Team Hopplà e Corratec, una filiera tutta italiana

10.12.2022
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Dietro la notizia del nuovo rapporto che lega Hopplà Petroli e Team Corratec, ci sono profonde novità che riguardano la società toscana, che attraverso questo passaggio compie un deciso salto di qualità in presenza di altre novità. A illustrarle è colui che da sempre è la mente del team, Claudio Lastrucci, profondamente soddisfatto dei nuovi passaggi che preludono alla stagione che viene.

A inizio intervista, Lastrucci tiene a sottolineare un aspetto: «Molti dicono che in questo modo diventiamo la filiera della Corratec, ma deve essere chiaro che non abbiamo messo nulla per iscritto. E’ un rapporto in costruzione, che si sta realizzando nei fatti e che, non lo nego, rappresenta un grande passo in avanti per noi in quello che è il nostro obiettivo primario: far crescere i ragazzi per prepararli alla carriera professionistica».

Primo training camp per il team toscano, il giorno precedente la visita al Centro Mapei
Primo training camp per il team toscano, il giorno precedente la visita al Centro Mapei
Che vantaggi vi dà entrare in un rapporto comunque privilegiato con un team professional?

Possiamo presentare ai ragazzi un cammino delineato, che se tutto andrà bene potrà portarli verso i loro sogni. Noi siamo sempre stati orientati verso la crescita progressiva dei ragazzi. Il passaggio diretto da junior a pro’ può andar bene per l’Evenepoel della situazione ma non è la prassi, non è la scelta giusta per i giovani. Parlo con cognizione di causa: noi abbiamo portato ben 26 ragazzi fra i pro’, il primo è stato Ulissi con Appollonio e Magazzini, gli ultimi Ballerini, Fortunato e Albanese e ora arriva Quartucci che passerà proprio con la Corratec.

Il team professional può indicarvi qualche ragazzo da prendere nella vostra squadra per farlo crescere?

Certo, la filiera dovrebbe funzionare così. Sappiamo ad esempio che loro sono già in qualche modo legati al Team Franco Ballerini fra gli juniores, in questo modo i più giovani avrebbero un cammino già prestabilito, potrebbe affrontarlo con la dovuta calma pensando innanzitutto a crescere e migliorare. Un passaggio importante nella costruzione di questo rapporto sarebbe anche la possibilità di fare stages in comune, sarebbero un’altra esperienza utile ai più giovani. Il rapporto con il team professional deve improntarsi attraverso questa sorta di “do ut des”.

Lorenzo Quartucci è l’ultimo talento della Hopplà che passa pro’ nelle file della Corratec (foto Rodella)
Lorenzo Quartucci è l’ultimo talento della Hopplà che passa pro’ nelle file della Corratec (foto Rodella)
Questa scelta è legata anche alla vostra di non richiedere più la licenza continental?

Non direttamente, ma di certo il fatto di essere ora un team completamente dedicato agli under 23 ci avvantaggia. Parliamoci chiaro: la licenza continental non dà quei vantaggi di cui si parlava, anzi sono ad oggi solo maggiori spese e briglie all’attività. Non ci sono benefici: per avere gli inviti alle gare con i pro’ che dovrebbero essere il fulcro dell’attività bisogna pagare tutte le spese e per un team un esborso di 12 mila euro a gara è un po’ troppo. Non solo: i nuovi regolamenti penalizzano fortemente le continental…

Verza ad esempio raccontava di come sia stato costretto a espatriare per trovare un calendario più ricco…

Ha ragione. Oggi gli elite delle continental sono esclusi dalle gare regionali, ma non solo: in esse possono essere schierati solo gli under 23 di primo e secondo anno. Sono tutti lacci che noi, avendo lasciato la licenza non abbiamo. Nelle gare di categoria possiamo schierare chi vogliamo dei nostri corridori a prescindere se siano primo, secondo o terzo anno e nelle gare open possono partecipare anche gli elite.

Una foto storica, il successo di Diego Ulissi alla Coppa del Grano 2008 (foto Fabrizio Sterpos)
Una foto storica, il successo di Diego Ulissi alla Coppa del Grano 2008 (foto Fabrizio Sterpos)
Il fatto di non essere più continental vi preclude la possibilità di fare gare a tappe all’estero?

No, anzi il fatto di essere legati a doppio filo con la Corratec ci può aprire nuovi canali, grazie proprio al loro prestigio. Andare all’estero in qualche buona gara a tappe, confrontandoci con squadre vere, provando quel che significa il ciclismo di alto livello è fondamentale per la crescita dei ragazzi. Non è un caso se l’ultimo italiano ad aver vinto il Fiandre under 23 è stato un nostro corridore, Salvatore Puccio poi diventato una colonna della Ineos.

Ci sono altre novità che riguardano questa nuova sinergia?

Abbiamo stretto un legame con il Centro Mapei, infatti nei giorni scorsi abbiamo portato tutti i ragazzi a fare dei test a Castellanza. Tra l’altro, appena pubblicate le foto sul profilo Facebook, dalla Corratec mi sono subito arrivare delle chiamate: «Ho visto quel corridore, te l’avevo detto che doveva perdere qualcosa di peso…». Ogni scelta, ogni passaggio ora viene fatto di comune accordo.

Tommaso Nencini durante i test al Centro Mapei. Il toscano è al terzo anno con la Hopplà
Tommaso Nencini durante i test al Centro Mapei. Il toscano è al terzo anno con la Hopplà
La Corratec vi fornirà le bici?

No, perché prima di stringere l’accordo con loro avevamo già firmato il contratto con la Guerciotti e siamo contenti e convinti di questa scelta. Un domani vedremo come si svilupperà il rapporto con il team professional, il contratto è annuale, nel caso cambieremo. Intanto però il rapporto è anche in senso opposto, in quanto la mia azienda è fra gli sponsor del nuovo Team Corratec e non nascondo che ci piacerebbe molto essere con loro al Giro d’Italia…

Landa, i piedi per terra e la testa sulle spalle

10.12.2022
4 min
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Anche se per il 2023 ha scelto il Tour, resta il fatto che il 2022 di Mikel Landa sia stato soprattutto un affare italiano. Nel 67 giorni di corsa della passata stagione, gli unici lampi e piazzamenti degni di nota sono venuti infatti fra Tirreno, Giro e Lombardia: chiusi tutti al terzo posto, con sensazioni di vario colore. Martedì sulla sua torta ci saranno 33 candeline e probabilmente il tempo dei grandi sogni si sta concludendo, ma prima di darlo per morto bisognerebbe soffermarsi sui dati. E i dati dicono che le prestazioni di Landa in salita sono fra le migliori di sempre. Ma se fino a qualche anno fa bastavano per tenere testa a Contador, Aru e Nibali, adesso servono a malapena per arrivare sul podio. Come se salire sul podio del Giro d’Italia fosse un risultato da poco! Questo è il ciclismo di adesso. E se non fai spazio, finisci sotto al treno.

