Dainese, la sorpresa del Giro all’improvviso…

02.05.2023
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Alberto Dainese è stato avvertito in extremis che avrebbe fatto il Giro. Così si è ritirato dal Romandia e ha cominciato a riempire la valigia. Quando una corsa di tre settimane ce l’hai nel programma da inizio anno, sai di seguire un avvicinamento preciso, che include l’altura. Quando te lo dicono pochi giorni prima, speri sia sufficiente quello che hai.

«La cosa importante è che faccio il Giro – dice con calma e saggezza – mentre per il resto della stagione mi sono attenuto alle decisioni della squadra. Non ho iniziato come punta, però magari non ho dato le certezze che al Team DSM si aspettavano. Non ho ottenuto risultati al livello degli anni scorsi, potrebbe essere una componente».

Reggio Emilia, Giro d’Italia 2022: Dainese batte Gaviria, Consonni, Demare, Ewan e Cavendish
Reggio Emilia, Giro d’Italia 2022: Dainese batte Gaviria, Consonni, Demare, Ewan e Cavendish

Il 2022 a due facce

Il 2022 di Alberto Dainese si è chiuso il primo settembre contro un’auto e poi all’ospedale di Lugano, da cui è uscito dopo qualche ora con un taglio nel braccio e qualche dente rotto. Fino a quel momento la stagione era stata più che positiva, con 81 giorni di corsa, fra cui spiccavano il Giro e il Tour. Nel primo, la vittoria di tappa a Reggio Emilia lo ha proiettato fra coloro che possono fare grandi cose. Nel secondo, il terzo posto nella 19ª tappa dietro Laporte e Philipsen ha evidenziato che il recupero non gli manca. Inutile dire che da quel doppio impegno, con il Giro del Belgio nel mezzo, il padovano sia uscito stanco morto. Per cui il mese di stop forzato per la caduta, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, lo ha costretto a recuperare.

Lo intercettiamo mentre finisce di preparare le ultime cose: domattina si parte. Il Giro comincerà sabato con la crono di Ortona, la prima volata è annunciata per l’indomani nella Teramo-San Salvo.

Terzo nell’ultima tappa della Tirreno: i complimenti a Philipsen che ha vinto e a Groenewegen secondo
Terzo nell’ultima tappa della Tirreno: i complimenti a Philipsen che ha vinto e a Groenewegen secondo
Torniamo al 2022: ti aspettavi di vincere la tappa di Reggio Emillia?

No, non me l’aspettavo. In realtà prima del Giro ero sempre ammalato, non andavo mai, non riuscivo a trovare la quadra, quindi la vittoria è stata una sorpresa. Invece nel giorno di riposo a Pescara ho sentito di stare finalmente bene. L’indomani c’è stata la tappa che ha vinto Girmay e mi sono staccato proprio a 500 metri dalla cima dello strappo. Così ho capito di avere la gamba per fare qualcosa. E a Reggio Emilia ho vinto io.

Hai battuto Gaviria, Consonni, Demare, Ewan e Cavendish. Che effetto fa?

Ti dà un po’ di consapevolezza, ma anche no. Sai che puoi farlo, ma anche che puoi non rifarlo più. Devi sperare che vada tutto bene un’altra volta. La cosa principale è partire per fare le volate, quella è la cosa principale. Ad esempio alla Tirreno, ero convinto di poter vincere l’ultima tappa, ma anche quel giorno non ero io l’incaricato dello sprint. L’ho saputo negli ultimi chilometri, l’ho fatto e ci sono andato vicino. Però fra vincere e fare lo sprint dalla ventesima posizione arrivando terzo, c’è una bella differenza. Le volate sono così. Può andarti di fortuna e vinci anche se non sei il più forte o magari puoi avere la giornata super e non vincere perché non ti va di fortuna.

Dainese ha corso il Giro di Romandia fino alla seconda tappa. Poi, dirottato sul Giro, si è ritirato
Dainese ha corso il Giro di Romandia fino alla seconda tappa. Poi, dirottato sul Giro, si è ritirato
Fare la volata dalla ventesima posizione significa non aver avuto la squadra?

C’è stata una concomitanza di eventi, che mi ha portato a fare gli ultimi chilometri da solo, ma non è stata colpa di nessuno. Era un arrivo un po’ strano che conoscevo. Ho preso come riferimento Girmay, che nelle volate precedenti aveva avuto il treno migliore, invece quel giorno ha fatto diciottesimo. Ho puntato su quello sbagliato (ride, ndr).

Com’è andare alla partenza del Giro senza averlo preparato nei dettagli?

Paradossalmente, con la chiamata all’ultimo momento, magari vado meglio. Sono stato riserva al Tour of the Alps e al Romandia, però non mi sono ammalato e magari ho fatto la preparazione migliore. Sono riuscito a fare allenamenti costanti per mesi, senza interruzioni per la febbre, come invece era stato l’anno scorso. Poi è chiaro che se fossi stato un corridore da classifica, avrei fatto l’altura e poi il Romandia. Per fare bene al Giro un velocista deve essere parecchio resistente, perché c’è una sola tappa piatta, ma non può neanche perdere la componente esplosiva. Quindi c’è da lavorare su entrambe le cose ed è quello che ho fatto. Insomma, anche se non sapevo di fare il Giro, ci arrivo abbastanza preparato.

Quali tappe hai cerchiato di rosso?

E’ una bella domanda, perché dipende molto da come si fanno le salite, da chi controlla e se c’è controllo. Ci sono volate sporche, diciamo così, da fatica, che devi guadagnarti. Però ci sono anche corridori adatti per quelle giornate, come Magnus Cort che sta andando fortissimo in salita, oppure Pedersen. Può essere che si infilino in prima persona in una fuga, come ha fatto Pedersen quando ha vinto la tappa al Tour del 2022. Penso alla quinta, che sembra facile, ma non lo è. Anche la terza è impegnativa, idem quella di Napoli. Quella che sembra scontata è la tappa di Caorle, se non altro perché è tutta in discesa. Sarebbe stupido perdere un’occasione del genere però l’anno scorso una tappa identica, quella di Treviso, siamo riusciti a perderla lasciando arrivare la fuga.

La tappa di Cassano Magnago ha il Sempione in partenza, cosa si può fare?

C’era una tappa simile l’anno scorso a Messina, mi sembra (in mezzo c’era da scalare la salita di Portella Mandrazzi, vittoria di Demare, ndr). Il Sempione ha la pendenza media del 6 per cento, devi tenere botta nella parte iniziale perché c’è un tratto parecchio pendente, poi si riesce a salire. Dalla cima ci sono quasi 140 chilometri all’arrivo, quindi ci sta che ti organizzi e rientri. Se invece uno come Pedersen sta bene e si infila nella fuga, diventa un massacro, col gruppo dietro che tira e quelli davanti che non mollano.

Nella 19ª tappa del Tuor 2022, si è piazzato terzo. Primo Laporte in fga, a un secondo Philipsen e Dainese
Nella 19ª tappa del Tuor 2022, si è piazzato terzo. Primo Laporte in fga, a un secondo Philipsen e Dainese
Si parte per vincerne un’altra?

Sarebbe stupido non pensare di farlo. Poi bisogna vedere se faccio io le volate, perché ci divideremo i compiti con Marius Mayrhofer che ha vinto a inizio anno in Australia (Cadel Evans Great Ocean Road Race, ndr). Anche quella era una corsa impegnativa con il finale in volata, quindi potrebbe fare bene a sua volta in certi arrivi. Per me l’obiettivo è vincere, non lo nego. Anche per me stesso, per dire che la vittoria dell’anno scorso non è stata per un colpo di fortuna.

