Giro d'Italia 2026, Alleghe, PIan di Pezzè, Giulio Ciccone, Passo Falzarego, Einer Rubio

Ciccone, tutto per i GPM: sogno riuscito a metà

29.05.2026
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PIAN DI PEZZE’ (BL) – Buttato sull’asfalto nel lato sinistro della strada, Giulio Ciccone beve furiosamente da una bottiglietta di plastica che strizza con forza affinché l’acqua finisca più velocemente nella gola. A tratti si interrompe per deglutire e manda giù sorsi di un integratore alla ciliegia e si guarda intorno in una dimensione tutta sua, che in apparenza non risente del baccano e del vociare intorno. Se l’obiettivo di giornata era sommare il maggior numero di punti per la montagna, la missione è stata compiuta. Se a questa voleva aggiungere la vittoria di tappa, allora anche oggi c’è da mangiarsi le mani. Chissà se l’abruzzese pensi ancora che quest’anno avrebbe fatto meglio a puntare sulla classifica generale

A Ciccone sono serviti dieci minuti buoni per riprendere fiato e e recuperare la lucidità
A Ciccone sono serviti dieci minuti buoni per riprendere fiato e recuperare la lucidità
A Ciccone sono serviti dieci minuti buoni per riprendere fiato e e recuperare la lucidità
A Ciccone sono serviti dieci minuti buoni per riprendere fiato e recuperare la lucidità

Lo stesso posto, 34 anni dopo

Ciccone si alza con l’aiuto del massaggiatore e si sposta dall’altro lato della strada per lasciar passare le auto della direzione corsa. Su questa stessa strada, 34 anni fa rimanemmo a lungo accanto a Marco Pantani, nel racconto dell’impresa che gli era appena valsa il Giro d’Italia dei dilettanti. E’ tutto diverso, la vita e il ciclismo, soltanto le montagne sopra alle nostre teste sono le stesse di allora. Nei giorni di altura a Sierra Nevada, Giulio ha raccontato di aver rivisto per l’ennesima volta i dvd che raccontano la storia di Pantani e c’è da scommettere che prima di partire sapesse benissimo che questa montagna avesse avuto finora un solo vincitore: il Pirata!

«Oggi era una tappa – racconta – dove chi ne aveva, avrebbe guadagnato. Sulla prima salita il passo è stato fortissimo, ci siamo subito rotti. Io ho sprecato tantissimo, ho corso per la maglia e per prendere i punti. Dovevo correre così, era l’unica soluzione che avevo. Devo dire anche che sono stato molto fortunato trovando nella fuga diversi corridori che mi hanno dato una mano. Come Giulio Pellizzari, che devo ringraziare tantissimo. Anche Bettiol sulla prima salita.

«Poi, una volta sul Falzarego, è partita l’idea di fare la discesa a tutta per guadagnare margine. Sapevo di doverla fare a tutta, ma l’arrabbiatura per il comportamento di Einer Rubio mi ha dato ancora più grinta per fare qualche curva un po’ più spericolata».

L'ultima scalata di Ciccone è stato un lento spegnersi che ha favorito il ritorno di Kuss
L’ultima scalata di Ciccone è stato un lento spegnersi che ha favorito il ritorno di Kuss
L'ultima scalata di Ciccone è stato un lento spegnersi che ha favorito il ritorno di Kuss
L’ultima scalata di Ciccone è stato un lento spegnersi che ha favorito il ritorno di Kuss

Lo screzio con Rubio

Il problema c’è stato sul Falzarego, quando il colombiano che in questo Giro ha condiviso con Ciccone un’infinità di chilometri in fuga, ha sprintato prendendogli i 18 punti del gran premio della montagna. Giulio non è stato tenero nel raccontare l’episodio, ma sa che il problema è venuto fuori quando Derek Gee ha sprintato per il Chilometro Red Bull. Rubio conferma: avevano parlato, accordandosi perché Ciccone prendesse i punti della montagna e lui passasse sul traguardo che si incontrava cinque chilometri prima. Il fatto che i corridori della Lidl-Trek volessero prenderli entrambi, lo ha spinto a sprintare sul Falzarego.

Dopo la discesa a tutta, Ciccone si è ritrovato al comando sulla salita finale, iniziata con un minuto sul gruppetto degli inseguitori. Difficile dire se potesse arrivare, ma di certo quando il ritrovato Pellizzari ha attaccato portandosi dietro Sepp Kuss, il margine del fuggitivo ha preso a scendere rapidamente.

«Sapevo che dovevo tenere il mio passo – dice Ciccone – sapevo che non dovevo andare fuorigiri. Ho tenuto un buon passo, però oggettivamente ho sprecato tantissimo nella valle. C’era un vento fortissimo e contrario e lì ho sprecato tanto. Se la salita fosse iniziata prima, sarebbe stato molto meglio».

L'abbraccio fra Pellizzari e Hindley parla di amicizia e di un corridore ritrovato
L’abbraccio fra Pellizzari e Hindley parla di amicizia e di un corridore ritrovato
L'abbraccio fra Pellizzari e Hindley parla di amicizia e di un corridore ritrovato
L’abbraccio fra Pellizzari e Hindley parla di amicizia e di un corridore ritrovato

Il Pellizzari ritrovato

E se Ciccone se ne va da Alleghe forte del terzo posto, della Cima Coppi (è passato per primo sul Passo Giau) e di 57 punti di vantaggio su Vingegaard, Pian di Pezzè ha riportato il sorriso a Pellizzari. Giulio è andato in fuga, ha provato a vincere e nel finale ha dato tutto quello che aveva per aumentare il vantaggio di Hindley su Arensman. Al momento l’australiano è terzo con 29 secondi di vantaggio sull’olandese della Netcompany-Ineos.

«Sono contento di aver aiutato Jai – dice Pellizzari – perché sul momento non mi sono reso conto che non avevo le gambe per vincere. Avevo sentito che Arensman si era staccato, allora ho aspettato e sono davvero contento di avergli dato una mano. E’ stata una bella reazione, ma diciamo che il problema adesso più che il morale sono le gambe. Facciamo il massimo con quel che si ha, sapendo che questa non è stata di sicuro la mia prestazione più bella.

«Uscivo da due giorni vissuti male. Ne ho parlato anche con la mia fidanzata, quando non hai le gambe, l’umore precipita. Non è il massimo perché a 22 anni dovremmo sapere che nella vita ci sono anche altre cose, ma penso che quando arriveranno le gambe, sarò di nuovo felice».

Ciccone se ne va da Pian di Pezzé con la vittoria della Cima Coppi (passo Giau) e il primato dei GPM
Ciccone se ne va da Pian di Pezzé con la vittoria della Cima Coppi (Passo Giau) e il primato dei GPM
Ciccone se ne va da Pian di Pezzé con la vittoria della Cima Coppi (passo Giau) e il primato dei GPM
Ciccone se ne va da Pian di Pezzé con la vittoria della Cima Coppi (Passo Giau) e il primato dei GPM

Mancano due tappe alla fine del Giro, domani la doppia scalata di Piancavallo scriverà la parola fine sotto la lotta per la classifica. Uno strano Giro quello degli italiani, che per l’ennesima volta si sono ritrovati a guardare da dietro la schiena del vincitore. Non tutte le stagioni sono uguali e si capisce che la ricerca dei punti per una maglia possa portare via le energie e la lucidità necessarie per vincere. In questo Giro senza grande spettacolo, quel che resta è la certezza che si vada ogni giorno davvero forte e questo rende necessario scegliere. E’ meglio la maglia della montagna o la vittoria di una tappa mitica?

Giro d'Italia 2026, Bellinzona-Carì, Giulio Ciccone, Lidl-Trek

I pensieri di Ciccone: «Forse era meglio fare classifica»

26.05.2026
5 min
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CARI’ (Svizzera) – La frazione elvetica di questo Giro d’Italia, con i suoi 113 chilometri che hanno portato il gruppo da Bellinzona a Carì, è stata inghiottita da Jonas Vingegaard in meno di tre ore. La maglia rosa mantiene la promessa fatta ieri nella conferenza stampa del giorno di riposo e si porta a casa la quarta vittoria di tappa. Si era capito fin da subito che la Visma Lease a Bike non avrebbe lasciato spazio agli attaccanti di giornata. Tra loro c’era Giulio Ciccone protagonista di un Giro che era partito con obiettivi diversi rispetto agli anni precedenti. Rimesso nel cassetto l’obiettivo di fare classifica l’abruzzese sta cercando di ritagliarsi un posto al sole provando a vincere una tappa. 

Anche oggi il corridore della Lidl-Trek è stato uno dei più attivi fin dai primi chilometri, attaccando non una ma diverse volte chiedendo con ampi gesti agli altri di collaborare. Una volta che la fuga è riuscita a prendere quel poco spazio per sopravvivere fino alla salita finale di Carì Ciccone è stato uno dei più attivi.