«Tornare al podio del Giro sette anni dopo la prima volta – sorride il basco – è stato importante. Nel 2021 ero fortissimo, ma ebbi una caduta che ha lasciato il discorso incompleto. Il podio mi ha dato la fiducia che posso ancora fare buone cose. C’è poco da cambiare però, la preparazione sarà la stessa. Di diverso c’è che nel 2023 farò il Tour che il prossimo anno sarà meglio del Giro. Un po’ perché è il Tour. Un po’ perché ci sono meno crono. E un po’ perché si parte dai Paesi Baschi, dalle strade di casa».

La Bahrain Victorious tiene ancora le porte chiuse, il media day del primo ritiro si svolge online
La Bahrain Victorious tiene ancora le porte chiuse, il media day del primo ritiro si svolge online

Le porte chiuse

Il primo ritiro della Bahrain Victorious si svolge nuovamente a porte chiuse. Le comunicazioni avvengono in videoconferenza, mentre negli hotel dei dintorni l’andirivieni dei giornalisti è certo regolamentato, ma ben apprezzato. Il ritorno alla normalità ha tempi diversi, bisogna saper aspettare.

«Ho riposato bene – racconta Landa – abbiamo lavorato per recuperare il problema che avevo a livello del gluteo e della spalla, figlio dell’ennesima caduta. Ora sto bene e si è visto già al Lombardia. Il tempo passa e comincio a sentirmi tra i vecchi del gruppo. Proverò di nuovo a stare con il leader che dominano il ciclismo. Il fatto è che sono molto completi e hanno squadre fortissime, per cui l’unica cosa da fare è provarci sempre sperando di riconoscere un loro eventuale giorno nero. Quello è il solo punto debole che hanno: il fatto che sono anche loro umani».

Giro 2022, Landa marca da vicino l’ex compagno Carapaz in rosa, ma da dietro incombe Hindley
Giro 2022, Landa marca da vicino l’ex compagno Carapaz in rosa, ma da dietro incombe Hindley

Fiducia Lombardia

Non cambia la preparazione, si rivedono gli obiettivi. La vittoria manca. Pur avendo conquistato la Vuelta Burgos del 2021, l’ultima volta che Landa ha esultato su un arrivo risale alla Coppi e Bartali del 2019: un tempo eterno. La Spagna fuori è mite, con giornate grigie, ma la colonnina del mercurio intorno ai 15 gradi, che permettono di allenarsi in pantaloncini, mentre in Italia finalmente piove.

«Mi piacerebbe arrivare vicino al podio del Tour – dice – combattere nelle corse di una settimana come i Paesi Baschi, la Tirreno oppure il Catalunya. E finalmente provare a vincere una tappa. Mi manca il fatto di alzare le braccia al cielo. Aver finito il 2022 con il podio del Lombardia è una bella motivazione. E’ stata una corsa di grande livello e mi ha ricordato quale potrebbe essere il mio posto nel gruppo. L’avevo già corso nove volte, quasi ogni anno e mi ero sempre ritirato (lo aveva concluso nel 2013 e nel 2015, ndr). Essere salito sul podio essendomi anche divertito lo inserisce fra i giorni più belli del 2022».

L’ultima vittoria di Landa risale alla Coppi e Bartali 2019, a Sogliano, senza neppure alzare le braccia
L’ultima vittoria di Landa risale alla Coppi e Bartali 2019, a Sogliano, senza neppure alzare le braccia

La nuova Spagna

Ci sarà il Tour dunque e ci saranno le strade di casa, portando la fiaccola del ciclismo spagnolo che con l’addio di Valverde vive un profondo rinnovamento.

«Il Tour parte dai Paesi Baschi – dice e gli brillano gli occhi – sulle nostre strade e davanti al nostro pubblico. Sarà un momento storico. Bello per i tifosi, ma noi corridori avremo i peli dritti sulle braccia. Avrò una doppia motivazione e responsabilità, più di quella che si ha normalmente. Bisognerà farne un vantaggio. Il 2022 è stato un buon anno per il ciclismo spagnolo, dopo che i tifosi si erano ben abituati con Contador, Purito, Valverde, Freire, Samuel Sanchez. Ora ci sono Mas, Ayuso e Rodriguez. Magari non hanno ancora la statura per vincere, ma saranno lì a lottare. Sono sicuro che la passione tornerà presto come prima».

Le Fiandre soffiano forte sul fuoco del ciclismo

10.12.2022
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Dopo i mondiali del 2021, il governo fiammingo ha deciso di imprimere un’altra accelerazione al ciclismo nella regione, puntando sul turismo attivo e le infrastrutture di cui ha bisogno. Così venerdì è stato dato via libera al finanziamento dell’hub ciclistico Cycling in Flanders, con 6 milioni di euro necessari per trasformare l’abbazia cistercense di Maagdendale a Oudenaarde nel tempio del ciclismo delle Fiandre.

Oudenaarde, Abbazia di Maagdendale: nascerà qui il centro cicloturistico delle Fiandre
Oudenaarde, Abbazia di Maagdendale: nascerà qui il centro cicloturistico delle Fiandre

L’appoggio del Fiandre

Quella che potrebbe apparire come una scelta slegata dal mondo delle corse, in realtà deriva dalla capacità di interpretare il ciclismo come un catalizzatore di occasioni. Anche Flanders Classics, uno dei principali organizzatori di corse in Belgio, tra cui il Giro delle Fiandre e i mondiali del 2021, applaude alla decisione e in qualche modo ha chiesto di avere un ruolo nell’iniziativa.

«Siamo molto orgogliosi di far parte questo progetto – ha detto l’amministratore delegato Tomas Van der Spiegel – che stabilirà un collegamento fra il patrimonio storico, il Giro delle Fiandre e l’ulteriore sviluppo del cicloturismo. Possiamo anche dire che fosse logico scegliere come base Oudenaarde, per cui in attesa degli sviluppi, siamo pronti per fare la nostra parte».

