Idee chiare e tanto studio: Rodriguez svela un altro lato di Del Toro

02.09.2023
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«Un punto di forza di Isaac Del Toro? La sua testa, senza ombra di dubbio». Alejandro Rodriguez (al fianco di Isaac nella foto di apertura), è il team manager del team messicano AR Monex. Non è la prima volta che parliamo con lui. Ex biker, ha preso in mano questo progetto e di fatto lo sta portando avanti per i giovani messicani.

Se con  Piotr Ugrumov, che fa parte del progetto, abbiamo analizzato il Del Toro corridore, con Rodriguez scopriamo questo giovane atleta, re del Tour de l’Avenir, da un lato più umano. 

E partiamo proprio dalla forza mentale, mostrata sin da bambino, che non solo ha aperto questo articolo, ma si rifà anche alle parole di Ugrumov stesso.

Rodriguez ci dice di un ragazzo meticoloso. Eccolo ingerire un gel prima del via e ripassare le info sull’attacco manubrio
Alejandro, dicevamo della sua forza mentale

Isaac ha sempre avuto le idee chiare: per questo Avenir, ma anche quando era più piccolo. E’ partito per questa gara convinto di poter fare bene.

C’è stato un momento di difficoltà? Un momento in cui lo hai visto preoccupato?

Sì, e proprio all’inizio quando ha perso oltre due minuti nella cronosquadre. Ha visto che le cose in quel momento non andavano bene. A quel punto sapeva che doveva recuperare e così ha fatto piano, piano… E’ sempre stato aggressivo nel suo modo di correre. Dalla crono individuale soprattutto.

Ci credeva a questo obiettivo dunque?

Sì, sì, aveva le idee chiare anche in questo senso. Già dal primo giorno in linea ha visto che davanti non c’era qualche possibile uomo di classifica e questo gli ha fatto capire che aumentavano le sua possibilità. Tanto più dopo il terzo posto al Valle d’Aosta.

Del Toro (classe 2003) conquista il Col de la Loze
Del Toro (classe 2003) conquista il Col de la Loze
Ha influito quel podio?

Assolutamente sì. E’ stato una bella iniezione di fiducia in più. Ma anche rispetto a quanto aveva fatto l’anno scorso, sempre al Valle d’Aosta. In quel caso era stato quinto ed è migliorato. Ed era migliorato anche dopo, almeno fino alla rottura del femore – tra l’altro proprio all’Avenir 2022 – ma è tutto l’anno che andava bene. Dopo un buon inverno si è piazzato alla Corsa della Pace e persino al Sibiu Tour, dove ci sono molti pro’. Ma le prestazioni del Valle d’Aosta sono state importanti.

Perché?

Perché lì ci sono salite lunghe e c’erano avversari che hanno corso parecchio con i professionisti come per esempio i ragazzi della Bora-Hansgrohe. Isaac vedeva che riusciva a tenerli bene sulle salite più dure e anche a staccarli in qualche caso. In realtà voleva fare di più e nella seconda tappa aveva attaccato, ma poi lo hanno messo in difficoltà. Si è ripreso dando spettacolo nel tappone lungo partendo da lontano: tutti segnali importanti. In più anche dopo avevamo un progetto chiaro e siamo saliti in altura al Sestriere, per recuperare bene.

Com’è in corsa Del Toro? Prima hai detto che già nella prima tappa in linea si era accorto che mancava qualche big all’appello…

Lui in corsa pensa moltissimo. E poi è uno che studia tutto e tutti. E’ sempre molto concentrato durante la settimana di gara. Sa bene chi va e chi non va e anche perché non va. S’informa parecchio e tutto ciò gli fa capire tante cose.

Isaac Del Toro, il Giro della Valle d’Aosta passaggio cruciale per gambe e mente (foto Monex Team)
Isaac Del Toro, il Giro della Valle d’Aosta passaggio cruciale per gambe e mente (foto Monex Team)
Lo conosci da diversi anni, che ragazzo è?

E’ un ragazzo semplice, umile, tranquillo, sa sfruttare il momento. Adesso è un po’ scioccato da questa “onda”. «Mamma mia, ora tutti mi parlano come un corridore vero, ma sono un ragazzo»: mi dice. Certo, è consapevole che ha qualcosa in più degli altri.

Ha altre passioni oltre al ciclismo? Per esempio in Messico amate molto gli eroi del wrestling… O magari segue la Formula1…

No, io lo vedo sempre sul ciclismo. E se non è alle gare… vede le gare! Non ha testa per altro. Non so, ma io sul Col de la Loze ho visto un Isaac che aveva un desiderio molto forte. Un ragazzo che inseguiva il suo sogno, il suo obiettivo.

Quando lo hai conosciuto?

Era il 2019, quando iniziammo il programma di scouting in Messico. Lui faceva parte di questo gruppo di 106 ragazzini. E man mano è emerso. Ma da subito, e torno al discorso delle idee chiare, voleva venire in Italia. Voleva fare certe corse…

A Sainte-Foy-Tarentaise la sfida finale con Pellizzari: a Giulio la tappa, ad Isaac la maglia (foto Avenir)
A Sainte-Foy-Tarentaise la sfida finale con Pellizzari: a Giulio la tappa, ad Isaac la maglia (foto Avenir)
A te, Alejandro, c’è stato un momento particolare che ti ha colpito? Che ti ha emozionato?

Le emozioni sono tante, ho difficoltà a dirne una che mi ha colpito. Sapete, io non sono molto espressivo e non so festeggiare. Sarà che le cose che facciamo le studiamo, le programmiamo così al dettaglio che poi quando accadono sembrano un libro scritto. Siamo dietro ai numeri e cerchiamo di svilupparli. Per sfortuna quando alle cose pensi troppo non è più una sorpresa.

Però avete festeggiato, hai detto… 

Sì dai, alla fine della gara dopo tre ore di sala stampa, lo abbiamo aspettato tutti insieme con lo spumante. E poi tutti a casa. Mentre noi siamo rimasti qui per l’Avenir delle donne. Quando finirà questa corsa faremo festa davanti ad un bella pizza!

In Messico i media ne hanno parlato? Il presidente Federale, magari, si è fatto sentire?

Ne hanno parlato i telegiornali, quelli generalisti, non quelli specifici. E’ stato descritto come un giovane eroe… come quelli che poi vogliamo sviluppare: ragazzi che siano dei simboli. Eroi di sport e lavoro. Per fortuna Isaac e i gli altri sono ragazzi bravi, che hanno voglia di fare, e di fare ciclismo. Per quanto riguarda il presidente federale, come sapete, non c’è. La Federazione del Messico ad oggi non è riconosciuta dall’Uci, per fortuna a San Marino abbiamo trovato chi, come Valdiserra, ci ha aiutato. Però sì, Isaac Del Toro adesso è un simbolo. Sui social è passato da 4.000 ad oltre 21.000 follower. E’ una figura pubblica e speriamo che possa essere uno stimolo per altri ragazzini.

