In Flanders Field, Gand-Wevelgem 2026, Mathieu Van der Poel, Wout Van Aert

Lampi di Van der Poel e Van Aert, sale l’attesa del Fiandre

29.03.2026
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Per qualche chilometro è parso di essere tornati a un paio di anni fa, quando Van Aert e Van der Poel erano i protagonisti indiscussi delle corse del Nord. Prima che arrivasse Pogacar e i rivali si inserivano a rotazione e avevano il nome di Alaphilippe, Bettiol, Van Baarle e pochi altri.

Le strade della nuova In Flanders Field che ha raccolto il testimone della Gand-Wevelgem si sono infiammate al secondo dei tre passaggi sul Kemmelberg e sono esplose grazie a Van der Poel nell’ultima scalata. Il forcing di Mathieu è stato spietato, piegando Vermeersch ma non Van Aert, che ha dovuto stringere i denti ma in cima era con lui. Dopo averlo visto vincere (sia pure a fatica) ad Harelbeke, sapevamo che Van der Poel fosse in forma, la conferma del buono stato di Van Aert è un’ottima notizia e riporta al centro della scena un campione molto atteso.

In Flanders Field, Gand-Wevelgem 2026, Ypres, Menin Gate Memorial
Ypres, prima del finale: il Menin Gate Memorial, ha incisi i nomi di 54.896 soldati dispersi tra il 1914 e l’agosto 1917
In Flanders Field, Gand-Wevelgem 2026, Ypres, Menin Gate Memorial
Ypres, prima del finale: il Menin Gate Memorial, ha incisi i nomi di 54.896 soldati dispersi tra il 1914 e l’agosto 1917

Van Aert, bicchiere mezzo pieno

All’arrivo ad aspettare Van Aert c’era anche la famiglia e questo lo ha rimesso di buon umore. Anche perché i 35 chilometri fra la cima del Kemmelberg e l’arrivo di Wevelgem si sono rivelati a loro volta un muro insormontabile. 

«Anche il più grande dei miei figli era deluso, in effetti – ha sorriso Van Aert dopo l’arrivo – ma nel finale mi aspettavo che andasse così. Dietro di noi c’erano ancora troppi gregari, per cui il gruppo si è avvicinato rapidamente. Ho corso bene dal secondo Kemmel, ho avuto buone sensazioni e sono riuscito a seguire anche Mathieu nell’ultimo passaggio. Pensavo che avessimo la vittoria in pugno, ma alla fine non è stato così.

«Abbiamo lavorato bene insieme – ha concluso Van Aert – ma Mathieu si è concesso il lusso di correre in modo un po’ più difensivo nel finale e questo è stato a mio svantaggio. Quando ci ha raggiunto Alec Segaert, pensavo che il podio fosse definito e proseguire interessasse a tutti, ma non è stato così. Sono abbastanza soddisfatto di come ho corso. Il risultato non è stato quello sperato, ma è stata una bella giornata».

Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare, aprendo la port a Philipsen
Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare con Van Aert, aprendo la porta a Philipsen
Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare, aprendo la port a Philipsen
Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare con Van Aert, aprendo la porta a Philipsen

Van der Poel, bicchiere vuoto

Van der Poel forse ha anche giocato, sapendo di avere alle spalle un Philipsen in grande condizione (malgrado la partenza sotto tono). Non significa che sia stato scorretto, ma i suoi cambi sono diventati meno convinti da quando via radio gli hanno comunicato che nel gruppo alle sue spalle viaggiava un altro potenziale vincitore. E poi anche lui ha ammesso di non sentirsi tranquillo ad andare allo sprint contro gli altri due.

«Dopo la fatica di Harelbeke – ha detto – sentivo di non essere al massimo della forma. In squadra abbiamo comunicato bene per tutta la giornata e ci è stato subito segnalato che Jasper (Philipsen, ndr) era ancora fresco, per questo davanti ho pedalato sapendo che sarebbe arrivato.

«Ricevevo istruzioni da dietro – ha confermato – dovevo mantenere il ritmo in modo che anche dietro si continuasse a pedalare. Ammetto che non avevo la freschezza necessaria per stare al passo e così ho corso in modo difensivo rispetto ai miei standard. L’avevo detto in anticipo anche alla squadra. Penso che correre così sia stato l’opzione migliore. E’ stato fantastico per Philipsen chiuderla in questo modo e vincere una corsa che ancora ci mancava».

Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP
Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP
Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP
Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP

Philipsen, bicchiere pienissimo

Philipsen si è mosso come il classico velocista alla Gand. E’ rimasto coperto e si è fatto portare nella scia degli attaccanti, lasciando che la squadra lo lanciasse nella volata che per lui a quel punto è stata quasi un gioco da ragazzi.

«Era da tanto che volevo vincere questa gara – ha detto nell’intervista flash a Sporza – è una vittoria da ricordare. Non avevo mai avuto un ottimo feeling e oggi è stata una scommessa: tutto o niente. E alla fine è andato tutto come speravo. Con Van der Poel in testa avevamo una situazione ideale per la squadra. Ci aveva già detto prima del finale che dopo la fatica di Harelbeke non aveva le gambe migliori, ma è comunque incredibile quello che è riuscito a fare. Sapevo per esperienza che questo era un finale molto difficile».

Manca una settimana al Giro delle Fiandre e alla Pasqua Santa del Belgio. All’appello manca soltanto Pogacar, ma sappiamo per esperienza che non abbia mai avuto grossi problemi a rispondere presente, sfruttando la freschezza degli allenamenti a casa mentre quassù se le stanno suonando di santa ragione. La risalita di Van Aert e la vittoria indiscussa di Vingegaard al Catalunya dicono che la Visma Lease a Bike sta tornando ai livelli cui ci aveva abituato. La primavera annuncia una stagione potenzialmente esplosiva.

Jonatha Milan, pavè

Una settimana alla Gand, cosa farà Milan? Parla Larrazabal

22.03.2026
6 min
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Lasciata la Milano-Sanremo alle spalle, il grande ciclismo guarda già al Nord. Jonathan Milan non era al via della Classicissima, fermato da un forte raffreddore arrivato subito dopo il successo a San Benedetto del Tronto, sede dell’ultima tappa della Tirreno-Adriatico.

Un intoppo che ne ha rallentato il percorso, ma senza cambiare i piani: il friulano è atteso protagonista nelle classiche del Nord, a partire dalla Gand-Wevelgem (da quest’anno In Flanders Fields-In Wevelgem). Per capire approccio, aspettative e margini di crescita, abbiamo parlato con Josu Larrazabal, responsabile della performance in casa Lidl-Trek.

Josu Larrazabal è il capo dei preparatori in casa Lidl-Trek
Josu Larrazabal è il capo dei preparatori in casa Lidl-Trek
Innanzitutto, come sta Johnny dopo questo piccolo malanno?

E’ tornato in bici già da tre giorni. Si sta riprendendo e anche procede con gradualità. Fino ad oggi non ha svolto lavori specifici, deve prima recuperare bene. Poi speriamo possa tornare al 100 per cento e ritrovare anche quel qualcosa in più che ti lascia una corsa come la Tirreno.