«E’ un Giro un po’ così c’è poco da commentare – racconta all’arrivo, dopo aver chiuso la zip del giaccone pesante fino al collo – però l’importante è stare bene e continuare a provare. Mi dispiace un po’ perché le tappe dove bisogna andare in fuga con le gambe sono quelle in cui non si hanno chance».

Obiettivo GPM

Una volta capito che le possibilità di riuscire ad arrivare al traguardo e giocarsi la tappa fossero risicate, se non addirittura nulle, Ciccone si è messo di buona lena per conquistare i quattro gran premi della montagna. La maglia blu potrebbe diventare un obiettivo sul quale concentrarsi nei prossimi giorni, anche se un Vingegaard così famelico mette a rischio l’obiettivo. Il danese infatti guida la classifica dei GPM con 211 punti, ben 82 in più del corridore della Lidl-Trek

«Le prossime due tappe non mi fanno impazzire – continua – non mi si addicono troppo e potrei anche pensare di recuperare il più possibile in vista del finale di Giro. L’obiettivo della maglia blu ce l’ho in testa, anche se un Vingegaard del genere che vince tutti gli arrivi in salita rende la rimonta difficile».

«Capisco anche gli altri corridori – spiega ancora Ciccone – perché abbiamo l’esperienza per capire quando siamo condannati a non arrivare all’arrivo. Comprendo che a volte possa mancare la fiducia, il mio atteggiamento verso di loro è più per provare a tenere alto il morale e continuare a provarci».

Ancora poche occasioni

Il Giro d’Italia è arrivato alla sua sedicesima tappa e fino ad ora Giulio Ciccone è stato vicino alla vittoria in diverse occasioni: in Bulgaria, poi a Cosenza e Corno alle Scale, quando da dietro sono piombati Felix Gall e Jonas Vingegaard. Il leader della generale non ha lasciato ancora spazio nelle tappe di montagna, mentre nelle frazioni intermedie di chance ne sono arrivate.

«E’ giusto che Vingegaard corra in questo modo – analizza Ciccone – è la maglia rosa e sta onorando al meglio la corsa, quindi chapeau a lui e alla squadra che riesce a controllare giornate come queste che sono le più complicate. Un po’ di amarezza ce l’ho, anche perché con il passare dei giorni le opportunità a disposizione diminuiscono».

Giro d'Italia 2026, Giulio Ciccone, Lidl-Trek
Ciccone ha ammesso che sarebbe stato meglio concentrare tutte le energie per fare classifica
Giro d'Italia 2026, Giulio Ciccone, Lidl-Trek
Ciccone ha ammesso che sarebbe stato meglio concentrare tutte le energie per fare classifica

Cambiare tattica

Forse uno dei modi per provare a vincere una tappa, per Giulio Ciccone, è di cambiare tattica e cercare di andare all’attacco su percorsi meno congeniali alle sue caratteristiche

«Non è questione di tattica – ci risponde – ma solo di gambe, sfinimento e alla fine ripeto, quando da dietro decidono di andare per la vittoria di tappa non si hanno chance per trovare un modo di batterli. Le uniche occasioni sono quando la Visma o gli uomini di classifica hanno meno interesse, per ora sono le tappe che a me non piacciono, ma potrebbe essere necessario scendere a compromessi».

«La mia condizione è buona – conclude – ma quando decidi di non fare classifica si devono spendere energie per andare in fuga, ma allo stesso tempo è difficile arrivare. Forse, alla fine, era meglio fare classifica».

Giulio Pellizzari a Corno alla Scale

Ciccone sogna. Vingegaard fa 50. E Pellizzari soffre

17.05.2026
6 min
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CORNO ALLE SCALE (BO) – All’imbocco di un tunnel che passa sotto a quella che d’inverno è una pista da sci, un centinaio di metri dopo l’arrivo, Giulio Pellizzari si accascia sul manubrio. Tossisce. Probabilmente piange anche. Ha dato tutto. Subito lo staff della Red Bull-Bora fa capannello attorno a lui. Non vogliono che si scattino foto o si facciano video. Ci tengono lontani. Si sente solo sussurrare qualche parola.

Dopo qualche minuto, che sembrano infiniti, Giulio riparte. Ha indossato uno di quei giubbini termici riscaldati e se ne va. A Corno alle Scale l’aria è quasi invernale. Una manciata di gradi sopra lo zero e un vento che rende l’ambiente ancora più gelido.

Pellizzari stremato dopo l'arrivo. Il marchigiano ha dato tutto e forse anche di più
Pellizzari stremato dopo l’arrivo. Il marchigiano ha dato tutto e forse anche di più
Pellizzari stremato dopo l'arrivo. Il marchigiano ha dato tutto e forse anche di più
Pellizzari stremato dopo l’arrivo. Il marchigiano ha dato tutto e forse anche di più

Silenzio Red Bull

E’ questa immagine la vera notizia di giornata: il crollo, o quantomeno il deciso tentennamento, di Giulio Pellizzari. E quanto dispiace! Iniziano le indagini per capire cosa sia successo al marchigiano. Ma le bocche sono cucite. Anzi, super cucite. L’unica fonte ufficiale è quella dell’addetto stampa del team, Gabriele Uboldi, che in una flash interview alla Rai dice: «Giulio è stato male in corsa, di più non so dire. Se sia stata una questione mentale o di pressione? No, mi hanno riferito proprio di un problema fisico. Di salute. Altro non so». Fine.

In un parcheggio antistante la zona d’arrivo sono posizionate tutte le ammiraglie. Cerchiamo quella della Red Bull per parlare con i due direttori sportivi, ma di nuovo niente. Sono al telefono. Fanno avanti e indietro. C’è nervosismo. Ad un certo punto ci fanno un deciso cenno di no col capo. Niente interviste. Stessa sorte per i colleghi di Eurosport.

Neanche gli altri corridori della Red Bull che abbiamo avvicinato si lasciano sfuggire nulla. Forse alcuni di loro non lo sanno davvero, visto che erano dietro. Fatto sta che questo silenzio dello staff, e dei diesse in particolare, è anche irritante. E lascia basiti. Che gli atleti non parlino ci sta e tanto più Pellizzari. Loro decisamente meno.

Altri che hanno assistito alla scena e che in passato erano stati nella Sky dei tempi d’oro ci dicono: «Quando in una squadra fanno così, è perché è successo qualcosa».

Pellizzari (classe 2003) ha perso tre posizioni in classifica. Ora è a quasi 3' da Vingegaard
Giulio Pellizzari (classe 2003) oggi ha perso tre posizioni in classifica ed è quasi a 3 minuti da Vingegaard
Giulio Pellizzari (classe 2003) oggi ha perso tre posizioni in classifica ed è quasi a 3 minuti da Vingegaard

Pellizzari: cosa succede?

E’ successo qualcosa: questo è poco, ma sicuro. Di fatto, salvo miracoli sportivi che Dio solo sa quanto vorremmo accadessero, i sogni di podio di Pellizzari s’interrompono sull’Appennino bolognese. Il distacco da Jonas Vingegaard è ormai ampio. E se la salute non c’è, la strada si fa più ripida. Non solo. Ma nel mezzo ci sono tanti altri corridori. Tolto il danese, che sembra fare gara a sé, ci sono Gall, il compagno Hindley, Arensman

Magari si è trattato di un caso isolato. Magari è solo una giornata storta. Poi è chiaro che senza nessuna dichiarazione da parte del team scattano le supposizioni. C’è chi dice che Pellizzari abbia ancora in circolo le scorie del fuorigiri dell’altro giorno sul Blockhaus. Chi pensa abbia speso troppo dall’inizio della stagione e che al Tour of the Alps fosse già troppo in forma.

Più di altri ci ha interessato la versione di Stefano Garzelli. Una versione che si rifà ad un dettaglio delle sue gambe che avevamo notato anche noi.

«Quello che ho notato – ci ha detto Garzelli – è che già ieri, quando è arrivato a Fermo, Pellizzari pedalasse “sulle ginocchia”. Mi spiego. Spingeva con tutta la gamba, tipico di chi non ha forza, non ha muscolo. Avete visto che gambe magre? Guardate invece le cosce di Vingegaard – e mentre lo dice gonfia le guance – sono piene, rotonde. Certo non è un bel segnale questo in vista del resto del Giro e della crono di dopodomani per Giulio».

Nelle prossime ore se ne saprà di più circa questa giornataccia di Pellizzari (a quanto detto più tardi dalla squadra si è trattato di problemi di stomaco). Il fatto che quando Pellizzari si è staccato lo abbia fatto da un drappello ancora molto nutrito, di 35-30 corridori, può essere un segnale negativo o positivo, tra virgolette. In questo secondo caso potrebbe essere davvero solo una giornata no e alla prossima salita lo rivedremo ancora lottare con i big. Se invece fosse negativo, significherebbe che per Pellizzari è iniziata la parabola discendente della condizione.