Van der Poel, programma per tutelare gambe e testa

02.09.2023
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L’idea che quella di Glasgow potesse essere l’ultima corsa della stagione è stata presto abbandonata, per cui Mathieu Van der Poel tornerà in gara su strada domani a Plouay. Il suo calendario è stato ridisegnato per gratificare la maglia di campione del mondo e permettere all’olandese di avvicinarsi meglio ai prossimi obiettivi.

«Il divario tra Glasgow e l’inizio della stagione del cross sarebbe troppo grande – ha spiegato Christoph Roodhooft, l’artefice dei successi sportivi del campione del mondo a Het Nieuwsblad – quindi al suo calendario sono state aggiunte alcune prove. Con quale scopo? Fa poca differenza per il suo palmares se vince a Plouay o Fourmies, anche se sono grandi gare. Essere presenti da campione del mondo è il motivo principale. Mathieu vuole assolutamente partecipare anche al test event di mountain bike prima dei Giochi Olimpici (23 settembre, ndr), quindi ha dovuto tenersi in allenamento. Non ci sono obiettivi specifici, ma si spera che da qualche parte si riesca anche a fare risultato».

La prima uscita in maglia iridata, al criterium Profronde Van Etter-Leur
La prima uscita in maglia iridata, al criterium Profronde Van Etter-Leur

Vacanze finite

Il programma prevede dunque Plouay, il GP Fourmies (10 settembre), GP Wallonie (12 settembre), Super8 Classic (16 settembre) e Circuit Franco-Belge (28 settembre): ad eccezione del Super8 sono tutte classiche a cui Van der Poel non ha ancora mai partecipato.

«Era tutto un fatto di pianificazione – ha approfondito Roodhooft – per cui capitava che non si adattassero alla sua preparazione per il campionato del mondo, oppure alla preparazione per la stagione di ciclocross. Non era certo un fatto di volerle o non volerle fare. Il percorso di Plouay gli si addice, ma naturalmente c’è stata una certa… decompressione dopo i mondiali. Dopo la delusione nella mountain bike (Van der Poel è caduto in partenza e ha dovuto ritirarsi, ndr) Mathieu è andato in vacanza per qualche giorno. Poi però ha iniziato ad allenarsi bene e ho l’impressione che stia andando abbastanza bene. E non dimentichiamo che è settembre per tutti. La maglia iridata gli rende impossibile pedalare in modo anonimo. Ma anche senza averla indosso, per Mathieu era quasi impossibile».

Mathieu insieme al campione europeo Jakobsen. VDP non sarà in gara a Drenthe il 24 settembre
Mathieu insieme al campione europeo Jakobsen. VDP non sarà in gara a Drenthe il 24 settembre

Continuare al top

Van der Poel ha vinto solo cinque corse in questa stagione, ma fra queste ci sono la Milano-Sanremo, la Parigi-Roubaix e il campionato del mondo.

«E quelle sono le corse in base alle quali viene giudicato – ha proseguito il suo tecnico – per me può vincere 25 gare, ma ci aspettiamo tutti che vinca gare come Sanremo, Fiandre o Roubaix. La quantità non è importante, conta la qualità. Nel team ci occupiamo anche del suo benessere mentale. Oggi ha 28 anni: questa è una fase cruciale della sua carriera. Se la supera bene, può continuare a correre ad alto livello per qualche altro anno. Spesso si vedono i migliori talenti svanire dopo questa fase della loro carriera, intorno ai trent’anni. Facciamo tutto il possibile per impedirlo, perché semplicemente andare avanti in modo anonimo non è nel suo carattere. O continua nel modo giusto, oppure non continua».

Per il campione olandese sempre tanta passione da parte dei fans, ancor più dopo il titolo mondiale
Per il campione olandese sempre tanta passione da parte dei fans, ancor più dopo il titolo mondiale

Pressione e salute

E qui Roodhoft ha spalancato la porta su uno dei problemi che sta determinando da qualche anno il nuovo corso del ciclismo e aumentando la pressione sugli atleti, soprattutto sui più forti, arrivando a ritiri clamorosi come quello di Tom Dumoulin.

«Corrono molto meno, ma sono sempre in bicicletta. All’interno di questo approccio completamente nuovo, fatto di allenamento in quota e controllo rigoroso del cibo, spetta a noi garantire il benessere mentale. Ormai correre significa lavorare per obiettivi, cercare di essere forti al momento giusto e in modo sano».

Vinokourov: «L’Astana punterà alle gare di un giorno»

02.09.2023
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Cambiare volto: è questo il binario lungo il quale si sta muovendo a passi decisi l’Astana-Qazaqstan di Alexandre Vinokourov. Fino a qualche anno fa i turchesi erano lo squadrone per le corse a tappe. Poi col tempo le cose, come per tutti, sono cambiate e il team manager kazako si è trovato a fare i conti con nuove realtà e nuovi corridori.

In questi giorni Vinokourov è nel pieno dei lavori. Il titolo mondiale degli amatori è stata una parentesi, tra l’altro neanche troppo ricercata. «La granfondo iridata – racconta il campione olimpico di Londra 2012 – si svolgeva dove c’era il mondiale dei pro’ e così mi sono buttato. Percorro ancora circa 10.000 chilometri l’anno. Adesso sarò sugli 8.000. In realtà stavo preparando un Ironman, ma questo è saltato. C’era questa gara proprio a Glasgow e sono andato. Oggi pedalo per divertirmi e per tenermi in forma».

Dodici corridori ufficialmente in rosa per il 2024. Nuovi volti in arrivo come Charmig, Fortunato, Kanter, Mulubrhan (per tutti Henok) e Shelling e un’eta media decisamente bassa. Il più vecchio è capitan Lutsenko che ha 30 anni. Il Dna di questo team sta cambiando.

Alexandre Vinokourov (classe 1973) team manager dell’Astana-Qazaqstan ha vinto il mondiale per amatori a Glasgow
Alexandre Vinokourov (classe 1973) team manager dell’Astana-Qazaqstan ha vinto il mondiale per amatori a Glasgow
Alex sono giorni frenetici di ciclomercato: come si sta muovendo la tua Astana-Qazaqstan?

Quella che sta nascendo è un’Astana un po’ diversa, non più una squadra votata alle “GC”, alle classifiche generali, specie nei grandi Giri, ma una squadra che andrà a caccia di altri obiettivi: gare di un giorno, sprint… Che poi è quello che abbiamo iniziato a fare già quest’anno. 

In rosa per il 2024 per ora avete 12 corridori: la lista deve crescere. Come farete?

