Mondiale d’agosto, si passa dal Tour? L’idea di Bennati

20.12.2022
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Il ritorno del mondiale ad agosto, com’era sempre stato fino al 1994, diventerà presto un argomento da sviscerare. Ce ne siamo accorti nei ritiri girati in questi giorni e negli incontri di cui continueremo a raccontarvi. Quale potrebbe essere il miglior avvicinamento alla sfida iridata?

Bennati, 42 anni, è il tecnico della nazionale dei pro’ da un anno. Glasgow sarà il suo secondo mondiale
Bennati, 42 anni, è il tecnico della nazionale dei pro’ da un anno. Glasgow sarà il suo secondo mondiale

L’esempio di Tokyo

Il ricordo va al 2021, quando le Olimpiadi di Tokyo si corsero appena sei giorni dopo l’ultima tappa del Tour e Carapaz si servì della corsa francese, chiusa al terzo posto, per vincere l’oro. Questa volta i mondiali si correranno due settimane dopo la tappa di Parigi: un periodo forse troppo lungo, che andrà gestito nel modo giusto. Per questo e con il pretesto degli auguri di Natale, abbiamo chiamato Daniele Bennati per conoscere il suo pensiero sull’argomento.

«Il percorso del mondiale di Glasgow non è stato ancora ufficializzato – saluta il tecnico azzurro – e aspetto di vederlo, ma per quello che ho potuto capire su Strava, c’è un tratto in linea di 125 chilometri con una salita di 5 o 6 chilometri avvicinandosi al circuito. Questo invece è pieno di curve e continui rilanci e si farà per 10 volte. Serve gente capace di alzarsi sui pedali e uscire forte dalle curve. Ricorda un po’ il percorso degli europei vinti da Trentin. Ci sono strade larghe, che di colpo diventano molto strette. Per questo partecipare al Tour de France sarebbe l’avvicinamento migliore».

I tre del podio di Tokyo (Van Aert, Carapaz e Pogacar) arrivavano direttamente dal Tour de France
I tre del podio di Tokyo (Van Aert, Carapaz e Pogacar) uscivano dal Tour
Migliore non significa che sia l’unico…

Non è un avvicinamento obbligato. Chiaramente ci sono dei corridori italiani, che potrebbero essere interessati al mondiale e che probabilmente non andranno in Francia. Penso ad esempio a quelli della UAE Emirates. In certe squadre, il posto al Tour de France non è affatto scontato, avendo un uomo come Pogacar.

Si può fare in modo di orientare certe decisioni?

Non posso incidere più di tanto sui rapporti e sui programmi degli atleti. E’ sempre più difficile e non voglio mettermi di mezzo. Sicuramente posso parlare con i direttori sportivi, per cercare di capire quali programmi abbiano per i loro corridori. Ma anche i direttori sportivi alla fine devono rendere conto ai team manager. Certo però gli uomini interessati al mondiale potrebbero chiedere di inserire il Tour nel loro programma…

La corsa dei pro’ partirà da Edinburgo, arriverà a Glasgow e qui entrerà nel circuito
La corsa dei pro’ partirà da Edinburgo, arriverà a Glasgow e qui entrerà nel circuito
Cosa fare nelle due settimane fra Tour e mondiale?

Non c’è bisogno di fare chissà quali allenamenti, il Tour dà quello che serve. Solo che due settimane non sono un periodo breve, per cui l’opzione migliore è andare a San Sebastian che si corre dopo la prima settimana.

Esiste un’alternativa al Tour?

Chiaramente sì. Potrebbe essere correre il Giro d’Italia e poi immaginare di fare anche il Giro d’Austria (2-6 luglio, ndr) perché è una corsa a tappe di una settimana che finisce in un periodo tutto sommato funzionale alla preparazione del mondiale. Il discorso infatti sarà proprio inquadrare l’avvicinamento al mondiale di quelli che faranno il Giro. Potrebbero staccare completamente dopo l’ultima tappa e prevedere un periodo di altura in avvicinamento al Giro dell’Austria. Oppure potrebbero tenere duro fino ai campionati italiani, arrivandoci tramite il Giro di Svizzera o il Delfinato. E da lì potrebbero tirare dritto fino al mondiale. Si potrebbero anche fare Giro e Tour, ma ho qualche dubbio…

Nel 2018 a Glasgow Trentin vinse il campionato europeo battendo Van der Poel e Van Aert
Nel 2018 a Glasgow Trentin vinse il campionato europeo battendo Van der Poel e Van Aert
Come Dainese quest’anno?

Infatti pensavo proprio ad Alberto. Al Giro è andato fortissimo, tanto che ha vinto una tappa. Poi lo hanno mandato al Giro del Belgio e da lì è andato al Tour. Quando l’ho convocato all’europeo di Monaco, l’ho trovato piuttosto stanco e la sua stagione di fatto è finita lì. Forse il suo programma è stato un po’ troppo ambizioso.

Stradine strette, continui rilanci: non sembra il mondiale da velocisti di cui si parla…

La mia idea è che serviranno uomini da classiche…

Si parla di una distanza intorno ai 280 chilometri per un dislivello di quasi 3.200 metri. Ad agosto dovrebbe essere scongiurato il rischio della pioggia (anche se quando Trentin vinse il campionato europeo, l’acqua non mancò e il periodo era lo stesso), ma ugualmente i dieci giri del circuito di Glasgow e le loro curve potrebbero incidere sul risultato della corsa. Al momento si parla di velocisti, ma dovranno essere velocisti da Nord o da Tour de France. Più probabile l’arrivo dei soliti noti. Nel 2018, sul podio degli europei alle spalle di Trentin, finirono Van der Poel e Van Aert.

Grenchen è dietro l’angolo. L’avvicinamento di Villa

19.12.2022
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Da Grenchen a… Grenchen, la rotta della nazionale di Marco Villa verso l’europeo è appena cominciata. A poco meno di due mesi dalla rassegna continentale su pista, una parte della pattuglia azzurra è stata impegnata due giorni fa sull’anello del Tissot Velodrome nel Track Cycling Challenge, gara di classe 1 che assegna punti per il ranking in vista del mondiale (in apertura foto Jasmin Honold).

Un’altra parte del gruppo italiano, guidato da Ivan Quaranta era invece in Portogallo ad Anadia per una prova di classe 2 col medesimo obiettivo. Prima di queste due corse, il cittì Villa aveva radunato a Calpe undici uomini e sei donne per gettare le basi all’appuntamento svizzero. Il programma di avvicinamento appare intenso. L’8 febbraio, data di inizio degli europei, non è poi così lontano. Interessante quindi fare il punto della situazione col tecnico cremasco.

Il cittì Villa seguirà un programma dettagliato per gli europei 2023
Il cittì Villa seguirà un programma dettagliato per gli europei 2023
Marco come sono andate queste ultime settimane di lavoro?

Bene, ma dobbiamo crescere. In Spagna abbiamo pedalato solo su strada perché il velodromo di Valencia non ce lo hanno potuto dare a causa di lavori di manutenzione. A Montichiari invece si è allenato il gruppo dei velocisti. Nelle prove di questi giorni abbiamo ottenuto risultati in linea con il nostro stato di forma. Sono comunque gare che bisognava fare. E sono tutti punti necessari per mantenere o migliorare il nostro posizionamento internazionale.

