Gand, 30 all’arrivo: Van der Poel è già caduto nella trappola

26.03.2024
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Gregory Rast è stato lo stratega della vittoria di Pedersen alla Gand-Wevelgem. C’era lui sull’ammiraglia del team americano ed è stato lui, 16 stagioni da professionista sulle spalle, a impostare e condurre la riunione del sabato sera. Perché in qualche modo aveva immaginato che sarebbe andata così, pur correndo un grosso rischio del quale ci dirà.

Lo svizzero, che ha compiuto 44 anni a gennaio e ha all’attivo un quarto posto nella Roubaix del 2011, è ancora in Belgio. Tornerà a casa giusto un paio di giorni tra il Fiandre e la Roubaix, ma per il futuro più immediato il suo sarà un orizzonte fiammingo.

Prima del via, Stuyven parlava con Mohoric. Il belga purtroppo ha bucato ed è rimasto indietro
Prima del via, Stuyven parlava con Mohoric. Il belga purtroppo ha bucato ed è rimasto indietro
Domenica tutti hanno visto il grande lavoro della Lidl-Trek. Quando hai iniziato a pensare a quel tipo di tattica per vincere la Gand?

Ho riguardato tutte le gare degli altri anni e penso che fosse abbastanza chiaro che quando scommetti tutti i tuoi soldi su un solo cavallo, rischi di avere dei momenti davvero difficili. Il fatto di differenziare le punte è qualcosa che la Visma-Lease a Bike sta facendo già da qualche anno, ma perché funzioni servono corridori di qualità. Noi non ne abbiamo tanti più di quelli che avete visto, ma penso che abbiano una mentalità diversa da tutti gli altri e siano arrivati a queste gare molto ben allenati e pronti per correre in un certo modo.

Eppure alla Gand si è visto un atteggiamento diverso rispetto ad Harelbeke, anche se venerdì Stuyven è arrivato secondo….

Penso che fossimo tutti super pronti e super motivati già ad Harelbeke, ma tutti sanno che quella è una corsa abbastanza semplice. Non ha senso muoversi prima del Taaienberg e credo che sia così per tutte le squadre. Perciò quando arrivi al punto decisivo, devi essere in una buona posizione, altrimenti non hai alcuna possibilità.

E voi?

Penso che i nostri corridori siano stati bravissimi in questo e abbiamo potuto farlo perché i gregari, corridori come Vergaerde, Gibbons e Mathias Vacek di cui si parla sempre poco, hanno fatto tutto il lavoro per portare i leader in posizione. E poi c’è stato un ragazzo come Alex Kirsch che è andato in fuga (il campione lussemburghese ha chiuso poi al 10° posto, ndr). Penso che ogni squadra abbia cercato di fare la sua tattica, ma quando hai i corridori giusti con l’atteggiamento giusto, allora puoi farcela. La Gand è stata diversa…

Van der Poel è arrivato alla Gand dopo lo show di Harelbeke: tutti temevano i suoi attacchi
Van der Poel è arrivato alla Gand dopo lo show di Harelbeke: tutti temevano i suoi attacchi
Spiega.

Tutti sanno che la gara non inizia mai prima di De Moeren, quando si inizia a tornare indietro e comincia solitamente il vento. Fino a quel punto è stata nervosa, ma non è successo nulla. Dopo De Moeren, ci siamo ritrovati con un gruppo di 29 corridori con dentro i nostri tre leader. Normalmente avremmo voluto che ci fosse anche Kirsh, ma ha avuto una caduta ed è rimasto tagliato fuori. Da lì abbiamo iniziato a lavorare.

In che modo?

Quando siamo arrivati per la prima volta sul Kemmelberg, i ragazzi sono andati full gas. E’ stato Van der Poel a fare la selezione e noi lo abbiamo seguito, continuando con lui. Ma la differenza vera l’ha fatta Johnny (Milan, ndr). Quando hai uno come lui che invece di aspettare lo sprint gioca il tutto per tutto, se tutto va bene hai azzeccato la mossa vincente.

Che cosa vuoi dire?

E’ stato molto bello vedere che l’Alpecin ha dovuto spremersi a fondo per inseguirlo. Chiaro che per fare una mossa del genere devi avere i corridori, penso che tutti vorrebbero farlo.

Alex Kirsch sarebbe stato un’altra pedina importante per il finale, ma si è ritirato in seguito a una caduta
Alex Kirsch sarebbe stato un’altra pedina importante per il finale, ma si è ritirato in seguito a una caduta
Quando avete fatto la riunione per parlare di tattica: sabato sera o sul pullman prima del via?

Per queste grandi gare, facciamo la riunione sempre la sera prima. Faccio io il giro delle stanze e parlo con tutti i corridori. Chiedo loro come la vedono e quale ruolo si aspettano. Poi facciamo la riunione e spieghiamo come dovrebbe andare, in modo che tutti siano coinvolti, conoscano il proprio compito e abbiano tutta la notte per mentalizzarsi ed essere pronti per fare ciascuno il suo lavoro. Se lo facessimo la domenica mattina, qualcuno potrebbe non capire o essere sorpreso. La riunione sul pullman si fa nelle corse a tappe, nelle classiche sempre la sera prima.

E hai parlato con Mads dello sprint contro un corridore come Van der Poel?

Mads è un ragazzo speciale e ha le sue buone idee. Abbiamo ragionato sul fatto che Van der Poel venerdì avesse fatto una gara fantastica, che a volte sembri imbattibile e nessuno si capacitasse di come stesse correndo. Però poi, seguendo la Gand dalla televisione in macchina, abbiamo visto che Mathieu era meno… Mathieu del solito. Non so se si è visto, ma faceva fatica. L’ultima volta sul Kemmelberg e anche nella precedente, non era come ce lo aspettavamo.

In salita ha sofferto più del solito…

E anche mentre tornavamo verso Wevelgem sugli stradoni, abbiamo capito che Pedersen era più forte. Tutto quello che gli abbiamo detto, sapendo che Mads è molto intelligente, è stato fargli presente che Van der Poel voleva sicuramente uno sprint corto, perché ha un’accelerazione migliore della sua. Poche parole, glielo abbiamo semplicemente ricordato. Se l’abbia ascoltato o no, ancora non lo so, ma questo è ciò che gli abbiamo detto nella radio: «Lui vuole uno sprint breve, tu vuoi uno sprint lungo». E alla fine ha vinto partendo ai 350 metri.

Milan è in fuga, Van der Poel deve inseguire da solo con Pedersen a ruota
Milan è in fuga, Van der Poel deve inseguire da solo con Pedersen a ruota
Avevate un piano B, come ad esempio riaprire la corsa e fare la volata, oppure a quel punto l’unica possibilità era il finale a due?

Non so quale fosse la tattica della Alpecin e se fossero più sicuri con la volata di Philipsen. Quello che so è che quando hai due uomini davanti, hai il 50 per cento di possibilità di vincere. Se invece la corsa si fosse riaperta, potevano succedere molte cose, come ad esempio ritrovarsi senza più niente in mano. Credo che in Alpecin abbiano fatto lo stesso ragionamento. Mathieu è il campione del mondo e hanno pensato che potesse battere Mads. Noi sapevamo che Mads può battere Mathieu. Quindi penso che anche loro abbiano avuto il loro bel mal di testa nel decidere cosa fare. Se aspettare per giocarsela con Philipsen o tirare dritto.

E per te, per Gregory Rast, come è stato vincere la Gand attuando la tattica che avevi pensato?

E’ stato fantastico. Alla fine, come ho detto prima, quando arrivi al traguardo con due ragazzi, hai 50 e 50 di possibilità, ma non lo sai finché non superi il traguardo. E intanto pensi. Abbiamo fatto un errore a far attaccare Johnny così presto? Avremmo dovuto salvarlo per fare lo sprint? Alla fine, tutti sono felici e tutti dicono: «Wow, è stato fantastico!». Ma sono abbastanza sicuro che se avessimo perso la gara, ci avrebbero detto: «Siete stati degli stupidi. Avreste dovuto dire a Milan di stare a ruota tutto il giorno e pensare solo allo sprint!». Invece abbiamo deciso di essere aggressivi e Johnny è stato fantastico.

Tutto bene, dunque?

A parte i pensieri. Se il gruppo fosse tornato sotto, Mads sarebbe stato stanco e non avrebbe potuto sprintare bene. Anche Johnny sarebbe stato stanco e nemmeno lui avrebbe potuto fare la volata e saremmo finiti quinti. La linea fra il successo e restare con le mani sulla testa come degli idioti è davvero sottile (ride, ndr).