Riguardo alla rosa siamo un po’ più su dei 12, siamo a 15-16 atleti (alcuni contratti evidentemente devono essere depositati, ndr). Proprio per quel che dicevo, in questi giorni di mercato stiamo cercando di rinnovare con Velasco, che oltre al fatto di aver vinto l’italiano, sta crescendo bene, sta trovando continuità. E lo stesso vale per Scaroni e per Gazzoli. Michele, al quale abbiamo dato una seconda possibilità, è un atleta che può fare bene sia negli sprint, magari non di gruppo pieno, che in salita. E anche nelle classiche del Belgio può dire la sua.

Fortunato è molto più vicino allo “stile Astana”, ma avete preso un corridore come Mulubrham Henok: come mai?

Avevamo parlato con il suo procuratore e già venivamo dall’esperienza con Merhawi Kudus, un’esperienza positiva con questa tipologia, interessante, di ragazzi e ci siamo detti: perché no? Con Henok abbiamo iniziato a parlare al Giro d’Italia. E’ un profilo che può fare bene e ha già vinto, anche una corsa a tappe in Cina. Può crescere pensando a questo tipo di gare. Non dico che da domani possa vincere una Tirreno, ma magari un Turchia o le classiche italiane.

Fortunato si aggiunge alla compagine kazaka. “Vino” ha espresso grandi elogi nei suoi confronti
Fortunato si aggiunge alla compagine kazaka. “Vino” ha espresso grandi elogi nei suoi confronti
Prima Alex hai parlato di una metamorfosi, dalle classifiche generali alle corse di un giorno: ma come si attua questa trasformazione?

Noi storicamente avevamo questo Dna. Siamo stati la squadra di Contador, di Vincenzo (Nibali, ndr) due volte, di Aru, di Lopez… ma con la riduzione di budget oggi questa tipologia di atleti non puoi averla. Cambia tutto, altrimenti ti fai male. E così ho cercato corridori che hanno voglia di sacrificarsi prima di tutto, che hanno fame di vincere. Lo scorso anno è stato un disastro, sotto molti punti di vista a partire da malattie e infortuni vari, pertanto era necessario cambiare strategia.

Cambiare strategia…

Per forza, se avessimo continuato in quel modo fra due anni saremmo stati fuori dal WorldTour e per noi sarebbe impossibile. Se domani trovassi 5 milioni di euro in più per il budget cambierebbe ancora. Ci siamo dunque rimboccati le maniche.

Battistella è uno dei confermati anche per il 2024. Sarà uno dei cardini della squadra di Vinokourov
Battistella è uno dei confermati anche per il 2024. Sarà uno dei cardini della squadra di Vinokourov
L’obiettivo per adesso sono i punti per il WorldTour?

Certo. Oggi i costi sono lievitati e gli stessi corridori costano di più. L’UCI ha detto che il budget medio di una squadra WorldTour è di 25 milioni di euro, ma noi siamo lontani da quella media. E allora dovevamo cambiare strategia. Per esempio, adesso puntiamo molto sui corridori kazaki per le gare in Asia, soprattutto sui Giochi Asiatici (10-25 settembre in Cina, ndr). Per noi sono importanti. Speriamo di fare bene con Pronskiy, Fedorov, Lutsenko. In più cerchiamo i punti UCI per poter portare il secondo atleta alle Olimpiadi. Lutsenko è alla Vuelta proprio per questo motivo.

Insomma, “Vino”, c’è una vera rivoluzione in atto, si cambiano strategia e Dna. Un altro aspetto che abbiamo notato è che state insistendo parecchio sui giovani. State cercando d’inserirne altri?

Qualche corridore con cui stiamo trattando c’è. Uno di questi è Isaac Del Toro, che ha vinto il Tour de l’Avenir. Stiamo provando a prenderlo, ma ci sono diverse squadre dietro di lui. Ma poi io confido molto anche in Garofoli. Gianmarco è forte, ma è stato anche sfortunato. Ha davvero un grande potenziale.

Imboscata francese a Chiavari: vince Decomble, terzo Mottes

01.09.2023
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CHIAVARI – Quando lo speaker annuncia che c’è un uomo solo al comando nel tratto in discesa, e che si tratta di Lorenzo Finn, ci vengono in mente le sue parole di questa mattina. Il giovane ligure corre a pochi chilometri da casa e conosce bene quelle curve. Un allungo a 30 chilometri dal traguardo che però non porta un vantaggio in termini di tempo. A Chiavari si è presentato un gruppetto di nove corridori e la volata viene vinta dal francese Maxime Decomble, che anticipa Storm Ingebrigtsen e Lorenzo Mottes (foto Fruzzetti in apertura). Una volta tagliata la linea di arrivo in centro a Chiavari Lorenzo Finn ci spiega tutto: 

«Non volevo attaccare – dice confrontandosi anche con Lorenzo Mottes, della rappresentativa trentina – quella strada la conosco così bene che mi è bastato semplicemente far correre la bici per prendere un po’ di vantaggio. Secondi importanti che una volta finita la discesa mi sono serviti per rifiatare, mancavano 30 chilometri alla fine, non potevo pretendere di andare via da solo». 

Finn, a sinistra e Mottes, a destra, si confrontano sulla tappa appena conclusa
Finn, a sinistra e Mottes, a destra, si confrontano sulla tappa appena conclusa

Sigillo francese

La nazionale transalpina ha fatto il diavolo a quattro oggi, anzi a tre, come i corridori inseriti nella fuga. Sin da questa mattina a Portofino si parlava del disegno particolare di questa seconda tappa del Giro della Lunigiana. Poco meno di 100 chilometri, ma con tutte le difficoltà altimetriche racchiuse nella prima metà. Tre GPM: di terza, seconda e prima categoria, “denti aguzzi” pronti a ribaltare la classifica generale. 

I francesi hanno preso in mano la corsa dai primi chilometri, con l’intento di attaccare e mettere in difficoltà il leader della generale, Jarno Widar. Il belga è rimasto fuori dal primo attacco, e insieme a Nordhagen, secondo in classifica, ha cercato di rientrare. Il punto di svolta è arrivato nei chilometri finali del Passo del Portello, terza e ultima salita di giornata, quando Nordhagen è rientrato sui primi, mentre Widar non ha colmato il buco, rimanendo ad una manciata di secondi.

«L’attacco di Bisiaux – racconta il vincitore di oggi, Decomble – era previsto, una volta andati via siamo rientrati in due: Sanchez ed io. Appena abbiamo capito che Widar era rimasto indietro siamo andati a tutta. Bisiaux è il nostro leader, ma oggi era necessario che tutti tirassero per fare in modo di ridurre i pretendenti alla vittoria finale».

«Quando è rientrato anche Nordhagen – gli fa eco Finn – abbiamo iniziato a girare per guadagnare sempre più tempo. Un belga si è fermato ad aspettare Widar, ma in due non avevano tante chance di rientrare. Anche io avevo il mio interesse, perché Gualdi, il migliore degli italiani, era rimasto in gruppo. Infatti sono riuscito a strappargli la maglia azzurra».

