Privitera: parole da adulto per il giovane della Hagens Berman

02.01.2025
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Samuele Privitera parla con la voce di uno che ha le idee chiare nonostante la giovane età. Il diciannovenne ligure ha chiuso il suo primo anno con la maglia della Hagens Berman, il team continental che dalla passata stagione è entrato nell’orbita della Jayco AlUla, diventandone ora il devo team. La prima annata da under 23 per Privitera ha un duplice significato: innanzitutto è arrivata la consapevolezza che il ciclismo è diventato una cosa seria. Inoltre il ligure ha capito che ogni dettaglio conta e niente può essere lasciato al caso

In questi giorni che hanno sancito il passaggio dal 2024 al 2025 Privitera era a casa. Un breve periodo di recupero dopo il primo ritiro in Spagna con la Hagens Berman, accanto ai colossi del WorldTour. 

«Mi sono e ci siamo allenati bene – ci dice – ad Altea eravamo tutti riuniti in pochi metri: team di sviluppo e WorldTour. Avevo già avuto modo a dicembre del 2023 di partecipare a un ritiro con i professionisti. L’ambiente Jayco è molto bello, si lavora sodo e bene. Tuttavia non si sente la pressione, si rimane sereni e tranquilli».

Samuele Privitera ha corso il 2024 con la Hagens Berman Jayco, devo team della Jayco AlUla
Samuele Privitera ha corso il 2024 con la Hagens Berman Jayco, devo team della Jayco AlUla

La crescita

A livello di atteggiamento l’anno appena concluso sembra aver lasciato dentro Samuele Privitera la voglia di far vedere che è pronto a diventare un corridore a tutti gli effetti. 

«Il primo ritiro è andato alla grande – continua – la squadra ha optato per fare tanto volume a bassi regimi. Tante ore in bici ma tutti insieme, per pedalare l’uno accanto all’altro e conoscere i nuovi compagni. Per quanto riguarda i miei valori devo dire che sono molto contento, non mi aspettavo di stare così bene fin da subito. Si vede che ho assimilato bene quanto fatto durante il 2024. Il periodo di stacco ha dato i suoi frutti».

Una prima stagione fatta di alti e bassi ma dalla quale ha imparato parecchio (foto Instagram)
Una prima stagione fatta di alti e bassi ma dalla quale ha imparato parecchio (foto Instagram)
Come consideri questo primo anno da under 23?

Ha avuto un po’ di alti e bassi ma è anche giusto che fosse così. Ho capito che bisogna lavorare e avere un atteggiamento serio. Quello che prima era un divertimento ora è un lavoro. La squadra mi permette di vivere con il ciclismo e sento di dover dare qualcosa in cambio. Non che ci sia pressione, ma consapevolezza che le cose vanno fatte in un determinato modo.

Ad esempio?

Ci sono delle persone che lavorano con lo scopo di farci andare in bici e di farlo nel migliore dei modi. Quindi a noi spetta il compito di essere professionali e avere il giusto atteggiamento. Se un giorno piove l’allenamento va fatto comunque, perché i risultati non arrivano senza la dedizione. 

Al Giro Next Gen Privitera ha avuto uno dei migliori momenti di condizione (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
Al Giro Next Gen Privitera ha avuto uno dei migliori momenti di condizione (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
Per quanto riguarda la risposta in gara, come giudichi il 2024?

Penso di essere arrivato al massimo della condizione quando ero al Giro Next Gen. Nonostante lo avessi iniziato con un malanno ho tenuto duro ed è arrivato anche un terzo posto nella tappa di Zocca. Poi da lì in avanti ci sono stati degli avvenimenti che mi hanno frenato in alcuni momenti. Cose piccole ma che per un ragazzo di 18 anni non sono facili da gestire. 

Tipo?

Avrei dovuto fare uno stage con la Jayco AlUla, ma alla fine hanno deciso di dare questa chance a un altro ragazzo. Non è una cosa che mi ha causato quale danno a livello morale, tuttavia è chiaro che nel mentre è difficile da gestire. Prepari certi appuntamenti e poi cambiano i piani. Succede, si impara a gestire la cosa. 

Nella tappa di Zocca, al Giro Next Gen ha raccolto un buon terzo posto (foto LaPresse)
Nella tappa di Zocca, al Giro Next Gen ha raccolto un buon terzo posto (foto LaPresse)
In un anno quanto sei cambiato?

Tanto. Quando ero in forma sono riuscito a ottenere anche dei buoni risultati. Ma la cosa fondamentale penso sia stata l’imparare a gestire le diverse situazioni. 

Sei passato da una formazione juniores a un devo team come hai vissuto il tutto?

Bene. Avevo una buona conoscenza dell’inglese e questo mi ha dato una mano. E’ stato un passo importante che consiglio anche ad altri ragazzi, si fanno delle esperienze da corridore vero. Non credo di essere troppo giovane, d’altronde se un ragazzo della mia età vuole mantenersi deve andare a lavorare. Quello che mi è richiesto è l’andare in bici ed essere professionale nel farlo. 

Nel finale di stagione è stato vittima di due cadute che gli hanno impedito di performare al meglio (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
Nel finale di stagione è stato vittima di due cadute che gli hanno impedito di performare al meglio (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
A livello atletico quanto sei cresciuto?

Molto, in particolare negli sforzi brevi e nell’esplosività. Sento di avere un motore diverso, con un picco maggiore. I passi più grandi sono arrivati durante questo inverno. 

Ora il programma cosa prevede?

A fine gennaio andremo in ritiro in Toscana, con tutta la squadra. Mi piace pensare che un team importante come il nostro venga in Italia ad allenarsi, è un modo per mantenere radicata la nostra tradizione ciclistica. L’esordio alle gare dovrebbe arrivare in Croazia a marzo, poi cercheremo di capire se farò qualche gara con i professionisti. Noi del devo team dovremmo avere degli slot alla Coppi e Bartali. L’obiettivo principale sarà il Giro Next Gen. Vorrei cambiare un po’ il calendario in primavera e saltare le classiche italiane under 23, come Recioto e Belvedere, per andare a correre la Liegi U23 e il Tour de Bretagne. Questa è la richiesta che ho fatto alla squadra, vedremo se saranno d’accordo. 

Allora in bocca al lupo e buon anno.

Grazie e buon anno anche a voi!

Conosciamo Mattia Sambinello, l’altro italiano della Hagens

18.11.2023
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La maturità scolastica ce l’avrà la prossima estate, quella agonistica sembra proprio averla trovata quest’anno. Un salto qualitativo, condito da quattro vittorie e una quindicina di piazzamenti, che ha permesso a Mattia Sambinello di essere preso dalla Hagens Berman Axeon-Jayco (in apertura foto Davide Morello).

Guardando lo score ottenuto quest’anno dal diciottenne varesino di Corgeno con la maglia del Canturino, si potrebbe dire che sia un corridore per tutte le stagioni. O quanto meno Sambinello ha dimostrato di saper vincere – ed esprimersi al meglio – da marzo a ottobre con grande costanza. Normale che anche su di lui fossero arrivati gli occhi degli osservatori stranieri. Il suo è l’ennesimo passaggio di un nostro junior in una formazione estera. Un trend che, al netto delle motivazioni, si sta allargando sempre di più ed è spesso sognato dagli stessi ragazzi. Abbiamo quindi voluto seguire Mattia nel suo cammino verso il team continental gestito da Axel Merckx, dove troverà Samuele Privitera.