Abbiamo visto qualche nome nuovo…

Sì, esatto. Il gruppo è consolidato, ma volevo fare degli inserimenti. Tra gli uomini c’erano Ursella, Delle Vedove e Colosio, mentre tra le donne ho chiamato Basilico e Vitillo.

Cosa prevede la preparazione d’ora in poi?

Tra Natale e Capodanno faremo dei richiami a Montichiari. A gennaio torneremo in Spagna per un’altra sessione su strada con donne e under 23 uomini, poi nuovamente lavori in pista. Nel frattempo il 10 gennaio partiremo per l’Argentina dove correremo la Vuelta San Juan dal 22 al 29. Aggregati a noi ci saranno anche Viviani e Ganna che poi faranno la gara con la Ineos. Abbiamo scelto di partire presto perché avremo la possibilità di lavorare in pista. Laggiù grazie alle conoscenze di Giovanni Lombardi, potremo girare sul nuovissimo anello di San Juan, che deve essere ancora inaugurato. Abbiamo fatto un programma ben dettagliato e non è stato semplice allestirlo.

Qual è stata la difficoltà maggiore?

Far incastrare tutto è sempre più complicato. I nostri ragazzi, uomini e donne, sono sempre più patrimonio delle squadre di club ed è normale che alcuni team non vogliano privarsi per troppo tempo dei loro atleti. Per fortuna ed anche per merito, il nostro sistema è ormai collaudato e riusciamo ad organizzare sempre tutto al meglio.

Dopo quasi tre anni, per effetto del covid, si torna a correre a febbraio una manifestazione importante. E’ cambiato qualcosa nella preparazione?

E’ normale che ci siano meno riferimenti. Fino a 15/20 giorni fa avevamo atleti ancora in vacanza. Per il momento infatti non abbiamo ancora guardato i tempi sul cronometro. Di buono c’è che per gli europei tutte le nazionali partiranno alla pari. Fino al 2020 a febbraio c’erano i mondiali e ti dovevi scontrare con nazionali, tipo le oceaniche, asiatiche e sudamericane, che avevano sfruttato la loro estate per prepararsi. Quindi per noi il lavoro e di conseguenza i risultati erano molto più difficili da fare.

Cosa rappresentano per la nazionale di Marco Villa questi europei?

Tanto. E’ la prima prova di qualifica olimpica. Le altre saranno le tre prove di Nations Cup ed infine il mondiale di Glasgow il prossimo agosto. Per Tokyo 2020 avevamo dieci prove mentre ora non puoi permetterti di sbagliare quasi nulla. In Europa poi c’è una maggiore concorrenza rispetto agli altri continenti. Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Danimarca, Francia, Belgio e probabilmente me ne dimentico qualcuna, sono tutte nazionali che sanno come si vincono medaglie. E’ per questo che non stiamo lasciando nulla al caso. Vogliamo fare bene all’europeo.

Ad oggi come vedi il tuo gruppo?

Eh (breve sospiro tipico di Villa, accompagnato da un sorriso, ndr). Ve lo dirò a gennaio, quando vedremo come staremo.

Chiuso il Giro d’Italia. La rosa a Pavan e Gariboldi

19.12.2022
5 min
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Per alcuni ciclocrossisti la corsa a Vermiglio non è finita sul traguardo, per meglio dire a quel punto ne è cominciata un’altra, verso l’aeroporto e poi Gallipoli, a Lecce, dall’altra parte dello Stivale. C’era da onorare la tappa finale del Giro d’Italia, per molti la caccia alla maglia rosa era l’appuntamento fondamentale per mettere un punto fermo alla stagione.

Condizioni di gara quasi opposte a quelle della sfida di Coppa del Mondo. Se lì dominavano la neve e soprattutto il freddo, in Puglia si gareggiava in condizioni climatiche ben differenti: temperatura oltre i 20°, quasi si fosse a inizio stagione sul finire dell’estate, percorso filante con passaggi sulla spiaggia e quindi sulla sabbia. Un salto enorme, eppure assorbito quasi con nonchalance dai protagonisti.

Per Pavan, già in rosa da U23, quarta vittoria consecutiva al Giro 2022 (foto Paletti)
Per Pavan, già in rosa da U23, quarta vittoria consecutiva al Giro 2022 (foto Paletti)

Il corridore più completo

Ad esempio da Marco Pavan, assoluto dominatore della challenge, che ha bagnato la sua maglia rosa con un’altra vittoria: «E’ stata una bella esperienza. Il Giro d’Italia da elite non lo avevo mai vinto e non è cosa da poco perché questa challenge premia alla fine il corridore più completo». Su questo aspetto il portacolori della Cicli Cingolani (che subito dopo la chiusura della gara ha portato i suoi ragazzi in ritiro prenatalizio a Pianetto d’Ostra, nei pressi di Senigallia nella zona del negozio) mette l’accento.

«Il Giro d’Italia di quest’anno ha davvero attraversato l’Italia proponendo gare sempre diverse: si andava al Nord e al Sud, si andava per mare e per montagna, c’erano percorsi con forti salite ma anche sabbiosi, insomma tante varietà anche dal punto di vista paesaggistico e questo ha influito anche dal punto di vista tecnico, perché bisognava essere competitivi su ogni terreno».

Tommaso Ferri, 3° a 2’02” da Pavan. Il piazzamento gli è valso la maglia rosa U23 (foto Paletti)
Tommaso Ferri, 3° a 2’02” da Pavan. Il piazzamento gli è valso la maglia rosa U23 (foto Paletti)

Le conseguenze di Vermiglio

Pavan a Gallipoli ha fatto gara di testa, dimostrando di aver ben assimilato lo sforzo di meno di 24 ore prima: «La mia fortuna è stata uscire indenne da Vermiglio… La gara di Gallipoli era chiaramente ad altri livelli, mi sono adattato abbastanza bene al diverso percorso in una gara che come sempre è stata ben curata».

Come Pavan, anche la sua compagna di colori Rebecca Gariboldi ha firmato a Gallipoli la sua prima maglia rosa, sugellandola con una vittoria: «A differenza di Marco, io sono uscita da Vermiglio quasi con le ossa rotte. Partivo da dietro, ho trovato molti ostacoli lungo il percorso nel senso di avversarie da superare e qualche volta gli stop hanno portato a cadute su quel percorso infido, così ho finito con una marea di ammaccature che a Gallipoli si sono fatte sentire».

Rebecca Gariboldi aveva già vinto il Giro da esordiente 2° anno (foto Paletti)
Rebecca Gariboldi aveva già vinto il Giro da esordiente 2° anno (foto Paletti)

Tutto cambia in 24 ore

Il passaggio così repentino da condizioni climatiche così diverse non è stato invece un problema: «Dal freddo al caldo non è così brutto, sarebbe stato molto peggio il contrario. La trasferta non è stata così pesante, avendo preso l’aereo, la mia difficoltà sono state le… botte. D’altro canto noi ciclocrossisti siamo abituati a gareggiare di continuo, ci sono settimane anche con 4 gare, bisogna organizzarsi bene con gli spostamenti, ma fanno parte del gioco».

