A Magenta sbuca Lamperti: beffato Bruttomesso

13.06.2023
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MAGENTA – Il gruppo, visto da lontano, arriva sul traguardo come un’onda pronta ad infrangersi sugli scogli. Tutto si risolve in un batter d’occhio, in un colpo di reni. Attimi racchiusi nella mente di Luke Lamperti (in apertura foto LaPresse), il quale tagliata la linea bianca e non esulta. La sfida con Bruttomesso è stata così incerta da necessitare del fotofinish. Tutti i corridori fanno la stessa domanda: «Chi ha vinto?». 

Lamperti sul traguardo di Magenta ha anticipato Bruttomesso di mezza ruota (foto LaPresse)
Lamperti sul traguardo di Magenta ha anticipato Bruttomesso di mezza ruota (foto LaPresse)

La stoccata di Lamperti

Sul gradino più alto del podio, alla fine, sale Lamperti, l’americano che ha imparato a fare tutto con la bici: soprattutto a vincere. Il Giro Next Gen è arrivato a Magenta, città nella quale, nel mese di giugno del 1859, si combatté la famosa battaglia, da cui partì poi l’unificazione dell’Italia. Il fatto che la corsa rosa under 23 passi in questi territori ha un bel significato ed è giusto sottolinearlo. La battaglia di oggi l’ha vinta la Trinity Cycling, i corridori di Kennaugh hanno avuto il treno migliore

Lamperti in una recente intervista ci disse di non essere uno sprinter puro, invece oggi si è trovato a vincere la tappa più piatta del Giro Next Gen. 

«E’ vero – racconta nel caos post tappa – oggi era la classica frazione dedicata ai velocisti. La squadra ha giocato un bel ruolo e negli ultimi chilometri sono stati eccellenti. Siamo riusciti ad arrivare in tre negli ultimi 500 metri, così ho sfruttato al meglio il lavoro dei compagni. In arrivi del genere bisogna sempre stare attenti, ci sono tante rotonde e molti ostacoli da superare».

Crescita graduale

Il tema di queste prime tappe di Giro Next Gen è come certe gare vengano dominate da corridori abituati a gareggiare in contesti di alto livello. Lamperti arriva da 32 giorni di corsa, tra i quali conta ben cinque corse a tappe: tutti step che gli hanno permesso di crescere ed arrivare pronto qui in Italia. 

«Fare tante corse a tappe – spiega – mi ha aiutato ad arrivare pronto a questo Giro. E’ stato molto utile correre molto ed entrare in forma gradualmente. Ho iniziato dal Gran Camino in Spagna a febbraio e sono arrivato fino al Tour of Japan di fine maggio. Correre in tutte le parti del mondo mi ha dato una grande mano, soprattutto per confrontarmi con tanti atleti diversi. E’ chiaro tuttavia che il sogno è partecipare alle grandi classiche, come Fiandre e Roubaix». 

Bruttomesso: rimpianto e rivincita

All’ultima curva, lontana dal traguardo, Bruttomesso era nelle prime posizioni, ma la fatica fatta per rimanere a galla nel gruppo alla fine gli è rimasta sulle gambe. Il corridore del Cycling Team Friuli ha lanciato lo sprint da solo e tutto sommato questo secondo posto vale oro. Soprattutto gli è stato utile per prendere le misure. 

«Secondo di poco – sbuffa – anche in rimonta, ma ho perso di mezza ruota. Oggi c’era da chiudere gli occhi e buttarsi, abbiamo fatto una lotta mai vista per le posizioni. Il finale era un po’ insidioso: con rotonde e strade strette. Sono uscito anche giusto, ma loro (la Trinity, ndr) erano in di più e si sono fatti valere. Peccato, ma ci saranno ancora due o tre occasioni per riprovarci: l’ultima a Trieste, ma anche quella di casa a Povegliano. Forse anche quella di Manerba».

«Gestire una tappa del genere in cinque non è semplice – continua – appena abbiamo visto che la fuga aveva troppo margine ci siamo messi a tirare. Ho parlato con la Colpack e la Trinity, i bergamaschi hanno messo davanti un paio di uomini, la Trinity no. Hanno preferito così ed aspettare l’arrivo».

La vita di Longo, dal forno ai record nel ciclocross

13.06.2023
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Parlare di Renato Longo, scomparso la scorsa settimana all’età di 85 anni, significa riandare con la memoria a un ciclismo molto lontano da quello attuale e le foto, sgranate, spesso in bianco e nero sono un po’ lo specchio di un’epoca che non c’è più. Eppure parliamo di uno dei massimi esponenti del ciclocross italiano, forse il primo a dare una svolta completa a questa specialità, da sempre considerata di nicchia, eppure foriera di grandi storie e capace come poche altre di colpire la fantasia.

Longo era veneto di nascita e milanese di adozione, dopo essersi trasferito a 14 anni nella metropoli al seguito del padre che aveva trovato lavoro in banca. Ma le sue radici venete erano sempre rimaste forti e il ciclocross era un modo per tornare nella terra natia quasi ogni fine settimana per le gare, sia quando studiava sia quando, ben presto, entrò a lavorare in una panetteria. Un lavoro che non avrebbe mai lasciato.

Longo ha vinto ben 5 titoli mondiali, nel 1959-62-64-65-67, più due argenti e un bronzo
Longo ha vinto ben 5 titoli mondiali, nel 1959-62-64-65-67, più due argenti e un bronzo

I numeri non dicono tutto

Se fossero i numeri a raccontare la sua storia, passeremmo ore, considerando i 5 titoli mondiali fra il 1959 e il 1967 e i 12 italiani, sempre dal 1959, ma arrivando fino al 1972. Ma c’è molto altro, che i numeri non possono dire. Può farlo chi l’ha conosciuto da vicino, come Claudio Vettorel, ex cittì azzurro che fu esponente di spicco di quella generazione figlia diretta dei successi di Longo: la generazione dei Di Tano e Paccagnella, oltre a Vettorel stesso. Poi sarebbero arrivati i Pontoni e i Bramati, i Franzoi e… Ma questa è storia di oggi.