Sambinello conquista la prima vittoria a marzo a Lodrino, in Svizzera. Battuti Arthur Guillet e Luca Giaimi (foto instagram)
Sambinello conquista la prima vittoria a marzo a Lodrino, in Svizzera. Battuti Arthur Guillet e Luca Giaimi (foto instagram)
Com’è andato il tuo 2023 in generale?

E’ stata una stagione molto buona, con tanti piazzamenti di valore, oltre alle quattro vittorie. Onestamente non mi aspettavo di fare così bene. Mi sono sentito più maturo rispetto all’anno prima ed ora lo sono ancora di più per il passaggio alla Hagens.

Cos’è cambiato principalmente dall’anno scorso?

Nel 2022 era normale che mi mettessi al servizio della squadra, che imparassi a conoscere la categoria. Però direi che quest’anno sono entrato più in sintonia col mio diesse Andrea Arnaboldi e col mio preparatore Ruggero Borghi (ex pro’ per dodici anni a cavallo del Duemila, ndr). Fra di noi c’è stata un’evoluzione e tutto è stato più semplice. Riuscivo a mettere in pratica meglio i loro tanti consigli. E poi c’è stato anche l’aspetto fisico. Ad esempio, avevo lavorato bene in inverno in palestra per essere pronto ai nuovi rapporti liberi da spingere. Quest’anno sentivo sempre la catena in tiro e ne ho beneficiato in corsa.

Che tipo di corridore sei?

Devo ancora scoprirmi fino in fondo, però mi definisco un passista veloce. Fisicamente sono 1,80 per 66 chilogrammi e per la verità me la cavo abbastanza bene anche in salita. Su quelle lunghe e regolari, anche se fatte forte, riesco a stare davanti. Soffro ancora invece i cambi di ritmo. Su questo e altro lavorerò per la nuova avventura che mi attende.

Sambinello ha doti da passista veloce e tiene bene anche sulle salite lunghe, ma soffre i cambi di ritmo (foto Davide Morello)
Sambinello ha doti da passista veloce e tiene bene anche sulle salite lunghe, ma soffre i cambi di ritmo (foto Davide Morello)
Cosa ti aspetti dal prossimo anno?

Sono sulla stessa lunghezza d’onda di Samuele (Privitera, ndr). Anch’io, come vi ha detto lui, mi aspetterò di prendere delle bastonate. Sono preparato a questo. Dovrò abituarmi a tante situazioni difficili in corsa, ma credo che dopo tante “botte”, saprò anche reagire e prendere le giuste contromisure. Anzi, a tal proposito avere in squadra Samuele sarà importante. Ci conosciamo bene da tanto tempo e sono sicuro che ci supporteremo reciprocamente. Lo dicevo con lui che saremo un riferimento l’uno per l’altro.

Il contatto con la Hagens come è avvenuto?

Premetto che quest’anno, se avessi fatto un certo tipo di risultati, ero partito con l’intenzione di andare all’estero, soprattutto per un’esperienza di vita. Il tutto è nato grazie al mio procuratore che a maggio mi fece fare un test incrementale da mostrare a qualche squadra. La Hagens era una di queste e a giugno mi hanno contattato per approfondire il discorso. Devo dire che già a marzo/aprile si erano fatte avanti alcune squadre italiane, però era ancora un po’ presto per intavolare certe trattative.

Sambinello vorrebbe restare nel giro azzurro anche da U23. Quest’anno ha disputato il Trophée Centre Morbihan (foto CA Photographies)
Sambinello vorrebbe restare nel giro azzurro anche da U23. Quest’anno ha disputato il Trophée Centre Morbihan (foto CA Photographies)
Con chi ti sei sentito della nuova squadra?

Mi hanno chiamato sia Koos Moerenhout che Axel Merckx (rispettivamente diesse e team manager, ndr) e potete immaginare la mia gioia. L’impressione è stata subito ottima. So che troverò una squadra molto organizzata e con una bella mentalità. Mi sto già allenando con la nuova bici e finora non mi hanno fatto mancare nulla.

C’è qualcosa che ti ha colpito dai colloqui con loro?

Sì, certo, soprattutto la chiacchierata con Axel. Mi ha detto che nel 2024 dovrò mettere la scuola al primo posto (Mattia frequenta l’istituto aeronautico di Gallarate dove studia trasporti e logistica con una buona media voti, ndr). Anzi, se dovessi iniziare ad andare male, non mi farà correre finché non recupererò. Questo è un grande stimolo per me. Penso di avere più stimoli che pressioni. Potrò preparare la maturità con serenità e contestualmente crescere con calma senza l’assillo dei risultati con la squadra.

Il quarto ed ultimo successo Sambinello lo ottiene in Piemonte a metà settembre, superando Perracchione e Mellano (foto instagram)
Il quarto ed ultimo successo Sambinello lo ottiene in Piemonte a metà settembre, superando Perracchione e Mellano (foto instagram)
Mattia Sambinello che obiettivi si è prefissato per la nuova stagione?

Ne ho tanti, tutti legati fra loro. Mi concentrerò sull’essere ciclista a tutti gli effetti e su tanti dettagli pre e post gara. Tutti aspetti che accresceranno la mia esperienza, specie nelle gare al Nord o in quelle a tappe. Mi piacerebbe correre il Giro NextGen, ma dovrò organizzarmi bene con la maturità. Vorrei anche tenere vivo il legame con la nazionale dopo le corse di quest’anno. Ai risultati ci penserò in un secondo momento, non devo avere fretta. Ho firmato un contratto di due anni e so che alla Hagens, se uno è forte, prima o poi riesce a venir fuori.

Privitera alla Hagens, primo italiano nel team di Merckx

31.10.2023
7 min
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Che non veda l’ora di iniziare la sua nuova avventura appare evidente e non potrebbe essere altrimenti, visto che oltretutto il suo trasferimento di mercato abbatte un piccolo tabù. Dopo le due stagioni da junior nel Team Giorgi, nel 2024 Samuele Privitera correrà nella Hagens Berman Axeon-Jayco, una delle più importanti formazioni continental del panorama internazionale, che dall’anno prossimo sarà il Devo Team della Jayco-AlUla.

Il diciottenne ligure troverà anche Mattia Sambinello e il loro passaggio rappresenta un primato storico, perché mai prima d’ora alcun giovane italiano era stato ingaggiato dalla squadra statunitense diretta da Axel Merckx. Un rapporto lavorativo che si rinnova dopo il precedente di fine 2018 quando il diesse belga pescò Karel Vacek dalla società bergamasca. Privitera è un ragazzo attento e “sul pezzo”: ne abbiamo conferma ogni volta che parliamo con lui. L’impressione non è che sia solo smanioso di indossare la nuova maglia, ma che Samuele voglia fare lo stesso percorso degli atleti che lo hanno preceduto.

Grazie Team Giorgi

Nell’ultimo mese Privitera ha dovuto recuperare dalla caduta al Piccolo Lombardia dove si è fratturato il radio. Tuttavia è riuscito a pedalare, un po’ sia sui rulli e un po’ attorno alla sua Soldano, sfruttando il mite clima della riviera di Ponente. Prima di approfondire il suo trasferimento, è doveroso rendere merito al club che lascia.

