Rosa, l’uomo che ha inventato i training camp in Kenya

16.12.2022
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La vittoria di Girmay alla Gand-Wevelgem non poteva essere fine a se stessa e anzi sta scatenando uno tsunami che investe tutto il continente africano. Se il Ruanda sta diventando meta di ritiri prestagionali e si lavora alacremente per i mondiali del 2025, c’è una notizia che sui media non ha avuto finora il risalto che meritava: la Ineos Grenadiers sta per lanciare la sua prima accademia ciclistica in Kenya.

Il camp permanente sarà gestito da Valentijn Trouw, uno dei tecnici della multinazionale britannica che ha già forti legami con il Paese africano, essendo tra l’altro sponsor del primatista mondiale e campione olimpico di maratona Eliud Kipchoge, direttamente coinvolto nel progetto. Il legame con l’atletica è fortissimo, perché è proprio nell’atletica che i training camp hanno iniziato a prendere piede in Kenya, di fatto trasformando il Paese almeno dal punto di vista sportivo.

Gabriele Rosa, 80 anni, con alcuni dei ragazzi che segue in Kenya, tra loro campionissimi di atletica
Gabriele Rosa, 80 anni, con alcuni dei ragazzi che segue in Kenya, tra loro campionissimi di atletica

Il primo che ebbe l’idea di creare un’accademia permanente in Kenya fu Gabriele Rosa, cardiologo e medico sportivo che aveva creato a Brescia una scuola di maratona capace di portare Gianni Poli al trionfo nella prova più famosa sui 42,195 km, quella di New York. Quello che aveva saputo fare nella provincia italiana poteva essere fatto in più grande stile in Kenya, Paese per antonomasia della corsa: «I kenyani erano già allora fortissimi, ma non correvano la maratona. Moses Tanui, che era uno dei grandi del mezzofondo dell’epoca, mi chiese se potevo seguirlo. Io gli dissi di sì a condizione che convincesse altri atleti del suo Paese a seguirlo. Nacque così il primo centro permanente in Kenya, era il 1990».

In tanti poi seguirono la sua idea…

Ebbe uno sviluppo clamoroso, basti pensare che dopo trent’anni il Kenya è padrone assoluto della specialità: nell’ultimo anno l’83 per cento di tutte le maratone internazionali sono state vinte da un atleta kenyano. Io iniziai con un piccolo gruppo, ora ci sono 13 nostri training camp sparsi per il Paese con oltre 200 ragazzi coinvolti.

La Ineos sarà il primo team con una base in Kenya, altri lo seguiranno (foto Krystof Ramon)
La Ineos sarà il primo team con una base in Kenya, altri lo seguiranno (foto Krystof Ramon)
Come funziona il loro lavoro?

Noi non seguiamo solamente la corsa, la nostra è un’operazione a 360°. Correre forte è solo l’ultimo risultato di un cammino che comprende lo stare insieme, il condividere il lavoro, affrontare le quotidianità della vita. E’ una crescita umana, non solo sportiva quella che i ragazzi affrontano e questo sistema sono convinto possa funzionare anche nel ciclismo.

Dal punto di vista ciclistico il Kenya che Paese è?

Partiamo dal discorso prettamente sociale: la bici è sempre stata un mezzo fondamentale nella vita dei kenyani. Quando arrivammo, vedevamo che utilizzavano bici cinesi con le quali facevano davvero di tutto, caricate come somari, servivano per spostarsi e spostar pesi. Ora si usano molto anche le piccole moto, che a 500 euro sono già disponibili, ma le bici sono ancora molto utilizzate. C’è però un aspetto molto importante che è cambiato rispetto ad allora: la Cina, che ha fortissimi legami con il Kenya, sta praticamente asfaltando tutte le strade e molto bene. Questo per noi che facciamo atletica è un problema per gli allenamenti, perché c’è bisogno di correre anche offroad per crescere, ma per il ciclismo sta diventando un luogo ideale.

Il training camp di Kaptagat, nei cui pressi sorgerà quello della Ineos
Il training camp di Kaptagat, nei cui pressi sorgerà quello della Ineos
Il Kenya non è mai stato un Paese con una tradizione…

No, la corsa a piedi è lo sport principale, ora affiancato dalla pallavolo femminile. In tutto il continente però c’è grande fermento e bisogna tenere presente che i corridori africani in genere – kenyani, ma anche etiopi, eritrei, burundiani ecc. – hanno una congenita propensione per gli sport di endurance. I risultati dei corridori eritrei non mi sorprendono, io sono convinto che lavorandoci sopra come farà la Ineos (e presto altre squadre e soprattutto aziende seguiranno la stessa via) l’Africa diventerà fortissima anche nel ciclismo.

Quali sono i vantaggi nel costruire training camp in Kenya invece che Eritrea e Ruanda che hanno già più dimestichezza con il ciclismo?

Il territorio. Ci si può allenare a 3.000 metri di altitudine. Kaptagat, dove la Ineos costruirà la sua accademia, è anche la sede del nostro primo e principale training camp. Ci sono percorsi ideali per allenarsi, ma anche la gestione di questi centri è all’altezza, con cuochi specializzati, pulizie continue e quant’altro. Intorno poi sono sorti nel tempo piccoli alberghi molto caratteristici e confortevoli.

Valentijn Trouw, responsabile del progetto e l’olimpionico Kipchoge, coinvolto nell’iniziativa
Valentijn Trouw, responsabile del progetto e l’olimpionico Kipchoge, coinvolto nell’iniziativa
Nell’atletica il Kenya è diventato anche meta di tanti corridori, anche in Italia, per effettuare i loro ritiri in altura. Questo potrebbe avvenire anche nel ciclismo?

Io sono convinto di sì, ma non solo per le squadre professionistiche. Conti alla mano, potrebbe essere un ottimo sistema anche per le squadre giovanili, soprattutto under 23, per effettuare periodi di preparazione a costi molto più contenuti (chiaramente viaggio a parte) e potendo fare lavori molto più fruttuosi. Io ho già vissuto nel mondo del ciclismo, ad esempio seguendo i tentativi di record dell’Ora di Beppe Manenti e Gregor Braun negli anni Ottanta-Novanta e sto pensando a come le nostre strutture potrebbero anche essere allargate al ciclismo. I risultati d’altronde parlano per noi: la primatista mondiale di maratona è una nostra atleta…

L’Astana dopo Lopez e il ciclismo di Martinelli

16.12.2022
8 min
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Il licenziamento di Lopez è una tegola che ha scosso parecchio l’ambiente Astana. Il colombiano è stato mandato via dopo la scoperta di nuovi elementi che mostrerebbero il suo probabile legame con Marcos Maynar, medico sul quale gravano sospetti di doping. Nel bellissimo hotel con parco e piscina da cui si vede il mare, se ne continua a parlare sia pure ormai con la stessa battuta sommessa: proprio non ci voleva. Di colpo, la squadra che ha vinto grandi Giri con Contador, Nibali e Aru, che ha lottato con Landa, Lutsenko e Fuglsang, si ritrova senza un leader per le corse a tappe. Pensare a Giuseppe Martinelli senza un uomo di classifica dopo tanti anni di carriera, sembra quasi innaturale.

«Effettivamente penso che sia abbastanza strano – dice Martinelli, in apertura fra Zanini e Maini – però mi dovrò abituare. Dovrò cambiare un po’ mentalità, andrò meno alle corse. Anche perché con il tempo che passa, arrivano persone e mentalità nuove, per cui è giusto lasciare spazio».

Lopez è stato licenziato per la probabile frequentazione con il dottor Marcos Maynar: Martinelli parla di tradimento
Lopez è stato licenziato, Martinelli parla di tradimento
Quando succede una cosa come questa di Lopez quali sono i motivi per cui si rimane male?

Sembrerà strano, ma come prima cosa rimani male per il modo in cui ti arrivano le informazioni, che sono troppe e vengono prima che tu, che sei direttamente coinvolto, sappia qualcosa. E’ una cosa che non esiste, purtroppo però il mondo è questo. Del discorso di Lopez, non ho problemi a dirlo, l’unica persona che sa che cosa sia veramente successo è Lopez e nessun altro. Tutto il resto lo abbiamo scoperto passaggio per passaggio, momento per momento. Non puoi aggiungere nulla, perché altri hanno già aggiunto tutto. Il giorno in cui è successo tutto, dei miei amici mi hanno mandato giornali spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi e Lopez era partito solo da un’ora.