Tejay in ammiraglia per tentare il colpaccio con la EF

02.05.2023
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BRUNICO – Il preannunciato dualismo Evenepoel-Roglic che dovrebbe attirare l’attenzione maggiore al Giro d’Italia potrebbe essere spezzato da tanti altri contendenti. Leggendo la lista dei partenti, non mancano le formazioni che possono inserirsi nella lotta al podio finale. Fra queste c’è la EF Education-EasyPost che con i suoi uomini ha tutte le credenziali per sparigliare le carte in tavola.

Sull’ammiraglia rosa del team statunitense ci sarà Tejay Van Garderen (in coppia con Matti Breschel), uno che di gare a tappe se ne intende. Il 35enne nativo di Tacoma, comune dello Stato di Washington, è diventato diesse della squadra con cui ha chiuso la carriera e con la quale vuole provare ad arrivare dove non è riuscito lui. Al recente Tour of the Alps lo abbiamo incrociato ogni giorno, scambiandoci più di una chiacchiera. Ne è saltato fuori un quadro generale sulla sua nuova vita e sull’imminente Giro.

Van Garderen sta lavorando a stretto contatto con Carthy e spera possa fare una grande carriera
Van Garderen sta lavorando a stretto contatto con Carthy e spera possa fare una grande carriera

Avvicinamento al Giro

La stagione della EF Education-EasyPost si può già ritenere molto buona. Dieci vittorie (aperte da Bettiol in Australia) ottenute con sette atleti diversi, senza contare i quattro titoli nazionali tra Sudamerica e Sud Africa vinti con altrettanti corridori. L’ultimo appuntamento prima del Giro è stato proprio il “TotA”.

«Il nostro Tour of the Alps – racconta Van Garderen – è andato alla grande. La Ineos-Grenadiers è stata super forte, ma ognuno dei nostri ragazzi ha provato a mettere in piedi una bella sfida con loro e con le altre squadre. Abbiamo chiuso la generale con il secondo posto di Carthy ed il quarto di Cepeda. Poi all’ultima tappa abbiamo messo la ciliegina sulla torta con la vittoria di Carr e la seconda piazza di Steinhauser. Quindi non abbiamo molto di cui lamentarci. Al Giro sappiamo che sarà tutto diverso, ma abbiamo finito con diverse indicazioni interessanti».

Rigoberto Uran sarà l’altra punta per la generale al Giro, dove ha ottenuto due podi e due vittorie di tappa (foto EF Education/Getty)
Rigoberto Uran sarà l’altra punta per la generale al Giro, dove ha ottenuto due podi e due vittorie di tappa (foto EF Education/Getty)

Obiettivo rosa

Storicamente la EF ha sempre sfoggiato livree ad hoc e molto originali per i grandi Giri. Anche se non c’è alcuna ufficialità, facile attendersi qualche cambiamento cromatico sui due blocchi di tonalità rosa che caratterizzano la loro maglia di gara durante l’annata. Ovviamente Van Garderen e soci si augurano che il rosa possa essere il colore da indossare il 28 maggio a Roma.

«Al Giro – spiega Tejay in modo molto semplice – avremo obiettivi multipli anche se quello principale sarà la classifica generale. La cureranno Carthy e Uran, che partono come capitani mentre un cacciatore di tappe sarà senz’altro Cort Nielsen. Dobbiamo ancora sciogliere qualche riserva per la nostra formazione. Di sicuro c’è che avremo più di una direttiva e più di una pressione da parte del diesse numero uno (Charlie Wegelius è il responsabile del reparto, ndr). Studieremo diverse tattiche di gara in base agli uomini che porteremo e giorno dopo giorno. Ci saranno sicuramente corridori che dovranno lavorare per le nostre punte. Siamo fiduciosi perché tutto è possibile».

Erede in corsa

Se Uran, pur avendo perso lo smalto dei giorni migliori, rappresenta un “usato sicuro” grazie ai podi ottenuti anni fa a Giro e Tour, Carthy può considerarsi ancora un atleta da scoprire nonostante abbia già 28 anni. Il magro “lungagnone” britannico vorrebbe ripetere il terzo posto finale della Vuelta 2020 e contemporaneamente migliorare la quasi progressiva escalation di piazzamenti nella top ten al Giro.

«Hugh mi somiglia molto fisicamente – prosegue Van Garderen con un mezzo sorriso sulle labbra – ma non credo possa essere considerato un mio erede. Siamo simili, ma alla fine abbiamo caratteristiche un po’ diverse. Lui è decisamente molto più scalatore di quanto lo fossi io, mentre io andavo più forte a cronometro. Relazionandomi con lui però ho potuto capire come si sente in corsa, come gli piace correre. Spero potremo continuare in questo modo. So che mi renderà super felice e sinceramente spero che possa avere una carriera migliore della mia. Sono contento e orgoglioso di quello che ho fatto, ma ormai appartiene al passato. Il mio obiettivo del presente è rendere più sicure altre persone col mio lavoro e far ottenere loro, come ad esempio a Hugh, più successi possibile».

Hugh Carthy al Giro vuole salire sul podio come alla Vuelta 2020 (foto EF Education/Getty)
Hugh Carthy al Giro vuole salire sul podio come alla Vuelta 2020 (foto EF Education/Getty)

Vita da diesse

Fa un certo effetto vedere Van Garderen nel ruolo di diesse. Sembra ancora un corridore, tra le fila della EF ha un paio di ragazzi più vecchi di lui e non ce lo immaginiamo mentre rimbrotta severamente i suoi a fine gara. Ma è solo una questione di approcci ad un nuovo impiego.

«Mi piace tanto fare il diesse e mi diverto – continua nella spiegazione l’attuale diesse della EF Education – mi sembra di essere un regista, che deve essere un po’ audace. Sento che è un lavoro in cui posso sia portare la mia esperienza da atleta e sia impararla da chi fa questo mestiere da più tempo di me. Posso aiutare i miei corridori per la loro carriera. Sto insegnando a loro tante cose. Quale può essere la tattica più facile o come gestire la pressione. Oppure ancora a non preoccuparsi di quello che fanno o dicono gli altri. Devono concentrarsi su se stessi. Tutte cose che ho imparato dalla mia carriera. Chissà cosa avrei potuto fare diversamente se avessi avuto più saggezza o esperienza. Questo è importante da far capire ai corridori di oggi».

La gioia di Ortisei

Le frazioni del Tour of the Alps suscitano ricordi al Van Garderen corridore. Lui ha disputato solo due volte il Giro d’Italia perché era più adatto ai disegni del Tour de France (nove partecipazioni e due quinti posti finali) ma il successo più bello lo ha conquistato da noi. E’ il 25 maggio del 2017, Van Garderen si scalda sui rulli di nascosto dagli occhi indiscreti dietro al bus dell’allora BMC perché vuole andare in fuga già al pronti-via. Ha le ultime possibilità per dare un cenno di presenza a quella edizione del Giro.

«Amo assolutamente questa zona in cui ho vinto – conclude Tejay mentre con lo sguardo sembra indicare tutte le montagne attorno – pensate che quando ho finito la mia carriera ho fatto due camps proprio in cima a Passo Gardena. Amo le Dolomiti. Quel giorno di sei anni fa ho conquistato una tappa bellissima con Pordoi, Falzarego, Valparola e Gardena. Non avevo una grande condizione in quel periodo. Avevo sofferto tanto in tutte le tappe ma ero riuscito a finire con una buona forma, trasformando quella tappa in un giorno speciale. Da allora questi posti hanno un posto speciale nel mio cuore».