Il piano è riuscito, Pedersen ha vinto la Gand. E’ il successo di tutta la LIdl-Trek
Il piano è riuscito, Pedersen ha vinto la Gand. E’ il successo di tutta la LIdl-Trek
Pensi che la tattica della Gand sarà ripetibile al Fiandre?

Domenica sarà più difficile, perché sappiamo che sulle salite ripide Mathieu e Wout (Van Aert, ndr) hanno un po’ più di spinta. Però anche Mads è salito sul podio del Fiandre, per cui non abbiamo paura di loro. Sarà un Fiandre diverso perché Pogacar non ci sarà. Tadej vuole sempre la corsa più dura possibile, mentre per gli altri due non è così. Loro sanno che quando arrivano al tale punto, possono attaccare e non sono molti quelli che possono seguirli. Penso che Mads potrà provare a farlo. Van der Poel e Van Aert hanno entrambi cinque stelle, Mads ne ha quattro e mezza.

Pensi che sarà possibile arrivare all’ultimo Qwaremont con tre corridori davanti?

Penso che la gara comincerà abbastanza presto e dovremo avere un certo numero di corridori per entrare nei vari gruppi e far lavorare le altre squadre. Questo almeno è quello che tutti cercano di fare. Penso che Stuyven stia andando forte e penso che avremo anche Toms Skuijns che in salita va forte e si è visto alla Strade Bianche. Quindi forse potremmo avere delle buone possibilità anche domenica. Ci arriviamo di slancio e abbiamo un gruppo davvero forte, non solo i leader. Partiremo per vincere, questo è certo.

Kasper Asgreen, che batté Van der Poel al Fiandre del 2021, disse che il solo modo per vincere contro di loro è non averne paura.

Penso che avesse ragione. Se hai paura, è più probabile commettere errori. Mads in ogni caso non ha paura di nessuno, su questo non ho il minimo dubbio.

Guarnieri e le sue (quasi) mille gare tra un ricordo e l’altro

25.03.2024
7 min
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CASTELL’ARQUATO – Una storia instagram di Jacopo Guarnieri durante il UAE Tour aveva attirato l’attenzione. Era la condivisione di un dato statistico di un sito specializzato che lo vedeva ad una sola gara dalle mille disputate in carriera da professionista.

La quadrupla cifra in tante discipline è sinonimo di longevità e costanza. Pensiamo ai mille gol di Pelè oppure alle mille vittorie di coach Lenny Wilkens in NBA, ma nel ciclismo attuale tagliare un traguardo simile vuol dire assistere ad un mutamento del proprio sport. Per la verità la nostra curiosità ci ha portato ad approfondire i numeri in questione e scoprire che l’alfiere della Lotto-Dstny ora è a quota 986 e raggiungerà le mille gare nelle prossime settimane. Del conteggio iniziale facevano parte anche le corse internazionali fatte da junior e U23. Tuttavia per noi è stata l’occasione di suonare al campanello di casa di Guarnieri e ripercorrere con lui questa lunga striscia agonistica attraverso i suoi aneddoti più significativi. E non sono mancati quelli divertenti.

Guarnieri vive sulle colline piacentine. Dovrebbe correre il Tour de France che partirà da Piacenza nella terza tappa
Guarnieri vive sulle colline piacentine. Dovrebbe correre il Tour de France che partirà da Piacenza nella terza tappa
Jacopo ti eri reso conto di essere già arrivato a così tante gare?

Veramente no, sono rimasto abbastanza sorpreso. E’ vero anche che hanno considerato quelle da dilettante, però se ci penso a caldo sono tante, perché sono tanti giorni di corsa. Se ci rifletto invece con più calma, queste quasi mille gare spalmate su un arco temporale di sedici stagioni da pro’ ci possono stare.

Te le ricordi tutte queste mille gare?

Vi confesso che ho un’ottima memoria. I miei compagni ridono sempre perché ricordo cos’è successo in determinate gare, chi ha fatto cosa. Dire però che me le ricordo tutte è difficile.

Quali sono le gare che ti ricordi maggiormente?

In questo caso andiamo semplicemente per vicinanza temporale. Gli ultimi anni me li ricordo benissimo (ride, ndr). Battute a parte, mi ricordo le mie prime gare da pro’. Nel 2008 avevo fatto la stage con la Liquigas al Tour of Missouri, poi l’anno successivo avevo debuttato al Tour Down Under (quinto posto nella prima frazione, ndr). Ho esordito nella stagione del ritorno di Lance Armstrong quando era in Astana. Nel classico criterium che fanno prima del Down Under, era andato in fuga. Mi ricordo anche altre prime volte.

Instancabile. De Gendt, compagno di Guarnieri, ha accumulato più di 1.300 gare da pro’ Ne ha disputate addirittura 100 nel 2012
Instancabile. De Gendt, compagno di Guarnieri, ha accumulato più di 1.300 gare da pro’ Ne ha disputate addirittura 100 nel 2012
Racconta pure.

Ad esempio la prima Sanremo l’ho fatta tardi, nel 2012 al mio primo anno nell’Astana. Quell’anno si faceva ancora la salita de Le Manìe. C’era il sole, vinse Gerrans che arrivò in un gruppetto con Nibali, Cancellara e nel giro di trenta secondi scarsi eravamo tutti lì. Il primo grande Giro invece è stata la Vuelta nel 2010, quella che vinse Nibali. Eravamo compagni di squadra alla Liquigas. C’era stata la cronosquadre a Siviglia in notturna. Avevamo fatto secondi, eravamo andati molto forte. Ma c’è un episodio che ricordo ancora benissimo che quando lo racconti ai corridori di adesso non ci credono.

Ovvero?

Era una tappa per velocisti e c’era fuori una fuga. L’ottanta per cento del percorso si sviluppava su questi “su e giù”, le classiche strada vallonate della Spagna. A circa 25 chilometri dall’arrivo, quando la strada iniziava ad essere pianeggiante, riprendiamo i fuggitivi e cosa fa il gruppo? Si ferma a fare pipì (ride, ndr). Roba impensabile per il ciclismo di adesso, dove iniziano a limare per le posizioni a 50 chilometri dalla fine in qualsiasi gara.

Come andò a finire quella tappa?

Avevano vinto i soliti. Se le giocavano Farrar o Cavendish le volate. Questo fa molto ridere perché adesso fanno il triplo della fatica per poi finire a fare le stesse cose. D’altronde siamo nell’epoca in cui i direttori sportivi continuano a dirti di stare sempre davanti e fare attenzione.

Guarnieri con la Katusha ha disputato più di 160 gare in due anni. E per nove volte in carriera ha corso la “settimana santa”
Guarnieri con la Katusha ha disputato più di 160 gare in due anni. E per nove volte in carriera ha corso la “settimana santa”
Da questo aneddoto si evince che il ciclismo è cambiato tanto?

E’ cambiato enormemente. In ammiraglia adesso ci sono internet, Google Maps e tutti sanno tutto, ma tutti sanno le stesse cose. Quindi non c’è neanche un vero vantaggio da sfruttare. Tutti dicono di stare davanti per evitare pericoli, quando il pericolo siamo proprio noi che cerchiamo di stare davanti. L’ignoranza di una volta, intesa nel non conoscere precisamente ogni metro di gara, poteva essere un vantaggio perché si correva in maniera più rilassata. Tanto vincevano sempre i campioni. Allora ci si stressava quando serviva, mentre adesso c’è uno stress costante anche per cose inutili.

Hai fatto anche tante annate da 80 o più gare. Anche questo è un segnale di cambiamento?

Sì, all’epoca si facevano ed era la normalità. Ora è rimasta la normalità solo per il mio compagno Thomas De Gendt. Lui infatti ha molte più gare di me, più di 1.300, tanto che quando ha visto quella storia Instagram mi ha preso in giro, dandomi del dilettante (ride, ndr). Lui non ha mai dei picchi di forma, può permetterselo, ma col livello di adesso fare 80 gare all’anno è impensabile. Adesso quando ne fai una cinquantina, sei nella media giusta. Prima c’erano tante corse in preparazione, ora ci alleniamo in modo più preciso a casa e si va alle gare per correre, salvo qualche eccezione.

Proviamo a metterti in difficoltà. Sai qual è la gara che hai corso più volte?