Come si resta?

Ti va il morale sotto i piedi. Nonostante io ne abbia passate di cotte di crude, perché in questo mondo ci sono da troppi anni, fa sempre male perché vuol dire che la gente non ha ancora capito. E ce ne sono ancora purtroppo. E quando tu pensi che sia l’ultimo, invece, ce ne è sempre un altro.

Lui sarebbe stato una pedina importante per questa squadra.

Veniva dalla stagione 2021 con la Movistar che non era andata come doveva. E’ ritornato qua e l’abbiamo accolto a braccia aperte, convinti di riuscire ancora a tirar fuori qualcosa. Siamo stati traditi, la realtà è questa.

I primi giorni del ritiro sono serviti per la consegna dei materiali. Qui gli occhiali SciCon
I primi giorni del ritiro sono serviti per la consegna dei materiali. Qui gli occhiali SciCon
Hai parlato di nuovo che avanza, cosa salviamo di quel che c’era prima?

Il mondo va avanti, ma non è che i miei pensieri siano distorti da quelli dei giovani. Però si cerca di far collimare sempre queste due anime. Ho la fortuna di essere qua da tanti anni, di conoscere bene il mio ambiente e perciò mi rispettano per quello che sono. Insomma, finché si può, si sta qua.

Si può pensare di iniziare un nuovo ciclo dai giovani? Da Garofoli, per fare un nome…

Secondo il mio punto di vista – precisa Martinelli – non tutti sono Pogacar o Remco. Garofoli arriva da due stagioni un po’ strane. Prima il Covid, poi il problema del cuore. Speriamo che tutto sia in ordine e poi giorno per giorno si cercherà di creare veramente qualcosa. E’ presto per dire se sia un corridore da classiche o da Giri, anche perché corse a tappe vere non le ha mai fatte. Diciamo che secondo me ha una bella testa, ma il ciclismo è veramente cambiato. C’è battaglia dal chilometro zero all’arrivo. C’è gente che va in fuga con la maglia gialla. In certi momenti mi meraviglio che mi meraviglio ancora. Però sono cose che ti fanno pensare. I corridori sono molto più forti, c’è più specializzazione c’è più ricerca…

Non è sempre stato così?

La ricerca del risultato migliore c’è sempre stata, così come le rivalità. Però ognuno aveva il suo orticello da curare. Chi preparava la grande corsa a tappe, del resto si interessava poco. Se adesso vai a fare una corsa, vedi che Vingegaard prepara il Tour, ma intanto vince i Paesi Baschi. O Van Aert che va a fare le classiche, poi ti vince le tappe al Tour come se niente fosse.

Meccanici al lavoro: Tosello e Possoni alle prese con una catena da cambiare
Meccanici al lavoro: Tosello e Possoni alle prese con una catena da cambiare
Fare le squadre è più difficile?

Ne parlavo poco fa con un nostro sponsor e mi chiedeva quali sono le squadre più forti nel panorama mondiale. Alcune hanno prima di tutto il budget per prendere il miglior corridore, il miglior preparatore, il miglior tecnico, il migliore in ogni settore. Ci sono squadre invece che partono magari dai giovani e cercano di tirar fuori qualcosa di importante, che è quello che mi è sempre piaciuto fare. E magari prendono anche un preparatore giovane, lo costruiscono e lo fanno diventare più bravo. Però naturalmente, quando ti scontri con quelle realtà e sei più piccolo, devi cercare di tirar fuori il massimo da quello che hai. E’ un po’ questa la scommessa che forse ci apprestiamo a fare noi dell’Astana. Abbiamo una squadra sicuramente non fra le prime e non voglio dire che saremo in difesa, ma cercheremo veramente di vedere se siamo capaci di tirar fuori il massimo da ognuno.

Una sorta di tutti per uno e uno per tutti?

Ci sono corridori che secondo me erano abituati a fare un determinato lavoro per gli altri e poi a tirare i remi in barca. La sera si brindava perché aveva vinto Vincenzo oppure un altro e andava bene. Adesso vediamo se sono capaci veramente di tirar fuori loro qualcosa di buono. Anche poter dire semplicemente di essere andati in fuga, aver cercato di fare il massimo, centrare un piazzamento… Questo è la scommessa che abbiamo davanti.

Si parla più di un lavoro psicologico che atletico, in questo senso…

E’ un mix, ma sicuramente conta più la testa che le gambe, perché devi veramente creare qualcosa per te stesso. Magari qualcuno ha perso questa attitudine e qualcuno non l’ha mai neanche avuta. Magari un altro è nato gregario. Adesso invece hanno la possibilità di tirar fuori qualcosa per se stessi. Dico la verità, non credo che sarà facile. Non abbiamo la bacchetta magica, però magari scopriamo che qualcosa si può fare.

Racconta Martinelli che la Bernocchi, chiusa al 12° posto, è stato il segnale del ritorno di Moscon
Racconta Martinelli che la Bernocchi, chiusa al 12° posto, è stato il segnale del ritorno di Moscon
Secondo te, al netto dei problemi di salute che ha avuto, Moscon rientra in questa casistica?

Lo abbiamo preso per quello. La prima cosa che gli abbiamo detto quando è arrivato è che in qualunque corsa lui possa andare, avrà carta bianca. Anzi, qualche volta correremo anche per lui. E’ quello che gli è sempre mancato. Peccato che siamo andati incontro a una stagione sfortunatissima. 

Adesso come sta?

Motivato, com’era pure lo scorso dicembre. A gennaio invece era uno straccio e si è tirato dietro così fino a ottobre. La prima vera giornata in cui è sceso di bicicletta e mi ha detto di aver avuto buone sensazioni è stata alla Bernocchi, che era il 3 ottobre. E così lo abbiamo convinto ad andare in Malesia, dicendo che saremmo ripartiti da lì per arrivare qui a ricominciare per bene. Ci sono stati momenti in cui non ti rispondeva neanche ai messaggi, perché non sapeva cosa dire. Ed era anche difficile digli qualcosa per tirarlo su…

Hai parlato dei tanti ruoli nelle squadre: il direttore sportivo può ancora fare la differenza?

Sicuramente meno. Ovviamente non voglio dire che mi trovo con le mani legate, però adesso prima di fare una cosa, ti devi confrontare con tantissime persone. E tutte le volte che tu ti confronti con una persona, ti fa cambiare idea oppure sposi un po’ la sua. Una volta andavo a dormire, mi alzavo la mattina con la strategia che avevo studiato prima di andare a letto. Andavo dai corridori e gli spiegavo come avremo corso. Invece adesso ti confronti con troppe persone e alla fine molte volte ti tolgono un po’ di quello che avevi pensato. E’ capitato anche che me l’abbiano girata completamente al contrario. Perché ti dicono che quel corridore non sta tanto bene, che non conviene fare una certa cosa… E a un certo punto ti chiedi: e adesso cosa faccio?

Tour de France 2017, Martinelli e Shefer, due diesse del team, assieme al preparatore Mazzoleni (a sinistra)
Tour de France 2017, Martinelli e Shefer, due diesse del team, assieme al preparatore Mazzoleni (a sinistra)
Cosa succede se fai come prima e imponi la tua idea?

Io dico che in mezzo a tanti, forse sono ancora l’unico che viene giù ed ha ancora quell’idea. Il problema però è che molte volte ti trovi davanti il corridore che ha parlato con gli altri e quando nella riunione li guardi in faccia, sono perplessi o poco convinti. Prima li portavi dove volevi, perché la sera andavo in camera, parlavo col corridore e al massimo passava il dottore per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa per dormire.

Adesso no?

Adesso appena arrivi in hotel, c’è già l’analisi della corsa. Quanto hai speso, quanto non hai speso. Cosa devi mangiare, cosa non devi mangiare. Passa il dottore e ti porta quello che devi bere perché hai consumato un tot. Serve tutto per migliorare, anche se troppe cose nella testa ti confondono. Secondo il mio punto di vista, quello che il corridore soffre adesso è proprio questa pressione. Il fatto di avere sempre qualcuno che ti dice qualcosa e di tuo ti rimane poco.

