazione da professionisti?

All’estero ci sono molti under 23 che hanno fatto non più di 30-35 giorni di gara nell’arco della stagione, con 4-5 corse a tappe. Da noi ormai ce ne sono rimaste due o tre, Giro under incluso. E’ chiaro che all’estero hanno una proposta di crescita che in Italia non c’è. Mi auguro che qualche corsa a tappe possa tornare. In Fci ne parliamo, ma non è facile. Serve anche una certa collaborazione con organizzatori e squadre.

A questo punto con tanti ragazzi in giro per mezza Europa viene da chiederci come cambia il tuo lavoro, Marino. Come cambia il lavoro del cittì? Vai più in giro? Guardi gli ordini d’arrivo delle prove straniere?

Innanzitutto facciamo parecchia attività come nazionale, la Coppa delle Nazioni ne è un esempio, in più abbiamo fatto l’altura. E seguo tutte le internazionali in Italia che non sono poche. Il tempo di basarsi sugli ordini d’arrivo è passato. Poi chiaramente li guardo, ci mancherebbe. Ma mi interfaccio molto anche con i direttori sportivi e con i ragazzi stessi. Già ora, per esempio, ho in mente una rosa allargata per il 2024.

I ragazzi di Amadori hanno vinto la Coppa della Nazioni. Qui la prova a tappe in Polonia, la Orlen Nations Grand Prix, dove Piganzoli è stato secondo
I ragazzi di Amadori hanno vinto la Coppa della Nazioni. Qui la Orlen Nations Grand Prix, dove Piganzoli è stato secondo
E come ti regoli?

Parto dal mondiale, il primo obiettivo, e da lì scelgo una rosa allargata, che potrà costituire la nazionale per quell’evento, ma anche per gli altri. Poi man mano con le gare e nel corso dell’anno farò scelte più oculate, programmerò l’avvicinamento ai grandi eventi come appunto il mondiale o l’Avenir. Senza dimenticare che anche i ragazzi di primo anno oggi possono già fare molto bene.

Una volta Marino convocare i veri under 23 era, giustamente, un tuo cavallo di battaglia: oggi è impensabile. E’ così?

Finché l’UCI non mette nessun vincolo è così. Convocare un under 23 che fa attività nazionale (vecchio stile) non avrebbe senso. Credo che con eventi come l’Avenir, il mondiale, l’europeo affrontati in un certo modo i ragazzi possano fare un’esperienza importante che si ritroveranno anche tra i pro’. E parlo soprattutto della programmazione per arrivare a quell’evento, all’avvicinamento. E magari quando lo faranno da pro’ sapranno già di cosa si tratta.

Quali sono i tuoi programmi nel breve periodo?

Fra non molto andremo a vedere il percorso iridato e tra qualche giorno andrò a Montichiari per fare dei test a 30-40 ragazzi, tra di loro ci sono anche tre, quattro ragazzini davvero interessanti. La cosa che mi è piaciuta molto è che in tanti hanno avuto piacere di esserci, segno che la nazionale fa gola. Forse è anche è un modo di mettersi in mostra, ma comunque fa gola e mi consente di avere la famosa base allargata.

Amadori tra l’europeo amaro e le prospettive per il 2024

27.09.2023
5 min
Salva

L’europeo di Drenthe è ormai alle spalle, ma la rassegna continentale spostata a fine settembre ha dimostrato una volta di più come il calendario internazionale sia davvero lunghissimo, forse troppo. Un concetto che viene spesso ripetuto per le ragazze, ma se guardiamo a quanto avviene per i giovani, lo stridere è ancora più forte, basti pensare agli junior che abbinano l’attività su strada a quella su pista.

