Super Baroni: equilibrista tra strada e cross

12.06.2023
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Francesca Baroni macina chilometri praticamente 365 giorni all’anno. Una volta posata la bici da ciclocross prende quella da strada e viceversa. Dopo una stagione invernale sul fango corsa con i belgi del team Pissei – Groep TOM, che ha messo in mostra le sue qualità, è tornata a vestire la maglia della Aromitalia-Basso Bikes-Vaiano. Il 26 febbraio ha chiuso la stagione in Belgio con l’Internationale Sluitingsprijs – Oostmalle ed il 4 marzo era alla Strade Bianche.

Francesca Baroni il 4 marzo era già in corsa alla Strade Bianche (foto pedaleforchetta)
Francesca Baroni il 4 marzo era già in corsa alla Strade Bianche (foto pedaleforchetta)

Un sottile equilibrio

Matteo Ferrari, diesse della Aromitalia, è uno dei coordinatori della doppia attività di Baroni. La squadra è rientrata da qualche giorno dalla Spagna, più precisamente dall’Andalusia dove hanno corso la Ruta del Sol. 

«Francesca (Baroni, ndr) sta bene – ci dice Ferrari – è totalmente concentrata sulla strada, ora farà un piccolo periodo di stacco per preparare i campionati italiani ed il Giro d’Italia Donne. Dopodiché si concentrerà sul cross, anche se avrà ancora una o due gare con noi. Ci si muove su un filo sottile, vero, ma fino a quando i risultati arrivano non ci si può lamentare, sia da una parte che dall’altra.

«Il segreto, se così vogliamo definirlo – riprende il diesse – è la comunicazione. Si imposta tutto diversamente: i contatti avvengono prima con la Baroni, poi con il suo preparatore, infine con il team del ciclocross. Francesca è aiutata in tutto questo dalla sua grande professionalità, fa la vita da atleta, totalmente». 

Per Baroni un periodo di pausa dopo la Ruta del Sol, poi si prepareranno campionato italiano e Giro Donne (foto sergii_raw)
Per Baroni un periodo di pausa dopo la Ruta del Sol, poi si prepareranno tricolori e Giro Donne (foto sergii_raw)

Periodi più brevi

Baroni e la Aromitalia-Basso Bikes-Vaiano sfruttano ogni momento per recuperare e poi correre, non c’è spazio nemmeno per un raffreddore, ma il sistema funziona. Questo grazie all’equilibrio trovato con la Pissei. 

«Esce dalla stagione del cross a febbraio – dice sempre Ferrari – noi sfruttiamo un po’ il lavoro invernale e la facciamo correre fin da subito. Quest’anno appena rientrata dal Belgio è venuta subito alla Strade Bianche. Ha una buona gamba viste le tante gare fatte durante l’inverno, ma il periodo di forma è più breve. L’idea era di portarla fino a Cittiglio, ma un’influenza l’ha fermata al Trofeo Ponente in Rosa. Per questo l’abbiamo portata a correre in Belgio, anche se non era previsto. Baroni spalma quello che è il periodo di stacco classico di un mese in diversi micro-periodi. Il primo è stato a marzo, il secondo arriva ora prima di preparare italiani e Giro, l’ultimo sarà a luglio prima di ributtarsi verso il ciclocross».

La stagione sul fango di Francesca Baroni inizia presto: metà settembre
La stagione sul fango di Francesca Baroni inizia presto: metà settembre

Un picco di forma (e mezzo)

Chiaramente quando un’atleta si divide in due attività deve lavorare al meglio, se si hanno a disposizione cinque mesi su strada al posto dei canonici nove, tutto va ricalibrato. Si devono scegliere gli obiettivi in maniera sistematica, lavorando al meglio per raggiungerli. 

«Per come è fatta – spiega Ferrari – più Francesca corre e meglio sta, anzi lei è una di quelle ragazze che preme per gareggiare. Tanto che a volte dobbiamo stopparla. Con lei si può puntare ad un picco di forma all’anno, uno e mezzo se si conta quello che sfruttiamo quando arriva dal Belgio. In questa stagione abbiamo puntato sul campionato italiano e sul Giro Donne. Non si ha tempo di fare il lavoro della preparazione invernale, e non ce n’è bisogno. La sua condizione è sempre buona, lei sta crescendo in diversi campi, soprattutto resistenza e forza. Il ciclocross le fa bene e si vede direi.

«Una volta terminato il periodo più intenso – chiude il diesse – Baroni inizia a concentrarsi sulla stagione del ciclocross. Per esempio l’ultima corsa che dovrebbe fare con noi è il Giro di Toscana, dal 24 al 27 agosto, ma lì starà già lavorando per arrivare preparata nel ciclocross. Anche perché la sua stagione inizia presto: metà settembre. Tra tutto mette insieme 70 giorni di corsa».

Bernal, al Delfinato un altro passo. Tour più vicino?

12.06.2023
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Sul micidiale arrivo di La Bastille, Egan Bernal è giunto ancora staccato, ma almeno – a suo dire – era felice. Poi basta guardare la foto di apertura per giudicare da soli. In più il colombiano era appagato per la sensazione di essere tornato a calcare i gradini del podio… seppure quello di squadra. La sua Ineos Grenadiers infatti aveva vinto la classifica a squadre del Delfinato.

Ma come è andata questa importantissima gara per Egan? Alti e bassi ci sentiamo di dire. Come un’onda. Buone sensazioni che spesso si sono scontrate con ritardi importanti. Però…

Bernal (primo da sinistra) è salito sul podio dopo molto tempo. La sua squadra ha vinto la classifica dei team
Bernal (primo da sinistra) è salito sul podio dopo molto tempo. La sua squadra ha vinto la classifica dei team

Bicchiere mezzo pieno

Però… ci sono dei però e questi contano non poco, almeno nel caso della maglia rosa 2021. Sappiamo che Bernal è di fatto ancora nella lunga fase post incidente gennaio 2022. Si sapeva che questo anno sarebbe stato quasi tutto un punto di domanda per lui e le cose non si stanno discostando troppo da questa aspettativa.

Il però, appunto, è che qualcosa si muove. Egan ha chiuso il Delfinato in dodicesima posizione a 6’44” da Jonas Vingegaard, ormai un mostro al pari di Evenepoel e Pogacar. Un tempo ci saremmo stupiti (in negativo) di una prestazione simile da parte sua. Ma a quanto pare Bernal e la sua squadra vedono il bicchiere mezzo pieno.