«Nei due anni da junior – spiega Samuele – sono cresciuto moltissimo al Team Giorgi. Oltre all’aspetto tecnico-fisico, sono cambiato molto sul piano psicologico. L’ambiente mi ha concesso di non avere mai pensieri, ospitandomi nei lunghi periodi lontano da casa per le corse. L’anno scorso ogni gara era buona per fare risultato, anzi ognuna la vivevo come fosse un mondiale. Quest’anno ho lavorato diversamente. Ho puntato sul fondo, sull’aiutare volentieri i compagni e poi sulle prestazioni nella seconda metà di stagione. Sono riuscito ad ottenere due vittorie e altri bei piazzamenti. Chiudo molto soddisfatto. Grazie al Team Giorgi sono maturato e grazie a loro mi sento pronto per la Hagens».

Com’è nato il contatto con il tuo prossimo team?

Ci ha pensato il mio procuratore Alessandro Mazzurana a cavallo del 2023. Ero contento perché conoscevo già bene la Hagens per tutti i pro’ che sono stati lì. A febbraio poi ho fatto il ritiro da stagista con loro a Castagneto Carducci. Eravamo in due, l’altro ragazzo era Jarno Widar che però ha firmato per il Devo Team Lotto-Dstny. Ero arrivato in forma perché avevo fatto anche un ritiro con la nazionale a Montichiari. Alle fine di quei giorni in Toscana, penso di aver fatto bella figura.

Cos’è successo dopo?

Innanzitutto qualche settimana dopo mi hanno supportato con i materiali. Sulla Guerciotti della mia squadra infatti hanno montato il gruppo e altri componenti che usavano alla Hagens. Per questo devo ringraziare sia il mio team sia la stessa azienda produttrice che mi ha permesso di apportare queste modifiche. Poi ci sono stati i colloqui con Axel Merckx e Koos Moerenhout (che è anche il cittì dell’Olanda, ndr)

Cosa ti hanno detto i due diesse?

Mi hanno parlato, dicendomi che erano contenti di me. Ho già un buon rapporto con loro, li sto sentendo con una certa frequenza. Non posso che ascoltare e imparare da tutto quello che mi dicono. Axel per me è uno dei migliori tecnici al mondo nel lavorare con i giovani. Ne ha fatti passare almeno una cinquantina e tutti di alto livello. Koos guida gente come Van der Poel in nazionale, basta quello per me (sorride, ndr). Con lui ci siamo anche visti in estate, perché andava definito il contratto.

Raccontaci pure.

Ci siamo incontrati a Manerba del Garda durante la tappa del Giro NextGen. Abbiamo discusso su un po’ di cose senza che tuttavia io firmassi. Sono rientrato a casa però con la sua garanzia di avere il posto per i prossimi due anni. Insomma, rispetto a febbraio era un altro passo in avanti verso il mio passaggio con loro.

Hai avuto altre proposte?

Sì, ci sono state, anche altre Devo Team, ma io ho avuto le idee chiare fin da subito. Sapevo che sarei voluto andare solo in squadre estere, perché quasi tutti gli italiani sono cresciuti bene. E poi volevo arricchire il mio bagaglio culturale. Quando è arrivata la proposta della Hagens ho risposto immediatamente di sì. Il loro progetto si presenta da solo. Ne avevo parlato anche con Karel Vacek, che è stato con loro. Nel 2024 saranno il team di sviluppo per la Jayco-AlUla, però vogliono comunque mantenere una loro identità indipendente. Tant’è che ogni atleta della Hagens ha la facoltà di valutare offerte da altri team WorldTour.

In pratica quest’anno ti sei trovato a correre con l’animo più sereno perché eri già sicuro di accasarti. E’ stato più facile o difficile?

Devo dire che andare alle gare con una certezza del genere mi ha aiutato molto a livello mentale. Non avevo la pressione di dover fare risultato per forza. Quindi questa situazione mi ha permesso di crescere in modo più mirato anche negli allenamenti. Come dicevo prima, mi sono messo al servizio della squadra, però notavo che andavo alle gare con una mentalità più… da corridore. Nella seconda parte avevo gli appuntamenti più importanti. Qualcuno l’ho fallito, altri li ho fatti bene. Nelle gare internazionali ho dimostrato che posso andare forte. Il terzo al Buffoni o il sesto al Paganessi, dove sono stato il primo italiano, ne sono la prova.

A febbraio Privitera era stato in ritiro con la Hagens assieme a Widar. Il talento belga però andrà alla Lotto-Dstny Devo Team (foto instagram)
A febbraio Privitera era stato in ritiro con la Hagens assieme a Widar. Il talento belga però andrà alla Lotto-Dstny Devo Team (foto instagram)
Per il 2024 che obiettivi ha Samuele Privitera?

Spero di prendere tanti schiaffi a livello sportivo perché aiutano a crescere (risponde sorridendo e tutto d’un fiato, ndr). Facendo un discorso ampio, solo un illuso può pensare di non prendere batoste al primo anno da U23. Voglio arrivare alla fine del secondo anno nella categoria pronto per fare bene. Se ce la farò, bene, altrimenti significa che dovrò crescere ancora e impegnarmi di più. Guardando a breve-medio termine so già che tra collegiali e gare sarò in mezzo a ragazzi che hanno valori incredibili. In accordo col preparatore della squadra, sarò seguito anche da Pinotti (uno dei coach performance della Jayco-AlUla, ndr). Mentre dobbiamo definire ancora il calendario, anche se non nascondo che mi piacerebbe correre il Giro NextGen o il Val d’Aosta. Non vedo l’ora di andare in ritiro. Sempre a Castagneto Carducci, perché sia Merckx sia Moerenhout sono innamorati dell’Italia.

L’approdo alla Uae, per Morgado i tempi sono giusti

09.10.2023
5 min
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Con l’ottavo posto alla Coppa Città di San Daniele e dopo aver sfiorato il podio al Lombardia di categoria, Antonio Morgado ha chiuso la sua stagione. La prima fra gli under 23, ma anche l’unica. Il portoghese già in estate aveva infatti deciso di fare il grande salto e approdare alla corte di Pogacar all’Uae Team Emirates. A vent’anni il lusitano accede subito al professionismo dalla porta principale e qualcuno ha un po’ storto il naso, pensando che sia una scelta affrettata e che si poteva ancora aspettare almeno una stagione, per continuare a crescere, perché no, aumentare il proprio curriculum, d’altronde già sostanzioso con due argenti mondiali in due categorie diverse.

Morgado non è uno che si tira indietro. In attesa di prendersi qualche giorno di vacanza prima di rituffarsi nel lavoro, questa volta insieme ai nuovi compagni del team arabo, ha accettato di sottoporsi all’analisi della stagione anche davanti a qualche obiezione non propriamente gradita, rispondendo sempre con schiettezza. Il corridore di Caldas da Rainha è convinto di quel che fa, come sempre.

Uno dei momenti più alti nella stagione di Morgado, la vittoria nella tappa finale dell’Orlen Nations Cup (foto organizzatori)
Uno dei momenti più alti nella stagione di Morgado, la vittoria nella tappa finale dell’Orlen Nations Cup (foto organizzatori)
Come giudichi questa tua stagione fra gli Under 23?

Non è stata una grande stagione per me. Mi aspettavo di meglio e potevo fare meglio, alla fine ho portato a casa meno di quel che mi aspettavo, ma è quello che è.

Le corse a tappe come Giro Next Gen e Tour de l’Avenir non sono state fortunate, che cosa ti è mancato?