Sanremo finita da poche ore e in qualche modo siamo già proiettati verso il Nord… L’anno scorso Milan aveva lavorato anche per la squadra. Quest’anno come ci arriva?

Le classiche sono un progetto da costruire nel tempo. Non si tratta solo di una corsa, ma di sviluppare il potenziale. C’è una componente tecnica enorme: forature, cadute, conoscenza dei settori. Tutto questo si acquisisce con esperienza, in un percorso di medio periodo. E noi lo stiamo facendo questo percorso.

Ma è nelle corde di Milan?

Quando hai il talento di Milan puoi fare tutto anche subito. Ma il nostro compito è costruire un processo, essere pronti quando arriva l’occasione. In alcune corse la volata è possibile, in altre no. Spesso non c’è una squadra in grado di controllare davvero la corsa. Sono gare imprevedibili. Puoi provare a intervenire negli ultimi chilometri, ma non sempre è possibile. In corse come la Roubaix non si parla di volata, ma di resistenza, presenza davanti e capacità di correre all’attacco.

Nel 2025 la Gand finì con la vittoria di Pedersen, la piazza d'onore di Merlier e il terzo posto di Milan
Nel 2025 la Gand finì con la vittoria di Pedersen, la piazza d’onore di Merlier e il terzo posto di Milan
Nel 2025 la Gand finì con la vittoria di Pedersen, la piazza d'onore di Merlier e il terzo posto di Milan
Nel 2025 la Gand finì con la vittoria di Pedersen, la piazza d’onore di Merlier e il terzo posto di Milan
Quindi con Milan state pensando anche alla Roubaix?

Milan è un corridore da Roubaix. Nel progetto classiche, al di là delle vittorie intermedie, l’obiettivo è arrivare un giorno a vincere quella corsa. Ma prima devi vincere anche le altre gare, una Dwaars dor Vlaanderen, una Kuurne, una Gand: corse in cui hai più possibilità di vincere allo sprint, magari non di gruppo completo.

L’hai appena nominata ed è la prima delle grandi corse: concentriamoci sulla Gand-Wevelgem. Che ruolo avrà Milan?

Sarà simile all’anno scorso. L’obiettivo è vincere come squadra. Se hai un compagno davanti con margine, come è stato proprio un anno fa con Mads Pedersen, non puoi pensare alla volata. I velocisti devono superare il circuito del Kemmelberg e poi si decide il finale. Certo è che se Milan resta nel gruppo giusto, si lavora per lui. Insomma, non si parte con un piano specifico, ma lo si valuta in corsa. Ripeto, non è solo questione di fare la volata.

Cosa intendi quando dici che non è solo una questione di volata?

Che Milan deve correre con mentalità da “classicomane”. Se un giorno deve vincere una Roubaix, deve anche cambiare approccio mentale. Deve essere pronto anche ad attaccare, ad entrare nelle fughe. Lui per natura è più conservativo…

Per Larrazabal è determinante cambiare mentalità per Milan. Non più aspettare lo sprint, ma buttarsi nella mischia
Per Larrazabal, Milan dovrà cambiare mentalità: non più aspettare lo sprint, ma buttarsi nella mischia
Per Larrazabal, Milan dovrà cambiare mentalità: non più aspettare lo sprint, ma buttarsi nella mischia
Milan è ancora troppo pesante per questi muri fiamminghi?

Nel ciclismo di Fabian Cancellara o Peter Sagan, Milan sarebbe già tra i migliori. Oggi gli scalatori sono più completi e più versatili. E lo sono anche perché hanno inserito pavè e sterrati nei Grandi Giri. Corridori come Tadej Pogacar, ovviamente, mettono in difficoltà in salita gente come Milan, ma lui è in crescita. Con il tempo diventerà sempre più resistente e competitivo, magari non per i muri del Fiandre, sono realista, ma di certo per la Roubaix.

Attualmente l’esperienza può essere il suo anello debole?

Sì, ma è normale. E’ un passaggio che hanno fatto tutti. Come dicevo, serve costruire una mentalità diversa. Non deve aspettare solo la volata, ma sviluppare nuovi automatismi, anche cognitivi. Nelle classiche devi essere pronto a fare fatica subito e a correre in modo più aperto e aggressivo. Non sempre al risparmio aspettando lo sprint finale. Devi essere pronto e consapevole.

Pronto per cosa?

Devi sapere che magari per un’ora non riesci a mangiare perché c’è bagarre, che devi prendere aria, che devi correre magari sotto la pioggia e portare un attacco anche se hai la mantellina. Che puoi entrare in una fuga… Poi consideriamo anche che queste corse alla fine si corrono un mese all’anno e non è facile per nessuno. Almeno che tu non sia un belga o un olandese che è nato e vissuto lì.

Chiaro, tutt’altro approccio mentale. Invece sul pavé com’è la guida di Milan?

Sta migliorando. Certo, con il suo peso deve essere molto più sensibile e delicato di un Pogacar. Il materiale, specie con lui, è portato al limite e Milan deve farne una gestione ottimale. Per questo è importante un buon setting per lui, ma siamo messi bene in tal senso. Penso per esempio a Pedersen l’anno scorso, che alla Roubaix era il più pesante fra VdP e Pogacar. Era nella scia di Van Der Poel, gli è uscito di ruota per non prendere polvere e in quel momento ha pizzicato una pietra.

Jonathan Milan, Tirreno 2026
Milan ha vinto alla Tirreno pur non essendo al top, questo lascia ottime speranze per le prossime settimane
Jonathan Milan, Tirreno 2026
Milan ha vinto alla Tirreno pur non essendo al top, questo lascia ottime speranze per le prossime settimane
Non si finisce mai di imparare…

Certo, meglio magari stare a due metri, spendere un po’ di più ma vedere meglio. In qualche modo ritorna il discorso dell’esperienza e del correre con una certa mentalità. Per il resto Milan sul pavé se la cava e per altri aspetti il suo peso lo aiuta.

Insomma Josu, Milan i numeri per vincere la Gand ce li ha?

Certo che ce li ha, ed è pronto per farlo. Quest’anno abbiamo cambiato un po’ il piano rispetto all’anno scorso. Nel 2025 eravamo partiti forti dopo un bell’inverno, sicuramente abbiamo raggiunto il picco troppo presto. Dopo la Tirreno, invece di vedere un picco extra, c’è stata una sorta di plateau. E non siamo arrivati alla Roubaix nella migliore condizione. Quest’anno abbiamo posticipato un po’ il carico, rischiando di arrivare un filo indietro alla Tirreno ma con lo spazio per crescere dopo.

E forse anche per questo Milan ha detto di aver sofferto moltissimo nella Corsa dei Due Mari?

Esatto, per questo motivo e perché è uscita fuori una Tirreno durissima. Ma sono scelte. Se volevamo fare bene nelle classiche del Nord qualcosa dovevamo sacrificare. Ma quel che volevamo era uscire dalla Tirreno in crescita e ci siamo riusciti al netto del piccolo malanno che ha avuto. Che poi ha anche vinto: e quindi bene così. Oggi in pochi riescono a vincere pur non essendo al 100 per cento. Per quello siamo fiduciosi.