Non saprei (riflette un attimo, ndr). Secondo me è la classica di Amburgo che l’ho quasi sempre fatta. Dieci volte però anche per Sanremo, Gand-Wevelgem e la vecchia Tre Giorni di La Panne. Poi a memoria, appena sotto, dico Fiandre, Roubaix e Harelbeke le ho corse tante volte (nove volte, ndr). Dico bene?

Guarnieri ricorda la prima Gand 2009, diluvio, i ventagli e la vittoria del suo coetaneo Boasson-Hagen sul compagno Kuschynski
Guarnieri ricorda la prima Gand 2009, diluvio, i ventagli e la vittoria del suo coetaneo Boasson-Hagen sul compagno Kuschynski
Giusto. Un aneddoto legato ad una di queste corse?

La volta che mi ricordo di più Amburgo è l’edizione di due anni fa. Sono rimasto coinvolto in una caduta di gruppo in leggera discesa. Andavamo fortissimo prima di prendere lo strappo e siamo finiti tutti a terra. Erano rimasti in piedi solo i primi trenta corridori. Invece mi ricordo bene la mia prima Gand-Wevelgem nel 2009. Si correva di mercoledì ed era di 200 chilometri. Quando era in mezzo tra Fiandre e Roubaix. Quando era ancora la vecchia settimana santa. Diluviava, al via c’eravamo sia io che Daniel Oss, esordienti tra i pro’.

Cosa successe?

Pronti via e si apre subito un ventaglio senza nessun Quick Step davanti. C’era Tosatto che tirava alla morte per riportare dentro Boonen. Abbiamo fatto quasi tutta la corsa ad inseguire a circa un minuto dalla testa. Abbiamo mollato solo nel finale quando avevamo capito che non avremmo mai ripreso i battistrada. Sia Oss che io l’avevamo finita e Quinziato, che ora è il mio manager, ci aveva detto: «Bravi, giovani!». Ero contento, poi pensi che Boasson Hagen, che ha la mia età, aveva vinto e ti cala l’entusiasmo. Lui al tempo era un fenomeno, che ha vinto poco rispetto a quello che faceva vedere in quegli anni.

Numeri alla mano, Jacopo Guarnieri ha corso tante volte la “settimana santa”.

Mi piaceva tantissimo. In quel periodo si stava in Belgio per tanto tempo anche per le altre semi-classiche. Sempre nel 2009 a De Panne per colpa mia era finito a terra Hoste, che in quelle gare era uno dei big (tre secondi posti al Fiandre, ndr), e altri corridori. Ero uscito abbastanza malconcio da quella caduta.

Guarnieri centra la prima vittoria da pro’ al Tour de Pologne 2009. La sua memoria rivive il treno dei compagni e gli avversari battuti
Guarnieri e la prima vittoria da pro’ al Tour de Pologne 2009. Ricorda il treno dei compagni e gli avversari battuti
A parte la gioia per le tue quattro vittorie, hai un ricordo legato a queste corse?

La memoria va al primo successo nel 2009 alla terza tappa del Tour de Pologne. Ricordo bene il treno tirato da Quinziato e Oss a battagliare con quello della HTC. Arrivai davanti ad Allan Davis, che è stato il mio diesse l’anno scorso, e Andre Greipel, uno dei più forti velocisti in assoluto. Quella sembrava essere il trampolino di lancio per una carriera di vittorie e invece non è stato così (sorride, ndr).

Non è tempo di pensare a ciò che sarebbe stato, ora bisogna solo pensare a quello che verrà. Piacenza, città e provincia d’adozione di Guarnieri, ospiterà la partenza della terza tappa del Tour de France. L’obiettivo è essere al via col tagliando delle mille gare da pro’ sul proprio contachilometri.

EDITORIALE / Fra Mads e VdP, la differenza è stata la squadra

25.03.2024
6 min
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Non sempre le ciambelle riescono col buco, ma è più facile che accada quando si lavora come squadra, mettendo insieme atleti di grande valore e studiando sin dalla vigilia una tattica. E’ questo il senso che resta addosso dopo gli ultimi giorni di gara al Nord e forse anche prima, dal weekend precedente fra la Sanremo e Cittiglio.

Quando ieri dopo l’arrivo della Gand-Wevelgem, vinta da Pedersen con il contributo di Milan, abbiamo mandato un messaggio di congratulazioni a Luca Guercilena, la sua risposta è stata emblematica: «Bel numero del team!». E proprio la squadra è stata la chiave della vittoria su Van der Poel, come lo era stata a Cittiglio nella vittoria di Balsamo su Kopecky e a Sanremo nella vittoria di Philipsen. A ben guardare anche la vittoria di Lorena Wiebes nella Gand delle donne è stata propiziata dal grande lavoro della SD Worx-Protime contro il grande lavoro della Lidl-Trek. Al punto che nessuno ha schiacciato gli altri e la vittoria è derivata dalla maggior punta di velocità dell’olandese sull’azzurra, che comunque ha potuto giocarsi la corsa ad armi pari. Sembra il segreto di Pulcinella, ma non lo è e potrebbe segnalare un cambiamento di mentalità.

La squadra e la testa

Ieri si è visto che Van der Poel è fortissimo, ma non è imbattibile, soprattutto se davanti ha rivali che non perdono la testa. Si è vista una squadra mettere in atto una tattica per anticiparlo e costringerlo a inseguire, allo stesso modo in cui fu lui alla Sanremo a incastrare tutti gli altri, correndo per Philipsen. Alla Gand, il campione del mondo ha provato a fare il suo solito, uscendo allo scoperto a 85 chilometri dall’arrivo. Le gambe non sono sempre le stesse e i percorsi non si somigliano tutti. Le strade impegnative che ad Harelbeke gli hanno permesso di fare la differenza ieri non c’erano, ma lui non se ne è reso conto. Si poteva pensare che ancora una volta avrebbe corso per Philipsen, ma il richiamo del Kemmelberg e delle raffiche di vento è stato più forte di ogni ragionamento. Probabilmente domenica al Fiandre, il corpo a corpo sarà ancora la soluzione migliore, ma la prova di ieri aggiunge un elemento di curiosità.

La sensazione infatti è che la Lidl-Trek sia andata in gara avendo già chiaro come fare per contenere il potentissimo campione del mondo: dal primo dei muri fino agli ultimi 350 metri, quando Pedersen ha lanciato la lunghissima volata con cui ha sfiancato il rivale. Rileggendo la corsa, la squadra guidata da Gregory Rast ha lanciato allo scoperto i suoi uomini, uno dietro l’altro, ricordando il modo di correre che un tempo fu della Quick Step che poi finalizzava il lavoro con Tom Boonen.

Sull’ultimo Kemmel, Van der Poel ha dovuto stringere i denti ed ha accettato la sfida di Pedersen
Sull’ultimo Kemmel, Van der Poel ha dovuto stringere i denti ed ha accettato la sfida di Pedersen

Messo in mezzo

Vista la superiorità del campione del mondo, non avevano altra scelta. Il fatto di averlo circondato con il numero più alto di uomini ha fatto sì che Van der Poel, privo di una squadra alla sua altezza, abbia dovuto cavare da sé le castagne dal fuoco e abbia cominciato a pensare di doversi guardare non solo da Pedersen. Quando Mathieu ha attaccato sul Kemmelberg, si è ritrovato circondato da maglie della squadra americana.

Difficile dire se a quel punto avesse in animo di tentare la giocata individuale a qualsiasi costo. Quel che è certo è che quando all’ultimo passaggio sul celebre muro ha dovuto rispondere all’attacco di Pedersen, non aveva più il brio delle tornate precedenti. Dopo l’arrivo ha ammesso di aver pagato la fatica della gara di Harelbeke, ma ha fatto presto a ricordare che in gruppo c’era anche Pedersen. In realtà venerdì il danese ha chiuso a quasi 3 minuti dal vincitore iridato, quindi sicuramente il suo dispendio energetico è stato inferiore, ma il vero succo della questione è che Mathieu ha letto male la corsa oppure ha creduto di poter giocare ancora una volta da solo.

«La nostra forza in Lidl-Trek – ha invece spiegato Pedersen – è correre come una squadra e non per un unico leader. Non designiamo nessuno come numero uno. Se mi avessero detto di non puntare alla mia vittoria, ma di lavorare per lo sprint di Milan, lo avrei fatto. Abbiamo capito che ciò disturba i nostri avversari, che non sempre capiscono molto bene la nostra strategia».