Il percorso pugliese era decisamente più agevole: «C’era tanto da correre a piedi, ma a 20° si affronta senza problemi. Anch’io ho apprezzato molto il fatto che il Giro raccolga esperienze di ciclocross così diverse. Questa di Gallipoli per me era la prima volta sul primo gradino del podio e mi ha dato grande soddisfazione, oltretutto in un periodo nel quale non mi sento ancora nella mia forma migliore».

La premiazione di Alice Sabatino, vincitrice un po’ a sorpresa tra le junior (foto Paletti)
La premiazione di Alice Sabatino, vincitrice un po’ a sorpresa tra le junior (foto Paletti)

Una rosa arrivata in extremis

Per tradizione il Giro d’Italia riserva sempre sorprese all’ultima tappa e quella di Gallipoli non si è discostata: nella prova delle junior tutti alla vigilia avrebbero scommesso sulla vittoria della italo-albanese Nelia Kabetaj, invece la portacolori della Zhiraf Guerciotti è incappata in una giornata no conclusa con un ritiro, spianando la strada verso il trionfo ad Alice Sabatino (Jam’s Bike Team Buja): «Non me lo aspettavo, anche se in classifica ero a un punto da lei. Non ero venuta a Gallipoli per la maglia bianca, ma ora me la godo, oltretutto avendo affrontato la gara in condizioni difficili, riuscendo ad arrivare in extremis dopo che ci avevano cancellato l’aereo».

I ragazzi del Team Cingolani sottolineavano come il Giro sappia premiare sempre la costanza di rendimento in condizioni sempre diverse e la vittoria finale di Ettore Prà fra gli junior sembra essere la conferma. Il portacolori della Hellas Monteforte ha conquistato la maglia solamente all’ultima tappa: «Spero che questo sia sufficiente per farmi guadagnare una convocazione in nazionale, il mio sogno. La condizione è in crescita, vado meglio a ogni gara. Gallipoli era ideale per me, nelle gare dove c’è da correre tanto mi trovo a meraviglia, ma il percorso non era semplice, fra vento e pozzanghere. Una maglia da dedicare ai tecnici: io con gli atleti ho preso l’aereo e in un’ora e mezza ero qui, gli altri con il furgone si sono fatti 12 ore di strada…».

Ettore Prà in azione. Il veneto punta ora con decisione alla maglia azzurra (foto Paletti)
Ettore Prà in azione. Il veneto punta ora con decisione alla maglia azzurra (foto Paletti)

E ora, Giro delle Regioni…

Il Giro d’Italia va così in archivio, non altrettanto per l’Asd Romano Scotti che già sta affilando le armi per lanciarsi nella nuova avventura del Giro delle Regioni, che il 23 dicembre a Noci vivrà la prima delle due tappe della sua “edizione sperimentale”. La manifestazione rosa resterà comunque nel solco della sua tradizione, troppo importante e sentita nel panorama nazionale soprattutto nella conformazione attuale, che colloca la challenge soprattutto come primo vero test stagionale con le sue tappe di ottobre. Di storie da scrivere ce ne sono ancora tante…

EDITORIALE / I ritiri di dicembre e le foto segrete

19.12.2022
5 min
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Una foto segreta, camuffata, sfocata di proposito. L’altro giorno nell’hotel che ospita la Jumbo Visma fra le campagne di Denia, un tipo di origine imprecisata, forse in meccanico, ci ha redarguito in modo molto energico perché stavamo per scattare delle foto a Roglic che si accingeva a uscire per l’allenamento. Era chiaro che il motivo fossero le nuove dotazioni tecniche di scarpe e gruppi, che non possono essere mostrate fino al primo gennaio e a nulla è valso spiegargli che avremmo utilizzato le immagini solo nel 2023. Nel parcheggio dello stesso hotel, ragazzi della Cofidis che si stavano preparando per uscire, hanno lasciato scattare le foto e fare interviste, chiedendo con garbo di pubblicarle nel nuovo anno.

Stessa cosa alla Trek-Segafredo e al UAE Team Emirates di Tadej Pogacar. Qui un manager si è accorto che un corridore nuovo si stava facendo intervistare con un video, usando i nuovi materiali e ha chiesto subito all’addetto stampa di farglielo presente, ma il corridore ha proseguito, avendo forse una liberatoria. Il problema non sono le squadre, ma le regole.

Ci si allena vestiti con i capi 2023 perché è la prima occasione per avere riscontri: non sempre sono ammesse le foto
Ci si allena vestiti con i capi 2023 perché è la prima occasione per avere riscontri

Calendari sovrapposti

Poco prima, parlando con un atleta azzurro, il discorso era finito sul calendario 2023 di coloro che fanno strada e pista. La sua osservazione non era peregrina.

«Si spinge tanto – diceva – verso la multidisciplina e poi scopri che le Coppe del mondo di pista le fanno durante le classiche del Nord, mentre fare i mondiali tutti insieme a Glasgow finirà col penalizzare proprio gli atleti polivalenti. Quelli che dovranno scegliere oppure proveranno ugualmente il doppio impegno fra strada, pista o mountain bike e rischieranno di non riuscire a recuperare bene».

Campioni e pista

Terzo spunto di osservazione: la Track Champions League, carosello organizzato dall’UCI in prima persona, cercando di sintetizzare lo spettacolo delle Sei Giorni con i valori tecnici dei mondiali su pista. Il risultato della seconda edizione è stato quasi un flop, con Eurosport che l’ha trasmessa essendo coinvolta direttamente nell’organizzazione, ma poco pubblico, pochissima attenzione da parte dei media e un campo partenti mutilato dal fatto che i più forti fossero in vacanza dopo la stagione su strada e i mondiali su pista.

In proporzione e in barba al nome, c’erano più campioni nelle Sei Giorni di Gand e di Rotterdam di quelli impegnati nel circo messo in piedi dall’UCI.

La Champions League si è da poco conclusa, con tiepido ritorno d’immagine per il ciclismo
La Champions League si è da poco conclusa, con tiepido ritorno d’immagine per il ciclismo

Il paradosso dei contratti

C’è qualche conto che non torna e a farne le spese è come al solito il movimento nel suo complesso. La scadenza dei contratti al 31 dicembre è un controsenso dal momento in cui a dicembre nei primi ritiri, gli atleti hanno il diritto/dovere di provare i nuovi materiali. Possono utilizzare, ma non pubblicare, grazie a una deroga agli stessi contratti, tenendo dunque lontani i media (laddove necessario) affinché non realizzino le immagini di corridori che stanno usando materiale… illegale.

Il paradosso è che con quel materiale i corridori si allenano per tutto il giorno, per cui basta che qualcuno li riprenda lungo la strada e condivida foto o video su un social, perché le immagini diventino pubbliche e il segreto di Pulcinella venga svelato, come puntualmente accade. Non sarebbe più logico e funzionale che i contratti iniziassero e scadessero il 31 ottobre, dando modo agli atleti di terminare la stagione, iniziando da novembre con la nuova squadra?