Pogacar, la convalescenza e il punto sull’integrazione

02.05.2023
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Con la frattura della Liegi da far saldare e un periodo di riposo che sarà necessariamente più lungo, Tadej Pogacar ha passato tutto il tempo possibile con la compagna Urska. Poi lei è partita per la Vuelta Femenina (iniziata ieri con la vittoria della Jumbo-Visma nella cronosquadre) e lo sloveno (che su Instagram ha chiesto ai suoi fans di indicargli qualche buon film, poiché non può neppure giocare a FIFA nella Play) ha potuto rispondere alle varie richieste che gli sono arrivate.

La sua stagione potrebbe riprendere al Tour of Slovenia come avvicinamento al Tour de France. Se fosse uno di quei corridori che programma e punta tutto sulla singola corsa, a questo punto Tadej potrebbe essere molto nervoso. Invece le 12 vittorie portate già a casa (fra queste il Fiandre, l’Amstel e la Freccia Vallone) gli permettono di affrontare lo stop col sorriso e la giusta serenità.

Pogacar sta ora affrontando la convalescenza dopo la caduta e la frattura della Liegi (foto Instagram)
Pogacar sta ora affrontando la convalescenza dopo la caduta e la frattura della Liegi (foto Instagram)

Noi ne abbiamo approfittato per riallacciare il filo di un discorso avviato nel ritiro di Benidorm del UAE Team Emirates, quando alla partenza di un allenamento ci accorgemmo dei ragionamenti fra corridori, massaggiatori e nutrizionisti a proposito degli integratori Enervit a disposizione della squadra.

Durante la corsa preferisci ricorrere a cibi solidi, oppure gel e liquidi?

Dipende dalla distanza, ma generalmente la maggior parte dei nostri rifornimenti in gara è un mix di gel e liquidi. A volte però mangiamo anche barrette e piccoli dolci.

I prodotti Enervit che usi in corsa vengono prima provati in allenamento?

Certamente. Li proviamo soprattutto durante i ritiri invernali, per abituarci e per scegliere eventualmente quali gusti ci piacciono di più. Sul bus poi c’è un grande assortimento, per cui c’è abbastanza scelta per tutti.

I prodotti alimentari per la stagione vengono provati nei ritiri invernali. Qui Almeida in quello di Benidorm
I prodotti alimentari per la stagione vengono provati nei ritiri invernali. Qui Almeida in quello di Benidorm
Questa prima fase di test serve anche per chiedere qualcosa di diverso o dare qualche dritta ai produttori?

Succede anche questo. Non ho mai dato indicazioni direttamente a Enervit, però dopo un po’ che usavo i vari prodotti, ho fornito una serie di indicazioni a Gorka Prieto, il nostro nutrizionista. E’ stato lui a parlare con loro.

Che cosa metti di solito nella borraccia in corsa?

Generalmente dipende dal meteo e dal tipo di percorso. Di solito abbiamo un mix fra acqua e borracce con un misto di Enervit Carbo. Sempre Gorka ci consegna un piano e cerchiamo di osservarlo più o meno alla lettera. Invece quando sono a casa, preferisco uscire portando solo acqua.

Gorka Prieto Bellver, classe 1990, è il nutrizionista del team UAE Emirates (foto Jon URBE/FOKU)
Gorka Prieto Bellver, classe 1990, è il nutrizionista del team UAE Emirates (foto Jon URBE/FOKU)
Hai una programmazione precisa in gara sul tempo per mangiare oppure segui le tue sensazioni?

La mattina facciamo una colazione sostanziosa tre ore prima della partenza. Poi prima della corsa spesso sgranocchiamo una barretta. Da quel momento in avanti sappiamo quanti grammi di carboidrati dobbiamo assumere per ogni ora. Ormai è tutto molto scientifico.

Durante un grande Giro si mangiano barrette e gel per 21 giorni. Hai mai problemi di stomaco o difficoltà nella digestione?

Ovviamente durante quelle tre settimane, spingo il corpo al limite e l’apparato digerente non fa eccezione. Con i prodotti a nostra disposizione, fortunatamente finora ho reagito bene. Di solito non ho questo tipo di problemi.

Normalmente sulla bici di Pogacar, una borraccia contiene acqua e l’altra un mix di carboidrati (foto Fizza)
Normalmente sulla bici di Pogacar, una borraccia contiene acqua e l’altra un mix di carboidrati (foto Fizza)
Invece durante le classiche si mangia diversamente?

Anche in questo caso dipende dal meteo, dalla distanza e dal percorso. Gorka fa il calcolo di quanti carboidrati per ora vanno presi e ci regoliamo in base a quello. In una grande classica come la Sanremo, che è così lunga, finisci col mangiare parecchio.

Al Fiandre invece sei sempre riuscito a mangiare bene fra i vari Muri?

Nelle ore iniziali, è stato un po’ più facile. E poi, quando è partita la fuga, c’è stato tempo per mangiare con una certa calma. Quando invece siamo arrivati nel circuito finale e la corsa è cominciata davvero, a quel punto ho preso soltanto gel, perché mandare giù qualsiasi altra cosa sarebbe stato complicato.

Tour de France 2021, la collaborazione fra UAE Emirates ed Enervit dà già ottimi frutti (foto Fizza)
Tour de France 2021, la collaborazione fra UAE Emirates ed Enervit dà già ottimi frutti (foto Fizza)
Con il grande caldo del Tour cambia qualcosa?

Non così tanto. Semplicemente chiediamo che le bevande siano più fredde. Quando è così caldo, è più facile consumare cibi liquidi ed è in queste occasioni che il mix di carboidrati torna particolarmente utile.

E quando invece fa freddo?

A volte abbiamo del tè caldo nelle borracce. Oppure usiamo acqua calda al posto di quella fredda.

Cosa c’è di solito nella borraccia dopo l’arrivo?

Subito dopo la linea del traguardo, preferisco avere qualcosa di dolce o rinfrescante. Poi, appena possibile, prendiamo una borraccia per accelerare il recupero.

Nelle fasi tranquille di corsa c’è tempo per mangiare, in quelle concitate si va avanti con i gel
Nelle fasi tranquille di corsa c’è tempo per mangiare, in quelle concitate si va avanti con i gel

Pogacar è molto attento all’alimentazione, al punto che il suo volto è presente anche sulle confezioni di una linea di panini in vendita nei supermercati sloveni. Niente di simile a quello che i professionisti portano in corsa, con petto di pollo, salmone e formaggio di capra, ma i proventi delle vendite servono anche per sostenere il ciclismo sloveno. Per tutto il resto, per l’alimentazione in allenamento e gara, la scelta del team è caduta su Enervit. E sarà interessante, magari a fine stagione, chiedere agli sviluppatori di questi prodotti, in che modo Pogacar li abbia aiutati e quali indicazioni abbia fatto arrivare tramite il solito Gorka.

Conoscete Bike Aid? Mulubrhan è passato da lì

02.05.2023
5 min
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Spesso si è parlato del Team Qhubeka (oggi Q36.5) e di quanto sia stato importante nell’evoluzione del ciclismo africano. La creatura di Douglas Ryder non è però l’unica che ha agito in tal senso: dal 2005 esiste un team tedesco, Bike Aid, che è cresciuto lontano dai clamori del WorldTour, ma costruendo qualcosa di solido. Basti pensare che fra contribuenti e sponsor, sono oltre 1.200 coloro che a vario titolo partecipano all’evoluzione del team.

Tanti sono i corridori che sono passati fra le sue fila e uno di questi è ultimamente balzato agli onori delle cronache, l’eritreo Henok Mulubrhan, campione continentale da due anni e sul quale ha messo gli occhi un intenditore come Patrick Lefevere e che corre attualmente alla Green Project-Bardiani.