Il sorriso di Mottes

Lorenzo Mottes taglia il traguardo contento e soddisfatto, si è lanciato nella volata e ne è uscito terzo. L’azione di oggi gli ha permesso di guadagnare tempo sui diretti rivali e di consolidare la sua posizione in classifica generale. Il suo tecnico, però, gli dà una “tiratina” di orecchie quando scopre che ai meno 3 dall’arrivo gli sono venuti i crampi. «Dovevi alzare la mano – gli dice – farti furbo, venire in ammiraglia e prendere un gel, qualcosa. Respiravi un attimo e poi saresti tornato nel gruppetto».

«L’obiettivo di giornata – racconta Mottes – era quello di anticipare, non credevo di poter fare così bene su una salita così lunga (il riferimento è al Passo del Portello, ndr). Quando ho visto Finn entrare nella fuga l’ho inseguito, ci divideva un solo secondo e potevo giocarmi la maglia di miglior italiano. Con il passare dei chilometri mi sentivo bene, ho sofferto un po’ gli ultimi 3 chilometri, dove siamo andati veramente forte. Lì mi si sono “inacidite” un po’ le gambe. Non sono abituato a questi livelli (dice con una risata, ndr) ma rispetto allo scorso anno ho visto che sono più vicino ai loro ritmi. Prima li vedevo quasi irraggiungibili, ora riesco a starci attaccato più facilmente».

Mottes riceve un “tiratina” di orecchie dopo l’arrivo, ma tutto sommato è contento per quanto fatto
Mottes riceve un “tiratina” di orecchie dopo l’arrivo, ma tutto sommato è contento per quanto fatto

I problemi al ginocchio

In questa stagione il nome di Lorenzo Mottes è uscito maggiormente nei primi posti degli ordini di arrivo. Ha lottato spesso con lo stesso Finn, l’ultima volta nella Collegno-Sestriere, dove i due hanno occupato il primo ed il secondo posto. 

«Nel 2023 riesco ad avere molta più continuità – dice – ho risolto un problema al ginocchio che mi ha dato fastidio lo scorso autunno. Avevo un problema alla cartilagine, sistemato grazie a degli esercizi di stretching che mi permettono di non avere dolore. Negli allenamenti spingo molto meglio e in corsa questo si vede. Ultimamente sto andando davvero bene, peccato per oggi, avrei preferito prendere la maglia azzurra (quella del miglior italiano, ndr). Però ho visto che è un obiettivo che può essere sempre più concreto, nelle prossime due tappe proverò ad attaccare Finn. Ci separa un solo secondo al momento, in più nella classifica generale sono solidamente in top 10, grazie ai quasi 3 minuti guadagnati oggi sugli altri».

Chiavari ci ricorda che è ancora estate, con un sole che batte forte sulle teste dei presenti, mentre l’aria si riempie del profumo di salsedine. Il centro si svuota in fretta, rimangono i curiosi sotto al palco delle premiazioni e qualche corridore che fa “girare” le gambe per defaticare. Domani la battaglia si accenderà di nuovo e tocca essere pronti.

Alla scoperta di Anita Baima, iridata nipote d’arte

01.09.2023
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Se è vero che i mondiali juniores su pista ancora una volta hanno avuto in Federica Venturelli la condottiera azzurra, è vero anche che pochi si sarebbero aspettati di trovare fra le plurimedagliate Anita Baima. Diciassette anni, nata a Cirié in Piemonte, Baima ha sangue ciclisticamente nobile nelle vene, considerando che il suo prozio è Franco Balmamion, vincitore di due Giri d’Italia (1962-63). Anita lo ha salutato come meglio non poteva, portando a casa una maglia iridata.

Baima è stata protagonista assoluta e la cosa ha preso molti alla sprovvista, considerando che agli europei di categoria la si era vista solamente nell’eliminazione, conclusa con un argento. Ma la spiegazione c’è.

«In primavera, nella prova di Nations Cup su strada in Olanda sono caduta alla seconda tappa rompendomi la clavicola. Sono stata costretta a un periodo di inattività e agli europei non ero ancora entrata in condizione, quindi sono stata schierata solo in una prova. Direi però che mi sono rifatta con gli interessi…».

Fase finale dell’eliminazione, Baima coglie di sorpresa la Sharp partendo da lontano
Fase finale dell’eliminazione, Baima coglie di sorpresa la Sharp partendo da lontano
Quante gare hai fatto?

A Cali ne ho disputate tre: lo scratch del primo giorno concluso con un argento, poi l’eliminazione dove ho vinto e l’omnium chiuso al quarto posto.

Partiamo allora dalla prima gara…

Sapevo che nello scratch avevo le caratteristiche adatte per emergere. E’ stata una gara tirata che alla fine mi ha lasciato un po’ d’amaro in bocca. Quando stavo cercando la posizione e stavo per lanciare la volata, c’è stata una caduta e la corsa è stata neutralizzata. Quando si è ripartiti mancavano solo 2 giri e non c’era tempo per trovare la posizione di prima, ho dovuto arrangiarmi.

Il giorno dopo toccava all’eliminazione…

Qui avevo il dente avvelenato per l’esito degli europei. E’ la gara che mi piace di più. All’inizio facevo un po’ fatica a carburare, poi ho sentito la gamba sempre più forte e quando siamo rimaste io e la britannica Sharp non ho voluto correre rischi partendo da lontano, sapevo che era stanca.

Il podio dell’eliminazione, con la piemontese fra la Sharp (GBR) e la Mizutani (JPN)
Il podio dell’eliminazione, con la piemontese fra la Sharp (GBR) e la Mizutani (JPN)
Nell’omnium?

Lì ero piuttosto stanca io. Sono arrivata alla corsa a punti al quarto posto a 4 lunghezze dal podio, ma non avevo abbastanza benzina per recuperare. Ho dato tutto ma non è stato sufficiente.

Hai preso parte a tre prove endurance, come mai non eri nel quartetto, è una specialità che non contempli?

Al contrario, il lavoro in pista era incentrato sull’inseguimento a squadre, solo che l’infortunio primaverile mi aveva messo fuori squadra per gli europei. Ai mondiali Villa ha tenuto della squadra che ha vinto il titolo continentale solo Venturelli e Toniolli, ma per me hanno preferito che facessi le prove di gruppo. Il cittì ci ha detto che voleva innanzitutto che ognuna di noi avesse occasione di gareggiare e fare esperienza. Il quartetto è una bellissima specialità, spero di rientrarci.

Molti ti hanno scoperto per i tuoi risultati su pista, ma anche su strada non vai certo male, considerando l’8° posto alla Gand-Wevelgem…

Sinceramente non saprei scegliere fra le due specialità, anche la strada mi piace molto, purtroppo quest’anno ho avuto poche occasioni per gareggiare ma spero da ora in poi di rifarmi e avere più possibilità. A cominciare dal Giro di Lunigiana.