Alla Trek-Segafredo nuovi corridori fra uomini e donne e nuovi materiali da non mostrare nelle foto
Alla Trek-Segafredo nuovi corridori fra uomini e donne e nuovi materiali da non mostrare nelle foto

Confusione UCI

Altro punto: i calendari troppo fitti. Infarcirli a questo modo ha una sola finalità, che è quella di incrementare le entrate di chi dagli eventi trae ricchezza: l’UCI. Per cui avendo una struttura imponente da mantenere, gli amici svizzeri cospargono di tasse gli eventi e di eventi il calendario.

Per come era strutturata un tempo, l’attività aveva un senso anche sul piano tecnico. Ora invece si pensa poco alle esigenze dei corridori e delle squadre. Per cui le nazionali sono costrette a schierare alcuni atleti per inseguire la qualificazione, sapendo già che non li porteranno ai mondiali o alle Olimpiadi, dove torneranno sulla scena i protagonisti. Il risultato è che agli ultimi mondiali Viviani non ha potuto correre la corsa a punti perché, non avendo partecipato alle varie qualificazioni, non aveva i punti necessari. Si può essere d’accordo o anche no, è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo, ma è impossibile pretendere che corridori come Milan, Ganna e Consonni corrano la Roubaix e poi salgano su un aereo per andare a correre in Canada dopo sei giorni la Coppa di Milton.

Il quartetto iridato di St Quentin en Yvelines parteciperà alle qualificazioni olimpiche? Molto difficile che accada
Il quartetto iridato di St Quentin en Yvelines parteciperà alle qualificazioni? Molto difficile che accada

Eccezioni alla regola

L’UCI ha deciso di decidere non per il bene del ciclismo, ma sempre in favore del tornaconto. Non hanno mosso un dito per aiutare i ragazzi della Gazprom-RusVelo, ma hanno agevolato il passaggio di Dylan Teuns alla Israel-Premier Tech nel cuore dell’estate, trovando una via d’uscita per la conta dei punti che, stando alla versione ufficiale, impediva di far accasare i corridori del team russo.

L’Unione che dovrebbe essere la casa madre del ciclismo appare invero piuttosto fuori fase. Al suo interno si susseguono avvicendamenti e si annunciano dimissioni, in una dimensione confusa ottimamente rappresentata dal sito istituzionale. Assai difficile da consultare e fatto apposta perché sia (quasi) impossibile districarsi nei suoi meandri.

Konychev chiude il libro Bike Exchange: ora la Corratec

19.12.2022
4 min
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Alexander Konychev è volato lontano dal freddo e dalla pioggia e forse anche un po’ dai pensieri di questo inizio di stagione. Il ragazzone italiano dal cognome russo si trova a Palma de Mallorca per assaggiare un po’ di sole e preparare la nuova stagione. Lui è uno dei nuovi nomi del team Corratec, la neo professional che lavora in grande per scalare presto le classifiche. 

Konychev esce dal WorldTour, è il secondo corridore della Corratec che arriva direttamente dal mondo dei big. Gli ultimi tre anni li ha corsi alla Bike Exchange e, tra sfortune e mancate occasioni, le strade ora si sono separate. 

Konychev è entrato nel professionismo con la Mitchelton Scott nel 2020
Konychev è entrato nel professionismo con la Mitchelton Scott nel 2020
Che cosa ti ha portato alla Corratec?

Ho saputo abbastanza tardi che non sarei rimasto alla Bike Exchange – racconta Konychev – e mi sono guardato un po’ in giro. C’era questo progetto, si tratta di una squadra italiana, giovane. Mi sembrava una buona opportunità per rilanciarmi. 

Con chi hai parlato?

Del progetto ho parlato spesso con Claudio Lastrucci, è una figura molto vicina alla squadra e sono stato suo corridore alla Hopplà-Petroli Firenze. Mi ha consigliato lui di ripartire da qui. 

Che anni sono stati quelli alla Bike Exchange?

Particolari. Nel 2020 il Covid ha rallentato tutto e non ho avuto opportunità di fare molte gare. Nonostante questo negli anni successivi ho potuto vedere dall’interno tante corse importanti, come le Classiche del Nord o la Sanremo. Ho imparato cosa vuol dire fare questo genere di gare e farlo accanto a uomini importanti

Il classe 1998 si è messo molte volte a disposizione dei compagni di squadra
Il classe 1998 si è messo molte volte a disposizione dei compagni di squadra
Cosa ti è mancato allora?

Direi un po’ di continuità nella preparazione, ho avuto parecchi intoppi, come il doppio Covid nel 2021. Poi la stagione scorsa è arrivata la storia dei punti e lo spazio per mettersi in mostra si è sempre più assottigliato. A livello mentale la libertà di fare risultato mi è un po’ mancata, non è semplice. 

Sei passato pro’ a 22 anni, dopo che hai iniziato a correre da junior, non è stato un salto prematuro?

Mah non penso. Magari se avessi avuto qualche occasione in più avrei capito fin dove spingermi al posto che fare da gregario. In futuro cambierà qualcosa, un dettaglio sul quale voglio concentrarmi maggiormente sono le cronometro, negli ultimi anni non ne ho fatte molte. E’ vero anche che le crono si trovano nelle corse a tappe e io non ne ho corse molte. 

Con la continental della Qhubeka stavi facendo bene, un anno in più con loro non ti sarebbe servito?

Mi si è presentata l’occasione del WorldTour e l’ho colta, alla Bike Exchange devo molto. Il livello di gare tra dilettante e WorldTour è estremamente diverso, confermarsi tra i professionisti è sempre difficile. Di vittorie importanti tra i dilettanti ne ho ottenuta una sola, alla Etoile d’Or, a mio avviso quello del professionismo era un passo necessario. 

Konychev ha visto da vicino il mondo delle Classiche ma senza aver l’occasione di mettersi in luce
Konychev ha visto da vicino il mondo delle Classiche ma senza aver l’occasione di mettersi in luce
Forse sarebbe servito un passaggio intermedio, una professional, come la Corratec ora.

Arrivare in una squadra italiana con una mentalità italiana è sempre bello. Il rapporto con i corridori e con lo staff sarà sicuramente più forte. In una realtà più piccola come questa sarà anche più semplice essere seguiti e sentire la fiducia.

Una WorldTour australiana era troppo “fredda”?

Direi che sicuramente fai più fatica a creare un rapporto stretto con i compagni di squadra. Il primo anno, nel 2020, quando era ancora Mitchelton Scott, gli unici italiani eravamo io e Affini. Poi in team così grandi si lavora sempre con lo stesso gruppo, capita di incontrare certi corridori al ritiro di inizio stagione a dicembre e poi a quello di ottobre. 

Un corridore nuovo tende a subire un po’ questo clima diverso?

Un giovane come me che fa fatica a trovare i propri spazi è costretto molte volte a eseguire gli ordini di squadra. Lo si fa anche volentieri perché se aiuti un compagno a vincere è sempre bello. 

Konychev vorrebbe curare di più la cronometro, una disciplina che lo ha sempre appassionato
Konychev vorrebbe curare di più la cronometro, una disciplina che lo ha sempre appassionato
Però è da giovane che uno vuole provarsi, capire e vedere fin dove può arrivare, ricercando i propri limiti…

Esatto, diciamo che si vorrebbe capire fin dove si può arrivare, che vuol dire anche sbattere il muso per imparare. Per fare il gregario il tempo c’è sempre. 