Il problema è emerso ad esempio guardando la prova degli under 23: era evidente nel finale come gli azzurri (ma anche altre squadre hanno evidenziato lo stesso problema) fossero con le energie ridotte al lumicino e anzi aver piazzato due elementi nei primi 10 (7° Busatto, 9° De Pretto) è già motivo per sorridere. Il cittì Amadori nel suo bilancio parte proprio da questa considerazione, fattagli presente da molti addetti ai lavori subito dopo la conclusione della gara olandese.

Per Marino Amadori una stagione positiva, con la perla della vittoria nella Nations Cup
Per Marino Amadori una stagione positiva, con la perla della vittoria nella Nations Cup

«Le corse sono tante – spiega Amadori – soprattutto abbinando il calendario nazionale a quello internazionale. I ragazzi assommano numeri di giornate di corsa che non hanno nulla da invidiare ai professionisti. La differenza la fa la programmazione: noi abbiamo cercato di lavorare in tal senso, senza così invadere il campo ai team. Nel complesso ha funzionato, poi non tutto può andare perfettamente».

Le gare internazionali dimostrano che c’è ormai un plurilivello nella categoria, con chi è nei team Devo che ha un motore diverso dagli altri.

Vero, ma secondo me la differenziazione è ancora maggiore, perché chi corre più spesso fra i professionisti è ancora più avvantaggiato. Noi come nazionale, con il fondamentale ausilio della Federazione, abbiamo cercato di colmare questo gap il più possibile, ma il nostro impegno non basta. Busatto, tanto per fare un esempio, prima dell’europeo ha fatto ben 6 gare in 8 giorni, tra Francia e Italia, è chiaro che alla lunga il serbatoio di energie si è svuotato.

Per Busatto, qui al Trofeo Matteotti, un surplus di gare che ha pesato sulla prova continentale
Per Busatto, qui al Trofeo Matteotti, un surplus di gare che ha pesato sulla prova continentale
Secondo te quindi c’è un diverso livello anche fra chi fa attività internazionale?

Sicuramente. Chi è arrivato secondo all’europeo di categoria, lo spagnolo Ivan Romeo è a tutti gli effetti un corridore della Movistar, che ha fatto tutta la stagione nelle gare professionistiche, dal Fiandre alla Roubaix, dal Romandia alla Clasica di San Sebastian. E come lui altri, non dimentichiamo poi che nella gara elite terzo e quarto (l’olandese Kooij e il belga De Lie, ndr) avrebbero potuto per età competere nella categoria inferiore.

Questo cosa significa?

Che i regolamenti dell’Uci hanno determinato degli scalini nella stessa categoria che fanno confusione e non ci dovrebbero essere. Una volta c’era un vincolo: se fai gare WorldTour non puoi competere nelle prove di categoria, titolate o meno. Ora questa differenza non c’è più e gli atleti scelgono dove partecipare, ma questo non è un bene.

Il gruppo azzurro a Hoogeveen. Il cittì azzurro ha rilevato qualche errore di strategia
Il gruppo azzurro a Hoogeveen. Il cittì azzurro ha rilevato qualche errore di strategia
Dopo l’europeo che bilancio trai dalla stagione?

C’è stato un innalzamento del nostro livello, questo è indubbio e il fatto di aver vinto la Nations Cup davanti alla Francia lo dimostra. Noi abbiamo fatto un’attenta programmazione per preparare gli eventi dell’estate, programmando tre settimane di altura, lavorando con molto profitto al Tour de l’Avenir con il podio di Piganzoli e Pellizzari, i mondiali del trionfo di Milesi nella cronometro e la sua bellissima prestazione anche in linea. L’amaro in bocca mi è rimasto solo per l’europeo.

Perché?

Direi che qualche errore nella condotta tattica della corsa c’è stato, ma anche quello è dettato proprio dalla stanchezza, fisica e forse ancor di più mentale. Ma un episodio ci può anche stare, non inficia una stagione che è stata davvero buona.

Un buon 9° posto finale per Davide De Pretto, anche lui ha pagato la lunghezza della stagione

Un buon 9° posto finale per Davide De Pretto, anche lui ha pagato la lunghezza della stagione
Come interpreti il fatto che sempre più ragazzi approdano nei team Devo?

