Volate a San Juan: chi voleva il 58, chi sognava il 54

30.01.2023
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E’ nato tutto da un’osservazione intercettata nel gruppo alla Vuelta a San Juan, quando uno dei velocisti ha fatto un ragionamento su Nizzolo. Dato che Giacomo non ha un treno che lo lanci, questo il senso del discorso, per le volate ha scelto di usare una corona anteriore da 56. In questo modo farà le sue volate da solo, partendo da dietro e cercando di rimontare. Se la strada è piatta o tende a scendere, non avrà difficoltà a lanciarsi, come gli successe quando vinse a Verona al Giro del 2021. Se invece il finale ha continui rilanci e lui non può prendere velocità, rischia di rimanere chiuso nelle retrovie e di non arrivare neppure in zona podio. La volata di ieri si è svolta proprio secondo questo copione.

Lo stesso concetto sull’uso dei rapporti più lunghi del solito nelle volate lo aveva approfondito Viviani nei giorni successivi. E mentre ci accingevamo a parlarne con Nizzolo, dal box della squadra italiana ci è giunto il caso opposto. Gli azzurri in gara, essendo in Argentina per acquisire base e ritmo in vista degli europei su pista, hanno usato per tutto il tempo il 53. E Pinazzi, decimo nella volata della sesta tappa, a un certo punto avrebbe spinto volentieri qualcosa di più lungo.

Nizzolo ci ha spiegato il suo criterio di scelta dei rapporti, preparandosi per una tappa a San Juan
Nizzolo ci ha spiegato il suo criterio di scelta dei rapporti, preparandosi per una tappa a San Juan

La volata lunga

Giacomo lo troviamo nel box della Israel-Premier Tech mentre si prepara per la tappa. Le gambe infilate nella maglia e i due numeri dorsali da fissare con le spille. Ascolta il tema. Solleva lo sguardo in modo interlocutorio. E poi spiega.

«Qualcosa di vero c’è – dice – prediligo davvero le volate arrivando da dietro e poi di testa. Nel senso che mi piace lanciare lo sprint da dietro e poi comunque fare una volata lunga. Non sono un velocista che viene fuori negli ultimi 50 metri, non lo sono mai stato. Invece il discorso del 56 è nato tempo fa, ho iniziato a usarlo nel 2016, quando ci feci tutto l’anno, non solo le volate».

Nizzolo spiega che il 56 gli dà una pedalata più rotonda in pianura
Nizzolo spiega che il 56 gli dà una pedalata più rotonda in pianura
Quali vantaggi ti dà?

Credo che sia anche un discorso di rotondità della pedalata, mi trovo sostanzialmente bene così. E poi la mia qualità in volata non è certo la cadenza, ma è più la forza. Allora provo a sfruttare quel rapporto. Ma vi dico che molti corridori lo usano sempre di più. Addirittura c’è anche chi usa il 58.

Se avessi un treno sarebbe la stessa cosa?

Sì, perché come dicevo, è proprio un discorso di caratteristiche fisiche. Piuttosto che l’agilità, preferisco sfruttare la forza.

Ci sei arrivato per vari step? Ad esempio hai provato anche il 58?

Non ce l’ho, altrimenti lo userei. Chiederò se c’è la possibilità di averlo. In realtà tutti pensano che il 56 sia qualcosa di durissimo, ma non è così impossibile.

Nizzolo utilizza pedivelle da 172,5, anche con una corona anteriore più grande
Nizzolo utilizza pedivelle da 172,5, anche con una corona anteriore più grande
Si riesce sempre bene a lanciarsi nelle volate o si rischia di restare chiusi?

Direi di sì, anche perché comunque al massimo si può giocare coi rapporti dietro, se le volate salgono leggermente. Resta però il beneficio che mi dà durante la tappa. E’ chiaro che in volata mi dà qualcosa in più, per come interpreto lo sprint. Però lo trovo comodo anche durante il giorno.

Monti il 56 anche sulla bici da allenamento?

Esattamente. E anche a casa ritrovo le stesse sensazioni. E chiaro che qui le velocità sono più alte, per cui il 58 mi avrebbe fatto comodo. Ad esempio, il primo giorno avevo il 55 perché avevamo pensato che ci fosse vento e invece mi sono messo le mani nei capelli, perché ero proprio fuori cadenza. Lo stesso Morkov ha detto che anche lui era fuori cadenza e aveva il 56. Quindi figurate io che di solito ho anche meno cadenza di lui. 

Nella prima tappa a San Juan, che aveva qualche curva nel finale, Nizzolo si è piazzato al terzo posto
Nella prima tappa a San Juan, che aveva qualche curva nel finale, Nizzolo si è piazzato al terzo posto

Gli azzurri con il 53

E gli azzurri? I corridori di Villa, che a un certo punto è ripartito per seguire le ragazze a Montichari, lasciando la squadra a Mario Scirea, sono venuti in Argentina per fare la base e certo non per inchiodarsi le gambe. Al rientro infatti li attendono tre giorni a Montichiari prima di partire per gli europei di Grenchen. Per questo, il tecnico azzurro ha stabilito che tutti corressero con il 53. Ecco il motivo per cui nella volata della sesta tappa, Pinazzi ha chiuso al decimo posto con la sensazione che un paio di denti in più non ci sarebbero stati male.

«Sono giovane e siamo qui per fare la gamba – spiega il corridore di Parma – ma in effetti il 54 lo avrei girato bene. La sensazione è che sei lì che già frulli, vuoi buttare giù altri due denti e non puoi. Allora fai il massimo per stare lì con loro, ma quando poi raggiungono un’altra punta di velocità, tu rimani lì.

«Già a due chilometri dall’arrivo, quando si sono messi davanti i treni, io avevo già il rapporto massimo. Quindi potete già immaginare dopo, quando hanno aumentato ancora di più, quanto girassi le gambe. Allo sprint avevo 120-130 pedalate. Detto questo, poco male: fra gli U23 corro sempre con il 53, casomai dovessi passare, si potrebbe valutare diversamente».

Il salto fra i pro’

Il suo obiettivo è passare professionista, con la pista come valore aggiunto per le prestazioni ed il curriculum. L’anno scorso sono venute due vittorie, alla Vicenza-Bionde e a Misano, e il secondo al Circuito del Porto.

«Il primo passaggio – spiega – è far bene ai prossimi campionati europei su pista. E poi vorrei una bella stagione su strada, essendo all’ultimo anno da under 23. L’obiettivo è far bene, vincere tanto e passare. Ho cominciato la stagione così, un buon decimo posto, un piccolo grande risultato e speriamo di continuare così

Bis di Welsford, corsa a Lopez, Jakobsen rischia grosso

30.01.2023
6 min
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A San Juan, per l’ultima tappa della Vuelta, sono scese in strada centinaia di migliaia di persone. Qualcosa di impensabile, se non per palcoscenici come il Giro d’Italia oppure il Tour nelle loro terre più calde. Lungo il circuito di 16 chilometri, non un solo metro è parso scoperto di pubblico e alla fine la vittoria è andata nuovamente a Sam Welsford su Jakobsen e Nizzolo. E se nella prima tappa aveva avuto paura, questa volta all’olandese è andata bene. Per questo quando si dirigeva verso il podio aveva lo sguardo scosso.