I mondiali di Leuven hanno fatto da cassa di risonanza alla grande passione fiamminga per il ciclismo
I mondiali di Leuven hanno fatto da cassa di risonanza alla grande passione fiamminga per il ciclismo

Hotspot cicloturistico

Con il periodo pandemico alle spalle, il governo ha ridato forza alle strategie previste per il periodo 2019-2024 dal piano di ripresa dell’avvocato Zuhal Demir, 42 anni, ministro fiammingo dell’ambiente e del turismo. Questo prevede appunto lo sviluppo dell’hub ciclistico Cycling in Flanders da realizzarsi nel cuore delle Ardenne fiamminghe, per rendere le Fiandre sempre più un hotspot ciclistico internazionale. La città di Oudenaarde, già sede di arrivo del Giro delle Fiandre e del suo museo, oltre che proprietaria dell’Abbazia di Maagdendale, affitterà l’edificio a Visit Flanders.

«Per questo tipo di sviluppo – ha detto il ministro Demir al belga Het Nieuwsblad – il governo sta mettendo a disposizione 6 milioni di euro. L’organizzazione no-profit Centrum Ronde van Vlaanderen sarà responsabile della realizzazione del centro ciclistico».

Il piano di rilancio del ministro Zuhal Demir prevede lo stanziamento di 6 milioni di euro per il cicloturismo
Il piano di rilancio del ministro Zuhal Demir prevede lo stanziamento di 6 milioni di euro per il cicloturismo

Vetrina per le aziende

Nel nuovo centro si organizzeranno svariate attività. Ci saranno un ristorante in vero stile e gusto fiammingo, un negozio e noleggio di biciclette con la sua officina. Ci saranno docce e uno spazio espositivo per mostre temporanee. Ma l’edificio ospiterà anche un business center con sale riunioni, spazi per uffici, spazi di co-working, aree per presentazioni di prodotti ed eventi. L’intenzione è che i partner attivi nel mondo del ciclismo possano avere una vetrina privilegiata nel centro che sorgerà.

«Il luogo – dice il ministro Demir – deve essere un catalizzatore, un polo di attrazione per i cicloturisti nazionali e stranieri e la vetrina di tutto ciò che a Oudenaarde e nelle Ardenne fiamminghe ha a che fare con la cultura del ciclismo».

L’Abbazia di Maagdendale si trova al centro di rotte cicloturistiche (foto Stad Oudenaarde)
L’Abbazia di Maagdendale si trova al centro di rotte cicloturistiche (foto Stad Oudenaarde)

Fra storia e futuro

Dopo aver passato al vaglio svariate altre soluzioni, la scelta è caduta sull’Abbazia di Maagdendale. I requisiti richiesti erano basati sulla superficie interna e quella esterna. Sono stati assegnati punti anche per il potenziale della struttura, le possibilità di espansione, l’orientamento e l’aspetto. 

«L’iconica abbazia di Maagdendale – ha spiegato ancora Demir – era di gran lunga superiore agli altri siti studiati. L’edificio storico è un vero punto di riferimento, con il suo carattere aperto, l’aspetto internazionale e la splendida posizione sull’alzaia lungo la Schelda (il canale che bagna Anversa, ndr)».

I sei milioni di euro saranno erogati nei prossimi cinque anni, con il 2026 come termine per il completamento della conversione edilizia, mentre il centro dovrà essere pronto entro il 2028

Da Colpack a Delio Gallina, Calì si rimbocca le maniche

09.12.2022
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Francesco Calì è pronto a passare alla Delio Gallina-Ecotek-Lucchini-Colosio. Il corridore modenese lascia così la Colpack Ballan dopo due anni non propriamente da incorniciare. E dire che era passato tra gli U23 con le stimmate del campioncino.

Con lui facciamo il punto della situazione: cosa non ha funzionato, cosa si aspetta. La carriera è tutta davanti a lui. A 20 anni non può non essere così e magari certe difficoltà saranno un prezioso bagaglio per il futuro.

Francesco Calì (classe 2002) passerà dalla Colpack Ballan alla Delio Gallina Ecotek Lucchini Colosio (foto Instagram)
Francesco Calì (classe 2002) passerà dalla Colpack Ballan alla Delio Gallina Ecotek Lucchini Colosio (foto Instagram)
Francesco, raccontaci di queste prime due stagioni tra gli under 23. Cosa ha funzionato e cosa no?

Sono arrivato tra gli under alla Colpack dopo parecchie stagioni all’Aspiratori Otelli. All’ultimo anno da junior avevo raccolto parecchio. Per questo le aspettative erano molto alte sia da parte mia che da parte del team. Ma in questi due anni purtroppo non è mai arrivata una vittoria. Sono arrivati due secondi posti nel finale della passata stagione.

Come mai secondo te?

Al primo anno c’era la scuola, ma poi ho anche avuto problemi al ginocchio: è emerso un problema al menisco, ho avuto una cisti e sono dovuto stare lontano dalle corse per un bel po’. Al secondo anno invece ci si attendeva una stagione migliore. Nonostante abbia avuto molto spesso una buona condizione non sono mai riuscito a cogliere il risultato. E questo – aggiunge dopo una pausa – mi ha fatto pensare tanto.

Cosa hai pensato?

Che questo passaggio forse non era adatto a me. Mi sono ritrovato in un ambiente molto competitivo. Alla Colpack ci sono veramente tantissimi ragazzi forti. E’ una grande squadra e punta sui migliori. E’ una delle continental più forti del panorama europeo se non mondiale. Basta vedere quello che hanno fatto nelle ultime stagioni: secondi all’europeo, primi al Giro Under 23, primi al mondiale… Magari non ero pronto ad avere tutta questa competizione intorno e forse avrei dovuto anche regolarmi meglio al primo anno con la scuola. Ma sono cose che col senno del poi è facile dire. Sul momento ho avuto la chiamata della Colpack e pensavo che fosse il treno giusto. Anch’io poi non mi sono fatto trovare prontissimo in certe situazioni. Lo devo ammettere.

GP di Somma 2021: Nencini precede Calì. Per il modenese quest’anno un quinto posto come miglior risultato (foto Instagram)
GP di Somma 2021: Nencini precede Calì. Per il modenese quest’anno un quinto posto come miglior risultato (foto Instagram)
Quindi non è un discorso di metodo di lavoro con cui non ti sei trovato bene?