Jonas Vingegaard vince a Corno alla Scale
Jonas Vingegaard vince a Corno alla Scale. Ha staccato Gall a 900 metri dall’arrivo andando a cogliere il 50° successo in carriera
Jonas Vingegaard vince a Corno alla Scale
Jonas Vingegaard vince a Corno alla Scale. Ha staccato Gall a 900 metri dall’arrivo andando a cogliere il 50° successo in carriera

Vingegaard fa cinquanta

Ma poi c’è stato anche il resto della corsa. La Cervia-Corno alle Scale è andata a Jonas Vingegaard che, con il minimo sforzo, ha ottenuto la massima resa. Stamattina al via si vociferava che volesse perdere la maglia blu per affrontare la crono con il body del team e non con quello fornito dall’organizzazione. Poi, quando ha capito che questo obiettivo non poteva realizzarsi, visto l’andamento della tappa, con la sua Visma-Lease a Bike ha anche dato una breve mano alla Decathlon-CMA di Gall. Ad oggi l’uomo più pericoloso. O meglio, il più vicino.

Sensazioni, voci e numeri (attendibili) degli addetti ai lavori ci dicono che Vingegaard stia vincendo questo Giro senza essere al top. I dati del Blockhaus hanno rivelato valori buoni, ma ben lontani da quelli del miglior Vingegaard.

«Ero certo che Gall ci avrebbe provato – ha detto Vingegaard – ma io stavo molto bene e l’ho seguito. Poi nel chilometro finale ho deciso di contrattaccare. Stamattina il piano era che avremmo corso al risparmio, o quantomeno senza sprecare troppe energie, visto che ci manca un uomo. E’ la mia cinquantesima vittoria. Arrivo al giorno di riposo con due vittorie e la maglia blu. Sono felice».

Curiosità: nel motorhome della conferenza stampa, nonostante le temperature rigide, Vingegaard ha espressamente chiesto di mantenere la porta aperta. Evidentemente ha paura di qualche virus. Lui in aeroporto viaggia sempre con la mascherina. Dettagli.

Che coraggio Ciccone. Giulio è stato ripreso a circa 2 km dal traguardo
Che coraggio Ciccone. Giulio è stato ripreso a circa 2 km dal traguardo
Che coraggio Ciccone. Giulio è stato ripreso a circa 2 km dal traguardo
Che coraggio Ciccone. Giulio è stato ripreso a circa 2 km dal traguardo

Cuore Ciccone

Infine, non potevamo non concludere spendendo due parole su Giulio Ciccone. L’abruzzese ha cercato il colpaccio e non c’è riuscito davvero per poco. Il suo atteggiamento, vale a dire l’inseguimento sulla fuga a oltre 70 chilometri dall’arrivo, è sembrato azzardato. Invece è stata la mossa giusta, perché poi alla fine ha ripreso e staccato i fuggitivi.

Giulio è arrivato a 2.100 metri dal successo. Evidentemente sapeva, e sa, che nel testa a testa con i big sarebbe stato battuto e saggiamente ha anticipato. Chiaro che a quel punto sapesse che avrebbe speso l’ira di Dio, ma tanto valeva rischiare. Tra l’altro nella fuga ha sfruttato il super lavoro che Milesi ha fatto per Einer Rubio. Poi, quando mancavano 7,5 chilometri, si è involato con la sua consueta grinta.

Pensate che pagina da libro Cuore si sarebbe potuta scrivere se Ciccone avesse trionfato quassù, dove si allenava Alberto Tomba. Sarebbe tornato a vincere sull’Appennino dieci anni dopo la prima vittoria al Giro d’Italia, nonché la prima da professionista. Ma poco importa, perché un Ciccone così determinato avrà ancora tante occasioni per fare il colpaccio in questo Giro d’Italia.

Giro d'Italia 2026, 5a tappa, Potenza, Igor Arrieta

Potenza, la resa di Ciccone. Arrieta ed Eulalio si dividono la posta

13.05.2026
6 min
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POTENZA – Fa un freddo cane e piove. Arrivano e non riescono a parlare: labbra che tremano, massaggiatori che faticano a infilargli mantelline sempre più strette. E’ stata una tappa cattiva e pazza, con un finale di cadute ed errori di cui si potrebbe persino ridere se non fossero stati causati da braccia incapaci di tenere fermo il manubrio e gambe intirizzite. Ciccone ha il casco rosa sopra a una maschera trasfigurata e sporca. L’unico giorno in maglia rosa della carriera si è convertito in un supplizio e il sogno che ieri gli aveva reso dolce la serata gliel’ha strappato di dosso un ragazzino portoghese che quella maglia non sa quasi cosa sia.

«Penso che oggi non sia stata la giornata migliore – dice Ciccone – per indossare la prima maglia rosa. Questa di Potenza è stata una delle giornate più difficili e snervanti della mia vita in bicicletta. Anche per il meteo, che a tratti è stato davvero pazzo. Ho sofferto molto il freddo e penso che si veda anche dalla mia faccia, che è quasi blu. Come ho già detto stamattina, siamo qui senza una squadra per difendere una maglia di leader».

Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa
Potenza, giorno gelido: Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa
Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa
Potenza, giorno gelido: Ciccone ha ammesso amaramente di aver scelto il giorno sbagliato per vestire la rosa

Eulalio come Arroyo

Chissà se Ciccone pagherà questa giornata balorda, passata a tirare in testa al gruppo. Alle sue spalle, Vingegaard non ha fatto il minimo cenno di dargli una mano, allo stesso modo Pellizzari e la Red Bull. A loro non importava che la maglia la prendesse Eulalio: il loro obiettivo è più alto e forse qualcuno avrebbe potuto suggerire all’abruzzese di sollevare il piede dal gas, lasciando ad altri la patata bollente. Anche Arroyo nel 2010 era un signor nessuno prima di azzeccare la fuga dell’Aquila, poi Basso dovette sudare sette camicie per recuperare quei dieci minuti e vincere il secondo Giro. Ora Vingegaard ha 6’22” di ritardo dal nuovo leader, magari gli basterà poco, ma dovrà riguadagnarli.

«Avrei voluto davvero tenerla più a lungo – ribadisce Ciccone – ma non abbiamo potuto fare più di così. Devo ringraziare Derek Gee, perché è qui con grandi ambizioni di classifica, eppure mi ha aiutato molto, dandomi supporto, portandomi i rifornimenti e la mantellina venendo verso Potenza. Non potevo chiedergli di più…».

Vingegaard è stato sornione e coperto per tutto il giorno: lo vedremo di certo sul Blockhaus
Verso Potenza, Vingegaard è stato sornione e coperto: lo vedremo di certo sul Blockhaus
Vingegaard è stato sornione e coperto per tutto il giorno: lo vedremo di certo sul Blockhaus
Verso Potenza, Vingegaard è stato sornione e coperto: lo vedremo di certo sul Blockhaus

Il rodeo di Potenza

La tappa di Potenza l’ha vinta Igor Arrieta, ragazzino di 23 anni del UAE Team Emirates che aveva già vinto ieri con Narvaez la tappa di Cosenza. E’ capitato spesso nella storia del ciclismo che i corridori privati del loro capitano si siano trasformati in leoni, ma oggi l’impeto dello spagnolo si è snodato lungo il filo di un finale da follia.

Sopravvissuto ai quasi quattromila metri di dislivello della tappa, Arrieta è caduto in discesa mentre cercava di staccare Eulalio. Si è rialzato e si è lanciato all’inseguimento, ma la sua bici ha perso aderenza in un paio di occasioni. E quando ormai pensava alla volata, ha sbagliato strada, infilandosi per qualche metro nella rampa sbagliata. Infine, quando ormai sembrava tutto perduto, la caduta di Eulalio al comando ha rimescolato tutto. E Arrieta, tornato sul portoghese dolorante, lo ha battuto in una volata fra uomini sfiniti.

Quando parla ha le labbra che battono per il freddo, al punto che Valerio Bianco, incaricato di RCS di seguire la conferenza stampa, gli passa la propria giacca e lentamente Arrieta smette di tremare.

«E’ stata una giornata durissima per il freddo – commenta il vincitore – e folle per via del tempo. All’inizio non era così, ma alla fine, con la lunga discesa, ho sofferto tantissimo. E’ stato difficile perché le radio non funzionavano e non sapevamo chi fosse in testa al gruppo. Eravamo in 20 e ho pensato che qualcuno avrebbe attaccato sulla salita più ripida, così ho anticipato, seguito da Eulalio. Abbiamo collaborato per arrivare insieme a Potenza, ma sono caduto. Poi è caduto lui. E quando alla fine ho visto che anche lui soffriva, ho pensato di potercela fare ancora e alla fine ce l’ho fatta».

Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati
Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati
Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati
Una grande avventura insieme fra Praia a Mare e Potenza: per questo Arrieta ed Eulalio alla fine si sono abbracciati

Tappa o maglia?