Anton Wiersma è il diesse del team, tocca a lui gestire in toto tutta l’attività
Anton Wiersma è il diesse del team, tocca a lui gestire in toto tutta l’attività

A raccontare qualcosa di più sulla storia e sulle motivazioni del team tedesco è il suo direttore sportivo, Anton Wiersma che da tempo ha dedicato tutte le sue energie alla causa.

«Bike Aid ha iniziato come semplice realtà locale – racconta – ma Matthias Schnapka e Timo Schaefer volevano farne qualcosa di più grande e dal 2014 la squadra è diventata professionistica, a livello continental. Timo ha lasciato il team per nuove esperienze lo scorso anno, Matthias è ancora con noi, con l’entusiasmo di sempre».

Come avviene la scelta dei corridori che entrano a far parte della squadra?

Abbiamo un team davvero diversificato, una vera multinazionale con una base di corridori tedeschi, ma anche francesi e olandesi e poi ci sono Dawit Yemane ed Eric Muhoza, rispettivamente provenienti da Eritrea e Ruanda. Onestamente riceviamo molte candidature, molte persone ci chiedono di unirsi al team. Noi li studiamo, li vediamo in corsa e fuori. Ad esempio abbiamo alcuni contatti in Africa che ci parlano dei corridori del posto, delle gare che fanno, il che è davvero prezioso per noi. Per i corridori tedeschi il nostro terreno di studio è la National League, la Bundesliga, dove corre il nostro team di sviluppo. Quest’anno sono stati promossi due ragazzi da lì.

Il team al Tour of Rwanda, dove ha colto buoni piazzamenti con Yemane e Muhoza
Il team al Tour of Rwanda, dove ha colto buoni piazzamenti con Yemane e Muhoza
In base alla vostra esperienza, quali sono i Paesi africani dove il ciclismo è già una realtà e quelli dove invece si può fare molto di più?

Domanda interessante. Naturalmente, il più facile da dire è l’Eritrea. Hanno già una grande storia con buoni ciclisti. Conosciamo tutti Daniel Teklehaimanot, che è stato il primo africano a indossare la maglia a pois nel 2015. Poi c’è il Sud Africa che ha già dei ciclisti davvero bravi e con strutture simili alla nostra. Ma ovviamente questo è un diverso tipo di Africa rispetto, ad esempio, al Kenya, senza una tradizione legata al ciclismo perché ci si dedicava alla corsa a piedi, ma dove ora c’è anche molta attenzione da parte, ad esempio, di Ineos, che sta lavorando sodo lì. E ci sono ancora molti Paesi in cui ci si può sviluppare molto di più.

Quali ad esempio?

Il Rwanda è ora piuttosto interessante e in forte espansione, con i Campionati del mondo in arrivo e con la più grande corsa statale UCI in Africa. Infatti è oggetto di grande interesse anche dal punto di vista economico.

Henok Mulubrhan ai tempi della sua permanenza nel Bike Aid Team. Per lui un futuro nel WT?
Henok Mulubrhan ai tempi della sua permanenza nel Bike Aid Team. Per lui un futuro nel WT?
Quanto è importante per la vostra attività l’apporto delle sottoscrizioni popolari promosso dal sito?

E’ importante che le persone capiscano il progetto che stiamo portando avanti. La comunità dietro di noi ci aiuta davvero in questo e sta anche donando denaro direttamente, andando in Africa per migliorare il ciclismo. Non possiamo pensare solo alla squadra, il nostro progetto è più ampio. E per questo speriamo che la comunità si ampli sempre di più.

Da voi è passato anche Henok Mulubrhan, oggi campione africano e pronto a entrare nel WorldTour. Che cosa puoi dirmi di lui?

E’ un corridore davvero speciale, ma soprattutto un bravo ragazzo, onestamente. Era nel Team Qhubeka, era in procinto di passare nel WT già allora, ma poi sono insorti i problemi ben noti. Henok ha sofferto quella situazione. Ci ha contattato chiedendoci se c’era un posto disponibile per lui nel team. Eravamo al completo, ma visto il suo talento, era davvero una grande opportunità. Con noi in realtà ha fatto solo due gare a tappe, ad Antalya e il Tour of Rwanda, ma aveva già destato una grande impressione. Poi si è trasferito alla Bardiani.

Eric Muhoza è ora uno degli elementi di spicco del team tedesco
Eric Muhoza è ora uno degli elementi di spicco del team tedesco
Ci sono stati altri corridori del Bike Aid Team che hanno poi avuto una carriera professionistica?

Sì, ad esempio Mekseb Debesay, anche lui eritreo, con noi dal 2014 e che dal 2016 al 2018 ha corso nel Team Dimension Data per poi tornare da noi e vincere il titolo africano nel 2019.

Chi sono ora i corridori del team che possono emergere?

Se guardiamo ancora agli africani, abbiamo Dawit Yemane ed Eric Muhoza, che hanno mostrato prestazioni davvero notevoli. Dawit ha vinto la classifica per scalatori in Algeria, è stato davvero entusiasmante da vedere e spero che in Europa possano crescere ancora di più. Tanto magari da ottenere un contratto con una squadra pro.

Wesley Mol, olandese di 24 anni, uno dei 5 stranieri del team teutonico
Wesley Mol, olandese di 24 anni, uno dei 5 stranieri del team teutonico
Quali sono i tuoi obiettivi per quest’anno?

Vogliamo aiutare e sviluppare corridori come Dawit ed Eric per raggiungere un posto più alto. E accanto a questo, abbiamo anche i nostri obiettivi sportivi, quindi vogliamo vincere. Ci siamo già andati vicini due volte quest’anno e a fine marzo abbiamo ottenuto un terzo posto alla Volta ao Alentejo in Portogallo con Pirmin Eisenbarth, giovane corridore tedesco che è scattato davvero bene. Quindi, sì, speriamo di poter ottenere un’altra vittoria.

Cosa rappresenta per te la vittoria di uno dei tuoi corridori?

E’ sempre una sensazione davvero speciale all’interno della squadra. Ogni anno abbiamo almeno 3-4 vittorie e questo porta una grande motivazione anche agli altri corridori. Se un corridore ha successo, fa crescere anche gli altri. Ciò porterà la squadra a raggiungere un livello superiore e quindi vedremo cosa riserva il futuro.

Piccolo, Ardenne alle spalle: «Ora aspetto il caldo»

02.05.2023
4 min
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LIEGI (Belgio) – Andrea Piccolo era sorridente quando alla vigilia della Liegi-Bastogne-Liegi è venuto a parlare con noi. Il giovane lombardo della EF Educational-Easy Post era pronto per la sua prima Doyenne. Sapeva che avrebbe dovuto lavorare per Ben Healy, considerato il terzo incomodo in quello che doveva essere il duello tra Evenepoel e Pogacar.

Piccolo ha vissuto una primavera altalenante tra qualche buon piazzamento e qualche acciacco di troppo. Alla fine ha chiuso la prima parte di stagione con 21 giorni di corsa, un bel po’ sotto la media che si attesta su 29-30 giorni. La tanto auspicata costanza per ora non c’è stata, ma è anche vero che il caldo deve arrivare e che la stagione è davvero lunga.

Andrea Piccolo (classe 2001) alla vigilia della Liegi
Andrea Piccolo (classe 2001) alla vigilia della Liegi
Andrea, come stai?

Sto abbastanza bene. Sono uscito dalla Freccia nella quale ho aiutato i miei compagni, ma sinceramente ho avuto buone sensazioni.

Com’è andata questa primavera? Che bilancio tracci?