Il legame che Vettorel aveva con Longo era molto stretto e si sviluppò fin da subito: «Lo conobbi praticamente ai miei esordi – racconta – erano gli anni Ottanta e Longo non mancava mai alle gare che si svolgevano nel Triveneto, ma in particolar modo nella sua regione, essendo lui di Vittorio Veneto. Lo riconoscevi sempre: non mancava mai d’indossare giacca e cravatta, un bel cappotto sopra quando faceva davvero freddo, per nulla spaventato dal fango o dalla pioggia. Aveva una grandissima passione che non si era spenta con il suo ritiro, ma soprattutto spiccava per la sua signorilità».

Il veneto insieme a un giovanissimo Vettorel in gara. Un sodalizio mai venuto meno negli anni
Il veneto insieme a un giovanissimo Vettorel in gara. Un sodalizio mai venuto meno negli anni

Il maestro di una vita

Per Vettorel, Longo è stato un vero maestro: «Non ha mancato mai di dispensare consigli, di sottolineare quelle piccole cose che poi facevano la differenza. Io non avevo avuto la fortuna di vederlo gareggiare, quando smise ero ancora piccolo e poi ho colmato questa lacuna attraverso i filmati su Youtube: era alto, magro, longilineo e sapeva andare in bici come pochi altri, infatti era un mago del fango».

Ci sono alcuni aspetti della carriera di Longo che meritano di avere una luce particolare, soprattutto quello tecnico: «Il ciclocross che affrontava lui era ben diverso da quello di ora, sembrano davvero passati secoli. La sua bici era in acciaio, credo fosse stato tra i primi a utilizzare i freni cantilever, ma bisogna considerare che quel mezzo arrivava a pesare anche 13 chili. Pensate che cosa significava correre con la bici in spalla, in quegli anni in cui i tratti a piedi erano molti e molto più lunghi di ora. Io già vivevo un’epoca diversa, cominciavano a vedersi novità, iniziava ad affermarsi l’alluminio, certamente però le bici di oggi sono ben altra cosa».

Longo insieme a una parte della sua collezione di trofei. Ha vinto oltre 300 gare
Longo insieme a una parte della sua collezione di trofei. Ha vinto oltre 300 gare

Quel mattino con i fotografi…

Per capire che cosa abbia significato Longo per il ciclocross (ma dovremmo dire anche viceversa) va inquadrata la sua vita al di fuori dei campi: Renato trascorreva la notte lavorando a impastare, al mattino inforcava la sua bici e andava a consegnare il pane alla mensa dell’Alfa Romeo, portandone avanti e indietro fino a due quintali. Era quello il suo modo di allenarsi durante la settimana, ma non è che poi nei weekend la vita fosse più tranquilla, anzi…

Longo era solito raccontare un aneddoto, legato alla sua prima vittoria tricolore nel 1959: «Avevo bisogno di vedere il circuito, capire con che cosa mi sarei dovuto confrontare così al venerdì mi feci 50 chilometri di pedalata per arrivare alla sede di gara, feci la mia ricognizione e tornai sempre in bici. All’una di notte ero già al forno a lavorare. Alla domenica, dopo aver corso e vinto, tornai a Milano e la notte mi presentai come se nulla fosse al negozio per la mia routine. La differenza rispetto al solito fu che al mattino mi ritrovai all’uscita una muraglia di fotografi che volevano mostrare il campione italiano di ciclocross nella sua attività extrasportiva».

Nato il 9 agosto 1937, Longo ha militato a lungo nella mitica Salvarani, correndo con Gimondi
Nato il 9 agosto 1937, Longo ha militato a lungo nella mitica Salvarani, correndo con Gimondi

La fame di vittorie

E’ un racconto che sembra davvero lontano dalla realtà di oggi, dove si pedala per professione, ma è lo stesso Vettorel a inquadrare quella storia nel suo personaggio: «Renato era uno che faceva attività per fame. Non intendo solo quella oggettiva, certo c’era anche quella e poter arrotondare il suo stipendio grazie alla bici serviva. Ma c’era anche altro, la sua innata voglia di vincere: basti pensare che su 388 corse disputate ne vinse 233, non solo nel ciclocross, ma trionfò anche in gare importanti su strada come una tappa al Giro del Portogallo, oppure su pista, fu anche bronzo ai Mondiali negli stayer, le bici dietro motori».

Quella atavica voglia di emergere però non gli ha mai fatto perdere l’esatta dimensione di se stesso. Longo ha affrontato la vita con umiltà e gentilezza, assistendo anno dopo anno all’evoluzione di uno sport del quale è stato uno dei pionieri. Non va dimenticato.

Giro Next Gen, i rifornimenti della Biesse-Carrera

13.06.2023
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AGLIE’ – Nel parcheggio ai piedi di questo paesino non troppo lontano da Ivrea è iniziato il Giro Next Gen. Una cronometro che ha portato la prima maglia rosa sulle spalle di un solido Alec Segaert. L’asfalto scotta ed i bus delle squadre, più o meno grandi, più o meno capienti, creano zone d’ombra che diventano oasi in questo deserto di cemento. La Biesse-Carrera ha un camper, i ragazzi arrivano alla spicciolata e si mettono a far girare le gambe sui rulli. Tutto intorno è pieno di prodotti EthicSport pronti per l’uso.

Una panoramica sui prodotti di EthicSport utilizzati dalla Biesse-Carrera
Una panoramica sui prodotti di EthicSport utilizzati dalla Biesse-Carrera

Il supporto di EthicSport

In giornate così calde, dove tutto si concentra in uno sforzo massimale racchiuso tra gli undici e i dodici minuti, ogni dettaglio è estremamente importante. L’alimentazione e l’integrazione giocano un ruolo importante, perché i ragazzi oggi devono avere le batterie cariche.