Conoscendo il finale di gara, l’attacco di Kopecky aveva coinvolto anche Lorena Wiebes
Conoscendo il finale di gara, l’attacco di Kopecky aveva coinvolto anche Lorena Wiebes

Solista senza squadra

Nella gara delle donne, l’altrettanto ambiziosa e iridata Lotte Kopecky ha attaccato sul Kemmelberg e ha portato con sé Lorena Wiebes. Non ha tentato l’azione individuale. E quando sono state riprese, anziché intestardirsi nel cercare la soluzione personale, si è messa al servizio della compagna che alla fine ha portato a casa la vittoria. Dall’altra parte, Elisa Longo Borghini avrebbe potuto correre per sé, ma assieme a Van Dijk e Van Anrooij ha capito che la carta migliore fosse Balsamo e per Elisa hanno lavorato.

Van der Poel si è ritrovato a corto di gambe in fuga con Pedersen a 30 chilometri dall’arrivo. E questa volta, al contrario di quanto fatto a Sanremo, non ha ragionato da leader di una squadra. Avrebbe potuto rialzarsi, non collaborare e favorire il rientro del gruppo, in cui Philipsen avrebbe potuto giocarsi la volata contro Milan e i velocisti rimasti. Ma non lo ha fatto e ha preferito puntare su se stesso, pur consapevole che in certi arrivi Pedersen è più forte di lui. Allo stesso modo aveva perso il Fiandre del 2021 contro Kasper Asgreen e la Roubaix contro Colbrelli: impossibile che non lo ricordasse.

«In realtà neanche io ero sicuro al 100 per cento del mio sprint – ha detto Pedersen – ma sono partito più lungo che potevo per mettergli pressione».

Al Fiandre del 2021, Van der Poel perse la volata lunga contro Asgreen, come accadde anche alla Roubaix contro Colbrelli
Al Fiandre del 2021, Van der Poel perse la volata lunga contro Asgreen

Fiandre in arrivo

A una settimana dal Giro delle Fiandre, la Gand ha mostrato che i solisti della Soudal-Quick Step non sono ancora entrati in gara. La Visma-Lease a Bike porta ancora le cicatrici della sconfitta di Van Aert ad Harelbeke, ma soprattutto ha mostrato che Laporte, Van Baarle e Benoot non sono ancora al livello dei tempi migliori. La Alpecin-Deceuninck ha l’immenso Van der Poel, ma alle sue spalle c’è poco. Pogacar non ci sarà per scelta. E di colpo sulla scena sono piombati i corridori della Lidl-Trek, capaci di mettere le briglie a Van der Poel. Certamente su quel percorso che non concede sconti, Mathieu avrà tutte le carte in regola per puntare alla tripletta. Il gioco sarà capire se la resa di ieri abbia instillato in lui il dubbio che non sempre sia possibile fare tutto da soli.

La Gand delle volate al limite, con tanto sapore d’Italia

24.03.2024
8 min
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C’è tanta Italia oggi sul traguardo della Gand-Wevelgem, anche se purtroppo non abbiamo vinto. A fare festa sono Mads Pedersen da una parte e Lorena Wiebes dall’altra, ma gli azzurri della Lidl-Trek, con l’aggiunta di Matteo Trentin, Chiara Consonni e Maria Giulia Confalonieri, hanno fatto vedere di essere pronti per sedersi a tavola nelle prossime corse del Nord.

Mads Pedersen batte Van der Poel con una volata a sfinimento, piegando il campione del mondo quando erano tutti pronti a darlo per morto, scaricando nei pedali anche la frustrazione per la Sanremo persa malamente. Eppure se Mathieu è arrivato stanco al terzo Kemmelberg è stato perché gli è toccato inseguire a lungo Jonathan Milan, andato in fuga molto presto, ma non per questo da lasciare andare.

E’ la Gand, non più corsa per velocisti, che si è decisa sul solito Kemmelberg e poi in quel tratto infinito fino a Wevelgem in cui tutto rischia ogni volta di rimescolarsi. Non è successo con gli uomini, perché Pedersen e Van der Poel hanno scelto di non giocare. E’ andata così invece per le donne. E’ la Gand di Van Aert, che ha scelto di non esserci e non si capisce il perché. Sarebbe potuta essere anche un bel banco di prova per Ganna, che ha già imboccato la via di Parigi e al Nord quest’anno purtroppo non lo vedremo. E’ la Gand in cui si è capito che in giro c’è tanta Italia che vale.

Strategia Lidl-Trek

Van del Poel ha voglia di menare le mani e lo fa capire subito. E’ suo il primo attacco ai meno 85, doppiato da quello di Milan due chilometri dopo. E’ ancora il forcing dell’iridato sul secondo passaggio del Kemmel a portare vie Pedersen, Milan e Pithie, ma quando il danese al giro successivo capisce di poter affondare il colpo, Van der Poel sente che le gambe non sono quelle spaziali di Harelbeke e si dispone a seguire. Sa che Pedersen non è uno qualunque e forse si preoccupa quando l’altro impedisce che l’andatura cali e lancia la volata lunghissima.

«In realtà avevo poca fiducia – dice Pedersen che ha già vinto la Gand, che nel 2020 si corse in ottobre – e non avevo altra scelta che arrivare al traguardo con Van der Poel. Se ci fossimo attaccati a vicenda, il gruppo ci avrebbe ripreso. Quindi è stata sicuramente una scommessa, per vincere la quale ho dovuto credere nel mio sprint. E’ stato decisivo salvarsi sul Kemmelberg e poi gestire il finale. Ho mantenuto il ritmo alto e mi sono assicurato di non superare il limite. Anche Milan mi ha aiutato molto, attaccando presto. Peccato per Stuyven, che ha bucato in un tratto sterrato».

Van der Poel senza gambe

Il campione del mondo è onesto e non cerca scuse, raramente gli capita di farlo. Ma chissà se stasera, alla luce di quello che dice e rivedendo la sua condotta di gara, si mangerà le mani per le energie buttate sul Kemmel.

«Ho sofferto molto – dice – nell’ultimo passaggio del Kemmelberg stavo quasi per staccarmi, ma per fortuna sono riuscito a tenere. Semplicemente, ha vinto il più forte. Probabilmente avevo nelle gambe la gara di venerdì ad Harelbeke, ma c’era anche Pedersen, quindi questa non è una scusa. Mi sarebbe piaciuto vincere, semplicemente non ho avuto le gambe».

L’attacco di Milan ha costretto Van der Poel a inseguire: una fase che si rivelerà decisiva
L’attacco di Milan ha costretto Van der Poel a inseguire: una fase che si rivelerà decisiva

Milan, volata “cecchinata”

Milan ha attaccato e poi ha sbagliato la volata, con una delle sue partenze troppo lunghe. Il quinto posto gli sta stretto. Si è sempre detto che queste siano le sue corse e oggi è la prima volta che ne abbiamo la conferma. Molto più convincente che a Sanremo. Quando lo raggiungiamo è sul pullman della Lidl-Trek, aspettando Pedersen e seguendo il finale delle ragazze.

«E’ andata bene – dice sorridendo – sono contento. Di più, sono molto contento. Dopo la Sanremo ho avuto veramente dei giorni in cui ero tanto stanco. Ho dovuto prendermene un paio per recuperare bene a livello di gambe e solo ieri, dopo l’oretta e mezza che abbiamo fatto con un po’ di lavori, ho sentito che la gamba era buona e mi sono detto: dai proviamo a divertirci! L’attacco è stato improvvisato. Avevamo pianificato di giocarci le nostre carte, però ero tanto lontano dall’arrivo. Insomma, la corsa era ancora in stand by.

«Però penso che alla fine sia andata benissimo. Sono molto contento a livello personale per quello che ho fatto. Però ho “cecchinato” un po’ la volata, sono partito un po’ lungo, che mi capita spesso. Santo cielo, troppo indietro, troppo lungo… Sicuramente dovevo aspettare più tempo, però così è andata. Siamo contenti del risultato e adesso si recupera per le prossime corse e vediamo cosa siamo capaci di fare».

Primo Pedersen, secondo Van der Poel, terzo Meeus: è mancato un soffio che lassù ci fosse anche Milan
Primo Pedersen, secondo Van der Poel, terzo Meeus: è mancato un soffio che lassù ci fosse anche Milan

Il podio sfuggito

Gli diciamo che alla fine Van der Poel ci ha lasciato le penne perché in qualche modo lo hanno messo in mezzo, ma Johnny quando c’è stato l’attacco di Pedersen era dietro e non ha visto il campione del mondo ingobbirsi e rispondere senza rilanciare.