Alla Parigi-Nizza ho avuto un virus intestinale che mi ha debilitato parecchio, non sono stato bene. La squadra ha preferito mandarmi a casa per farmi recuperare bene e riprendermi. Sono stato per cinque giorni senza bici e per questo motivo ho saltato purtroppo la corsa di casa alla quale tenevo tantissimo: la Sanremo. A quel punto abbiamo deciso di rivedere un po’ i piani.

Cosa avete deciso?

Di prenderci 15 giorni. Un paio di settimane tranquille, senza gare. Sono andato in altura, al Sestriere, per prepararmi pensando di fare bene in queste corse. L’idea era di ritrovare il colpo di pedale giusto. E’ stato un mese di preparazione per la squadra e con la squadra che mi ha seguito.

Questa è stata la tua prima campagna del Nord. Dai primi “assaggi” cosa ti sembra?

Sicuramente sono corse diverse. Essendo alla mia prima esperienza tutto è da scoprire. Ma mi piacciono perché sono gare in cui oltre alle gambe bisogna saper correre. E anche se sei in condizione, non è facile.

Andrea ha spesso aiutato i compagni. Ma all’Etoile de Besseges (a febbraio) aveva colto un buon 5° posto nella prima tappa
Andrea ha spesso aiutato i compagni. Ma all’Etoile de Besseges (a febbraio) aveva colto un buon 5° posto nella prima tappa
Adesso quali sono i tuoi programmi?

Finita questa trasferta nelle Ardenne correrò a Francoforte il primo maggio (proprio durante la Liegi Andrea ha preso la febbre. Altro stop e niente gara in Germania, ndr) a quel punto inizierò un mese dedicato totalmente alla preparazione. Mi preparerò con la squadra e andrò anche in altura.

Niente Giro d’Italia dunque…

No, niente Giro d’Italia. Ma questo era già stato escluso ad inizio anno. Abbiamo deciso di procedere per gradi. Voglio, vogliamo prepararci bene per la seconda parte di stagione.

Seconda parte di stagione: hai già previsto un picco principale di forma? Hai obiettivi specifici?

Diciamo che con la squadra abbiamo capito ciò di cui ho bisogno. A me serve del tempo per trovare la marcia giusta. Comunque io sono uno che col caldo esce fuori di più. Non sono un corridore da clima tanto freddo. E’ chiaro che il meteo non si può cambiare e si prende quello che c’è, ma se sei in forma si sente sicuramente meno. E il mio obiettivo è trovare una buona forma.

Col caldo Piccolo dà il meglio. Come dice Wegelius è un talento e va aspettato (foto Instagram)
Col caldo Piccolo dà il meglio. Come dice Wegelius è un talento e va aspettato (foto Instagram)

Piccolo e il caldo

Piccolo è un talento: lo ha detto Ellena che lo ha avuto lo scorso anno per qualche mese e lo ha ribadito Wegelius. Andrea deve trovare la sua continuità, ma questa fa parte del processo di crescita. Non dimentichiamo che è al primo anno di WorldTour e che viene da una stagione, il 2022, molto particolare.

Fanno bene Wegelius e la squadra a tutelarlo. E anche il fatto che Piccolo spinga molto sulla preparazione ci parla di un atleta moderno. A maggio se ne andrà sulle alture francesi di Font Romeu sui Pirenei francesi, per farsi trovare super pronto.

Niente Giro – anche se ci dispiace – però quando Piccolo parla di preparazione per la seconda parte di stagione, magari si può pensare che possa fare bene al campionato italiano o nelle classiche estive. E se tutto dovesse andare bene, magari potrebbe esordire alla Vuelta. Nel suo clan nessuno ha scartato questa ipotesi.

“Un primo, sessanta secondi”. Il lungo viaggio di Visconti

01.05.2023
8 min
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Il 15 maggio arriverà nelle librerie “Un primo, sessanta secondi”, viaggio intimo e sorprendente nella vita e nella carriera di Giovanni Visconti. Un percorso letterario che inizia dal momento drammatico e catartico del ritiro e poi torna alle origini in Sicilia, in un mondo che per tanti lettori risulterà lontano e inaspettato (in apertura, il siciliano con i genitori Rosi e Nino alla Coppa Sabatini del 2006, vinta in maglia Milram).

Quello che segue è un piccolo estratto: il terzo capitolo che racconta gli esordi da ciclista, con la regia e la preparazione rigida gestita dal padre Antonino. Il corridore bambino. Il libro, scritto a quattro mani con Enzo Vicennati, è pubblicato da Mulatero Editore e fa parte della collana Pagine Al Vento. 

“Un primo, sessanta secondi” è pubblicato da Mulatero Editore nella collana Pagine Al Vento: 171 pagine al prezzo di 21 euro
“Un primo, sessanta secondi” è pubblicato da Mulatero Editore nella collana Pagine Al Vento: 171 pagine al prezzo di 21 euro

Il corridore bambino

La vita da corridore in Sicilia, che poi da bambini è anche sbagliato chiamarla così, dovrebbe essere un gioco, ma per me non lo è mai stato. E’ piuttosto una guerra tra genitori. Non dico solo tra mio padre e mio zio: quella si potrebbe anche capire. Io e mio cugino Agostino siamo compagni di squadra, ma anche avversari e a vincere è sempre lui. Io arrivo secondo, è una rivalità che sento proprio tanto. Proprio per questo, quello da giovanissimo è uno dei periodi più duri della mia vita. Se non altro, a livello di fatica.

Primo perché non mi vivo niente dell’infanzia e poi dell’adolescenza, ma niente davvero. Secondo perché faccio davvero tanta fatica. Mi alleno tutti i giorni: non come un giovanissimo, ma come se fossi uno junior. E non mi alleno solo in bici. C’è la palestra, c’è la piscina, c’è la corsa a piedi e c’è anche il ciclocross… Mischio tutto, non sto mai fermo.

Mi allena mio padre e la sera arrivo a casa stravolto. Mio cugino è fortissimo. Siamo due bambini della stessa età, ma lui è più sviluppato, anche muscolarmente. Usciamo da scuola, mangiamo qualcosa e ci portano su quello stradone a Brancaccio che fa una specie di cerchio, in cui si può pedalare fuori dal traffico e dove possiamo sentirci un po’ più liberi.

La prima bici è una Olmo bianca e azzurra. Le gare a Palermo richiamano gente sulle strade, ma spesso sono motivo di lite fra genitori
La prima bici è una Olmo bianca e azzurra. Le gare a Palermo sono spesso motivo di lite fra genitori

Mio cugino Agostino

Quando sono in bici con mio cugino, anche se abbiamo 8-9 anni, a meno di 30 all’ora non si va, con i nostri rapportini e tutte quelle pedalate. La fatica che faccio per stare con lui è pazzesca. E la fatica diventa stress mentale: già da bambino sono pieno di paure. Per cui la domenica corro, do sempre il massimo e dopo le gare vomito sempre, sempre, sempre. Non c’è una gara in cui io non vomiti.

Insomma, è dura per entrambi, ma io forse faccio uno sforzo superiore a quello che sono in grado di sostenere. In più mi pesa, perché so che c’è questa lotta tra i genitori. Ho paura di arrivare secondo, la paura di perdere e di vedere anche mio padre sempre un gradino sotto… Sicuramente tutte queste cose compongono un quadro impegnativo per un bambino come me. Una questione fisica e poi anche di testa.

Fra me e Agostino c’è un bel rapporto. In quei periodi si usa stare parecchio in famiglia. Non dico tutte le sere, ma i fine settimana siamo sempre da mia nonna Orsola giù al fiume. Chiamiamo così la sua casa perché effettivamente abita vicino al corso dell’Oreto. Andiamo da lei e ceniamo tutti insieme. Siamo in tanti, tra nipoti e i vari parenti.

