Non è la prima volta che si sente dire che la forza, per essere fatta bene sui pedali, vada fatta sui rulli. Utopia, ricerca della preparazione naif, verità… forse c’è un po’ di tutto. Come da nostra abitudine ne abbiamo parlato con un preparatore, Alessandro Malaguti, il quale segue i ragazzi della #inEmiliaRomagna.
L’allenamento indoor è certamente migliorato rispetto al passato. Questo è stato possibile grazie ai nuovi strumenti e anche all’innegabile accelerazione che ha portato il Covid sia in termini di strumenti appunto, ma anche di conoscenze.
Alessandro Malaguti oltre a seguire i corridori della #inEmiliaRomagna ha un suo studio, Relab a Forlì (foto Instagram)Alessandro Malaguti oltre a seguire i corridori della #inEmiliaRomagna ha un suo studio, Relab a Forlì (foto Instagram)
Alessandro, forza e rulli. E’ un “sacrilegio” affiancare queste due cose?
Dipende che forza vogliamo fare. La forza massima si può fare a secco con della ghisa e quindi con della palestra. E questa dipende da chi si ha davanti (se un velocista o uno scalatore) e da cosa si vuol fare. Poi c’è la forza resistente, quella che si fa sui pedali. E questa volendo si può fare anche sui rulli.
E tu cosa ne pensi?
Preferisco quella fatta in bici su strada, perché l’atleta lavora con il suo gesto specifico reale. Poi posso “giocare” con le rpm a seconda del lavoro neuro-muscolare che voglio andare a fare. Le SFR classiche con battiti relativamente bassi restano, ma si lavora anche ad intensità maggiori con cadenze più alte e durate inferiori della ripetuta.
Quindi meglio strada…
Sì, però va detto che i rulli moderni sono come dei videogiochi bellissimi, grazie ai quali puoi simulare tutto. Senza contare che sei al sicuro dai pericoli che invece ci sarebbero su strada. Puoi concentrarti meglio sul tuo gesto. Ti puoi allenare indipendentemente dagli agenti atmosferici. E in questo periodo è molto importante che un atleta non si ammali. Sul fronte tecnico un indubbio vantaggio è che puoi replicare esattamente ciò che intendi fare. Puoi “costruire” la tua strada perfetta.
Realtà virtuale e rulli sempre più precisi migliorano l’allenamento indoor. Per i pro’ la differenza di battiti e watt con la strada è molto bassaRealtà virtuale e rulli sempre più precisi migliorano l’allenamento indoor. Per i pro’ la differenza di battiti e watt con la strada è molto bassa
Questi sono i pro dunque. E i contro?
Il primo limite riguarda i volumi di lavoro. Magari in inverno non sono ancora altissimi e ci potrebbe anche stare, ma sui rulli difficilmente riuscirò a fare più di un’ora e mezza. O almeno così dovrebbe essere per non incappare in squilibri elettrolitici. Si possono fare anche tre ore al giorno in due sessioni da un’ora e mezza, ma ci deve essere un’adeguata pausa che consenta il recupero. E questo già da solo va a falsare l’allenamento. Senza contare che tre ore sui rulli sono davvero tante e c’è il rischio che nei giorni successivi non si renda come si dovrebbe.
Prima hai parlato delle pedalate che non possono essere reali come su strada: cosa intendi?
Il lavoro neuromuscolare per stare in equilibrio, per assecondare la bici, fare le curve, superare gli avvallamenti (dai più grandi a quelli infinitesimali, ndr), il vento… Anche questo fa parte del lavoro. Restando sul discorso neuro-muscolare il software che utilizzo io, Coach Peaking, mi consente di estrapolare il file di un allenamento, di caricarlo sul computerino e di replicarlo sui rulli con tutte le varie resistenze. Ma a me non piace perché è un lavoro passivo. A livello neurologico c’è un coinvolgimento inferiore.
Nello sci di fondo i test in laboratorio vengono effettuati su giganteschi rulli, che possono variare velocità e pendenzaOreka ha proposto qualcosa di simile a livello “casalingo” con il concetto di “autowatt”Nello sci di fondo i test in laboratorio vengono effettuati su giganteschi rulli, che possono variare velocità e pendenzaOreka ha proposto qualcosa di simile a livello “casalingo” con il concetto di “autowatt”
Però alcuni preparatori sostengono che proprio l’eliminazione di questa variabile possa essere un vantaggio. In pratica si reclutano tutte le fibre a lavorare sulla forza e non se ne lascia nessuna a fare “un altro lavoro”…
Vero, è una teoria che più volte ho sentito. Ma siamo sicuri che quelle fibre sui rulli verrebbero coinvolte per esprimere la forza? Sarebbe curioso fare dei test ed avere un paragone scientifico. Io per esempio seguo dei triatleti e loro spesso si allenano con la bici da crono sui rulli. Faranno anche bene i loro lavori, ma poi quando li vedi sulla bici da crono sono imbarazzanti. E’ vero che quelle bici sono difficili da guidare, però il lavorare sui rulli non li aiuta.
Nello sci di fondo per esempio ci sono degli enormi tapis roulant sui quali si va con gli skiroll, si potrebbero fare anche con la bici?
Si tratta di rulli “mega galattici” e ci si è anche provato, ma hanno costi stratosferici… e le abitazioni sono sempre più piccole (in effetti bisogna pensare anche al marketing e non solo a quei pochi pezzi da laboratorio, ndr). E poi non so quanto siano allenanti perché non sei tu che lo azioni. I podisti che corrono sul tapis roulant infatti fanno un lavoro cardiovascolare, e va bene, ma riguardo al gesto non spingono quanto su strada. La spinta sull’appoggio del piede non è tutta loro.
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Sui canali social della Ciclistica Rostese abbiamo notato che durante uno degli ultimi ritiri di dicembre, oltre ai vari diesse e tecnici, era presente anche una figura differente. Abbiamo così indagato e chiesto a Beppe Damilano, scoprendo che si tratta di Mario Silvetti ed è un esperto in psicologia dello sport (nella foto di apertura assieme ai ragazzi del team Rostese). Alla richiesta di poter parlare con il dottor Silvetti per capire e comprendere che tipo di lavoro si può fare in una squadra di giovani con ragazzi juniores e under 23 la Rostese ci ha spalancato le porte.
Gli incontri per il 2022 sono tre, poi dal nuovo anno passeranno ad essere uno al meseGli incontri per il 2022 sono tre, poi dal nuovo anno passeranno ad essere uno al mese
Tre incontri
Quello che si è tenuto pochi giorni fa era il secondo di tre incontri, tutti programmati e pensati per sviluppare il gruppo e creare uno spirito di coesione.
«Sono 3 incontri informativi di sport coaching e di crescita personale in gruppo – ci spiega il dottor Silvetti – momenti e incontri ai quali partecipano anche i tecnici ed il presidente in compresenza. Ciascuno di 3 ore, meno non è possibile, gli argomenti sono molti e il tempo necessario deve essere preso tutto. Mi occupo da anni di psicologia dello sport entrando in contatto con tanti operatori sportivi in vari contesti: da quelli agonistici a quelli dilettantistici. Sabato ci aspetta il terzo ed ultimo incontro, mentre dal 2023 l’obiettivo sarà incontrarsi una volta al mese per continuare il nostro percorso».