Desiderio per il 2023?

Avere più continuità, al di là delle sfortune mi piacerebbe correre con maggiore costanza e fare tanti giorni di corsa. Il calendario che la Corratec propone è bello e molto ricco, e mi permetterà di fare tante corse, anche minori e mettere giorni di gara nelle gambe. 

Prima corsa?

Vuelta a San Juan, Argentina.

Uc Monaco, crogiuolo di corridori da tutta Europa

19.12.2022
5 min
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Montecarlo non è solo la residenza di molti dei più affermati professionisti, dal punto di vista ciclistico il Principato si sta mettendo in luce anche attraverso una società giovanile, l’Uc Monaco che agisce nel campo delle formazioni juniores e under 23 e che in questo contesto ha affrontato tutte le principali gare del calendario Uci. In questo caso non sono tanto i risultati a spiccare, seppur interessanti nel massimo contesto internazionale, quanto l’esperienza in sé per ragazzi in via di maturazione, ciclistica, ma soprattutto umana.

La prima cosa che salta agli occhi è che nel team non c’è alcun ragazzo monegasco e un solo francese, Jacques Robbins. In compenso ci sono due italiani in un contesto che più internazionale non si può, con 11 corridori di ben 8 nazioni differenti. Se Simone Alassio è un nuovo acquisto, Tommaso Tessiore è al suo secondo anno e attraverso di lui entriamo in casa dell’Uc Monaco scoprendo una realtà molto interessante.

Quel che colpisce è che siamo di fronte a una sorta di piccola comune multietnica, dove i ragazzi sono chiamati alla completa autogestione: «Viviamo insieme in appartamenti con gruppi da 3 o 4. Facciamo colazione insieme, poi si esce per l’allenamento, individuale o di gruppo in base a quel che si deve fare, nel pomeriggio si studia e si fanno le faccende domestiche, rispettando sempre i turni. Magari chi ha avuto sedute di allenamento pesanti viene sostituito e recupererà il suo turno a favore di un compagno».

Tommaso Tessiore è nato il 19 gennaio 2003 a Ivrea. E’ al suo secondo anno a Monaco
Tommaso Tessiore è nato il 19 gennaio 2003 a Ivrea. E’ al suo secondo anno a Monaco
Sembra una sorta di Grande Fratello in piccolo, senza però nomination…

Per certi versi è così, ma quel che conta è che davvero viviamo insieme, cementiamo la nostra unione nella vita quotidiana e questo si riverbera nelle gare, dove corriamo veramente come una squadra, aiutando chi quel giorno ha la gamba o le caratteristiche per ottenere un risultato. Credo che sia questo il privilegio maggiore, l’insegnamento che stiamo apprendendo in questa bellissima esperienza. Inoltre è favoloso condividere culture e idiomi diversi, è qualcosa che ti fa crescere. Nel giorno di riposo magari si esce tutti insieme anche solo per un caffè al bar, ma ha un valore di socialità enorme.

Come sei arrivato a loro?

Io correvo nella società della mia famiglia, la Cicli Tessiore di Ivrea. Avendo qualche buon risultato al primo anno junior, sono arrivato al team monegasco tramite contatti. Purtroppo la mia prima stagione non è stata molto fortunata, una frattura e un virus hanno inficiato un po’ i risultati, ma dal punto di vista ciclistico credo di essere migliorato tanto.

Il team monegasco con la nazionale ucraina. Il legame fra loro è molto forte
Il team monegasco con la nazionale ucraina. Il legame fra loro è molto forte
Dove siete posizionati con i vostri appartamenti?

Siamo un po’ fuori Monaco, a una decina di chilometri, ma è già territorio francese. Per essere in città abbiamo 10 chilometri in discesa che sono sempre un bell’allenamento, tecnico quando si va e di forza quando si torna. Il bello comunque è che da queste parti si trovano sempre tracciati diversi e questo è utilissimo per tutti i lavori che bisogna fare. A me piace anche il fatto che l’Italia sia a breve distanza, ogni tanto mi piace tornare verso casa, scambiare due parole in italiano.

C’è qualcuno tra di voi che spicca maggiormente per risultati?

Diciamo che siamo tutti abbastanza livellati, il migliore probabilmente è Maksym Bilyi, campione ucraino U23 nel 2021. Quest’anno non ha potuto difendere il titolo per le note vicende, viene da Mykolaiv e la guerra anche se da lontano l’ha molto toccato.

Come sono i rapporti con i vostri direttori sportivi?

Loro vengono un paio di volte a settimana, per seguirci nei nostri allenamenti lunghi e portarci la spesa settimanale (anche questo fa un po’ Grande Fratello…). Poi ci danno le indicazioni per le gare da fare ed è sempre un calendario molto impegnativo. Magari non abbiamo ancora ottenuto grandi risultati, ma correre le gare più competitive e qualificate è la maniera migliore per crescere.

Simone Alassio, nato il 25 marzo 2004. Il suo miglior risultato è stato il 2° posto a Givoletto nel 2021
Simone Alassio, nato il 25 marzo 2004. Il suo miglior risultato è stato il 2° posto a Givoletto nel 2021

Alassio: lo studio e l’avventura

Dal 2023 in squadra ci sarà un altro italiano, Simone Alassio, proveniente da un piccolo paese dell’entroterra imperiese. La sua esperienza sarà però un po’ diversa da quella di Tessiore, almeno inizialmente: «Devo completare il mio ciclo di studi, a giugno avrò gli esami di maturità da geometra e siamo d’accordo con il team che fino ad allora rimarrò a casa per studiare, poi d’estate sarò più presente e magari mi trasferirò».

Tu come sei arrivato al team monegasco?

E’ stato il mio allenatore alla Ciclistica Bordighera a convincermi a fare quest’esperienza dopo aver preso contatti con il team. Ho firmato per due anni proprio perché voglio provarci fino in fondo, ma dopo aver raggiunto il traguardo del diploma scolastico, poi mi concentrerò sul ciclismo.

Alassio con la maglia ligure al Lunigiana 2021. Un’esperienza conclusa purtroppo anzitempo
Alassio con la maglia ligure al Lunigiana 2021. Un’esperienza conclusa purtroppo anzitempo
Che tipo di corridore sei?

Penso di essere abbastanza completo, ma con ampi margini di miglioramento. Mi piacciono i percorsi mossi e credo di poter crescere con l’aumentare dei chilometri. Quest’anno ho fatto molti piazzamenti dall’11° al 20° posto, diciamo che mi è mancata la punta di rendimento, ma considerando che ho preso anche il covid posso dirmi soddisfatto.

Il passaggio all’Uc Monaco rappresenta un salto importante, sei preoccupato?