Con Agostino giochiamo e facciamo di tutto, tranne che parlare di bici. Da più piccoli abbiamo giocato con le macchinine nella terra, ma ora che siamo più grandi diamo calci al pallone, anche se poi arrivano i nostri padri, si immischiano e rompono le scatole: non si può giocare, dicono, perché fa male alle gambe. Ci controllano nel mangiare, soprattutto mio zio nei confronti di mio cugino. Mi ricordo che tante volte se Agostino vuole mangiare un dolcino, deve farlo di nascosto. Mio padre è un po’ meno duro, però quando sono lì e c’è zio Angelo, anch’io mi sento di dover fare le sue stesse cose. 

Fatica e vomito

Non credo però che mio cugino vinca di più per la vita che fa. E’ semplicemente più forte. Io ci metto più tempo a sviluppare muscolarmente. Sono proprio un bimbetto e nei bambini la differenza la fa lo sviluppo: sarò così fino ai dilettanti. In più, lui fa anche tanta fatica negli allenamenti. La stessa mia, però con quel fisico così sviluppato vale doppio. Quindi per arrivare semplicemente con lui in volata e fare secondo o terzo, muoio ogni volta e vomito, mentre lui vince facile.

Comunque, dopo tanti di questi episodi nei giovanissimi, mio padre mi porta a fare una visita. Andiamo vicino allo stadio di Palermo e questo dottore, in tutta tranquillità, gli dice che evidentemente non sono in grado di sostenere certi sforzi e che è meglio mollare. Fare ciclismo come sport va bene, ma in tranquillità e basta. Dice che secondo lui non ci sono rimedi, è solo che io non ce la faccio. Così continuo a vomitare, finché passa da sé. Probabilmente è tutto legato allo sviluppo, ai mega sforzi, alla fatica per seguire mio cugino e a quello stress psicologico, perché poi di colpo passa da sé. Invece Agostino continua a vincere, anche se pure lui soffre questa rivalità tra genitori e lo stress che c’è sin da bambino.

In qualche modo sento che a me tutto questo serve. Ogni santa domenica, devo cercare quantomeno di arrivare in volata con lui e alla fine diventa il mio stimolo. Agostino è un tipo introverso, sembra un duro, ma in realtà è cattivo solo quando sale sulla bici e si trasforma.

Giovanni Visconti con la maglia del GS Boccadifalco, negli anni cui si riferisce questo capitolo
Giovanni Visconti con la maglia del GS Boccadifalco, negli anni cui si riferisce questo capitolo

La settimana tipo

La settimana tipo non esiste, esiste la vita tipo. Fissa, continua, sempre quella. Cambia solo in base ai periodi. Magari se siamo in inverno, mio padre mi porta su a Pioppo: un paesino sopra Monreale, per camminare in salita. Salite ripide e pareti spelacchiate. Da quelle parti le montagne sono parecchio scoperte, non ci sono boschi e sono il terreno delle mie camminate avanti e indietro. Quando torno, vado in bici e poi in palestra. Però prima di entrare, mio padre mi dice di fare 2 chilometri di corsetta a piedi.

Sono sempre un bambino di 9 anni, ma non fa niente. Due chilometri, una ventina di minuti a piedi. Pam, pam, pam. Torno. Vado in palestra per un’ora e poi passo subito in piscina al piano di sotto. Faccio 40 minuti di nuoto, 80 vasche. E così arriva la sera. Alle 20,30 sono a casa e tutte le sere mi metto a tavola, così morto che non ce la faccio a versarmi l’acqua. E allora chiedo a mia madre, che mi guarda e non dice niente: «Ma’, mi dai l’acqua?». Ce l’ho davanti al naso, ma non riesco a prenderla… 

Mia sorella Ursula

Mia sorella non è gelosa, non c’è mai stato questo tipo di problema a casa mia. Sin da bambina, Ursula ha la testa sullo studio e nel suo mondo. A volte anche lei mi prende in giro, perché sembro viziato. Ed effettivamente lo sono, perché ogni giorno sono stanco morto e non muovo un dito. Però lo stesso, mi aiuta a fare i compiti, perché io non ho tempo e mio padre le chiede di darmi una mano. 

In qualche modo certi giorni la aiuto anche io con lo studio. Mi metto disteso sul divano con la testa sulle sue gambe, lei mi fa le carezze, mi tira indietro i capelli, io mi rilasso e intanto mi ripete la sua lezione. Non c’è mai stata gelosia, perché Ursula è più grande e ben più matura di me. Si rende conto della fatica che faccio e magari pensa che per me possa essere la strada giusta per un futuro diverso.

I pro’ e le scarpe. L’esperienza di Petilli con Gaerne

01.05.2023
6 min
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«Sono stato contento quando quest’inverno la mia squadra, ha annunciato Gaerne come sponsor tecnico. Per me si è trattato di un ritorno al passato». Simone Petilli esordisce così parlando delle sue scarpe, le Gaerne G.Stl.

Il classe 1993 è di ritorno dal ritiro in altura a Sierra Nevada. «Ci ero stato due settimane prima del Giro di Sicilia e ci sono tornato subito dopo», ha detto Simone con il suo solito spirito allegro.

Gaerne è uno di quei marchi che ancora è made in Italy vero, dalla progettazione alla scelta dei materiali. La casa trevigiana fornisce le scarpe a molti pro’ e quest’anno è divenuta sponsor ufficiale di un team WorldTour la Intermarché-Wanty Gobert appunto.

E si sa che nel ciclismo attuale non basta più sostenere un team con una sponsorizzazione di facciata. No, oggi il prodotto va seguito passo dopo passo. Deve esserci un filo costante con gli atleti per accontentarli e trarre poi dei feeback per lo sviluppo di nuovi prodotti.

Le G.Stl sono la scarpa top di gamma di Gaerne. Leggerezza ma soprattutto rigidità sono le sue peculiarità, assieme alla tomaia “monoscocca”, cioè un pezzo unico, in microfibra microforata. In particolare la rigidità è dovuta principalmente alla Gaerne Eps Lightweight Full Carbon Sole 12.0, suola ultraleggera e ultrasottile, la cui trama della in fibra in carbonio è stata ottimizzata proprio per le spinte del piede. Questo assicura che ogni watt venga trasferito ai pedali. 

Simone Petilli (classe 1993) con le sue Gaerne G.Stl. Per lui è stata realizzata una scarpa quasi del tutto su misura
Simone Petilli (classe 1993) con le sue Gaerne G.Stl. Per lui è stata realizzata una scarpa quasi del tutto su misura
Simone, come ti trovi con queste scarpe?

Molto bene. Devo essere sincero, con Gaerne correvo anche prima di arrivare in Intermarché. Le utilizzavo quando ero più giovane e già all’epoca mi ero trovato bene. Quindi sono stato contento quest’anno quando sono diventate sponsor di squadra. Partivo avvantaggiato perché in azienda già avevano la mia forma del piede. Ed io ho delle richieste un po’ particolari in quanto ho un piede strano.

Definiamo strano…

Ho un piede magro, ma abbastanza largo sul lato esterno. In Gaerne sono molto disponibili e mi hanno fatto una scarpa quasi su misura.

Quindi l’azienda è attenta alle richieste degli atleti?

Sì, siamo seguiti da vicino. Già da questo inverno, quando abbiamo fatto il primo ritiro a Charleroi, sono venuti i responsabili per incontrare ogni corridore personalmente. Hanno annotato tutte le nostre richieste. Successivamente ci hanno inviato a casa un primo paio di scarpe. Le abbiamo provate e passo dopo passo ognuno ha fatto delle richieste per arrivare alla scarpa ottimale. Magari qualcuno si è trovato bene al primo paio. Io ho dovuto farne due prima di trovare quella perfetta, ma devo dire che adesso sono davvero soddisfatto.