«Era già stato super speciale – racconta Welsford – aver vinto ieri e mi aveva dato grande motivazione. Oggi avevo grande fiducia e questo secondo successo mi fa credere nel processo che ho iniziato qui e andrà avanti per il seguito della stagione. I risultati in pista sono stati un’esperienza importante per arrivare a questo livello. La squadra mi ha aiutato molto per tutta la settimana. Siamo stati circondati da una folla incredibile, non riuscivo ad ascoltare quello che dicevano i miei compagni.

«Spero di tornare qui il prossimo anno e che questa sia una delle tante vittorie che verranno ancora. In volata eravamo velocissimi, Fabio ha provato a inserirsi fra le barriere ed è stato colpito da un telefono. Ho visto il replay. Spero che stia bene, ha rischiato davvero di cadere. A volte bisogna capire da fuori che quando si arriva così vicini ai corridori, bisogna stare attenti alla loro incolumità».

Prima del via, un corridoio di applausi per Maxi Richeze, commosso all’addio
Prima del via, un corridoio di applausi per Maxi Richeze, commosso all’addio

Pericolo scampato

Jakobsen ha provato a infilarsi sulla destra dell’australiano, dimostrando di aver ben recuperato psicologicamente da quanto gli accadde al Polonia. Ma proprio nel momento in cui si è infilato nei pochi centimetri fra Nizzolo e la transenna, lo ha colpito al capo il telefonino di un tifoso che si sporgeva per fotografarlo.

Il telefono è volato via e con esso gli occhiali di Jakobsen, ma lo sbandamento della ruota anteriore dell’olandese stava per costargli caro. Se non avesse corretto la traiettoria con uno scarto, Jakobsen avrebbe sollevato con la ruota il pannello pubblicitario legato alla transenna e le conseguenze sarebbero potute essere gravissime.

Nizzolo, il rapporto giusto

Nuovamente terzo, come dopo la prima tappa, Nizzolo saluta il nuovo podio con più consapevolezza. Se il primo giorno infatti si trovò a sprintare con un rapporto troppo corto, pagando il cambio di ritmo di Bennett, questa volta il milanese ha provato ad anticipare la volata partendo lunghissimo.

«Ho avuto una sensazione buona – spiega – ma la volata è stata un po’ strana per me, nel senso che non sono le volate che mi piacciono. Non è stata molto tecnica. Però ho trovato il varco per uscire, anche se un po’ lontano dall’arrivo. Ci ho provato e comunque aver fatto una volata così lunga è sintomo che la condizione è abbastanza buona. Un podio che mi motiva, diverso dal primo. Col rapporto che avevo, la settimana scorsa avevo poche chance. Oggi invece ho fatto una volata di testa, che comunque è sempre bello. Poi, chiaro, venire rimontato sul più bello non è simpatico.

«Visto quanta gente? Dicevo ai miei compagni che nel 2018 vinsi questa tappa in uno scenario praticamente uguale e fu un’emozione incredibile. Perché insomma, avere questa gente non è consueto, quindi è bellissimo. Li ringrazio tutti».

Nizzolo ha provato la volata di testa, ma è stato rimontato da Welsford e Jakobsen
Nizzolo ha provato la volata di testa, ma è stato rimontato da Welsford e Jakobsen

Fra Lopez e Tarozzi

La Vuelta a San Juan 2023 se l’è presa Miguel Angel Lopez, grazie all’impresa all’Alto del Colorado, con il nostro Tarozzi che si è aggiudicato la maglia del Gran Premio della Montagna, grazie alla condotta sbarazzina e cocciuta.

«Sono molto contento di questa squadra – dice Lopez – ringrazio tutti per il loro lavoro ogni giorno, spero che questa vittoria sia una bella ricompensa. Voglio anche congratularmi con l’organizzazione per questa bellissima gara, penso che la gente si sia davvero divertita. Porto a casa questa vittoria e inizio l’anno molto motivato. Devo ringraziare Medellin per questa opportunità che mi hanno dato per mostrare le mie qualità, abbiamo dimostrato di essere la squadra migliore. Tutti hanno visto quanto siamo uniti. Questa vittoria mi rende molto felice e soprattutto la voglio dedicare alla mia famiglia, a mia moglie e ai miei figli che sono la cosa più importante. Sono sempre lì, nel bene e nel male».

Sul podio finale, Lopez precede Higuita e Ganna, fortissimo in salita
Sul podio finale, Lopez precede Higuita e Ganna, fortissimo in salita

Per il colombiano e per il romagnolo della Green Project-Bardiani-Faizanè si tratta di una partita vinta. Il primo ha voluto dimostrare qualcosa a se stesso e all’Astana e ora bisognerà aspettare per capire come finirà la sua storia. Intanto il Team Medellin prepara le valigie per inviti già ricevuti in Europa. Invece Tarozzi deve riprendersi dall’infortunio del 2022 e aspetta solo di raccontare tutto il lavoro che gli è costato arrivare fin qui.

La serata si accende di luci, colori e fuochi di artificio. Sul maxischermo del palco scorrono i messaggi registrati nei giorni scorsi, con cui i corridori salutano Maximiliano Richeze. Stasera si farà festa all’Hotel Del Bono, su cui converranno tutte le squadre, poi sarà tempo di impacchettare bici, sogni e speranze e di far rotta verso l’inverno europeo. La Vuelta a San Juan chiude la parentesi delle prime corse al caldo, fra breve tutti i corridori torneranno a sfidarsi sulle rotte europee.

Viaggio nel gruppo dietro la reflex di Luca Bettini

29.01.2023
7 min
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Lo scatto è quell’azione che richiede l’allineamento di più variabili: preparazione, fortuna e coraggio. Scatto, è una parola condivisa da due professioni così diverse che però non possono fare a meno l’una dell’altra. Fotografia e ciclismo. Oggi anziché chiedere al ciclista cosa si prova a stare dentro al gruppo, ci metteremo dietro alla macchina fotografica, in sella alla moto, tra rischi, disciplina ed emozioni. 

Per farlo ci siamo affidati a chi porta sulle spalle un cognome importante nel settore come Bettini. Figlio di Roberto, Luca ci porterà alla scoperta delle dinamiche di corsa tra momenti da catturare e attimi dove oltre alla corsa passa anche il racconto impresso in un’immagine. Questo perché il fotografo è una professione osannata per ciò che regala e spesso criticata per la sua sfrontatezza. Una figura che porta il privilegio di essere l’occhio del lettore tra le Alpi o i Pirenei, tra una classica e l’altra.