Da un lato forse sì, perché so che saranno tutte gare di altissimo valore, ma dall’altro è anche uno stimolo, ho sempre sognato di poter correre gare internazionali. Questa è una grande opportunità per fare nuove esperienze e crescere, andare fuori dall’Italia credo che sarà davvero un bene. Nel periodo di Natale affronterò il primo breve ritiro con i nuovi compagni di squadra, avrò modo di conoscerli e non vedo l’ora…

Longo Borghini, salite e progetti sulla strada del Tour

19.12.2022
6 min
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Elisa Longo Borghini sfoggia buon umore e argomenti concreti. La leggerezza scoperta negli ultimi due anni le ha portato, fra le altre, la vittoria inattesa della Roubaix. In questo giorno che conduce alla fine del ritiro di dicembre a Calpe, la piemontese è appena rientrata dall’allenamento ed è andata a confrontarsi con Paolo Slongo, da anni suo allenatore

«Delle buone atlete – sorride – c’erano anche prima, ma ora la squadra si è rafforzata molto. Questa cosa mi fa piacere, perché oltre ad offrirci grandi opportunità di vittoria con diverse pedine, ci permette anche di fare la gara. Ho tanta voglia di cominciare la stagione. Non sarò più su tutte le corse, questo è vero. Anche se quando verrò chiamata, dovrò vincere».

Prima del ritiro in Spagna, per Longo Borghini allenamento sulle strade di casa (foto Instagram)
Prima del ritiro in Spagna, per Longo Borghini allenamento sulle strade di casa (foto Instagram)

Nel mezzo della corsa

La Trek-Segafredo è lo squadrone numero uno del WorldTour femminile. Certo la Movistar ha vinto Liegi, Giro, Tour e mondiale con Annemiek Van Vleuten. Allo stesso modo, la FDJ-Suez ha vinto Amstel, Freccia Vallone e Ventoux Denivele con Marta Cavalli, ma il senso di collettivo dello squadrone americano non si batte. Nel 2023 fra i nomi da cerchiare in rosso, oltre a quello della piemontese, ci saranno Balsamo e Van Dijk, Spratt, Deignan e Lucinda Brand e le nuove arrivate Realini e Yaya Sanguineti.

«Magari – riprende Longo Borghini – non dovrò essere leader quando non sarà strettamente necessario, anche se poi a me piace sempre essere nel mezzo della corsa. Quindi mi fa molto piacere che ci siano stati nuovi inserimenti per le corse più dure, perché ci permette di giocarci diverse carte».

Sul traguardo di Black Mountain, quinta tappa del Women’s Tour, bel successo allo sprint
Sul traguardo di Black Mountain, quinta tappa del Women’s Tour, bel successo allo sprint
Quale sarà il tuo spazio? Ti senti ancora un atleta in evoluzione?

Vedendo i dati, c’è la possibilità di migliorare ancora. Mi piacerebbe essere un po’ più performante in salita per giocarmi bene le mie carte anche nelle corse a tappe. Si è visto che ci sono abbastanza, però se riesco a migliorare, posso davvero pensare a qualcosa di più. Ci sono ragazze fortissime, per carità, però posso essere anch’io della partita.

Anche fra voi arrivano le nuove leve…

Vedo delle giovani che stanno crescendo in maniera esponenziale. Basta solo guardare Silvia Persico, Eleonora Gasparrini o Marta Cavalli, che è esplosa nell’ultimo anno e mezzo. C’è una nidiata di ragazze che va molto forte. Personalmente mi fa piacere, perché anche come nazionale, questo ci rende più forti. E’ la conseguenza della diversa gestione delle corse. Della professionalizzazione di tutte le squadre e la nascita di WorldTour femminili collegate a team maschili. Il loro know-how alza il livello delle ragazze e questo fa tanto. Negli ultimi 5 anni, secondo me c’è stata un’evoluzione incredibile e io ne sono contenta.

Cosa ci sarà nel tuo 2023?

Personalmente punterei più sul Tour, perché l’anno scorso quel risultato mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca (Longo Borghini si piazzò al sesto posto a 8’26” da Van Vleuten, ndr). Stava andando bene, perché andavo forte, poi ho fatto qualche piccolo errore e le cose sono andate male. Si impara dagli errori e quindi mi piacerebbe ripresentarmi al Tour nelle mie migliori condizioni per riprovarci.

Elisa è all’inizio del quinto anno alla Trek-Segafrdo
Elisa è all’inizio del quinto anno alla Trek-Segafrdo
Con quale obiettivo?

Ad essere onesti, potrei puntare a una top 5 oppure al massimo a un terzo posto. Dire che voglio vincere il Tour sarebbe peccare di superbia. Io voglio andare lì per esprimermi al massimo delle mie capacità. Poi vediamo…

Perché hai scelto di lasciare la Polizia di Stato?

Perché con la professionalizzazione dello sport e con i contratti che arrivano, bisogna scegliere una cosa o l’altra. Parlo per me, beninteso. A un certo punto mi sono trovata di fronte a una situazione in cui le due cose andavano veramente a collidere. Ringrazio tantissimo le Fiamme Oro per quello che hanno fatto. Mi hanno preso sotto la loro ala e in quel momento sono stati fondamentali. Se ho potuto continuare, se io sono arrivata fin qua è anche grazie a loro. Per Nicola Assuntore e Lucio Paravano, che ne sono i due responsabili, io ho immensa gratitudine.

Qual è l’utilità dei gruppi militari ora che il WorldTour dilaga?

I corpi militari sono preziosi per la realtà della pista, che è molto diversa rispetto a quella della strada, a livello maschile e per le ragazze giovani. Se penso a com’ero, sono sicura che senza di loro, sarei stata un po’ persa. Per questo spero che loro possano continuare, magari in una maniera diversa, magari puntando più sulle giovani. Mi è dispiaciuto, devo dire la verità, perché comunque in futuro mi sarebbe piaciuto essere utile alla società. Mi sarebbe piaciuto stare con i cinofili, magari diventare istruttrice di tiro. Insomma, aiutare le persone, non tanto mettermi agli incroci con la paletta in mano.

Decima al mondiale: la corsa di Wollongong è stata l’ultima di Longo Borghini con il casco della Polizia di Stato
Decima al mondiale: la corsa di Wollongong è stata l’ultima di Longo Borghini con il casco della Polizia di Stato
Tre figure chiave per te: Slongo, tua madre e Jacopo Mosca. Da dove cominciamo?

A Slongo devo molto, i miei risultati sono frutto del nostro lavoro. Per me non c’è miglior allenatore. Mi piace molto il suo approccio, anche con la mia mentalità. Lui è uno molto tranquillo, mentre io a volte sono più un po’ più sanguigna. Me la prendo molto, vorrei sempre fare. Invece Paolo mi tranquillizza e mi calma. Lui è uno preciso, ha le sue idee. Ha una visione molto lunga delle cose. Non partiamo mai con degli allenamenti che non siano mirati in prospettiva. Siamo sempre con gli occhi puntati oltre e questa cosa mi piace. Mi piace chi guarda in là, chi è ambizioso, chi cerca sempre qualcosa in più.

La mamma?

All’inizio era la persona che più si opponeva al fatto che io e mio fratello facessimo sport, ma non per motivi particolari. Se non altro perché sapeva benissimo di quanti sacrifici abbia bisogno lo sport. Quando abbiamo cominciato e abbiamo iniziato a girare il mondo, è diventata la nostra prima fan. Mia mamma (Guidina Dal Sasso, azzurra di sci di fondo, ndr), farebbe un po’ di tutto per me. Oltre a seguirmi alle corse, a volte quando sono a casa e fa molto freddo, magari le chiedo se mi raggiunge in cima alla salita su cui sono arrivata. E allora lei prende la macchina, viene e mi porta la mantellina o qualcosa di caldo. Avendo fatto l’Isef ed essendo stata un’atleta, sa come funzionano le cose. Ovviamente adesso sono anni che mi lascia andare, però da donna capisce certe dinamiche da atleta.