Giusto pochi giorni fa, prima della crono, il suo diesse Steve Cummings aveva dichiarato che Egan stava facendo incredibilmente bene e che secondo loro era vicino dal tornare ai livelli che gli competevano.

Tutto sommato non era una dichiarazione peregrina. Di fatto il Delfinato era la prima corsa di primissimo livello che Bernal tornava a fare dopo l’incidente. Tenere il passo era già qualcosa.

E Bernal stesso ne era consapevole. «Intanto – aveva detto Bernal prima del via – voglio finire la gara, poi vedremo come andrà e si faranno le valutazioni necessarie». Tradotto: se è davvero possibile vederlo schierato al Tour de France. Ma su questo punto (cruciale) ci torneremo.

Nella tappa contro il tempo, Egan ha incassato 2’25” da Vingegaard e mediamente 1’30” dagli altri uomini di classifica (foto @gettysport)
Nella tappa contro il tempo, Egan ha incassato 2’25” da Vingegaard e mediamente 1’30” dagli altri uomini di classifica (foto @gettysport)

Alti e bassi

Analizziamo la sua gara. Bernal è alla prima competizione di primissimo livello, come detto, dal 2021. Di per sé il risultato è buono. Egan parte bene. Paga dazio, anche abbastanza salato, nella crono. Si fa un po’ sorprendere, anche a suo dire, nella terza tappa quando Carapaz e Vingegaard scattano. E qui una prima dichiarazione che ci aiuta a capire il suo stato fisico e anche d’animo.

«Quando sono partiti Carapaz e Vingegaard – ha dichiarato Bernal – un po’ sono rimasto sorpreso. In più non li ho seguiti anche perché credevo proprio che non avessi quel ritmo. Ho avuto paura di spingere troppo forte e di esplodere. Ma tutto questo sta iniziando ad essere nuovo per me, è buono… Anche quel contrattacco successivo con gli uomini di classifica è un segno di fiducia.

«Mentre per la crono, sapevo che non sarebbe andata benissimo, visto che ultimamente ci ho lavorato molto poco».

Forse è mancato qualcosa nelle tappe finali, quelle di più alta montagna, il suo terreno. O meglio, visto l’andazzo ci si poteva attendere qualcosa in più. Ma in squadra, che hanno il polso delle prestazioni necessarie, “tiravano il freno a mano” su certe aspettative sui monti. 

Sulle alte montagne c’è stata una sorta di “liberi tutti” da parte della Ineos Grenadiers. Non avendo nessun leader in grado di vincere la generale, hanno lasciato ai ragazzi la possibilità di fare la propria gara. Carlos Rodriguez non si è mai messo ad aiutare Bernal. E la stessa cosa hanno reciprocamente fatto Bernal e Daniel Martinez. 

Il Delfinato è stato preso davvero come un test, un passaggio in vista del Tour de France, da parte di tutti loro. Non neghiamo che ci è sembrato strano, insolito, vedere una Ineos correre così.

In salita Bernal non ha mai preso l’iniziativa ma era giusto così. Ha cercato di produrre i migliori valori possibili post incidente 2022
In salita Bernal non ha mai preso l’iniziativa ma era giusto così. Ha cercato di produrre i migliori valori possibili post incidente 2022

Giallo sul Tour

La questione centrale è questa: Bernal farà o non farà il Tour? Okay, si sta riprendendo, ma al momento è lontano dal Bernal che conosciamo. Però è anche vero che la corazzata di Sir Brailsford, tanto corazzata non è, almeno per la generale pensando alla prossima Grande Boucle. Chi sarà dunque il leader? Che squadra sarà fatta per la Francia?

La risposta a questa domanda rischia di restare per l’aria e di restarci fino a domenica prossima, quando terminerà il Tour de Suisse. La soluzione infatti potrebbe arrivare dalla Svizzera, dove sta correndo l’altro presunto leader Ineos per la Grande Boucle: Tom Pidcock.

Ad oggi, i nomi che tra gli addetti ai lavori sembrano essere certi sono quelli di: Carlos Rodríguez, Tom Pidcock, Jonathan Castroviejo, Michal Kwiatwoski e Magnus Sheffield. Mancano all’appello tre atleti. Lo spazio per Bernal ci sarebbe eccome. Ma resta da chiedersi se sarà all’altezza, prima ancora di capire che tipo gara e di formazione impostare da parte del team.

Molta attenzione dei media per il colombiano (classe 1997)
Molta attenzione dei media per il colombiano (classe 1997)

Una strada lunga

Scegliere il Tour come primo grande Giro al rientro da un simile infortunio è molto, però è anche vero che stiamo parlando di un campione che sa motivarsi come pochi. Che ha già vinto questa gara e che tutto sommato al Delfinato è arrivato dodicesimo. C’è chi è andato più piano. E allora Tour sì, ma con altri obiettivi da quelli in giallo.

La cosa è certa, e l’abbiamo detta, è che Bernal sta migliorando. Dopo gli ottavi posti al Romandia e al Giro di Ungheria ecco un altro piccolo step. Abbiamo detto “migliorando” e non tornando. Per il Bernal che conosciamo manca molto e forse potrebbe anche non bastare, visto che in due anni si è vista un’evoluzione di numeri spaventosa, ma il viatico sembra buono ed Egan è apparso felice.

«Ogni colpo di pedale – ha detto il colombiano – lo faccio con amore e gratitudine alla mia famiglia, ai medici e agli amici che mi stanno portando sulla strada della mia versione migliore».

Segaert incendia Agliè: sua la prima rosa Next Gen

11.06.2023
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La cronometro di apertura del Giro Next Gen si conclude in cima allo strappo che porta al Palazzo Ducale di Agliè. E’ lì che Alec Segaert scava il solco tra sé e gli altri e conquista così la prima maglia rosa. Il sole illumina il rosso dei mattoni scaldando oltremodo il clima, il caldo risulterà una variabile fondamentale a fine giornata. La sua maglia di campione europeo a cronometro brilla sul podio, ricordando a tutti che oggi ha vinto il grande favorito, alla faccia degli outsider.

Il giorno di Segaert

Il belga sale e scende dal podio delle premiazioni continuamente, tre delle cinque maglie in palio nella prima edizione del Giro d’Italia U23 targato RCS Sport sono sue. 