La cosa importante per la Rostese è rafforzare i legami tra i corridori per creare un gruppo coeso (foto Camille Richard)La cosa importante per la Rostese è rafforzare i legami tra i corridori per creare un gruppo coeso (foto Camille Richard)
Il singolo parte dal gruppo
La squadra, in qualsiasi sport, è parte integrante della nostra vita e quando si è giovani diventa un laboratorio di quello che è il mondo là fuori. Nello sport si imparano valori e principi che sono importanti nell’attività agonistica quanto nella vita di tutti i giorni.
«L’obiettivo – riprende Silvetti – è costruire un gruppo condividendo lo spazio ed il tempo dove ogni atleta possa trovare la propria centratura. Dove possa capire chi è ma soprattutto cosa vuole diventare non solo dal punto di vista sportivo. Dobbiamo mettere ordine e trovare equilibrio, questa società in cui viviamo mette sui ragazzi molta pressione, gli impegni nella vita sono tanti ed incalzanti. Da questi incontri capiamo che chi ci circonda può esserci di sostegno, possiamo dare e ricevere, ma si riesce a farlo solamente quando impariamo a conoscere chi abbiamo accanto».
I temi mossi da Bragato nella nostra intervista ancora fanno discutereI temi mossi da Bragato nella nostra intervista ancora fanno discutere
Le parole di Bragato
«Proprio sul vostro sito – ci dice ad un certo punto Silvetti – ho letto una bellissima intervista a Bragato. Gli spunti, soprattutto per chi fa un lavoro come il mio sono molteplici. L’obiettivo delle squadre giovanili è costruire degli atleti che siano pronti a maturare. Bisogna crescere con una mentalità costruttiva, mirando a degli obiettivi, imparare ad ascoltarsi e capire le proprie esigenze che non sono uguali tutto l’anno. Bisogna formare dei ragazzi sensibili alla loro performance e non solo alla prestazione, non si deve perdere il contorno».
In un mondo che della comunicazione ha fatto il suo centro ci si è forse resi conto che si è perso il calore umano. Le nostre vite si sfiorano freddamente con quelle degli altri e, abituati a vedere tutto da dietro uno schermo, non siamo più in grado di riconoscere le sfumature e le emozioni che ci circondano.
«Fin dal primo giorno – prosegue – ho voluto creare delle condizioni relazionali e comunicative affinché i ragazzi possano essere ben integrati e ognuno possa portare il proprio contributo. Non è una lezione, ma un lavoro di inclusione, di integrazione, per fare in modo che ogni ragazzo si senta parte di un gruppo. Si deve creare una consapevolezza di azione a partire dal sentire che il gruppo nel contesto è capire ciò che io voglio e di cui ho bisogno. Gli altri mi valorizzano e mi stimolano non facendomi sentire solo».
La scuola
L’istruzione e l’apprendimento sono parte di qualcosa che fa parte sempre più della nostra vita e quotidianità, anche nello sport diventano importanti. Lo aveva detto recentemente anche Cassani: «E’ finita l’epoca degli atleti con i paraocchi».
«La scuola – conclude lo psicologo – non può essere messa in standby o sottovalutata. Si tratta di un contesto e di un laboratorio dove allenare il rispetto verso gli altri e la concentrazione. Ti costringe a prestare attenzione e capire dove sei. E nel momento in cui impari a sentirti bene con te stesso e con quello che stai facendo, ti permette di esprimere il meglio di te. Da come parlano mi rendo conto che i giovani soffrono di nevrosi di ansia e fanno lavorare tanto il cervello. Attraverso questo lavoro, riescono a condividere aspetti della vita che esulano dallo sport, ma che li aiutano ad essere sereni».
E’ stato lo stesso Damilano (il secondo da sinistra) a volere l’intervento dello psicologo dello sportE’ stato lo stesso Damilano (il secondo da sinistra) a volere l’intervento dello psicologo dello sport
Le esigenze della Rostese
Beppe Damilano ha voluto fortemente che questa figura professionale collaborasse con la squadra. Si tratta di un’esigenza nata dopo anni di esperienza.
«Il dottor Silvetti deve aiutarmi nel mio lavoro – esordisce Damilano – per capire certe situazioni e certe dinamiche. Ci siamo incontrati all’aggiornamento per il tesserino da direttore sportivo e parlandoci mi ha subito incuriosito. La cosa interessante, che la nostra squadra ha sempre fatto, è quella di voler partire dal gruppo per arrivare al singolo. Il tutto attraverso il confronto e la condivisione delle varie esperienze e sensazioni. Alla fine di questo incontro abbiamo chiesto ai ragazzi di fare un gesto per capire come si sentissero. Loro si sono alzati e si sono abbracciati coinvolgendo anche noi tecnici ed il presidente: è stata una cosa che ci ha fatto piacere e che ci ha fatto capire che la strada intrapresa è quella giusta».
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Dopo i criterium nell’Estremo Oriente organizzati dalla società che allestisce il Tour de France, la serie di circuiti con i campioni è proseguita anche in Europa, con la prova di Montecarlo vinta da Gilbert (ultima uscita di Rebellin prima della sua tragica scomparsa) e la sfida di Madrid andata a Pogacar (nella foto di apertura). Dei circuiti extracalendario si erano un po’ perse le tracce e non solo per colpa del Covid. La stagione è talmente ricca che non ci sarebbe materialmente la possibilità di organizzare e avere al via professionisti in gare al di fuori dei programmi istituzionali. Una volta non era così, anzi…
A Madrid il circuito nel centro città ha premiato Pogacar, ma è stato un caso unicoA Madrid il circuito nel centro città ha premiato Pogacar, ma è stato un caso unico
L’occasione di questa inattesa ripresa di una moda antica è utile anche per fare un salto indietro nella memoria, quando i circuiti, criterium, kermesse o come si voglia chiamarli erano una pietra miliare nel panorama ciclistico. Giuseppe Saronni li ha vissuti dal di dentro e guarda alla loro ripresa con un po’ di scetticismo: «Non c’è paragone perché i tempi sono completamente cambiati. Una volta i circuiti erano molto più semplici da allestire perché c’erano molti più spazi nel calendario e trovare date e disponibilità era possibile, oggi neanche a pensarlo, salvo appunto qualche occasione quando la stagione è finita».
Perché una volta se ne allestivano così tanti?
Erano una voce fondamentale nelle entrate dei ciclisti, non c’erano i contratti principeschi di oggi. Noi raccoglievamo soprattutto nelle 6 Giorni e in queste kermesse: chi era capitano, chi vinceva grandi prove aveva ingaggi più alti e sicuramente contratti un po’ più importanti, chi viveva il ciclismo da gregario portava a casa soprattutto con i premi e con queste partecipazioni.
Il Cycling Stars di Valdobbiadene, kermesse post Giro d’Italia ha raccolto tanto pubblicoIl Cycling Stars di Valdobbiadene, kermesse post Giro d’Italia ha raccolto tanto pubblico
Gli organizzatori contattavano direttamente i corridori?