No, no… loro sono ben strutturati sotto questo aspetto. Anche altri ragazzi divenuti pro’ lo hanno detto: «La Colpack può essere paragonata ad una squadra pro’». Magari ci sono state delle incomprensioni o comunque non mi sono trovato bene io con la filosofia nel modo di interpretare le corse. Però è anche vero che quando sei in una squadra così importante, alla fine bisogna vincere.

Spiegaci meglio. Cosa intendi per “interpretare le corse”?

Ci sono tantissimi corridori che potrebbero fare i capitani in altre squadre. E se dici a un ragazzo in forma che nelle prossime due gare si dovrà mettere a disposizione di un altro, per lui diventa difficile fare risultato.

Quando dici: “La mia filosofia”, ti riferisci a questo?

Sì, io ho cercato sempre di rendermi disponibile per la squadra. Però, ripeto, anche per problemi fisici e miei personali, non ho avuto quella forza in più rispetto a qualche altro compagno da poter far dire al direttore sportivo: «Oggi puntiamo su Calì, punto e basta». Lo devo riconoscere: è stata un po’ una mia mancanza. Non riuscivo a trasmettere quella sicurezza ai direttori. Anche se poi le prestazioni erano buone.

Guardiamo avanti, andrai alla Corte di Cesare Turchetti, direttore sportivo e manager che sta “molto sopra” ai ragazzi. E Turchetti stesso ci ha espressamente spiegato il suo modo di lavoro. E’ un cambio netto?

In effetti c’è una bella differenza, però io cercavo proprio un ambiente così. Un ambiente che potesse mettermi più in mostra e nella Delio Gallina mi ci sono rivisto. Cesare mi ha esposto un bel programma di gare, mi ha messo al centro del progetto e mi ha fatto capire comunque che posso avere una certa importanza. Chiaramente tutto questo dovrà essere seguito dai risultati… e non bastano queste belle parole.

Turchetti segue molto da vicino i ragazzi. Lui è un sostenitore degli allenamenti di squadra e dei lunghi ritiri. Calì voleva un ambiente così
Turchetti segue molto da vicino i ragazzi. Lui è un sostenitore degli allenamenti di squadra e dei lunghi ritiri. Calì voleva un ambiente così
Come ti è sembrato questo primo approccio con la nuova squadra?

Mi sembrano ben organizzati. Cesare è il fulcro del team, pensa praticamente a tutto lui. Per ora, tutte le volte in cui mi è servito qualcosa, si sono sempre fatti trovare pronti. In pochi giorni arrivava il pezzo di ricambio della bici o quello che mi serviva. E dalla realtà da cui arrivavo non era facile questo paragone. Anche per questo ringrazio la Colpack per questi due anni.

Ti piace l’idea di essere seguito da vicino?

Ho capito che per il tipo di persona e di corridore che sono probabilmente ho bisogno di una figura più presente nella mia preparazione di tutti i giorni. Qualcosa che invece ho sottovalutato in questi due anni. Prima ero più solo, nel senso che ero trattato più da pro’. Dovevi saperti arrangiare. Anche grazie a questo aspetto mi sono reso conto che ho pagato parecchio questo salto.

Farai la spola con il bresciano, sede della Delio Gallina?

Io sono di San Felice sul Panaro, Modena, in neanche due ore sono in sede. Ma ci sono abituato perché l’Aspiratori Otelli era a 5 chilometri dalla sede attuale. Conosco bene quelle zone e mi sento a casa. Per esempio, quando sono andato a ritirare le bici sono passato a mangiare in un ristorante dove andavo sempre. E’ stato carino rivedere visi familiari, persone a cui voglio bene.

Nelle categorie giovanili Calì ha vinto molto. Spessissimo in volata… ma non solo
Nelle categorie giovanili Calì ha vinto molto. Spessissimo in volata… ma non solo
Francesco sei passato come un talento, te la senti ancora addosso questa “polvere magica”?

Subito dopo il passaggio tra gli under 23 sì, poi mettendomi a confronto con i compagni ho realizzato che avevo tanto lavoro da fare, più di quello che pensavo. Vedendo gli Ayuso, i Baroncini, i Gazzoli… ho preso la consapevolezza di dover fare ancora un grande salto di qualità. Nelle categorie giovanili ho sempre fatto bene, ho sempre raccolto tanto, adesso questa polvere magica bisogna rispolverarla!

La voglia di vincere c’è ancora?

Sì! Diciamo che non punto a vincere tutte le gare che affronterò, ma quelle più importanti. Perché in questi due anni ho capito anche questo. Il ciclismo moderno è un “alto-basso” continuo. I compagni più grandi mi hanno detto che il ritmo è sempre più alto, quindi bisogna ponderare bene gli obiettivi. Da parte mia ho grinta e voglia di far bene, specie nelle gare più importanti che poi sono quelle che guardano le squadre professionistiche e quindi per poter passare.

Calì vinceva anche in salita tra gli juniores, senti di essere ancora uno scalatore?

Non l’ho mai capito. Non mi sono mai definito scalatore come neanche velocista, anche se ho vinto parecchie gare in volata. Vado bene su molti percorsi. Però non penso di essere uno scalatore. Anche perché nelle ultime due stagioni, andando avanti con le preparazioni e col cambio di rapporti, ho più muscoli. Mi definirei più un passista veloce. O comunque un corridore completo.

Il campione e il ragazzino: il curioso pomeriggio di Groenewegen

09.12.2022
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Per qualche attimo, tagliato il traguardo, Dylan Groenewegen si è fermato. Meccanico e accompagnatore si sono avvicinati per i primi aiuti post gara, ma è bastato guardarlo. Per qualche attimo, non voleva essere toccato né disturbato. Fissava con attenzione quel ragazzino di 15 anni che lo aveva appena battuto in una gara di ciclocross e nella sua mente intanto scorrevano tante immagini, del presente e del passato.

Ripensava a quando era lui ad avere 15 anni: salito sulla bici per seguire le tradizioni di famiglia, correva per il semplice gusto di farlo. Solo allora iniziava a prenderci gusto, solo in seguito avrebbe capito che quella poteva essere la sua strada, quella dell’affermazione e dell’agiatezza economica. Figurarsi che i primi risultati li fece a 18 anni: 2° alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne e ai campionati nazionali juniores.