«E’ la partenza perfetta – conferma in mixed zone – sognavo di indossare questa maglia fin da subito. Ho visto il percorso e mi sono detto che era proprio adatto alle mie caratteristiche, è stata una cronometro bellissima. Non era forse lunghissimo, con qualche chilometro in più avrei potuto accumulare maggior vantaggio. Sulla salita finale, 500 metri non troppo impegnativi ma dove si poteva fare molta velocità, sapevo di poter prendere tempo su tutti gli altri e così è stato

Su questa prima tappa si è abbattuto un caldo soffocante, che ha modificato i valori in campo
Su questa prima tappa si è abbattuto un caldo soffocante, che ha modificato i valori in campo

Feeling con l’Italia

Alec Segaert ci ha fatto vedere di cosa è capace già negli scorsi anni, nel team development della Lotto Dstny si è messo in grande evidenza. I risultati ottenuti in questi mesi gli hanno permesso di passare con il team professional belga. 

«Mi trovo molto bene a correre in Italia – spiega con il rosa della maglia che si abbina al rosso delle guance – l’anno scorso ho vinto il Piccolo Lombardia. Mi piace molto il tempo, come quello di oggi, e il pubblico è sempre speciale. Ora ci sono tre tappe dove potrò cercare di tenere la maglia, il mio obiettivo è portarla il più a lungo possibile. Ci saranno delle giornate molto dure e vedremo cosa riuscirò a fare. Se dovessi finire fuori classifica mi concentrerò per vincere un’altra tappa. 

Il tricolore per Busatto

Si rimane sempre nel Nord Europa, la maglia bianca, la indossa un altro belga: Vlan Van Mechelen, del Team DSM. Mentre il simbolo del miglior italiano in classifica generale va sulle spalle di Busatto. Il corridore della Circus-ReUz è ormai anche lui un “belga” da quando indossa i colori del development team della Intermarché-Wanty-Circus. 

«Non penso di essere uno specialista – racconta – di sicuro devo ancora lavorare tanto sulle cronometro. Non è casuale che oggi i premiati siano tutti ragazzi di team development. Ci sono certe squadre, soprattutto quelle del Nord, che preparano questi appuntamenti curando ogni dettaglio. Ora mi godo questa maglia di miglior italiano, il mio Giro sarà incentrato sull’andare a caccia di qualche tappa». 

Una volta uscito dalla mixed zone il vincitore della Liegi U23 ci concede ancora qualche minuto. La Circus-REuz è venuta con una squadra pronta e concentrata sulla classifica, anche se il francese Faure Prost oggi ha accumulato un discreto distacco. 

«Faure – riprende mentre lentamente pedala verso il parcheggio dei bus – ha spinto troppo all’inizio e non è riuscito a reggere lo sforzo fino in fondo. Gli avevo detto di non spingere troppo subito, ma poi è difficile regolarsi una volta scesi in strada. E’ giovane e al primo anno da under 23, questa è la sua prima corsa a tappe di rilievo e questo potrebbe pesare».

La macchina di RCS

RCS torna ad organizzare il Giro dedicato ai giovani e la macchina organizzativa si vede. Tutto si muove con ingranaggi ben collaudati e delle regole che vengono prestabilite e fatte seguire alla perfezione.

«Dobbiamo fare una statua a Selleri – ci ha detto al via Gianluca Valoti, diesse della Colpack – perché ha tenuto in piedi questa corsa in ogni modo. Però il livello dell’organizzazione di RCS è evidente e fa piacere avere questo tipo di trattamento».

«RCS ha una storia – replica Rossato – penso sia un orgoglio partecipare ad un Giro d’Italia under 23 organizzato da loro. Sono convinto che il primo anno sia il più complicato, ma già la presentazione è stata di grande livello. Un palcoscenico che negli eventi futuri darà un bel modo di procedere».

Un grande Ciccone mette la ciliegina sul Delfinato

11.06.2023
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L’ottava e ultima tappa del Delfinato se l’è presa Giulio Ciccone. L’abruzzese che era rimasto fuori dal Giro per un’altra positività al Covid, ha staccato tutti i rivali sul Col de Porte. Ha attaccato a 20 chilometri dal traguardo e ha pedalato in modo convincente verso la vittoria.

Sulla salita finale de La Bastille, il leader Vingegaard ha centrato il secondo posto a 23 secondi da Ciccone e ha vinto la classifica generale del Delfinato. Adam Yates e O’Connor hanno completato il podio.

«I 500 metri finali – racconta Ciccone al settimo cielo – sono stati davvero lunghi, ma con tutta quella gente è stato davvero bello. Inoltre, quando mi sono voltato e ho visto che avevo ancora un buon vantaggio, sono andato a tutto gas e ora sono davvero felice».

L’attacco di Ciccone sul Col de Porte, a 20 chilometri dall’arrivo
L’attacco di Ciccone sul Col de Porte, a 20 chilometri dall’arrivo

Pubblico da stadio

Quest’anno nel suo programma il Giro d’Italia avrebbe occupato una posizione centrale, invece anziché raccogliere l’abbraccio de suo pubblico al via di Pescara, Giulio si è ritrovato a casa, maledicendo per l’ennesima volta la sua sfortuna.

«Sono stato per 10 giorni senza bici – prosegue – quindi le mie condizioni al via non erano al 100 per cento. Sono ripartito da qui con in mente il Tour e questa settimana ho visto che stavo migliorando sempre di più, perciò sono davvero felice di chiudere questa settimana con una vittoria. Vincere fa sempre piacere ma qui, con questa atmosfera, credo sia ancora meglio. Sono stati mesi difficili e vado con grande motivazione verso i campionati italiani e poi il Tour».

Vingegaard ha attaccato sulla salita finale, guadagnando altri 11 secondi su Yates
Vingegaard ha attaccato sulla salita finale, guadagnando altri 11 secondi su Yates

Come una crono

Fin qui il punto sulla stagione, sulla quale Ciccone si era affacciato con un altro passo, anche grazie al cambio di preparazione. Chi lo segue oggi è certo che un atleta con il suo motore e la sua potenza aerobica sia destinato a raccogliere molto di più. Poi Ciccone torna alla tappa.