Borgo, la vittoria alla Gand e una notte insonne

15.05.2025
6 min
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Com’è stato il ritorno a casa dopo la Gand? Borgo sorride, ricorda e racconta. «Abbiamo passato la notte all’hotel dell’aeroporto, perché avevo il volo il giorno dopo. E’ stata una notte… Diciamo che ho dormito sì e no un paio d’ore. Era impossibile prendere sonno, era una sensazione che non avevo mai provato fino ad ora. Pian piano mi rendevo conto di quello che avevo fatto e tutt’oggi ci penso. Poi l’accoglienza a casa sicuramente è stata bella, con i tifosi che mi supportano da sempre…».

Sono passati quattro giorni dalla vittoria di Alessandro Borgo alla Gand-Wevelgem U23. Il ragazzo di Conegliano, vent’anni compiuti il 6 febbraio, è stato a casa fino a ieri e da oggi si trasferirà sul Passo Pordoi per un blocco di altura che lo porterà in condizione al Giro Next Gen. La vittoria belga è arrivata dopo una serie di piazzamenti che lo avevano contrariato e in qualche modo ha pareggiato i conti con la sorte.

Borgo, il suo coach Mattiussi e Alessandro Pessot: ex pro’ e ora massaggiatore, ma prossimo alla laurea magistrale in Scienza dell’Alimentazione
Borgo, il suo coach Mattiussi e Alessandro Pessot: ex pro’ e ora massaggiatore, ma prossimo alla laurea magistrale in Scienza dell’Alimentazione
Eri andato su sapendo di avere le gambe per vincere?

Diciamo che era un obiettivo stagionale, cerchiato in rosso da me e dal mio coach Alessio Mattiussi. In precedenza ero venuto a casa mangiandomi le mani per un paio di occasioni sfumate. Avevo una gamba buona e le ho buttate via, ma ritengo siano stati passaggi che mi fanno crescere. Quindi sono venuto a casa e ho continuato il mio avvicinamento per la Gand. Sapevo di essere uno dei favoriti e ce l’ho fatta.

Le occasioni mancate sono i piazzamenti al Tour de Bretagne?

Esatto. Mi sono mangiato le mani in due tappe e ho fatto decimo nella generale. Il penultimo giorno, avevo le gambe buone, ma ho aspettato troppo e alla fine ho perso secondi in classifica perché non ho azzardato. Il giorno dopo invece sono stato chiuso in volata, avevo una buona gamba e sono arrivato terzo.

Gand cerchiata di rosso perché il percorso è adatto a te?

Già l’anno scorso avevo fatto un po’ di esperienze in Belgio e pur essendo al primo anno, avevo fatto quinto, quindi volevo sicuramente migliorarmi. E’ una gara abbastanza adatta alle mie caratteristiche, anche se quest’anno non è venuta troppo dura perché mancava il vento, in cui speravo. Però mi sono inventato comunque qualcosa e ce l’ho fatta.

La corsa si è accesa nel circuito del Kemmelberg e grazie al vento (foto Facebook/Gent-Wevelgem)
La corsa si è accesa nel circuito del Kemmelberg e grazie al vento (foto Facebook/Gent-Wevelgem)
Che cosa ti sei inventato?

Il giorno prima avevamo analizzato la gara sempre con Mattiussi e il vento era previsto a 18 km/h. Non bastava per fare chissà quale azione, infatti la prima parte è stata un po’ controllata con la fuga che è andata via. Poi quando ci siamo avvicinati al circuito del Kemmelberg, è arrivato anche un po’ di vento. E in una parte di percorso che già conoscevo dall’anno scorso, dove bisognava stare attenti, si è staccato un gruppetto. Io inizialmente non c’ero dentro, ma sono rientrato assieme al ragazzo della Lidl-Trek che poi ha fatto secondo (Patrick Boje Frydkjaer, ndr).

E come è andata?

All’inizio non c’era molta collaborazione, però quando siamo arrivati sulla parte più dura con le salite in successione, c’è stata una selezione naturale. Siamo rimasti in tre, negli ultimi 10 chilometri abbiamo raggiunto Golliker che era via da solo e siamo arrivati in quattro al traguardo.

Non vincevi da Collecchio nel 2024, nervoso al momento di affrontare la volata?

Diciamo che dall’anno scorso ho iniziato a trovarmi in finali di corsa abbastanza importanti. Non voglio sminuire la gara di Collecchio, però sicuramente le gare internazionali all’estero che ho fatto hanno un’importanza maggiore e ovviamente anche degli avversari superiori. Avevo già provato questo tipo di arrivi e di adrenalina. Tanto che è stato l’arrivo in cui mi sono scoperto più tranquillo. Forse non mi sono neanche reso conto di quello che stavo vivendo.

Dopo il quinto posto del 2024, per Borgo una grande conferma (foto Facebook/Gent-Wevelgem)
Dopo il quinto posto del 2024, per Borgo una grande conferma (foto Facebook/Gent-Wevelgem)
Vittoria scontata?

Quello mai. So di essere veloce, però si sa che dopo una gara di 190 chilometri, appena ti alzi in piedi per la volata, può succedere di tutto. Può partire un crampo o che ti cada la catena, perciò l’ho presa di petto, ma restando freddo. Sono partito lungo perché la strada era particolare: ai lati il pavé, mentre al centro era liscia. E siccome ho una buona volata lunga, mi sono infilato nel tratto liscio e nessuno mi ha passato.

Hai parlato di corse importanti che hai fatto, cosa possiamo dire della Freccia del Brabante?

Penso che ad oggi sia la gara più importante in cui sia partito. C’erano avversari come Van Aert, Evenepoel e Pidcock. Insomma, sono gli idoli dei corridori e ho avuto l’opportunità di correrci assieme. E’ stata forse una delle gare dove ho sofferto di più, non ero in condizione al 100 per cento e poi i ritmi erano sicuramente alti. Però mi sono trovato spalla a spalla con Remco ed è stata una sensazione molto strana. Perché da guardarlo in TV vincere le Olimpiadi, ero lì a correrci contro ed è stato stranissimo. Per questo, anche se ero a tutta, ho pensato alla maglia che avevo addosso e che dovevo onorarla. Non potevo staccarmi e così sono riuscito ad arrivare col gruppetto degli inseguitori. Ho anche provato a tirare la volata ai miei compagni Zambanini e Buratti, che però nel finale hanno avuto qualche problema. Quindi sì, è stato emozionante anche per me.

Come sta andando questo primo anno nel devo team? Tanto diverso dall’anno passato?

Sicuramente abbiamo un budget diverso, quindi le cose venivano fatte bene già prima, ma sicuramente abbiamo più materiale e più staff. Viene tutto meglio e possiamo permetterci di fare anche dei giorni di trasferta in più e questo ci fa migliorare. 

C’era tanta gente a Ieper per l’arrivo?

L’anno scorso era ovviamente di più, perché si correva nello stesso giorno dei professionisti. Però è comunque una gara sentita, una gara di spessore.

Adesso si va in altura, verso quali obiettivi?

Vado sul Pordoi e scendo il 30. Poi farò il Tour of Malopolska in Polonia, che sono quattro giorni di gara. Torno a casa il 9 giugno, faccio una rifinitura per il Giro d’Italia e da lì vediamo di portare a casa un bel risultato.