Luciano Pezzi, nel presentare la Mercatone Uno del 1997, disse che Pantani ne sarebbe stato il leader, ma il capitano sarebbe stato Martinelli. Non è più possibile?

Questo dipende molto dalla squadra e da quello che sei riuscito a creare. Oppure da quello che gli altri hanno creato intorno a te. Adesso la squadra è fatta di tante componenti, mentre prima c’erano solo l’atleta e il direttore sportivo. L’esempio è quello che succederà domattina…

Due risate tra Felline e il massaggiatore Saturni al rientro dall’allenamento
Due risate tra Felline e il massaggiatore Saturni al rientro dall’allenamento
Che cosa?

Se venite qui domattina, vedrete che sul programma c’è scritto per filo e per segno tutto quello che il ragazzo dovrà fare. Invece quando io consegnavo i fogliettini c’era scritto: sveglia, colazione, allenamento. Il direttore sportivo era proprio il faro, adesso è un componente del team.

Seguirai davvero meno del solito?

Andrò sicuramente meno. Il mio lavoro in questa squadra è diventato un po’ di contorno. Cerco di fare un po’ più la logistica. Certo, quando salgo sull’ammiraglia, sono nel mio regno. Ritrovo il mio modo di fare, il mio modo di agire. Sono ancora un po’ autoritario. Però ci sono tante altre persone che lavorano per me. Non sono io il più bravo, ce ne sono altri molto più bravi. E’ giusto che abbiano il loro spazio. 

Marcellusi è già in fuga verso il 2023

15.12.2022
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Martin Marcellusi è diventato grande. Il corridore laziale, che vive alle porte di Roma, è passato dal gruppo dei giovani a quello dei grandi. E’ al secondo anno di professionismo, ma per certi aspetti potrebbe essere il primo. E questo è un motivo di carica per lui.

Il suo 2022 è stato costellato da parecchi alti e qualche basso. Ha vinto il Piva, ha sfiorato il Gp Liberazione. E al Giro U23 non è andato lontano dalla vittoria nel giorno in cui Leo Hayter ha preso la maglia rosa e non l’ha più mollata. Ma per vincere quel giorno serviva la squadra e in questo senso la Bardiani non è stata fortunata al Giro U23. Anche verso Pinzolo ha subito delle cadute.

Martin Marcellusi (classe 2000) durante il ritiro al Cicalino, in Toscana
Martin Marcellusi (classe 2000) durante il ritiro al Cicalino, in Toscana
Stagione alle porte, Martin, sei diventato grande! Non sei più under 23… Come arrivi al primo ritiro dopo il primo anno da pro’? 

Sicuramente con qualche conferma in più. Più sicurezza nei miei mezzi. In più dai test che ci fanno, ho capito che un saltino di qualità l’ho fatto. E quindi la mentalità è quella giusta. Ora sono con il gruppo dei grandi e lavoriamo per… essere grandi, in tutti i sensi. 

Se dovessi dire tre cose che ti sono mancate in questa stagione quali sarebbero?

Per prima direi l’esperienza, alcune cose le ho pagate sia in corsa che in allenamento e anche con l’alimentazione. Un altro punto a sfavore: le difese immunitarie basse. Ho avuto molti raffreddori, più volte la febbre e per questo ho anche saltato gli europei con la nazionale e altre gare con la squadra. Un terzo punto – ci pensa un po’ Marcellusi –  forse ho lavorato un po’ poco sulle volate. Ho perso dei watt che magari in alcuni momenti, vedi il Liberazione, potevano tornarmi utili.

E tre punti di forza?

Mi verrebbe da dire la determinazione. Anche quando succedono cose negative poi riesco sempre a ritornare su facilmente. La grinta, ma quella l’ho sempre avuta e spero che continuerò ad averla. E poi il gruppo. Mi sono accorto che anche quello è un fattore importante per un corridore. Riesco a fare gruppo tranquillamente. Sto bene sia con gli under 23, che coi pro’. Con gli scalatori e con i velocisti.

Fai le valigie, vieni qui al Cicalino: che differenza c’è stata rispetto all’anno scorso? Insomma, Il Cicalino un anno dopo….

E’ completamente diverso, sicuramente vengo con la mentalità giusta e con il cervello più rilassato. In questo anno sono stato ben accettato dal gruppo, i direttori hanno fiducia in me. Sono molto più sereno. Sono più preparato in allenamento. Dopo una stagione con 6-7 corse a tappe la gamba è migliore.

Prima hai detto che hai perso qualche watt. Ci stai lavorando?

Sì, quest’anno ho ricominciato a fare più volate. Ho cambiato preparatore, adesso mi segue Daniele Pascucci. E’ un ragazzo di Roma, è giovane. Mi trovo molto bene. Ne ho parlato con lui di questa cosa. Abbiamo visto i dati e mi ha dato ragione. Per questo stiamo lavorando molto in palestra e anche su strada. Abbiamo inserito partenze da fermo e sprint. 

Avete fatto il test e hai detto di aver notato valori migliori. Cosa significa un test che va bene? Immaginiamo più morale, ma anche più responsabilità?

Un test che va bene è tanta roba. Ti liberi da un po’ di pesi, insicurezze, dubbi. Sai che stai lavorando nella direzione giusta. Ho parlato anche con il preparatore supervisore della squadra, Andrea Giorgi. Mi ha confermato che il test è buono. C’è da lavorare un pochino sul peso, ma niente di che.

Martin all’esame impedenzometrico che si faceva al risveglio durante il ritiro
Martin all’esame impedenzometrico che si faceva al risveglio durante il ritiro
Gabburo ha detto a Reverberi che siete contenti. Vi piace questo nuovo metodo di lavoro?

Si percepisce che c’è stato un cambio di mentalità. Si vede anche dai direttori sportivi, come parlano e come si muovono. Il ritiro stesso è gestito in modo differente. Certo, è solo l’inizio, i risultati maggiori si vedranno più là e li dovremmo mostrare durante la stagione. Però per adesso il salto di qualità della squadra c’è stato. E’ palese. Per esempio è la prima volta che uso il Supersapiens. Sono ancora in fase di rodaggio! Ma sarà utile. A fine ritiro i preparatori ci daranno un report, così come un report lo avremmo sul sonno. Siamo controllati veramente 24 ore su 24. E anche i materiali sono buoni. 

Che gare farai più o meno? 

Partirò in Spagna con le corse di Majorca, ma non farò la prima il 22 gennaio. Io dovrei fare alcune delle gare dal 25 al 29. Poi andrò ad Antalya in Turchia e da lì vedremo. 

C’è una corsa che ti piacerebbe moltissimo fare?

Beh sì, mi piacerebbe fare il Giro d’Italia. Anche perché con l’arrivo a Roma è qualcosa che non saprei descrivere. Soprattutto dopo aver visto l’anno scorso cosa è stato per me il Liberazione. Gli amici, i familiari, il tifo… immagino che al Giro d’Italia sia tutto triplicato. 

Majka sicuro: Tadej più forte di Contador

15.12.2022
5 min
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«Cos’hanno in comune Contador e Pogacar? Che ho corso con tutti e due», ora Majka ride. «Tutti e due sono forti di testa, impressionante. Tutti e due non mollano mai, non hanno paura. Però, una cosa che mi colpisce veramente di questo ragazzo è che ha vinto la Liegi e il Lombardia. Anche Alberto era un fuoriclasse che ha vinto il Tour de France, il Giro e la Vuelta. Però Tadej va forte dovunque e per tutto l’anno. E’ impressionante. Quest’anno voleva vincere il Lombardia e fosse stato per lui avrebbe attaccato da lontano. Non lo ha fatto solo perché aveva una squadra forte che lo ha portato al punto giusto. Insomma, due fuoriclasse, ma secondo me Tadej ha un dente di più, perché vince anche le classiche. E se non ha vinto il Fiandre, è stato per inesperienza. Nel ciclismo capita anche di sbagliare».