«E’ stato davvero un giorno molto difficile – spiega – perché il gruppo ci ha lasciato un vantaggio molto piccolo, quindi anche a livello psicologico è stato difficile gestirsi. La sensazione è stata per tutto il giorno quella di una cronometro a tutto gas. Ho corso dei rischi nell’ultima discesa e nell’ultima salita ho spinto a tutta sapendo che il traguardo era proprio lì. E davvero avere tutto quel pubblico ha reso la scalata meno difficile. Sono stato per tutto il tempo concentrato sulla strada. Mi dicevo che sarei arrivato all’ultima curva e avrei visto il traguardo…».

Matrimonio e Tour

Oltre alla vittoria, il premio con cui Ciccone torna a casa dal Delfinato del 2023 è la maglia degli scalatori, come gli era successo per due volte da U23 al Giro della Valle d’Aosta e al Giro d’Italia del 2019, quando vinse anche la tappa di Ponte di Legno, superando il Mortirolo e battendo in volata Jan Hirt.

«La maglia della montagna è davvero bella – dice l’abruzzese – è una delle mie preferite, ma se devo essere sincero, durante questa settimana non ci ho mai pensato. Anche oggi Campenaerts, che era in testa fino a ieri, era in fuga con noi e ha preso i suoi punti. L’ho superato vincendo, perché comunque io pensavo solo alla tappa e ci sono riuscito. Ora ho bisogno di un po’ di riposo, perché il Tour è molto vicino, ma la settimana prossima mi sposerò e questa vittoria è un regalo per la mia futura moglie. L’obiettivo in Francia sarà sempre lo stesso. Mi piacerebbe vincere una tappa del Tour e gettare un occhio su questa maglia che mi piace molto. Quindi andiamo, rimaniamo concentrati e vediamo giorno per giorno».

Tratnik e una fonte d’ispirazione chiamata Roglic

11.06.2023
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Jan Tratnik è già un uomo squadra della Jumbo-Visma. Lo sloveno è arrivato questo inverno alla corte del team giallonero e subito si è integrato alla grande. Nelle ultime stagioni, Jan si è mostrato atleta di grande sostanza. Ha vinto una tappa al Giro d’Italia, un titolo nazionale contro il tempo e si è sempre messo a disposizione dei capitani nelle corse di primissimo piano.

E non a caso era stato inserito nel super team per il Giro d’Italia. Poi un incidente a poche ore dal via della corsa rosa ha mandato tutto in frantumi: tibia rotta e via a casa. Pensate che era salito sul palco della presentazione dei team a Pescara, come si nota nella foto di apertura.

Tratnik poteva essere il gregario numero uno di Primoz Roglic, il confidente. Se non altro perché sono entrambi sloveni. Qualche giorno fa, dopo il successo di Primoz, aveva parlato sui social di quanto Roglic fosse una fonte d’ispirazione per lui, per il ciclismo sloveno, per i ragazzini che decidevano d’inforcare la bici. Ora che ha ripreso a pedalare, sentiamo dunque cosa ci dice il simpatico sloveno.

Un selfie con Roglic, i due sono anche compagni di nazionale
Un selfie con Roglic, i due sono anche compagni di nazionale
Jan, prima di tutto come stai dopo la caduta? E qual è il tuo piano di recupero della tibia?

Sto migliorando giorno dopo giorno. Le prime tre settimane sono state piuttosto lunghe, perché non potevo fare molto. Semplicemente sdraiato sul divano o sul letto. Giornate così diventano molto lunghe, specie per un ciclista. Comunque stavo facendo degli esercizi per il ginocchio, ma non c’era molto altro.

Quando ti rivedremo in gara?

E’ difficile parlare di gare in questo momento. La prima cosa è recuperare dopo la caduta, la seconda è iniziare seriamente con gli allenamenti e poi possiamo fare un piano per le corse. Quindi mi prenderò del tempo per recuperare, ma lavorerò sodo per i prossimi obiettivi.

Cosa ti è passato per la testa in quell’incidente in Abruzzo?

Di sicuro è stata una grande delusione tornare a casa subito e in quel modo. Ma poi mi rendo anche conto di quanto sono stato fortunato. Quell’auto mi ha fatto schiantare, sono volato in aria e mi sono rotto “solo” la tibia. Nessun altro osso, nessun danno muscolare e la mia testa non ha avuto ferite e traumi. La vita non è solo ciclismo, quindi sono grato che sia andata così e che posso continuare a correre. Se penso a quanta fatica fatta, alla preparazione e a tutto l’impegno che ho investito sul Giro… Meglio non pensarci, altrimenti mi deprimo! Ora tutto questo è passato e non vedo l’ora di tornare ancora più forte.

Hai detto che Primoz Roglic è stato una fonte di ispirazione. Cosa significa per te avere un compagno come Primoz? E quanto ha influito la sua presenza sul tuo arrivo alla Jumbo-Visma?

Con Primoz siamo amici dentro e fuori dalla bici. Sono felice di essere nel team Jumbo-Visma e di avere la possibilità di correre con lui. Sicuramente la sua presenza mi ha aiutato un po’, ma alla fine sappiamo quanto sia forte tutta la squadra e per entrare a fare parte di questo team devi avere qualità.

Sempre parlando di ispirazione: cos’è Roglic per la Slovenia? Pogacar è un super campione, ma Primoz è stato il corridore che ha alzato il livello del ciclismo sloveno.

Sì, sono entrambi grandi corridori, i migliori a mio avviso. E tutti li conoscono, sappiamo quanto siano forti. E’ vero, Primoz è stato il primo ciclista che ha davvero fatto crescere il ciclismo in Slovenia con tutti i suoi risultati sorprendenti. Quindi è una grande figura dello sport in Slovenia e piace a tutti.

Hai seguito il Giro? E come?

Sì, anche perché non ero in grado di uscire, quindi ho guardato ogni tappa alla televisione.

Il Monte Lussari, bolgia slovena tutta per Roglic. Quanto sarebbe stato bello esserci per Tratnik…
Il Monte Lussari, bolgia slovena tutta per Roglic. Quanto sarebbe stato bello esserci per Tratnik…
Hai parlato o scritto ai tuoi compagni durante il Giro?

Non molto a dire il vero. A volte mi scrivevo con Primoz, ma non volevo deconcentrarli. Stavano facendo un lavoro straordinario.

Ci racconti le emozioni di Monte Lussari? Come hai seguito quella fase?

E’ stato un grande spettacolo. Anche dalla televisione sembrava incredibile. Beh, alla fine ho ceduto un po’ anche io alle mie emozioni, perché quando ho visto che Primoz ha vinto e tutta la squadra era contenta…

E tu?