Non ero nelle condizioni di salute giuste per poter ottenere il meglio da me stesso, quindi mi sono messo a disposizione della squadra e dei compagni. Il Tour de l’Avenir l’ho interpretato più come preparazione per il campionato del mondo, quello era il mio obiettivo stagionale, per il quale sono anche andato in quota, lo avevo messo nel mio mirino e almeno nell’occasione giusta ero pronto.

Ripensando al mondiale, è più la soddisfazione per la medaglia d’argento o pensi che Laurance si poteva prendere?

Per mia natura non sono uno che si accontenta. Sono contento del mio secondo posto ma voglio sempre di più. Penso che ho lavorato così duramente per il mondiale e sono arrivato secondo: va bene, ma per me ha sempre un po’ il sapore della sconfitta, significa che qualcosa di meglio si poteva sempre fare.

La volata vincente per il secondo posto a Glasgow. Ma Laurance si poteva anche prendere…
La volata vincente per il secondo posto a Glasgow. Ma Laurance si poteva anche prendere…
Che cosa porti con te di questo anno all’Hagens Berman Axeon?

Penso che sia una grande squadra, ideale per affrontare la categoria. Mi sono divertito molto quest’anno con la squadra e i miei compagni, da questo punto di vista è stato davvero un buon anno.

E com’è stato lavorare con Axel Merckx?

Sì, è stata una grande opportunità, è un grande nome. Ho imparato molto con Axel ed è un ragazzo davvero gentile, mi piace molto e l’opportunità di lavorare con lui mi ha fatto sicuramente crescere, le mie decisioni sono anche frutto di quel che ho potuto apprendere in un anno di lavoro con lui.

Una sola stagione all”Hagens Berman Axeon, con la perla del successo al Tour of Rhodes (foto team)
Una sola stagione all”Hagens Berman Axeon, con la perla del successo al Tour of Rhodes (foto team)
Dal prossimo anno sarai già professionista con la Uae. Con che spirito affronti questa nuova avventura?

Sono davvero emozionato adesso, tanto che già mi sento mentalmente coinvolto. La situazione sta diventando seria, ora lavorerò davvero sul serio per i massimi obiettivi. Questo è il mio sogno, quindi lavorerò duro per questo. Da un lato mi sento arrivato, sono alla corte dei grandi, dall’altro so che il vero lavoro inizia adesso e ho tutto da dimostrare.

Ma un anno in più fra gli Under 23 poteva servirti per aumentare le tue vittorie e la tua esperienza. Ti sei mai pentito della scelta?

No, sono scelte che uno fa pensando al futuro. Io mi sento maturo e pronto, scelgo di andare subito nel WorldTour. Non è stata una scelta avventata, ne ho parlato con il mio allenatore e il mio manager e pensiamo che io sia pronto per la massima avventura, con l’umiltà di imparare e la convinzione di potermi ricavare un ruolo. Quindi sono emozionato e ora posso lavorare davvero sodo per vedere dove posso arrivare.

La Uae è un team con tanti capitani, uno su tutti Pogacar. Che spazi vuoi ritagliarti in questo tuo primo anno?

Penso che sia davvero un privilegio per me imparare con i migliori ragazzi del mondo. Sono semplicemente super felice perché posso imparare da chi vince, da chi sa come si fa. Quindi l’anno prossimo si tratterà solo di imparare e aiutare la squadra e i compagni.

Il lusitano ha ottenuto i suoi migliori risultati stagionali in nazionale. All’europeo ha chiuso 14°
Il lusitano ha ottenuto i suoi migliori risultati stagionali in nazionale. All’europeo ha chiuso 14°
Pogacar, Hirschi, Ayuso: a chi di questi pensi di essere più simile come caratteristiche?

Questo non lo so, ogni corridore è fatto a modo suo, non mi piace essere paragonato a questo o quello, voglio essere Morgado e basta. Penso che ogni appassionato ami Pogacar, impossibile fare altrimenti, io voglio imparare da lui il più possibile e avere l’opportunità di corrergli accanto.

Per il tuo primo anno che obiettivi ti poni?

Non ho segnato alcun obiettivo sulla mia agenda, si tratterà solo di sfruttare ogni occasione per imparare il più possibile. Spero solo di avere più opportunità possibili per correre nel WorldTour, perché sono le massime gare del calendario, dove affronti il meglio che c’è. Non starò tanto a guardare il mio bilancio in termini di risultati personali, voglio solo aiutare la squadra a ottenere il più possibile e accrescere il mio bagaglio di esperienze.

Il peso del cognome. Axel Merckx sa cosa significa

26.09.2023
6 min
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Nella sua intervista/confessione, Ben Wiggins, uno degli astri nascenti del ciclismo mondiale aveva parlato della fortissima pressione derivante dal fardello del suo cognome. Per gestirla aveva scelto appositamente di accettare l’invito dell’Hagens Berman Axeon per lavorare con Axel Merckx, che più di ogni altro sa che cosa significa confrontarsi con un passato importante.

Per questo abbiamo voluto sentire il manager belga, considerando che nel suo team militano molti prospetti di grande interesse, dei quali ci siamo anche occupati e che ha una grande capacità nel gestire situazioni difficili ma con tante prospettive interessanti come quella del britannico iridato su pista e protagonista della stagione juniores su strada.

Axel Merckx, 51 anni, bronzo olimpico nel 2004 e dirigente all’Hagens Berman Axeon dal 2012
Axel Merckx, 51 anni, bronzo olimpico nel 2004 e dirigente all’Hagens Berman Axeon dal 2012
Il prossimo anno arriverà Ben Wiggins: che idea ti sei fatto del britannico?

La prima cosa che mi ha colpito è che in fatto di esperienza è molto più giovane, direi quasi acerbo rispetto alla sua età. E’ solo il terzo anno che interpreta il ciclismo in maniera convinta, ma la sua anche per questo è una bella storia. Non è mai facile fare lo stesso mestiere del padre, nel ciclismo ancora meno. Ne abbiamo parlato a lungo, io con la mia esperienza personale posso sicuramente aiutarlo a trovare la propria strada.

Ben ha detto ripetutamente di essere stato attratto dalla possibilità di lavorare con te perché sai bene che cosa significa avere il peso di un cognome tanto importante.

La pressione negativa c’è, inutile negarlo. Ogni volta che il risultato non arriva – afferma Merckx facendo riferimento al proprio passato – è normale che tutti dicano “non è come suo padre”. Fa parte dei rischi del mestiere. E’ importante che trovi la sua strada, che riesca piano piano a far capire di essere diverso, un altro corridore rispetto a suo padre. Deve riuscire a emergere per quello che è, senza guardare a chi c’era prima, a dimostrare quel che vuole e può fare. Capisco che senta la pressione, cercherò di aiutarlo a sentirla sempre meno.

Wiggins è stato protagonista su strada e su pista. Ma sente la pressione legata al suo nome
Wiggins è stato protagonista su strada e su pista. Ma sente la pressione legata al suo nome
Come si lavora con un corridore che ha avuto un genitore campione?

Non è più difficile, è solo diverso perché bisogna confrontarsi con una pressione mediatica differente rispetto a qualsiasi altro corridore, una pressione che c’è a prescindere dai risultati. Ben sa che senza quel cognome non avrebbe i giornalisti che si interessano a lui, le tante interviste, i tanti articoli. Con quel cognome sarà sempre sotto i riflettori dei media ma soprattutto della gente. E’ un fastidio certe volte, lo so bene, ma se vai forte diventa qualcosa di molto meno impattante.