E’ tutto molto relativo. Ieri Ciccone ha paragonato la maglia rosa a una vittoria, oggi Eulalio non lo dice, ma forse pensa che avrebbe preferito vincere la tappa. Annuisce e gestisce domande e risposte con grande spontaneità. Ha un anno più di Arrieta e nel sentirne le risposte ha sorriso, condividendo le stesse sensazioni.

«Il piano stamattina – dice Eulalio – era di dare il massimo per la vittoria. Sapevamo di essere a un solo minuto dal leader, ma l’obiettivo era vincere. Solo in finale ho cominciato a pensare alla maglia rosa. Penso che non sia un sogno, ma è pazzesco. Sono appena arrivato al World Tour, prima mi divertivo con la mountain bike.

«Alcune squadre in Portogallo mi hanno chiesto di provare la bici da corsa e ora sono qui al Giro e indosso la maglia rosa. Non so come stiano le gambe e il mio corpo, ma di sicuro ho ancora molto da imparare e devo capire come correre. Non ho l’esperienza del mio capitano Damiano Caruso…».

Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi
Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, sulla via di Potenza hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi
Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi
Alle spalle di Arrieta ed Eulalio, sulla via di Potenza hanno lottato a lungo Scaroni, Garolfoli e Milesi

La scommessa con Caruso

Dice che trova più divertente correre nel fuoristrada, ma probabilmente saper controllare la bici sui fondi scivolosi, gli ha permesso di salvarsi nelle mille curve del finale. Anche la Bahrain Victorious ha perso il suo leader e senza Buitrago in corsa, gli altri si sono messi in caccia di buone occasioni, con la regia di Caruso.

«Damiano è il mio capitano – sorride Eulalio – Santiago (Buitrago, ndr) era il leader della squadra. Dispiace che non sia più qui con noi, perché aveva lavorato duramente per arrivare nella migliore forma possibile. Damiano è una delle persone migliori della squadra e io ho cercato di afferrare il più possibile da lui e di imitarlo. Prima del Giro, ho fatto un ritiro con lui sul Teide per prepararmi. Mi ha detto che se vincerò due tappe al Giro, firmerà un prolungamento di contratto (Caruso ha annunciato dallo scorso anno che questo sarà il suo ultimo anno in gruppo, ndr). Oggi sono andato vicino a vincere la prima, ma è andata male. Però ci riprovo: non voglio che Caruso si ritiri».

La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni
La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni
La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni
La maglia rosa da domani sarà sulle spalle di Alfonso Eulalio, portoghese di 24 anni

Lo sprint più lento

Della tappa sfumata sorride come uno che non aveva più altro da dare. Dopo la caduta è parso dolorante e quando Arrieta lo ha ripreso, Eulalio ha dato la sensazione di non potersi opporre a un destino già scritto.

«Sono caduto – ricorda – ma il meccanico è stato velocissimo. Ho controllato la bici, poi ho guardato di lato ed ero già pronto a ripartire. E’ stato un momento pazzesco in cui non mi sono reso conto di nulla. Volevo solo continuare per vincere e alla fine è arrivata la maglia rosa. Non sono neanche sicuro che si possa parlare di uno sprint. Siamo arrivati a Potenza completamente esausti ed è stato uno degli sprint più lenti della storia. Ora abbiamo molti minuti da difendere sugli altri corridori, ma la cronometro è troppo lunga e io non sono così bravo. In più nel weekend ci saranno tappe durissime».

Quando si alza e lascia la stanza, fuori il cielo si è parzialmente rischiarato. Lo attende un trasferimento di 60 chilometri fino all’hotel di Contursi Terme, poi finalmente verranno i massaggi e il meritato riposo. Domani fra Paestum e Napoli il dislivello sarà di 680 metri: al contrario di Ciccone, probabilmente Eulalio ha scelto il giorno giusto per vestirsi di rosa.

Giro d'Italia 2026, 4a tappa, Catanzaro-Cosenza, Giulio Ciccone

Ciccone in rosa: un sogno, un progetto, un’emozione

12.05.2026
7 min
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COSENZA – «Oggi è stata una giornata bellissima – dice Ciccone tutto d’un fiato e con gli occhi che brillano – questo era il mio sogno. Da italiano ho iniziato a praticare ciclismo con il sogno rosa, ho in testa l’immagine di Pantani con questa maglia. Ho sempre voluto vestirla almeno per un giorno.

«Sono arrivato in questo Giro con diversi obiettivi, ma con meno pressione: la sto vivendo in maniera più leggera. Avevo dei conti in sospeso, ma penso che alla fine, quando riesci ad ottenere queste soddisfazioni, i dolori si annullano in una frazione secondo: è tutto ripagato».

Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a 52 km dal traguardo
Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a chilometri km dal traguardo
Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a 52 km dal traguardo
Mattia Bais e Rafferty sono stati gli ultimi della fuga del mattino ad arrendersi, ripresi a 52 chilometri dal traguardo

Ciccone in maglia rosa

A 31 anni e dopo dieci di professionismo, Giulio Ciccone ha indossato la prima maglia rosa nella Lidl-Trek che avrebbe voluto farlo a Burgas con Milan. Sappiamo tutti, lui per primo, che il sogno rischia di essere breve e che già domani le salite verso Potenza potrebbero essere indigeste. Ma intanto la serata ha colori vividi e abbracci forti. Seduto a terra dopo l’arrivo in attesa della conferma, Giulio si è portato ripetutamente le mani sul volto: incredulo e felice. E ora che gli chiediamo di raccontarci quell’emozione che lo ha scosso a lungo, arriva la conferma di quanto questa maglia lo faccia vibrare.

«Io vivo di emozioni – prova a spiegare Ciccone – questo sport per me è fatto di emozioni e tante volte il ciclismo moderno mi annoia. Non mi piace correre stando lì fermo e magari finire sesto, settimo, ottavo, quarto. Per me l’emozione di oggi vale più di tante altre situazioni. E’ difficile fare un paragone, però sentire il calore del pubblico, indossare una maglia e sentirsi quella carica in più, per me è una emozione che vale più di una vittoria.

«Per questo sul momento non volevo crederci, perché sembrava troppo. In realtà questa mattina siamo partiti con un piano nella testa. Durante il meeting ho parlato con i direttori e i miei compagni e avevo detto che volevo fare esattamente questo. Ora non so cosa succederà. Sono arrivato qui con pochi programmi nella testa e domani continuerò a fare quello che ho fatto fino ad oggi, cioè correre con le mie sensazioni».

La nuiva maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo
La nuova maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo
La nuiva maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo
La nuova maglia rosa: Giulio Ciccone pedala verso il podio, ancora incredulo

Sette anni dopo la gialla

Una maglia di leader così pesante non è nuova nella sua carriera: la prima volta che ne indossò una era gialla e sulla Planche des Belles Filles, nel primo anno con la Trek-Segafredo dopo le tre stagioni con la Bardiani, divenne per due giorni il leader del Tour de France. Era il 2019, aveva già vinto due tappe al Giro d’Italia e da allora sembrano passati cent’anni.

«Sette anni non sono pochi – Ciccone ora sorride – il ciclismo è cambiato tanto. E’ arrivata una nuova generazione che sette anni fa non esisteva, tutto è diventato molto più difficile ed esasperato. Ogni risultato richiede molta più dedizione, molto più sacrificio, molta più preparazione. Le cose che non sono cambiate sono la mia mentalità, la mia grinta, la mia voglia di lavorare, di continuare a crescere, di non fermarmi mai. Ed è cambiata la consapevolezza, perché quando ho vestito la maglia gialla ero un tipo di corridore da fughe.

«Negli ultimi anni sono riuscito a cambiare il modo di correre e di fare i risultati. Oggi riesco a farne correndo con i primi, ma nel frattempo è cambiata anche l’età. Ridendo e scherzando, inizio ad essere vecchietto in questo ciclismo di diciannovenni già fortissimi e pronti per fare delle classifiche nei Grandi Giri. Io a 19 anni ero ancora in Abruzzo, cercando la mia strada per arrivare al professionismo».

Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l'abbuono dà la maglia rosa
Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l’abbuono dà la maglia rosa
Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l'abbuono dà la maglia rosa
Narvaez ha già vinto, sulla destra Aular è secondo, Ciccone terzo: l’abbuono dà la maglia rosa

Tanti alti, tanti bassi

Non sono stati solo rose e fiori. E anche se siamo qui a commentare una maglia rosa parziale, le sue parole spingono a indugiare sui conti aperti che voleva saldare venendo al Giro e le amarezze che un risultato come questo è in grado di far dimenticare.