EthicSport affianca gli atleti della Biesse-Carrera dallo scorso anno, una collaborazione che si fonda su solide basi. D’Amato (foto di apertura) scende gli scalini e si mette sulla bici, una sacchetta con del ghiaccio sulle spalle e parla. La cronometro è il punto di partenza, ma i corridori sono attesi a prove ben più impegnative, che richiedono altri rifornimenti e una diversa supplementazione.

Durante il lungo settimanale D’Amato simula anche l’alimentazione gara, per allenare lo stomaco (foto Biesse-Carrera)
Durante il lungo settimanale D’Amato simula anche l’alimentazione gara, per allenare lo stomaco (foto Biesse-Carrera)
Intanto prima di una cronometro corta come questa (9,4 chilometri) che prodotti utilizzi?

Durante il riscaldamento, che oggi dura circa 45 minuti, consumo una borraccia con Super Dextrin. L’apporto è di una sessantina di grammi di carboidrati, considerando anche una buona colazione prima. Poi prendo un paio di gel: il primo è il Super Dextrin senza caffeina e poi uno di Energia Rapida questa volta con caffeina, 100 milligrammi.  

Invece quando sei in una corsa in linea?

Nella borraccia metto sempre una dose di Super Dextrin, ora con il caldo nell’altra metto un po’ di sali, generalmente una tabs di Super Hydro. Nelle prime due ore di corsa mangio qualche barretta Energy, che danno un apporto di 25 grammi di carboidrati l’una. In quelle che sono le prime fasi di corsa consumo 100 grammi di carboidrati l’ora. Una borraccia di Super Dextrin che porta 50 grammi di carboidrati e due barrette per completare. 

Nelle fasi conclusive?

Quando la corsa si accende, parliamo ovviamente di gare in linea e non di crono, passo ai gel. Le nostre gare durano mediamente sulle quattro ore, dalla seconda in avanti preferisco l’integrazione liquida. Nel conto delle due ore finali di gara prendo quattro gel Super Dextrin senza caffeina, che apportano 27 grammi di zuccheri ciascuno. Ad essi aggiungo uno, massimo due gel Energia Rapida, che invece hanno caffeina. 

Per l’allenamento, quando fai lungo simuli la gara anche per l’alimentazione?

Devo tenere allenato anche lo stomaco, per il consumo di carboidrati, quindi sto sempre sui 60-70 grammi l’ora. Un po’ meno di quanto faccio in gara, ma sempre una buona quantità. Anche in questo caso prendo i vari gel, sempre nelle solite quantità.

E nei giorni di scarico?

I miei allenamenti di scarico rimangono sull’ora e mezza, massimo due. Mi porto dietro una o due barrette da consumare all’occorrenza, per mantenere sempre un buon livello di integrazione. 

Quando l’allenamento è più breve ma intenso?

In quel caso vado con gel, non appesantiscono lo stomaco e simulo la fase finale di una gara. 

Il recupero post gara?

Qui al Giro recupereremo con proteine e aminoacidi, come prodotti utilizziamo il Recupero Extreme e le proteine isolate di XTR. Il primo per dose cioè 50 grammi, ha 36 grammi di carboidrati di cui 25 grammi di zuccheri. L’XTR, invece, per una dose, che corrisponde a 30 grammi dà 22 grammi di proteine.

Il Tour de France ha la sua bici, una Bianchi Oltre RC

13.06.2023
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Bianchi celebra il Tour de France e la collaborazione con la Grande Boucle attraverso una Limited Edition della sua top di gamma, ovvero la nuova Oltre RC nella versione Tour de France.

Verrà prodotta in soli 176 esemplari, proprio come il numero degli atleti che saranno al via della corsa a tappe più ambita, con partenza da Bilbao (Spagna).

La nuova Oltre RC che celebra la Grand Boucle (foto Bianchi)
La nuova Oltre RC che celebra la Grand Boucle (foto Bianchi)

Il Tour de France e Bianchi

Bianchi è la bicicletta ufficiale della Grande Boucle, un accordo che ha un’importanza strategica sotto vari aspetti: quello commerciale e di immagine. Il Tour de France è un veicolo di promozione straordinario ed è un evento sportivo che non ha confini. Il Reparto Corse di Bianchi, dove nasce la Oltre RC, ha messo a punto una colorazione esclusiva che prende forma grazie ad una reinterpretazione dello storico celeste Bianchi. Ci sono le sfumature cangianti, effetti metallici e iridescenti in un misto di oro e giallo. Ognuna delle 176 Bianchi Oltre RC Limited Edition Tour de France è dipinta a mano in Italia.

Allestimento race ed esclusivo

La Oltre RC che celebra la Grand Boucle è equipaggiata con il pacchetto Shimano Dura Ace Di2, che include anche il misuratore di potenza. Ci sono le ruote del Reparto Corse bianchi, le RC50 e RC65, acronimi che identificano anche l’altezza del cerchio.

C’è la sella RC139 Carbon, con un valore alla bilancia di soli 145 grammi e naturalmente il manubrio integrato RC che appartiene a questo progetto. La bicicletta è disponibile solo con questo allestimento ad un prezzo di 15.500 euro (al netto dell’iva), in vendita solo tramite il sito ufficiale Bianchi.

Il cofanetto abbinato alla bici (foto Bianchi)
Il cofanetto abbinato alla bici (foto Bianchi)

Un cofanetto per ogni esemplare

La Bianchi Oltre RC Tour de France Limited Edition comprende anche un cofanetto di pregio che ha il compito di rendere ancora più completa e gratificante l’esperienza. Ognuno dei 176 esemplari è accompagnato da una gift box che comprende una maglia gialla originale, una lettera di benvenuto del mondo Bianchi, la tessera di proprietà con il numero seriale e progressivo dell’Edizione Limitata. Ci sono anche la coppia di borse porta ruote ed il copri sella. A questi si aggiunge anche un libro che ha il compito di raccontare nel dettaglio la bicicletta dedicata al Tour de France.