Luca e Roberto Bettini fianco a fianco durante la stagione ciclistica
Luca e Roberto Bettini fianco a fianco durante la stagione ciclistica
Domanda scontata ma necessaria. Perché fai il fotografo?

Alle scuole elementari c’era la classica domanda che ti facevano le maestre, tra tutti i sogni dei compagni io ho sempre risposto, voglio fare il fotografo come papà. Questo è un po’ il punto partenza, alle superiori sono andato a fare un professionale di fotografia a Milano in un periodo di transizione tra analogico e digitale. Da lì poi mi sono buttato insieme a papà a seguire il ciclismo in tutte le sue forme. Non c’è mai stata nessuna pressione è sempre stata una mia volontà. 

Per essere un fotografo bravo ci vuole talento o tecnica?

Papà mi ha sempre detto: «Se è quello che vuoi fare non devi neanche chiederlo e vieni con me». Infatti una giornata sul campo era in grado di farti imparare quello che avevi studiato per mesi in aula. Però con la formazione alle spalle ero in grado di capire cosa stavo facendo e perché soprattutto. Adesso con il cellulare o con una macchina digitale tutti hanno il potere e i mezzi di scattare. Però molte volte mancano il come e il perché. Il talento, l’estro, l’occhio e l’esperienza sono cose che fanno differenza in molti settori, specialmente nel mio.

Qual’è stata la tua prima corsa?

Ho tutti i pass che mi aiutano a ricordare ogni mia uscita. La prima che mi ricordo in modo nitido fu la Liegi-Bastogne-Liegi che vinse Bettini nel 2002, davanti a Garzelli in maglia Mapei. La prima invece che feci in moto fu il Trofeo Beghelli nel 2007 appena finite le scuole. 

Paolo Bettini e Stefano Garzelli ,Liegi 2002 dove tutto iniziò per Luca Bettini
Paolo Bettini e Stefano Garzelli Liegi 2002, dove tutto iniziò per Luca Bettini
Che emozioni hai provato?

Quando sei in moto a fotografare a 19 anni in una gara tra i pro’, non ti rendi conto appieno di quello che stai vivendo, si è troppo giovani, senza esperienza e un minimo di conoscenza di come è strutturata e fatta una gara. Mi ricordo che lì di grande aiuto e soprattutto agli inizi c’è il motociclista, che ti porta in mezzo al gruppo e ti guida. Essendo uno dei fidati di mio papà, si muoveva con esperienza. Man mano poi ci si costruisce la propria esperienza e si portano a casa le prime emozioni. 

Come ci si muove in gruppo per trovare lo scatto ideale?

Per essere lì quando succede qualcosa, le variabili sono due. La prima è l’esperienza che ti guida e ti porta nel posto giusto al momento giusto. La seconda è la fortuna. Per esempio sei lì davanti al gruppo e mancano 250 chilometri all’arrivo, quando improvvisamente passa uno scoiattolo che provoca la caduta e tu riesci a immortalarla. Nell’altro caso invece mi viene in mente quando ho fotografato la crisi di Bernal nel 2021, quando ebbe quel momento difficile mentre veniva aiutato da Martinez. Io ero lì, ho sentito alla radio che Egan stava iniziando a lasciare un po’ di spazio dalle ruote e subito mi sono fermato con il motociclista. Appena il ritmo è aumentato, il colombiano si è staccato e c’è stata tutta la scena che ho scattato con Martinez che lo supportava in tutto. 

“Crisi” Bernal: a Sega di Ala perde 53″ da Yates. Martinez lo scorta e lo incita fino alla cima
“Crisi” Bernal: a Sega di Ala perde 53″ da Yates. Martinez lo scorta e lo incita fino alla cima
Quindi anche voi dovete leggere la corsa?

Ci sono momenti di corsa più tranquilli, mentre ce ne sono altri che diventano chiave e sai che devi stare lì davanti in attesa che avvenga quello che tutti si aspettano. Qui entrano in campo l’esperienza e tutta la tua conoscenza della corsa. Saper fare le foto non ti porta ad avere scatti importanti durante la gara. Non è uno stadio o un palazzetto. Il ciclismo è spalmato su 200 chilometri e devi decidere tu come muoverti. 

Come ci si comporta davanti ad una situazione critica come una caduta?

La caduta succede e fa parte di questo sport. Se ti capita e sei lì, scatti delle foto e nello stesso tempo valuti la situazione. Il tuo occhio passa davanti all’obiettivo, ma non è un discorso di indifferenza. Mi ricordo quando Zakarin al Giro d’Italia finì sui sassi di un ruscello dopo un bel salto. Scesi dalla moto feci qualche scatto e mi fiondai immediatamente a vedere come stava il corridore. Capita magari quando sei in discesa in una tappa che c’è uno sparpaglio generale, i soccorsi e le ammiraglie non sono subito vicine. In quei momenti sei tu il primo soccorritore, in quel caso mi ricordo che una volta appurato che parlava e si muoveva, io e il motociclista ci siamo attivati per far fermare la macchina del medico. Una volta arrivato ho fatto altre due foto per chiudere l’accaduto e sono ripartito. 

La scelta è in mano tua…

Delle volte capita che vedi che si fanno male, ma non in maniera grave. Escoriazioni o tagli, fai due foto. Quando ti accorgi che diventa un po’ troppo, io sono uno di quelli che non continua. Ho fatto un paio di foto e chiudo lì il mio reportage. Non mi piace essere pressanti su quello che succede. 

Il momento drammatico della caduta di Letizia Paternoster a Monaco 2022
Il momento drammatico della caduta di Letizia Paternoster a Monaco 2022
Un esempio?

Ho sotto gli occhi la caduta della Paternoster in pista agli europei di Monaco dello scorso anno. Lei è caduta all’interno della curva proprio davanti alla postazione dei fotografi e delle telecamere. E’ chiaro che le cadute in pista sono una dietro l’altra a volte. Quindi vedi che c’è una caduta, scatti due foto e valuti l’entità di quello che è appena successo. In quel caso c’erano delle persone attorno a lei, quindi era una situazione caotica. Vedi che arrivano i sanitari, fai due foto e ti fermi. Mi ricordo che in quell’istante venne il foto manager e si rivolse a noi fotografi dicendo di non scattare più. Noi avevamo già smesso da un po’ di tempo. Gli feci notare però che l’operatore della Tv aveva la camera puntata sulla caduta. Gli dissi che io non faccio foto e non le pubblicherei nemmeno, ma tutti i giornali e siti andranno ad utilizzare i frame dalla televisione. Il buon senso è alla base di tutto sempre. 

Voi avete un codice non scritto mentre le Tv sono in presa diretta continuamente, come si è visto al Tour Down Under con lo sfogo di Bettiol verso l’operatore…

Non credo sia tanto questo. L’operatore ha un regista che gli parla in cuffia e in generale è sempre lui che ti dice se continuare a riprendere oppure interrompere.