«Ah sì? Devo rivedermi il finale – dice – so che quando ha attaccato al secondo passaggio ero lì ed è stato faticoso. Mal di gambe ragazzi, questo è poco ma sicuro, mal di gambe. Diverso dal mal di gambe di Sanremo, perché penso di essermi sentito molto meglio anche a livello di alimentazione e per come mi posizionavo. Sono molto soddisfatto anche per quanto riguarda questo, perché oggi è stato il primo piazzamento che faccio quassù. Mi sarebbe piaciuto portare a casa quel terzo posto: rode un po’, devo dire. Però bisogna vedere l’insieme, la giornata, il risultato finale anche da parte della squadra, da parte di Mads. Però rode un filo, un filo tanto…».

Balsamo, è mancato un soffio

L’attesa del verdetto fra le ragazze è durata un’eternità. Dopo che Lotte Kopecky ha provato a fare la differenza sul Kemmelberg, il gruppo si è nuovamente ricomposto e la volata è diventata un affare fra grossi motori. Ha vinto Lorena Wiebes al sesto assalto, ma non ha dominato come nelle ultime volate, perché Elisa Balsamo ha provato a guastarle la festa ed è arrivata a un soffio dal riuscirci.

«Sicuramente è stata una corsa veramente molto dura – dice Elisa Balsamo – caratterizzata dal vento tutto il giorno, quindi anche da tanto stress. Purtroppo ci è mancato poco. La mia squadra ancora una volta ha fatto un grande lavoro, quindi è sempre difficile accontentarsi di un secondo posto, soprattutto quando davvero è così vicino al primo posto. Però devo dire che comunque sono soddisfatta e si guarda avanti…».

Mai come questa volta Wiebes non ha avuto fino all’ultimo la certezza di aver vinto
Mai come qusta volta Wiebes non ha avuto fino all’ultimo la certezza di aver vinto

Al sesto assalto

«Questa vittoria – dice Wiebes – è in cima alla mia lista. Ci sono voluti sei anni, ma finalmente è arrivato il mio momento. Ho sentito qualcuno rimontare nello sprint e ho provato a rilanciarmi fino al traguardo. In qualche modo avevo la sensazione di aver vinto, ma non ne ero sicura e così ho preferito non esultare. Sono contenta del lavoro della squadra, ci siamo giocate molto bene la partita».

Kopecky un po’ c’è rimasta male. Voleva rifarsi dopo la sconfitta di Cittiglio e con l’attacco del Kemmel era riuscita a scrollarsi di dosso le velociste, portando con sé la stessa Wiebes.

«Balsamo e Kool non c’erano – dice la campionessa del mondo – sarebbe stato bello arrivare fino al traguardo con quel gruppetto. E’ diverso rispetto a vincere te stesso, ma è comunque una bella sensazione aver potuto aiutare Lorena. Mi sono trovata bene, questa gara si presta anche ad attaccare sui muri. Ho acquisito fiducia qui per il Giro delle Fiandre della prossima settimana».

Dalla neve a Gand, la nuova primavera di Confalonieri

23.03.2024
4 min
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E’ un inizio di stagione di grande impatto quello di Maria Giulia Confalonieri. Al suo secondo anno alla Uno-X, la ciclista di Giussano ha finora collezionato 15 giorni di gara e in ben 6 di questi ha chiuso fra le prime 10, con un podio di rilievo nella seconda tappa del Tour de Normandie. Non poco per lei, soprattutto confrontandolo con l’identico periodo dello scorso anno quando, al di là della piazza d’onore a Le Samyn, la situazione era ben diversa come anche le sue sensazioni.

La volata di Confalonieri al Tour de Normandie: 3° posto per lei
La volata di Confalonieri al Tour de Normandie: 3° posto per lei

«E’ stato un inizio buono – ammette la lombarda – diciamo che sono ripartita un po’ da come avevo finito lo scorso anno, quando finalmente avevo ritrovato una buona condizione. Ero stata segnata pesantemente dal periodo delle Classiche: per me è il più importante, ma un paio di cadute mi hanno condizionato e di fatto ne ho sofferto per tutto il periodo successivo. Ora la situazione è diversa, la gamba è buona e mi sento molto ottimista per l’arrivo delle gare che più mi piacciono».

Al tuo secondo anno sembra che anche in squadra ci sia un diverso spirito, come si evince anche dal ritiro prestagionale che avete fatto nell’estremo nord della Norvegia, dedicandovi a tutto fuorché alla bici…

E’ sicuramente la realtà più grande della quale ho fatto parte, una squadra che pur essendo solo al terzo anno è in grande espansione. Inoltre per me è la prima volta che sono parte di un team WT e la differenza, in termini di organizzazione e anche di dimensioni. si sente. C’è però una forte differenza con il team maschile, quello è una sorta di nazionale, questo invece comprende molte atlete straniere, si parla solo inglese, la matrice norvegese non si sente più di tanto.

Confalonieri (a destra) nel ritiro prestagionale in Norvegia, in giro con le slitte
Confalonieri (a destra) nel ritiro prestagionale in Norvegia, in giro con le slitte
I risultati di questa stagione e come sono arrivati dicono che sei un po’ la leader del team, sia in termini di finalizzazione ai fini del risultato che di regista in corsa. E’ vero?

Parzialmente. Nel senso che capita spesso che la squadra corra per me, ma dipende molto dalle caratteristiche della corsa. Ogni volta stabiliamo i ruoli, che poi possono cambiare in base a come la gara si evolve. Al Tour de Normandie ad esempio correvamo per favorire la Ottestad in classifica, nella tappa finale siamo riuscite a farla entrare nella fuga giusta e alla fine ha portato a casa il risultato pieno, per tutte noi è stata una grande soddisfazione.

Il podio finale in Normandia con Ottestad vittoriosa davanti a Nelson (GBR) e Van Dijk (NED)
Il podio finale in Normandia con Ottestad vittoriosa davanti a Nelson (GBR) e Van Dijk (NED)
E per quanto riguarda la gestione delle compagne?

Il ruolo di regista ci sta, molte si affidano a me per l’esperienza che ho, mi chiedono come muoversi. E’ un ruolo che in questo momento mi si attaglia e nel quale mi rispecchio moltissimo perché posso dare un buon contributo alla causa generale. Vedo che stiamo crescendo, tutte insieme.

Proprio questa tua esperienza e capacità di rimanere sempre nel vivo della corsa potrebbero essere importanti anche in funzione azzurra. E’ vero che per Parigi ci saranno soli 4 posti, ma un elemento che possa sia lavorare per le altre che essere utile anche nel finale avrebbe un grande senso, che dici?

Per Parigi credo sia molto difficile, il cittì ha già le idee abbastanza chiare su chi portare e come muovere la gara. Difficile che io venga considerata anche di fronte a una stagione sopra le righe. Credo invece di avere più possibilità per gli europei, perché il percorso mi si addice e lì sì che penso potrei avere un ruolo. D’altro canto so che Sangalli non è uno che guarda solo gli ordini d’arrivo, ma sa giudicare le prestazioni in corsa. Io farò di tutto per meritarmi un’altra chance in azzurro.

Per la lombarda buone prestazioni anche al Uae Tour, con un 7° posto nella seconda frazione
Per la lombarda buone prestazioni anche al Uae Tour, con un 7° posto nella seconda frazione
Ora arriva il periodo delle classiche, a partire da domenica con la Gand-Wevelgem. Su quali hai posato gli occhi?

Già quella di domenica è per me una data cerchiata di rosso, come anche quella del 7 aprile, il giorno della Roubaix. E’ una corsa che mi affascina, che mi piace tanto, ma dove devi avere tanta fortuna e io non ne ho mai avuta: spero di riscuotere finalmente il mio credito. A dir la verità quella che mi piace di più è il Giro delle Fiandre, ma so bene che con i suoi muri è una gara troppo difficile. Intanto però facciamo un passo alla volta e pensiamo a domenica, vediamo di portare a casa qualcosa d’importante…

Thomas Capra, i due anni da juniores e ora il Cycling Team Friuli

14.11.2023
5 min
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«Se dovessi dare un consiglio agli juniores gli direi di fare le cose con calma e non avere fretta. Con i sacrifici e il duro lavoro i risultati arrivano». Queste sono le parole di Thomas Capra che ha appena concluso i due anni da junior con la maglia del Team Assali Stefen (in apertura foto Bi.Ci.Cailotto) ed è ora pronto a gettarsi nella mischia degli under 23 per trovare il suo spazio. Vincitore da primo anno della Gand-Wevelgem è sempre stato un profilo interessante con tanti occhi puntati addosso.