Bianchi

Polonia in fermento: spiega tutto Agata Lang

13.06.2023
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Mentre iniziano a trapelare le indiscrezioni su percorso del Giro di Polonia, il mondo che ruota attorno alla corsa di agosto è in fermento. Si è da poco concluso l’Orlen Nations Grand Prix, vinto da Glivar su Piganzoli, e adesso si lavora al restante universo, che comprende anche le celebrazioni per i 30 anni di attività del Lang Team e gli 80 della corsa. Se l’aspetto tecnico è in mano a Ceszlaw Lang e a John Lelangue, su tutto il resto si estende l’occhio vigile di Agata Lang, 42 anni e un figlio in arrivo.

«Stiamo lavorando alle celebrazioni – spiega – preparando campagne specifiche. Avremo una bella partenza a Poznan e il finale a Cracovia, dove faremo la festa finale nelle miniere di sale, riassumendo la storia del Giro di Polonia».

Agata Lang e John Lelangue lavorano entrambi al Giro di Polonia, poi a ottobre avranno un figlio
Agata Lang e John Lelangue lavorano entrambi al Giro di Polonia, poi a ottobre avranno un figlio
Ci si chiede se la quasi concomitanza dei mondiali di Glasgow sia per voi un problema.

In realtà no, non c’è sovrapposizione per quanto ci riguarda. Il Giro di Polonia finisce il 4 agosto, il mondiale strada dei pro’ si corre il 6 e questo per la televisione non è un problema. La crono di Glasgow ci sarà invece la settimana dopo. Sappiamo quanto sia difficile trovare posto nel calendario, per cui va bene così.

Quello che colpisce della vostra struttura è la varietà delle proposte: juniores, U23, professionisti e amatori…

Abbiamo tanti progetti, quest’anno abbiamo aumentato sul fronte delle gare giovanili e amatoriali. Il Tour de Pologne Juniores (si svolgerà in concomitanza con la gara dei pro’, ndr) è qualcosa di cui andiamo fieri, mentre l’Orlen Nations Grand Prix è cresciuto di due tappe e lo abbiamo portato anche in Ungheria e Slovacchia.

I corridori ci hanno raccontato di una grande corsa.

Avevamo 25 squadre al via, anche delle nazionali importanti. Non è più solo una gara nazionale, abbiamo collaborato con altre federazioni. E’ stato complesso, ma motivante. Allo stesso modo in cui abbiamo in progetto una gara per amatori in Repubblica Ceca.

Lo scorso anno a Cracovia vinse Demare. La città ha un contratto con la corsa fino al 2026
Lo scorso anno a Cracovia vinse Demare. La città ha un contratto con la corsa fino al 2026
Pensi che anche il Giro di Polonia possa varcare i confini nazionali?

In passato abbiamo già fatto una partenza dal Trentino di cui fummo molto contenti. Ultimamente certe aperture non sono state possibili: prima per il Covid e poi per la guerra che abbiamo avuto e abbiamo ancora alle porte. Abbiamo qualche proposta, ma dovremo vagliarla.

Nell’offerta della vostra società c’è anche il ciclocross?

Esatto, a gennaio organizzeremo una gara internazionale, già iscritta nel calendario UCI, che avrà ugualmente il nome di Tour de Pologne. E non è da escludersi che il calendario del cross si arricchisca presto.

L’arrivo di John Lelangue ha portato più spessore al Lang Team?

Sta facendo un gran bel lavoro, come braccio destro del grande capo. Con lui lo staff si è arricchito di una notevole esperienza, stiamo crescendo grazie a lui. In questi giorni sta girando sul percorso in lungo e in largo.

Sono 30 anni che Ceszlaw Lang è al timone del Giro di Polonia, da quest’anno lo affianca John Lelangue
Sono 30 anni che Ceszlaw Lang è al timone del Giro di Polonia, da quest’anno lo affianca John Lelangue
In bici come tuo padre?

No, John lo sta facendo in macchina (ride, ndr). Comunque la presentazione del percorso ci sarà il 19 giugno, tenetelo a mente.

Il ciclismo polacco ha tanti giovani in rampa di lancio.

Stanno crescendo bene, parlo soprattutto di quelli che sono juniores oggi. Credo che nel giro di pochi anni avremo un bel ricambio sia tra i professionisti uomini, sia fra le donne.

Girmay chiude il cerchio, esplode la festa eritrea

13.06.2023
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Riprendiamo il discorso da dove l’avevamo lasciato, dal quarto posto alla Brussels Cycling Classic. Girmay era appena tornato dall’Eritrea, dove era volato per leccarsi le ferite dopo la brutta caduta del Fiandre e la commozione cerebrale. Ne ha ancora i segni sul volto, ma adesso l’animo è leggero. Sembrava l’inizio di un periodo buio, invece ieri a Nottwill – seconda tappa del Giro di Svizzera – “Bini” li ha messi nuovamente tutti in fila. Alle sue spalle sono finiti Demare, Van Aert (secondo terzo posto consecutivo), Bittiner e Sagan. Punto e a capo.

«Quello del Fiandre è stato il peggior incidente della mia carriera – ha raccontato Girmay – ho subito una commozione cerebrale e ferite su tutto il corpo. Sono dovuto rimanere in ospedale per tre giorni e poi ci sono volute tre settimane prima che potessi allenarmi di nuovo».

La prima volata vincente dopo tanto tempo alle prese con la sfortuna
La prima volata vincente dopo tanto tempo alle prese con la sfortuna

Vincere di nuovo

Il quarto posto raccolto il 4 giugno in Belgio era il segnale della condizione che stava tornando, ma nulla al confronto dell’iniezione di fiducia della vittoria al Giro di Svizzera.

«Questa vittoria è sicuramente una spinta – sorride Girmay – la mia prima in una vera volata di gruppo con molti velocisti al via. Questo mi dà molta fiducia e la dà anche alla squadra. Ci alleniamo duramente, ma finora non è andata come volevamo a causa della sfortuna e degli incidenti. Ma se ci troviamo l’un l’altro, la nostra intesa può portare a grandi cose. Questo è proprio ciò di cui avevamo bisogno andando verso il Tour. Vincere di nuovo dopo tanti mesi è davvero bello».