Significa che in Italia si lavora ancora bene alla base, ma mancano passaggi fondamentali. Per i ragazzi, tanti che hanno fatto questo salto non solo ciclistico ma di vita e cultura, quello è il riferimento, la possibilità di correre al fianco dei professionisti, avere una preparazione come la loro, acquisire quella mentalità. Sono tutti strumenti decisivi per avere un futuro. Il livello si è alzato, resta solo quel problema di cui accennavo prima, un mischiume regolamentare del quale i ragazzi pagano poi il prezzo.

Molti ora faranno il salto, non solo in base all’età ma anche alle scelte approdando direttamente fra i “grandi”. Molti però arrivano anche dagli juniores…

Infatti in questi giorni sto continuando a girare, per assistere ad alcune classiche come Ruota d’Oro, Piccolo Lombardia, Trofeo San Daniele. Voglio parlare con le società e vedere i ragazzi più interessanti con i miei stessi occhi, in modo da fare una prima rosa di elementi sui quali contare per il prossimo anno, per inserirli in un contesto adeguato, considerando, come giustamente si diceva, che alcuni faranno già il salto fra i pro. L’importante è comunque avere un ampio spettro di corridori per programmare la stagione 2024 e continuare in questo cammino di crescita.

Bruttomesso punta l’azzurro e prepara la “sfida” con Merlier

08.09.2023
4 min
Salva

L’intervista con Alberto Bruttomesso arriva dopo uno scambio di messaggi e alcune gare qui in Italia. Tutte svolte in preparazione all’impegno più importante in casa: l’Astico-Brenta, che si è corso oggi. Poi sarà la volta di prendere le misure con i grandi, in vista del passaggio nel WorldTour del prossimo anno, che avverrà con la Bahrain Victorious. Con un obiettivo abbastanza chiaro, riuscire a partecipare all’europeo.

Alberto Bruttomesso, a sinistra, dopo il ritiro al Sestriere ha corso in Romania al Tour of Szeklerland (foto Halmagyi Zsolt)
Alberto Bruttomesso, a sinistra, dopo il ritiro al Sestriere ha corso in Romania al Tour of Szeklerland (foto Halmagyi Zsolt)

Niente mondiale

Bruttomesso era parte del gruppo, guidato dal cittì Amadori, che ha preso parte al ritiro del Sestriere. Giorni importanti che hanno permesso di prepare al meglio mondiale e Avenir. Il corridore del CTF Friuli era uno dei nomi papabili per la trasferta di Glasgow. Alla fine però Amadori ha deciso di non portarlo, una decisione presa comunque con grande trasparenza.

«Amadori mi ha chiamato – dice Bruttomesso – e mi ha detto che non sarei stato parte della squadra per il mondiale. Ero stato inserito nella lista dei dieci nomi, ma alla fine il cittì ha deciso così. Mi ha detto che la tattica di squadra, che era quella di attaccare fin dai primi chilometri, mi avrebbe penalizzato. Lo capisco e infatti ho rispettato la sua decisione senza problemi».

Al circuito di Cesa, il 29 agosto, è arrivato secondo posto dietro al compagno di squadra Andreaus (photors.it)
Al circuito di Cesa, il 29 agosto, è arrivato secondo posto dietro al compagno di squadra Andreaus (photors.it)
I nostri favoriti, Buratti e Busatto, sono stati tagliati fuori per una caduta, tu saresti potuto essere un buon outsider?

Non saprei. La gara non l’ho vista tutta anche perché in quei giorni stavo correndo il Tour of Szeklerland (foto apertura Halmagyi Zsolt). Però ho visto gli ultimi chilometri e posso dire che il circuito finale era davvero duro, forse anche troppo per me. Non sono sicuro che sarei riuscito ad entrare nel primo gruppetto, e Milesi ha fatto comunque qualcosa di eccezionale. 