Sì, ma non solo. Una volta i direttori sportivi facevano anche un po’ da manager, soprattutto per tutti quei circuiti – ed erano davvero tanti – che si svolgevano dopo i grandi giri. Erano loro a fare un po’ le convocazioni per le varie prove. Poi anche noi campioni dell’epoca venivamo contattai direttamente e ci mettevamo d’accordo pensando anche a chi portare con noi. Per i compagni di squadra quelle presenze erano qualcosa di importantissimo alla fine dell’anno, quando si andava a fare il rendiconto delle entrate familiari…
Saronni e Moser hanno sempre corso numerosi criterium, favorendo anche l’ingaggio dei propri compagniSaronni e Moser hanno sempre corso numerosi criterium, favorendo anche l’ingaggio dei propri compagni
Un sistema del genere vigeva nelle gare di atletica su strada e molti organizzatori, nell’atto di ingaggiare i corridori, stabilivano anche una sorta di “svolgimento” della corsa, decidendo di fatto in anticipo il suo epilogo per accontentare autorità e sponsor che mettevano i soldi e avere più spazio sui media. Avveniva la stessa cosa nel ciclismo?
Sì e no. Molto spesso questi circuiti erano corse vere e proprie, con la sola differenza rispetto alle gare normali che si svolgevano, come dice il nome, sulle stesse strade con il pubblico che li vedeva passare quindici-venti volte, tanto è vero che alcuni organizzatori facevano anche pagare un minimo biglietto d’ingresso al pubblico nei circuiti. Gareggiavano mai oltre la cinquantina di ciclisti e si trattava anche di gare di 100-140 km. Se il più delle volte vincevano i campioni erano perché erano al momento i più forti, ma poteva capitare anche che, soprattutto dopo il Giro d’Italia, gli organizzatori chiedessero un occhio di riguardo verso chi indossava la maglia rosa. Ma non avveniva spesso…
Voi come interpretavate queste gare?
Ripeto, erano corse vere dove anzi si correva davvero alla garibaldina perché non c’erano giochi di squadra. C’era chi cercava la rivincita, chi voleva confermarsi dopo le prove nelle grandi corse, insomma quando salivamo in sella per noi era gara a tutti gli effetti. Si badava solo a non farsi male. Spesso però non guardavamo tanto a noi, quanto ai nostri compagni: per noi era importante che loro partecipassero perché portavano a casa cifre per loro importanti. Bisogna tenere presente che a fine stagione avevamo partecipato a 30-50 circuiti nel complesso e i conti sono presto fatti…
Al Criterium di Saitama (JPN) Vingegaard ha corso in maglia gialla, come avveniva nei circuiti post TourAl Criterium di Saitama (JPN) Vingegaard ha corso in maglia gialla, come avveniva nei circuiti post Tour
Le prospettive oggi sono diverse: secondo te i criterium andrebbero ripensati?
Premesso che come si vede, trovare spazio non è semplice, quale interesse possono avere i campioni di oggi a gareggiare in quelle prove? Certamente gli ingaggi non influiscono sui loro conti correnti… Io penso che effettivamente andrebbero cercate finalità diverse: ad esempio quelli con funzioni di beneficenza si è visto che possono avere un loro spazio, i campioni partecipano più volentieri. Ma certamente quei tempi, con così tante gare non torneranno più.
Un evento a Bolzano poco prima di Natale, il 20 dicembre, per raccontare Just Ride. Così Daniel Oss ha dato appuntamento ai suoi tifosi nello SPORTLER Bike, strizzando l’occhio a Sportful di cui è ambassador, per raccontare il suo viaggio di quest’anno. Era il 2016 quando dopo il Giro d’Italia il trentino prese la bici e partì nel suo viaggio che sollevò qualche stupore. Con quale voglia un professionista si rimette in bici per una settimana dopo aver corso il Giro?
«Non è un segreto – risponde Daniel ridendo – che Just Ride sia nato da una filosofia fatta di leggerezza, rispetto all’attività agonistica fatta a livelli altissimi. Volevo sdoganare la diceria per cui un corridore che va a farsi un giro con le borse è uno che vuole abbandonare. E’ esattamente il contrario. Uno che va a farsi un giro in bici vuole tornare con meno stress nel mondo in cui lavora e che di solito gli richiede la massima concentrazione. Andare in vacanza non è solo volare su una spiaggia alle Seychelles. Si può fare anche quello, anzi l’ho sempre fatto anch’io a Zanzibar. Just Ride è però il modo per continuare a essere attivo. Negli anni capisci che è bello fare anche altro, come andare in bici in questo modo. Conoscere altri lati dell’attività che svolgo da anni».
Per Just Ride, Oss ha utilizzato una Specialized Aethos verniciata da Lumar ColorsPer Just Ride, Oss ha utilizzato una Specialized Aethos verniciata da Lumar Colors
Così l’evento del 20 dicembre adesso ve lo spoileriamo un po’ noi, in questa serata di chiacchiere spagnole mentre in Trentino fa un freddo cane e qui si esce in maglietta e pantaloncini.
Quest’anno Just Ride ha lasciato l’Italia…
Siamo andati in California, abbiamo fatto la Coast Ride, la classica da San Francisco a San Diego. E abbiamo realizzato un video per farlo vedere in giro, magari fuori dai soliti canali social. Volevamo arrivare dove magari anche Sportful avesse interesse. Per cui a Bolzano faremo vedere il video e poi ci sarà una chiacchierata. Una serata open, non c’è un biglietto d’ingresso. Sarà solo l’occasione per conoscersi e parlare. Vorrei rispondere alle domande, quello che viene, insomma…
Poteva mancare la foto ricordo davanti alla sede californiana di Specialized? Eccola quaPoteva mancare la foto ricordo davanti alla sede californiana di Specialized? Eccola qua
Un po’ l’opposto di Just Ride che nasce come pedalata solitaria, no?
L’idea che c’è sempre stata dietro a Just Ride non è mai stata quella di coinvolgere tanta gente da un punto di vista fisico. Era una cosa che volevo fare da solo e non avrei mai voluto avere tanta gente o un gruppone intorno. Il gruppo c’era però sui social, anche grazie ai miei amici da cui Just Ride è sempre stata documentata. Ne abbiamo sempre parlato sui social, sapete quanto è potente Internet in questo senso?
Perché la California?
Con le prime volte ho girato tanto per l’Italia. Poi, dopo averne parlato con Sportful, abbiamo pensato di fare una cosa un po’ più americana, un po’ diversa ma pur sempre conciliabile con il mio lavoro. Quest’anno avevo in concomitanza la possibilità di andare in altura con Peter (Sagan, ndr) nello Utah e così sono partito una settimana prima per fare questa cosa.
Oss non ha mai cercato compagni di avventura per le sue avventure, ma è stato possibile seguirlo sui socialOss non ha mai cercato compagni di avventura per le sue avventure, ma è stato possibile seguirlo sui social
Che cosa ti sei portato via da laggiù?
Di quelle strade ho sempre avuto bellissimi ricordi, perché ho sempre partecipato al Tour of California. Anche agli albori di Peter ed era proprio una figata pazzesca. Sono passato anche in posti come Morro Bay, che ricordavo benissimo. Ci avevamo vinto anche una tappa e io avevo preso anche la maglia a pois. Lo scalatore più pesante della California! Tutta la costa, l’Ocean Road da San Francisco e anche il ponte che avevamo fatto in gara. La California è gigante, l’America è gigante.
Hai fatto qualche incontro memorabile?