La vittoria di Girmay è stata un momento da raccontare per tutti i media presenti
La vittoria di Girmay è stata un momento da raccontare per tutti i media presenti

Assalto eritreo

Ma il bello per Girmay doveva ancora arrivare. Da ogni angolo di Nottwill infatti sono saltate fuori decine di tifosi eritrei che lo hanno circondato, cantando e ballando al suo nome. E nonostante si stia parlando di una corsa WorldTour, i massaggiatori della Intermarché-Wanty hanno avuto il loro bel da fare per tenerli lontani dal campione che cercava di respirare.

«Sono sempre sorpreso da dove continuino a venire – ha riso Girmay – non ho parole per questo. Per me significa molto e rende una vittoria come questa ancora più speciale. Sono venuti dall’Italia e dalla Germania per sostenermi. E’ fantastico e averli attorno motiva anche me. Devo davvero ringraziarli».

Demare secondo a Nottwill dietro Girmay, che aveva battuto a Bruxelles
Demare secondo a Nottwill dietro Girmay, che aveva battuto a Bruxelles

Demare cresce

Demare alle sue spalle non sa se mangiarsi le mani per il secondo posto o rallegrarsi perché le sue quotazioni stanno salendo e la sua presenza al Tour, riconquistata a suon di risultati, adesso assume una logica più consistente.

«Mi sono bloccato dietro Van Aert e Girmay – ha confermato – penso che fosse possibile vincere, ma i tempi erano troppo stretti. Ho avuto appena 100 metri per lanciarmi e l’arrivo era molto veloce, come sempre in Svizzera. Mi sarebbe piaciuto vincere, questo è sicuro. Fisicamente sto bene, ma sfortunatamente non ci sono molti sprint qui. Questa è stata un’opportunità, potrebbe essercene un’altra prima della cronometro finale, ma ora dovrò aspettare».

Van Aert terzo nello sprint come pure nella crono di domenica
Van Aert terzo nello sprint come pure nella crono di domenica

Van Aert parte lungo

E Van Aert cosa dice? Il belga, sceso da poco dall’altura di Tignes, sapeva forse di non avere ancora le gambe per uno sprint di gruppo, ma non c’è da giurarci. In realtà anche lui pensa di aver sbagliato la volata.

«Sono partito troppo presto – ha detto il belga con il coro dei tifosi eritrei come sottofondo – eravamo troppo lunghi. E’ stato uno sprint molto caotico e quando finalmente ho avuto un po’ di spazio, sono andato avanti ma c’erano ancora più di 300 metri e alla fine non sono riuscito a mantenere il vantaggio. Le sensazioni sono buone. Ieri è stata una corsa dura. Ci sono stati solo due fuggitivi, ma ci hanno reso le cose molto difficili. Quindi siamo andati forte per tutto il giorno».

Secondo nella crono di domenica, battuto da Kung, Evenepoel è in cerca di stimoli
Second nella crono di domenica, battuto da Kung, Evenepoel è in cerca di stimoli

La verde e una tappa

La vittoria di Girmay al Tour de Suisse non ha dato fiducia soltanto all’atleta, ma ha creato anche aspettative. La Intermarché- Wanty vorrebbe da matti una vittoria di tappa al Tour e questo Girmay potrebbe farli sperare.

«Stiamo puntando alla vittoria di tappa – ha detto – Aike Visbeek, capo dei tecnici del team – la maglia verde invece non può essere un obiettivo fine a se stesso. Sarebbe bello se Bini potesse indossare quella maglia per un giorno, ma non bisogna dimenticare che ha ancora 23 anni e non ha mai partecipato al Tour. La logica farebbe pensare che dovrà arrendersi contro uomini come Jakobsen e Philipsen, ma ovviamente può sempre sorprenderci. La sua passione sono gli sprint in leggera salita, se al Tour si presenterà questa opportunità, cercheremo di coglierla».

Tagliani e Bisolti, il tricolore è una boccata d’ossigeno

12.06.2023
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Dalla Colombia all’Italia. La GW Shimano Sidermec vanta un organico di 15 atleti atleti colombiani, un norvegese e due italiani, Filippo Tagliani e Alessandro Bisolti. Due corridori che rappresentano l’avamposto tricolore di una squadra sudamericana che gli ha dato fiducia e i mezzi per gareggiare.

Poche corse, ma tanta voglia di raccogliere risultati e fare da chioccia ai giovani talenti che crescono sotto le indicazioni di Gianni Savio. Filippo e Alessandro abitano nella stessa zona, hanno 10 anni di differenza, ma condividono la stessa ambizione di fare bene nel ciclismo nostrano. Il 24 giugno andrà in scena a Comano Terme il campionato italiano e per loro la corsa ha la valenza di un piccolo iride travestito da tricolore.

Tagliani sta preparando l’appuntamento con poche corse nelle gambe
Tagliani sta preparando l’appuntamento con poche corse nelle gambe
Filippo Tagliani, come sta andando la tua stagione?

Sto correndo poco, direi benino. Ho fatto solo il Giro di Sicilia e il Tour de Bretagne, più due corse di un giorno, Giro dell’Appennino e il Giro della Città Metropolitana di Reggio Calabria. Un blocco unico e molto ravvicinato. 

I tuoi allenamenti come procedono?

A livello di allenamenti, sto lavorando molto bene. Le sensazioni sono buone. Spero si sblocchi qualcosa per fine stagione e in ottica 2024. Mi mancano un po’ gli appuntamenti per dimostrare chi sono e misurarmi con il lavoro che sto facendo. 

Tra circa venti giorni ci sarà l’italiano, che appuntamento rappresenta per te?

Per le mie caratteristiche devo dire che è durissimo. Sto cercando di prepararlo al meglio, arrivare in forma, magro per non avere rimpianti, però sono consapevole che sia ostico per me. Sinceramente non so nemmeno io cosa aspettarmi. Arriverò al 100 per cento, questo è sicuro. 