La Baima impegnata nello scratch, chiuso al secondo posto dietro l’australiana Duncan
La Baima impegnata nello scratch, chiuso al secondo posto dietro l’australiana Duncan
Che tipo di ciclista sei nelle gare in linea?

Innanzitutto sono veloce, infatti non ho paura di buttarmi in volate di gruppo, ma certamente preferisco quelle a ranghi più ridotti. In salita tengo bene, almeno su quelle non troppo lunghe. Sicuramente preferisco le corse d’un giorno, anche perché non ho molta esperienza per quelle a tappe.

Come sei arrivata a fare la ciclista? Ti hanno influenzato i trascorsi in famiglia?

La nostra è sempre stata una famiglia legata al ciclismo. Pedalavano i miei cugini e io, appena smesse le rotelle a 3 anni, mi sono ritrovata a seguirli e gareggiare in una prova promozionale per i più piccoli. Dicono che mi ero divertita così tanto che volevo subito rifarla, così non ho più smesso. Ora corro per la Bft Burzoni VO2 Team Pink e spero di fare sempre meglio.

Poche le sue uscite su strada, ma alla Gand-Wevelgem ha dimostrato di che pasta è fatta
Poche le sue uscite su strada, ma alla Gand-Wevelgem ha dimostrato di che pasta è fatta
Ora che hai una medaglia d’oro mondiale per le mani, che pensieri ti vengono?

Se la guardo mi suscita molta speranza, anche perché sono al primo anno di categoria e con tutto quello che è successo ho portato a casa bei risultati, sono sicura che il prossimo anno con un pizzico di fortuna in più si potranno fare davvero belle cose.

E se ti chiedessero di scegliere?

Come ho detto prima non voglio, si possono fare entrambe e tutti sanno che la pista è fondamentale per la strada, soprattutto per elementi come me che puntano sulla velocità ed esplosività. Non per niente il mio idolo è Elisa Balsamo, che corre e vince dappertutto…

La squadra parallela di Pellizzari e il “libro scritto” di Gentili

01.09.2023
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«Questa è la storia di un libro già scritto. Anzi, che stiamo scrivendo», esordisce così Massimiliano Gentili, ex professionista e direttore sportivo di Giulio Pellizzari quando era uno junior all’UC Foligno. Tra i due c’è stato e c’è tuttora un legame forte.

Oggi Pellizzari è una delle speranze più concrete che abbiamo per le corse a tappe. Il secondo posto al Tour de l’Avenir è stato la conferma di un processo di crescita che era sotto gli occhi di tutti, ma che per un motivo o per un altro non riusciva a fiorire del tutto. Adesso gli scenari cambiano.

Pellizzari, junior con la maglia dell’UC Foligno
Pellizzari, junior con la maglia dell’UC Foligno

In famiglia…

«Negli ultimi quattro anni – dice Gentili, nella foto di apertura vicino a Pellizzari – in pratica ho vissuto per lui o quasi. Sono arrivato a Giulio perché prima di lui avevo in squadra suo fratello Gabriele, col quale tra l’altro ci sentiamo ancora. L’altro giorno l’ho preso in giro perché era in Francia a tifare Giulio ed è rientrato a casa dopo il via della tappa che ha vinto. Che poi è la stessa cosa che fece il papà Achille al Tour of the Alps. Lui andò via e il giorno dopo Giulio fece quel tappone!».

La prima volta che Gentili incontrò Pellizzari, Giulio era un esordiente. Racconta di un ragazzino piccolo, anzi piccolissimo… magro che forse non non arrivava a 40 chili.

«Quel giorno andammo in bici insieme e su un circuitino dalle nostre parti, appena arrivò una salita, partì come un sassata… Gli dissi di stare calmo. Però mostrò subito un certo carattere».

Giulio Pellizzari (classe 2003) è cresciuto moltissimo in questa stagione
Giulio Pellizzari (classe 2003) è cresciuto moltissimo in questa stagione

Niente under 23

Gentili lo vede crescere. Capisce che può esserci parecchio di buono in quel ragazzo che oltre ad essere un buon atleta è una persona educata ed umile.

«Da allievo – racconta Gentili – Giulio vinse una sola corsa. Ma più che altro in quel periodo, capendo che poteva essere bravo veramente, iniziai a fargli dei test. Ma questi erano mirati non a spingerlo verso i suoi limiti, ma a tutelarlo. 

«Io ho la fortuna di essermi sempre tenuto in buona forma, anche dopo aver concluso la mia carriera. In bici ci vado e qualche ora a buon livello la faccio ancora. So capire, so valutare e il mal di gambe me lo ricordo ancora. Uscivo con i ragazzi e vedevo che c’era qualcosa di buono per davvero».

Giulio va sempre meglio. Quando passa junior però ecco il Covid. Come i suoi coetanei perde una stagione o quasi. Però andava forte. Gentili gli ripeteva che poteva anche perdere, che poteva anche trovare uno più forte di lui, ma con quelle gambe non poteva scendere al di sotto del terzo posto.

E così dopo quell’annata cambiarono registro. Pellizzari fece un bell’inverno, ma sempre considerando che di mezzo c’era la scuola, e migliorò ancora. Diciamo che smise di “giocare” in bici come aveva fatto fino a quel momento.

«Per lui – prosegue Gentili – ho fatto una cosa che mai avevo fatto prima: ho iniziato ad alzare il telefono e a farmi sentire, anche dai tecnici in nazionale…

«E a Giulio dicevo: “Se va come dico io, tu salti i dilettanti e diventi professionista”. Avevo questa idea sia perché iniziavo a vedere di questi progetti giovani che nascevano nei team dei pro’, sia perché la vera tutela per lui era quella». 

Max infatti fa un discorso tecnico sul non aver mandato Pellizzari fra gli under 23. Giulio infatti non è veloce e neanche è un drago in bici… anche se sta migliorando.

«Buttarlo tra i classici under 23 – spiega – significava bruciarlo, o quanto meno non valorizzarlo. Magari lo avremmo anche perso. Per lui doveva esserci un periodo di crescita. “Tu sei da corse a tappe e io devo traghettarti”, gli ripetevo. Ancora oggi, nonostante l’Avenir e tutto il resto, se lo portassi a correre alla gara di Castiglion Fibocchi di turno, Giulio avrebbe le sue difficoltà».

Al prologo del Giro, poco prima di doversi ritirare: la crono è un terreno da esplorare bene (foto Green Project-Bardiani)
Al prologo del Giro, poco prima di doversi ritirare: la crono è un terreno da esplorare bene (foto Green Project-Bardiani)

La squadra

Le cose vanno avanti, anche oltre il ciclismo degli allenamenti ed è così che di fatto nasce una squadra: Gentili, Giulio e il papà Achille. E poi anche il coach, Leonardo Piepoli.