Ho conosciuto anche tanta bella gente. Abbiamo fatto dei featuring con Chris Cosentino, un cuoco che collabora con Sportful e abbastanza famoso a San Francisco. Ho ritrovato anche il mio amico Virgilio, che si è trasferito da Roma in California trent’anni fa e ha fatto carriera come imprenditore digitale. Oppure Steve Caballero a San Diego, il famoso skateboarder. Lui non sapeva chi fossi, per me era un mito…
Just ride 2022 è stato un viaggio lungo la costa californiana, con qualche assaggio di gravel«La California è gigante, l’America è gigante»: un viaggio nello stupore di OssJust ride 2022 è stato un viaggio lungo la costa californiana, con qualche assaggio di gravel«La California è gigante, l’America è gigante»: un viaggio nello stupore di Oss
Abbiamo visto foto di una Specialized dalla colorazione inedita.
Non l’avevamo fatta per Just Ride, ma l’ho usata perché aveva un senso. Un anno e mezzo fa, Specialized ha lanciato un nuovo modello che si chiama Aethos. E’ molto chiara nei colori, molto pastello, molto leggera. Noi volevamo farla brandizzare e così l’abbiamo portata da un verniciatore di Padova. La Lumar Colors che li fa per tutti.
Che cosa gli hai chiesto?
Di rappresentarci la montagna, l’acqua con un lago, il mare, l’erba. E’ tutto stilizzato. C’è un coniglietto, perché a me piace la polenta e con il coniglio. Ho usato questa bici che è una bici da strada. Gli ho montato solo delle ruote un po’ più larghe per essere sicuro di non bucare. Non mi serviva la velocità e a Los Angeles abbiamo fatto uno switch dall’asfalto per andare su un background di strade sterrate. Delle collinette fighissime da fare con la gravel.
L’evento del 20 dicembre si svolgerà presso SPORTLER Bike di Bolzano (WHISTHALER Photo)L’evento del 20 dicembre si svolgerà presso SPORTLER Bike di Bolzano (WHISTHALER Photo)
Quanto sei stato fuori?
Il tutto è durato 5 giorni. E’ stata quasi una corsa a tappe, ma siamo riusciti anche a fare qualche giro in più a Los Angeles. Sono andato alla torre di Hollywood, abbiamo anche fatto un po’ i turisti. In fondo erano vacanze, no? Ma adesso basta spoiler, ci vediamo il 20 dicembre a Bolzano!
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Specialized, un colosso che punta a tenere sempre alta l'asticella, in termini di immagine e per tutto quello che concerne la ricerca e lo sviluppo, un'azienda che offre un supporto incredibile a team ed atleti.
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Quando si parla di ciclocross internazionale, si potrebbe quasi riportare tutto ai poemi epici dell’antica Grecia, alle storie fatte di esseri umani e semidei e se neanche un incidente meccanico riesce a frenare la corsa di uno di questi semidei verso la vittoria (nello specifico Wout Van Aert) sembra quasi che per gli esseri umani (quasi tutti gli altri) non ci sia speranza…
La storia della tappa irlandese di Coppa del Mondo in una Dublino fredda ma entusiasta con oltre 8.000 presenti ai bordi del circuito vive soprattutto su un episodio. Eravamo nella seconda metà gara e ormai la prova si era andata delineando. L’assenza di Mathieu Van Der Poel vincitore delle ultime due tappe e provvisoriamente assente dai campi di ciclocross perché impegnato nel primo ritiro prestagionale dell’Alpecin Deceuninck, aveva un po’ scombinato le carte. Nessuno aveva preso l’iniziativa, così a giocarsi apparentemente la vittoria erano in 6. Apparentemente perché fra loro c’erano i due Tenori rimasti, Van Aert appunto e Pidcock.
Il podio finale con Van Aert primo con 14″ su Sweeck e 17″ su Pidcock. Sweeck sale in testa alla classifica (foto Uci)Il podio finale con Van Aert primo con 14″ su Sweeck e 17″ su Pidcock. Sweeck sale in testa alla classifica (foto Uci)
L’asciugamano maledetto
Passando davanti ai box, Van Aert si faceva consegnare un asciugamano per ripulirsi dal fango imperante sul percorso, dopo che il ghiaccio della mattina si era sciolto con il susseguirsi dei passaggi.
Inavvertitamente, l’asciugamano (che Van Aert mostra nella foto di apertura) gli sfuggiva dalle mani andando a incastrarsi nel deragliatore posteriore. La bici era inutilizzabile, per fortuna del belga però la zona dei box era ancora vicina e allora via di corsa per raggiungere la postazione e prendere l’altra bici. Questa almeno la buona sorte evidenziata da molti addetti ai lavori, ma ci sono altri due motivi alla base della sua vittoria.
Per Van Aert quella di Dublino è la prima vittoria stagionale in Coppa, alla sua seconda garaPer Van Aert quella di Dublino è la prima vittoria stagionale in Coppa, alla sua seconda gara
La bici appena pulita
Il primo è legato proprio alla bici: a dispetto del fango, Van Aert non aveva cambiato il suo mezzo in quel passaggio, non reputando la propria bici ancora eccessivamente intrisa di fango, così ha potuto inforcare l’altro modello perfettamente ripulito dai meccanici. Il secondo fattore è invece legato al comportamento degli avversari, che si sono guardati bene dall’attaccarlo. Si dirà: è stato un gesto di rispetto, ma questa regola può valere per la strada, nel ciclocross “mors tua, vita mea”, è sempre stato così. Il fatto è che i corridori hanno ormai un “inferiority complex” nei suoi confronti e non si avventurano a sfidarlo anche quando potrebbero farlo.
Nell’occasione il belga, al suo primo centro stagionale in Coppa, ha dato sfoggio di tutta la sua esperienza: «Sono rimasto calmo, davanti non erano pronti ad attaccare e ho pensato a fare tutto nel migliore dei modi. Nel cross la calma è fondamentale, tutto può cambiare da un momento all’altro». L’inconveniente è costato nel complesso 16” a Van Aert che non ci ha messo poi tanto a recuperare sugli avversari e poi, su un tratto sabbioso, ha dato l’accelerata rivelatasi decisiva. L’unico che ha provato a tenere il passo è stato Sweeck, a caccia del simbolo del primato: «Ho avuto le p… per provare a rispondergli” affermava senza mezzi termini al traguardo, soddisfatto della sua seconda piazza a 14”.
Oltre 8.000 i presenti a Dublino, dato rarissimo fuori dal Belgio (foto Eurosport)Oltre 8.000 i presenti a Dublino, dato rarissimo fuori dal Belgio (foto Eurosport)
Eppure ancora troppi errori…
Da buon perfezionista, Van Aert ha accolto la vittoria senza troppa enfasi, guardando soprattutto a quel che non è andato e leggendo bene le sue parole, sembra di risentire il suo grande rivale Van Der Poel dopo le sue prime vittorie: «Non è andato tutto liscio: nella prima parte ho faticato a riagganciarmi ai primi, sono anche caduto in un passaggio e nel complesso della gara gli errori tecnici sono stati tanti. Il fango era davvero tantissimo e ci ha messo in difficoltà».
E l’altro tenore? Tom Pidcock ci teneva tantissimo alla gara irlandese e alla fine il terzo posto finale a 17” lo ha soddisfatto: «E’ stata una gara strana, nella quale mi sono accorto di andare sempre allo stesso ritmo, seppur sostenuto, ma quando Van Aert ha fatto la differenza non ne avevo per rispondergli. Il gruppo nella prima parte era numeroso e non c’era davvero un punto dove poter fare la differenza. Devo dire però che sarei stato molto deluso se alla fine non fossi riuscito a salire sul podio. Il terzo posto in queste condizioni era il massimo che potessi fare».