Come giudichi questa stagione per il tuo team?

Una buona stagione – risponde Merckx – abbiamo fatto 7 vittorie, conquistato una corta importante come il Giro della Val d’Aosta, una tappa al Giro Next Gen. La nostra è una squadra molto giovane, sapevamo che avere la stagione perfetta è praticamente impossibile, ma possiamo dirci soddisfatti perché nel complesso i nostri ragazzi sono cresciuti.

Per Morgado una prima stagione da U23 ricca di impegni e soddisfazioni. Ora approda all’Uae Team Emirates
Per Morgado una prima stagione da U23 ricca di impegni e soddisfazioni. Ora approda all’Uae Team Emirates
A inizio stagione avevamo parlato con te dell’ingresso di Herzog e Morgado nel team. Come sono andati finora?

Morgado è partito subito bene, con la vittoria al Tour of Rhodes e da lì ha vissuto un’ottima stagione a dispetto di un problema al ginocchio che gli è costato in pratica quasi tutto aprile e maggio. E’ tornato in forma per il Giro ed è stato molto importante per la vittoria di Rafferty in Val d’Aosta, andando poi a conquistare l’argento ai mondiali che per un primo anno fra gli U23 è una gran cosa. Ora farà il salto nel WorldTour, avrà bisogno di tempo ma penso che potrà fare molto bene anche in tempi brevi.

L’impressione che si è avuta è che Morgado si sia ambientato più in fretta nella nuova categoria. Merito suo o Herzog ha avuto più problemi?

Il tedesco non ha avuto una buona stagione – sottolinea Merckx – ma certamente non per colpa sua. Ha sempre avuto problemi di salute che gli hanno impedito di raggiungere la miglior forma. Infatti ha corso molto meno e si è fermato a fine luglio. Anche questo fa parte del mestiere, io credo che sia stata da questo punto di vista una stagione utile perché ha imparato tanto. Non penso che abbia sofferto la tanta pressione derivante dal fatto di essere un campione del mondo juniores, ha solo bisogno di tempo per trovare la sua dimensione. Anche lui passerà nel WorldTour, sono sicuro che alla Bora Hansgrohe gli daranno il tempo necessario.

Annata difficile per Emil Herzog, ma in Germania credono molto in lui e passa già nel WorldTour
Annata difficile per Emil Herzog, ma in Germania credono molto in lui e passa già nel WorldTour
La vittoria di Rafferty al Giro della Val d’Aosta ti ha sorpreso, lo ritieni un corridore con un futuro nelle corse a tappe?

Sicuramente per le corse brevi è già un ottimo prospetto. E’ un corridore che ha grinta, non ha paura di attaccare, ha vinto il Val d‘Aosta proprio perché ha corso d’istinto, ha preso la corsa di petto, senza aspettare le fasi finali. Ha un modo di interpretare le gare che mi piace tanto, ma si vede che da un paio d’anni l’irlandese è in netta crescita e trova nelle corse a tappe la sua dimensione. Andrà all’Education EasyPost e credo che proprio nelle brevi stage race potrà già distinguersi.

Nel tuo team non ci sono corridori italiani, come mai?

La storia dice così, ma dal prossimo anno ne avremo due, provenienti dall’attività junior, che vogliamo far crescere e che annunceremo nei prossimi giorni.

Rafferty protagonista assoluto al Giro della Val d’Aosta. Anche lui entra nel 2024 fra i grandi
Rafferty protagonista assoluto al Giro della Val d’Aosta. Anche lui entra nel 2024 fra i grandi
L’ingresso di Jayco nel vostro team che cosa cambierà?

Non molto, se non il nome della società. E’ una collaborazione con il loro team WorldTour che non ci trasforma in un Devo team, continuiamo ad avere rapporti anche con altre squadre. Servirà però ai ragazzi per avere una strada privilegiata verso la massima serie, ci confronteremo spesso con i direttori sportivi della Jayco AlUla ma la squadra continua ad essere completamente in mano mia. E’ un investimento per crescere, noi come struttura ma soprattutto i ragazzi.

Wiggins, l’oro e l’eredità. La confessione del figlio d’arte

09.09.2023
5 min
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Dire che le medaglie e i titoli sono la miglior medicina per sciogliere la tensione di un ciclista può sembrare cosa scontata, ma basterebbe avere vissuto l’ultimo mese sull’ottovolante di Ben Wiggins per capire che cosa significa, soprattutto quando sulle spalle ti porti un peso come quel cognome. Dopo l’oro conquistato nella madison ai mondiali juniores, tutto è sembrato più leggero, tanto che si è sentito libero di aprirsi di più.

Appena tornato dalla Colombia, Wiggins ha rilasciato un’intervista a Global Cycling Network nella quale emerge molto del carattere del 18enne figlio dell’ex vincitore del Tour de France. Anche perché quell’oro conquistato con il neodetentore del record del mondo dell’inseguimento, Matthew Brennan, lo associa fortemente al ricordo di quanto fece Bradley, iridato due volte nella specialità insieme a Cavendish.

Per il britannico un bellissimo argento a cronometro a Glasgow, a 25″ dall’australiano Chamberlain
Per il britannico un bellissimo argento a cronometro a Glasgow, a 25″ dall’australiano Chamberlain

Un oro contro la depressione

«Era un mio sogno da sempre – ha esordito il giovane Wiggins – non riesco quasi a descrivere quello che ha rappresentato per me, mi sembrava di vivere in un’atmosfera surreale. Avevo chiuso 8° l’omnium e 4° nell’individuale a punti dove avevo mancato l’ultimo sprint vedendo sfumare la medaglia. Ero molto depresso, mi sembrava che tutto quel che avevo fatto non aveva avuto alcun senso».

Si parlava all’inizio di un “ottovolante” e il britannico spiega bene che cosa si intende: «E’ stato molto difficile rimanere sul pezzo, finire la crono di Glasgow al secondo posto e il giorno dopo già lavorare in funzione di Cali. La sequenza di eventi mi ha un po’ frastornato, era dura restare concentrati. Diciamo che l’oro nella madison ha salvato il mio mondiale e svoltato in positivo tutta la mia stagione.

«Se guardo all’indietro, a quello che mi prefiggevo a inizio anno, posso dire di aver centrato tutti gli obiettivi salvo la Roubaix, ma quello è un terno al lotto, fallire devi metterlo in conto… Volevo vincere una corsa a tappe e l’ho fatto (il Trophée Centre Morbihan, ndr), volevo una medaglia su strada e l’ho presa, volevo diventare campione del mondo su pista e ci sono riuscito. Sono contento per questo e perché mi sento ora molto più ciclista di quanto ho iniziato da junior».

Bradley Wiggins ha appena vinto il Tour 2012, il piccolo Ben lo segue sulla sua bici (foto Getty Images)
Una foto d’epoca, Bradley Wiggins ha appena vinto il Tour 2012, il piccolo Ben lo segue sulla sua bici (foto Getty Images)

L’approdo all’Hagens Berman Axeon

In questo suo cammino, Ben Wiggins ha trovato vari mentori: «Giles Pidcock innanzitutto, che ha avuto un ruolo importante, ma anche il mio allenatore Stuart Blunt che ha seguito tutta la mia crescita negli ultimi due anni al Fensham Howes-Mas Design, il mio team. Ora però è tempo di cambiare».