Il classe 2005 di Carzano ha scelto il Cycling Team Friuli. La motivazione? Restare in Italia per finire gli studi e avere una proiezione per il futuro vista l’affiliazione del team alla Bahrain Victorious. Riavvolgiamo il nastro e ripercorriamo questi due anni del valsuganotto tra successi e voglia di Nord. 

La volata vincente di Capra alla Gand-Wevelgem 2022 (foto Joeri De Coninck)
La volata vincente di Capra alla Gand-Wevelgem 2022 (foto Joeri De Coninck)
Partiamo dai tuoi due anni da juniores. Cosa ci dici a proposito del tuo 2022?

Nel 2022 sono partito bene, con la vittoria della Gand. Poi però non sono stato bene, tra una cosa e l’altra, penso anche di aver preso il Covid. Non ho ottenuto i risultati che mi aspettavo dopo quella vittoria così importante. Alla fine ho fatto un po’ di piazzamenti, ma nulla di che, non sono più riuscito a vincere.

E il tuo 2023 come lo hai vissuto?

Ho incominciato bene, con una vittoria alla prima gara. Sono andato con la nazionale a fare sempre la Gand, la Roubaix e stavo bene. Però stavolta sono stato sfortunato, sono caduto 4 volte e comunque sono arrivato davanti, nel gruppo appena dietro i primi, perché c’era la fuga. A Roubaix invece, mi aspettavo meglio. In futuro mi piacerebbe provare a vincerla, perché alla fine sono quelle cose che mi piacciono. Poi ho vinto altre quattro gare anche se è mancata quella di spessore a livello internazionale, come è stato l’anno prima. Con la nazionale siamo andati in Francia e siamo andati molto bene. Bessega è riuscito a vincere e noi abbiamo lavorato bene.

In questi due anni senti comunque di aver mantenuto una crescita costante?

Sì, quello sicuramente. C’è ancora margine comunque, c’è sempre tempo per crescere. 

Per Capra la crescita è stata costante con un 2023 ricco di successi e piazzamenti
Per Capra la crescita è stata costante con un 2023 ricco di successi e piazzamenti
Alberati che bilancio ti ha dato?

E’ contento. Il prossimo anno però la squadra ci affiderà il preparatore del team e quindi dovrò abituarmi alla novità. 

Come mai sei arrivato a questa decisione di andare nel Cycling Team Friuli?

Soprattutto per il mio procuratore Maurizio Fondriest, che ha insistito in questa scelta perché il CTF è molto vicino alla Bahrain Victorious. Il mio amico Marco Andreaus che fa già parte della formazione mi ha detto che lavorano molto bene. Quindi ho detto, perché no…

Andreaus come lo conosci, cosa ti ha detto sulla squadra?

Abita qui, a tre chilometri da casa mia. Ci conosciamo da quando siamo piccoli e andiamo molto d’accordo. Usciamo spesso in bici assieme e andiamo anche a far camminate o sci alpinismo. Mi ha detto che sono molto preparati e che è una bella squadra, soprattutto per l’organizzazione. Anche per le corse che andremo a fare perché da quando hanno l’affiliazione, diciamo con la Bahrain, vanno a fare molte gare all’estero, verso anche il Nord d’Europa, dove ci sono quelle che mi interessano e piacciono parecchio.

Capra è stato campione italiano nel 2018 da esordiente
Capra è stato campione italiano nel 2018 da esordiente
La squadra non è vicinissima a casa tua, però non è neanche dall’altra parte dell’Italia, e visto che sei anche all’ultimo anno di superiori ha influito sulla decisione?

Eh sì, esatto. Anche per questo alla fine ho deciso di rimanere in Italia e non andare all’estero, anche se comunque le proposte c’erano. Ho fatto questa scelta per finire la scuola in tranquillità e poi pensare al resto.

Vieni da due anni dove hai già dimostrato di avere delle caratteristiche fisiche sempre più definite, negli under 23 si ha comunque una sorta di ridefinizione. Da quali caratteristiche parti?

Sono un passista veloce, sono uno che tiene su salite non troppo lunghe e dure. Poi allo sprint sono veloce. Quest’anno ho vinto anche molte volate di gruppo, anche se quelle ristrette sono il mio contesto ideale.

Pensi che potresti essere adatto alle gare a tappe?

Si vedrà. Non saprei, forse escono un po’ da quello che credo di essere oggi. Però vedremo devo ancora misurarmici. 

Qui Thomas Capra sulla destra durante una giornata sugli sci insieme ai compagni
Qui Thomas Capra durante una giornata sugli sci insieme ai compagni
Che consiglio daresti ad un allievo che vuole fare un percorso positivo come il tuo?

Di non aver fretta e di fare le cose con calma. Con il lavoro e il sacrificio alla fine i risultati arrivano. 

Hai già ripreso a pedalare?

Sì, adesso sto ricominciando un po’ tranquillo con palestra e camminate. Bici poca per il momento. Devo ancora prendere in mano quella della squadra, sono ancora abbastanza fermo, mi lasciano tranquillo. Dal prossimo ritiro che sarà il prossimo fine settimana, penso che inizieranno più seriamente.

Che hobby hai per passare l’inverno nella tua Valsugana?

Sci alpinismo e camminate perché qui intorno le montagne non mancano. Adesso che è anche venuta la neve, è il momento più bello per fare queste cose. Sono distrazioni che mi permettono di fare altro e non pensare esclusivamente alla bici. 

Anna Vanderaerden, 17 anni e un cognome “pesante”

31.05.2023
5 min
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Quando hai un cognome come quello di Anna Vanderaerden, è davvero dura farsi largo nel mondo delle due ruote. E’ come essere della dinastia Moser: ti confronti con un passato talmente ricco di successi, di personaggi, di storia che pensi sia difficile ritagliarti un tuo spazio.

Anna ha 17 anni, è la figlia di Gert che ha corso per una decina d’anni in Belgio, sempre alle porte della massima serie prendendosi anche le sue soddisfazioni (vittoria a Getxo 2004, secondo a Le Samyn l’anno prima), ma nulla in confronto a zio Eric, un nume del ciclismo belga sul finire del secolo scorso, capace di 97 vittorie fra il 1983 e il 1996 compresi un Fiandre, una Roubaix e 5 tappe al Tour.

Una delle più grandi vittorie di zio Eric Vanderaerden, il trionfo alla Roubaix del 1987
Una delle più grandi vittorie di zio Eric Vanderaerden, il trionfo alla Roubaix del 1987

In bici “per colpa” della famiglia

Zio Eric in Belgio è ancora un riferimento assoluto, per questo quando Anna ha cominciato a emergere nel panorama femminile, i fari dell’attenzione le si sono puntati addosso. La sensazione che si ha contattandola è di una ragazzina che però vuole continuare a vivere il ciclismo come divertimento, anche se i risultati stanno arrivando e si vede che la stoffa c’è. Una ragazzina ancora abbastanza chiusa nel suo bozzolo, ad esempio a differenza di molte sue coetanee nel circuito internazionale fa ancora un po’ fatica a districarsi tra inglese e francese.

D’altro canto, già raccontando i suoi inizi si capisce come il destino della giovanissima belga, capace quest’anno di salire sul podio alla Gand-Wevelgem di categoria, fosse segnato: «I miei genitori mi hanno regalato una bici da corsa quando avevo 7 anni, mi piaceva andare in bici ma con quella ho cominciato subito a fare qualche gara e non mi sono più fermata. Direi quasi che è stata una scelta della mia famiglia, ma a me non dispiace portarla avanti».

La giovanissima junior con papà Gert, professionista fino al 2007 con buoni risultati in patria
La giovanissima junior con papà Gert, professionista fino al 2007 con buoni risultati in patria
Cosa sai delle gesta di tuo padre e tuo zio?