«Sicuramente ho avuto diversi momenti difficili – racconta Ciccone – e il primo che mi viene in mente è stato aver dovuto lasciare il Giro l’anno scorso, nonostante avessi fra le mani la possibilità di fare un grosso risultato, di cui avevo bisogno. Poi penso all’intervento al sottosella, che mi ha tenuto mesi lontano dalle gare. Il periodo del Covid, le tante cadute. Ogni atleta vive di alti e bassi e io devo dire che con il Giro ho avuto tanti momenti difficili e allo stesso tempo tanti bellissimi. Per questo oggi voglio godermi il momento.

«La leggerezza che ci sto mettendo mi dà spensieratezza in gara. Fare classifica ti porta a essere super concentrato in ogni momento della gara, invece ora nei momenti di stress posso dirmi di respirare, stare tranquillo e al mio posto. Questo fa consumare meno energie e permette di essere più lucido e magari ottenere qualcosa di meglio».

Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto
Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto
Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto
Il racconto delle emozioni di Ciccone fa di questo giorno un ricordo che non dimenticherà tanto presto

Una squadra per velocisti

Ciccone sa bene che la Lidl-Trek del Giro è stata costruita per le volate di Milan e che quindi da domani sarà difficile che tutti possano votarsi alla sua causa. L’uomo per la classifica è Derek Gee e ci sarà da vedere se per la squadra, sempre più tedesca, varranno di più i possibili giorni in maglia rosa di Ciccone o le prospettive dell’australiano di chiudere nei primi cinque.

«La decisione più importante infatti – spiega Ciccone – spetta alla squadra, sono sempre loro che decidono i piani. Ci sono team costruiti per fare classifica e non è il nostro caso, non ci si improvvisa da un giorno all’altro. Da parte mia, posso metterci sicuramente una buona condizione e la voglia di lottare, perché di certo non voglio buttare la maglia per strada. La voglio portare finché riesco, ma so che ci sarà da lottare.

«Sarebbe bello averla ancora addosso nel giorno del Blockhaus, che sarà il primo grande test per Vingegaard. Su una salita così, da più di mezz’ora, non ci si può nascondere. Sicuramente lui farà la sua gara e il vantaggio è veramente minimo, per tenerla dovrei arrivare con lui. Ci proverò, ma bisogna essere onesti: è molto difficile. In più con le tappe abruzzesi ho sempre avuto i miei problemi, non ho mai trovato fortuna e questo è un motivo in più per cercare di vivermela il più spensierato possibile. Se dovesse andare meglio del previsto, saremo tutti felici. Se così non fosse, tornerò al mio piano, che era quello di fare le tappe, vincere, divertirmi».

La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale
La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale
La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale
La volata di Narvaez ha coronato i numeri da equilibrista per passare in testa nelle tante curve del finale

La sfida di Potenza

A proposito, la tappa di Cosenza l’ha vinta quel gatto di Jonathan Narvaez, che come a Torino due anni fa, ha saputo imporre il suo guizzo e la sua scaltrezza nelle tante curve del finale. Poi la volata a suo dire è stata il meno, perfettamente in linea con il suo soprannome: El Lagarto, la lucertola.

«Il primo ad avere quel nome – ha sorriso l’ecuadoriano – è stato mio fratello, anche lui un tempo ciclista professionista. Il motivo è che questo animale nella giungla può mangiare molto velocemente. Nessuno è più veloce di lui. Come oggi, quando ho visto il traguardo, l’ho semplicemente preso».

Racconta che dopo la caduta al Tour Down Under si è concesso il lusso di stare a casa in Ecuador con la famiglia, dove allenarsi è stato più facile. Aggiunge che la parte più difficile per i ragazzi latinoamericani è venire in Europa e passare qui il loro tempo.

Domani si parte da Praia a Mare e la tappa verso Potenza avrà 3.724 metri di dislivello spalmati in 203 chilometri senza un metro di pianura. La maglia rosa ha 4 secondi su Christen, Stork e Bernal, 6 su Arensman e Pellizzari, 10 su un gruppo di 19 corridori fra cui Vingegaard. Sarà molto più dura di oggi, ma per la regola del vivere alla giornata, ora Ciccone si allontana pregustando il massaggio e la cena. A domani ci penserà domani. Per stasera chiuderà gli occhi, rivedrà Pantani in maglia rosa e si addormenterà pensando che quella maglia almeno per stanotte sarà sua.

Tour of Hellas 2026, Parnitha, Lorenzo Masciarelli

Masciarelli, il Blockhaus con Ciccone e la prima da pro’

10.05.2026
5 min
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Per vincere la prima corsa al primo anno da professionista, è dovuto volare in Grecia e arrivare tutto da solo sulla montagna di Parnitha dopo 173 chilometri di fuga. Così Lorenzo Masciarelli è passato dalla titubanza e la delusione del giorno precedente, alla certezza che le buone sensazioni delle ultime settimane non fossero casuali (in apertura, foto Tour of Hellas).

Stava bene e aveva passato gli ultimi giorni ad allenarsi in altura e poi con Giulio Ciccone sulle loro strade d’Abruzzo. Alla partenza per il Tour of Hellas aveva le stesse vibrazioni di quando lo scorso anno al Gran Premio Liberazione arrivò a braccia alzate ed ebbe la conferma che aver lasciato il Belgio e il cross per puntare tutto sulla strada fosse stata la scelta giusta.

Masciarelli con le dita al cielo salutando Pietro Valoti, scomparso la settimana precedente (foto Simone Lombi)
Liberazione 2025, la svolta. Masciarelli con le dita al cielo al Liberazione salutando Pietro Valoti, padre del ds Gianluca (foto Simone Lombi)
Masciarelli con le dita al cielo salutando Pietro Valoti, scomparso la settimana precedente (foto Simone Lombi)
Liberazione 2025, la svolta. Masciarelli con le dita al cielo al Liberazione salutando Pietro Valoti, padre del ds Gianluca (foto Simone Lombi)

Una fuga per riscattarsi

Fra le tappe che aveva adocchiato, quella di ieri non c’era: si era soffermato più sulle precedenti fatte di strappi, invece proprio alla vigilia, sul traguardo di Lamia una crisi inattesa lo aveva spazzato via dall’ordine d’arrivo.

«Dico la verità – ha raccontato dopo la vittoria – ero un po’ deluso venerdì perché avevo accumulato 12 minuti di ritardo. Sapevo che non rispecchiava il mio valore. Mi ero preparato in altura e ci tenevo a questa gara, quindi non ero soddisfatto. Così sono entrato in fuga e quando sull’ultima salita ho visto sei minuti di vantaggio, ho attaccato. Gli ultimi chilometri sono stati durissimi, ma a 300 metri dall’arrivo ho capito di aver vinto. Non mi sono più girato e ho realizzato tutto solo al traguardo».

Alla Coppi e Bartali, prime prove di fuga con Andrea Pietrobon, in cerca della condizione
Alla Coppi e Bartali, Masciarelli e le prime prove di fuga con Andrea Pietrobon, in cerca della condizione
Alla Coppi e Bartali, prime prove di fuga con Andrea Pietrobon, in cerca della condizione
Alla Coppi e Bartali, Masciarelli e le prime prove di fuga con Andrea Pietrobon, in cerca della condizione

La mente libera

Il destino ha messo sulla sua strada un fior di tappone, con quasi tremila metri di dislivello e l’arrivo oltre quota 1.200. E per la squadra che aveva già vinto pochi giorni fa con Bagatin in Turchia e Maini sull’ammiraglia, è arrivato un altro successo: questa volta con Zamparella in cabina di regia.

«Quest’anno – racconta – mi sono affidato al 100 per cento alla squadra e con la preparazione di Giovine mi sto trovando bene. Faccio gare più piccole in questa fase, però so che a settembre ce ne saranno di più importanti. Adesso ho il mio spazio e va davvero bene così. Faccio esperienza, cresco con calma e non ho più addosso lo stress degli ultimi due anni in cui avevo in testa di passare. Ognuno ha il suo tempo per maturare e non bisogna guardare gli altri, perché sennò si perde lucidità».

I due Masciarelli, più Ciccone, durante la recon del Blockhaus di pochi giorni fa
I due fratelli Masciarelli, più Ciccone, durante la recon del Blockhaus di pochi giorni fa
I due fratelli Masciarelli, più Ciccone, durante la recon del Blockhaus di pochi giorni fa
I due fratelli Masciarelli, più Ciccone, durante la recon del Blockhaus di pochi giorni fa

Il Blockhaus con Ciccone

E’ partito, si diceva, dopo una recon sul Blockhaus con Ciccone, altro abruzzese in cerca di conferma in questa stagione che finora ha avuto più problemi che soluzioni.

«Ogni volta che viene in Abruzzo per fare visita ai parenti – dice – ci alleniamo insieme.L’ultima volta è venuto prima che partisse il Giro e siamo usciti insieme per tutta la settimana. E un giorno mi ha detto che voleva provare la tappa del Blockhaus, a dire il vero la salita stessa più che la tappa, perché in corsa venerdì arriveranno da un’altra direzione. Così siamo saliti da San Valentino e con noi sono venuti mio fratello Stefano e papà col motorino (Simone Masciarelli, anche lui ex pro’, ndr) ed è stato bello. Io ho tirato il primo pezzetto, poi lui è andato e ha provato con il suo ritmo.