Al Tour del 2015 con Contador: i due hanno corso insieme dal 2011 al 2016
Al Tour del 2015 con Contador: i due hanno corso insieme dal 2011 al 2016

La squadra cresce

Nel 2021, il polacco è stato forse il primo colpo di mercato importante del UAE Team Emirates per rinforzare la squadra nell’anno successivo al primo Tour e il suo arrivo è stato provvidenziale. Oggi il team è ben più consistente, la campagna acquisti non si è fermata e Majka guardandosi attorno è la guida migliore per capire i piani di Pogacar e della squadra che lo affiancherà.

«Questa squadra sta crescendo – dice – sta diventando uno squadrone. Sono contento. Sono migliorati gli uomini, è migliorato il materiale, che fa tanta differenza. In più sono arrivati corridori come Wellens e Grosschartner che vanno forte anche in salita. Corridori da Tour de France. Nell’ultimo ci siamo decimati. Io mi sono fermato perché ho spaccato la catena. Nel ciclismo ci vuole un po’ fortuna, non solo le gambe. Perciò, se l’anno prossimo troviamo la fortuna e buone gambe, sono convinto che andrà meglio».

Majka e Pogacar dopo la vittoria di Longwy all’ultimo Tour, quando tutto sembrava facile
Majka e Pogacar dopo la vittoria di Longwy all’ultimo Tour, quando tutto sembrava facile

Tutti per Tadej

Dopo gli anni accanto a Contador, Majka si è messo in proprio, passando da leader o comunque da uomo importante alla Bora-Hansgrohe. I risultati non sono stati neanche male, ma non certo al livello per competere con i migliori. Al podio della Vuelta centrato nel 2015, si sono aggiunti il quinto e sesto posto al Giro, che però non bastavano. Così ha accettato la corte della squadra araba.

«Il mio ruolo è diverso – spiega – e anche se avrò le mie possibilità nelle corse di una settimana o magari in qualche fuga alla Vuelta, adesso si lavora per Tadej e tutto sommato viene facile. Sono più tranquillo, vado in bici e sono contento. Ho meno stress legato al risultato personale e intanto la squadra è diventata internazionale. 

«Quando sono arrivato – prosegue – non sapevo cosa aspettarmi, ma di certo non credevo di trovarmi così bene. Specialmente con Gianetti, veramente una brava persona che crede sempre nei suoi corridori. E’ importante che anche lui abbia corso, sa come funziona il mondo del ciclismo. E anche quando le cose non vanno, lui è dalla nostra parte».

Prima dell’allenamento, accanto ad Almeida, completando la sincronizzazione fra computer e spartphone
Prima dell’allenamento, accanto ad Almeida, completando la sincronizzazione fra computer e spartphone

Il mondo che cambia

Nel frattempo il ciclismo fuori è cambiato e capisci la difficoltà di recepire il cambiamento da parte dei corridori che sono cresciuti nel… vecchio mondo, rispetto ai ragazzi che anche oggi sin dagli juniores imparano ad allenarsi e mangiare con il supporto di un preparatore e un nutrizionista.

«E’ cambiato tutto – dice Majka – il modo di allenarsi e anche di mangiare. Nessuno mi aveva insegnato a mangiare 100-120 grammi di carboidrati per ora, mentre adesso abbiamo il nutrizionista e quando arrivo a casa, ho il programma per tutta la settimana di allenamento. Io prima mangiavo la mia insalata e andavo a fare 5-6 ore. Adesso mangio tanta pasta, mangio tutto però mangio le cose giuste. E poi sono cambiati i materiali. E’ tutto più veloce. La bici più aerodinamica. L’elettronica. Le maglie più leggere e più aerodinamiche. Mi ricordo che una volta Tosatto, che aveva quasi 40 anni, mi disse: “Giovane, la carriera passa veloce”. Ed è proprio così. Sta cambiando tutto, ogni anno si va più veloce e ogni anno arrivano più giovani corridori. Non lo so quanto dureranno le loro carriere, perché con questi ritmi la corsa è impressionante e uno che ha 19-20 anni ancora non è uomo. Sono ragazzi che devono ancora svilupparsi».

All’ultimo Tour, Majka era fra i più convinti della vittoria di Pogacar
All’ultimo Tour, Majka era fra i più convinti della vittoria di Pogacar

La fame di Pogacar

Pogacar farà eccezione? Nessuno può saperlo. Lo sloveno per primo ha espresso i suoi dubbi sulla durata di una carriera sempre al massimo, ma intanto Majka è testimone della sua voglia di riprendersi la maglia gialla. E allo stesso modo in cui lui per primo era rimasto colpito del crollo sul Granon, così sgrana gli occhi quando gli chiediamo se davvero Tadej sia determinato a rivincere il Tour, come ha detto.

«Io vi dico una cosa – parte con gli occhi sgranati – aspettate perché veramente vuole vincere. Quello che voglio dire è che sto tanto con lui, è un ragazzo che non molla mai. Ma quest’anno preparerà il Tour veramente bene. Sarà fortissimo. Lui per me quest’anno lavorerà come non ha mai fatto prima».

Orologio speciale e zainetto del sonno: il riposo dei pro’

15.12.2022
6 min
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Non è la prima volta che parliamo del sonno, di quanto sia importante nell’insieme della preparazione e nella vita dell’atleta. Questa volta però vi portiamo nella realtà. Nel raid fatto alla Green Project Bardiani Csf Faizanè, abbiamo “toccato” con mano questo aspetto con Borja Martinez Gonzalez che fa parte dello staff medico del team italiano. Borja, dottorato in scienze motorie, è un ricercatore spagnolo che lavora all’Università di Bologna. 

Abbiamo visto nel concreto come i ragazzi di Reverberi prestino attenzione a questo aspetto. E come in qualche modo vengano educati al sonno. Perché ci sono molte variabili che lo condizionano, specialmente nel mondo frenetico attuale.

Da quest’anno alla Bardiani, tra i vari aspetti medici Borja Martinez Gonzalez cura anche quello del sonno
Borja Martinez Gonzalez, da quest’anno alla Bardiani, tra i vari aspetti medici cura anche quello del sonno
Borja, parliamo di sonno e preparazione…

Ho fatto il mio dottorato focalizzandomi sulla valutazione e le contromisure per gli effetti negativi della privazione del sonno sulle prestazioni di resistenza presso l’Università del Kent (Regno Unito). Il sonno è recupero. E il recupero è performance. Meglio recuperi e più duramente puoi allenarti e pertanto migliorare le tue prestazioni. E noi cerchiamo sempre come migliorare le prestazioni. Per esempio la caffeina, visto che siamo in tema: se non hai un bel recupero, assunta più tardi durante il giorno potrebbe avere un effetto negativo sul sonno. E quindi, il giorno seguente potresti non essere in grado di fare un buon allenamento.

Ai vostri atleti fornite uno speciale orologio del sonno. Di cosa si tratta?

Il modo più accurato per valutare il sonno è fare un test in ospedale. Questo orologio non è così approfondito, ma ci dà importanti indicazioni e non richiede di recarsi in ospedale. In alcuni ospedali, l’unità del sonno fornisce ai pazienti questo orologio, utilizzato come valutazione preliminare, perché consente di raccogliere i dati a casa. Dopo una o due settimane, i dati degli orologi possono essere analizzati e quindi il personale medico può decidere se è necessario un test in ospedale o un intervento. C’è un algoritmo che li mette tutti insieme e analizza variabili, come l’ora in cui sei andato a letto, l’ora della sveglia, il tempo trascorso a letto, il tempo totale di sonno, l’efficienza, il tempo per addormentarsi, tempo trascorso a letto sveglio, eventi come svegliarsi nel cuore della notte per andare in bagno, livello di luce nella stanza.

E come si possono aiutare gli atleti?

E’ la prima volta che faccio questo lavoro con così tanti atleti e sarà curioso poi vedere tutti i dati. Dati che sono importanti anche per i medici, questa è ricerca applicata. Ad esempio, se c’è un atleta che non dorme abbastanza o ha molti disturbi, l’orologio lo registra e i medici della squadra possono intervenire rapidamente.

Lo speciale orologio dato in dotazione ai ragazzi della Green Project Bardiani Csf Faizanè
Lo speciale orologio dato in dotazione ai ragazzi della Green Project Bardiani Csf Faizanè
Come si fa a dire se un sonno è stato di qualità o no?