Ben il prossimo anno correrà con l’Hagens Berman Axeon di Axel Merckx. Una scelta sull’onda di altri giovani di grande avvenire come Herzog e Morgado, ma nel suo caso, considerando anche le offerte arrivategli da svariati team Devo del WorldTour, un po’ stupisce.

«Per me correre su strada e su pista è una priorità – ha ammonito Wiggins con parole che dovrebbero risuonare nella mente a tanti ragazzi, ma soprattutto a tanti diesse italiani – con Axel parlo da oltre un anno, ma crescendo la cosa è diventata più seria. Loro hanno avuto dozzine di corridori approdati nel WorldTour, per me è il miglior team di sviluppo, ma poi è contato il suo background».

Ben Wiggins con il padre nei box di Glasgow. Bradley si tiene lontano dall’attività del figlio, non vuole influenzarlo
Ben Wiggins con il padre nei box di Glasgow. Bradley si tiene lontano dall’attività del figlio, non vuole influenzarlo

Il peso di un cognome

E’ qui che Wiggins riserva alcuni concetti per certi versi sorprendenti, che risuonano come una sua totale messa a nudo: «Con il padre che aveva, ha vissuto tutte le pressioni che vivo io, ma amplificate perché suo padre era “the greatest”. Chi meglio di lui può guidarmi? Non volevo un team Devo, non volevo entrare in una squadra come un semplice ingranaggio, cambiando tutto nella mia vita, andando a vivere chissà dove. L’Axeon è più flessibile, è il team giusto per me».

E’ chiaro che a questo punto il tema del rapporto con il padre Bradley emerge in maniera prepotente: «Il nome è qualcosa di difficile da portare addosso quando tuo padre ha vinto tutto quello che ha vinto il mio – ammette Wiggins – so che cambiando categoria, l’anno prossimo si tornerà al punto di partenza, a nuove sfide, a nuovi raffronti. Mio padre è molto esplicito nel volerne stare fuori, la gente mi chiede che consigli mi dà, ma la verità è che non lo fa e per questo gli sono grato. So che è orgoglioso di me e questo mi basta. Io voglio farmi un nome con le mie forze, magari un giorno non diranno che sono il “figlio di”, ma diranno che lui è il padre di…».

Il podio della madison agli europei juniores 2023. Wiggins e Brennan sono d’argento, si rifaranno a Cali
Il podio della madison agli europei juniores 2023. Wiggins e Brennan sono d’argento, si rifaranno a Cali

Alla Ineos da vincitore

Ben Wiggins ha le idee chiare sul prossimo anno: «Ammetto che mi piacerebbe se già alla fine della prima stagione da U23 arrivasse una chiamata da un team WT, ma altrimenti un altro anno non potrebbe che farmi bene. So che sta tutto a me, a quel che farò per meritarlo. Io ho segnato nella mia agenda il Giro Next Gen e il Tour of Britain come cardini del nuovo anno, solo questi perché non voglio mettermi troppa pressione addosso».

Giustamente il collega della testata britannica ha chiesto alla fine perché Ben non ha scelto di passare direttamente dalla Ineos, seguendo le orme del padre: «Per ogni ciclista britannico Ineos è qualcosa di particolare, quasi una nazionale – ha risposto Wiggins – anche per me vista l’esperienza di mio padre, ma molto è cambiato da allora. Io vivevo nell’autobus della Sky da ragazzino, nessuno più di me conosce quell’ambiente. A me però interessa un team dove possa farmi un nome. Se andrò alla Ineos lo farò da vincitore, non come uno qualsiasi. D’altronde Axeon ha un legame anche con Jayco AlUla, dove il diesse è Matt White che lo era anche per mio padre. Staremo a vedere».

Cervinia, bis di Golliker. Rafferty re del Valle d’Aosta

16.07.2023
6 min
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CERVINIA – Stavolta i ragazzi del Giro della Valle d’Aosta hanno corso come i pro’: una corsa nella corsa. Per la tappa e per la generale. E a vincere queste “due corse” sono stati due nomi noti di questa 59ª edizione del “Petit Tour”: Joshua Golliker e Darren Rafferty.

L’inglesino della Groupama-Fdj ha ricordato un po’ l’impresa di Gianmarco Garofoli di due anni fa. Era in una fuga di sette e poi ad oltre 40 chilometri dall’arrivo si è scatenato e ha lasciato tutti lì andando a prendersi il prestigioso traguardo all’ombra del “Nobile Scoglio”, il Cervino.

Rafferty, trionfo meritato

Stamattina al via da Valtournanche il clan della Hagens Berman Axeon sembrava tranquillo. Il direttore sportivo Koos Morenhaut ci aveva detto che avrebbero pensato soprattutto a controllare. Che comunque ieri avevano speso tanto, ma anche che i suoi ragazzi erano compatti, motivati e gasati da questa maglia.

E così hanno fatto. Si sono gestiti, anche in questo caso, come dei pro’. Hanno impostato dei ritmi intelligenti, senza esagerare. Sono rimasti compatti e sono arrivati il più possibile vicino al traguardo. Nei tratti pedalabili di salita mettevano davanti i passisti e in quelli più duri gli scalatori. Ogni cosa girava al dettaglio.

Nel finale Rafferty è stato attaccato soprattutto da Del Toro e Faure Prost. Lui li ha tenuti, ma quando stava per andare fuorigiri… «Non sono andato nel panico – ha detto lo stesso Rafferty allo streaming ufficiale dell’evento – sapevo di avere un buon vantaggio e che non mancava poi tanto così. Così ho cercato un ritmo buono che mi consentisse di arrivare in sicurezza. Evidentemente ho pagato gli sforzi di ieri.

«Ma devo e voglio ringraziare la squadra. Siamo rimasti in cinque e non è stato poco. Di qualsiasi cosa avevo bisogno i ragazzi c’erano. E’ stato un piacere vederli lavorare per me e ne sono orgoglioso».

Rafferty quasi certamente passerà nel WorldTour. Lui non ha rivelato niente e anzi ha glissato su questa domanda, ma è probabile che lo vedremo con la EF Education – Easy Post.

Golliker (classe 2004) in azione sul Saint Pantaleon. Spesso, anche verso Cervinia, spingeva il 54 (foto Alexis Courthoud)
Golliker (classe 2004) in azione sul Saint Pantaleon. Spesso, anche verso Cervinia, spingeva il 54 (foto Alexis Courthoud)

Golliker, chi sei? 

E poi c’è questo ragazzino, Golliker. E’ un primo anno. Ha vinto due tappe su cinque. In salita spinge rapporti incredibili. Anche sul muro di Pré de Pascal aveva il 40 all’anteriore. Sembrerebbe essere quello che si dice uno scalatore puro. Ma a quanto pare lui non la pensa così.

«No – ci ha detto l’inglese – non sono uno scalatore puro, cerco solo di spingere e posso farlo anche in salita».

Pensate che Golliker va in bici da appena tre anni. Oggi dopo l’arrivo si è anche commosso e ci ha chiesto di aspettare un po’ prima di fargli le domande. Forse si è reso conto di quale impresa avesse fatto. 

«Ammetto – dice Golliker – che sono ancora sotto shock per oggi. E’ stato stupefacente. Vado in bici da tre anni, prima facevo tutti gli sport, ma ho scelto il ciclismo perché mi appassionava di più».