Per preparare il mondiale ti eri fermato due mesi, era già previsto uno stop così lungo dalle corse?

Sì, insieme alla squadra avevamo già deciso che mi sarei fermato per riprendere fiato e allenarmi in quota. Quindi con o senza nazionale sarei andato comunque in ritiro, farlo con Amadori è stato molto meglio. Ero seguito, in compagnia e comunque ho parlato e lavorato con lui. 

Una volta saputo che non saresti andato al mondiale sei tornato subito a correre…

Anche questa decisione l’ho presa con il team. Non volevamo perdere il grande volume di allenamento fatto. C’era l’occasione di andare a correre in Romania (al Tour of Szeklerland, ndr) e l’abbiamo colta. I riscontri sono stati super positivi, stavo bene ed ho ottenuto un secondo e un settimo posto. In gara erano presenti tanti elite, è stato un bel banco di prova.

Bruttomesso ha sfruttato bene il lavoro fatto in altura con la nazionale
Bruttomesso ha sfruttato bene il lavoro fatto in altura con la nazionale
Poi hai corso hai corso in Italia?

Ho corso prima al Valdarno, poi al Circuito di Cesa e infine l’Astico-Brenta. Ho recuperato un po’ dopo gli sforzi della Romania e mi sono allenato bene. Al Valdarno sono andato in fuga per fare gamba, la corsa era dura: 170 chilometri e 2700 metri di dislivello. Troppi per vincere ma giusti per fare fatica. 

Farai altre esperienze con gli elite o professionisti?

Il 13 settembre partirà il Giro di Slovacchia, sarò presente. Quello è un bel banco di prova, ci sarà qualche squadra WorldTour, e in più dovrebbe correre Tim Merlier

Uno dei tuoi possibili avversari il prossimo anno, come ti senti?

Sono curioso e sereno, non sento pressione. Ho fiducia, sto andando forte e le ultime corse me lo hanno confermato. 

Un ritiro a metà stagione era comunque previsto, Bruttomesso ha preferito farlo con la nazionale, per allenarsi al meglio
Un ritiro a metà stagione era comunque previsto, Bruttomesso ha preferito farlo con la nazionale, per allenarsi al meglio
Dalla Slovacchia quando rientri?

Il 18 settembre.

Il 22 ci sono gli europei, ci pensi?

Sono tra i dieci nomi che Amadori ha stilato e tra i quali sceglierà la squadra. Partecipare sarebbe bello, il percorso mi incuriosisce e sarebbe anche un bell’obiettivo per chiudere la stagione. Il percorso dovrebbe essere movimentato ma non troppo, con un arrivo in cima ad uno strappo. Si avvicina alle mie caratteristiche, vedremo.

Tour de l’Avenir, il ciclismo è un fenomeno mondiale

04.09.2023
5 min
Salva

Il Tour de l’Avenir ha confermato la sempre più grande internazionalizzazione del ciclismo. La maglia gialla è stata addosso a diverse nazioni, ma quando le tappe si sono fatte impegnative il simbolo del primato è rimbalzato dagli Stati Uniti al Messico. Isaac Del Toro (in apertura la vittoria nella tappa del Col de la Loze, foto Tour de l’Avenir) si è aggiudicato questa edizione, confrontandosi con gli amici e rivali Piganzoli, Pellizzari e Riccitello. Quest’ultimo ha perso la maglia proprio l’ultimo giorno a vantaggio del messicano. 

L’occhio del cittì

Marino Amadori, storico cittì della nazionale under 23 ha guidato i suoi ragazzi a due posti sul podio. Un risultato promettente e ottenuto con prestazioni solide, solamente Del Toro si è dimostrato superiore. Ma in queste otto tappe cos’ha visto Amadori, che livello ha percepito del ciclismo italiano e di quello estero?