L’anno scorso, quando la squadra si chiamava CTF Victorious e Alessandro Borgo era un U23 di primo anno, il Giro Next Gen gli portò il quarto posto nella penultima tappa. Il progetto va avanti, anche se ha cambiato nome e finanziatore. Fa piacere vedere che nella squadra della Gand-Wevelgem ci fossero anche Thomas Capra che l’aveva vinta da junior e Bryan Olivo che spinge per uscire. Fa piacere riconoscere il lavoro di Alessio Mattiussi e Renzo Boscolo e il profilo di Alessandro Pessot, che ha fatto due anni da pro’ alla Bardiani e poi si è dato allo studio. In attesa della laurea magistrale per diventare nutrizionista, è massaggiatore nella sua ex squadra. E fa piacere ricevere gli aggiornamenti da Bressan ogni volta che arriva un bel risultato. L’anima friulana continua a battere, anche se a volte parla un dialetto diverso.

Wiebes fa 100: volata senza storia. Balsamo seconda

30.03.2025
6 min
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Come a Sanremo, come a De Panne, tutto apparentemente facile. Molto facile. Troppo facile. Sprinta, s’invola e quando si alza per festeggiare allargando le braccia si toglie persino gli occhiali. Cose che si fanno quando si arriva da soli. Ma d’altra parte, quando si è la più forte, almeno su certi percorsi, è così. A Ypres, Gand-Wevelgem Women, Lorena Wiebes vince ancora e raggiunge la centesima vittoria in carriera, la terza nelle ultime tre gare. E si conferma regina della primavera.

Potenza, lucidità, velocità. Elisa Balsamo, seconda, era posizionata perfettamente, le è stata a ruota ma non è neanche riuscita ad uscirle di scia. Se non quando Lorena si è rialzata. Se poi a lanciarti è la campionessa del mondo, la compagna Lotte Kopecky, allora tutto si fa ancora più “scontato”. A volte sembrava di rivedere Van der Poel con Philipsen al Tour. Quando vedevano le brutte, VdP si spostava, con Philipsen a ruota. Dava una sgasata sul filo dei 70 all’ora e lo lanciava. Kopecky più o meno ha fatto così, con la differenza che in precedenza tutta la SD Worx-Protime aveva lavorato benissimo.

Confalonieri dixit

Una Gand sorniona? Forse, almeno vista dalla tv. La fuga del mattino, qualche caduta a creare problemi qua e là, anche alla nostra Elisa Longo Borghini, e gli attacchi sui muri. Stavolta il Kemmelberg fa la selezione, ma non è così netta. Altro segnale che il ciclismo femminile sta crescendo. Poi sì, vincono le stesse, ma in tutt’altro modo.

Come ci aveva detto Confalonieri: «Arriva un gruppo di una quarantina di atlete e se dentro c’è Wiebes, vince lei». Amen!

«Dopo il Kemmelberg – ha detto una felicissima, ma sempre composta Wiebes – siamo rimaste in un drappello davanti, ma la collaborazione non è stata così buona, quindi il gruppo ci ha ripreso. A quel punto sapevamo che nessuno avrebbe voluto stare con me fino al traguardo. E lì la squadra è stata bravissima a controllare la gara».

A fine gara Kopecky è parsa sinceramente felice. Probabilmente senza di Vollering si sente più leader e anche felice di aiutare le compagne
A fine gara Kopecky è parsa sinceramente felice. Probabilmente senza di Vollering si sente più leader e anche felice di aiutare le compagne

Wiebes: 100 e chapeau

Un alleato naturale per tenere chiusa la corsa, ma non poteva essere diversamente: a quel punto è stata la Lidl-Trek di Balsamo.

«Sapevo – riprende Wiebes – che Lotte era con me in finale e questo mi ha dato tranquillità. Visto il caos, avevamo scelto di lasciare che solo Lotte guidasse lo sprint, dopo che le altre ragazze avevano fatto un ottimo lavoro portandomi davanti. Certo, Lotte avrebbe fatto un lead-out di quasi un chilometro, un bel po’! Ho anche pensato che fosse davvero presto. Ma sapevo anche che Lotte è molto forte e che avrebbe saputo come fare. Mi sono fidata completamente di lei e ai 250 metri mi sono detta: ora inizio io».

Stupefacente, la differenza tra i campionissimi e gli ottimi corridori. Sentite che lucidità, che calma nel raccontare uno sprint così teso dopo quasi 170 chilometri di gara.

Sul Kemmelbeg Balsamo (con Paternoster a ruota) fa fatica: ma poi rientrerà
Sul Kemmelbeg Balsamo (con Paternoster a ruota) fa fatica: ma poi rientrerà

E Balsamo… fa 32

La magra consolazione per Balsamo è che è stata l’unica a tenere la ruota di Wiebes. Quello dell’olandese è stato uno sprint talmente forte che probabilmente con la vecchia regola del buco, dopo 1” anziché 3”, quindi con uno spazio minore, sarebbero state le uniche due con lo stesso tempo.

Ma è così, alla fine in carriera ognuno ha la sua “bestia nera”. E oggi, da quando sono professioniste entrambe, è la 32ª volta che Wiebes vince e Balsamo è seconda.

«In questo periodo – ha detto Elisa – Wiebes è molto forte, anzi è la più forte ora, ma sono abbastanza soddisfatta del mio sprint. Ovviamente partiamo sempre per vincere, ma anche il podio è un’importante. Non mi ha sorpreso che sia partita così lunga.

«Sono contenta anche per la squadra: siamo state molto aggressive. E per questo ringrazio le ragazze. Spero che un giorno possa vincere per loro. Abbiamo provato a fare anche alcuni ventagli ad un certo punto, ma non ha funzionato».

E ora il Fiandre

La settimana che arriva è quella che porta al Giro delle Fiandre. Mercoledì ci sarà l’antipasto della Dwars door Vlaanderen, e Wiebes non ci sarà. Si arriva così alla Ronde con i valori in campo ben delineati e una Wiebes più forte che mai. Che possa imporre la sua legge anche lì? I numeri non le mancherebbero, la “faccia tosta” forse sì.

Ci spieghiamo. In Sd Worx gli equilibri sono perfetti e c’è armonia. Come a Sanremo, anche oggi la tattica era: se Lotte se ne va sul Kemmelberg fa lei la corsa, altrimenti c’è Lorena. Difficile dunque pensare che Wiebes faccia di testa sua. I muri della Ronde sono tutt’altra cosa.

E infatti, parlando proprio di Fiandre, Wiebes ha detto: «Spero di poter continuare a stare davanti il più a lungo possibile per supportare la squadra nel miglior modo. Non penso che potrò fare troppo di più. Se sarà diverso vedremo. Ma intanto Lotte dimostra di essere molto forte, quindi è bello avere più carte da giocarci».