Golliker vive nei dintorni di Besancon, dove la Groupama-Fdj ha la sede. Una scelta dovuta anche al fatto che in Inghilterra nei dintorni di Londra dove vive non ci sono salite e c’è invece molto traffico.

Analisi di uno scalatore

Vederlo pedalare ci ha incuriosito. Uno che vince due tappe (dure) al Valle d’Aosta, per di più al primo anno, non può non essere uno scalatore, così ci siamo rivolti al suo direttore sportivo, Jerome Gannat.

Jerome, Golliker è uno scalatore puro?

No, però è un rullo compressore! Scherzi a parte, anche se si guarda la sua struttura fisica non è da vero grimpeur. Joshua non ha quel cambio di ritmo netto. A lui piace prendere il suo passo e spingere, forte.

Eppure spinge rapporti lunghi in salita. Di solito fa così chi è uno scalatore…

Vero, ma lui va così perché è potente. Anche muscolarmente. Poi è talmente giovane, ha 19 anni, che non è definito. Non ha finito di crescere, ma credo che anche fra qualche anno non sarà uno scalatore puro.

Golliker correva in Francia, lo seguivate già prima che venisse da voi?

No, sono sei mesi che lavoriamo con lui, ma è già migliorato molto. Joshua è un attaccante nato. Lui è un po’ “on-off”. Se è davanti, spinge, va via e rende al 100 per cento, ma se è in gruppo si perde un po’. Credo quasi che si annoi. E’ una questione di motivazione.

Ed è per questo che ieri nel tappone si è staccato?

Non credo. Era ancora in maglia. Io non sono rimasto sorpreso che l’abbia persa. Neanche l’abbiamo veramente difesa, conoscevamo i limiti di Joshua. In salita il gruppo poi non è andato fortissimo. Poi ci sono stati scatti a raffica e, come ho detto, Golliker non riesce a rispondervi bene. In più lui è giovane e la distanza era molto lunga.

Hai detto che non è uno scalatore puro. E allora che tipologia di corridore è?

Un corridore molto forte. Io credo che lo potremmo vedere protagonista nelle tappe davvero difficili o intermedie perché è molto forte fisicamente. Ma in generale sono cose molto difficili da valutare perché parliamo di ragazzi under 23. Lo valuteremo davvero quando lascerà la squadra continental e quanto progredirà tra i pro’. 

E invece oggi come è andata?

Gli ho detto di attaccare perché ho ripensato allo scenario dell’anno scorso quando eravamo nella stessa situazione della Hagens Berman Axeon. Gli ho detto che avrebbero lasciato andare la fuga, come facemmo noi l’anno scorso. Anche se in realtà credevo ci lasciassero più spazio e per questo ero preoccupato. Ma è andata bene.

Meris scappa e trionfa. Rafferty leader… alla Van Aert

15.07.2023
6 min
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FENIS – E per fortuna che la tappa era troppo lunga per essere degli under 23. Si sarebbero gestiti. Il Giro della Valle d’Aosta ha regalato ancora un super spettacolo. I ragazzi si sono attaccati come non ci fosse un domani sin dall’inizio. Un frazione così si può paragonare a quella dell’Aquila al Giro d’Italia del 2010 o per fare un paragone più recente a quella del Tourmalet di qualche giorno fa al Tour de France. E il Van Aert della situazione è stato Darren Rafferty, con la differenza che da stasera è lui la nuova maglia gialla della corsa.

Eppure in tutto questo caos – è anche difficile trovare un punto da dove iniziare a scrivere – il re di giornata non è lui, ma Sergio Meris (qui potete vedere il suo arrivo). Grazie a lui la Colpack-Ballan torna a lasciare il segno al Valle d’Aosta dopo l’incredibile vittoria di Alessandro Verre due anni fa.

Partenza in quota a Verrayes, dal centro dello sci di fondo. Golliker è ancora in giallo
Partenza in quota a Verrayes, dal centro dello sci di fondo. Golliker è ancora in giallo

La tempesta perfetta

Tappone da 172,5 chilometri e ben oltre 4.000 metri di dislivello. C’è chi teme per il tempo massimo. In questo contesto ne esce una corsa incredibile. Degna di un dibattito da processo alla tappa.

Attacca la Hagens Berman Axeon con Antonio Morgado. Lo seguono alcuni atleti tra cui due della Soudal-Quick Step. C’è confusione e dai contrattaccanti sul primo dei cinque Gpm esce Darren Rafferty, terzo al mattino. Una freccia. Piomba sul drappello di testa e la fuga aumenta subito il vantaggio.

E qui scatta il “processo alla tappa”: perché le altre squadre lasciano fare se dentro c’è un pesce così grosso? E’ quello che ci siamo chiesti, quando ancora non vedevamo le immagini e non avevamo parlato con i protagonisti. L’idea era quella d’indagare tra i direttori sportivi una volta all’arrivo.

In realtà non hanno lasciato fare. Davide De Cassan ci confida che prima la Groupama-Fdj e poi la Circus-ReUs di Alexy Faure Prost hanno spinto e anche forte. Solo che davanti Morgado, Rafferty e i Soudal spingevano forte. L’obiettivo di questi ultimi, tra l’altro centrato, era quello della maglia di miglior scalatore con Jonathan Vervenne. Tutto questo ha creato la tempesta perfetta. Una tempesta che Rafferty e Meris sono riusciti a sfruttare al meglio.

Rafferty come Van Aert

Rafferty, dicevamo, sembrava Van Aert: ha tirato all’inverosimile. Dopo aver perso Morgado, stremato e super anche lui, è stato in testa ininterrottamente per 40 dei 45 chilometri rimasti.

All’arrivo l’irlandese guarda nel vuoto e racconta: «La nostra azione non doveva essere esattamente così. Sì, dovevamo attaccare con un uomo. Ma poi ho visto che Morgado non era troppo distante. Io mi sentivo bene e mi sono buttato dentro. Abbiamo subito preso un bel vantaggio e a quel punto abbiamo insistito.

«Morgado è stato eccezionale. Ha fatto un lavoro super: ha tirato per 50-60 chilometri. Io non mi aspettavo di prendere tutto quel vantaggio, ma siamo andati davvero full gas. Mi spiace per la tappa, ma io pensavo alla generale e per questo ho tirato sempre. E’ stata una tappa folle e una delle giornate più dure della mia vita».

La frazione non l’ha vinta, ma mentre aspetta di salire sul palco per indossare la maglia gialla, Rafferty già pensa al giorno dopo. «So che dovremmo difenderci. Oggi l’obiettivo era la maglia e l’ho centrato. Conosco le salite di domani, le abbiamo fatte l’anno scorso. Mi piacciono, sarà ancora dura, ma io sto bene».

Fa impressione la sua espressione. Rafferty è letteralmente distrutto. Sembra deluso. Non riesce a ridere. Giusto sul palco abbozza un sorriso.

Brenner terzo al traguardo. Si arrivava a Clavalité, un vero paradiso a 1.500 m di quota. Le poche baite che ci sono non hanno, per scelta, la corrente elettrica
Brenner terzo al traguardo. Si arrivava a Clavalité, un vero paradiso a 1.500 m di quota. Le poche baite che ci sono non hanno, per scelta, la corrente elettrica

Grande Meris

Chi invece ride, e giustamente, è Sergio Meris. Per lui un successo importantissimo, di peso, di prestigio, di gambe e di testa. Sergio sale sul treno giusto e cavalca quella tempesta di cui dicevamo. S’incolla alla ruota di Rafferty e non la molla. Se non quando l’ammiraglia della Dsm non s’incolla nel vero senso della parola alla sua. E’ l’imbocco della salita finale e per i tifosi italiani scorre un brivido lungo la schiena.