Quali sono stati gli step per arrivare alla tua scarpa perfetta?

Loro hanno una scarpa standard – come detto – e una scarpa “Slim fit”, cioè un po’ più stretta proprio per chi ha i piedi magri. Io avevo il 42,5 normale, ma questa taglia mi era un po’ larga. Allora ho provato la Slim fit, ma questa, una volta che serravo i Boa, era troppo stretta. Allora la soluzione è stata questa: hanno preso la forma del mio piede, l’hanno riprodotto in tutto e per tutto e alla fine mi hanno fatto una Slim taglia 43, anziché una 42,5 normale. Con le ultime modifiche per l’esterno dove il mio piede era un po’ più largo siamo arrivati alla mia scarpa perfetta.

La chiusura con i BOA Li2 è rapida e micrometrica
La chiusura con i BOA Li2 è rapida e micrometrica
Un bel processo…

In effetti sono stato seguito parecchio, dal vivo e anche in videochiamata. Questo vale per me, ma anche per gli altri chiaramente. Con i nostri feedback si arriva al dettaglio e questo è un aspetto molto importante nel ciclismo di oggi.

Qual è dunque la scarpa perfetta per Simone Petilli? 

Come ho detto, ho sempre avuto dei problemi ai piedi, ho sempre sofferto sul lato esterno e più precisamente nella parte poco dietro al mignolo. Questo su entrambi i piedi. Forse anche perché negli anni non ho mai avuto una pedalata perfetta. Il lato esterno dei miei piedi è un po’ più largo e quindi le mie scarpe devono essere sempre abbastanza curate. Per questo dico che nella mia scarpa perfetta al primo posto metto il comfort. Quando ci pedali tante ore non devi avere dolore. E il bello di questa scarpa è che oltre ad essere confortevole è anche rigida. Sento che posso spingere davvero bene.

Quindi comfort e rigidità più del peso?

Sì: comfort, rigidità e poi peso, questo è il mio ordine. Il peso influisce, chiaramente, ma è più importante che la scarpa sia rigida e confortevole. Almeno per me…

Preferisci sentire il piede fisso dentro la scarpa? Oppure che abbia un po’ di gioco?

A me non piace avere il gioco dentro, ma al tempo stesso voglio che non sia rigida intorno ai lati. Deve essere di un materiale abbastanza confortevole. E infatti uno dei motivi per cui mi trovo bene con Gaerne è che utilizzano dei materiali per la tomaia davvero morbidi. E, non sono un tecnico, ma immagino che per essere così morbidi e fascianti al tempo stesso debbano essere di grande qualità.

Petilli aveva già corso con Gaerne, per lui una delle differenza maggiori è stata nella suola, ora più confortevole e molto più rigida
Petilli aveva già corso con Gaerne, per lui una delle differenza maggiori è stata nella suola, ora più confortevole e molto più rigida
Riguardo al caldo e al freddo, adotti qualche soluzione particolare per i tuoi piedi?

Di solito soffro un po’ di più con il caldo, perché i miei piedi si gonfiano un po’. Ma torniamo al discorso di prima: se la scarpa è confortevole mi trovo sempre bene, anche col caldo. E quindi non faccio nulla di particolare. Mentre per il freddo l’unico modo è mettere qualche copriscarpe, ma in questo caso conta molto l’abitudine per me.

Caldo e freddo sono anche piuttosto legati al discorso della circolazione e di conseguenza del serraggio. A tal proposito le tue Gaerne hanno due Boa…

Le G.Stl hanno due Boa, il sistema che va per la maggiore. Io mi trovo bene perché la pressione sul piede è omogenea e la posso gestire. Inoltre una volta che serri la scarpa, non hai bisogno di regolarla poi molto. Quando capita però questi Boa sono velocissimi.

Passiamo anche all’estetica. Che colore preferisci?

Bianco – replica secco Petilli – è il migliore per me. Purtroppo si sporca facilmente, però è quello più elegante. E che in gruppo va per la maggiore a prescindere dal marchio.

EDITORIALE / Tratnik ce l’ha fatta, ma quanti fallimenti?

01.05.2023
4 min
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Il prossimo a partire sarà Simone Gualdi, junior di secondo anno che dal 2024 correrà con la Circus-ReUz, “devo team” della Intermarché, avendo già in tasca un biennale per passare con la WorldTour dal 2026. Ormai la pista estera attira per tutte le questioni ben sollevate da Paolo Rosola. In Italia ci sono i talenti, all’estero ci sono i soldi. Ma quanti riescono davvero? Quanti i successi? E quanti i fallimenti?

Il meccanismo è chiaro e alla luce del sole. Salvo un paio di eccezioni, gli squadroni non si muovono, ma aspettano. I procuratori intercettano i ragazzi con i risultati migliori e poi li offrono sul mercato. E dato che in Italia c’è poco al di fuori della Green Project-Bardiani e della Eolo-Kometa, è palese che le offerte migliori arrivino dall’estero. La domanda che viene da farsi è se tutto questo anticipare sia davvero necessario e utile: non c’è alcuna risposta da offrire, per il semplice fatto che a nessuno interessa darla. Si va avanti così, sempre più velocemente.

Lefevere ha colto benissimo le problematiche della caccia sfrenata al talento: bene le vittorie, non dimentichiamo i fallimenti
Lefevere ha colto benissimo le problematiche della caccia sfrenata al talento: bene le vittorie, non dimentichiamo i fallimenti

Il dubbio di Lefevere

E’ stato interessante un paio di giorni fa leggere su Het Nieuwsblad le riflessioni sul tema di Patrick Lefevere. Il manager belga ha più pelo sullo stomaco di tutti gli altri messi insieme, ma al contempo ha addosso la storia del ciclismo e in qualche modo si rende perfettamente conto dell’anomalia. Farà qualcosa per correggere la rotta? Assolutamente no. 

«Una tendenza che continua nel ciclismo: la caccia ai migliori giovani. Partecipano tutte le squadre – ha detto a Jan-Pieter de Vlieger – noi compresi. Ad essere onesto, non sono sicuro di come posizionarci al meglio in questa guerra per il talento. Tutti cercano il nuovo Tadej Pogacar, il nuovo Remco Evenepoel o il nuovo Juan Ayuso. Ma parliamo di bambini. Ragazzi e ragazze che possono continuare o meno gli studi a 18 anni, che sono amati o non amati, che scoprono il mondo e che soprattutto vogliono continuare a correre.

«Il mio dilemma è questo – si chiede – allinearmi a tutti gli altri oppure aspettare fino a quando ci sarà stata la prima selezione e i veri talenti saranno venuti a galla? Il buon senso indica la seconda opzione, ma poi ti accorgi che le squadre fanno firmare ai loro migliori talenti dei contratti molto lunghi. Succede a tutti i livelli: padre e figlio Reverberi ne fanno un modello di guadagno per il team Bardiani. Danno un contratto a lungo termine a bravi corridori giovani, nella speranza che poi vengano riscattati dal WorldTour. Quindi la cinica considerazione finanziaria da fare è la seguente: proporre contratti agli adolescenti, unendosi ai manager che praticano il gioco della domanda e dell’offerta, oppure guardarli firmare altrove e accettare che portarli via avrà poi un costo superiore?».