Una parte di me era abbastanza delusa di non far parte di quel gruppo in quel momento. Alla fine però tutto ciò motiva anche me, perché so che presto sarò di nuovo lì a festeggiare con la squadra. Ma per esserci, devo lavorare sodo ora e tornare il prima possibile.

Giro alle spalle, ora le ricognizioni del Tour con la voce di Giada

Giada Gambino
11.06.2023
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Giada Borgato, reduce della sua esperienza in moto cronaca al Giro d’Italia (foto Mirror Media in apertura), è a casa e si sta preparando per affrontare un’altra bella ed impegnativa esperienza: le ricognizioni del Tour de France. Il ciclismo ha sempre fatto parte della sua vita, le ha regalato grandi emozioni ed importanti vittorie ma, oggi, ci racconta cosa significa non stare più in gruppo su una bici, ma farlo dalla sella di una moto… 

Cosa ti manca di più dello stare in gruppo? 

L’adrenalina principalmente. L’adrenalina della corsa in generale, ma soprattutto quella dei finali di corsa del ciclismo agonistico. Mi mancano quelle forti emozioni che solo una competizione come quella ciclistica ti può dare.

Il nuovo capitolo da commentatrice?

E’ nato un po’ per caso. Ho smesso di correre nel 2014 e a fine stagione, per annunciare il mio ritiro, venne Piergiorgio Severini, un giornalista della Rai a farmi un’intervista. Era un servizio riassuntivo di tutto ciò che riguardava la mia carriera. Alla fine, facendo una battuta, gli dissi che se mai avesse avuto bisogno di una mano, da quel momento ero in cerca di lavoro: ero disoccupata (ride, ndr). L’estate dopo mi chiamò dicendomi che mancava il commentatore tecnico. Se volevo, aggiunse, avrei potuto provare a commentare con lui. Così, ho iniziato a fare il commento tecnico per le donne e poi, piano piano, mi sono inserita anche nel ciclismo maschile.

Piergiorgio Severini, Lizzie Armitstead, Giada Borgato, Giro donne 2016
Giada Borgato con il suo mentore Piergiorgio Severini e Lizzie Armitstead al Giro donne 2016
Piergiorgio Severini, Lizzie Armitstead, Giada Borgato, Giro donne 2016
Giada Borgato con il suo mentore Piergiorgio Severini e Lizzie Armitstead al Giro donne 2016
Come hai vissuto la prima esperienza da commentatrice?

Fatica! Non pensavo, perché dovevo dire cose che fondamentalmente sapevo. Mentre ero lì mi resi conto invece che stare davanti alla telecamera piuttosto che ad un microfono non è per nulla semplice. Tanta gente ti ascolta e giudica se fai un errore grammaticale o se sbagli una virgola. Adesso magari faccio una frase che dura un minuto, prima la facevo da 10 secondi perché mi mancavano le parole. A volte mi ripetevo nella testa «Giada, devi dire quello che sai!». Piano piano, però, sono riuscita a sciogliermi. 

Adesso qual è la tua strategia?

Cerco di essere sempre più preparata possibile, che sia una corsa maschile o femminile, che sia il Giro d’Italia o che sia la gara del circuito del campanile come si suol dire (sorride, ndr). Mi preparo sempre alla stessa maniera. Spero di azzeccare le cose giuste, ovviamente non mi azzardo a dire cose che non ci sono, cerco di raccontare quello che vedo. Bisogna avere tante conoscenze, studiare, leggere e rimanere aggiornati ad esempio da siti come il vostro (sorride di nuovo, ndr).

Giada aveva fatto una prima prova generale di corsa sulla moto alla Sanremo
Giada aveva fatto una prima prova generale di corsa sulla moto alla Sanremo
Fare questo lavoro ti fa sentire quasi in gruppo?

Sì, assolutamente. Di fatto ho la fortuna che da una parte si è chiusa una porta e dall’altra si è aperto un portone. Mi è capitato di pensare di aver smesso di correre troppo presto, però probabilmente se non fosse andata a quel modo, non avrei intrapreso questa strada. Mi sento molto fortunata di essere ancora nel mio ambiente, nel mio mondo, di fare qualcosa che amo.

Commentare una corsa alla quale si è preso parte più volte, come il Giro Rosa… 

Sapete, adesso è cambiato tanto il ciclismo rispetto agli anni in cui correvo io. Ci sono anche tante cose nuove che devo raccontare. Anche se continuo sempre a pedalare, ci sono aspetti tecnici, moderni, nuovi del ciclismo femminile che bisogna prendere in considerazione. Ormai il mondo delle donne è molto vicino al ciclismo maschile.

Giada Borgato e Stefano Rizzato hanno raccontato il Giro dalle moto Rai dall’interno della corsa
Giada Borgato e Stefano Rizzato hanno raccontato il Giro dalle moto Rai dall’interno della corsa
Il Giro d’Italia in moto?

Una bella esperienza. In precedenza avevo fatto solo la Sanremo ed è completamente differente rispetto a una gara a tappe. Il Giro anche per noi della Rai è l’elemento più importante. Siamo in tanti: due moto cronaca, tre commentatori in cabina, tutti gli ospiti che devono avere la linea. Quando venivo chiamata io, inizialmente non sapevo esattamente quanto intervenire e in che modo, dovevo prendere un po’ le misure. Mi ci sono voluti un po’ di giorni e poi quando ho capito come funzionava, ho imparato a prendere il ritmo anche con gli altri e da lì ho iniziato a divertirmi. Certo, abbiamo preso tanta acqua, ma ripartirei anche domani.

Ti sentivi parte della corsa?

Sei fra loro, vivi tutto da dentro. Riesci a sentire proprio i rumori e a vedere da vicino anche i colori del Giro. Vedi le sofferenze dei corridori. Il più delle volte sei dietro e i primi che si staccano sono quelli che fanno più fatica, vederli soffrire così da vicino faceva quasi impressione. Li guardi, sotto la pioggia, sofferenti sulla salita e sai che dovranno affrontarne anche un’altra. Quando ti trovi davanti con qualcuno che può andare a vincere la corsa, è tutt’altra sensazione. Quindi vedi gli estremi: chi dietro lotta per arrivare a fine tappa sano e salvo e chi davanti lotta per la vittoria. In più ci sono tutte le sfumature: il corridore che va a prendere l’acqua, il momento di calma, un momento più concitato, i direttori sportivi, tutto quello che succede nelle ammiraglie dove c’è tanto stress.