La qualità del sonno, quando non si valutano le diverse fasi del sonno in ospedale utilizzando gli elettrodi, è “soggettiva”. Quest’orologio misura la qualità come “efficienza” in base al tempo totale che il corridore è stato a letto e il tempo totale del suo sonno. E l’efficienza si calcola così: è stato a letto per 10 ore, ne ha dormite 8, la qualità è dell’80%. Però, vi dico, che secondo me non è questa la misura giusta della qualità del sonno. E infatti ogni giorno al risveglio, chiediamo ai nostri atleti di valutare il loro sonno da 1 (qualità ottima) a 5 (qualità pessima) .

Perché?

Perché alla fine prende in considerazione solo il tempo. Non si sa se è andato in un sonno profondo. Se ha avuto un sonno leggero. Questo si fa in ospedale con una polisonnografia. Però vedendo i suoi battiti cardiaci possiamo vedere quanto l’atleta si muove, se si alza per andare in bagno…

Il ritmo circadiano nelle 24 ore
Il ritmo circadiano nelle 24 ore
Perché un sonno può essere più o meno di qualità?

Magari perché il soggetto non è in una stanza idonea per dormire, perché sono in 2 o 3 in camera e si disturbano a vicenda, perché qualcuno durante la notte si alza e accende la luce o lascia la tv accesa…

Cosa stai notando in generale dei tuoi atleti? Dormono bene?

Non ho ancora iniziato l’analisi dei dati in modo approfondito, ma dando un primo sguardo posso dire che sono contento perché tutti riescono a dormire le canoniche 8 ore. E non è poco, perché spesso l’atleta di alto livello non ha il tempo per dormire tanto. Specie durante certe gare, quando arriva tardi in hotel, deve fare i massaggi, la doccia, cenare… Un’altra cosa che mi piace: sto notando che si addormentano in due o tre minuti.

In caso di problemi ad addormentarsi cosa consigli?

Di trovare una routine. Il cervello non sa se oggi è sabato o martedì. Tu devi andare a letto alla stessa ora cogliendo la tua “finestra di sonno”. Ognuno ne ha una. Sente proprio che ad un certo punto della serata rallenta. Per esempio, se uno ce l’ha alle 23, alle 22:30 magari fa una doccia rilassante o un po’ di stretching leggero, yoga, legge un libro…. Deve trovare un’abitudine.

Quanto incide il materasso?

Tanto e infatti anche in squadra ne stiamo parlando, ma certo non è facile e subentrano anche questioni di marketing. Giusto la scorsa settimana ho letto un articolo che parlava della temperatura corporea e del ritmo circadiano. C’era un materasso che in base al proprio ritmo circadiano cambiava la sua temperatura. Bisogna sapere infatti che quando ci addormentiamo la temperatura corporea scende. Poi ad un certo punto del sonno risale e in quel momento il corpo capisce che si è pronti ad alzarsi. Ma spesso accade che ci si svegli alle due o alle tre di notte. Questo materasso regola la temperatura e fa sì che non ci si alzi più nel cuore della notte. Tornando alla squadra in effetti il materasso incide. In una corsa di tre settimane se ne cambiano venti da hotel a hotel. Non fu un caso quando la Ineos-Grenadiers propose il suo motorhome per far dormire gli atleti, ognuno col suo materasso personale. Ma ci sono altri fattori da considerare, non solo il materasso.

Abbiamo capito che è un discorso complesso e allora, Borja, quali sono le tre cose peggiori per conciliare il sonno?

La caffeina. L’ultimo caffè dovresti prenderlo a pranzo. Poi direi andare a letto immediatamente dopo la cena, specie se è stata pesante. E usare il telefono fino a tardi o nel letto.

E invece le tre cose migliori che lo conciliano?

Tre sono poche! Come accennato, la miglior cosa è trovare una routine. La lettura va bene, così come abbassare le luce e i rumori. Ci si può aiutare con delle semplici mascherine da viaggio se c’è troppa luce. La stanza dovrebbe avere una temperatura fra 17° e 22°. E che sia buia davvero. Spesso i ragazzi portano del nastro isolante nero per oscurare i led delle tv e dei vari device nelle stanze. Sono utili anche i tappi per le orecchie. Costano poco e sono usa e getta. Orologio, tappi, mascherina, un libro… come c’è la borsa del freddo c’è anche quello che io chiamo zainetto del sonno.

Il progetto Nizzoli continua: parola di D’Aquila, l’alleato siciliano

15.12.2022
4 min
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Dopo aver parlato con Auro Nizzoli del progetto, purtroppo abortito nella pratica ma non nello spirito, di affiliare la squadra in Sicilia, abbiamo voluto sentire l’altra parte del discorso, Salvatore D’Aquila (nella foto Florio con il suo team Gds Almo) che conoscendo da lungo tempo il manager emiliano, si era dichiarato disposto a dare vita alla fusione delle due realtà, anche per dare una scossa al movimento siciliano.

D’Aquila ha una lunga esperienza, ha superato i 70 anni e soprattutto è l’organizzatore del Memorial Cannarella che in Sicilia è un’autentica istituzione, il crocevia ciclistico attraverso il quale sono passate tantissime società (e quindi tantissimi corridori) provenienti dal resto d’Italia. Il dirigente ragusano ricorda bene i primi contatti con Nizzoli e soprattutto quel carico di biciclette che portò con sé quando scese in Sicilia e consegnò a D’Aquila: «Tanti ragazzi iniziarono con quelle bici e ora corrono come junior. E’ solo un piccolo esempio di quel che si potrebbe fare se non ci si appoggiasse alla burocrazia per far tramontare le idee…».

I campioni regionali dell’Almo Nizzoli: da sinistra Luca Brancato, Margherita Putelli, il tecnico Giorgio Scribano e Clelia Centamore
I campioni regionali dell’Almo Nizzoli: da sinistra Brancato, Putelli, il tecnico Scribano e Centamore
Molto si è parlato dell’abolizione dei vincoli. La trova d’accordo?

E’ un’arma a doppio taglio. Può funzionare se viene regolamentato proprio come avevamo pensato di fare noi, permettendo ai ragazzi di fare un’attività diversificata. Così significa solo che le squadre più forti economicamente, abbagliate dal sogno di trovare il campione in erba, verranno a prendere quei pochissimi ragazzi talentuosi, strappandoli alla propria realtà familiare e sociale. Il risultato? Quei ragazzi presto potrebbero perdere la strada giusta (e non parlo solo ciclisticamente) mentre il movimento s’impoverisce e alla fine rischia di scomparire. Ma scomparire davvero, un po’ come sta succedendo in Calabria.

Perché pensa che si possano perdere?

Intanto perché i corridori vanno fatti crescere piano piano – risponde D’Aquila – introdotti in questo mondo che è fatto di vittorie e sconfitte e che è anche un po’ lo specchio della vita. Le società cercano il nuovo Nibali, dimenticando che il nuovo Nibali non c’è, non solo in Sicilia. Non si deve pensare alla società, ai risultati, ai successi da esibire allo sponsor di turno. Noi dobbiamo lavorare con i ragazzi, educarli. Perché si perdono? Perché non hanno gli strumenti per assorbire le difficoltà, le sconfitte, se sono strappati dalle loro famiglie, dalla loro realtà. Così si rischia di fare loro davvero del male, di fargli perdere i veri valori.

La premiazione dell’under 23 Antonio Spada (Team Valcavasia), primo al Memorial Cannarella 2022
La premiazione dell’under 23 Antonio Spada (Team Valcavasia), primo al Memorial Cannarella 2022
Che sono?

Partiamo ad esempio dalla scuola: il ciclismo è importante, anche per il futuro, ma la scuola lo è molto di più. Per noi questo è un dogma: chi viene bocciato perde anche il tesserino per l’anno successivo, perché i risultati a scuola vengono prima di quelli in bici. Perché ciò avvenga, però, bisogna che il ragazzo resti nella sua regione, continui la sua vita normale e nel frattempo cresca, a tutti i livelli.

Parlava a tinte fosche del futuro del movimento. Effettivamente nelle gare del 2022 in Sicilia abbiamo visto pochissimi partecipanti, sempre gli stessi negli ordini d’arrivo. Cos’è che manca?