Con la foto che abbiamo utilizzato in apertura hai vinto il premio “The Best of Cycling 2022”, raccontacela…

Era la prima tappa in linea del Giro d’Italia a Budapest. C’è un aneddoto interessante e divertente. Dalla parte opposta rispetto a dove correvano i cavalli, c’erano dei piloni della corrente e non mi piacevano per niente nell’inquadratura, perché cerco sempre una foto pulita. Iniziai a camminare da quel lato nel campo di colza e mi arrampicai su uno di questi piloni e appunto riuscii a fare questo scatto appeso solo con le gambe perché con le mani dovevo fotografare, stringendo i corridori e i cavalli in un piano unico. Poi quei pantaloni li buttai via, perché diventarono completamente gialli. 

La partenza singolare in mezzo al deserto a pochi passi da Abu Dhabi
La partenza singolare in mezzo al deserto a pochi passi da Abu Dhabi
Qual’è la tua foto migliore?

E’ difficile decidere. Ho una cartella a parte in cui tengo gli scatti a cui tengo di più. Posso dire che per stringere il cerchio ce ne sono alcuni più unici degli altri. Ci sono alcune foto che sono belle, però se si scattano ancora un anno dopo, si potrebbero rifare identiche. Per esempio una foto classica come può essere la foto sul mare della Milano-Sanremo o il Muro di Sormano in Lombardia. Sono delle foto molto belle, ma se non c’è qualcosa di diverso, saranno sempre uguali a se stesse. Due foto che mi vengono in mente che difficilmente mi ricapiteranno sono: la Milano-Sanremo sotto la neve e la prima edizione dell’Abu Dhabi Tour nel 2015, quando i corridori fecero un tratto di trasferimento all’interno di questo resort in un’oasi nel deserto. Sono sicuro che non ci torneremo più, perché quel giorno facevano 45 gradi. 

Cosa si prova a vedere un momento decisivo di un Giro, un Tour o una classica a pochi centimetri attraverso l’obbiettivo?

Lo vedi e lo scatti. Sai che sta per succedere qualcosa, il corridore si ferma, attacca o molla. Stai già vivendo il momento e lo stai vivendo sul posto. L’emozione è diversa, sei impegnato nel catturare l’attimo. Probabilmente lo realizzi, ma non lo fai emotivamente. L’emozione la ricostruisci in un secondo momento. Per esempio quando ti sposti perché non puoi stare tutto il tempo davanti ai corridori e concretizzi quello che hai vissuto, conscio che sei riuscito a catturarlo

Lamon: sette tappe a testa bassa, nella fossa dei leoni

29.01.2023
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Come disse qualche giorno fa Egan Bernal, il ciclismo è soprattutto un fatto di testa. E di testa Francesco Lamon alla Vuelta San Juan ha dimostrato di averne tanta, gettato come gli altri pistard azzurri nella fossa dei leoni. In mezzo a tutti questi stradisti, pronti per una stagione di salite, volate e lunghe distanze, il corridore veneto ha dovuto stringere i denti ogni santo giorno. Per lui che è campione olimpico dell’inseguimento a squadre, la stagione sarà composta prevalentemente dalle sfide in pista. Sforzi di 4 minuti, che tuttavia richiedono una base solida. E proprio per costruire questa base, Lamon è volato alla Vuelta a San Juan.

Lamon è consapevole di dover alzare i giri del motore per mettere Villa in difficoltà
Lamon è consapevole di dover alzare i giri del motore per mettere Villa in difficoltà

Carico di fatica

Le tappe devono essergli sembrate un supplizio, ma quando sai di dover fare un certo tipo di lavoro, hai la fortuna di poterti gestire.

«Sono due mesetti – racconta in una mattina calda come le altre – che abbiamo iniziato a lavorare intensamente, alternando strada e pista. Prima di venire qua siamo riusciti a fare un blocco di lavoro importante su pista. Qui si sapeva che comunque per noi sarebbe stata difficile, perché ovviamente corse su strada ne facciamo relativamente poche. Quindi c’è stato da salvarsi, cercare di lavorare il più possibile e mettere più fatica possibile nelle gambe. Una cosa che effettivamente sta succedendo.

«La fatica di questa corsa riuscirà a coprire abbastanza il periodo delle Coppe del mondo, quindi di conseguenza va bene. Poi non so se più avanti ci saranno altre corse su strada. Benvengano, io sono a disposizione del cittì. Bisogna solo rimanere calmi, tener duro, sapere comunque che il nostro obiettivo non è qui, ma tra 20 giorni».

Alla partenza della tappa del sabato, Lamon (primo da destra) e gli altri azzurri
Alla partenza della tappa del sabato, Lamon (primo da destra) e gli altri azzurri

Un uomo in meno

Il Comitato Olimpico Internazionale ha pensato bene di rimescolare nuovamente le carte e così adesso ogni nazione potrà schierare alle Olimpiadi soltanto 5 atleti: i 4 del quartetto più una riserva. Ciascuno di questi 5 atleti dovrà correre le prove per le quali la nazione è qualificata. La lotta per un posto, che fino a Tokyo era stata molto tirata, adesso rischia di trascendere.

Nell’Italia dei grandi inseguitori, il problema di abbondanza rischia di colpire coloro che non hanno nella polivalenza il loro punto forte. E chi eventualmente facesse una sola specialità, sarà chiamato a un livello altissimo: potrebbe essere il caso di Lamon, fortissimo specialmente nelle partenze del quartetto. Un ruolo in cui però è già stato provato Jonathan Milan.

«E questo è un problema, anche se relativo – prosegue Lamon – perché vuol dire anche all’interno della nostra nazionale c’è competitività, che tirerà fuori il meglio di ciascuno di noi, portandoci ad avere la nazionale più competitiva. Altri hanno provato il ruolo di lanciatore, penso a Milan. Ma non è che per questo io dovrò cambiare preparazione o altro».

Sul traguardo della prima tappa, Lamon 124° a 1’57”
Sul tragaurdo della prima tappa, Lamon 124° a 1’57”

«Ovviamente – prosegue Lamon – nel momento in cui sarà essenziale avere il miglior tempo, cercherò di farmi trovare pronto, indipendentemente che posso fare il primo oppure il secondo. Insomma, se Consonni può fare le partenze, magari potremmo provare che parte lui e io faccio il secondo. Vivremo man mano, come quando ci troviamo tutti assieme, per parlarne e capire quale sia il quartetto migliore.

«Per il fatto delle altre discipline – ammette – è chiaro che nella madison la priorità sarà per Elia e Simone. Su questo punto di vista, escludo di poter dire che sono già tra i cinque. Come ho detto, prima c’è da lavorare e lavoreranno anche gli altri, sempre concentrati sul pezzo, fino a quando ci sarà la selezione».