Per Pidcock un terzo posto buono nella tappa a cui teneva di piùPer Pidcock un terzo posto buono nella tappa a cui teneva di più
Difesa iridata? No, ma…
Pur in una gara che non è proprio andata come sperava, Pidcock ha aperto un piccolissimo spiraglio alla sua difesa della maglia iridata, d’altronde a ogni gara è sempre quella la domanda che i giornalisti gli rivolgono: «Probabilmente non ci sarò, ma non sono proprio sicuro. In fin dei conti non è neanche un problema che mi assilla, io voglio godermi una stagione di ciclocross ad alto livello, ma pensando alla strada». Sarà davvero difficile vederlo in gara a Hoogerheide il 5 febbraio, ma come ha detto Van Aert le cose nel ciclocross possono sempre cambiare…
La Coppa del mondo di Vermiglio è il modo italiano per restare agganciati al treno dei cross mondiale, alle spalle del quale si va delineando la strategia potente di Flanders Classics. Restarne fuori non sarebbe utile né lungimirante. La prova di Coppa del mondo corsa ieri a Dublino con vittoria di Van Aert è la testimonianza di questo nuovo corso.
«Abbiamo organizzato nello Sport Ireland Campus – ha spiegato Tomas Van der Spiegel che di Flanders Classics è il CEO – dove si erano già svolti dei campionati europei. Era una superficie erbosa, che si è trasformata in fango. Ci sarebbero stati certamente posti più belli in Irlanda, ma la gara è stata un grande evento. Siamo molto contenti della vendita dei biglietti e i media irlandesi hanno dato grandissimo risalto alla presenza di Van Aert e Pidcock».
Un evento di cross ha un elevato ritorno di immagine in cambio di un investimento contenutoUn evento di cross ha un elevato ritorno di immagine in cambio di un investimento contenuto
Città e turismo
Il cross nelle città e nelle località turistiche è una ricetta che funziona, come quando la Coppa del mondo di mountain bike iniziò a fare tappa nelle capitali europee, da Roma a Madrid.
«Abbiamo avuto un grande riscontro – prosegue Van der Spiegel – perché per ammissione della autorità irlandesi, la rete stradale di lì è relativamente pericolosa e molti giovani ciclisti praticano il ciclocross. Ci hanno detto che in Irlanda ci sono eventi di cross con 600 partecipanti ogni fine settimana. Non uno sport di campioni, come in Belgio, ma un’importante occasione di partecipazione. I governi vedono una prova di Coppa del mondo come un’organizzazione relativamente economica. Un buon rapporto qualità/prezzo in un periodo dell’anno in cui non c’è grande offerta di eventi. Porti al via i migliori del mondo, ieri mancava soltanto Van der Poel, impegnato in ritiro con la sua squadra. La partecipazione è una delle nostre attenzioni. Abbiamo investito nel ciclocross, ci crediamo molto, ma dobbiamo vedere come possiamo migliorare la partecipazione».
Vermiglio 2021, Tomas Van der Spiegel con Van Aert: i campioni fanno crescere gli eventi (foto Twitter)Vermiglio 2021, Tomas Van der Spiegel con Van Aert: i campioni fanno crescere gli eventi (foto Twitter)
Ingaggi e squadre
La chiave di volta sta negli ingaggi, un discorso che Van der Spiegel ha sempre dimostrato di sapere e voler cavalcare: primo organizzatore ad aver accettato di ragionare sulla spartizione dei diritti televisivi con i team. La Coppa del mondo non paga e questo è l’anello debole secondo il manager della società belga, che è coinvolta direttamente nella sua organizzazione.
«Abbiamo appena sospeso la discussione iniziale sui soldi – spiega – ma lasciatemi dire che in qualsiasi sport i soldi vanno direttamente o indirettamente agli atleti. Solo nel ciclocross questo non avviene in modo ideale. Esiste una microeconomia che al momento non viene utilizzata per migliorare lo sport. Il modello finanziario è troppo frammentato, ma anche i team devono fare la loro parte. Per ora il ciclocross è ancora molto individuale. Ognuno si prende cura di sé, nel proprio camper, con l’aiuto di suo fratello, suo padre e un meccanico che per caso conosce. Ma già basta vedere come cambiano le cose quando si muovono squadre come Jumbo Visma, oppure Ineos e Pauwels-Sauzen».
Ad Anversa si sono incrociati Van Aert e Van der Poel, assente a Dublino per un ritiro con la squadraAd Anversa si sono incrociati Van Aert e Van der Poel, assente a Dublino per un ritiro con la squadra
Il cross e i giovani
Occorre fare in fretta e gestire il movimento con lungimiranza: è troppo elevato il rischio che il ciclismo finisca nelle retrovie di una società e di uno sport che stanno cambiando linguaggio e abitudini. E qui arriva l’affermazione più coraggiosa di Van der Spiegel.
«Il ciclocross – annota – è diventato uno sport diverso. Una volta c’erano gli specialisti di ciascuna disciplina, ora è tutto insieme. E’ cambiato il modo in cui le persone vivono lo sport. Con rispetto per tutti i cross delle Fiandre, non è qui che risiede il futuro di questo sport. La gioventù non sta davvero più con le ossa nel fango fiammingo ogni fine settimana. Ora c’è Netflix e le persone vivono con i telefoni in mano. La sfida è trasformare il ciclocross in un prodotto che piacerà ancora nel 2030 all’interno di quella fascia di età, senza perdere di vista la tradizione. Le persone accettano il cambiamento, ma ci vuole tempo, come quando abbiamo tolto il Muur dal Fiandre. I corridori vedono che Flanders Classic sta investendo. All’arrivo ora abbiamo un truck riscaldato, in cui i possono fare le loro interviste. Costa denaro. Organizziamo noi 6 delle 14 prove di Coppa del mondo. E’ una scelta consapevole, non un segno di debolezza. Il solo modo per alzare ancora l’asticella».
Sono cadute le barriere fra cross e strada, anche gli specialisti fanno stabilmente la dopia attivitàSono cadute le barriere fra cross e strada, anche gli specialisti fanno stabilmente la dopia attività
Fare sistema
L’Italia avrebbe bisogno di una cabina di regia altrettanto lungimirante. La frammentazione del calendario, gli incroci poco condivisibili, i diversi circuiti… Tutto ciò che a vario titolo non riesce a comporre lo stesso mosaico fa sì che il cross rimanga nella nicchia degli appassionati, che ne sono l’anima ma forse non bastano per esserne il futuro. E se un colosso come l’organizzatore belga ha il coraggio di dire che il futuro del cross non passa per le gare fiamminghe, immaginare una cabina di regia italiana che lo porti nelle città del Nord come quelle del Sud sarebbe quantomeno una suggestione da cavalcare. Il futuro è nella condivisione. Chi pensa di poter andare avanti da solo non ha capito che il mondo è cambiato. E che per avere, a volte è necessario anche dare.
«Tempo fa partecipavo a un dibattito. A un certo punto un giornalista specializzato disse che il ciclismo femminile in Italia è nato negli anni Ottanta. Non ci ho visto più: “E allora, caro il mio signore, il record dell’Ora del 1972 chi lo ha stabilito?”. E’ diventato di tutti i colori». Parole di Mary Cressari, che a 78 anni non ha perso neanche una briciola della sua verve, di quel carattere spumeggiante che la portò a emergere nel ciclismo a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.