Il 15enne Mouris davanti ai microfoni di Nhnieuws.nl. Nessuna timidezza, come in gara…
Il 15enne Mouris davanti ai microfoni di Nhnieuws.nl. Nessuna timidezza, come in gara…

Campione nazionale a 15 anni

Forse in quei pochissimi secondi, il velocista olandese ha immaginato un destino simile per quel ragazzino, vestito con la maglia di campione nazionale. Michiel Mouris, il migliore nella sua categoria, il migliore anche in quella gara, l’Amsterdam Cross Competitie. Una manifestazione regionale, che Groenewegen aveva identificato come utile per cambiare un po’ l’allenamento. Vincere non era importante, contava far fatica. Però, se a batterti è uno che ha poco più della metà dei tuoi anni…

La cosa che faceva tanto pensare al corridore della BikeExchange era come quel ragazzino riuscisse a tenere il suo ritmo nei lunghi passaggi senza ostacoli, dove si sviluppa velocità. Faticava, Dylan lo sentiva, sentiva il suo respiro affannoso, ma stava lì, agganciato e non è che fosse lui ad andar piano. Anzi…

Il podio della gara, con Groenewegen al fianco dei due fratelli Mouris: li ritroverà su strada? (foto Nieuws.nl)
Il podio della gara, con Groenewegen al fianco dei due fratelli Mouris: li ritroverà su strada? (foto Nieuws.nl)

La differenza tecnica

«E’ stato speciale battere Dylan – raccontava il giovanissimo Michiel ai microfoni di Nhnieuws.nl – quando sviluppava velocità cercavo di rimanere il più vicino possibile alla sua ruota, nei tratti tecnici ho visto che riuscivo a stargli davanti e ne ho approfittato».

Ad accrescere la gioia di Michiel arrivava poi suo fratello Wessel, terzo. Diciannove anni, il più grande dei Mouris è già più accreditato nel panorama su strada, ha anche corso l’ultimo Giro Under 23 nelle file del Wielerploeg Groot Amsterdam e su di lui hanno posto gli occhi i responsabili dello Scorpions Racing Team, nuova formazione continental olandese che debutterà nel 2023 con grandi ambizioni. Viste le premesse, la strada è spalancata anche per il più giovane e talentuoso fratello.

Groenewegen in azione. Un diversivo dal solito allenamento e per ora tanto basta (foto Nieuws.nl)
Groenewegen in azione. Un diversivo dal solito allenamento e per ora tanto basta (foto Nieuws.nl)

Un allenamento proficuo

Dopo essersi ripulito e cambiato in una giornata di freddo intenso, Groenewegen ha voluto dire la sua e le sue parole sono state di miele per il suo avversario: «Penso che potrei aver perso dal futuro Mathieu Van Der Poel, visto come andava in bici e la sua facilità di corsa. Per me il ciclocross è divertimento, in questo caso allenamento. Sono un semplice praticante, ma un ragazzo di 15 anni che va fortissimo mi colpisce profondamente proprio pensando a com’ero io alla sua età».

Poi arriva il tempo della saggezza e del consiglio quasi paterno: «Ha davvero tanto talento, ma verrà il tempo che dovrà dedicarsi seriamente a questo sport». Come a dire: solo allora sapremo veramente di che pasta è fatto.

Il velocista olandese riprende la strada di casa con tanti pensieri nella testa (foto Nieuws.nl)
Il velocista olandese riprende la strada di casa con tanti pensieri nella testa (foto Nieuws.nl)

Il peso del paragone

Durante l’intervista era evidente sul suo viso un sorriso divertito e soddisfatto: «Almeno con il secondo posto porto a casa il mazzo di fiori… E’ stato un buon allenamento ora che bisogna costruire la condizione, qualcosa di diverso, per me il ciclocross è questo. Michiel è stato migliore di me e quando qualcuno arriva davanti per questo non c’è altro da fare che applaudirlo…».

Mentre Dylan risaliva in macchina per dirigersi verso casa, Michiel ripensava a quelle parole: «Il futuro Van Der Poel…». Chissà se gli ha fatto un regalo a pronunciarle davanti ai giornalisti, che le avrebbero riportate facendoci i titoli (come poi realmente è successo). Ora pesano anche più di quella maglia tricolore da campione nazionale: quanta responsabilità per un ragazzino…

Studente-atleta alto livello: dialogo fra scuola e sport

09.12.2022
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Nella recente intervista con Davide Cassani è emerso come lo sport si sia evoluto e di conseguenza la figura dell’atleta. Lo studio e l’apprendimento sono un passaggio fondamentale per chi pratica attività sportiva, soprattutto da giovani. Dal 2018, direttamente dal Miur (Ministero Istruzione Università e Ricerca), è nato il progetto studente-atleta di alto livello. L’obiettivo è conciliare e tutelare la carriera scolastica e sportiva dei nostri ragazzi. Per comprendere meglio il funzionamento di questo progetto, ancora sperimentale si legge sul sito del Ministero, ci facciamo accompagnare virtualmente da Silvia Epis: Direttore Tecnico Nazionale Giovanile.

Silvia Epis insieme a Dario Igor Belletta alle Olimpiadi giovanili europee del 2020 (foto FCI)
Silvia Epis insieme a Dario Igor Belletta alle Olimpiadi giovanili europee del 2020 (foto FCI)

L’inizio di tutto

Cinque anni può essere considerato un periodo breve, ma nella politica e nel campo delle proposte e dei disegni di legge non lo è affatto. 

«Il motivo per il quale è nato questo progetto – racconta Silvia Epis – è semplice. Tutte le varie federazioni hanno riconosciuto che in Italia mancasse un’organizzazione che conciliasse l’attività scolastica con quella sportiva. Non sempre si riusciva a venire incontro ai ragazzi che praticavano sport ad un certo livello. I professori e gli Istituti scolastici si discostavano poco dal programma di studio, che molte volte aveva la massima concentrazione nel periodo di più intenso dell’attività agonista dei ragazzi. Soprattutto nel ciclismo, per non parlare della BMX, dove l’attività internazionale la fai da giovane.

«Si tratta di un progetto – prosegue Epis – che nel corso dei vari anni scolastici è cresciuto sempre più. Nel primo anno, 2018/2019, gli iscritti al programma erano 1.505, nell’ultimo 27.577. Questo è sinonimo che il progetto funziona. La regione con l’adesione maggiore è la Lombardia con il 18 per cento, poi ci sono Lazio ed Emilia Romagna. Tuttavia le percentuali sono ben distribuite, questo testimonia come il progetto sia ben radicato sull’intero territorio».