La speranza però, come abbiamo detto, è che i muri del Fiandre siano un’altra cosa e la campionessa in carica si chiama Elisa Longo Borghini. La volata ad Oudenaarde magari non ci sarà…

Pedersen, terza Gand: 56 chilometri da solo come i giganti

30.03.2025
5 min
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Che faccia ha un corridore che progetta l’impresa sin dalla partenza? Nel mattino di Gand, Mads Pedersen è parso di poche parole ben più del solito. Il gioco di luci e ombre sul volto ne scolpiva l’espressione che il fotografo è stato bravo a cogliere prima che il gruppo variopinto prendesse la via della campagna. Mancavano 250 chilometri a Wevelgem e quando infine l’ha raggiunta, vincendo la corsa per tre volte come pochi giganti prima di lui, il danese della Lidl-Trek è entrato nella storia.

Dopo l’arrivo è senza parole, neppure lui pensava che gli venisse così bene. Una vittoria come Van der Poel o Pogacar, una vittoria da campione che ne ha più di tutti gli altri.

«Non mi sarei mai aspettato di farlo in questo modo – dice appena ha avuto il tempo di riprendere fiato e rendersi conto – volevo mettere alla prova le mie gambe sul pavé. Quando ho attaccato da solo sul Kemmelberg con più di 50 chilometri da percorrere, ho pensato di aver scoperto le carte troppo presto, ma fortunatamente sono riuscito a resistere. Alla fine (ride, ndr) si è rivelata la decisione giusta».

Il ferro finché è caldo

Nessuno ha dimenticato com’era finita lo scorso anno, quando Mads giocò da furbo nella volata a due e fece cadere nella trappola nientemeno che Van der Poel. L’olandese venerdì ha fatto la sua recita ad Harelbeke e poi si è ritirato… nelle sue stanze, aspettando il Fiandre e la Roubaix. Imitarlo non avrebbe avuto senso, deve aver pensato Pedersen. Se corri solo quando ci sono lui e Pogacar, non vinci. Allora è meglio battere il ferro finché è caldo e dare soddisfazione a una gamba così buona, come quella con cui Mads è uscito dalla Parigi-Nizza.

«Un monumento come il Fiandre – spiega – è una gara completamente diversa e ci sono altri due top rider al via (ridendo, ndr). Uno di loro due giorni fa mi ha staccato sull’Oude Kwaremont, ma questa vittoria sicuramente mi dà la carica. Non andrò al Fiandre rassegnato. Aver vinto di nuovo qui significa molto. Stamattina mi avevano detto che potevo diventare un detentore del record. E’ un onore essere nella lista accanto a Merckx e Boonen».

La paura del gruppo

Oltre a Pedersen, altri sei corridori hanno vinto tre volte la Gand-Wevelgem. Prima di lui (che l’aveva già vinta nel 2020 e 2024), ci sono stati Boonen, Sagan, Cipollini, Merckx, Van Looy e Van Eenaeme, con la sensazione che Pedersen potrebbe anche lasciarseli alle spalle, dati i suoi 29 anni e la consapevolezza che cresce stagione dopo stagione. Eppure per qualche istante, anche il gelido Mads ha avuto paura di non farcela.

«Sapevo dalle edizioni precedenti – spiega – che negli ultimi dieci chilometri il gruppo può essere più veloce dell’attaccante, quindi non ero molto sicuro di avercela fatta. Solo negli ultimi 5 chilometri ho creduto che avrei portato a termine il compito. Forse sono nella mia migliore forma di sempre».

In realtà il suo vantaggio non è mai sceso in modo per lui rischioso. Pedersen è parso in controllo e spinta sempre efficaci. Del resto se ad Harelbeke il solo cui si è inchinato è stato il prodigioso Van der Poel del Qwaremont, senza Mathieu tra i piedi chi avrebbe potuto fermarlo?

Van Aert fa le prove

Il terzo posto di Jonathan Milan mette ancora una volta un italiano sul podio, con Ballerini sesto a fargli compagnia fra i primi 10. Il friulano ha raccontato che la Lidl-Trek è partita con l’idea di vivere un bel giorno, consapevole di avere più carte da giocare. Ha ammesso di essere uscito troppo presto nella volata e che il Fiandre potrebbe essere una sfida proibitiva, mentre la Roubaix per lui è la corsa più speciale, nonostante non l’abbia mai conclusa.

Il Fiandre è per tutti o quasi un argomento tabù. Contro i giganti servirà un miracolo per guadagnarsi un posto al sole, al punto che sui media belgi si è dato grande risalto al lavoro svolto proprio oggi da Wout Van Aert. Mentre Pedersen vinceva la Gand-Wevelgem e nonostante gli avessero suggerito di parteciparvi a sua volta, il belga della Visma-Lease a Bike ha completato una simulazione di gara, con un allenamento di oltre 140 chilometri a 42,800 di media.

Pedersen lo incontrerà mercoledì alla Dwars door Vlaanderen di Waregem, la gara che lo scorso anno vide la caduta disastrosa e il ritiro di Van Aert. Pogacar, Van der Poel e Ganna non ci saranno. Per rivederli ci sarà da attendere un’altra domenica. La prossima.

Domani Gand. Confalonieri presenta la gara femminile

29.03.2025
5 min
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Abbiamo ancora negli occhi la volata di De Panne, con Wiebes che ha battuto le nostre Consonni e Balsamo, ed è già tempo di voltare pagina e parlare della Gand-Wevelgem Women. La classica belga introduce a quella che per i belgi è la “Settimana Santa”, che culmina con la Ronde, il Giro delle Fiandre. La Gand è quindi un passaggio cruciale e in tante non si nasconderanno.

A raccontarci meglio questa prova al femminile è Maria Giulia Confalonieri. L’atleta della Uno-X Mobility, stava per arrivare all’hotel della squadra quando l’abbiamo raggiunta al telefono. Lo scorso anno fu quinta, disputando un’ottima corsa (nella foto di apertura si nota in secondo piano col casco giallo nello sprint 2024, ndr). Non è certo la prima volta che, lassù, Confalonieri dimostra di cavarsela alla grande.

Maria Giulia Confalonieri in azione nelle primissime gare del Nord
Maria Giulia Confalonieri in azione nelle primissime gare del Nord
Maria Giulia, prima di tutto come stai?

Sto bene, spero che ci si possa togliere delle soddisfazioni finalmente… In generale la condizione è buona. E perciò sono fiduciosa. Non so ancora che ruolo potrò avere.

L’anno scorso sei arrivata quinta. Ti piace questa Gand?

L’anno scorso sì, sono andata forte, ma la Gand resta una gara di situazione. Se si guarda l’ordine d’arrivo si può dire che è andata bene, sono arrivata davanti. In realtà, poco prima della volata, il copertone anteriore deve aver toccato credo un dente di un’altra bici e mi è scoppiato. Quindi non ho potuto fare la volata in pieno. Sì, la Gand, alla fine, mi piace sempre. Anche se poi non so se sia l’ideale per me.

Perché?

E’ una gara dove spesso arriva un “grande” gruppo. Quello della Gand è un percorso semplice rispetto al Fiandre. Si parte dalla zona di De Panne, si percorre un tratto in linea che, se c’è vento, diventa molto stressante. Poi si arriva nella zona dei muri, dove si fa un circuito, e tra questi c’è il Kemmelberg, il più famoso e duro di quella della Gand-Wevelgem, nonché l’unico in pavé. Generalmente c’è sempre molto vento, specie nel finale, e per tanti chilometri si va nella stessa direzione. Se questo dovesse essere laterale potrebbe fare male e rendere il finale molto duro. Di solito, se c’è vento alla fine, c’è anche all’inizio, visto che è lo stesso tratto. L’anno scorso, dopo pochi chilometri, si crearono i ventagli.