Non c’ero ancora quando vincevano le loro gare, soprattutto quelle di mio zio, ma per questo ci sono i computer e i filmati dell’epoca. Spesso riguardo le loro vittorie, le loro gare più importanti e inizio a sognare di poter un giorno imitarli. In particolare ho visto diversi video di zio Eric quando trionfava nelle grandi classiche. Il suo curriculum è impressionante, ma devo dire che non lo fa pesare, almeno non con noi della famiglia. Per me è semplicemente zio Eric… La gente lo incontra e lo riconosce per strada e a me tocca, a ogni gara, quando sentono il mio nome ricevere la solita domanda: «Ma sei parente?…».

Secondo te il ciclismo di oggi è molto diverso da quello di allora?

Sì, almeno da quel che vedo. I materiali sono completamente diversi, ma è diverso anche il modo di correre, c’è più tattica, si corre con la testa prima ancora che con le gambe.

Un destino segnato fin da bambina: già nel 2017 Anna correva e saliva sui podi…
Un destino segnato fin da bambina: già nel 2017 Anna correva e saliva sui podi…
Qual è la gara che finora ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Direi la gara olandese, l’EPZ Omloop van Borsele, è una corsa a tappe di 3 giorni di altissimo livello. Io sono giunta seconda in volata il secondo giorno dietro l’olandese Bader e davanti all’italiana Iaccarino: quel giorno sono caduta dopo 25 chilometri, ho dovuto cambiare la bici due volte arrivando ad avere un ritardo di 2 minuti ma non mi sono arresa, ho spinto forte nell’inseguimento e a 30 chilometri dal traguardo mi sono riaccodata. Ho cercato di riprendermi un po’ in mezzo al gruppo e alla fine mi sono giocata le mie carte allo sprint. Non mi aspettavo una prestazione del genere, ero davvero felice.

Quali sono le tue caratteristiche, su quali percorsi ti trovi più a tuo agio?

Preferisco un percorso piatto, sono principalmente una velocista, ma non mi dispiacciono anche i tracciati un po’ movimentati, perché anche dopo molti chilometri e tanta fatica ho ancora uno sprint forte.

Anna ha 17 anni. Quest’anno è stata terza ai campionati nazionali a cronometro, nel 2022 seconda in linea (foto Verbeek)
Anna ha 17 anni. Quest’anno è stata terza ai campionati nazionali a cronometro, nel 2022 seconda in linea (foto Verbeek)
Cosa stai studiando? Ti viene spesso chiesto di correre all’estero, come riesci a conciliare questo con la scuola?

Attualmente vado a scuola part-time, quindi è abbastanza facile combinarlo con il ciclismo. Riesco a districarmi bene, sono fortunata in questo.

Nel mondo del ciclismo senti il peso della responsabilità del tuo cognome, vista l’importanza che hanno avuto tuo padre e tuo zio?

Ovviamente spero di diventare altrettanto brava anch’io, è un sogno. A dir la verità non sono neanche gli altri a mettermi tanta pressione, lo faccio già io… La mia famiglia mi sostiene molto, mi dà anche molti consigli, sia mio padre che mio zio.

Il podio della Gand-Wevelgem con la belga terza dietro la vincitrice Sharp e Ferguson
Il podio della Gand-Wevelgem con la belga terza dietro la vincitrice Sharp e Ferguson
Quali sono i tuoi obiettivi per quest’anno?

Ad inizio stagione speravo in qualche bel risultato nelle prove nazionali e devo dire che le cose sono andate abbastanza bene. Spero di continuare così e mi piacerebbe gareggiare per diventare campionessa del mondo o europea. Chiaramente mi dovrò guadagnare la selezione, ma ci sto provando con tutte le mie forze.

Sappiamo che corre anche tuo fratello Wout: com’è il rapporto con lui e quanto ti segue la famiglia dovendoti dividere tra i due?

Se mio fratello non ha una gara, viene sempre alle mie, anzi a questo proposito c’è un piccolo aneddoto: al campionato belga a cronometro lui era nella macchina dietro di me. Ha passato tutto il tempo a urlarmi dietro, non l’aveva mai fatto prima, sembrava abbastanza indifferente verso quel che facevo, quel giorno mi ha sorpreso. Se sono arrivata terza è stato anche merito suo.

Chi sono le nuove juniores? Partiamo da Virginia Iaccarino

10.04.2023
5 min
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Prima uscita all’estero per le ragazze junior italiane e subito un risultato importante. Il 4° posto di Virginia Iaccarino firmato qualche giorno fa alla Gand-Wevelgem ha un sapore speciale perché è la testimonianza che, dopo i risultati a sensazione ottenuti fino alla fine del 2022 dalla generazione di Ciabocco, Venturelli, Pellegrini il movimento femminile è vivo e ha già validi ricambi sui quali Sangalli sta lavorando.

Entriamo allora nel mondo di Iaccarino, trevigiana in procinto di compiere 17 anni (lo farà il 25 maggio), approdata quest’anno alla corte di Giovanni Fidanza al Team Isolmant. Fino alla passata stagione era all’Uc Conscio Pedale del Sile e a onor di cronaca va detto che il suo addio non è stato indolore nel team veneto: dai dirigenti della società sono stati dissimulati a fatica i malumori per il suo addio, parlando anche di una mancata compensazione a favore della società (che l’attuale regolamento comunque non prevede).

La volata di Virginia Iaccarino per il 3° posto, battuta dalla belga Vanderaerden. A vincere è invece la britannica Sharp
La volata di Virginia Iaccarino per il 3° posto, battuta dalla belga Vanderaerden. A vincere è invece la britannica Sharp

Virginia da parte sua non deve rimproverarsi nulla, le sue parole spiegano con naturalezza e logica la scelta: «Fino allo scorso anno ho militato nel team, nei due anni da allieva il tecnico era Roberto Botter che mi ha seguito come fossi una figlia, con attenzione estrema insegnandomi tantissimo. Io tra l’altro ero arrivata “in corsa”, a metà stagione del primo anno e sono stata benissimo, voglio citare anche Romina Gatto, anche lei fondamentale nel ruolo di tecnica. Il fatto che non mi avrebbero potuto più seguire mi pesava, inoltre è arrivata l’offerta del team lombardo con un prestigio enorme, non potevo dire di no».

La scelta seppur recente ti ha soddisfatto?

Assolutamente sì, è stata quella giusta. Pur essendo al primo anno junior ho la possibilità di allenarmi e di competere con ragazze elite, più grandi ed esperte e questo mi dà la possibilità di crescere. Mi sono molto vicine, sia in allenamento che in gara e mi accorgo che anche grazie a loro sto migliorando, non solo in bici, ma anche come persona.

Iaccarino ha corso sempre davanti come consigliato dal cittì Sangalli
Iaccarino ha corso sempre davanti come consigliato dal cittì Sangalli
Che cosa ti è rimasto della trasferta di Gand con la nazionale?

E’ stata una bellissima esperienza a prescindere dal risultato, ho imparato davvero tanto perché erano condizioni di gara diverse da quelle che ho sempre affrontato. E’ stato fondamentale lavorare con Sangalli nei giorni precedenti. Mi ha spiegato come affrontare il vento dalle diverse direzioni, come comportarmi con i ventagli, si vede che ha una competenza enorme.

Tu che ruolo avevi in squadra?

Non ero la punta, nei propositi dovevo provare a entrare nella fuga iniziale, ma appena ci si provava chiudevano subito. A quel punto avrei dovuto lavorare per la volata di Siri o Piffer che era la punta principale, ma nel finale mi sono accorta di essermela persa di ruota in una curva con il pavé. A quel punto ho pensato a tirare avanti e giocarmi le mie carte per portare comunque a casa qualcosa.

Tu sei una velocista?

Diciamo che mi difendo, ma le volate di gruppo non fanno per me. Sono la classica passista veloce, che in salita fatica tantissimo. Non nascondo che in tante corse per me è dura emergere…

La vittoria di Iaccarino alla Pasqualando del 2022, quand’era ancora allieva
La vittoria di Iaccarino alla Pasqualando del 2022, quand’era ancora allieva
Come ti sei ritrovata in questo mondo?

E’ “colpa” di mio fratello, che correva da ragazzino, era un G6. Io andavo a vederlo con i miei genitori e volli provarci anch’io, allora mi iscrissero a qualche prova promozionale di mtb. Poi sono entrata nella squadra del mio paese, ma dopo un po’ ho detto che volevo provare la bici da strada e da allora, quand’ero esordiente primo anno, non ho più smesso. A differenza di mio fratello…

Hai problemi a conciliare il ciclismo con la scuola?