La selezione dei ragazzi è rigida, ma necessaria per creare un progetto funzionale (foto Scanferla)
La selezione dei ragazzi è rigida, ma necessaria per creare un progetto funzionale (foto Scanferla)

I criteri di selezione

Non è un programma aperto a tutti, per aderire bisogna rispettare determinati criteri di selezione che decretano se l’atleta si può considerare un “atleta di alto livello”. Per gli sport individuali, è possibile accedere se si è un atleta tra i primi 36 posti nella classifica federale di riferimento, per categoria o anno di nascita. 

Per il ciclismo sono prese in considerazione le seguenti classifiche: piazzamento nelle prime cinque posizioni ai campionati italiani (per specialità e categoria), piazzamento nelle prime cinque posizioni nei Circuiti Nazionali del Settore Fuoristrada e BMX e piazzamento nelle prime tre posizioni nei Campionati Regionali (per specialità e categoria). 

Ivan Toselli, dal 2023 junior di primo anno, ha la scuola al centro della crescita (foto Coppa d’Oro)
Ivan Toselli, dal 2023 junior di primo anno, ha la scuola al centro della crescita (foto Coppa d’Oro)

Come funziona?

In pratica come è organizzato il programma studente-atleta di alto livello? Come si coordina l’attività tra la scuola e società sportiva?

«Si nominano un tutor scolastico ed un tutor sportivo – spiega Epis – due figure che tra loro si confrontano cercando la migliore soluzione tra i vari impegni. A livello di POF (Piano di Offerta Formativa, ndr) non cambia nulla per lo studente. Gli obiettivi di apprendimento sono gli stessi dei compagni. Si tratta di coordinare, nella miglior maniera possibile, le due attività: quella sportiva e quella scolastica. Per esempio: se un ragazzo ogni domenica ha una gara, si eviterà di mettergli interrogazioni o verifiche il lunedì, per dargli la possibilità di recuperare. 

«Durante la settimana – riprende – per fare un altro esempio, soprattutto in inverno che le giornate si accorciano ci sono delle assenze giustificate per determinati allenamenti. Pensate ad un ragazzo che deve uscire in bici, se alle 17 è buio per forza di cose dovrà anticipare l’uscita da scuola. Si tratta di un dare e avere, perché lo studente poi è chiamato a recuperare le ore perse con maggiore studio individuale». 

I ragazzi hanno un’attività scolastica che si conforma al calendario delle corse (foto Rodella)
I ragazzi hanno un’attività scolastica che si conforma al calendario delle corse (foto Rodella)

Il riscontro

«Il progetto prosegue bene e bisogna ammettere che fosse davvero necessario – conclude Silvia Epis – prima del 2018 ogni federazione era indipendente. Questo causava grandi squilibri tra i vari sport, nel calcio, come nella ginnastica artistica i ragazzi venivano mandati in istituti privati o serali per conciliare meglio le due attività. Il costo per le famiglie era notevolmente più elevato, il progetto messo in piedi dal Ministero viene incontro a tutte le situazioni economiche e sociali. In più non crea sproporzionalità di trattamento tra una federazione e l’altra».

Ancora sul test del lattato. Riflessioni sulla posizione

09.12.2022
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Qualche giorno fa vi abbiamo proposto un articolo che riguardava il test sul lattato. Tra le varie domande poste a Michele Dalla Piazza, che spiegava appunto il test, si chiedeva se tra le variabili che influiscono sul test, e quindi sul lattato, ci fosse anche il fitting sulla bici, cioè la posizione.

E Dalla Piazza aveva così risposto: «La posizione sulla bici influisce sulla performance e tutto quello che gira intorno alla fase di sforzo. L’ideale sarebbe utilizzare la propria bicicletta collegata con un ciclosimulatore. Quando si utilizzano delle cyclette sarebbe importante riportare le proprie misure nel modo più fedele possibile».

Il massimo sarebbe riuscire a collegare la propria bici ai sensori e agli hardware del laboratorio per eseguire il test
Il massimo sarebbe riuscire a collegare la propria bici ai sensori e agli hardware del laboratorio per eseguire il test

Parola a Mariano

Questa riposta ha suggerito uno spunto di riflessione molto meno banale di quanto possa sembrare. La posizione corretta infatti influisce sul rendimento, vale a dire sui numeri del test? Oppure riguarda la produzione di acido lattico stesso perché magari con una diversa posizione cambia la circolazione sanguigna, o perché non si respira altrettanto bene?

Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Mariano, esperto biomeccanico, il quale come sua abitudine non lesina chiarezza.

«E’ vero – spiega Mariano – la posizione incide sul test del lattato. Se vai a reclutare distretti muscolari diversi da quelli che usi solitamente, è chiaro che i dati sono falsati. E potrebbero essere anche falsati in meglio. Se si reclutano gruppi muscolari che non sono stressati e quindi più freschi, la concentrazione del lattato sarà inferiore».

Quando Mariano effettua le sue visite biomeccaniche tiene conto anche degli schiacciamenti delle vene: «Se il femore ha un angolo troppo chiuso, è chiaro che la vena iliaca non irrora in modo corretto».

Giro 2012, Purito Rodriguez 2° per soli 16″: nella crono finale di Milano arrivò 26° a meno di 2′ da Pinotti in oltre 33′ di sforzo
Giro 2012, Purito Rodriguez 2° per soli 16″: nella crono finale di Milano arrivò 26° a meno di 2′ da Pinotti in oltre 33′ di sforzo

Watt o millimoli?

Come dicevamo, c’è da fare una distinzione tra valori: i watt espressi e l’accumulo di millimoli di acido lattico. E’ un discorso di dati, più o meno buoni, o una produzione intrinseca di lattato?

«Entrambi – va avanti Mariano – ma probabilmente si tratta anche della produzione stessa, perché torno al discorso di prima: se usi muscoli meno allenati o più freschi, questi dati possono variare. In questo caso dipende anche dal tipo di test che si va a fare, perché come sappiamo ci sono diversi protocolli. 

«Se fai un test il cui protocollo è breve, in cui è previsto un picco massimo da lì a pochi minuti o secondi e la posizione è diversa, il risultato è diverso e quasi certamente migliore… per assurdo.

«E’ un po’ come quando vi ho raccontato che stravolgemmo la posizione di Purito Rodriguez prima della crono finale del Giro d’Italia. Fu una scelta estrema e azzardata che teneva conto di questa situazione. Volevamo fargli usare muscoli più freschi. E infatti, al netto che perse il Giro, lui fece la crono della vita».