Quando ha avuto l’occasione ha saputo dimostrare di esserci, qui al Tour de Bretagne ad aprile
Quando ha avuto l’occasione ha saputo dimostrare di esserci, qui al Tour de Bretagne ad aprile
Con Bisolti siete gli unici italiani della formazione, vi sentite spesso?

Ci sentiamo frequentemente. Sono appena tornato da un allenamento con lui. Ci conosciamo da sempre, anche prima di correre insieme. Abitiamo a 30 chilometri, siamo sempre usciti con lo stesso gruppo di pro’ della zona. Quest’anno siamo gli unici due italiani e ci appoggiamo a vicenda per molti aspetti. 

Qual è la vostra figura all’interno della squadra?

Siamo i due con più esperienza e cerchiamo di fare un po’ da chioccia ai giovani ed essere dei riferimenti per quando la squadra viene a correre in Italia. Essendo uno staff colombiano, tutti i ragazzi sono di là, non è facile per loro arrivare qui e ambientarsi subito. La squadra in realtà corre tanto, ma solo in Colombia, vengono in qua a blocchi. Ne hanno fatto uno a inizio stagione con cinque ragazzi. Adesso ne sono arrivati altri cinque per il Giro Next Gen e sarà lo stesso per settembre. 

Come vedi Bisolti per l’Italiano?

E’ stato sfortunato perché ha fatto una brutta caduta all’Appennino. Non si è rotto niente, ma pedala male ed è parecchio dolorante. Sarebbe stato un percorso adatto alle sue caratteristiche. Tra l’altro si corre a 30 chilometri da casa sua. Mancano 20 giorni ma non è facile riprendersi dopo quello che ha subito. 

Bisolti ha dovuto fermarsi forzatamente a causa di una caduta all’Appennino
Bisolti ha dovuto fermarsi forzatamente a causa di una caduta all’Appennino

«Avevo iniziato abbastanza bene – conferma Bisolti, 38 anni compiuti a marzo – poi mi sono ammalato in concomitanza con la corsa di Reggio Calabria. Ho quindi avuto una sosta un po’ lunga. Mi ero ripreso bene per l’appuntamento del Giro dell’Appennino, ma ho avuto una brutta caduta e ora mi ritrovo molto acciaccato e con un grosso punto interrogativo sull’italiano». 

Che infortunio hai subito?

Fratture per fortuna non ne ho però, sono caduto in discesa a causa di un tamponamento. Ho fatto come un “high side” di quelli che si vedono in MotoGP.  Ho sbattuto la testa, tutt’ora ho un occhio e la fronte nera. Faccio fatica ad alzare un braccio, ho dolore alla schiena con abrasioni in ogni parte del corpo. Sono stato fermo “solo“ quattro giorni ma ora ad ogni pedalata devo stringere i denti per il dolore. Ho male dappertutto tranne che alle gambe (ride, ndr). Ghiaccio tutto il giorno e Tecar. Sta di fatto che il casco si è aperto in due, quindi forse è andata bene così…

Sarai pronto per l’italiano?

Tutto sommato in allenamento sto iniziando a fare qualche uscita normale. Il problema è che devo cambiare garze ogni tre ore e la notte non dormo. Il percorso mi è piaciuto fin da subito. E’ duro ed è vicino a casa quindi conosco gran parte delle strade. 

Rimane un tuo obiettivo?

Giugno per me era ed è un mese importante. Uno, perché le due corse in programma (Appennino e italiano, ndr) si addicono alle mie caratteristiche. Due, perché sono le uniche due in programma per me e Filippo questo mese. Però devo dire che sarà difficile essere a posto per quel giorno.

La squadra colombiana ha un numero di trasferte prefissate in Italia
La squadra colombiana ha un numero di trasferte prefissate in Italia
Conosci il percorso?

Non sono ancora andato a vederlo, perché nella mia testa avrei avuto tutto il tempo. Purtroppo è capitato questo imprevisto, quindi ci andrò solo nei prossimi giorni. I miei genitori sono di Pinzolo, devo solo capire quali strade sono del percorso, ma sono sicuro che le ho già fatte più di una volta. 

Con Tagliani che rapporto hai?

Abitiamo vicino. Io sto sul lago d’Idro mentre lui sta a Soprazocco sul lago di Garda. L’inverno vado io ad allenarmi nelle sue zone per recuperare qualche grado, mentre in estate viene lui, per prendere un po’ di fresco. 

E dopo l’italiano?

Spero che si riesca a correre di più di quanto previsto. In programma abbiamo solo settembre, ma è facile capire che se così fosse, vorrebbe dire fermarsi per più tempo di una pausa invernale… Il paradosso è che i miei compagni colombiani hanno già fatto 40 corse, quindi è anche difficile per loro gestire un organico in Italia quando hanno così tante opportunità di correre in Colombia. Non è facile andare avanti, ma questo è. E siamo pronti a fare il meglio quando ne avremo la possibilità.

Con Savio avete già parlato del tricolore?

Al momento è molto concentrato sul Giro Next Gen, ci sono giovani promettenti quindi sicuramente affronteremo il discorso prima dell’italiano. 

Valentina Alessio, nostra signora di Pordenone

12.06.2023
5 min
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Il 12 agosto del 2001 Valentina Alessio era in Messico per una prova di Coppa del mondo juniores su pista. L’aveva convocata Federico Paris, allora tecnico della velocità azzurra. Lombarda di Lecco, aveva 18 anni e tutto avrebbe immaginato, fuorché di fare un record del mondo. Invece si ritrovò seduta accanto a un mostro sacro come Theo Bos, cinque titoli mondiali su pista e più di trenta vittorie su strada. Chissà se i ragazzi e le ragazze che Alessio allena su pista a Pordenone conoscono la sua storia. L’ultimo in ordine di tempo ad averci parlato di lei è stato Mateo Duque, il giovane argentino della Gottardo Caneva.