Innanzitutto, se guardiamo il calendario, le gare vere si possono contare sulle dita di una mano – ammonisce D’Aquila – le altre sono tutte circuiti brevissimi e con uno sviluppo chilometrico ridotto, che nulla danno ai corridori. Bisogna guardare in faccia la realtà: i corridori juniores sono pochissimi, ma le società dovrebbero investire sulle categorie giovanili, per ricreare un movimento valido. In Sicilia lo si fa nella mountain bike e i risultati, dal punto di vista dei numeri, sono ben diversi. Perché non possiamo farlo anche per la strada con progetti mirati?

Luca Brancato, plurivincitore nel 2022 fra gli allievi e pronto a passare di categoria
Luca Brancato, plurivincitore nel 2022 fra gli allievi e pronto a passare di categoria
Che cosa serve perché si possa fare?

Innanzitutto le sostanze economiche. Io spendo almeno 20 mila euro, chi può farlo? Bisogna quindi muoversi con idee valide per trovare i fondi, poi servono persone che abbiano davvero passione e capacità di sacrificarsi. Dico anche che bisogna agire senza aspettare che cosa fa la Federazione: da anni si parla di un calendario per il Centro-Sud, ma restano sempre solo parole…

Il progetto con Nizzoli resta quindi in essere?

Nella sostanza sì. Tanto è vero che noi ci affilieremo come Gds Almo-Nizzoli e loro Nizzoli-Almo a testimoniare la fratellanza dei due gruppi. Ci si scambieranno esperienze, andremo a correre da loro e loro verranno da noi. I nostri 6 juniores faranno un’attività sostenuta proprio da quelle parti, affrontando il meglio della categoria. Esordienti e allievi che sono in totale altri 14 ragazzi correranno invece qui. La storia ci dimostra che ragazzi che magari all’inizio non emergono, ma hanno uno sviluppo sano, tranquillo, con le dovute tappe, alla fine avranno le loro soddisfazioni e potranno anche avere un futuro nel ciclismo. Chi vince troppo presto difficilmente dura…

Piccolo e Pino Toni: un binomio ormai indissolubile

15.12.2022
5 min
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Il ritorno di Andrea Piccolo aveva suscitato molte reazioni, tutte positive e quasi sbalordite. La rapida scalata che ha portato il giovane corridore dal nulla assoluto del caso Gazprom alla Drone Hopper ed infine alla EF Education Easy Post ha fatto capire lo spessore dell’atleta. Se a tutto ciò si aggiunge che è avvenuta in soli 24 giorni di corsa, dal 26 giugno al 16 ottobre, il tutto diventa ancora più da capire e raccontare. 

Pochi giorni fa è stato Pino Toni a spiegarci quanto ci sia di eccezionale in questo ragazzo, che da junior aveva il segno del talento tatuato addosso. Alcune vicissitudini hanno cercato di portarlo lontano, ma un’atleta di questo spessore è in grado di ritornare sulla strada maestra. Pino Toni ha preso Piccolo a maggio e non lo ha più lasciato, anche ora che il WorldTour sarà casa sua. 

Il ritorno alle corse è avvenuto al campionato italiano, quarto e una grande iniezione di fiducia (foto Drone Hopper/Sirotti)
Il ritorno alle corse è avvenuto al campionato italiano (foto Drone Hopper/Sirotti)

Le parole del preparatore

Le parole di Pino Toni il giovane lombardo le aveva lette appena pubblicate, così quando gli abbiamo chiesto di commentarle insieme a noi, il tutto è diventato molto più semplice. 

«Sono parole ed opinioni – dice Piccolo – che ci eravamo già dette in privato, sicuramente è un piacere essere descritto così anche in pubblico, vuol dire che Pino ci crede davvero. Lui di questo mondo ne sa molto, ha tanta esperienza maturata in diverse squadre, maturata in molti anni quindi sicuramente ci ha fatto l’occhio».

Per simulare il ritmo corsa Piccolo ha fatto molti chilometri dietro moto scortato da Pino Toni
Per simulare il ritmo corsa Piccolo ha fatto molti chilometri dietro moto scortato da Pino Toni
Avete iniziato a lavorare ma quando vi siete incontrati per la prima volta?

A marzo sono andato via dai Carera e sono passato con Giuseppe Acquadro, in quel momento uscivo dalla Gazprom e mi hanno presentato Pino. 

Come è stato arrivare a stagione in corso?

Abbiamo parlato molto e dal confronto sono nati spunti interessanti. Dal suo punto di vista penso sia stato bravo a prendere un corridore già allenato e trovare subito la strada giusta per lavorare. Mi ha iniziato a seguire quando io stavo facendo il mio Giro d’Italia a casa, cento ore di allenamento in 21 giorni. Era la risposta a quel momento difficile, ho trovato motivazione ponendomi un obiettivo personale. 

Pino ci ha detto che la sua sorpresa è arrivata al campionato italiano, era la tua prima gara dopo mesi e sei arrivato quarto.

La più grande difficoltà che ho avuto quando ho iniziato a lavorare con Pino era il fuori soglia. Non correndo da molto tempo, non ero in grado di produrre quel tipo di sforzo che ti arriva solo in corsa. Per sopperire a questa mancanza abbiamo fatto molto dietro moto.

La prima corsa con la EF è stato il Tour de l’Ain ad inizio agosto
La prima corsa con la EF è stato il Tour de l’Ain ad inizio agosto
E’ servito, no?

Sicuramente il lavoro fatto mi ha dato una grande mano, ma correre è un’altra cosa. Ad un certo punto della corsa stavo meglio in salita che in pianura. Andare a tutta in salita quando si è in corsa o in allenamento è la stessa cosa, non si può andare oltre un certo valore. In pianura, invece, è completamente diverso, perché i cinquanta all’ora li puoi fare solo in corsa. Bisogna anche essere allenati per reggere quelle frequenze a quella velocità. 

Hai corso molto ed in breve tempo, saltando da una gara all’altra…

L’obiettivo era proprio quello, fare tante gare ed allenarsi il meno possibile, questo per un paio di mesi. Alla fine di questo periodo era prevista una pausa per allenarmi meglio e alzare l’asticella. Il 2022 è stato l’anno del ritorno alle gare, non mi importava dove e come, era fondamentale tornare ad attaccare il numero. 

Il 2023 che hanno sarà? Pino ha detto che doveva andare a parlare con lo staff delle EF…

Ora l’obiettivo è tornare a correre con un criterio, cercando dei risultati in determinate gare. Il calendario ed i programmi di lavoro saranno più definiti, già posso dire che le classiche delle Ardenne potranno essere interessanti. Sarà davvero importante programmare, correre tanto mi è servito, ma se voglio alzare ancora di più l’asticella dovrò curare molto anche gli allenamenti a casa. I grandi corridori fanno così, guardate Vingegaard, non corre per due mesi ma poi si presenta alle gare pronto.

L’ultima gara della stagione è stata la Japan Cup Cycle Road il 16 ottobre
L’ultima gara della stagione è stata la Japan Cup Cycle Road il 16 ottobre
Tornare nel WorldTour come ti ha fatto sentire?

Tranquillo, sono felice di essere qui ma non sento pressione. Io faccio tutto al meglio, se metto tutto me stesso nelle cose che faccio non posso recriminarmi nulla. 

Allenarsi con consapevolezza è fondamentale, questo tu lo sai fare.

Al giorno d’oggi se non ti sai allenare a casa è difficile rimanere ad un livello alto. Tutti i corridori di punta si allenano bene ed arrivano alle corse pronti. Per me la bici è un passione quindi non mi pesa fare tante ore di allenamento o lavori specifici. Oggi (martedì, ndr) da me ha nevicato e per non perdere la giornata ho fatto due sessioni sui rulli. Ovviamente bisogna lavorare nel modo corretto, ed avere al mio fianco Pino mi permette di pensare che io lo stia facendo. 

Che rapporto hai maturato con lui?

Ormai mi sento di poter dire che fa parte di me e spero di lavorare con lui per molti anni. Mi ha dato tanta fiducia e una grande motivazione, e per questo lo ringrazio. 