Gli azzurri hanno fatto corsa di retrovia, cercando di immagazzinare lavoro
Gli azzurri hanno fatto corsa di retrovia, cercando di immagazzinare lavoro

Sempre al massimo

In un gruppo di inseguitori con nomi, fra gli altri, come quello dello stesso Lamon, di Ganna, Milan, Viviani, Consonni e Moro, è chiaro che il vantaggio di avere la panchina lunga sarà utile quando la caccia ai punti della qualificazione si sposterà alle Coppe del mondo.

«Qualificarsi come nazionale – ammette Lamon – è relativamente poco difficile. Qualificarsi invece all’interno della nazionale italiana è molto più difficile. E’ una situazione un po’ stressante che ha i suoi pro e i suoi contro. Devi sempre dare il massimo in ogni minimo lavoro, mentre il lato positivo è che comunque sappiamo che a Parigi andranno cinque che possono portare a casa una medaglia». 

Diviso tra casa e ciclismo: Pasqualon raccontaci come fai

29.01.2023
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Da una storia su Instagram di Andrea Pasqualon è nata questa intervista. Le foto in questione erano due. Nella prima il neo corridore della Bahrain Victorious era in macchina in piena notte con destinazione casa. La seconda, il mattino successivo, abbracciato a sua figlia Joyel. La curiosità è arrivata di conseguenza, con l’intenzione di capire come i corridori riescano a conciliare famiglia e ciclismo. Sia chiaro, è il loro lavoro, ma non riconoscere il lato umano di questa storia sarebbe da insensibili.

Andrea Pasqualon è passato quest’anno alla Bahrain Victorious con la quale ha firmato un biennale (foto skovacevic)
Andrea Pasqualon è passato quest’anno alla Bahrain Victorious con la quale ha firmato un biennale (foto skovacevic)
Andrea, come si trova il giusto equilibrio?

Il nostro sport – racconta Pasqualon – è di per sé molto difficile, bisogna avere una grande concentrazione per fare le cose al meglio. Sia quando ci si trova in allenamento che quando ci si trova in gara. Anzi in quest’ultimo caso lo stress è maggiore e se a questo si aggiunge la famiglia diventa una bomba pronta ad esplodere. Bisogna far combaciare tutto, non si può far mancare nulla alla famiglia. 

Quanto è importante la famiglia per un corridore?

I figli sono un pensiero in più che si somma al lavoro, ma la famiglia è importante. Trovare il luogo ed il tempo per stare con loro ti aiuta anche a recuperare. Stare con mia figlia e passare del tempo con lei mi fa stare bene. Quando si è ai ritiri o alle corse, non si vede l’ora di tornare da loro e di godere della loro presenza. 

Nome particolare Joyel, da dove arriva?

La mia compagna ed io non volevamo sapere il sesso. Avevamo un sacco di nomi da maschio, ma da femmina no. Così la sera prima abbiamo pensato ad un nome e ci è venuto in mente Joyel. Arriva da un cartone animato: Rio. 

Quanto anni ha ora?

Sei, appena compiuti: il 25 gennaio. Fa gli anni lo stesso giorno della nonna, mia madre, ed abbiamo festeggiato insieme. Ho approfittato di alcuni giorni di pausa per tornare qui in Trentino e passare dei giorni con tutta la famiglia. 

Riesci a conciliare l’attività di professionista con la figura di padre?

Non è sempre semplice, spesso la mia compagna si trova nella situazione di dover ricoprire entrambe le figure. E’ una santa, come lo sono anche le mogli o compagne dei miei colleghi, che spesso si trovano a dare quel che il padre non riesce a trasmettere. 

Quando torni a casa stai spesso con tua figlia, lo si vede dalle foto.

Una volta tornati a casa dalle varie corse o ritiri, bisogna dare il 110 per cento. Viaggiare di notte fa parte del mestiere, preferisco dormire qualche ora in meno, ma svegliarmi insieme a mia figlia il giorno dopo.

Pasqualon ha corso per sei anni con la Intermarché, prima Wanty Group Gobert
Pasqualon ha corso per sei anni con la Intermarché, prima Wanty Group Gobert
Avere delle figure di supporto come i nonni è importante?

I nonni sono una figura di riferimento importantissima. Noi abbiamo la fortuna di avere anche i bisnonni, sono delle persone molto attive e ci danno una grande mano per gestire la famiglia. Io stesso ricordo mio nonno come se fosse mio padre, i miei genitori lavoravano entrambi e lui mi ha cresciuto ed insegnato molto. 

Anche la tua compagna lavora?

Tanja lavora e qualche volta partecipa a delle fiere o eventi e sta via per il weekend. La sera, quando è a casa, lavora in un bar, è giusto che anche lei si trovi il suo spazio. Non deve rinunciare alle cose per “colpa” mia.

Tua figlia Joyel che rapporto ha con il tuo lavoro?

Con il passare degli anni sta iniziando a capire il mio lavoro. Quando era più piccola si arrabbiava di più per le mie assenze. A volte, ancora ora, mi chiede se posso prendere dei giorni liberi per restare con lei. I giorni in cui devo fare scarico riesco a conciliare le cose, ma quando devo fare dei lavori specifici devo dirle di no a malincuore. Le prometto però che esco presto così torno prima e passiamo più tempo insieme. 

Le corse a tappe sono meno pesanti dei ritiri perché i ritmi sono più frenetici e si è concentrati sulla corsa
Le corse a tappe sono meno pesanti dei ritiri perché i ritmi sono più frenetici e si è concentrati sulla corsa
Sono più difficili da gestire i ritiri o le gare?

I ritiri.

Come mai?

Perché in gara sei concentrato sul risultato e sul motivo per il quale stai correndo. Le giornate scorrono via più rapide.

Quando vai in ritiro da solo le porti con te?

Sì, mi sono preso una casa ad Andorra e porto la famiglia con me. Prima di un Tour de France o del Giro mi è utile averli accanto, mi fa stare bene anche di mente. Poi considerate che se non li vedessi neanche durante il ritiro, al quale poi si aggiunge la corsa, sarebbero 60 giorni di lontananza. 

Molte squadre non permettono ai corridori di portare con sé la famiglia, anche nei ritiri individuali…

E’ una cosa che non capisco, dicono che deconcentra l’atleta. Sinceramente non lo comprendo come ragionamento. Quando vado in ritiro mi piace portare la famiglia, avere qualcuno di importante accanto è utile sia a livello umano che sportivo. Se fossi un diesse opterei sempre per la felicità del corridore, un professionista felice riesce a rendere di più.

Pasqualon preferisce allenarsi sulle strade di Andorra, più sicure e a portata dei ciclisti (foto airanphoto)
Pasqualon preferisce allenarsi sulle strade di Andorra, più sicure e a portata dei ciclisti (foto airanphoto)
Come funziona una tua giornata tipo in ritiro?

Ho preso una casa ad Andorra, la mattina mi alleno mentre Tanja e Joyel fanno delle belle camminate. Il pomeriggio lo passiamo insieme.