«Quando ho fatto il record del mondo – ricorda e sorride – fu una giornata bellissima. Ero junior, però mi portarono a correre con le elite. Dovevo fare semplicemente i 500 metri, per cui mi avevano dato la bicicletta di Villa, che mi pare fosse lì per fare il quartetto. Così mi diedero la sua bici perché era già pronta, con le corna di bue e tutto il resto. Io più o meno ero alta come lui, anche se qualche misura non era giusta e lui infatti mi disse di non spostargli la sella…».

In coppia con Elisa Frisoni: le due sono state a lungo i punti di forza della velocità azzurra
In coppia con Elisa Frisoni: le due sono state a lungo i punti di forza della velocità azzurra
E tu?

E io corsi con la sua altezza di sella. Ero in mezzo alle elite, mi piazzai al quarto posto e mentre stavo andando via, venne un giudice a dirmi che dovevo andare a fare l’antidoping. Io ero stanca morta, avevo appena finito la prova e quello era venuto a parlarmi in inglese. Lo guardai. Gli chiesi cosa volesse. E lui mi spiegò che serviva per omologare il record del mondo (35″550, ndr).

Non te lo aspettavi?

No, ma andai ugualmente con lui. Mi sedetti accanto a Theo Bos e solo allora cominciai a realizzare di averlo fatto.

Le statistiche dicono che sei nata a Lecco ad agosto del 1983, come sei arrivata in Friuli?

Mi sono sposata qua e sono rimasta. Ho corso fino al 2008, quindi ho smesso presto e quando è così qualche rimpianto ce l’hai. Ho dato quello che potevo, ma adesso vedo che le cose stanno cambiando. Quando correvo io, se non avevi sbocchi in pista, potevi entrare in un corpo militare o andavi a lavorare sostanzialmente. Non tutti entravano nei corpi militari, io non di certo. Poi ho avuto anche problemi alla salute e alla fine decisi comunque di smettere.

Una carriera quasi tutta su pista, giusto?

Ho vinto 17 titoli italiani e sono entrata in nazionale sin dagli juniores. Poi ho smesso per 2-3 anni a causa di un carcinoma alla tiroide e ho ripreso nel 2006 a far proprio pista come si deve. Ho fatto gli ultimi due anni, ma non c’era più un settore velocità. Di fatto hanno ripreso quest’anno dopo 12-13 anni di attesa, ma il settore ancora non è stabilizzato.

Il velodromo di Pordenone è intitolato a Ottavio Bottecchia e fu inaugurato nel 1926
Il velodromo di Pordenone è intitolato a Ottavio Bottecchia e fu inaugurato nel 1926
Come arrivi al velodromo di Pordenone?

Negli ultimi anni, mi allenavo qua a Pordenone. Conoscevo Gino Pancino (pordenonese, iridato in pista nel 1966) e conoscevo anche Rino De Candido perché era il tecnico della nazionale juniores dei maschi e insieme abbiamo fatto tantissime coppe del mondo. Loro sapevano che ormai abitavo qui e avevano bisogno di un affiancamento per Silvano Perusini, che dirigeva la pista. E quando lui ha scelto un’altra strada, mi ha lasciato in mano il velodromo.

Com’è mandare avanti un velodromo come il Bottecchia?

Non è facile, perché non è un velodromo piccolo. Abbiamo 150 iscritti, ma per fortuna ho un meccanico che mi dà una mano. Da solo non fai niente, anche perché l’allenamento lo dividiamo comunque su due turni. C’è il ragazzo che non è mai andato in pista e quello più esperto, ma non puoi seguire tutti insieme. Per questo ho bisogno di una mano, capito?

Tu segui la loro preparazione?

Li alleno. Li divido sempre in due turni, con gli esordienti e le donne nel primo turno, mentre allievi juniores e under 23 sono nel secondo. Insomma, vedo di organizzarmi al meglio.

Ti chiedono mai della tua carriera?

No, in realtà no. Evito di dirgli quello che ho fatto, perché essere stati atleti non significa poter essere dei buoni allenatori. Ci sono stati degli ex campioni che hanno combinato dei disastri. Così mi sono messa a studiare, ho fatto il terzo livello e alla fine due anni fa ho fatto il corso per pilotare il derny. La pista è sempre stata la mia casa, ogni tanto vado a vedere anche le gare su strada dei miei ragazzi che corrono in pista. Mi sono affezionata a loro e a volte li seguo.

Valentina Alessio è nata a Lecco il 26 agosto 1983, ha corso fino al 2008
Valentina Alessio è nata a Lecco il 26 agosto 1983, ha corso fino al 2008
Cosa vedi se pensi a quella Valentina a 18 anni e la confronti con gli juniores di adesso?

Non solo le ragazze, ma anche i ragazzi sono tanto piagnucoloni. Vogliono avere sempre la bici bella e tutto curato, anche se magari alla base non c’è una grande sostanza. E sono tanto viziati. Una volta ti davano la bicicletta, sceglievano il rapporto ed era quello, adesso se non hanno le ruote speciali, se non hanno il Garmin di ultima generazione, quasi non corrono. Parliamo proprio di Duque, che è molto bravo rispetto ad altri corridori che ho avuto. E’ molto preciso. Scende, si guarda la bici, fa dei ragionamenti super meticolosi.

Vai più in bici?

Zero. Quando bisogna preparare i campionati italiani, il tecnico regionale ogni tanto mi fa salire in pista per provare la tecnica. Però non ho proprio più il tempo per uscire. In più ho due figli che giocano a calcio. Insomma, il tempo è davvero poco. 

Quanto tempo passi in pista normalmente?

Dipende da quando mi chiamano. Il 2-3 giugno è venuto ad allenarsi Francesco Ceci, che stava preparando gli italiani e non trovava un velodromo aperto. Mi ha chiesto questo piacere, ci conosciamo da tanto e sono venuta qua a passare due giorni con loro. Normalmente sono qua tre volte a settimana. E per il resto lavoro in un negozio di elettronica. Però lo ammetto, mi piacerebbe ogni tanto avere un giorno per me e fare giusto qualche giretto in pista. Ma chi ce l’ha il tempo?