Gentili sa che a certi livelli, vanno bene la squadra e il personale, ma serve soprattutto qualche punto fisso,:qualcuno che ti stia vicino anche e soprattutto nei momenti più difficili. Un po’ come fece Nibali nel tempo: con Pallini, Magni, Agnoli, Vanotti… Un piccolo team, all’interno del team. Pellizzari non è ancora arrivato a tanto, ma il concetto è quello.

«Tutelarlo è la mia parola d’ordine – spiega Gentili – non voglio che commetta gli errori che ho fatto io e che si ritrovi da solo di fronte alle difficoltà che verranno. Ricordo per esempio la storia del ritiro dal Giro Next Gen.

«Lo aveva preparato con meticolosità: si puntava forte sullo Stelvio e anche di più. A pochi giorni dal via gli viene la febbre. Tutti insieme (anche con la Green Project, ndr) decidiamo di non fargli fare nulla. Il giovedì una sgambata. Sembra che le cose vadano meglio fino alla presentazione delle squadre. Quella sera sto per chiamarlo. Il Giro iniziava con una crono e volevo sapere quando partiva. Prendo il telefono in mano e mi chiama lui in lacrime: “Mi è tornata la febbre e ho anche problemi intestinali”. Si prova a partire, ma ormai la frittata era fatta. Lo consolai un quarto d’ora al telefono. Ecco a cosa serve la squadra che dico io.

«Perché da quel supporto poi piano piano ci si rialza più forti. Oggi la testa, che prima era un suo punto debole, è diventata un punto di forza».

La vittoria al Medio Brenta, Pellizzari l’ha ottenuta di rabbia e non di gambe. E lo stesso le critiche dopo Capodarco, che per Giulio è quasi la corsa di casa, andavano vagliate. In tanti si aspettavano qualcosa da lui.

«Siamo a Capodarco – racconta Gentili – se mi giro c’è il mare e queste sulla collinetta sono olive. Ecco, Giulio non è tipo da mare né da ulivi, ma da vette e abeti. E forse neanche quelli per le quote dove va forte lui».

Giulio in fuga alle alte quote di cui parla Gentili con il re dell’Avenir: Del Toro (foto Tour Avenir)
Giulio in fuga alle alte quote di cui parla Gentili con il re dell’Avenir: Del Toro (foto Tour Avenir)

Come Kuss

Piepoli lo ha chiamato in causa Gentili. Non che Max non sapesse il fatto suo, ma per certi livelli serve una figura professionale e che stia nel mondo dei pro’. I due si conoscevano da anni. C’era fiducia. Il confronto tra papà, Max e Leonardo è costante.

Il passaggio alla Green Project-Bardiani in parte dell’entourage del ragazzo fece storcere il naso a più di qualcuno. Non per la squadra di destinazione, sia chiaro, ma perché specie nel Centro Italia si era usciti dagli schemi: juniores, under 23, pro’.

«Giulio ha dei valori fisiologici eccezionali – conferma – eppure da junior ha vinto solo tre gare. Ma non era quello l’importante. Gli dicevo che passando pro’ e lavorando in un certo modo, già al secondo anno sarebbe andato più forte… e così è stato. Che si sarebbe ritrovato dapprima fianco a fianco con i colleghi più forti in squadra negli allenamenti e poi avrebbe messo il naso davanti nelle corse. Una pagina già scritta del nostro libro. Lo dico sempre ad Achille, Giulio è il figlio maschio che non ho avuto!

«Gli è stato chiesto quale fosse il suo sogno e lui ha risposto vincere il Tour de France. Io non so se ci riuscirà, non si conoscono ancora i suoi limiti, ma se con i valori che ha, con il suo recupero, già diventasse un Sepp Kuss non sarebbe male. Ma questi poi sono sogni e per i sogni c’è un altro libro».

Marturano, un bello Scandinavia ma peccato quella caduta…

01.09.2023
7 min
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Una caduta all’ultima tappa l’ha privata di una sicura Top 10 nella generale del Tour of Scandinavia. La sfortuna ci vede sempre troppo bene purtroppo, ma questo ritiro forzato non cancella le belle prestazioni di Greta Marturano tra Norvegia e Danimarca.

Ultimi venti chilometri scarsi della seconda frazione, quella più dura dello Scandinavia. Una decina sono di salita impegnativa (punte addirittura al 20 per cento), gli altri che portano al traguardo di Norefjell sono di mangia e bevi. E’ in quello spazio di gara che la 25enne della Fenix-Deceuninck fa capolino in testa riportandosi sulle battistrada Ludwig e Van Vleuten assieme alla giovane neozelandese Cadzow. Il quarto posto di tappa tuttavia ha garantito a Marturano il terzo in classifica (per due giornate) dietro la danese della FDJ-Suez e la quarantenne olandese della Movistar. Là davanti la scalatrice di Mariano Comense non c’è arrivata per caso anche se ha certamente sorpreso perché forse tutti – soprattutto quelli che la conoscono bene – si aspettavano che raccogliesse dei risultati prima. Quell’azione e l’attuale periodo di riposo sono stati complici per fare con lei una panoramica della sua annata.

Greta innanzitutto come stai e cosa è successo in quella quinta tappa?

Sono ancora un po’ scossa perché ho battuto forte la testa. Ho toccato terra anche col mento e mi sono fatta male al labbro. Infatti sto parlando un po’ piano perché ho ancora le croste. In più ho picchiato entrambe le ginocchia col destro che mi dà più fastidio. Però va meglio ogni giorno che passa, sono già riuscita a fare poco più di un’ora di bici un paio di volte con molta calma. E’ stata una caduta stupida, dopo circa 90 chilometri di gara. Due ragazze davanti a me stavano cadendo, c’è stato un brusco rallentamento e mi hanno ruotato buttandomi a terra. Ho avuto un po’ di paura perché sono cadute altre e tutte addosso a me, forse qualcuna mi è passata sopra. Peccato davvero, non ci voleva…

Stavi disputando la tua miglior gara stagionale. Le prove convincenti restano…

Diciamo che me ne devo fare una ragione perché chiudere con un DNF (acronimo di “did not finish”, ovvero gara non finita, ndr) non è mai bello e perché non c’è indicato il motivo. In ogni caso sono contenta per le mie prestazioni. Ho fatto tre top ten nelle prime tre tappe. Malgrado l’abbandono ho contribuito alla vittoria della classifica a squadre. Quello lo riteniamo un grande risultato perché alla fine lo abbiamo ottenuto con solo tre atlete. Anche il mio team era soddisfatto di me. Sicuramente sono tornata con delle botte ma anche con del morale.

Dovevi essere tu la capitana dello Scandinavia?