Eh, non è facile. Soprattutto ora che il team non è più della mia zona ma è in Lombardia, per allenarmi devo fare molte ore in treno e le sfrutto per studiare. Devo dire che a scuola mi aiutano molto, posso usufruire delle agevolazioni studente-atleta, ma è anche vero che ho accumulato molte assenze. Studio all’Istituto Scientifico-Chimico di Agordo (BL), non proprio a due passi.

Parlavi prima di mtb: anche tu sei per la multidisciplina?

No, mi concentro sulla strada. Ho fatto ciclocross una stagione, ma impegnarmi con le trasferte anche d’inverno era troppo pesante per lo studio. Mi piaceva il triathlon, ma richiede troppa preparazione curare tre specialità, il ciclismo basta e avanza.

Per il Team Isolmant quest’anno due team, quello elite e quello junior, spesso fusi insieme
Per il Team Isolmant quest’anno due team, quello elite e quello junior, spesso fusi insieme
Che cosa hanno detto a casa del tuo risultato di Gand?

Sono stati felicissimi, anche per loro è stato inaspettato. Prima della gara tutti mi incitavano e dicevano di stare calma, di non pormi pressioni e pensare solo a quel che dovevo fare. Fidanza mi spiegava che è proprio quando non ti responsabilizzi troppo, che il risultato arriva ed è stato così.

Che impressione ti hanno fatto le ragazze che sono arrivate davanti?

Le avevo viste anche al Trofeo Binda. Ferguson si vede che ha qualcosa più delle altre, è un talento puro, ma se devo dire, contro tutte le altre ce la giochiamo. Sono forti, ma non sono dei fenomeni…

Ferguson, nello Yorkshire sta nascendo un’altra stella

04.04.2023
5 min
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Vincitrice del Trofeo Binda (foto PH Rosa di apertura), seconda alla Gand-Wevelgem e con un già solido curriculum nel ciclocross. Se chiedete nell’ambiente del ciclismo femminile a proposito di Cat Ferguson, vi diranno che è un talento straordinario, destinato a fare la differenza. Perché parliamo di una ragazzina di 16 anni che sta affrontando le prime esperienze nel ciclismo che conta, senza ancora essersi messa nelle mani di qualche grande squadra. Vive in una dimensione completamente familiare, nel team gestito dal padre e al futuro per ora neanche pensa.

A Cittiglio, Ferguson ha corso la prima prova di Nations Cup, vincendola (foto PH Rosa)
A Cittiglio, Ferguson ha corso la prima prova di Nations Cup, vincendola (foto PH Rosa)

Chi l’ha vista all’opera a Cittiglio è rimasto stupito dalla sua forza di carattere, con quella fuga insieme alla francese Bego chiusa con un vantaggio enorme sulle altre, poi la volata di gruppo della settimana dopo alla Gand-Wevelgem chiusa alle spalle della connazionale Izzy Sharp (altro grande talento fra i tanti prodotti dal sistema ciclistico britannico), a dimostrazione delle sue svariate possibilità anche tattiche.

Dallo sci alla bici

Un talento che meritava un approfondimento. Attraverso il padre abbiamo così avuto modo di rintracciarla nella sua casa di Steeton, nel North Yorkshire, per farci raccontare la sua parabola ascendente.

«Ho iniziato a pedalare – racconta – perché i miei genitori, quando io avevo circa cinque anni, andavano in mountain bike insieme e io andavo sul retro delle loro biciclette e mi coprivo di fango… Non mi andava davvero, mi arrabbiavo. Inizialmente mi sono dedicata allo sci, ma fuori dall’inverno andavo in bici per tenermi in allenamento, poi ho iniziato a correre e mi sono concentrata sulle due ruote».

Per Cat molti risultati in patria a cui stanno facendo seguito anche grandi prove all’estero
Per Cat molti risultati in patria a cui stanno facendo seguito anche grandi prove all’estero
Quanto ti alleni durante la settimana e come riesci a conciliare il ciclismo con la scuola?

Diciamo che prevedo dalle 12 alle 17 ore settimanali di allenamento, che naturalmente abbino con il tempo da dedicare allo studio, la mattina invece sono a scuola. Non trovo troppo difficile bilanciare il mio tempo. Attualmente sto frequentando l’anno 12 del nostro sistema scolastico e non sono previsti esami, ma ce ne sono di importanti il prossimo. Non è troppo male. La mia scuola è davvero di supporto e mi fa recuperare le ore perse quando è necessario.

Una passione la tua che non coinvolge solo il ciclismo su strada…

No, faccio anche pista e ciclocross. Quest’anno sono al primo anno da junior, quindi ho avuto una buona stagione invernale, sfiorando il podio agli europei e gareggiando anche ai mondiali (è stata sesta, ndr). A me va bene così.

Cat insieme a suo padre Tim, uniti dalla grande passione per lo sport all’aria aperta
Cat insieme a suo padre Tim, uniti dalla grande passione per lo sport all’aria aperta
Che cosa ti piace di più del ciclismo e ti piace usare la bici anche solo per divertimento?

Quel che mi attira è sicuramente il tipo di aspetto sociale del ciclismo. E’ uno sport che porta la gente a comunicare, a rimanere vicini anche se può sembrare strano. Non è uno sport prettamente individuale, anche quando ti alleni, puoi andare insieme alle persone ed è semplicemente fantastico uscire, magari fare un giro in un caffè con i tuoi amici e poi con l’aspetto agonistico è anche molto divertente.

Cosa dicono i tuoi amici dei risultati di quest’anno?

Sono tutti scioccati, come me, davvero… Sono davvero felici per me e mi supportano tantissimo, sono i miei primi tifosi, non c’è la minima invidia ma anzi, tanta partecipazione emotiva.

Parlaci un po’ della tua squadra: quante siete e quando è nata?

Il mio team si chiama Shibden Hope Tech Apex, quest’anno è una squadra composta da sette ragazze, tutte provenienti dal nord dell’Inghilterra. Quattro di noi fanno anche parte della squadra di ciclismo juniores della Gran Bretagna, sia su strada che su pista. Ci conosciamo abbastanza bene, il nucleo fa attività insieme da circa quattro anni, mio padre è il responsabile del team.

Il team Shibden Hope Tech Apex, solo junior femminile, con Tim Ferguson come manager
Il team Shibden Hope Tech Apex, solo junior femminile, con Tim Ferguson come manager
Ti è piaciuto di più il Trofeo Binda o la Gand-Wevelgem?

Sicuramente la corsa italiana. Penso che il percorso sia stato molto più emozionante, poi era una prova di Nations Cup, la mia prima gara da junior, insomma le emozioni erano tante da mettere insieme.

Quali sono le tue caratteristiche principali?

Direi che sono più uno scalatore. Non proprio uno scalatore puro, ma in salita vado abbastanza forte e prediligo le situazioni nelle quali si fa selezione e rimango con qualcuna, perché poi normalmente riesco anche a vincere lo sprint finale.

C’è una ciclista alla quale ti ispiri?

Decisamente Lizzie Deignan. Viene da Otley, anche lei quindi è del North Yorkshire e io vivo a circa 15 minuti da dove è cresciuta. Quindi solo percorrere le sue stesse strade, sapere quanto bene ha fatto nei quartieri alti del mondo ciclistico, tutto quel che ha vinto è sicuramente un’ispirazione. Mi piacerebbe sicuramente seguire le sue tracce in termini di risultati, ma anche di influsso nel mondo del ciclismo su strada, ad esempio con la sua forte determinazione a interrompere provvisoriamente la carriera per diventare mamma.

Il podio della Gand-Wevelgem con la Ferguson seconda dietro la connazionale Sharp, battuta al Trofeo Binda
Il podio della Gand-Wevelgem con la Ferguson seconda dietro la connazionale Sharp, battuta al Trofeo Binda
Quali sono i tuoi obiettivi?

Quest’anno non ne ho molti. Non ero davvero sicura di come fare per inserirmi nel gruppo junior, ma dopo le ultime due gare, ho un’idea un po’ più chiara sulle mie possibilità. Quindi mi piacerebbe essere pronta per i campionati del mondo di Glasgow e, si spera, magari ottenere una posizione tra le prime dieci, non vado oltre.

Ma tra la maglia di campione del mondo e l’oro olimpico, cosa sceglieresti?

Penso una medaglia d’oro olimpica. L’ho sempre sognata da bambina, ero molto sportiva e dicevo sempre che volevo andare alle Olimpiadi, ma non ero proprio sicura in quale sport. Ora penso di aver trovato quello giusto…