EDITORIALE / I tre messaggi di Vingegaard a Pogacar

12.06.2023
5 min
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Il duello fra Evenepoel e Pogacar c’è rimasto in gola. E mentre lo sloveno si va riprendendo dalla frattura dello scafoide, un infallibile mantra ha eliminato il belga dal Giro d’Italia, quasi a fargli pagare la Liegi vinta senza il rivale più atteso. Adesso però l’attenzione si sposta sul Tour, dove il duello fra Pogacar e Vingegaard promette scintille. Chi dei due è più forte?

Vingegaard ha vinto il tappone con arrivo a La Croix de Fer, consolidando il suo primato
Vingegaard ha vinto il tappone con arrivo a La Croix de Fer, consolidando il suo primato

Primo messaggio a Pogacar

Sembra quasi di essersi spostati nella boxe dei vecchi tempi, quando un paio di volte all’anno si combatteva per il titolo mondiale di diverse sigle o categorie e al centro del ring si ritrovavano campioni eccezionali, provenienti da diversi percorsi di allenamento.

Ieri Vingegaard ha vinto il Delfinato e sul traguardo di La Bastille, conquistato da Giulio Ciccone, dal frigo della Jumbo Visma sono saltate fuori delle birre ghiacciate, con cui quasi tutti hanno brindato alla presenza delle famiglie. Da oggi infatti la squadra olandese sarà in ritiro a Tignes e la rifinitura verso la Grande Boucle non ammetterà distrazioni.

«Sono molto, molto felice di aver vinto – ha spiegato il vincitore del Tour 2022, accompagnato dalla moglie Trine e dalla figlia Frida – e anche molto orgoglioso. Sono un po’ sorpreso dai distacchi (Vingegaard ha chiuso con 2’23” su Adam Yates, ndr), anche se so di essere in buona condizione. Non so niente di quello che fa Tadej, mi concentro solo su di me. Ho ancora del lavoro in programma e penso di poter fare meglio. In ogni caso lo spero».

Nei giorni del Delfinato, Pogacar era a Sierra Nevada: qui sul Pico Veleta a 3.300 metri (foto Instagram)
Nei giorni del Delfinato, Pogacar era a Sierra Nevada: qui sul Pico Veleta a 3.300 metri (foto Instagram)

Corse e ritiri

Si corre il giusto per tirare fuori il meglio. Lo schema ormai è collaudato e ad esso tutti si attengono: anche il cocciuto Van der Poel si è piegato alla programmazione. E’ un percorso senza ritorno, qualunque sia la fonte del guadagno. C’è chi inventa e chi subito copia e le ricette raramente rimangono esclusive. E a questo punto, non puoi fare di testa tua e inseguire il risultato su tutti i fronti, quando i tuoi rivali diretti si concentrano per essere inattaccabili nell’evento più importante.

Gli unici che ancora resistono alla regola sono forse Pogacar ed Evenepoel. Il primo si è concesso due corse a tappe e la fantastica scorribanda al Nord. Il secondo avrebbe buttato via la primavera se avesse rinunciato alla Liegi, preparando il Giro.

La Jumbo Visma ha dato una prova di grande forza e mancano ancora Keldermann, Kuss e Van Aert
La Jumbo Visma ha dato una prova di grande forza e mancano ancora Keldermann, Kuss e Van Aert

Secondo messaggio a Pogacar

Vingegaard arriverà al Tour a capo di quattro gare a tappe: tre vinte (O Gran Camino, Paesi Baschi e il Delfinato) e una chiusa al terzo posto (la Parigi-Nizza, dietro Pogacar e Gaudu).

«Va sempre bene vincere il Delfinato – ha commentato il suo gregario Tjesi Benoot dopo la vittoria – serve per guadagnare fiducia al Tour. A questa squadra devono ancora unirsi i migliori scalatori e tutti sembrano essere in buona forma, Jonas in particolare. Non so se Pogacar abbia seguito la corsa, non so quanto guardi le gare. Ma la voce deve essergli arrivata di sicuro…».

Perso Steven Kruijswijk per caduta nel secondo giorno del Delfinato, la Jumbo Visma inserirà al suo posto Wilco Keldermann, poi Sepp Kuss in arrivo dal Giro e un certo Van Aert, che sta scaldando i motori al Giro di Svizzera.

Al Delfinato, Majka ha lavorato per Yates, secondo sul podio. Entrambi al Tour lavoreranno per Pogacar
Majka ha scortato Yates al secondo posto del Delfinato. Entrambi al Tour lavoreranno per Pogacar

Terzo messaggio a Pogacar

Pogacar invece è in altura che si allena e non si sa se per questo bisognerà averne più paura: ci sono squadre che nei ritiri riescono a cambiare marcia e la UAE Emirates è una di queste, al pari della Jumbo Visma. Ma lo sport è fatto di messaggi e dal Delfinato allo sloveno ne sono arrivati a raffica.

«E’ vero – ha detto Merijn Zeeman, uno dei direttori sportivi di Vingegaard, a L’Equipe – questa vittoria in un certo senso manda un messaggio. Qui al Delfinato c’era una concorrenza molto forte, ma tutti sanno che Pogacar è ancora su un altro livello. Sarei stato più preoccupato se Jonas non fosse riuscito a battere i suoi avversari, perché avrebbe significato che non è abbastanza forte per battere Pogacar. Entrambi questi ragazzi sono così forti che a volte sembrano un livello superiore agli altri».

Un mare di squali

Pogacar continua a sorridere, chiuso nella sua determinazione. In questa fase nuotano tutti sul fondo dell’Oceano, nessuno li vede: riemergeranno semmai per i campionati nazionali. Tutto intorno a loro il mondo tuttavia non è fermo. L’elenco degli iscritti si va componendo e fra i più attesi spiccano i nomi di Hindley, Landa, Uran e Carapaz, Pidcock e Bernal, Pinot e Gaudu e anche quello di Enric Mas. Nel ciclismo dei grandi duelli, alle spalle dei fenomeni ci sono sempre stati dei grandi corridori. E chissà che quest’anno uno di loro non trovi la crepa gusta per spaccarne la corazza.