No, sono partita libera da obblighi di classifica. Il nostro diesse mi aveva detto che avevo carta bianca, addirittura mi aveva dispensato dall’aiutare le compagne ma quello mi sembrava troppo. Mi sono buttata nel primo arrivo ed è andato bene. Il secondo giorno ho visto che stavo bene e a quel punto mi hanno lasciata libera di seguire le più forti anche se c’era Yara (Kastelijn, vincitrice di una tappa al Tour Femmes, ndr) che era nel gruppetto dietro il mio di pochi secondi. In realtà è stata lei che da dietro ha rotto i cambi per proteggere la mia avanscoperta. Anche nello sprint della terza tappa mi sono buttata nuovamente facendo bene. E’ stata poi la crono del quarto giorno che ha ridisegnato la mia generale. Mi sono ritrovata ottava ma con una buona gamba per difendere quel piazzamento.

Che sensazioni hai provato a trovarti così davanti in una gara WorldTour?

Non mi era mai capitato e devo dire onestamente che lì per lì erano più contente le mie compagne di me. Sul bus anche i miei diesse mi facevano i complimenti però caratterialmente sono una pacata. Il giorno della crono sono partita un minuto prima della Van Vleuten ed il mio pensiero era di farmi riprendere il più tardi possibile. Così è stato solo negli ultimi due chilometri ed ero mediamente soddisfatta. Nella seconda tappa invece ho pensato alla vittoria o comunque ad un attacco ma non è stato per nulla semplice. Subito ero quasi in imbarazzo ad essere in mezzo a Ludwig, Van Vleuten ed una Jumbo Visma poi ho capito cosa volessero fare ed ho collaborato. Quando però sono partite ai 200 metri per lo sprint, io avevo le gambe che bruciavano (sorride, ndr). I miei tecnici mi hanno detto cosa fare meglio la prossima volta che capiterà.

Abbiamo notato che quest’anno hai “solo” 27 giorni di gare e solo WorldTour in pratica. C’è un motivo in particolare?

La nostra squadra non ci fa correre molto. Ha una sua filosofia ben precisa in merito. Non porta le atlete alle gare prendendole come allenamento. Ci porta alle gare più adatte alle nostre caratteristiche e dove noi possiamo essere più performanti. A parte l’esordio di febbraio alla Valenciana (che è una 2.PRO, lo step sotto le gare WT, ndr), ho sempre fatto corse WorldTour perché volevano che io conoscessi e mi abituassi nel miglior modo possibile a quel tipo di gare. In effetti si cresce e si impara tanto.

In cosa sei migliorata?

Difficile dire un aspetto nello specifico. Direi che ho notato che la qualità degli allenamenti fa tanto. Adesso faccio sedute di allenamenti che non ho mai fatto prima. Più distanza, più dislivello. Si fanno sentire perché talvolta mi sento al limite però danno i loro frutti. Quest’anno sono stata in altura due volte nell’arco di poco. A La Plagne prima del Giro Donne con la condizione in crescendo. Poi altri sedici giorni da sola a Livigno e la mia forma è cresciuta ancora tanto. Allo Scandinavia l’ho sentito. Adesso sono più consapevole dei miei mezzi. Dovevo crederci prima e un po’ di più perché le mie compagne mi hanno detto di non essere sorprese del mio recente rendimento. Rientrerò al Romandia (dal 15 al 17 settembre, ndr) e cercherò di mettermi ancora in mostra fino a fine stagione.

Che consiglio si sente di dare Greta Marturano alla ex compagna Vigilia che nel 2024 approderà nel WT?

Sono contenta per Alessia, sia per il passaggio in FDJ-Suez sia per la vittoria al Toscana. La sento spesso, anche dopo questi due momenti. Non mi sento di darle suggerimenti particolari, le dico solo che quello che abbiamo imparato alla Top Girls con Lucio (il team manager Rigato, ndr) torna utile nella massima categoria. Sento spesso anche lui assieme a sua moglie. Personalmente se sono nel WT lo devo a lui che mi ha spronato a capire che ci potevo stare. Mi fa piacere anche per Tonetti che andrà all’estero (alla Laboral Kutxa, ndr) così come aveva fatto Masetti. Significa che la scuola di Lucio funziona.

Martinez leader, Evenepoel nella morsa Jumbo-Visma

01.09.2023
4 min
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Un vero terremoto. Chi si aspettava che i big avrebbero lottato per la vittoria all’Observatorio Astrofísico de Javalambre, sarà rimasto male. Eppure la tappa di ieri alla Vuelta è stata ad alto tasso di spettacolo. E se pure Evenepoel aveva progettato di perdere la maglia, sperava indubbiamente di tenere il passo di Roglic. Invece lo sloveno si è portato dietro Vingegaard e gli ha rifilato la bellezza di 32 secondi.

La fuga è andata e si è portata via la maglia di leader, ma davanti ai big sono finiti alcuni corridori di ottimo nome, a cominciare dal vincitore Sepp Kuss, passando per Lenny Martinez, Landa, Soler, Rubio e Buitrago. Nella classifica generale, Evenepoel è il primo dei migliori con 2’47” da Lenny Martinez e dietro di lui ci sono Mas, Vingegaard, Roglic e tutta la nobiltà della Vuelta. Ma qualcosa ieri ha scricchiolato, anche se la storia è ancora tutta da scrivere.

Eroe per un giorno

Il vincitore di tappa Sepp Kuss è euforico, dato che sta affrontando il terzo grande Giro di stagione. E se in Italia e poi in Francia non ha avuto altro spazio se non quello di lavorare per Roglic e Vingegaard, questa volta ha avuto la libertà per vincere una tappa. La lunga fuga infatti è stata premiata dal giusto attacco

«E’ stata una giornata molto impegnativa – ha detto – volevamo entrare in fuga per mettere alla prova la Soudal-Quick Step, che era l’obiettivo principale. Sapevamo che sarebbe stata dura. Ero davanti con Van Baarle, Attila Valter e Tratnik e hanno pedalato tutti alla grande. Devo ringraziarli per il lavoro che hanno svolto. Mi sentivo molto bene, stavo solo pensando a dove avrei attaccato per fare la differenza. Durante tutta la salita l’ambiente intorno è stato speciale, la Vuelta per me è magica. Tappa e secondo posto in classifica, ma non sono qui per la classifica generale. Vincere una tappa è già fantastico, prendo la Vuelta giorno per giorno».

Martinez è al comando della Vuelta: ha 20 anni, è professionista dal 2023
Martinez è al comando della Vuelta: ha 20 anni, è professionista dal 2023

Rosso di Francia

Nello stesso giorno in cui La Spezia ha salutato la partenza del Giro della Lunigiana, che vinse due anni fa, Lenny Martinez è stato il primo degli inseguitori di Kuss e con il secondo posto di tappa ha conquistato la testa della classifica. Il piccolo francese, figlio di Miguel campione olimpico della mountain bike e al debutto nel WorldTour, dall’alto del podio si è guardato intorno incuriosito. Anche se lavori ogni santo giorno per arrivare in alto, quando ti avvicini alla vetta, è normale che ti venga il batticuore.