«Acqua ne abbiamo presa tanta», sorride Giada Borgato: il Giro non ha dato scampo
«Acqua ne abbiamo presa tanta», sorride Giada Borgato: il Giro non ha dato scampo
Un momento del Giro, che noi da casa non abbiamo potuto vedere, che ti è rimasto impresso?

E’ bello vedere i corridori che sono più indietro. Vengono avvicinati dall’ammiraglia, incitati e confortati. Oppure, è stato molto bello seguire Buitrago sulle Tre Cime di Lavaredo, che è stato affiancato più e più volte da Pellizotti, tanto che si è preso un po’ di parole dalla Giuria. Gli andava vicino, lo spronava, lo incitava e poi il colombiano ha vinto la tappa. Franco ha corso per tanto tempo, in quei momenti lì sicuramente sente l’adrenalina che aveva da corridore. 

Tra le giovani cicliste che stanno crescendo, chi promette?

E’ stato bello cosa ha fatto quest’anno la Realini (Gaia, atleta della Trek-Segafredo, ndr). L’anno scorso aveva fatto vedere buone cose, ma fare un exploit così tra le elite, è qualcosa che promette davvero bene.

Crono di Monte Lussari: non si segue in moto, Giada la racconta dal punto del cambio bici
Crono di Monte Lussari: non si segue in moto, Giada la racconta dal punto del cambio bici
Continuare nel mondo Rai, è qualcosa che vorresti?

Lo spero, lo sport è il mio mondo, se riesco a continuare a lavorare per la Rai e raccontare il ciclismo sarebbe un sogno. Appello a Rai Sport: tenetemi il più possibile (ride, ndr)!

L’aspetto che più ti piace di questo lavoro?

Il contatto con la gente. Il ciclismo ti porta in giro per il mondo e conoscere persone con culture diverse ti lascia qualcosa in più, ti apre la mente.

Bessega vince il Friuli passando dalla Francia

11.06.2023
4 min
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Una bella notizia per il mondo degli juniores italiani è arrivata con la 21ª edizione del Giro del Friuli Venezia Giulia. Qualcosa di cui si sente la necessità da tempo, una corsa a tappe dedicata a questi ragazzi che crescono e anche in fretta. Si tratta di un passo per appianare quella che è la differenza con l’estero, dove questo genere di corse sono molto più frequenti. Andrea Bessega, della Borgo Molino Vigna Fiorita, si è aggiudicato la maglia di leader finale. E’ la sua prima vittoria in una corsa a tappe. 

Partito dalla Francia

Bessega risponde al telefono che sono le 19,30, racconta l’esperienza vissuta in Friuli, la sua Regione, e scioglie la lingua. 

«Arrivavo da una corsa a tappe in Francia – ci dice – ero con la nazionale al Trophée Centre Morbihan, una gara di Coppa delle Nazioni. E’ stata la mia prima esperienza in una corsa a tappe, mi ha dato consapevolezza nei miei mezzi. La grande differenza che ho notato è che in Francia la corsa era molto tirata, ho fatto molta fatica. Una cosa dovuta anche al fatto che si trattava di una gara di Nation Cup. Anche in quel caso era composta da tre tappe, ma distribuita in due giorni: il primo abbiamo fatto una tappa da 128 chilometri. La giornata successiva si è aperta con una cronometro individuale e poi, nel pomeriggio, la terza tappa da 115 chilometri». 

Vincere in casa

Il corridore della Borgo Molino, classe 2006, è al suo primo anno nella categoria juniores. Ha le idee chiare su quello che gli piace, e l’esperienza che ha accumulato in queste due gare a tappe lo ha lasciato soddisfatto. 

«L’esperienza con la nazionale – continua Bessega – mi ha insegnato molto: come imparare a gareggiare in questi scenari. Una cosa che poi ho trasportato al Giro del Friuli è il fatto di non finirsi subito, ma spendere bene le energie. A Morbihan dopo la prima tappa ero stanco, ho fatto una cronometro buona ma non eccezionale. Tra la mattina ed il pomeriggio mi sono riposato bene ed ho recuperato le forze, infatti ho vinto la terza tappa.

«Il Giro del Friuli si apriva con una cronometro a squadre, che siamo riusciti a vincere. La maglia l’ha indossata Cettolin. La tappa di Cimolais era dura ma siamo comunque arrivati allo sprint ed abbiamo lavorato per lui. Tant’è che ha vinto, mantenendo la leadership. A San Daniele il percorso era meno duro ma la fatica dei giorni prima ha fatto la differenza. Io sono rimasto con i migliori nonostante una caduta che mi ha obbligato a rincorrere. Alla fine sul traguardo sono passato per quinto ma ho indossato la maglia di leader».

A San Daniele Bessega si è piazzato quinto, nonostante il mancato successo ha portato a casa la classifica finale (foto Boldan)
A San Daniele Bessega si è piazzato quinto, nonostante il mancato successo ha portato a casa la classifica finale (foto Boldan)

Imprevedibilità

A parte la cronometro a squadre, Bessega non ha vinto tappe, ma si è portato a casa il Giro del Friuli. Ha giocato sulla costanza, ed ha notato che questo genere di corse aprono diversi scenari. 

«Mettere nelle gambe tanti giorni di corsa – chiude – aiuta a migliorare, aumenta la condizione. In più si creano diverse situazioni, che permettono di capirsi e di scoprire nuovi limiti. Nelle corse di un giorno conosciamo tutti le caratteristiche degli avversari, quindi le gare hanno copioni più “impostati”. Nelle gare a tappe subentrano imprevisti differenti, come la stanchezza. Spero di farne sempre di nuove, ed anche l’occasione avuta con la nazionale è stata importante. All’estero se ne fanno tante e la differenza si vede».

Il ritorno di Tiberi: la base, le nuove bici, la prima corsa

11.06.2023
5 min
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Antonio Tiberi è tornato in gara. Lo ha fatto l’altroieri al GP des Kantons Aargau, antipasto del Tour de Suisse, che comincia giusto oggi. Erano passati 102 giorni dalla sua ultima gara, la tappa finale del UAE Tour, tra l’altro concluso con un ottimo settimo posto nella generale tra campioni di primissimo piano.