«Con il Blockhaus in gara ha sempre avuto delle… incomprensioni – sorride – diciamo così. Per questo è voluto andare a ripassarlo, anche se in cima abbiamo trovato la strada chiusa per la neve, così ci siamo vestiti e siamo scesi. Siamo passati dai prati verdi a un vero muro bianco, una cosa incredibile. E Giulio quel giorno è andato davvero forte, lui quando arrivano gli appuntamenti non sbaglia».

Ciccone e Masciarelli si allenano insieme ogni volta che Giulio si trova a passare dall'Abruzzo
Ciccone e Masciarelli si allenano insieme ogni volta che Giulio si trova a passare dall’Abruzzo
Ciccone e Masciarelli si allenano insieme ogni volta che Giulio si trova a passare dall'Abruzzo
Ciccone e Masciarelli si allenano insieme ogni volta che Giulio si trova a passare dall’Abruzzo

Il testimone di Giulio

E dato che nel gruppo Colpack che oggi si chiama MBH Bank Ciccone c’è cresciuto, c’è da scommettere che quei giorni di allenamento insieme e quella scalata del Blockhaus siano stati per il giovane Masciarelli un master sulle buone pratiche nel professionismo.

«E’ stato lui a dirmi sin dall’inizio – spiega – che il primo anno devo stare tranquillo e cercare di crescere un po’ alla volta. Mi aveva detto di non sfinirmi nelle gare d’inizio stagione, quando tutti vogliono andare forte. Perciò ti senti bene, provi a fare la corsa, il risultato non arriva e il morale va giù. Invece Giulio mi ha consigliato di stare tranquillo nelle prime gare, fare esperienza e togliermi poi qualche soddisfazione nei mesi successivi.

«Quello che ha fatto lui, che adesso va davvero tanto forte. Quando sul Blockhaus ha deciso di fare il suo passo, l’ho lasciato andare. Non so se fosse in soglia o anche sopra, comunque in salita è uno dei migliori dieci al mondo, stargli dietro è dura. Così quando abbiamo finito l’allenamento, siamo scesi e prima di arrivare a casa abbiamo fatto un po’ di dietro moto, due o tre volate per divertirci e siamo rientrati».

E quel lavoro e tutto quello delle settimane precedenti hanno avuto un senso sabato 9 maggio 2026, con la vittoria in salita che ha portato, gioia, emozione e lacrime. Il lavoro ben fatto raramente viene sprecato, in quell’angolo d’Abruzzo che dalle montagne guarda il mare, Ciccone ha trovato qualcuno cui passare il testimone.

Giulio Ciccone, Burgas presentazione team 2026 Giro

Ciccone, avvicinamento rompicapo e un cerchio da chiudere

07.05.2026
5 min
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BURGAS (Bulgaria) – Giulio Ciccone è uno dei misteri (piacevoli) di questo Giro d’Italia. Classifica, non-classifica… lo tartassiamo su questo un po’ tutti noi giornalisti. D’altra parte l’abruzzese si è sempre trovato in quel limbo.

Ma gli argomenti sul piatto sono anche altri. Il suo avvicinamento al Giro d’Italia, per esempio. L’altura rivista in corso d’opera. Tra l’altro in una squadra, la Lidl-Trek, che dovrà pensare anche (e forse soprattutto) al suo uomo veloce, Jonathan Milan. Magari lo stesso Ciccone dovrà aiutarlo.
«Il bimbone – riferendosi alla giovane età ma anche alla stazza di Milan – lo dobbiamo portare allo sprint, ma prima va tenuto a freno!». Quello di Burgas insomma è un Ciccone da scoprire insieme.

Giulio Ciccone (classe 1994) si appresta ad affrontare il suo nono Giro d'Italia
Giulio Ciccone (classe 1994) si appresta ad affrontare il suo nono Giro d’Italia
Giulio Ciccone (classe 1994) si appresta ad affrontare il suo nono Giro d'Italia
Giulio Ciccone (classe 1994) si appresta ad affrontare il suo nono Giro d’Italia
Dunque, Giulio, come stai? Come arrivi a questo Giro?

Direi bene. Ci arriviamo con una condizione abbastanza buona. Certo, l’anno scorso l’avvicinamento era andato un po’ meglio. Sia a livello di risultati che di gare fatte. Il calendario quest’anno è stato un po’ diverso.

Come mai?

E’ cambiato un po’ per via di qualche malanno, per le alture riviste… Però alla fine l’obiettivo era arrivare qui al Giro pronto e penso di esserci riuscito, la gamba è buona.

La tua altura, Giulio è finita anzitempo, di mezzo c’è stato anche il Catalunya. Giusto? Spiegaci cosa è successo…

In realtà il problema è a monte. E’ slittato il mio debutto che doveva essere al UAE Tour per via proprio di quei malanni che dicevo. E questo a cascata ha poi sfasato un po’ tutti i piani. Vero, non dovevo fare la Volta a Catalunya, ma avevo fatto davvero poche corse. Sentivo che mi mancavano. Quindi abbiamo scelto di inserirla nel mio programma. Mettendo però il Catalunya non c’era abbastanza spazio per l’altura. Per recuperare qualcosa con l’altura abbiamo tolto due giorni di gara delle Ardenne…

Start della Liegi. Forte della piazza d’onore 2025, Ciccone è partito al fianco di Pogacar
Partenza della Liegi. Forte della piazza d'onore 2025, Ciccone è partito al fianco di Pogacar
Start della Liegi. Forte della piazza d’onore 2025, Ciccone è partito al fianco di Pogacar
L’Amstel e la Freccia?

Esatto, per fare comunque un buon blocco di lavoro sufficientemente lungo per il ritiro in quota. Così facendo però ho sacrificato qualcosa alla Liegi-Bastogne-Liegi

Insomma un vero incastro. Avete dovuto sgomitare con preparazione e calendario gare…

Sì, ma nel complesso ho lavorato bene. Speriamo che qui tutto questo lavoro renda. Dia i suoi frutti.

Giulio, c’è sempre questo benedetto dilemma con te: classifica sì, classifica no. Le tappe. Tu stesso questo inverno eri stato chiaro: addio classifiche nei Grandi Giri. Però guardando il parterre è un’occasione ghiotta, non pensi?

Ovviamente sì, sapete bene che ho i conti aperti con questo discorso, però per me quest’anno l’obiettivo, come ho già detto, non è la classifica. Voglio partire spensierato, tranquillo, voglio andare per le tappe e poi sarà la strada a decidere quello che succederà. Quello che posso dire è che nella mia testa non ho ambizioni di classifica. Non sarò lì a sgomitare ogni giorno per tenere la posizione davanti, per non perdere nulla. No, la mia ambizione principale è quella di vincere le tappe.

Ciccone è un ottimo scalatore. Quando sta bene solo i super campioni possono staccarlo in salita
Ciccone è un ottimo scalatore. Quando sta bene solo i super campioni possono staccarlo in salita
Ciccone è un ottimo scalatore. Quando sta bene solo i super campioni possono staccarlo in salita
Ciccone è un ottimo scalatore. Quando sta bene solo i super campioni possono staccarlo in salita
Sei stato molto chiaro. E allora, visto che siamo in tema, cosa ci puoi dire del sopralluogo sul tuo Blockhaus che hai fatto con Masciarelli?

Abbiamo approfittato dei giorni che ho passato in Abruzzo per vedere la salita del Blockhaus. Saliamo da un versante meno battuto (quello di Rocccamorice, ndr), che non si fa tutti i giorni. E’ andata bene. E’ una bella tappa, una bella scalata. Non sono riuscito a salire fino in cima perché c’era ancora la neve e la strada era chiusa.

Giuseppe Martinelli qualche giorno fa ci ha detto: «Ciccone dovrebbe uscire subito di classifica, ma non del tutto». Cosa gli rispondi?

In effetti è una buona strategia, Martino ne sa veramente tante, quindi sono consigli importanti. Io non sono il tipo che vuole perdere un quarto d’ora appositamente, questo no. Tuttavia, come ripeto, non starò con la testa (e con il corpo, ndr) a rischiare di andare in terra nei primi giorni perché costretto a lottare per la classifica.

Messaggio chiaro…

Quando fai classifica con grosse ambizioni sei portato a rischiare sempre e non recuperare mai. Anche questo è un aspetto importante. Si sprecano più energie nervose. Non è il mio obiettivo principale, però se le gambe dovessero esserci… non si sa mai quello che succede tra una salita e l’altra.