L’altimetria della Gand Women: 168,8 Km e circa 890 m di dislivello. Lo scorso anno la lunghezza era di 171,2 km
L’altimetria della Gand Women: 168,8 Km e circa 890 m di dislivello. Lo scorso anno la lunghezza era di 171,2 km
Quindi col vento cambia tanto…

Esatto. Qui incide molto, cosa che si dice spesso delle corse in Belgio e Olanda, ma è davvero così. In ogni caso, la Gand-Wevelgem resta una corsa veloce. Si potrebbe dire che è per velociste, velociste moderne, quelle che sanno tenere su salite brevi e hanno resistenza. Però il gruppo che arriva non conta mai più di una quarantina di persone al massimo. Almeno così è andata negli ultimi anni. Insomma, arrivare davanti non è scontato.

Allora cosa rende dura questa corsa “facile”? Vento a parte, ovviamente…

Il circuito dei muri non è facile. Chiaro, non è il Fiandre: lì è tutta un’altra storia. I muri sono di più e più lunghi. Ma è importante arrivarci in posizione ottimale. Essere posizionati al meglio nei momenti cruciali è fondamentale, cosa che si dice di tante corse, ma alla Gand, viste le poche occasioni per fare la differenza, questo suggerimento vale ancora di più. Poi incidono anche il meteo e la distanza.

Ecco, la distanza è un altro fattore importante. La Gand, se non è la più lunga in assoluto del calendario, poco ci manca…

A mia memoria, lo scorso anno solo una tappa del Tour de France Femmes fu più lunga (come ha ricordato anche Erica Magnaldi ieri, ndr), perciò anche questo la rende complicata. Però quello che davvero conta non sono i chilometri, ma le ore in sella. Essendo una gara veloce staremo sulle quattro ore. E questo crea già tanta differenza nel finale rispetto a gare che durano mediamente 40-60 minuti in meno.

Le favorite per Confalonieri?

I nomi sono i soliti, ma per me è una gara più aperta rispetto a qualche altra corsa. Immagino che alcune squadre porteranno anche le scalatrici da Fiandre, cosa che a De Panne non c’era. E che potrebbero diversificare un po’ con le leader. Magari chi ha atlete come Elisa Longo Borghini o Demi Vollering (che non ci sarà, ndr) immagino darà più spazio alla velocista, considerando il Fiandre in vista. Certo, se si arriva in gruppo, salvo imprevisti, Lorena Wiebes è imbattibile. Starà a noi, alle altre squadre, cercare d’inventarsi qualcosa.

E come?

Diciamo che le atlete della SD Worx hanno più possibilità, hanno tanta qualità, con Kopecky e Wiebes in pole position. Possono fare sia corsa dura che attendista. Poi ci sono altre velociste, come le italiane Consonni e Balsamo, ma anche Koll o Wollaston.

E inventarsi qualcosa nel finale?

A Wevelgem andare via nell’ultimo chilometro è praticamente impossibile: è uno stradone largo e dritto. Come dicevo, la Gand è una corsa di situazione. Bisogna vedere il vento e magari pensare a un attacco di gruppo. Per esempio, Elisa Longo Borghini qualche tempo fa provò proprio così e poi restò sola: fu ripresa all’ultimissimo. Fare selezione nel finale sarà una conseguenza dell’andamento della gara. Se si sarà fatta corsa dura, allora qualcosa si può fare. E in quel caso l’arrivo per le sprinter diventa meno scontato.

Ronse e Gand: i ricordi di Fondriest diventano biciclette

16.07.2024
4 min
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Il marchio Fondriest si amplia e accoglie due nuovi modelli dedicati al mondo della strada: Ronse e Gand. Due nomi che nella carriera di Maurizio Fondriest, il quale ha messo la sua firma anche in questi due nuovi gioielli, hanno significato molto. A Ronse in Belgio, Renaix, nel 1988 Fondriest si è laureato campione del mondo. Mentre Gand, altra cittadina belga, è legata ad un ricordo diverso: alla sconfitta nella Gand-Wevelgem del 1995.

«Il modello Ronse – spiega lo stesso Maurizio Fondriest – è legato ad un ricordo molto piacevole della mia carriera. Con la città ho sempre avuto un rapporto speciale, tanto da aver lasciato al Comune una bici che è stata appesa nel palazzetto. Al contrario Gand è associata ad una sconfitta, quella della Gand-Wevelgem, persa in volata per un centimetro. Ho voluto comunque chiamare così questo modello per testimoniare la voglia di non mollare mai».

Due modelli di bici tanto belli quanto diversi, la Ronse ha una geometria All Road, mentre la Gand è pensata per ciclisti che cercano il massimo dell’aerodinamica e della velocità.

Con i suoi 840 grammi di telaio il modello Ronse è il più leggero dei due proposti
Con i suoi 840 grammi di telaio il modello Ronse è il più leggero dei due proposti

Ronse

Una bici, come appena anticipato, dedicata alla ricerca della performance su ogni terreno che sia una strada bianca o una salita impegnativa. Un telaio superleggero, realizzato in fibra di carbonio premium T700 + T800 e M40J, costituisce l’anima di questo modello. Il peso è di solamente 840 grammi nella taglia 54. La larghezza della forcella e del carro posteriore sono pensate per ospitare copertoni fino a 32 millimetri, a testimonianza dell’animo All Road di questa bici. Il passaggio cavi è totalmente integrato e i gruppi utilizzabili sono quella della serie Di2 di Shimano e AXS di SRAM. Le ruote, realizzate anch’esse in carbonio, sono tubeless ready. 

«Le fibre utilizzate per questa bici – spiega Fondriest – sono le più leggere disponibili e maggiormente avanzate a livello tecnologico. La Ronse rappresenta l’ultima generazione di bici, pensata per tutti i terreni. Anche la verniciatura è stata posizionata in maniera diversa, infatti nella parte posteriore è stato lasciato il carbonio a vista, per apprezzare maggiormente la costruzione.

La Gand è dedicata a chi ricerca una maggiore aerodinamicità e velocità
La Gand è dedicata a chi ricerca una maggiore aerodinamicità e velocità

Gand

Il secondo modello presentato da Fondriest ha un design aerodinamico ben marcato e moderno, con geometrie dedicate a ciclisti veloci. Anche in questo caso il telaio è realizzato interamente in carbonio, del tipo T600 con finitura in UD e passaggio cavi integrato. La massima dimensione dei copertoni che si può montare è sempre 32 millimetri. La Gand ha sempre la possibilità di montare gruppi della serie Di2 e AXS. 

«In questo caso – spiega ancora Fondriest – il carbonio risulta più spesso, vista anche la differenza di prezzo. Le qualità rimangono uguali ma sono stati applicati più strati rispetto alla Gand. Le geometrie si sposano bene con esigenze diverse risultando aerodinamiche ma allo stesso tempo comode. La Gand è l’unico modello che permette di montare anche un gruppo meccanico, il 105 di Shimano».