Alessandro Mariano Fisioradi
Alessandro Mariano, biomeccanico di Mariano Engineering Cycling e Fisioradi, alle prese con il suo lavoro
Alessandro Mariano Fisioradi
Alessandro Mariano, biomeccanico di Mariano Engineering Cycling e Fisioradi, alle prese con il suo lavoro

Con la propria bici 

Mariano spiega poi che oggi l’atleta professionista tende a fare i test con la sua bici. Preferisce avere dati concreti piuttosto che usare un cicloergometro e avere dei dati in output più precisi (ipotizzando che un cicloergometro professionale sia estremamente preciso).

«E’ difficile stabilire quanto incida il cambio di posizione – chiarisce il biomeccanico – sinceramente non saprei. Non ho mai fatto certe comparazioni numeri alla mano, anche perché io curo solo la parte biomeccanica e mi piace dare risposte concrete».

E allora visto che si parla di posizione, cosa incide di più?

«Tutto è tutto legato. Se ti metto in bici e non guardo almeno i tre punti principali, cioè arretramento, altezza e tacchette, si scombussola tutto il resto. Se ne sistemo uno solo, ho modificato la situazione. Se arretramento, altezza e tacchette non vanno a collimare peggioro la situazione. Faccio un esempio, se tu hai la sella troppo indietro ed è anche bassa e io la alzo solamente, ho fatto peggio».

Jacopo Mosca, ruote altissime per essere pronti a tutto

09.12.2022
6 min
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Jacopo Mosca, uno dei gregari che tutti vorrebbero e capace di ritagliarsi ampio spazio nelle gerarchie di squadra. Il corridore piemontese è anche un bel manico in discesa, uno che la bici la sa guidare ed è capace di trasmettere le sensazioni del mezzo a meccanici, compagni ed interlocutori in genere.

Mosca utilizza la nuova Madone, il cockpit integrato con attacco negativo, le gomme tubeless da 28 e in allenamento le ruote altissime da 75 millimetri. Le Aeolus RSL 75 gli sono state regalate da Elisa Longo Borghini. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui.

Mosca mostra con soddisfazione la sua Madone con le ruote da 75 (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
Mosca mostra con soddisfazione la sua Madone con le ruote da 75 (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
Che bici utilizzi?

Ho iniziato ad usare l’ultima versione della Madone al Giro di Croazia e da quel momento non l’ho più mollata. Bici superlativa sotto molti punti di vista, migliorata tantissimo se messa a confronto con il modello precedente. Inoltre mi piace estremizzarla un po’ e in allenamento la uso con le ruote da 75 che mi ha regalato Elisa.

Perché usi le 75 in allenamento?

Mi piace metterle in mostra e mi piace mettere in mostra una bicicletta che tutti si girano a guardare. La Madone è già importante di suo con le forme che le hanno dato, con un paio di ruote del genere lo è ancora di più. Dal punto di vista tecnico un paio di ruote altissime ti preparano a tutto, considerando che in allenamento si va più piano. Usare questa tipologia di prodotto in gara è complicato, a meno che non si affronti una gara completamente piatta e con la quasi totale assenza di tratti tecnici dove è necessario guidare molto la bicicletta.

Le ruote che hai nella dotazione standard per l’allenamento?

Quelle da 51 con i tubeless.

Mosca con l’amico ed ex collega Alessandro Vanotti (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
Mosca con l’amico ed ex collega Alessandro Vanotti (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
Bici aero e ruote da 51: per te è il compromesso ottimale?

Per un corridore come me è la configurazione perfetta. Tecnicamente e per il compito che svolgo normalmente, 3/400 grammi in più sulla bicicletta non fanno la differenza. In salita posso staccarmi 200 metri dopo se ho la bici più leggera, ma poco mi cambia. Un mezzo con questo setting e con questa rigidità offre dei vantaggi se c’è da rientrare, se devi tirare col vento in faccia e se devi fare uno sprint. Uno scalatore preferisce l’Emonda, ma lui in pianura deve stare a ruota e deve sfruttare una maggiore reattività quando la strada sale. Al Giro di quest’anno ho usato l’Emonda solo in cinque tappe, il resto con la Madone e ruote da 62.

A parità di configurazione, tra la nuova a la vecchia hai guadagnato del peso?

Circa 400 grammi, nel senso che la nuova bici è più leggera.

La Madone di Mosca e la Emonda della Longo Borghini (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
La Madone di Mosca e la Emonda della Longo Borghini (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
Quali sono le differenze principali che noti?

La nuova Madone è più rigida. Esprime un comfort differente rispetto alla versione precedente, considerando che non ha più l’IsoSpeed. Quella nuova è una vera bici aero moderna, forse meno versatile e più specifica, ma con tutta probabilità per noi corridori è meglio così. E’ veloce e anche nei tratti molto tecnici è una spada. E’ bella cattiva e quando le chiedi, lei ti dà sempre, ma comunque è maneggevole.

E invece per il manubrio, tendi a stringere la posizione delle spalle?

Il manubrio nuovo mi porterà ad usare la misura 39/42, più stretto sopra e largo verso il basso. Lo proverò al primo ritiro dove definiremo anche tutti nuovi materiali e dotazione.

Particolarmente curioso di provare il nuovo manubrio più stretto sopra (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
Particolarmente curioso di provare il nuovo manubrio più stretto sopra (foto Matilde Da Re-Trek Italia)
E cosa dici dei tubeless?

Ormai uso solo quelli, da febbraio dell’anno scorso il mio passaggio è stato totale. In allenamento sono il massimo della comodità e mostrano una sicurezza maggiore rispetto a copertoncini e tubolari. Se buchi, puoi anche non accorgertene. In gara non ho mai bucato. A mio parere i nuovi tubeless sono confortevoli al pari dei tubolari, cambia davvero poco e una volta che ci hai preso le misure, ti accorgi che sei anche molto veloce. Comunque la performance di uno pneumatico tubeless non si riferisce alla sola gomma, ma è un’insieme di cose.

Che larghezza utilizzi?

Tendenzialmente 28. In discesa io non mi tiro indietro e sono uno di quelli che piega tantissimo la bicicletta. Le gomme tengono alla grande, sono veloci e non perdono di aderenza.