Il 17 maggio 2016, Giulio Ciccone vince a Sestola la sua prima corsa da pro'. Non sarebbe male ripetersi dopo 10 anni
Il 17 maggio 2016, Giulio Ciccone vince a Sestola la sua prima corsa da professionista
Il 17 maggio 2016, Giulio Ciccone vince a Sestola la sua prima corsa da pro'. Non sarebbe male ripetersi dopo 10 anni
Il 17 maggio 2016, Giulio Ciccone vince a Sestola la sua prima corsa da professionista
Sin qui, Giulio, abbiamo toccato tutti discorsi tecnici, ma invece a livello di emozioni?

Eh – cambia espressione il volto di Ciccone – quest’anno sono dieci anni dalla mia prima vittoria al Giro d’Italia. Sembra ieri, ma sono passati tanti anni e siamo ancora qua con la stessa voglia di far bene. Ecco un altro dei miei tanti conti aperti… speriamo di chiuderli per bene!

Così ci fai commuovere!

Dieci anni sembrano pochi, ma in realtà sono passati rapidi. Però dai, vediamo. Il Giro è una gara a cui tengo particolarmente.

La senti un po’ più delle altre?

Personalmente sì, non so perché. Sarà perché comunque mi ha regalato la prima vittoria. Sarà perché da italiano sono cresciuto sempre con il Giro in televisione. Quando ero ragazzino tornavo da scuola e accendevo la tv per vedere il Giro, magari uscivo un’ora prima per seguire la tappa. Per questo quando sei qui a correrlo è sempre diverso.

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Mattias Skjelmose, la Redoute

Skjelmose, la Liegi e la delusione che non passa

29.04.2026
5 min
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LIEGI (Belgio) – Arrivato al pullman dopo aver fatto il diavolo a quattro per tutto il finale della corsa, Mattias Skjelmose pare preda di una disperazione più delusa che rabbiosa. Ha i capelli radi e dritti subito dopo aver tolto il casco, la faccia sporca di polvere, cammina in piccoli cerchi nello spazio delimitato dai nastri scorrevoli della squadra, finché lo raggiunge la compagna Hannah che lo abbraccia a lungo. Lui cerca di scostarsi per non sporcarle gli abiti, ma quella stretta è ciò che gli serve per riallineare i pianeti. Lei poi si allontana e chiede di aspettare cinque minuti.

Non un secondo di più e poi Skjelmose si avvicina per raccontare la sua Liegi e il sogno, che lo scorso anno fu di Ciccone, di essere il primo dopo i marziani. Parte dalla fuga del mattino, che non ha capito come sia nata, ma che ha permesso al gruppo di procedere ad andatura sostenuta, evitando pericolosi… assembramenti all’attacco delle salite.

E quando poi la Redoute ha messo ciascuno al suo posto, dietro hanno iniziato a ragionare sugli sviluppi possibili. Davanti c’erano Pogacar e Seixas, agli altri restava l’ultimo gradino del podio e Skjelmose l’ha inseguito resistendo sulla Redoute (foto di apertura) e poi attaccando ancora sulla Roche aux Faucons. Si pensa che conti soltanto vincere: da quando ci sono in giro certi campioni, anche il podio è tornato a valere tanto.

«Ci sono molte cose – dice Skjelmose – che in questo momento stanno succedendo nella mia testa. Ma quando si prende parte a una gara di ciclismo e altri sono stati più fortunati, probabilmente bisogna farsene una ragione. Ma non è facile. Non era la mia prima Liegi e non credo di aver mai corso un finale così forte».

La sua compagna Hannah ha tranquillizzato Skjelmose che poi ha trovato la voglia di parlare
La sua compagna Hannah ha tranquillizzato Skjelmose che poi ha trovato la voglia di parlare
La sua compagna Hannah ha tranquillizzato Skjelmose che poi ha trovato la voglia di parlare
La sua compagna Hannah ha tranquillizzato Skjelmose che poi ha trovato la voglia di parlare

I buoni segnali

Ci credeva. Venerdì era arrivato Ciccone dall’altura, ma era chiaro che il danese si sentisse leader della squadra. Il secondo posto dell’Amstel (un secondo dietro Evenepoel, dopo averla vinta l’anno scorso) e il quinto della Freccia Vallone (a otto secondi da Seixas) lo autorizzavano a sperare in qualcosa di bello. Per questo nel finale si è esposto tanto e adesso gli manca la conferma che avendo fatto diversamente, sarebbe finita meglio.

«E’ un peccato che questa volta il mio distacco – dice Skjelmose – sia così grande rispetto alle due corse precedenti. Anche a quelli dietro di me è mancato qualcosa, perché se fossi riuscito ad avvantaggiarmi con uno o due uomini nel finale, sarebbe andata diversamente. Sono contento della mia condizione e del fatto che questo metodo di preparazione funzioni. Ho fatto tutto nel modo giusto».

Vincitore uscente e protagonista all'Amstel, con Evenepoel, ma in Olanda non c'era Pogacar
Vincitore uscente e protagonista all’Amstel, ecco Skjelmose con Evenepoel, ma in Olanda non c’era Pogacar
Vincitore uscente e protagonista all'Amstel, con Evenepoel, ma in Olanda non c'era Pogacar
Vincitore uscente e protagonista all’Amstel, ecco Skjelmose con Evenepoel, ma in Olanda non c’era Pogacar

Terzo sulla Redoute

Nella Redoute più veloce di sempre, quella in cui Pogacar e Seixas hanno umiliato i rivali fuggendo a una velocità mai vista prima, Skjelmose è stato il primo alle loro spalle. Da italiani mai domi, per qualche istante abbiamo pensato che si trattasse di Ciccone. Quando però l’inquadratura ha stretto sull’uomo della Lidl-Trek, si è visto subito che si trattasse del danese.

«Avevamo già deciso di prenderla davanti – racconta – e poi ci siamo ritrovati in testa. Non ho dato veramente tutto, perché sapevo bene che non avrei tenuto il ritmo di Tadej e Paul e dietro c’era un gruppo relativamente numeroso. Ho mantenuto il mio ritmo ed è un peccato che dietro di me ci fosse un gruppo di sette uomini, non due o tre. Se mi fossi fatto raggiungere un po’ prima, avrei avuto ancora delle possibilità.

«Sapevo bene che i due davanti non avrebbero rallentato, speravo semmai che potesse esserci qualcuno dietro di me. Sapevo bene che lo scenario migliore sarebbe stato lottare per il terzo posto e così è stato. Questa volta non è andata, però sono riuscito a passare bene la Redoute».

L'arrivo di Ciccone alla Liegi ha dato alla Lidl-Trek un'arma in più, ma Skjelmose ha sempre ragionato da leader
L’arrivo di Ciccone alla Liegi ha dato alla Lidl-Trek un’arma in più, ma Skjelmose ha sempre ragionato da leader
L'arrivo di Ciccone alla Liegi ha dato alla Lidl-Trek un'arma in più, ma Skjelmose ha sempre ragionato da leader
L’arrivo di Ciccone alla Liegi ha dato alla Lidl-Trek un’arma in più, ma Skjelmose ha sempre ragionato da leader

L’ultimo guizzo

Parla con le mani sui fianchi e lo sguardo perso lungo il corso dell’Ourthe lungo il quale vogano placidamente i canoisti del circolo di Liegi. C’è l’aria dello smantellamento tipico di questa corsa e qualche istante fa un tipo enorme e pelato con la maglietta nera ci è passato accanto per prendere proprio le valige di Mattias, atteso ora a una lunga assenza dalle gare in vista del Tour.

Lo hanno ripreso, come era logico che fosse, oppure ha lasciato che lo facessero. Poi sulla Cote de la Roche aux Faucons, pilotato da Ciccone, Skjelmose ci ha provato ancora, tanta era la sua voglia di puntare al podio.

«Quando siamo arrivati in cima alla Redoute – ricorda parlando del tecnico che lo conosce da sempreKim Andersen dall’ammiraglia mi ha chiesto come mi sentissi e io stavo davvero bene: non ho mai avuto prima d’ora gambe tanto buone in una gara così lunga. Per questo ho deciso di aspettare e poi provare a spingere sull’ultima salita. Ho preso margine e a quel punto si trattava di vedere chi sarebbe venuto con me.

«Non so cosa sia successo dietro, ma avevo un vantaggio relativamente grande. Solo che in cima c’era vento contrario e con una strada così larga, era davvero difficilissimo farci qualcosa. Ho fatto del mio meglio, quindi c’è poco da recriminare».

Poco dopo l'arrivo, Ciccone, chiuso in colata contro le transenne, armeggiava con la bici
Poco dopo l’arrivo, Ciccone, chiuso in volata contro le transenne, armeggiava con la bici
Poco dopo l'arrivo, Ciccone, chiuso in colata contro le transenne, armeggiava con la bici
Poco dopo l’arrivo, Ciccone, chiuso in volata contro le transenne, armeggiava con la bici

La torta senza ciliegina

Forse l’unico rimprovero che può farsi, la ciliegina che non è riuscito a mettere sulla torta, è stato proprio lo sprint affrontato con poca concentrazione. Stava bene, ma quando si è reso conto che davanti avevano già iniziato la volata, lui era troppo indietro per risalire, mentre Ciccone è finito chiuso contro le transenne. Hanno corso bene, dice, la strategia messa in atto li ha visti entrambi nel cuore della corsa e forse proprio per questo il suo umore è così frustrato.