Dalle foto sui social si vede che ti piace portarla con te in bici o sugli sci.

Sì, mi piace l’idea che cresca come una “sportiva” per insegnarle uno stile di vita sano. Non mi importa quale sport vorrà fare e non la obbligherò a fare nulla. Credo, però, che sia giusto darle la possibilità di provare tante cose, a seconda dei suoi gusti. 

Anche tu scii molto.

Sono cresciuto sugli sci, fino ai 17 anni ed è bello avere un’attività da alternare.

Joyel ha sei anni, è prossima alla scuola, che decisione avete preso tu e la tua compagna?

Ora lei è in un istituto privato, un asilo che ha una visione differente e lascia tanto i bambini all’aria aperta. In Trentino sono molte le strutture così, i bambini crescono a contatto con la natura imparando a condividere con essa gli spazi.

La scuola elementare dove la farà?

Ad Andorra, per motivi di tempo resto più tempo lì che in Italia. E’ uno Stato che mi piace molto e piace tanto anche alla mia compagna. Si tratta di un posto sicuro dove allenarsi, le strade sono larghe e c’è la cultura ed il rispetto del ciclista. Ad essere sincero in Italia pedalo poco, preferisco fare attività differenti e le ultime vicende (l’incidente mortale di Rebellin, ndr) mi hanno convinto ancor di più a prendere questa scelta.

Piva: «Girmay è pronto a fare il leader. Il team è per lui»

29.01.2023
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Biniam Girmay ha detto che sarà pronto ad una stagione da protagonista, che sa di non essere più un corridore qualunque e che per questo sarà anche più marcato. Il che non fa una piega. E anche Valerio Piva, suo direttore sportivo alla Intermarché Wanty Gobert, è sulla stessa lunghezza d’onda.

La stagione dell’eritreo è iniziata qualche giorno fa nelle corse majorchine. Ed è iniziata con un buon terzo posto. Segno che “Bini” ha passato un buon inverno e non si è seduto sugli allori.

La squadra crede in Girmay. In ritiro hanno provato dei treni appositamente per lui (foto Instagram Cycling Media)
La squadra crede in Girmay. In ritiro hanno provato dei treni appositamente per lui (foto Instagram Cycling Media)

Biniam leader 

«Certamente – spiega Piva con la sua consueta chiarezza – Girmay sarà più controllato dopo un 2022 in quel modo. Non andrà più alle corse così… per fare esperienza o da semi-sconosciuto, posto che sconosciuto non era. Tra Gand e Giro ha mostrato grandi cose. Alle partenze delle prossime gare non sarà uno dei tanti.

«Anzi, starà a noi squadra supportarlo, togliergli magari le castagne dal fuoco, tirare per ricucire sulla fuga. E questa sarà una responsabilità in più per lui… e per noi».

Il discorso delle responsabilità non è banale. Parliamo comunque di un corridore giovane, che viene da un Paese che non ha poi tutta questa cultura ciclistica. Magari certe dinamiche Biniam neanche le ha viste troppo in tv o gli sono state tramandate. Ma anche in questo caso Piva chiarisce subito.

«Non penso che Biniam abbia difficoltà a prendersi le sue responsabilità. L’ho visto in prima persona lo scorso anno al Giro, dove aveva la leadership della squadra. Non aveva paura degli avversari, neppure quando, sempre al Giro, se la doveva vedere con Van der Poel.

«Girmay sa quel che vuole e quanto gli costerà. Ma sa anche che ha un team ormai costruito intorno a lui. Biniam è il nostro leader, almeno per certe corse».

Ad Asmara Biniam si è allenato al caldo ed è stato con la sua famiglia. Eccolo in una sgambata con la compagna (foto Instagram)
Ad Asmara Biniam si è allenato al caldo ed è stato con la sua famiglia. Eccolo in una sgambata con la compagna (foto Instagram)

Inverno africano

Piva racconta che Girmay ha passato un buon inverno e che è stato molto serio. Ha sfruttato i 2.000 e passa metri di Asmara, la Capitale eritrea in cui vive, e il buon clima di quelle parti.

«E’ mancato nel ritiro di dicembre – prosegue Piva – ma eravamo d’accordo proprio perché sfruttasse al meglio le condizioni di casa sua.

«Poi bisogna anche pensare che lì è con la sua famiglia e una volta che riprende la stagione, non torna a casa per molti mesi. Ma già nel ritiro di gennaio si è presentato in ottime condizioni e lo ha dimostrato col terzo posto ad Alcudìa. Tra l’altro un terzo posto viziato da un errore tecnico: il finale era posizionato con 150 metri di differenza rispetto a quanto indicato dal road book».

Quel che conta però è che Girmay ha dimostrato di stare bene, specie in ottica grandi obiettivi.

«Biniam – prosegue Piva – ha dichiarato di voler fare bene nelle classiche del Nord, ma si è inserito un nuovo obiettivo: il campionato africano. E lui ci tiene. Quindi a metà febbraio tornerà in Africa. Da lì appunto ci saranno le corse italiane e poi quelle del Belgio fino, forse, all’Amstel. Poi toccherà al Tour.

«Anche se Girmay avrebbe gradito molto il Giro d’Italia. Voleva concludere quanto fatto lo scorso anno per capire dove sarebbe potuto arrivare (si ritirò a causa del tappo dello spumante nell’occhio proprio nel giorno del successo a Jesi, ndr) e dare assalto alla maglia ciclamino. Ma certo anche per questioni di marketing, visto che Intermarché è francese, il Tour è molto importante per noi. Ma non escludo che possa tornare in Italia nei prossimi anni».

Sognando la Roubaix

A quanto pare, Girmay è innamorato della Roubaix. Non l’ha mai corsa, ma la vedeva in tv. Parteciparvi è un sogno per lui. Una corsa così richiede esperienza e anche degli ottimi materiali.

«Dal punto di vista dei materiali – dice Piva – sono abbastanza tranquillo: lo scorso anno abbiamo portato al traguardo della Roubaix cinque atleti nei primi venti. E lo stesso Girmay alla prima apparizione sul pavè e sui muri, ad Harelbeke, ha concluso al quinto posto. Quindi il pavè gli piace. Mentalmente e fisicamente sembra essere pronto. Poi faremo anche i classici sopralluoghi prima delle corse.

«Se è un po’ leggerino per la Roubaix? Beh, proprio leggero non è. E se lo scorso anno si è giocato le corse con Van der Poel, magari è adatto anche per la Roubaix».

Il nuovo Gaviria riparte dalla Spagna come in famiglia

29.01.2023
5 min
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Nel raccontare la prima vittoria in maglia Movistar alla Vuelta a San Juan, Fernando Gaviria ha usato un’interessante serie di parole. Famiglia, passione e fiducia non sono termini scontati nello sport professionistico. Il più delle volte, si risolve tutto nel fare bene il proprio lavoro, in alcuni casi ben pagato, in modo che i conti tornino in termini di vittorie, punti, impegno e obiettivi. Spesso dipende dal modo in cui ti poni, per cui nella stessa squadra qualcuno può trovarsi da Dio e un altro viverla come l’inferno. E’ un fatto però che alla UAE Emirates, Gaviria si stesse spegnendo e che alla Movistar abbia ritrovato gli stimoli.