Indagine con Cataldo sulle frenesie del gruppo

15.12.2022
8 min
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Proprio alla fine dell’intervista, il discorso con Dario Cataldo ha imboccato una direzione imprevista. Dopo aver definito il suo ruolo alla Trek-Segafredo, di cui evidentemente vi racconteremo in un prossimo articolo, l’abruzzese ha cominciato a ragionare su cosa ci sia di diverso da due anni a questa parte nelle dinamiche del gruppo. E su quale possa essere il suo futuro, dato che l’ultimo rinnovo di contratto lo porterà fino ai 39 anni.

L’hotel Diamante Beach è il solito andirivieni di corridori e appassionati, che in queste due settimane che conducono al Natale trasformano la Costa Blanca nel più grande raduno di team professionistici. Il Peñon de Ifach, lo sperone roccioso che sovrasta la spiaggia, è come un campanile: lo vedi da qualunque direzione arrivi.

«La vera differenza è che si corre in modo molto più aggressivo – spiega Cataldo – serve più esplosività, si va tutta dall’inizio alla fine. Si corre quasi come degli under 23, un modo di interpretare la corsa molto diverso. Ovviamente quando sei più giovane, questa brillantezza ce l’hai. Per questo si vedono i corridori giovani che partono in modo molto spavaldo, se hanno motore vanno. Il problema per un corridore più maturo è che diventa diesel. Ha più fondo, più resistenza, più recupero. Quindi con questo modo di correre fatica di più, è difficile mettersi in mostra e far vedere quello che sai fare. Per questo, se nel ciclismo di 4-5 anni fa era pensabile arrivare fino ai 40 anni, adesso è molto complicato. Passati i 35, il motore inizia a cambiare. Quindi o sei un Valverde che ha un motore fuori dal comune e quindi compensi, altrimenti diventa dura».

Il Peñon de Ifach domina la scena di Calpe, spezzando la spiaggia in due
Il Peñon de Ifach domina la scena di Calpe, spezzando la spiaggia in due
E’ un caso che queste differenze, questa svolta sia venuta fuori nel 2020 del Covid?

Secondo me sì. Già prima del lockdown era iniziato un approccio diverso alla gara, solo che nessuno ci ha fatto caso, visto quello che sarebbe successo di lì a poco. Già nelle prime gare che feci nel 2020, tipo la Valenciana, si notava che si correva in modo più aggressivo, poi con la riapertura dopo il lockdown, certe cose si sono accentuate. Si è creata una combinazione di fattori. La stagione è diventata cortissima. Chi era in scadenza di contratto doveva sparare tutte le cartucce in quei tre mesi, per cui erano tutti preparati al massimo del massimo. I più giovani in quell’andare a tutta e in modo nervoso si sono ritrovati facilmente e hanno portato il loro modo di correre più spavaldo (Cataldo allarga le braccia, ndr). Hanno cominciato ad attaccare a 70-100 chilometri dall’arrivo. E da lì sono iniziate a cambiare anche le dinamiche di corsa.

Ogni giorno come una tappa del Tour, più o meno?

I primi tempi, con quel modo di andare, la gara si accendeva subito e quindi serviva più tempo perché andasse la fuga. Era difficile prenderla. La fuga va quando c’è un rilassamento del gruppo, invece se si va sempre a tutta, le cose cambiano. Ci vuole più tempo. In quel momento che veniva dopo il lungo stop del Covid, i corridori più maturi erano in sofferenza. Al corridore giovane basta poco per tornare subito brillante. Uno più grande ha bisogno di correre, di tenere di più il motore aperto per poter rendere. Nel 2020 è stato così, poi progressivamente è andato cambiando ancora. Già da quest’anno i valori sono tornati vicini alla normalità.

Con Elvio Barcella, massaggiatore, Calabresi e Casarotto di Enervit hanno portato al team le ultime novità
Con Elvio Barcella, massaggiatore, Calabresi e Casarotto di Enervit hanno portato al team le ultime novità
Ad eccezione di qualche caso, sono diminuite anche le fughe pazze.

Tante volte partivano dei corridori a 100-150 chilometri dall’arrivo. Allora quelli come Cataldo (sorride, ndr) facevano i loro conti, con l’esperienza si riesce a farlo. Vedevi quanti corridori erano, il tipo di percorso, sentivi il vantaggio da radio corsa e stabilivi che per riprenderli si sarebbe dovuti andare a una certa velocità per un tot di tempo. Sapevamo già come sarebbe andata a finire. Invece i primi tempi non funzionava più. Iniziavi a tirare, si iniziava ad andare veloce, poi velocissimo, eppure quelli in testa non perdevano vantaggio. Da quando si è capito questo, non lasci più tanto vantaggio. E’ iniziato un processo di revisione, si può dire così. E alla fine, dato che il gruppo è sempre più folto perché il livello si è alzato, per fare delle grandi differenze devi partire da tanto lontano, altrimenti la situazione è più sotto controllo.

Che cosa significa che il livello si è alzato?

In gruppo ci sono più energie e secondo me questo cambio è dovuto molto all’alimentazione. Le teorie legate al mangiare in corsa e fuori sono cambiate tanto. Prima si mangiava meno per ingrassare meno, adesso si mangia tantissimo, per bruciare di più e consumare di più. In gara il serbatoio deve essere sempre pieno. Si sta tutti con le bilance per mangiare il giusto dopo la gara o prima della gara, mentre in corsa si mangia l’impossibile. Si mandano giù quantità impressionanti. Io certe volte non riesco a starci dietro. C’è da prendere 90-120 grammi di carboidrati all’ora. Cioè, facciamo il calcolo, quanti piatti di riso sono in cinque ore di gara? Poi magari lo dividi tra i gel e le borracce, però è tanto e tante volte non ci stai. Prima questa gestione non c’era.

Gli automobilisti della Costa Blanca sono abituati ai ciclisti, ma la prudenza non guasta mai
Gli automobilisti della Costa Blanca sono abituati ai ciclisti, ma la prudenza non guasta mai
E’ scomparsa la crisi di fame?

Se vai in crisi di fame, è perché hai cercato di alimentarti, ma ci sono delle condizioni che non ti permettono di farlo. Magari perché fa freddissimo, si va talmente a tutta che non hai tempo di mettere le mani in tasca. Oppure le hai congelate e non riesci a prendere da mangiare. E mentre tu sei così, gli altri continuano ad andare forte perché sono riusciti ad alimentarsi. Stando così le cose, prima per arrivare a una crisi di fame dovevi aver consumato tutto, adesso basta avere un calo minimo e sei fuori. Perché gli altri sono ancora a gas aperto. Questo è quel che sta facendo la differenza. E’ come in Formula Uno. Le macchine, il motore, gli ingegneri che calcolano la benzina, la qualità della benzina, la quantità. Quanti giri fai con un pieno. E’ diventato così anche nel ciclismo. L’aerodinamica, i watt, le proteine, i carboidrati. Fondamentalmente siamo dei motori biologici.

Non è un po’ troppo?

Secondo me è giusto che sia così, opinione di Dario Cataldo, insomma. Lo sport comunque è ricerca della perfezione. E il ciclismo è uno sport dove riesci a mettere insieme sia la parte biologica, come accade anche nella maratona, la parte tattica, la parte tecnica nel senso delle abilità, la parte tecnica nel senso di meccanica, aerodinamica, resistenze meccaniche, leggerezza e peso. Dall’unione di queste cose, crei quasi la macchina perfetta. Sicuramente è molto più stressante, non è più il ciclismo eroico di prima. Anche in Formula Uno una volta rompevano il volante e finivano la gara con la chiave inglese che reggeva il piantone dello sterzo. Oggi sarebbe impensabile, no?

Prima dell’uscita con Tiberi e Mads Pedersen, uomo veloce per cui Cataldo ha spesso lavorato
Prima dell’uscita con Mads Pedersen, uomo veloce per cui Cataldo ha spesso lavorato
Hai detto “macchina quasi perfetta”.

Perché nonostante tutto, alla fine hai comunque a che fare con degli umani e trovi quello che rompe gli schemi, anche se è sempre più difficile. Non è tutto matematica, l’aspetto psicologico conta tantissimo. Ad esempio, alla Vuelta abbiamo vinto una tappa con Pedersen, a Talavera de la Reina, che a livello personale è stata bellissima. La squadra era contentissima.