«Il Tour de l’Avenir – ci dice – è il campionato del mondo delle corse a tappe. Qui si sfidano i giovani corridori più forti al mondo, è sempre un bel banco di prova per capire il livello generale. In contesti del genere bisogna arrivare pronti, ormai ogni dettaglio conta, ci stiamo avvicinando sempre più al professionismo. Considerando anche che alcuni ragazzi già corrono tra i grandi (Riccitello, Piganzoli e Christen che dall’1 agosto è alla UAE Emirates, solo per fare alcuni nomi, ndr). I primi dieci della classifica generale sono tutti corridori importanti e per di più giovani: 2002 e 2003. Molti ragazzi passano professionisti direttamente dalla categoria juniores, il mondo va così, lo si diceva e l’Avenir è stata una conferma».

Mondializzazione

Il ciclismo come detto ha aperto le porte a tutto il mondo, non ci sono più limiti o confini che reggono. E il mondo dei giovani è quello dove questo si vede maggiormente, la bici non è più solamente “europea”. 

«Il ciclismo giovanile – riprende Amadori – si è aperto totalmente, l’UCI ha lanciato la mondializzazione del ciclismo. E’ uno sport che ormai si evolve a 360 gradi e ti trovi questi ragazzi ovunque. Del Toro stesso si è preparato al Sestriere, nello stesso periodo in cui eravamo su noi. I messicani hanno fatto altura per 30 giorni, sono andati a visionare tutte le tappe. Hanno fatto, più o meno, quello che abbiamo fatto noi. Non ci sono più differenze tra europei e non, ma è giusto che sia così. Molte nazioni extra Europa lavorano come dei team WorldTour, arrivano agli appuntamenti importanti, come l’Avenir, al 100 per cento.

«A livello di rose – continua Amadori – le differenze rimangono, alla fine nelle tappe dure Del Toro rimaneva abbastanza isolato. Quando il gruppo era composto da una ventina di corridori i messicani rimanevano in due. Noi come Italia avevamo una squadra molto forte, nata anche dal fatto che abbiamo molti atleti forti, che però vanno tutelati».

Tutte le formazioni si preparano al meglio per gli appuntamenti più importanti (foto Tour de l’Avenir)
Tutte le formazioni si preparano al meglio per gli appuntamenti più importanti (foto Tour de l’Avenir)

Gli europei

Anche le nazioni europee sono andate forte, sia chiaro, con l’Italia in grande spolvero. Molte nazioni hanno ben figurato, a partire dalla Danimarca, non nuova al ciclismo di alto livello, visto che hanno vinto gli ultimi due Tour de France. E’ stato proprio un danese, Foldager, a soffiare la prima maglia gialla al nostro Giacomo Villa, suo compagno di squadra alla Biesse-Carrera. 

«Foldager – aggiunge il cittì – andava come un missile, lui come tutta la Danimarca, che infatti ha vinto la cronometro a squadre. Le squadre europee però si sono messe in mostra tutte più o meno, le tappe erano così dure che ognuno ha avuto la sua occasione. Da sottolineare c’è l’incidente che ha messo fuori gioco Staune-Mittet, uno di quelli che avrebbe potuto dire la sua per la classifica finale. Nonostante questa sfortuna la Norvegia ha comunque piazzato due corridori nei primi dieci: Svestad e Kulset. A testimonianza di quanto detto prima.

«Quando si viene a correre in questi grandi appuntamenti – conclude Amadori – bisogna guardare l’età dei corridori e non da dove vengono. Sono tutti pronti, i nostri ragazzi devono essere preparati a loro volta. Il calendario è diverso ma non così tanto, Del Toro ad esempio ha corso il Giro della Valle d’Aosta e il Sibiu Tour. Sono le stesse gare che corrono i nostri ragazzi che militano nelle migliori continental e professional. L’ho detto spesso ai miei corridori in questi giorni “se hai qualità e dote non ci sono scusanti” e non ne hanno trovate».