«La componentistica – conclude – risulta comunque di ottima qualità visto che utilizziamo prodotti FSA Vision, mentre le ruote sono Fulcrum. Anche i dettagli sono importanti quando si vuole fornire un prodotto da grandi prestazioni».

Fondriest

Podi in serie, per Raccagni Noviero il sogno è più vicino

27.04.2024
5 min
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In questi giorni Andrea Raccagni Noviero è in Francia, al Tour de Bretagne, con l’aspirazione di continuare nella positiva serie di risultati che ha ottenuto in questa prima parte di stagione. Il corridore genovese si sta mettendo sempre più in luce nel team devo della Soudal Quick Step e viene da un podio di grande spessore, alla Gand-Wevelgem di categoria che ha confermato come l’investimento fatto dalla multinazionale belga sia stato lungimirante.

Sul podio della Gand U23, Noviero Raccagni è terzo dietro Artz e Pedersen (foto Wielerspiegel)
Sul podio della Gand U23, Noviero Raccagni è terzo dietro Artz e Pedersen (foto Wielerspiegel)

Artz, in fuga di nascosto

A fine gara il ligure, battuto nella volata per il secondo posto dal danese Pedersen, non ha avuto grande rammarico per la vittoria sfuggita ben prima, quando l’olandese Artz ha preso il coraggio a due mani lanciando la fuga rivelatasi poi decisiva.

«Quando vince uno così, con un curriculum di tutto rispetto – dice – c’è solo da accettare il verdetto della strada, io sono più che contento della mia terza piazza. Venivo da un periodo di scarsa brillantezza, questa corsa era un obiettivo e averlo parzialmente centrato è motivo di orgoglio. Io tra l’altro non sapevo fosse in fuga e dall’ammiraglia mi hanno poi avvertito che era all’attacco con Harteel, un compagno di squadra, quindi non potevo muovermi. Quando quest’ultimo è stato ripreso, ho sperato che il vento ci desse una mano per riprendere il fuggitivo, ma io dovevo anche pensare alla volata».

L’olandese Huub Artz, già 7° a Liegi e Roubaix, vincitore a Wevelgem, un talento da seguire (foto organizzatori)
L’olandese Huub Artz, già 7° a Liegi e Roubaix, vincitore a Wevelgem, un talento da seguire (foto organizzatori)
Finora hai corso 15 giorni, come sono andati nel complesso?

Il giudizio è positivo, anche se quando non vinci hai sempre un po’ d’amaro in bocca. La prima parte era stata buona con 3 podi su 4 giornate di gara, poi prima della Roubaix di categoria alla quale tenevo molto ho avvertito brutte sensazioni, anche se continuavo ad andare forte. Dopo la Roubaix (chiusa al 35° posto, ndr) ho iniziato a sentirmi meglio e a quel punto aspettavo la mia occasione.

Visti i tuoi risultati, vieni sempre più identificato come un velocista, ma questa definizione ti rispecchia?

A me non piace molto, io sono convinto di non esserlo o almeno non essere solo quello. Sono più un passista con buono spunto, che combatte anche nelle volate affollate, ma da questo a essere un velocista di spicco ce ne passa. Io sui 5” fatico ad andare oltre i 1.350 watt e questi numeri dicono che per vincere serve di più. Questo si rispecchia anche in allenamento, dove dovrei fare volate di prova, ma spesso ho un po’ di rigetto verso certi lavori.

Sul pavé Raccagni Noviero ha mostrato di avere una buona propensione, sulla quale lavorare (foto organizzatori)
Sul pavé Raccagni Noviero ha mostrato di avere una buona propensione, sulla quale lavorare
E quali preferisci?

Mi piace di più far fatica in salita, anche se so che non potrò mai emergere su quei terreni perché ho troppo peso da portare dietro, essendo oltre i 75 chili. Io credo che la definizione più giusta sia corridore da classiche, forte sul passo e capace di emergere anche su percorsi complicati, in grado di fare la differenza allo sprint quando il gruppo è ristretto.

Questi risultati sono comunque importanti per il progetto che avevi già annunciato: guadagnarti un contratto da pro’ a fine anno…

Io a dir la verità mi aspetto una risposta anche prima. Quand’ero junior ero convinto che tre anni nella categoria superiore sarebbero stati necessari per trovare la mia dimensione e imparare quel che era necessario, ma poi ti accorgi che questo mondo va tremendamente di fretta e al secondo anno già senti il tintinnio dell’orologio. E’ chiaro che tutti questi risultati sono fieno in cascina, servono per farsi vedere, ma per me è necessario trovare quel benedetto contratto per avere più sicurezza. Qualche giorno fa ragionavo sul futuro: potrei anche passare in una continental, ma quelle sicurezze economiche non ci sarebbero, anzi. La differenza secondo me è proprio in questo, in una struttura WorldTour hai le spalle coperte per un bel periodo.

Esordio stagionale e subito un podio alla Bruxellles-Opwijk, terzo nella gara vinta da Joshua Giddings (GBR)
Esordio stagionale e subito un podio alla Bruxellles-Opwijk, terzo nella gara vinta da Joshua Giddings (GBR)
Che cosa dicono nel team?

C’è molta sensibilità nei miei confronti, i miei risultati stanno anche portando a rivedere i programmi. Dopo il Bretagne dovevo fermarmi e fare altura per il Giro Next Gen, ma vogliono portarmi con la squadra maggiore alla 4 Giorni di Dunkerque dove su almeno 4 tappe sarei anche l’uomo deputato alla volata. E’ una grande attestazione di fiducia anche se ancora non c’è nulla di certo.

Obiettivamente rifaresti la scelta di andare all’estero?

Senza alcun dubbio, anche se devo dire che, rispetto a quando sono passato, vedo che alcune squadre italiane sono attrezzate sempre meglio, lavorano bene e crescono di livello. C’era un divario che stanno accorciando, ma essere in un team devo fa ancora la differenza.

Per il ligure le prime uscite in Belgio sono state incoraggianti. Basteranno per promuoverlo in prima squadra?
Per il ligure le prime uscite in Belgio sono state incoraggianti. Basteranno per promuoverlo in prima squadra? (foto Guerin/DirectVelo)
Nel vostro gruppo sentite l’influsso di quanto avviene “ai piani alti”, ossia nel team maggiore che certamente non ha ottenuto nelle classiche risultati di spicco?