Che cosa è successo?

Era una tappa corta, di 138 chilometri, difficilissima da controllare. Si faceva due volte un circuito con una salita, era impossibile tenere chiusa la corsa, perché al primo giro ci avrebbero tirati scemi attaccando. Idem al secondo e poi gruppo in pezzi. Invece De Jongh (diesse del team, ndr) ha detto subito che ce la potevamo fare. Era convintissimo e vederlo così ci ha motivato tantissimo. Siamo partiti con un’aggressività spaventosa. La fuga è andata via subito, ma abbiamo lasciato il margine giusto. Abbiamo iniziato a chiudere, abbiamo fatto stancare quelli dietro con delle frustate in discesa. Abbiamo aggredito tanto la gara che gli altri non sono arrivati nel finale con le forze giuste. Eravamo sfiniti, di tutta la squadra erano rimasti solo due dei nostri. Bastava che tre o quattro si fossero svegliati un attimo e avrebbero lasciato il gruppo al vento.

Invece?

Abbiamo ammazzato così tanto psicologicamente il gruppo, che nel finale siamo riusciti ugualmente a fare il treno e lanciare Mads alla vittoria. Ci sono delle situazioni in cui aggredire la corsa o fare qualcosa che gli altri non si aspettano, può cambiare le cose. Ogni corsa è una storia, ma su queste teorie si potrebbe scrivere un libro.

Il giorno di Talavera la Reina è per Cataldo un capolavoro tattico della Trek
Il giorno di Talavera la Reina è per Cataldo un capolavoro tattico della Trek
Quindi alla fine la differenza la fanno sempre il modo di interpretare la corsa e un direttore con la visione giusta?

Per quanto tu possa spingere al massimo la prestazione della persona, nel ciclismo ci sono troppe variabili in più rispetto alla Formula Uno. Le discese, le condizioni, la pioggia, il freddo… Troppe cose che non si riesce a calcolare. E poi la bici ha un’altra cosa che fa la differenza rispetto alle auto da gara.

Quale?

La cosa bella del ciclismo è che le corse sono una cosa, la bici e il suo fascino un’altra. Magari un giorno smetterò di essere corridore, ma non smetterò mai di essere ciclista, di amare la bici. Mi succede spesso di essere saturo, di tornare a casa e dire che non voglio vederla più neanche in fotografia. Il giorno dopo invece arriva uno, indica la mountain bike e ti invita a fare un giro nei boschi. Accetti subito, magari sei stanchissimo eppure ti fai cinque ore. Perché della bici sono innamorato e non me ne stancherò mai.

Inizio stagione ritardato, Dorigoni pensa ai tricolori

14.12.2022
5 min
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C’è un nome che fino alla scorsa settimana era assente dagli ordini d’arrivo del ciclocross italiano e non era un nome di poco conto, trattandosi del campione italiano. Jakob Dorigoni ha iniziato la sua stagione con molto ritardo, volutamente, pensando al futuro. Rispetto agli altri, l’altoatesino ha chiuso dopo la sua stagione “extraciclocross” dedicata alle marathon mtb e ha avuto bisogno di tempo per poter ripartire. Finora ha preso parte a tre gare e i lavori procedono, in attesa di ritrovare la forma dei momenti migliori.

La sosta si è resa necessaria per ricaricare le batterie e l’altoatesino non è per nulla dispiaciuto della scelta: «Mi sono fermato il 23 ottobre e ho ripreso a gareggiare il 4 dicembre: in questo frattempo sono rimasto senza bici non più di 10 giorni, perché altrimenti la ripresa sarebbe stata più difficile e lunga. Avevo bisogno di staccare sia di testa che fisicamente. Noi atleti non ci rendiamo conto di quanto siamo stressati a fine stagione e di quanto la testa influisca sulle prestazioni».

Conferma del tedesco Meisen a Vittorio Veneto, ma Dorigoni è stato 3° a 1’32” (foto Billiani)
Conferma del tedesco Meisen a Vittorio Veneto, ma Dorigoni è stato 3° a 1’32” (foto Billiani)
La tua stagione di mtb com’era andata?

Diciamo che mi ha fatto riflettere: nel finale di stagione non mi sono praticamente allenato, andavo avanti quasi per forza d’inerzia, eppure sono state le mie migliori gare in assoluto. Questo significa che era la testa a influire maggiormente e riposare non faceva che accrescere le mie possibilità. Avrei anche potuto tirare dritto con la condizione che avevo, ma mi sarei portato dietro una grande stanchezza. Inoltre bisogna anche sapersi dosare e prendersi le pause dovute per avere dei buoni picchi di forma.

Come ti sei trovato nelle tue prime uscite di ciclocross?

Sono stato contento non per i risultati, quanto per la mia resa in bici. Ho affrontato subito gare difficili, con molto fango e che necessitavano di corsa a piedi. Erano più sfide contro se stessi che per la classifica, almeno per me e nel complesso mi sono trovato bene. Si vedeva che gli altri avevano un altro ritmo, soprattutto nelle prime fasi, ma sono sempre riuscito a chiudere in crescendo rimontando posizioni e questo mi fa ben sperare.

Fontana è rientrato anche lui in ritardo, ma aveva già più esplosività (foto Billiani)
Fontana è rientrato anche lui in ritardo, ma aveva già più esplosività (foto Billiani)
Con te ha ripreso anche Filippo Fontana, che a differenza tua viene dal cross country di mtb. Considerando le differenze delle vostre due discipline alternative, la ripresa è diversa, nel tuo caso sei penalizzato rispetto a lui?

Non direi, io penso che ogni disciplina ti dà e ti toglie. Anche chi viene dalla strada ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Quel che conta è l’allenamento specifico e il ritmo gara, dove convogliare le proprie caratteristiche. Forse all’inizio io sono più lento a carburare rispetto a chi fa cross country ed è più esplosivo, ma nel finale la situazione può cambiare e la mia resistenza mi permette di recuperare.

Tu hai scelto di esordire subito con gare internazionali…

E’ stata la scelta migliore. Il ritmo gara in allenamento non lo acquisisci, devi per forza metterti alla prova confrontandoti al massimo livello. Una gara ideale ad esempio è quella di Vittorio Veneto, dove davvero ognuno deve correre per sé.

A Faé di Oderzo la gara più difficile: l’altoatesino ha chiuso 6° a 50″ da Bertolini (foto Billiani)
A Faé di Oderzo la gara più difficile: l’altoatesino ha chiuso 6° a 50″ da Bertolini (foto Billiani)
Quali obiettivi ti poni a questo punto?

Io guardo alle gare di gennaio, alla difesa della maglia tricolore al campionato italiano, l’importante sarà essere in forma per allora. Poi nel frattempo voglio dare il massimo e cogliere più risultati possibili con il passare delle settimane e il miglioramento della mia condizione.

Non hai parlato di maglia azzurra…

La maglia azzurra bisogna meritarsela e si può fare solo con i risultati. In nazionale ci va chi merita, il pedigree passato non serve a molto. Se farò i risultati giusti bene, altrimenti sarò il primo a fare il tifo per chi ci sarà.

Dorigoni impegnato a Jesolo, dove è finito quarto a 32″ da Fontana (foto Billiani)
Dorigoni impegnato a Jesolo, dove è finito quarto a 32″ da Fontana (foto Billiani)
Con Pontoni ti sei sentito?

Finora no, ma sa che iniziavo più tardi e sa bene come la penso, quando sarà il momento avremo modo di confrontarci, ma come detto voglio farlo con qualcosa di concreto in mano.

Nella prossima stagione di mtb cambierà qualcosa?

Direttamente no, continuerò ad affrontare le marathon sperando di andare sempre più forte, rimanendo alla Torpado che è un top team. Quel che cambia è il contorno: da quest’anno sto studiando scienze motorie a Innsbruck, questo intanto mi ha costretto a spostarmi in Austria come base operativa, dove sono durante tutta la settimana per studiare e seguire le lezioni per poi essere in trasferta nei weekend. Poi un po’ influisce anche sulla gestione quotidiana che è un po’ cambiata, ma ci si può adattare senza penalizzare il rendimento in gara.