«E’ incredibile – ha detto – e prendere questa maglia è il sogno di ogni corridore. Tutta la squadra si è sacrificata. Molard e Storer hanno corso in modo fantastico e speravo davvero di dare loro qualcosa in cambio. Ci siamo riusciti con questa maglia rossa. Per ogni chilometro di questa fuga, ho pensato che sarebbe stato bello prendere la maglia rossa. Era un gruppo molto bello con ottimi corridori e in una fase del genere devi seguire il tuo istinto ed è quello che ho fatto. La famiglia sarà felice e orgogliosa. Ovviamente ora difenderemo la maglia, anche se mi sento molto imbarazzato e anche un po’ in ansia».

Evenepoel ha lasciato andare la maglia, ma ha subito un passivo inatteso
Evenepoel ha lasciato andare la maglia, ma ha subito un passivo inatteso

Evenepoel cede

I titoli sulla prestazione di Evenepoel sono stati mediamente allarmanti sui media di tutta Europa e il belga infatti ha ammesso di non aver avuto le gambe per opporsi all’attacco di Roglic.

«Non potevo andare oltre il mio limite – ha detto – a volte hai dei giorni così e oggi è stato il mio. Non è che sia scoppiato del tutto, ma sono rimasto un po’ bloccato. Non sono riuscito a dare il massimo, ho cercato di fare il mio ritmo e negli ultimi due chilometri ho potuto improvvisamente accelerare di nuovo. E’ stato un po’ strano. Fortunatamente i danni sono ancora abbastanza limitati. Ovviamente avrei preferito che ciò non accadesse, ma se questa è stata la mia giornata storta, va comunque bene».

Doppio squillo belga: al Lunigiana brilla Widar

31.08.2023
5 min
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LA SPEZIA – Il 47° Giro della Lunigiana si apre con due semitappe di 50 chilometri l’una. La prima parte da La Spezia e arriva a Fivizzano, su una salita poco più lunga di tre chilometri. L’azione di potenza con la quale Jarno Widar, campione nazionale belga juniores, si è scollato di ruota gli avversari ha fatto impressione. Sulla salita che porta a Fivizzano si passa una prima volta e già Widar ha preso le misure. Così, quando viene affrontata per la seconda volta, quella decisiva, il belga sa già cosa deve fare. Sta sulle ruote degli avversari, che nel frattempo attaccano e si scornano, lui esce negli ultimi 300 metri e li beffa con facilità, tanto che a un certo punto fa una mezza pedalata, indeciso se fermarsi del tutto oppure spingere ancora un po’.

Doppietta nel pomeriggio

A poche ore di distanza dalla vittoria di Fivizzano, Widar bussa ancora una volta sul Lunigiana: nella seconda semitappa, quella del pomeriggio da Massa a Bolano. Questa volta la salita finale ha delle pendenze che fanno male solo a guardarle. Si va costantemente in doppia cifra, per tutti e tre i chilometri, con gli ultimi 300 metri da capogiro. Dall’ultima curva sbuca la maglia verde, quella di leader della classifica generale, Widar questa volta ha staccato tutti. Alza le braccia e incita la folla, quando la strada sotto le sue ruote ancora sale e inviterebbe a spingere ancora.

Ecco Widar premiato con la maglia rosa, quella del vincitore di tappa
Ecco Widar premiato con la maglia rosa, quella del vincitore di tappa

Il destino dei vincenti

Jarno Widar ha l’attitudine di un belga timido, piccolo e snello, con gambe magre ma potenti, così tanto da portarlo spesso ad alzare le braccia al cielo. Solo nel 2023 può contare su undici successi, compresi quello di oggi. Il suo rapporto con la bici è stato naturale, nato fin da piccolo e proseguito nel corso degli anni, per lui che è nato vicino a Liegi. 

«Ho iniziato ad andare in bici fin da piccolo – ci racconta all’ombra del pullmino della nazionale belga – nella squadra del mio paese. Non è sempre andata bene, viste anche le mie caratteristiche fisiche sono cresciuto più tardi rispetto ad altri. Sono cresciuto volta per volta e anno dopo anno. Prima vincendo qualche gara minore, solamente l’anno scorso sono riuscito ad affermarmi su traguardi più importanti, come quello della Nokere-Koerse».

L’anno della svolta

Jarno Widar è ufficialmente esploso quest’anno, con tanti successi, alcuni che lasciano intendere le qualità del ragazzo. Spiccano però due risultati importanti: la Kuurne-Bruxelles-Kuurne e il Giro delle Fiandre, entrambe le gare vinte in solitaria. A Kuurne, addirittura, i minuti di vantaggio sul secondo classificato sono stati quasi due.

«Sono un corridore che va bene un po’ su tutti i terreni – continua – vincere gare così importanti quest’anno mi ha dato tanto morale e fiducia. Ho capito che non ci sono limiti alle mie possibilità, ho vinto sulle pietre e in montagna alla Classique des Alpes. Penso sia stata la vittoria più bella, quella che mi ha dato più soddisfazioni. In Belgio non abbiamo salite lunghe e impegnative come quelle che trovi sulle Alpi. Quindi uscire dal mio Paese e vincere su un terreno tanto diverso ha acceso qualcosa in me. Invece, un successo sulle pietre è particolare, ma molto più normale per me. Anche vincere il titolo nazionale è stata una grande gioia, indossare questa maglietta è particolare».

Dopo una crescita graduale, Widar quest’anno ha affermato le sue qualità
Dopo una crescita graduale, Widar quest’anno ha affermato le sue qualità

Gran finale di stagione

Nel mese di agosto il giovane belga ha corso il mondiale a Glasgow, dove però si è dovuto ritirare a causa di un guasto tecnico. Mentre, nelle settimane successive è venuto a correre in Italia, nella bergamasca dove è arrivato secondo al Memorial Pietro Merelli, mentre il giorno successivo ha vinto il Trofeo Paganessi. Due gare che gli sono servite per arrivare pronto a questo Giro della Lunigiana. 

«In Italia ho corso per la prima volta quest’anno – racconta ancora Widar – prima all’Eroica Juniores ma non è andata bene. Invece, in questo mese di agosto sto raccogliendo tanto. Purtroppo a Glasgow sono stato sfortunato, ho avuto un guasto meccanico nel momento sbagliato. L’obiettivo è quello di rifarmi al campionato europeo e se arrivo con questa condizione posso fare davvero bene».

Jarno Widar è un secondo anno, questo vuol dire che l’anno prossimo lascerà il Crabbé Toitures – CC Chevigny Junior, sua squadra attuale, e passerà under 23.

«Andrò a correre nel development team della Lotto-Dstny – conclude – vedremo come va il primo anno e poi capiremo che strada intraprendere. Neanche io so bene cosa aspettarmi, forse mi concentrerò di più sugli arrivi in salita, ma lo scopriremo strada facendo».