L’accoppiata Balsamo-Longo Borghini è una delle colonne portanti della Trek-Segafredo
L’accoppiata Balsamo-Longo Borghini è una delle colonne portanti della Trek-Segafredo
E Jacopo?

Ho trovato la mia tranquillità, la mia serenità. Parlavo con lui mentre stavamo andando a fare il test del lattato con Slongo e ci dicevamo che alla fine è bello essere qui in Trek. Essere in ritiro insieme, essere professionali. Magari non ci incrociamo tutto il giorno, ma comunque sapere che c’è è un bel modo di vivere. Ci sono poi anche momenti e mesi in cui non ci vediamo, però quando siamo insieme siamo effettivamente insieme. So che se dimentico qualcosa, c’è sempre lui.

Lanfranchi racconta Briancon, il Pirata e i giovani

18.12.2022
5 min
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«Quella tappa del Giro d’Italia (la Saluzzo-Briancon del 2000, ndr) rimane la ciliegina sulla torta della mia carriera, non capita tutti i giorni di lasciarsi alle spalle Pantani e Simoni». A raccontare l’aneddoto è Paolo Lanfranchi, che parlando di quel giorno fa una lieve risata e continua: «Anche la Gazzetta dello Sport titolò “Il coraggioso sbagliato nel giorno sbagliato”. La tappa successiva, la Torino-Milano, fu lo stesso Pantani che venne a congratularsi con me».

Lanfranchi (a sinistra) ha passato tanti anni accanto ai giovani, parlando ed insegnando ciclismo
Lanfranchi (a sinistra) ha passato tanti anni accanto ai giovani, parlando ed insegnando ciclismo

La ciliegina sulla torta

Il cielo sopra Milano, nella tarda mattinata di venerdì, è plumbeo e pesante, carico di pioggia che non si decide a venir giù. Paolo Lanfranchi si trova fermo in coda sulla tangenziale, tra meteo e traffico è facile far scivolare la mente verso ricordi più caldi

«Marco ed io – riprende Lanfranchi – nonostante non avessimo mai corso insieme ci volevamo bene, eravamo amici. Negli anni della Mercatone Uno ha provato a portarmi da lui, parlai anche con Magrini ma non se ne fece nulla. Pantani aveva un unico difetto, era troppo sensibile. Quel giorno, 2 giugno 2000, c’erano in programma Colle dell’Agnello e Izoard. Ebbi la fortuna di entrare in una fuga di trenta corridori che arrivò a guadagnare un bel po’ di minuti. Ci ripresero nella scalata dell’Izoard, lì Tonkov si staccò e io lo aspettai (i due erano compagni di squadra alla Mapei, ndr). Sapevo che nella discesa verso Briancon sarebbe stato fondamentale rientrare il prima possibile e così fu.

«ho rivisto quella gara proprio qualche giorno fa – confessa – e ho rivisto un dettaglio che negli anni avevo quasi dimenticato. Appena rientrati sul gruppetto di Pantani e Simoni, Tonkov mi fece un cenno ed io andai avanti per tirare. Gli altri, invece di seguirmi, mi lasciarono un paio di metri così continuai, la mia fortuna fu che dietro si guardarono e io riuscì a vincere».

La passione per la bici

Una volta smesso di andare in bici, Lanfranchi, ha iniziato a seguire qualche squadra juniores delle sue zone. Lui è di Gazzaniga, in provincia di Bergamo, una terra che dal ciclismo ha preso e dato tanto.

«Ho cominciato grazie ad un amico, all’inizio non ero sicuro di voler prendere un impegno simile, sapevo sarebbe diventato importante. Da qualche anno, a causa del lavoro, non lo faccio più, ma ora che sono vicino all’età pensionabile sto pensando di ritornare. Non ho mai smesso di amare la bici, è la mia vita. Sono entrato anche nel comitato tappe per Bergamo, e quest’anno il Giro arriverà proprio qui da noi. Insomma il mondo della bici mi ha dato tanto e mi piace l’idea di restituire qualcosa».

L’esasperazione per la categoria juniores non permette una maturazione completa (photors.it)
L’esasperazione per la categoria juniores non permette una maturazione completa (photors.it)

I ragazzini

La categoria juniores è da tempo al centro di tante discussioni: l’età media dei corridori professionisti si abbassa e molte squadre vengono qui a cercare i campioni del futuro. 

«Ormai si sta esasperando la categoria – dice con un tono serio Paolo – viene presa alla pari del dilettantismo. A mio modo di vedere il passaggio tra i professionisti di ragazzi così giovani non è corretto, ma questo è il meccanismo, e se non fai così rischi di rimanere escluso. E’ un’età in cui si deve imparare ancora molto, io ho sempre consigliato di fare doppia attività: ciclocross o pista. Però se ti trovi i ragazzi, o meglio i diesse, che sono impuntati sulla strada fai fatica ad emergere perché estremizzano già tutto. Gli anni da junior devono essere quelli dell’apprendimento, i ragazzi devono sbagliare e poter imparare da quell’errore. Io mi sono arrabbiato di più per gare vinte correndo male che per sconfitte arrivate dopo buone prestazioni».

Uno dei punti di forza di Consonni è stata l’umiltà, una caratteristica trasmessa dalla famiglia
Uno dei punti di forza di Consonni è stata l’umiltà, una caratteristica trasmessa dalla famiglia

I Genitori

«Il problema tra gli juniores – racconta – sono anche i genitori, non tutti ovviamente, ma molti non riescono a capire il proprio ruolo. I ragazzi non sono ancora maggiorenni, quindi non hanno la patente e devono essere accompagnati. Avere i genitori così presenti non è sempre un bene, i ragazzini a quell’età hanno bisogno anche di un po’ di indipendenza. Guardate che ci sono anche i genitori dietro i passaggi prematuri tra i professionisti, non sempre, ovvio, ma spesso sì. Molti ragazzi accantonano la scuola per andare in bici, ed i genitori glielo permettono, anzi a volte sono proprio loro a dirglielo. Ci sono anche delle realtà molto belle, nelle quali ho lavorato, dove si è creato un bel gruppo coeso di persone».

Secondo Lanfranchi, Consonni non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità su strada
Secondo Lanfranchi, Consonni non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità su strada

Si parla di Consonni

Nel parlare con Lanfranchi emergono due nomi importanti: quello di Rota e Consonni. I due corridori, entrambi bergamaschi, sono passati sotto il suo occhio vigile proprio quando erano juniores. 

«Il percorso migliore per arrivare professionista lo ha fatto Consonni – ci spiega Lanfranchi – lui aveva quel qualcosa in più, lo vedevi. La sua fortuna è stata di essere davvero un ragazzo umile e con la testa sulle spalle. E’ una caratteristica di famiglia, suo padre non lo ha mai esaltato o montato. Simone quando correva da junior era un leader silenzioso, mai una parola fuori posto. In più nonostante fosse forte non disdegnava di mettersi a disposizione dei compagni, gli volevano bene tutti. E lui era il primo ad essere felice per una vittoria di un compagno. Quando lavori per gli altri loro lo fanno per te, si tratta di dare e avere. A mio modo di vedere, su strada, non ha ancora espresso a pieno il suo potenziale».