La divisione fra le due entità è molto forte, a dispetto del fatto che si possa passare episodicamente nell’altro gruppo. Non ci fanno pesare la situazione, vogliono che continuiamo a lavorare tranquilli e a pensare alle nostre gare. Abbiamo la sensazione che vogliano rimpolpare la squadra con i migliori del nostro team, farne l’ossatura del domani e infatti ci dicono che se abbiamo qualità avremo spazio per metterci in mostra ed emergere. Noi continuiamo a darci da fare, speriamo che ciò porti quello che desideriamo, io in primis…

Attenti a Pithie: questo “all black” ha fame di successi…

06.04.2024
5 min
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Ormai non lo si può più considerare una novità. Se la sua vittoria alla Cadel Evans Great Ocean Race aveva colto tutti di sorpresa, Laurence Pithie ha dimostrato nel prosieguo di questo avvio di 2024 che non era stata un caso. Al suo secondo anno nel circuito maggiore, sempre in forza alla Groupama-FDJ che pian piano gli ha fatto scalare anche le gerarchie interne, il ventunenne neozelandese è uno dei corridori più promettenti del panorama internazionale, soprattutto perché ha dalla sua la sfrontatezza della sua giovane età che lo porta a provare a emergere sempre, tipica espressione della nuova generazione ciclistica nata sull’onda delle imprese di Pogacar.

Pithie non si è minimamente spaventato per i grandi impegni che lo attendevano e infatti alla Milano-Sanremo è rimasto nel vivo della corsa fin quasi alla fine, lo stesso dicasi per le prime classiche del Nord, anche se il Fiandre alla fine lo ha relegato in un’anonima 39esima piazza. Ma il calendario gli dà subito l’occasione per rifarsi, nel tempio di Roubaix.

Pithie fra Pedersen e Van der Poel. La Gand-Wevelgem lo ha visto protagonista con una lunga fuga
Pithie fra Pedersen e Van der Poel. La Gand-Wevelgem lo ha visto protagonista con una lunga fuga
Che cosa ti ha spinto a fare ciclismo su strada? In Nuova Zelanda i successi maggiori sono arrivati dalla pista…

Inizialmente ho corso anche su pista, mi piaceva molto. Ho avuto dei buoni risultati e proprio grazie ai miei riscontri sono entrato nel Willebrord Wil Vooruit Juniors, un importante team olandese. La mia ambizione era correre su strada, la pista è stata una buona ispirazione. D’altronde non credo sia possibile avere una carriera lunga e buona su entrambi i fronti: se vuoi emergere in Europa è la strada che ti dà un futuro. Se correvo su pista sarei rimasto in Nuova Zelanda. Per me il ciclismo su strada e il Tour de France sono l’espressione massima di quello che faccio. Ciò che mi ha davvero ispirato per essere un professionista. La pista è stata una bella parentesi.

Come sono stati i primi mesi alla Groupama, è stato difficile per te che venivi da un altro mondo?

Sì, non posso negarlo. Venendo dall’altra parte del mondo era super, ma anche complicato, per me e Reuben (Thompson, ndr). Confrontarsi non solo con le gare, ma con la cultura e l’ambiente, una lingua diversa, soprattutto per me che ho avuto alcune cadute all’inizio del 2023 che hanno reso tutto più difficile. Ma il team è stato di grande supporto, mi aiuta a integrarmi. La cultura francese e il vivere in Europa, lontano da casa, sono cose alle quali mi sono andato abituando. Ricordo che il primo mese mi sentivo sotto un rullo compressore, con un sacco di alti e bassi nell’umore, ma è parte del passato.

Alla Cadel Evans Great Ocean Race il suo primo successo di peso, in una volata ristretta
Alla Cadel Evans Great Ocean Race il suo primo successo di peso, in una volata ristretta
Tu sei un corridore molto veloce, ma ti abbiamo visto spesso cercare la fuga. Hai fiducia nelle tue doti di sprinter?

Sì, certamente. So che ho buone doti per il finale, ma non mi piace aspettare, preferisco costruire la corsa quando posso, stare davanti anche ben prima delle fasi finali. Io dico che se sei sempre davanti, di solito corri per la vittoria, mentre se aspetti uno sprint lasciando fare tutto agli altri, potresti anche veder sfumare tutto e lasciarti sfuggire le occasioni. Poi capita che vieni ripreso, come alla Cadel Evans Ocean Race, ma eravamo in pochi e potevo ancora correre per la vittoria. Magari se non ci avessi provato…

Avevi già corso nelle classiche belghe, cominci ad avere esperienza per ottenere risultati migliori?

Sono strade e percorsi dove per emergere bisogna imparare sempre di più. E’ vero che per ogni gara percorriamo molte delle stesse strade, ma ogni volta è diverso, la corsa è diversa. Alcune corse per me sono la prima volta, soprattutto le grandi corse. Quindi sto imparando ad ogni gara e sto migliorando.

Pithie con Cadel Evans, fondatore dell’omonima corsa. L’estate australiana gli ha portato fortuna
Pithie con Cadel Evans, fondatore dell’omonima corsa. L’estate australiana gli ha portato fortuna
Alla Gand-Wevelgem pensavi che la fuga potesse arrivare?

Sì, rispecchia quel che dicevo prima. Io dovevo provarci, dovevo essere lì se volevo avere qualche speranza. Quando Van Der Poel e Pedersen hanno forzato, io c’ero, potevo lottare con loro, ma ancora non ho le gambe per farlo, l’esperienza giusta. Avrei potuto aspettare dietro, ma che cosa ne avrei ricavato? Ho cercato di usare i miei compagni di squadra per costruire un risultato, quando lo faranno loro io sarò al loro servizio. Nessuno può negare però che la possibilità di vincere la gara l’ho avuta.

Sei rimasto sorpreso dai tuoi risultati in Australia?

Un po’, è stata la ricompensa per il mio duro, duro lavoro nella nostra estate in Nuova Zelanda. Sono andato in Australia, affrontando subito il massimo livello, ho visto che andavo forte e volevo concretizzare. Sapevo di aver lavorato sodo.

Il neozelandese punta con decisione alla selezione olimpica. A Parigi non solo per partecipare…
Il neozelandese punta con decisione alla selezione olimpica. A Parigi non solo per partecipare…
Visti i risultati, speri di essere convocato per i Giochi Olimpici e che cosa pensi del percorso di Parigi, si adatta a te?

Lo ammetto, ci penso. Credo di aver dimostrato negli ultimi mesi che sarò competitivo e lotterò per un grande risultato. Ho studiato il percorso, ci sono molti punti dove attaccare, dove posso davvero giocarmi le mie carte. Quindi sì, spero di andarci ed è sempre stato un sogno gareggiare o fare le Olimpiadi, anche da prima di essere un ciclista per competere in qualsiasi sport.

In futuro pensi potrai essere un corridore anche per la classifica delle corse a tappe?

No, non per la classifica generale di sicuro. Mi piacerebbe fare le grandi corse a tappe e correre per le vittorie di tappa e anche per alcune maglie, ma non sarò mai uomo da classifica, non è nelle mie corde.

Nelle corse a tappe può puntare a vittorie parziali. Qui leader della classifica a punti alla Parigi-Nizza
Nelle corse a tappe può puntare a vittorie parziali. Qui leader della classifica a punti alla Parigi-Nizza
C’è un corridore al quale ti ispiri?

Non particolarmente. Posso dire che ci sono molti ragazzi che ammiro per come corrono, per le abilità che hanno, ma non direi che ci sia qualcuno che mi ha portato a essere dove sono.

Qual è la gara che più di tutte vorresti vincere?

Questa è facile: i campionati mondiali… Poter indossare la maglia arcobaleno per un anno penso che sia l’apice del ciclismo, qualcosa che resta per sempre.