«In seguito a quell’impatto ho avuto un problema con la catena – racconta Meris dopo l’arrivo – ho perso una trentina di secondi, ma sono riuscito a rientrare senza spendere poi tantissimo».

 

E dire che ieri Meris non era andato affatto bene. Ma forse questo successo è figlio proprio della frazione di 24 ore fa.

«Ieri proprio è stata una giornata no. Le gambe non andavano e così alla fine ho deciso di risparmiare qualcosa. Sì, forse è nata anche lì questa vittoria.

«Oggi le cose sono andate nettamente meglio. Io – un po’ come Rafferty – avevo Kajamini davanti e più che altro ho cercato di stare attento davanti al gruppo. Quando si sono mossi Rafferty e gli altri li ho seguiti. All’inizio devo dire che ancora non sentivo delle buone gambe poi le cose sono andate sempre meglio».

Gianluca Valoti abbraccia Meris, una vittoria importante che dà morale alla Colpack-Ballan
Gianluca Valoti abbraccia Meris, una vittoria importante che dà morale alla Colpack-Ballan

Lo scatto che senti

Meris racconta il momento dello scatto decisivo. Il suo diesse Gianluca Valoti, commosso all’arrivo a Clavalité – un vero paradiso naturalistico – gli aveva detto di non muoversi prima dei quattro chilometri dall’arrivo.

«Ma io vedevo che stavo sempre meglio – riprende Meris – notavo che Brenner e Rafferty non pedalavano più benissimo e i watt erano un po’ calati. Così ho deciso di andare prima. Mi sentivo veramente bene». 

Una cosa che abbiamo notato è che Meris rispetto agli altri due aveva sempre mangiato e bevuto. Mentre l’irlandese e il tedesco erano lì a menare a testa bassa. Piccolezze, che piccolezze non sono, fondamentali in una tappa tanto dura e lunga.

Resta una frazione, la classica di Cervinia con Saint Pantaleon e appunto Cervinia nel finale. Tutto è aperto, visto che i ribaltoni non mancano mai in questa gara, ma con un Rafferty così c’è poco da fare. Bisogna vedere se non pagherà dazio.

La classifica vede l’irlandese in testa con 2’44” sul francese Alexy Faure Prost e 3’19” sul messicano Isaac Del Toro, oggi bravissimo a recuperare oltre 4′ nelle due salite finali sulla testa della corsa. Mentre l’ex maglia gialla, Golliker, è giunta ad oltre 12′ e serenamente ha salutato la leadership.

Christen, una croce per Gino sul traguardo di Cansiglio

17.06.2023
5 min
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PIAN DI CANSIGLIO – Per il Giro Next Gen sono le ultime pedalate prima della tappa finale, da Tavagnacco a Trieste. In gruppo l’atmosfera che si respira è particolare: sono molte le squadre ancora senza vittoria, le squalifiche hanno creato un certo nervosismo e la notizia della morte di Gino Mader ha scosso molti, tra staff e corridori, vicini al ciclista svizzero. La tappa parte regolarmente da Possagno, davanti allo spettacolare Tempio Canoviano. Prima del via, si osserva doverosamente un minuto di silenzio: tutto si ferma, i corridori si tolgono il casco e gli sguardi sono persi nel vuoto, ancora a chiedersi «perché?». 

Svizzero come Mader, stamattina Christen si è disegnato una croce sul braccio e l’ha portata al traguardo (foto LaPresse)
Svizzero come Mader, stamattina Christen si è disegnato una croce sul braccio e l’ha portata al traguardo (foto LaPresse)

Risposta svizzera

L’umore non è dei migliori, ma si parte comunque. La corsa procede regolarmente, ma tra coloro che ci credono e che ci provano in tutti modi c’è una persona speciale: Jan Christen. Jan non ha neppure 18 anni, è molto giovane ed è al Giro per la statunitense Hagens Berman Axeon. Nella sua carriera ha già vinto il campionato nazionale a cronometro juniores nel 2021 e nel 2022, conquistando, lo scorso anno, anche il titolo europeo nella prova in linea. E come abbiamo già raccontato, è… promesso al UAE Team Emirates per quattro anni a partire dal prossimo. Jan e Gino Mader si conoscevano, spesso si allenavano assieme: tutti e due infatti hanno sangue svizzero.

«Sono senza parole – racconta il vincitore Jan Christen – la vittoria significa molto per me. Questa notte non ho dormito molto, per via di quello che è successo ieri con Gino. Era un mio caro amico e conosco bene la sua famiglia. Forse è stato lui a darmi la forza di attaccare oggi. Questa vittoria è per lui, l’ho pensato molto durante tutta la tappa».

Maglia rosa vigile

Pronti, via e parte una fuga di dodici uomini. Il gruppo non gli concede molto spazio, finendo per riprenderli subito. Uno scatenato Gil Gelders si lancia in discesa assieme ad altri tre elementi: il loro vantaggio sale quasi fino ai tre minuti. Dietro la corsa è nervosa, il gruppo teme questi attaccanti, tanto che a prendere in mano la situazione è la maglia rosa Johannes Staune-Mittet in persona che allunga fino a raggiungere i tre fuggitivi.

E’ a quel punto che Jan Christen capisce la pericolosità dell’uomo Jumbo-Visma e parte in solitaria quando manca un chilometro al gran premio della montagna: nessuno riesce a raggiungerlo e sul Pian del Consiglio è lui il primo ad arrivare. Sulla sua gamba si vedono, tra l’altro, i segni di una caduta. Johannes Staune-Mittet, nel frattempo, arriva a 13 secondi ed è sempre più in rosa.

Staune-Mittet nel frattempo è sempre più rosa: per la Jumbo Visma, il secondo Giro dopo quello di Roglic (foto LaPresse)
Staune-Mittet nel frattempo è sempre più rosa: per la Jumbo Visma, il secondo Giro dopo quello di Roglic (foto LaPresse)

Una croce sul braccio

Sin da stamattina Jan Christen ha voluto ricordare Mader: sul braccio destro, si è disegnato con un pennarello nero una croce, proprio per Gino. Sul traguardo e durante le interviste Jan si è toccato spesso il braccio, come a voler dire: «Gino, sei qui con noi, questa vittoria è per te».

Ha alzato le dita al cielo e chissà cos’altro avrebbe voluto dirgli. Ha appoggiato la bici alle transenne a bordo strada e, ancora prima di abbracciare compagni e amici, si è lasciato andare ad un urlo liberatorio

Jan Christen è nato nel 2004 a Leuggern, dal 2024 al 2027 ha già un contratto con il UAE Team Emirates (foto LaPresse)
Jan Christen è nato nel 2004 a Leuggern, dal 2024 al 2027 ha già un contratto con il UAE Team Emirates (foto LaPresse)

Finiti tutti i convenevoli del post-tappa, mentre dal Giro di Svizzera rimbalza la notizia che anche Remco Evenepoel ha vinto e dedicato la vittoria a Mader, tra interviste, premiazioni e foto di rito, Jan prende il telefono in mano. La prima cosa che fa è postare su Instagram una storia. Poche parole: la sua foto, la sua impresa e la dedica “this is for you Gino”, “questa è per te Gino”, con un grande cuore rosso.