Questo rientro ha segnato il termine di una lunga vicenda: il fattaccio del gatto, lo stop della Trek-Segafredo, la rottura del contratto con la squadra americana, la firma con la Bahrain-Victorious. Ma in tutto ciò c’è l’atleta. E dopo aver parlato con Pellizotti eccoci direttamente con lui. Come ha lavorato in questo periodo Tiberi? Come si è gestito? Antonio stesso ci ha chiarito le idee.

Antonio Tiberi (classe 2001) all’ultima gara con la Trek-Segafredo. Era il 26 febbraio
Tiberi (classe 2001) all’ultima gara con la Trek-Segafredo. Era il 26 febbraio
Antonio, come sono stati i primi giorni dopo lo stop? Anche dal punto di vista mentale?

L’inizio di questa vicenda è stato nel segno della confusione. Preoccupazione, stress: c’era una situazione un po’ complicata, quindi ho cercato di prenderla nel modo più leggero possibile. Ho cercato di non stressarmi troppo con gli allenamenti. Ho fatto qualche uscita così, giusto per tenere un po’ la condizione, e qualche uscita lunga quando mi andava se c’era una bella giornata.

Hai approfittato anche per fare cose diverse?

Ho passato un po’ più tempo con i miei amici che non vedevo quasi mai e con la mia famiglia. Con gli amici siamo andati a fare una camminata in montagna, dalle mie parti vicino a Frosinone. Abbiamo fatto Pasquetta insieme, qualcosa che di solito non riuscivo a fare.

Passiamo a discorsi più tecnici. Quando hai saputo più o meno che saresti tornato a correre?

Diciamo che ci sono stati diversi periodi. All’inizio, sembrava dovessi rientrare già alla Coppi e Bartali, quindi avevo staccato pochissimo. Poi sembrava che sarei rientrato più tardi. Quindi ancora si è stravolto tutto fino al cambio della squadra. Così tra queste due fasi c’è stato un periodo di stacco maggiore.

E quando hai ripreso?

Quando c’è stata la conferma della nuova squadra. Loro sin da subito mi hanno che saremmo ripartiti qui in Svizzera. Da quel momento mi hanno messo anche in contatto con il preparatore Michele Bartoli e ho iniziato appunto a seguire le sue tabelle.

Antonio Tiberi con i suoi amici durante la gita in montagna nel frosinate
Antonio Tiberi con i suoi amici durante la gita in montagna nel frosinate
Riassumendo il tutto: hai continuato a pedalare a marzo, hai mollato nel periodo di Pasqua e a fine aprile hai ripreso a spingere…

A pedalare più che altro. Ho iniziato a fare le cose più seriamente da inizio maggio.

E come hai ripreso? Cosa hai fatto?

Sono ripartito come fosse una preparazione invernale. All’inizio un po’ di palestra, esercizi, uscite per il fondo e per la forza. Non sono mancati i lavori di potenziamento e di SFR… Quello che serve per costruire una base. Nel frattempo c’è stata l’ufficializzazione con la Bahrain. A quel punto ero sicuro della data del ritorno alle corse e abbiamo iniziato a fare lavori più specifici.

Quanto è stato importante avere una data certa?

Parecchio importante, perché comunque alla fine allenarsi nel modo che serve non è facile. Provi a resistere, ma senza avere un obiettivo preciso è più difficile. 

Chiaro, è scattata una molla. Come hai lavorato sulla forza?

Le SFR le facevo da 6′, seguite da 2′ di recupero e poi altri 6′ o 7′. Le facevo consecutive, di seguito sulla stessa salita. In generale, preferisco sempre fare i lavori su una salita lunga. Infatti scelgo di solito scalate intorno ai 20 minuti e più. Poi dipende anche dalla zona dove mi trovo. Se sono dalle mie parti vado sempre sulla mia solita salita che si chiama Santa Serena, zona di Supino, ed è quella che faccio da quando sono bambino. Se sono invece a San Marino, utilizzo uno dei tanti versanti che riportano a San Marino. Oppure vado verso San Leo o Novafeltria.

GP des Kantons Aargau: Tiberi è tornato in corsa 102 giorni dopo la sua ultima gara. Ora Giro di Svizzera
GP des Kantons Aargau: Tiberi è tornato in corsa 102 giorni dopo la sua ultima gara. Ora Giro di Svizzera
Hai detto che ad un certo punto sei passato a lavori più specifici: hai fatto qualche fuorigiri, del dietro motore in vista del rientro alle gare?

Il dietro motore in queste preparazione non l’ho fatto. Di solito mi aiuta mio papà, ma non essendo stato a casa, non c’era nessuno che me lo facesse fare. Però ho compensato con dei lavori in sempre in salita o pianura. Ho utilizzato anche la bici da crono.

Che lavori?

Medio, medio in salita, medio variato, lavori in soglia tipo scatti o ripetute come 30”-30”.  Poi comunque sono andato anche a Livigno.

Quindi anche altura… Quanto ci sei stato?

Due settimane. Sono sceso il 6 giugno, tre giorni prima di venire all’Argau. In quei tre giorni sono stato a Lecco dalla mia ragazza e ne ho approfittato per andare da Vedovati a Bergamo per le posizioni con le nuove bici.

E infatti ti volevamo chiedere proprio dell’adattamento con le Merida…

Mi sono trovato subito bene. Con Vedovati abbiamo sistemato sia la bici da strada che quella da crono. E siamo subito riusciti a “tirare fuori” una buona posizione. Ma già a a Livigno avevo cercato di abituarmi alla bici da crono facendoci qualche lavoro.

Tiberi alla prima uscita ufficiale con la Bahrain-Victorious. Eccolo con Pello Bilbao, il compagno che più conosceva
Tiberi alla prima uscita ufficiale con la Bahrain-Victorious. Eccolo con Pello Bilbao, il compagno che più conosceva
Uscivi con la brugola in tasca?

No, no! Anche perché comunque sia, con Vedovati che avevo conosciuto giusto quest’anno, quando si trova la posizione giusta… è quella. E non si sente il bisogno di ritoccarla.

Come è andato il ritorno in corsa dal punto di vista fisico?

Meglio delle mie aspettative. Ho risposto veramente bene. Magari ha giocato a mio favore la freschezza e il fatto che nelle ultime settimane mi ero allenato bene. Che ero fresco si vedeva anche dai battiti, piuttosto alti. Mi sono sentito a mio agio anche in gruppo. Solo nel finale ho sofferto un po’ di più: non avevo il ritmo gara degli altri. Sento però che la base è buona. E sono fiducioso per il Giro di Svizzera.