Si vede che parlare lo ha aiutato a rimettere in ordine i pensieri. Al pullman nel frattempo è arrivato anche Ciccone con un diavolo per capello. Skjelmose fa un cenno alla compagna, si ravvia i capelli e poi va a cambiarsi. La Liegi dei normali l’ha vinta Evenepoel, che ha corso il finale come un velocista e si è preso il podio in volata. Fra coloro che hanno provato a ottenerlo facendo la corsa, non c’è dubbio che Skjelmose sia quello che ci ha messo più anima. E l’anima, quando le cose vanno storte, fa molto più male delle gambe.

Giro delle Fiandre 2026, Mathieu Van der Poel, Tadej Pogacar

Ancora sul Fiandre, VdP ha fatto tutto per vincere?

10.04.2026
6 min
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Ballerini impiegò settimane per farsene una ragione. Dopo il sesto posto del Fiandre, entrò nel velodromo, fece la volata di testa ed esultò, senza rendersi conto che Duclos Lassalle, già primo alla Roubaix dell’anno precedente, gli avesse messo la ruota davanti. In Italia del francese se ne dissero di tutti i colori, L’Equipe in Francia gli dedicò una delle sue prime pagine da testa a piedi. Titolone: Il l’a fait, l’ha fatto.

Sarebbe bello, se fosse ancora tra noi, chiedere a Ballerini la sua opinione sul Fiandre di Van der Poel contro Pogacar, perché il dibattito sulla collaborazione offerta da Mathieu al rivale non si è ancora esaurito. Belle le parole di Adrie Van der Poel, chiare anche quelle di Ballan, eppure la storia è piena di corridori che, trovandosi opposti ad altri più forti, oltre alle gambe hanno usato la testa. Il ciclismo dei tanti watt e dei tanti carboidrati per chilo ha bandito l’astuzia?

Durante la telecronaca del Fiandre su Eurosport, Moreno Moser ha mostrato qualche dubbio, passando con grande acume dai panni del corridore a quelli del tifoso e inquadrando la questione da entrambi i punti di vista. E noi siamo tornati alla carica con il trentino, perché la tattica di Van der Poel non è stata la più convincente.

Se sei già al limite in salita dietro a uno che non riesci nemmeno ad affiancare, perché dargli i cambi?

In telecronaca mi sono limitato a osservare la situazione, nel senso che mi trovo anch’io a metà strada. Se Van der Poel non avesse tirato, avrebbe fatto innervosire Pogacar e magari sarebbe rientrato Remco che poteva pure attaccare. A quel punto Pogacar sarebbe dovuto andare a chiudere, perché Mathieu a quel punto sarebbe rimasto a ruota. Si potevano creare delle dinamiche diverse. Tirando invece, si crea la dinamica per cui il più forte resiste. Ma visto che il più forte si sapeva che fosse Tadej, effettivamente…

Adrie Van der Poel, padre di Mathieu, dice che ha fatto bene a collaborare, perché sono corridori alla pari e a quei livelli non si fanno le furbate. Ma alla fine conta vincere o essere eleganti?

Io in cronaca l’ho detto. Van der Poel tira perché non si vuole sentire inferiore. Per una questione di orgoglio, lui al Fiandre ha bisogno di mettersi sullo stesso piano. Il problema secondo me è uno solo, per quello che penso io. Se tiri e poi la perdi con onore, va tutto bene. Ma se inizi a fare il furbo, non tiri e poi la perdi lo stesso, fai una figuraccia. Anche questa, nel formulare un giudizio, è una riflessione secondo me da mettere sul banco, no?

Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari qualcosa sarebbe cambiata
Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari il Fiandre sarebbe cambiato
Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari qualcosa sarebbe cambiata
Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari il Fiandre sarebbe cambiato
Se comunque devi perdere, non vale la pena giocare tutte le carte provando a vincere?

Quindi chi se ne frega, dici, della figuraccia? Ci può stare, la posta in palio era obiettivamente alta.

Non è forse vero, facendo la volata della Sanremo, che quando ha visto Pidcock infilarsi a destra, Pogacar ha chiuso leggermente la traiettoria? Stando a certi ragionamenti, avrebbe dovuto lasciarlo passare…

Ma infatti nelle poche volte che lo abbiamo visto andare piano, Tadej comunque ha fatto il furbo e si è innervosito, ha iniziato anche lui a fare i giochetti. Ovvio però che quando è così forte, non gli serve nemmeno farli.

Credi che si stupirebbe se un altro corridore in fuga con lui smettesse di dargli i cambi?

Capisco la frustrazione del grande pubblico, perché in fondo qualche scaramuccia sarebbe bella da vedere anche per il racconto, soprattutto in queste condizioni dove c’è uno che domina. Aggiungerebbe qualcosina, perché effettivamente se il Fiandre lo avessero fatto su Zwift, avrebbe avuto lo stesso risultato. Se lo facevi sui rulli e misuravi quanti watt/chilo fa ognuno di loro, sarebbe venuto fuori lo stesso ordine di arrivo o comunque ci andavi poco lontano.

Possibile che Van der Poel non abbia giocato con la giusta astuzia?
Accettando di dare cambi a Pogacar, Van der Poel ha messo sulla strada le energie che gli restavano e sul Qwaremont lo ha pagato
Possibile che Van der Poel non abbia giocato con la giusta astuzia?
Accettando di dare cambi a Pogacar, Van der Poel ha messo sulla strada le energie che gli restavano e sul Qwaremont lo ha pagato
Anche perché, se anche fosse rientrato Evenepoel, alla fine probabilmente avrebbe vinto ugualmente Pogacar…

Pogacar ha fatto il suo gioco, cioè cercare di scremare sempre di più, senza mai calare. Se Van der Poel non avesse tirato, magari iniziavano a farsi gli scherzetti. Rientravano da dietro anche Van Aert e Pedersen e si sarebbero create dinamiche diverse. Però dall’altro canto cerco di essere più neutrale nel giudizio, perché da corridore quando ti trovi lì e li hai già fatti fuori quasi tutti, sei contento di dove ti trovi. Tutti quelli che ho fatto fuori sono dietro, perché devo farli rientrare?

Non c’è il rischio che questo in qualche modo sia indice del fatto che Van der Poel si sia accontentato? Vista da fuori, era chiaro che Pogacar lo avrebbe staccato…

Però in fin dei conti a Van der Poel quest’anno non è mancato così tanto. Rispetto all’anno scorso, sul Qwaremont ha tenuto molto meglio. Secondo me si sentiva bene e al Fiandre è andato molto forte anche per i suoi standard. Lui è arrivato alla resa dei conti convinto che l’altro non lo avrebbe staccato. Ha scollinato molto bene anche di faccia e di pedalata. In cima era ancora in spinta, non era cotto. E anche Pogacar per staccarlo ha dovuto andare a fondo, fondo, fondo…

Hai anche detto che se li avessero messi su Zwift il risultato sarebbe stato identico. Perché pensare di fare tutto con la forza e non mettere in campo un po’ di tattica?

C’è anche da dire che se inizi a non tirare, rischi che al primo strappo l’altro ti stacchi. Comunque in telecronaca ho detto qualcosa in questo senso, ma la verità secondo me è che Van der Poel ha tirato perché voleva sentirsi alla pari, non farlo sarebbe stato ammettere di essere inferiore. Lui probabilmente è molto orgoglioso e l’orgoglio a volte è una brutta bestia, diventa un limite più che un punto di forza.

Secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Ultimo Qwaremont del Fiandre 2026, secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Ultimo Qwaremont del Fiandre 2026, secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Oggi contro Pogacar, Van der Poel si ritrova nella posizione in cui per tre anni ha relegato Van Aert…

Questo è proprio vero, ma penso anche che la Roubaix la vincerà lui. Magari di ruota non lo stacca, ma in volata è superiore, anche se Pogacar in volata non è così lento, quindi in qualche modo ha qualche chance anche lì. Dipende da come arrivano al finale, però di certo la Roubaix sarà la più bella.

Perché c’è più gente ad alto livello?

Per quello e perché per quanto tu possa andare forte, staccare la gente di ruota è sempre più difficile. E’ la corsa in cui c’è la tensione alta per più tempo. Anzi, per la maggior quantità di tempo. Alla Sanremo è bellissimo il finale, ma comunque è solo il finale. Il Fiandre ultimamente si risolve sempre presto, con pochi colpi di scena. La Roubaix invece ha 150 chilometri di finale e di tensione.