La Cressari è stata per lungo tempo l’unica italiana capace di stabilire il record dell’Ora (poi ci è riuscita Vittoria Bussi), quello che ora, in campo maschile arricchisce il palmares di Filippo Ganna. La conquista di quel record fu un’autentica avventura e a cinquant’anni di distanza molti si sono ricordati di questa ricorrenza. Mary si sottopone di buon grado, ogni volta, ad aprire lo scrigno dei ricordi, ma ogni volta compare sempre qualche spunto diverso, importante.
La Cressari vanta 4 titoli italiani su strada dal 1964 al 1973, più due nell’inseguimentoLa Cressari vanta 4 titoli italiani su strada dal 1964 al 1973, più due nell’inseguimento
«Chi ci mette i soldi?»
La storia di quel record nasce da prospettive ben diverse: «Il mio obiettivo era conquistare i record dei 5, 10 e 20 chilometri, ma decisero che il 30 ottobre avrebbero chiuso il Vigorelli e quindi mi trovavo senza velodromo dove allenarmi e tentare i primati. Venne da me il presidente della società Terraneo suggerendomi di provare i record in Messico dove Merckx aveva appena realizzato il primato dell’ora, a patto che provassi anche io ad allungare. “Bell’idea – feci io – ma chi ci mette i soldi?”. Da lì Terraneo mise in moto tutto il movimento e arrivarono i fondi per provarci.
«Mi allenai a Busto Garolfo, ma l’ora non l’avevo mai fatta, così iniziai ad allungare. Il 17 novembre siamo partiti, un po’ all’avventura. Solo il giorno prima avevamo pagato la tassa necessaria per il tentativo e fatto la richiesta del medico perché fosse valido. Le difficoltà però erano tante e avevamo solo una settimana a disposizione».
La Cressari in pista a Città del Messico: il caschetto è quello del tentativo di MerckxLa Cressari in pista a Città del Messico: il caschetto è quello del tentativo di Merckx
Una Pogliaghi personalizzata
I problemi principali riguardavano la bici: «Prima di partire, il mio diesse Alfredo Bonariva chiese informazioni su tutto quel che sarebbe servito e su quel che avremmo trovato a Città del Messico ad Albani, il direttore sportivo che aveva accompagnato Merckx nel suo riuscito tentativo. Avevamo impostato la preparazione su molte delle sue indicazioni, ma non avevamo una bici adatta. Mi offrirono una Pogliaghi superleggera, pesava 4,7 chili, l’avevano realizzata proprio per il record dell’ora tentato dal dilettante Brentegani tre anni prima. Le misure c’erano, ma c’era da lavorarci sopra perché al tempo sulla bici non potevano apparire pubblicità all’infuori del mio gruppo sportivo.
«Toccò lavorare di carta vetrata sui tubi e anche sulla sella per togliere il marchio Selle Italia. Il risultato fu che andavo avanti e indietro sulla bici e non era proprio la situazione ideale… Pochi però sanno che come casco utilizzai lo stesso di Merckx, nel senso che il campione belga lo aveva dimenticato negli spogliatoi del velodromo. Lo riadattammo alla mia testa con un po’ di imbottiture…».
«Rinunciare? Non se ne parla…»
L’appuntamento era previsto per il mercoledì mattina, era il 22 novembre: «Realizzai i record dei 10 e 20 chilometri e tirai dritto, ma avevo speso tanto nella prima parte. Alla fine mancai il record per appena 70 metri e scoppiai a piangere. Non avevamo i fondi per restare e riprovarci. Venne da noi il console italiano e ci disse che era esaltato dall’impresa e che non se ne parlava di rientrare. Dovevo riprovarci, avrebbe sostenuto lui tutte le spese supplementari».
L’esperienza fu utile per riuscire nell’intento: «Il giorno dopo riposai perché ero distrutta, al venerdì feci il tentativo di record sui 5 chilometri che riuscì. Dovevamo però concentrarci sull’Ora. Prevedemmo di provarci il giorno dopo ma cambiammo i rapporti, passando dal 51×15 al 55×16. E questa volta partii più piano, d’altronde dovevo pensare solo all’Ora, così nel finale avevo più energie e chiusi con 41,471 metri e 74 centimetri. Sì, ricordo anche quelli…».
Il miglior risultato ai mondiali per la bresciana arrivò alla sua ultima presenza: decima nel 1973Il miglior risultato ai mondiali per la bresciana arrivò alla sua ultima presenza: decima nel 1973
I rapporti con la Fci
Quel record ebbe risonanza? «Molta, ma erano tempi diversi e non era facile gestirla. Mi offrirono molti ingaggi pubblicitari ad esempio, ma non potevo accettarli perché avrei perso lo status di dilettante. Il nostro, quello femminile, era un ciclismo alla disperata. Non ci voleva nessuno e le cose non cambiarono così tanto. Soprattutto la Federazione mal ci sopportava. Pensate ad esempio che nel 1974 non ci portarono ai mondiali perché dicevano che non eravamo all’altezza. Io per tutta risposta andai al Vigorelli e feci il record mondiale sui 100 chilometri: altro che non all’altezza…».
La carriera di Mary è vissuta spesso su scontri con la Fci: «Avevano messo il limite di attività a 30 anni, ma io andavo ancora forte, protestai e lo tolsero, poi lo posero a 35 anni. Dissi: “Ma come, ai mondiali la Burton partecipa a oltre 40 anni con sua figlia? Il limite dobbiamo averlo solo noi?”. Lo tolsero, ma io avevo praticamente saltato la preparazione per colpa loro e non ottenni risultati all’altezza degli anni precedenti. Era il 1979 e decisi che ne avevo abbastanza».
La consegna della sua bici al Museo del Ghisallo: a sinistra il diesse Bonacina, a destra il presidente TerraneoLa consegna della sua bici al Museo del Ghisallo: a sinistra il diesse Bonacina, a destra il presidente Terraneo
Lo sgarbo di Los Angeles ’84
Poco dopo le offrirono l’incarico di commissario tecnico della nazionale femminile: «Naturalmente gratis… Intanto però era stata accettata la proposta di portare le donne alle Olimpiadi, io cominciai a lavorare con tre ragazzine che mi sembravano adatte al percorso di Los Angeles. La Canins non lavorava con noi, ma d’altronde era una ciclista atipica. Doveva per forza staccare tutte perché non aveva volata, io volevo lavorare con atlete più adatte. In Federazione fecero storie, io dissi che avrei pagato di tasca mia per la loro permanenza. Risultato: a Los Angeles portarono la Canins e tre altre atlete, le mie, quelle federali, non vennero neanche tenute in considerazione. Era troppo…».
La Cressari diede le dimissioni e da allora ha guardato in tv la crescita del ciclismo femminile, invitata spesso da organizzatori e appassionati: «Quando guardo le campionesse di oggi penso che siano lì anche per le battaglie che sostenni io, per i sacrifici che affrontavamo in famiglia pagando tutto di tasca nostra. Oggi? Un altro mondo…».
Durante il Giro d'Italia abbiamo notato la sella particolare di Andrea Vendrame. Il corridore veneto pedala sulla Fizik Antares Versus Evo 00 Adaptive, frutto di tecnologie innovative.