E invece dal punto di vista delle emozioni? 

Bello, sono abituato a stare nelle competizioni da quando avevo otto anni e mi mancavano quell’atmosfera, quei preparativi. Tanto più dopo uno stop così inaspettato. Non vedevo appunto l’ora di tornare in gruppo. 

Tra ex e nuovi compagni…

Ho rivisto con piacere i miei vecchi compagni, per esempio Jacopo Mosca col quale ho avuto sempre un bel rapporto, e sto conoscendo quelli nuovi. Tra questi ultimi, dei presenti in Svizzera, conoscevo un po’ meglio Pello Bilbao.

Remco torna in gruppo. Cosa farà al Tour de Suisse?

10.06.2023
4 min
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«Remco, sai che Pogacar ti ha invitato al Tour? Cosa gli rispondi?», abbiamo chiesto a Remco Evenepoel. E lui: «Lo ringrazio, ma non quest’anno! Mi sono scambiato qualche messaggio con lui, ma deve capire che già sono stato tanto tempo su una montagna deserta e spesso è stato noioso. Ci ho messo mesi per preparare il Giro mettendo quell’obiettivo davanti a tutto e solo così, con tanto lavoro, ci sono arrivato in ottima forma. Per il Tour deve essere la stessa cosa. Devi essere al 150% . Non lo puoi preparare, cambiando un programma due o tre mesi prima».

Il corridore della Soudal-Quick Step è pronto a tornare in gara dopo l’abbandono del Giro d’Italia per Covid. Il buonumore sembra non venire meno e la convinzione… beh, quella neanche a dirlo. Sappiamo bene quanto Remco conti su stesso. E a ben ragione.

Lunedì 15 maggio, Remco lascia il Giro. Già nella serata precedente la news della positività al Covid e il conseguente ritiro (foto @woutbeel)
Lunedì 15 maggio, Remco lascia il Giro. Già nella serata precedente la news della positività al Covid e il conseguente ritiro (foto @woutbeel)

Coda polemica…

La call con il campione del mondo si apre giusto con la coda di polemiche con cui ha lasciato il Giro. Il perché se ne sia venuto via cosa di corsa. C’è persino chi gli ripropone “l’attacco” di Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello Sport.

«Io – spiega Remco – non riservo odio per nessuno. So come stavo e come è andata. Già durante la crono di Cesena non riuscivo a spingere come faccio normalmente. Non erano quelli i miei valori. E nella prima settimana dopo il ritiro ogni giorno stavo peggio. Non avrei reso che al 50%. Se avessi lasciato dopo la prima tappa di montagna sarebbe stato peggio… anche sui giornali.

«Quando ho fatto il test, la T si è colorata subito e in modo intenso. Sono stato davvero fermo per diversi giorni. E per me non è stato facile rinunciare al tanto lavoro fatto e andato in fumo in un attimo.

«Per fortuna la mia famiglia, mia moglie, gli amici, il mio cane mi sono stati vicino. Abbiamo fatto un barbecue…».

Remco ha ripreso a pedalare un paio di settimane scarse dopo lo stop per Covid. Tuttavia ci ha messo un po’ per ritrovare le sensazioni migliori, quelle lui ha chiamato di normalità. «Per fare bene le 6-7 ore di allenamento».

Allenamento monster giovedì scorso per Remco: 231 km, 4.335 metri di dislivello sulle cotes delle Ardenne (foto Instagram)
Allenamento monster giovedì scorso per Remco: 231 km, 4.335 metri di dislivello sulle cotes delle Ardenne (foto Instagram)

Ripartenza svizzera

«La stagione va avanti. Non è finita e credo che ripartire dal Giro di Svizzera sia la cosa migliore. E’ una corsa WorldTour. E’ importante, con grandi salite e due cronometro. Già domani ci saranno da fare 14′-15′ a tutta. Una crono da fare “full gas” sin dalla partenza. In generale è un percorso molto bello.

«Non sono al livello del Giro chiaramente, per il quale lavoravo da mesi, ma se non stessi in forma, se non avessi una condizione adatta ad una gara WorldTour non partirei».

Un’altra piccola polemica, chiamata in causa a dire il vero più dalla stampa belga, ha riguardato la scelta di Evenepoel di fare il Tour de Suisse (11-18 giugno) anziché il Giro del Belgio (14-18 giugno), tanto più che faceva tappa nei pressi del suo paese (pare che anche il re del Belgio sarebbe rimasto male sulla sua non-presenza). Polemiche che tra l’altro seguono quelle di Lefevere il quale aveva detto che lo Svizzera pagava poco la presenza del campione del mondo…

«Ho già vinto due volte il Giro del Belgio – ha detto Remco – e mi sembrava carino provare a vincere altro. Inoltre è importante sfoggiare la maglia iridata in giro nel mondo. In Belgio già ho corso quest’anno… e non è finita. In più il Giro di Svizzera è anche una gara WorldTour ed è importante per me e per il team pendervi parte».

Crono fondamentale per Remco che punta al campionato nazionale e ai mondiali. In Svizzera avrà due crono
Crono fondamentale per Remco che punta al campionato nazionale e ai mondiali. In Svizzera avrà due crono

Verso i mondiali

Il Giro di Svizzera è un crocevia cruciale per la stagione di Evenepoel. Dopo questa “apparizione” l’asso della Soudal-Quick Step infatti correrà il campionato nazionale a crono e poi tornerà in Italia. 

Remco infatti verrà al Passo San Pellegrino, in Val di Fassa. Ci resterà con molti compagni per almeno due settimane, poi andrà verso i lidi spagnoli della Clasica de San Sebastian e quindi ecco far capolino i mondiali di Glasgow.

Già da domani aspettiamoci dunque un Remco agguerrito come sempre. Pronto a puntare alla vittoria. La squadra è per lui. «Siamo qui per fare il massimo – ha detto Evenepoel – il programma è questo. Già vincere domani non sarebbe male, anche se con corridori come Van Aert, Kung, Bisseger… il mio obiettivo è guadagnare terreno sugli uomini di classifica».

Infine una battuta da ex calciare sull’imminente finale di Champions League che vedrà contrapposti due calciatori belgi di spicco: Kevin De Bruyne, del Manchester City, e Romelu Lukaku, dell’Inter.

«Sono due grandi giocatori, in due grandi squadre. Ed è importante per la nostra Nazionale. Credo che il Manchester City sia favorito».