L’esultanza col telefono è per Gaviria il modo di ringraziare Movistar
L’esultanza col telefono è per Gaviria il modo di ringraziare Movistar

«La squadra – dice il colombiano, 28 anni – è molto importante. Mi hanno accolto bene, sono contento di essere qui. Già dal primo giorno ho sentito un bel clima e questo mi spinge a impegnarmi di più. E’ qualcosa che mi è mancato negli ultimi anni. Non voglio fare confronti, erano circostanze diverse. Adesso ci stiamo divertendo, la squadra ha fiducia ed è contenta. Allora vediamo di continuare così tutta la stagione. Mi hanno chiesto quali corse volessi fare e perché. Gli ho detto la mia, abbiamo ragionato e il calendario è nato da sé.

«Voglio riprovare le classiche. Quest’anno – ammette – sarà difficile perché sono tre anni che non le faccio. Voglio arrivare in un’ottima condizione. Adesso stiamo crescendo, manca di perdere un paio di chili e allenarmi un po’ di più sui lavori specifici, ma siamo in buona condizione. Ho fatto un bell’inverno a casa e anche in Spagna».

Gaviria e Lombardi, che da anni è il suo procuratore
Gaviria e Lombardi, che da anni è il suo procuratore

Torres ultimo uomo

La Movistar, che ha da anni una tradizione legata ai Giri e non certo alle volate, ci sta prendendo gusto. E così ogni giorno il gruppo di corridori volati in Argentina con Gaviria si esercita e impara qualcosa di nuovo.

«E’ bello – sorride Gaviria da dietro il suo barbone – perché loro stanno imparando molto in fretta. Ogni giorno in corsa va un po’ meglio e questo mi fa essere ottimista. Il primo giorno sono riusciti a portarmi sulla ruota giusta, eravamo dietro Jakobsen. I ragazzi vogliono lavorare bene e fare tutto il lavoro per portarmi bene alla volata. Non c’è tanto da spiegargli. Sono cose che si trovano lungo il percorso e loro stanno iniziando a prendere da soli le loro decisioni.

«Non sbagliano tanto. La verità è che hanno un motore enorme, ma ogni tanto sprecano tante energie. Come Torres, che viene dalla pista ed è il mio ultimo uomo. E’ forte, ma deve imparare. Devono capire che la volata non è come in salita, che devi tirare a tutta e basta. Qua si devono gestire le gambe, perché ogni tanto arrivare al traguardo è davvero lungo…».

Nella volata di Barreal contro Ganna, Gaviria si è trovato aperta la strada sulla destra
Nella volata di Barreal contro Ganna, Gaviria si è trovato aperta la strada sulla destra

Debutto al caldo

Secondo chi lo conosce meglio, aver iniziato la stagione dal Sud America dopo gli anni di blackout dovuti alla pandemia gli ha restituito il sorriso, rispetto ai debutti in Europa al freddo che mal digerisce.

«E’ importante – dice – ritrovarsi alla fine di gennaio in una bella corsa, con il caldo e un livello così alto nelle volate. E’ un buon test per arrivare in Europa, il confronto aiuta a capire. Ho avuto le mie giornate di difficoltà, quando non riuscivo a vincere e nemmeno ad arrivarci vicino. Gli altri intanto crescevano, ma credo che alla fine tra noi ci sia un certo equilibrio. La differenza dipende dai comportamenti.

«Quando parti per una volata, prendi subito le transenne, a destra o a sinistra, quasi mai ti trovi in mezzo. Ganna l’altro giorno è stato bravo. Ha lasciato 2 metri fra sé e le transenne e non si è spostato. Si va alla transenna perché se qualcuno vuole passarti, deve prendere tutta l’aria possibile. Per fortuna non ci sono più velocisti che provano a buttarti per terra e, quando succede, è per errore. C’è molto rispetto, ormai siamo tutti amici. Non arriverà più uno sprinter che fa numeri stratosferici. Le volate ormai te la devi giocare ogni volta, contano più la padronanza, la squadra, la bici…».

Una Canyon per amica

Proprio sul fronte della bici, pare che Gaviria sia molto contento della Canyon Aeroad ricevuta in dotazione e montata con lo Sram Red (corona anteriore 41-54): la stessa bici con cui Philipsen e Merlier hanno fatto incetta di vittorie lo scorso anno. Di certo quella utilizzata negli ultimi anni era invece una bici più adatta agli scalatori e meno ai… maltrattamenti dei velocisti.

«Mi trovo molto bene – dice – la nuova bici è comoda, sono felice. Ho scelto le ruote che userò tutto l’anno. Ne abbiamo tante a disposizione, ma ho scelto quelle che mi sembrano più belle (la preferenza di Gaviria è andata alle Zipp 454 NSW tubeless, montate con pneumatici Continental Grand Prix 5000 S TR, ndr). Ho chiesto di poterle avere per tutte le tappe, in tutte le corse dell’anno».

Freccia Welsford, la via più veloce dalla pista alla strada

29.01.2023
4 min
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Tutti in attesa di Jakobsen, oppure Bennett e Gaviria, invece dal gruppo è schizzato fuori uno che di volate ne sa parecchio, ma su strada è poco più di un debuttante: Sam Welsford.

Il suo palmares parla di due medaglie olimpiche su pista (argento e bronzo a Rio e Tokyo nell’inseguimento a squadre) e di quattro titoli mondiali sempre su pista (tre volte nel quartetto e l’ultima nello scratch).

Sam Welsford ha 27 anni, è australiano e ha un grande palmares su pista
Sam Welsford ha 27 anni, è australiano e ha un grande palmares su pista

Cerotti e abrasioni

Qui alla Vuelta a San Juan lo avevamo visto tutto bendato nei primi giorni, finito sull’asfalto in malo modo, ma avendolo appena visto strecciare sul traguardo di San Juan davanti a Bennett e Gaviria, la sensazione è che abbia ben recuperato.

«Oggi ha funzionato tutto alla perfezione – racconta nella conferenza stampa subito dopo l’arrivo – la squadra ha lavorato bene ed è una coincidenza divertente il fatto che la tappa si sia conclusa davanti a un velodromo così bello, visto il mio palmares su pista. Avevo studiato il finale, sono molto contento, ma per arrivare allo sprint, la giornata è stata molto dura».

Salite e peso

Un metro e 82 per 79 chili, Welsford ha quadricipiti da chilometrista. Tanto che gli illustri sconfitti non hanno neppure accennato la minima protesta, consapevoli del fatto che se a uno così lasci strada aperta, c’è il rischio che ti infili.