Built to win. Costruita per vincere. Tre parole che rivelano il Dna della Colnago V4RS. Ma forse sarebbe meglio dire confermano. Questa infatti è la bici con cui Tadej Pogacar ha corso l’ultimo Tour de France e ha vinto il Giro di Lombardia. Si trattava di stabilire gli ultimi dettagli.
A Lido di Camaiore, in occasione del ritiro della UAE Adq, e contestualmente in Spagna, nel ritiro della squadra UAE Emirates, vale a dire negli stage rispettivamente di donne e uomini, è stata presentata alla stampa la versione finale della V4RS.
La Colnago V4RS della squadra femminile…E quella della squadra maschile. Colori a parte, le due bici sono identicheBertocchi durante la presentazione. In tutto cinque colori, tanti allestimenti e prezzi che partono da 5.200 euro per il kit telaioLa Colnago V4RS della squadra femminile…E quella della squadra maschile. Colori a parte, le due bici sono identicheBertocchi durante la presentazione. In tutto cinque colori, tanti allestimenti e prezzi che partono da 5.200 euro per il kit telaio
Evoluzione V3RS
Prima di entrare nelle specifiche tecniche ci preme sottolineare due aspetti importanti che portano alla nascita di questa bici. Uno: il grande coinvolgimento degli atleti e delle atlete nello sviluppo. Una collaborazione viscerale quella fra Colnago e le “due UAE”: una bici sviluppata dai corridori vuol dire partire da uno step in avanti.
Due: la bici per uomini e donne è perfettamente la stessa, cambiano solo i colori. E questo è un segnale molto importante, anche sul piano della parità dei diritti, specialmente per una squadra che viene da un Paese arabo. Le parole del team manager Gianetti erano dunque fondate e si traducono in realtà anche attraverso tali scelte.
Ma entriamo nel merito tecnico di questa bici. Gli spunti sono davvero tanti. La V4RS è un’evoluzione della V3RS e non era facile migliorare una bici di quel livello. «Siamo dovuti entrare davvero nel regno dei famosi marginal gains», ha detto Manolo Bertocchi, Marketing Consultant di Colnago, durante la presentazione a Camaiore.
Il tubo di sterzo a clessidra e non più lineareLa forcella ha un nuovo disegno. Il rake resta di 43 mm ed una delle poche cose sulle quali i corridori non si sono espressi per i cambiamentiUna comparazione frontale fra la V3RS e la V4 RSIl tubo di sterzo a clessidra e non più lineareLa forcella ha un nuovo disegno. Il rake resta di 43 mm ed una delle poche cose sulle quali i corridori non si sono espressi per i cambiamenti
Più aerodinamica
Partiamo dalla forcella. E’ forse l’intervento più importante. Questa, in primis, doveva rispondere alle esigenze aerodinamiche. La sua forma paradossalmente appare più “cicciotta”, passateci questo termine, ma è solo un effetto ottico. Infatti pesa 375 grammi, 15 in meno della precedente. E’ maggiore la campanatura nella parte alta sotto il tubo di sterzo, ma poi gli steli scendono in modo più verticale.
Questa forcella è frutto di un lungo lavoro in galleria del vento. Nel complesso l’efficienza aerodinamica della bici in assenza di vento migliora del 5%.
Il nuovo disegno inoltre fa sì che ci sia un ingresso del cavo freno più lineare e che vi possano alloggiare coperture fino a 32 millimetri. Questa soluzione di fatto allarga a dismisura i campi di utilizzo della bici stessa, che va bene dal pavè alle tappe più estreme di salita.
Potendo montare certe coperture (e in vista dei nuovi regolamenti UCI che saranno in vigore dal 2024) si va a respingere il concetto della doppia bici: quella aero e quella climb. Adesso c’è la bici all-round, senza compromessi. Certo, alla base deve esserci un grande lavoro se si vuol dare un prodotto di elevatissime performance. Ricordiamo, e in Colnago ci tengono molto, che stiamo parlando di un mezzo da competizione pura. Un mezzo elitario, una “Ferrari”, il cui scopo è vincere.
Oggi l’aerodinamica è la direttrice dello sviluppo. Sono le velocità e gli studi ad imporre questa direzione. E non è un caso che la nuova forcella vada a braccetto con il tubo di sterzo. Questo non è più lineare a ma “a clessidra”. In questo modo è stato possibile inserire cuscinetti maggiori. Cuscinetti che ora sono Ceramic Speed, leggeri e super scorrevoli con la lubrificazione solida.
Il carro è stato rinforzato nella parte altaUn disegno per spiegare il concetto di Real-Dynamic Stiffness Il carro è stato rinforzato nella parte altaUn disegno per spiegare il concetto di Real-Dynamic Stiffness
Rigidità e comfort
La casa lombarda ha fornito cinque prototipi ai suoi atleti. Di fatto Pogacar ha corso il Tour con un prototipo. Ma non appena lui e i suoi compagni li hanno provati non sono voluti tornare indietro. Un grande lavoro è stato fatto sulla “laminazione” del carbonio. Agli atleti sono state fornite diverse versioni. E senza sapere quale avessero, molti hanno definito più rigida la bici che invece secondo gli studi di Colnago era la seconda meno rigida. Questo perché il concetto di rigidità e robustezza non si può stabilire in laboratorio ma va fatto sul campo, quando la posizione del ciclista varia, così come e le forze impresse.
Per esempio, durante uno sprint le linee di forza impresse sono fuori asse rispetto alla bici e tirano molto anche la braccia. In salita, da seduti, la maggior parte del peso si scarica sul posteriore. E’ il concetto di Real-Dynamic Stiffness. E per farlo Colnago ha messo a punto dei particolari macchinari, che anch’essi in qualche modo sono dei prototipi. La V4RS è risultata più rigida del 5% da seduti e del 4% in piedi.
C’è poi il telaio vero e proprio. Con la nuova laminazione, la V4RS ha praticamente invariato il suo peso (+3 grammi: 798 grammi nella taglia 50), ma a tutto vantaggio della guida. Il carro ha mantenuto la sua misura di 408 millimetri. I suoi foderi alti sono stati rinforzati a vantaggio della reattività. Mentre il movimento centrale è ora il T47, più facile da reperire sul mercato e decisamente performante.
Altro vantaggio è la linearità delle misure. Oggi stack e reach crescono in modo più lineare e questo favorisce chi è a cavallo fra due taglie. Sempre parlando di misure, i tubi variano per forma e sezione in base alla taglia. Tutto dunque è proporzionato.
Il manubrio made in Colnago. Linee pulitissime. Con i nuovi standard nel tubo della forcella può essere inserito un multitoolIl supporto integrato per il device Wahoo BoltIl manubrio made in Colnago. Linee pulitissime. Con i nuovi standard nel tubo della forcella può essere inserito un multitoolIl supporto integrato per il device Wahoo Bolt
Nuovo manubrio
La V4RS ha anche un’altra perla: il manubrio CC.01. Si tratta di un integrato “made in Colnago”, un vero manubrio monoscocca e non un set fasciato “attacco + piega”. Questo è un corpo unico. In questo modo è più rigido e più leggero. E’ disponibile sul mercato in 16 misure. La larghezza va da 37 a 43 centimetri e la lunghezza dell’attacco da 80 a 140 millimetri. Il peso nella misura da 41 centimetri con attacco da 110 millimetri è di 310 grammi.