Simone Gualdi corre con il GS Cene, dal prossimo anno sarà alla Circus-ReUz, attuale squadra di Busatto
Simone Gualdi corre con il GS Cene, dal prossimo anno sarà alla Circus-ReUz, attuale squadra di Busatto

L’esempio di Tratnik

Lefevere va avanti con la sua disamina, mostrando come ogni squadra abbia un preciso bacino da cui pescare. Ad esempio la Jumbo-Visma ha particolari attenzioni per i giovani scandinavi, avendo campioni di riferimento come Vingegaard e Foss e perché magari un colosso come Visma, dal budget miliardario, potrebbe diventare il primo sponsor con l’uscita annunciata di Jumbo. Idem, dal suo punto di vista, la famiglia Reverberi si dedica al mercato italiano. Ma quel che risulta interessante e in qualche modo è un accenno di risposta alla domanda da cui siamo partiti è l’osservazione che il belga propone su Jan Tratnik, attuale punto di forza della Jumbo-Visma (in apertura all’ultima Liegi), dopo esserlo stato al Team Bahrain Victorious.

«Nel 2011 – prosegue Lefevere – abbiamo ingaggiato Jan Tratnik, allora un ventenne molto interessante. Veniva dalla piccola continentale slovena: la Zheroquadro Radenska. Non ha funzionato affatto: lottava con l’alimentazione, il peso saliva e scendeva e alla fine ha avuto problemi psicologici. Ha lasciato dopo una stagione. E’ tornato per cinque anni in squadre continental per riemergere alla CCC. Se dopo un percorso del genere, è riuscito a raggiungere il livello che ha oggi, io mi tolgo il cappello.

«La sua storia dimostra che ogni corridore ha la sua traiettoria e il suo tempo. Il problema è che ricordiamo le storie di successo e dimentichiamo i fallimenti. Quasi tutti i miei colleghi pensano che la caccia ai giovani talenti sia condotta con troppa ferocia. Ma nel frattempo continuiamo a fare offerte l’uno contro l’altro. Per cui, nonostante ciò, per la Soudal-Quick-Step c’è davvero solo una vera opzione: partecipare alla corsa per il successo».

Masciarelli continua a crescere: parola di Bevilacqua

01.05.2023
5 min
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Lorenzo Masciarelli continua fare esperienza con la Colpack Ballan: nei giorni scorsi era in Toscana insieme a Bevilacqua per correre. Abbiamo deciso di sentire proprio il suo diesse per farci raccontare come stanno andando questi primi mesi bergamaschi. Masciarelli, intervistato da noi tra Belvedere e Recioto, si è detto sereno, non è questo il periodo per raccogliere i frutti del suo lavoro. Insomma, tempo al tempo. 

Dopo l’esordio nel ciclocross Masciarelli si è preso un periodo di pausa per poi iniziare la preparazione su strada
Dopo l’esordio nel ciclocross Masciarelli si è preso un periodo di pausa per poi iniziare la preparazione su strada

L’adattamento

Il corridore abruzzese arriva dal mondo del cross e questo cambio improvviso di disciplina si fa sentire ancora un po’. Non si può pretendere di passare da un impegno all’altro senza gettare delle solide basi.

«Masciarelli – racconta Antonio Bevilacqua – ha sempre lavorato per il cross ed i suoi allenamenti erano tutti di natura esplosiva. La prima cosa che abbiamo notato in lui era una mancanza di resistenza, allora insieme al nostro staff performance: Fusi, Giovani e Mazzoleni si è deciso di cambiare la preparazione. La cosa più importante era fare tante ore in bici, così da incrementare la resistenza. Abbiamo iniziato a lavorare in quest’ottica fin dal ritiro di febbraio a Calpe (foto Instagram di apertura). Non si è allenato sempre in gruppo, anzi, aveva praticamente un suo programma dedicato. Per tutto il tempo in cui siamo stati in Spagna ha fatto tantissimo fondo senza mai superare una certa soglia di intensità».

Masciarelli si è allenato più volte da solo, mentre la squadra seguiva altri programmi (foto Colpack)
Masciarelli si è allenato più volte da solo, mentre la squadra seguiva altri programmi (foto Colpack)

Allenamenti separati

Bevilacqua ci spiega molto bene quale fosse la condizione di Masciarelli appena arrivato alla Colpack. Tanta energia, ma di breve durata, com’è giusto che sia quando il tuo periodo di sforzo si concentra nell’inverno del ciclocross.

«Già dalle prime uscite – continua – si vedeva una buona condizione. Fuori dal comune per chi deve correre su strada, anzi, per meglio dire, troppo precoce. Quando i ragazzi si mettevano a “giocare” sugli strappetti di Calpe, Masciarelli è sempre stato il più pimpante, poi però si spegneva. Una volta costruita la base, abbiamo aggiunto qualche lavoro di forza, questo verso marzo, poco prima che iniziasse a correre. Poi si sono aggiunte delle ripetute al medio ed al medio-soglia. Infine l’ultimo passaggio sono stati gli interval training, quindi 40-40 e 30-30». 

A marzo ha esordito, tante gare per fare fondo e prendere dimestichezza con le corse su strada (foto Colpack)
A marzo ha esordito, tante gare per fare fondo e prendere dimestichezza con le corse su strada (foto Colpack)

Subito in corsa

L’esordio in gara per Masciarelli non si è fatto attendere, il 19 marzo a Montecassiano, aveva già attaccato il numero sulla bici. Una scelta dettata dalla necessità di trovare subito il ritmo ed il feeling con la strada. 

«Nelle prime gare è andato bene – continua a raccontare il diesse – ma ce lo si poteva aspettare. D’altronde Masciarelli arrivava da un grande periodo di forma visti gli impegni nel ciclocross. Tuttavia non dovevamo farci ingannare, si trattava di un momento positivo che non sarebbe durato molto. Un esempio può essere quello che è successo tra il Piva e il Belvedere. Alla prima corsa è andato bene, è arrivato nei primi quindici, una settimana dopo, al Belvedere, la condizione era già in calo. Ma è normale che sia così, la cosa importante per il ragazzo ora è correre, fare esperienza. Non deve pensare al risultato, quello arriverà in futuro, alla classifica penseremo da giugno in poi.  L’obiettivo dei primi mesi era quello di prendere confidenza con l’asfalto, prima d’ora aveva disputato poche corse su strada».

La condizione crescerà di corsa in corsa, gli obiettivi che contano arriveranno nella seconda metà di stagione (foto Colpack)
La condizione crescerà di corsa in corsa, gli obiettivi che contano arriveranno nella seconda metà di stagione (foto Colpack)

Giro? Forse

Uno degli impegni che potrebbero attendere il giovane abruzzese è il Giro d’Italia Under 23, il percorso dovrebbe uscire a breve, da quel momento in poi i programmi saranno più chiari.

«La prima parte di stagione – conclude Bevilacqua – era dedicata ai corridori veloci, ora si pensa alla seconda metà del calendario. Le corse diventano più dure, in questo momento è facile vedere ragazzi che vanno forte. Man mano che i mesi avanzeranno verranno fuori i corridori davvero in condizione, ci aspettiamo che Lorenzo venga fuori da giugno. Il Giro d’Italia dovrebbe essere un suo obiettivo ma sarà difficile, fino a quando non abbiamo il percorso non possiamo scegliere i corridori. Se viene fuori un percorso duro come quello dello scorso anno potremmo lasciare a casa i velocisti. I posti sono limitati: cinque, ed i ragazzi ambiscono tutti a far parte della rosa del Giro. Il 3 maggio dovrebbero presentare il percorso, con la speranza che ci aiuti ad avere le idee più chiare. Per Masciarelli le occasioni per mettersi in mostra ci saranno, se non dovesse fare il Giro avrà comunque a disposizione il Giro della Valle d’Aosta».