Mauro Adobati è uno dei meccanici di riferimento della Trek-Segafredo
Mauro Adobati è uno dei meccanici di riferimento della Trek-Segafredo
La configurazione della bicicletta la decidi tu, oppure è il risultato di un confronto tra te ed il meccanico?

Generalmente siamo noi corridori a decidere, ma non c’è una regola, poi dipende sempre anche dal meccanico. Noi abbiamo la fortuna di avere un pool di meccanici sempre sul pezzo, tra questi c’è anche Mauro Adobati che è in grado di fornire dei consigli sulle scelte migliori, tra ruote, gomme e rapporti. E’ uno di quei meccanici che è in grado di preparare la bici anche in base al lavoro che devi fare in gara.

Hai un esempio che puoi fare?

Al Giro di quest’anno, prima della partenza della tappa di Cogne, ero partito con l’idea di andare in fuga in salita con gli scalatori. Non sono riuscito, eppure ero partito con la Madone vecchia e le ruote da 62. Prima del via mi sono confrontato con Mauro Adobati che sull’ammiraglia aveva preparato una Emonda più leggera, nel caso di un cambio al volo in salita. Non è servita.

Gran Piemonte 2021, Elisa Longo Borghini e Jacopo Mosca, compagni di vita e colleghi
Gran Piemonte 2021, Elisa Longo Borghini e Jacopo Mosca, compagni di vita e colleghi
Sulla tua Madone si notano i pedali Time. Nuovi setting per il 2023?

Sì, dal prossimo anno avremo i Time e abbiamo iniziato ad usarli per prenderci confidenza. Uso le tacchette fisse, senza gioco laterale.

Rispetto ai pedali precedenti hai abbassato la posizione?

No, ho mantenuto la stessa, c’è una differenza di 0,3 millimetri rispetto a quelli usati in precedenza, ma ho preferito non abbassare la sella. Inoltre questi Time con le nuove tacchette fisse sono parecchio rigidi e non c’è nessuno spostamento del piede e questo è un bel vantaggio per chi come come ama un abbinamento fisso con il pedale.

Non hai paura che essere più alto sulla sella, se pur di poco, ti crei dei fastidi o frizioni nella zona del soprasella?

E’ una differenza ininfluente, inoltre io sono abituato a tenere la pelle a contatto con l’imbottitura. Non uso creme, a parte questo momento di ripresa degli allenamenti e non ho avuto fastidi fino ad ora.

Mosca è approdato alla Trek-Segafredo nel 2019 ed è uno dei gregari più apprezzati
Mosca è approdato alla Trek-Segafredo nel 2019 ed è uno dei gregari più apprezzati
Cosa pensi invece dei nuovi rapportoni che si utilizzano?

Il 54 è diventata una necessità, si va sempre più veloce per dei periodi lunghi. In gara utilizzo la combinazione 54-41 e uso molto i rapporti dietro, di solito la nostra scala pignoni arriva fino al 33. Dipende molto dal percorso e dal compito che è necessario svolgere. Potrei dire che gli scalatori utilizzano parecchio le combinazioni 52-39, soluzione che sto pensando di usare in questo periodo di ripresa degli allenamenti. E’ difficile che io faccia una salita lunga a tutta con i primi, talvolta in un grande Giro per me è fondamentale andare all’arrivo ed essere performante in altre situazioni.

Froome, il futuro è un grosso interrogativo

09.12.2022
3 min
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Un video sul proprio canale YouTube al momento di riprendere la preparazione e così Chris Froome ha spiegato i suoi obiettivi per il 2023.

«Combattere la generazione più giovane – recita il britannico, che in apertura è ritratto nella fuga dell’Alpe d’Huez all’ultimo Tour – sta diventando sempre più difficile. Ho ancora molta motivazione e sento di poter ancora ottenere qualcosa. Potrebbe non bastare per arrivare al livello di Pogacar o Vingegaard, perché il ciclismo è cambiato e anche il modo di correre. Tuttavia, vedo anche come stanno i più grandi, come Geraint Thomas sia comunque arrivato terzo al Tour. E come Alejandro Valverde e Vincenzo Nibali siano stati ancora in grado di vincere delle gare».

Calendario incerto

Il guaio del fare programmi alla vigilia del 2023 è che la Israel-Premier Tech non sa ancora dove correrà. E se lo sa, fa finta di non averlo capito. In quell’insolita geografia dei team dopo le prime promozioni e retrocessioni, il quadro deve ancora comporsi. L’UCI di fatto non ha ancora ratificato un bel niente. Per cui si dà per scontato che la Alpecin-Decuninck e la Arkea-Samsic siano salite nel WorldTour, mentre la Lotto-Dstny e la Israel dovranno correre tra le professional. La prima avrà tutti gli inviti, compresi i grandi Giri. La seconda parteciperà di diritto alle gare WorldTour in linea. E per il resto dovrà sperare negli inviti. Così, come nei giorni scorsi Fuglsang ci aveva raccontato la sua voglia di Giro, Froome butta lo sguardo sul Tour.

«E’ fastidioso – dice – cerco di prepararmi nel miglior modo possibile, sperando nello scenario migliore e cioè che siamo invitati alle gare più grandi. Se ciò non accadrà, troveremo un piano B. In ogni caso inizierò con il Tour Down Under a gennaio e poi vorrei concentrarmi sul Tour de France».

Thomas e Froome a lungo compagni sin dagli anni al Team Sky
Thomas e Froome a lungo compagni sin dagli anni al Team Sky

Il Covid e il cuore

La Grande Boucle come filo conduttore o un’ossessione, Froome non si rassegna e rincorre l’ombra di quel corridore filiforme che, prima dell’infortunio, piegò i rivali dal 2013 al 2017, con la sola interruzione di Nibali nel 2014.

«Invece l’anno scorso – spiega – ho preso il Covid e semplicemente non sono stato in grado di rimettermi in forma. Non mi sono mai sentito come se avessi energie da spendere. Sono andato alla Vuelta per ricostruire la forma, ma in realtà non è migliorata. Il Covid ha un forte impatto sul cuore. Non è paragonabile all’influenza, come molti pensano, soprattutto per i ciclisti professionisti. Di quelli con cui ho parlato in gruppo, molti soffrono ancora per i postumi del virus. I corridori si sentono stanchi, non raggiungono gli stessi livelli di forza, hanno frequenze cardiache diverse. E’ importante che la squadra ci abbia sottoposto a tutti i controlli medici necessari, solo per assicurarci che tutto sia a posto».