Altra chicca è il supporto per il computerino. Questo è semintegrato per Garmin, Suunto… mentre può essere completamente integrato per Wahoo Bolt (che usano i due team UAE). Si tratta di un supporto stampato in 3D e sviluppato in galleria del vento. Quando dicevamo che ogni “spilla” è stata studiata, solo con questa soluzione si risparmino 0,75 watt a 50 all’ora.
Il nostro test sulle strade toscane…Ma prima, eccoci alla scoperta di ogni dettaglioIl nostro test sulle strade toscane…Ma prima, eccoci alla scoperta di ogni dettaglio
Su strada…
Ma rigidità e robustezza non possono certo compromettere una bici, il comfort rientra a tutti gli effetti nel concetto di prestazione. Questa deve essere comoda per rendere bene dopo tante ore, deve essere ben guidabile.
Dopo la presentazione siamo montati in sella. E’ bastato individuare l’altezza di sella per avere subito un ottimo feeling. Prima di raggiungere le colline dell’entroterra, abbiamo saggiato la stabilità e l’enorme scorrevolezza di questa Colnago in pianura. E, tornando al comfort, si filava via bene sulle buche e le crepe della strada anche a velocità prossime ai 40 all’ora (a tal proposito montavamo tubeless Pirelli da 28 millimetri).
Ci siamo poi arrampicati lungo una scalata, a tratti anche ripida, di 5,6 chilometri. E nonostante la pendenza, la cosa che ancora ci ha colpito di più è stata la scorrevolezza. La V4RS filava via sempre, ha una facilità di avanzamento piacevolmente sconcertante.
E in discesa? La sensazione è stata quella di una grande stabilità. La bici è “leggera” e precisa, specie nei curvoni ampi. Nelle svolte più strette ci è sembrato servire un po’ più di tempo per capirla a fondo. Ma è anche vero che magari è stata una nostra sensazione e che per questioni logistiche non abbiamo potuto posizionare il manubrio nelle misure che utilizziamo normalmente,. Inoltre l’asfalto era umido e chiaramente non abbiamo osato oltre il limite.
E per fortuna che Silvia Persico doveva partire piano nel ciclocross! Prime tre gare e prime tre vittorie per la campionessa italiana. La stessa Silvia (in apertura a Faè di Oderzo, foto Alessio Pederiva) ci aveva detto così nell’intervista di qualche settimana fa. E invece… Tuttavia era stata onesta: ce lo conferma Davide “Capo” Arzeni.
Entrambi li abbiamo incontrati nel ritiro della loro futura squadra, con la quale però hanno già iniziato a lavorare, vale a dire il UAE Team Adq. Tecnico e atleta provengono da quella grande famiglia che è la Valcar Travel & Service e dalla relativa squadra di cross: la FAS Airport Services. Da anni si dividono fra strada e fuoristrada. Ma quest’anno con il WorldTour che incombe certi equilibri sono cambiati. O quantomeno stanno cambiando.
Davide Arzeni lavora con Silvia Persico da molte stagioniDavide Arzeni lavora con Silvia Persico da molte stagioni
Davide, Silvia ci aveva detto che sarebbe partita più piano nel cross. Ci aveva detto che non pensava di andare subito forte e invece…
Non smentisco Silvia, perché in realtà è proprio così. Stiamo facendo una preparazione mirata più alla strada e agli appuntamenti importanti… della strada. Se vado a confrontare gli allenamenti dell’anno scorso con quelli attuali, non ci stiamo allenando meno… ci stiamo allenando molto meno. Poi c’è anche da dire che fino ad ora abbiamo corso comunque in Italia e il livello si sa non è stellare.
Il livello non alto, è vero, però ci sono ragazze che sono a pieno regime da due mesi…
In questi primi giorni di gare di Silvia, ciò che volevo era cercare un po’ di ritmo, ma ho visto qualcosa in più. Ho visto una Silvia che pur non essendo in condizione, ve lo garantisco, può essere già competitiva per entrare nelle prime dieci in Coppa del mondo. E’ una sorpresa perché, vi ripeto, la preparazione è davvero mirata alla strada e obiettivi che arriveranno più in là nella stagione. Tanto per rendere l’idea, l’anno scorso in questo periodo lavoravamo sulle ripetute 40”-20”… quest’anno non abbiamo fatto neanche un 20”-40”.
E allora possiamo dire che la Persico parte da un gradino più alto?
Silvia sta proseguendo la sua maturazione fisica e atletica.E lo vediamo anche dai test con gli altri coach del team. Sta mostrando di avere un motore di quelli importanti. Per ora le sta riuscendo tutto facile.
Ieri l’atleta lombarda (classe 1997) ha vinto anche a Jesolo (foto Instagram)Ieri l’atleta lombarda (classe 1997) ha vinto anche a Jesolo (foto Instagram)
Quanto è stato importante dunque il 2022 sia da un punto di vista fisico, relativo ai grandi Giri fatti, sia da un punto di vista mentale?
Certamente ha acquisito maggior consapevolezza mentale e poi credo che, nonostante sia stata ferma a lungo, abbia fatto il giusto riposo. La condizione attuale è frutto ancora del lavoro fatto fino a settembre, cioè quando ha chiuso la stagione con i mondiali.Se un’atleta comincia ad andare forte in queste gare così importanti, vuol dire che le gambe ci sono, ma anche la testa. Per correre a questi livelli significa che hai la consapevolezza di poter competere con le più forti al mondo. Vi dico un’altra cosa…
Vai!
Lei crede di poter competere per vincere addirittura il mondiale di ciclocross. Ci pensa… quantomeno pensa e punta a confermare il risultato dell’anno scorso, quando fu terza.
E tu credi sia possibile?
Sì… ma come obiettivo intanto mi pongo l’italiano. Il prossimo sabato inizierà a confrontarsi anche con le più forti olandesi, belghe… E lì veramente inizieremo a vedere i valori in campo. O almeno come è messa Silvia rispetto a loro.
La Persico sta utilizzando un telaio Colnago con geometrie gravel… ma sembra essere super performante (foto Alessio Pederiva)La Persico sta utilizzando un telaio Colnago con geometrie gravel… ma sembra essere super performante (foto Alessio Pederiva)
Quindi la Val di Sole sarà il vero termometro della sua condizione?
Direi di sì, perché comunque la ragazza che sta andando più forte è la Van Empel, che l’anno scorso tra l’altro ha vinto proprio in Val di Sole, e dovrebbe essere presente. In queste tre gare Silvia è veramente andata a fare allenamento: i primi allenamenti tirati. Ma ripeto, stiamo lavorando proprio in funzione della strada. Stiamo per esempio lavorando ancora tantissimo in palestra.
E allora Davide, quali saranno i grandi obiettivi su strada? Vista come è andata la passata stagione possiamo immaginare siano le corse a tappe…
Il primo obiettivo è sicuramente il UAE Tour (9-12 febbraio, ndr) perché è la corsa di casa e qui ci tengono molto. Tra l’altro sarà qualche giorno dopo il mondiale di cross, quindi si presuppone che Silvia ci arriverà in condizione. Dopo questa gara, ci sarà ovviamente un periodo di stacco e questo ci porterà a cambiare in parte gli obiettivi per quanto riguarda le classiche del Nord. Mentre l’anno scorso abbiamo puntato di più sulle gare fiamminghe, quest’anno punteremo di più su quelle delle Ardenne. Silvia farà il giro delle Fiandre, ma con l’obiettivo di arrivare in condizione in corse come l’Amstel o la Liegi. E poi verrà tutto il resto.