«Ho battuto alcuni dei più forti – dice con un sorriso grosso così – che mi motiva molto. Detto questo, fare volate su pista è completamente diverso che farle su strada. Le velocità forse sono più basse, ma lo sprint in pista è più breve. Qui invece si comincia a sgomitare dai meno 3 chilometri dall’arrivo e per arrivarci devo comunque combattere con il peso, allenarmi sulle salite…».

La notizia del ritiro di Bernal arriva a sorpresa: dolore al ginocchio. Prima del via sembrava tutto normale
La notizia del ritiro di Bernal arriva a sorpresa: dolore al ginocchio. Prima del via sembrava tutto normale

E le classiche?

Le Olimpiadi di Tokyo sono state una parentesi chiusa sulla pista. Da quel momento, Welsford ha firmato il contratto con il Team DSM e ancora adesso ci si chiede quale potrebbe diventare il suo terreno di elezione. Le volate, certo, ma perché escludere le classiche?

L’anno scorso, Welsford ha infatti conquistato il podio alla Scheldeprijs vinta da Kristoff su Van Poppel e pochi giorni prima era stato quarto alla Bredene Koksijde Classic, dietro Ackermann, Hofstetter e Merlier.

«E’ forte – mormora il massaggiatore che lo aspetta – all’inizio aveva qualche problema nello stare in gruppo, ma sul motore non si discute».

Quadricipiti ipertrofici per Welsford che ha sorpreso i rivali in volata
Quadricipiti ipertrofici per Welsford che ha sorpreso i rivali in volata

Se ne sono accorti tutti, Bennett e Gaviria su tutti. Soprattutto il colombiano non se lo aspettava e dopo la riga sembrava contrariato. Eppure anche oggi si conferma la legge dichiarata nei giorni scorsi da Viviani: non c’è più un dominatore assoluto. Le volate si vincono sui dettagli e perché tutti si combinino nel modo giusto, occorre anche un po’ di fortuna…

E Spezialetti alla Bingoal si toglie una soddisfazione

28.01.2023
4 min
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Alessandro Spezialetti è un nuovo direttore sportivo della Bingoal Wb (immagine photonews in apertura). L’abruzzese è stato per anni nel gruppo di Gianni Savio e dopo la chiusura del suo vecchio team è stato libero di cercare altrove. Ma cercare altrove non è così facile, specie se il via libera arriva tardi.

La voce che “Spezia” potesse fare rotta sul Belgio c’era già da qualche settimana. La firma del contratto, arrivata pochissimi giorni fa, ha sancito il tutto e adesso finalmente può tirare un sospiro di sollievo. Alessandro non vede l’ora di tornare a lavorare e di sedersi al volante della sua nuova ammiraglia.

Alessandro Spezialetti (classe 1975) è stato pro’ per 16 stagioni. E’ salito in ammiraglia nel 2014 alla Nippo-Vini Fantini
Alessandro Spezialetti (classe 1975) è stato pro’ per 16 stagioni. E’ salito in ammiraglia nel 2014 alla Nippo-Vini Fantini

Voglia di estero

«Come un po’ tutti coloro che erano alla Drone Hopper-Androni – racconta Spezialetti – mi sono mosso dopo che Gianni Savio e Marco Bellini hanno fatto la riunione per informare staff e corridori che c’erano delle difficoltà nel continuare come team professional. Eravamo però ad agosto… quindi parecchio in là coi tempi».

La curiosità maggiore riguarda la meta. Un diesse e un corridore così radicato nelle squadre italiane volta pagina in modo netto.

«In realtà – racconta Spezialetti – in cuor mio era già un po’ di tempo che volevo fare un’esperienza all’estero, anche perché non ero riuscito a farla neanche da corridore. E così quando ho iniziato a muovermi l’ho fatto subito in quella direzione.

«Ricordo che tutte le gare del Nord, dall’Amstel alla Freccia, mi piacevano e tornare lassù era sempre bello. Anche se ho un piccolo neo ce l’ho: Liegi del 2002, quella che poi vinse Bettini su Garzelli. Ero in fuga e nel finale ho avuto una crisi di fame. Quella mi è rimasta sempre sul groppone!».

Rotta sul Belgio

L’ex corridore di Saeco, Liquigas e Lampre racconta poi come è arrivato in questo team belga.

«Ho sentito Christophe Brandt (il team manager della Bingoal WB, ndr) con il quale ho corso per qualche anno, anche se in squadre diverse. Però c’era un buon rapporto. Così, sentendoci, è arrivata la proposta di unirmi a loro. Christophe è venuto qui in Italia ad autunno inoltrato: mi ha fatto vedere un po’ come lavoravano e mi ha spiegato alcune cose».

La Bingoal Wb è una professional. Una squadra nel cuore del Belgio, più piccola rispetto ad un gigante del calibro di Soudal-Quick Step che ha un appeal più internazionale. Eppure è in queste squadre che si radica il tratto più genuino della cultura ciclistico-sportiva di un Paese. Un po’ come lo era la Drone Hopper o lo è per la Bardiani in Italia.

Una cultura che è distante da noi e da Spezialetti. Ma a quanto pare, Alessandro oltre ad esserne consapevole, ne ha fatto uno stimolo.

«Come ripeto, da un bel po’ avrei voluto fare un’esperienza all’estero. Non ci ero riuscito da corridore ho provato a farlo da direttore.

«La mentalità è diversa? Vero, ma una volta che sei dentro la squadra per forza di cose ti devi ambientare, scoprire, imparare. E poi non credo che sarà così difficile ambientarmi, visto che mi hanno detto che correremo parecchio in Italia. Senza contare che ci sono anche dei corridori italiani. E persino le bici sono del Belpaese!».

Alessandro è pronto a tuffarsi in questa nuova avventura. La Bingoal WB è Vallone. La sua sede è a Manage, a due passi da Charleroi
Alessandro è pronto a tuffarsi in questa nuova avventura. La Bingoal WB è Vallone. La sua sede è a Manage, a due passi da Charleroi

Pronto per la sfida

Spezialetti ammette che gli mancherà non essere al Giro d’Italia, però è anche motivato a scoprire “altri calendari”.

«Alla fine – dice Spezialetti – vado in Belgio che una delle patrie del ciclismo. La bici ce l’hanno proprio nelle vene. La Bingoal WB ha anche la squadra femminile e quella continental (tra l’altro hanno vinto una tappa all’ultimo Giro U23, ndr).

«L’idea di lavorare con i giovani, se dovesse succedere che i diesse si scambieranno, mi piace. In Drone Hopper ci lavoravo parecchio. Mi dà una forte carica perché puoi tramandare il tuo passato e il tuo sapere ai ragazzi. E magari puoi vederli vincere dopo qualche anno anche grazie ai tuoi consigli. Mi vengono in mente Masnada, Ballerini… vederli lottare in quello squadrone non è cosa da poco».