Per Rota un passaggio prematuro tra i pro’ stava per frenarne la carriera
Per Rota un passaggio prematuro tra i pro’ stava per frenarne la carriera

Invece Rota…

«Lorenzo – riprende a raccontare – ha rischiato quasi di smettere. E’ passato professionista nel 2016, dopo due stagioni da under: una alla Mg.K Vis ed l’altra alla Trevigiani. Dopo quattro anni difficili era lì lì per smettere e se Scinto non gli avesse dato l’occasione per riscattarsi, avremmo perso un bel corridore. Ora è cresciuto molto ciclisticamente, ma sta ancora imparando. Avrebbe potuto e dovuto farlo prima».

In bici con una pro’. Una sgambata con Anna Trevisi

18.12.2022
5 min
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Capita anche di ritrovarsi spalla a spalla con una professionista. Chi va in bici sa bene che in sella si parla meglio che in altre occasioni. La bici è anche un grande mezzo di comunicazione che appiana timidezze e differenze. Durante il test della Colnago V4RS abbiamo fatto una sgambata con Anna Trevisi, atleta della UAE Adq.

Poche parole e siamo subito entrati in sintonia con la simpaticissima emiliana. Gli argomenti sono spaziati un po’ ovunque. Un po’ come accadde qualche mese fa con Giovanni Lonardi.

In questa pedalata siamo andati dalla costa del Tirreno di Lido di Camaiore, alle sue colline retrostanti. L’abbiamo osservata pedalare: composta, potente nonostante non sia una gigante. Cauta in discesa sul bagnato, attentissima al traffico in pianura. Elegante quando si alzava sui pedali. Un (o una) professionista si nota anche da questi dettagli.

La pedalata con Anna Trevisi. La reggiana si appresta ad affrontare la sua 12ª stagione da elite
La pedalata con Anna Trevisi. La reggiana si appresta ad affrontare la sua 12ª stagione da elite

Evoluzione in corso 

Appena partiti Anna chiede se il passo va bene. Il computerino segna i 30 all’ora e poi anche di più. Ma si va via facili, facili. La Trevisi ha appena finito un test e vuole smaltire un po’ di acido lattico.

Non appena la strada lo consente ecco che ci si affianca. E s’inizia a parlare. 

«Certo che ormai siete delle vere atlete – le diciamo – si vede anche dal fisico. Rispetto a qualche anno fa adesso siete tutte ben strutturate, scolpite. Una volta lo erano davvero in poche».

«Sì, le cose stanno cambiando – ribatte la Trevisi – l’avvento del professionismo ha smosso parecchio le acque. Ma ci sono alcune ragazze che se le guardi dal collo in giù sono “degli uomini”, hanno strutture fisiche parecchio marcate. E certe differenze sono ancora grandi.

«Sì, io adesso vado più forte che in passato, ma resta difficile stare davanti. I ritmi sono davvero elevati».

La Trevisi, 30 anni, è un’atleta di sostanza, una gregaria sulla quale puoi fare affidamento. Nel 2010 ha vinto il titolo europeo juniores e con quella credenziale mica da poco è passata tra le elite. Ma prima non era come adesso. Le ragazze erano molto meno tutelate e anche in fatto di preparazione e di supporto alle gare l’approccio era ben differente. Molto più allo “stato brado”.

«Immaginate cosa significasse passare dalle juniores alle elite? Che salto? Dal fare 70 chilometri di gara, al doppio. Dal 52×14, ai rapporti liberi. Sono passata dalle ragazzine a gente tosta come la Teutenberg. La Teutenberg… (sottolinea ancora una volta quasi a ripensare a quell’epoca, ndr). E chi lo vedeva l’arrivo all’inizio. Ancora oggi vieni catapultata in un altro mondo. E fai fatica a ritrovarti».

«Il ciclismo femminile cresce, ma non è così facile ancora. Per esempio noi non abbiamo la categoria under 23».

Però ribattiamo che questa, seppur timidamente, si sta affacciando. La UEC ci crede nelle under 23 femminili e in generale la visibilità del movimento sta aumentando. Lei annuisce ma lasciando intuire al tempo stesso che la strada è lunga.

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Da Alé a UAE

Si sale ancora. I tornanti a volte strappano duramente. Ci si guarda attorno e anche se il cielo è grigio si apprezza lo stesso il panorama. Anna pedala facile, facile. Noi un po’ meno! Ma il fiato per chiacchierare c’è. Si passa dai dialetti italiani, al triathlon. Ma poi si torna sul ciclismo.

«Qui alla UAE Adq si sta bene – va avanti Anna – lo status di professionista ci voleva. Facciamo una gran fatica. Ma se siamo qui il merito è anche di donne come Alessia Piccolo che tanti anni fa ha creduto nella squadra femminile. Alessia ha portato avanti questa sfida con una determinazione pazzesca. Sono stata sei anni all’Alé. Era una vera famiglia. Qui chiaramente ci sono altre opportunità che vanno di pari passo con il movimento. Ma Alessia tutt’ora la sento».

E’ bello ascoltare certi discorsi. L’entusiasmo e il coinvolgimento di come racconta. Si riesce a percepire “da dentro” l’evoluzione di questo mondo che per anni è stato prettamente maschile e maschilista. E per una donna, manager o atleta che sia, affermarsi è ancora più difficile.

Con la Bastianelli…

Ma in bici si parla anche di argomenti tecnici. La Trevisi ci racconta della sua voglia di provare una gravel, che quest’anno ha fatto 18.000 chilometri e soprattutto del suo lavoro in gruppo. Lei è una fidatissima di Marta Bastianelli.

«Spessissimo sono io che le tiro la volata – spiega la Trevisi – Ma il mio lavoro non è solo nel finale di corsa. Parte da molto prima. Per esempio quest’anno in una delle prime tappe del Giro d’Italia Donne ho chiuso su non so quante fughe. O in un’altra corsa in Spagna, se ben ricordo, avevo tirato all’inizio per controllare la fuga, nel finale l’avevo portata avanti e poi le avevo tirato anche la volata. Marta aveva poi vinto. Quel giorno mi ha detto: “Anna ma che lavoro hai fatto!”.

«E ti piace questo ruolo di “ultima donna”?», le chiediamo.

«Tantissimo – risponde la Trevisi – Quando Marta vince sono quasi più contenta che se dovessi vincere io. C’è un grande lavoro dietro e fa piacere vederlo finalizzato.

«Tante volte non è solo tirare la volata. Magari Marta ti chiede di starle dietro perché non vuole avversarie a ruota. La devo proteggere. E questo lavoro è quasi più difficile che tirarle la volata… perché tutte vogliono la ruota della Bastianelli».

La salita sta quasi per finire. Come sempre, quando si va in bici si gioca anche. Lanciamo lo sprint per il Gpm. Il risultato? Meglio che resti un segreto!