Fusaz e Pellizotti: gli “sherpa” di Tiberi per scalare il 2024

20.10.2023
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Una novità in casa Bahrain Victorious, per quanto riguarda la stagione 2024, sarà la presenza, fin dal ritiro invernale di Antonio Tiberi. Dopo aver salutato anzitempo la Lidl-Trek l’atleta di Frosinone è approdato in Bahrain Victorious. Che abbia un gran motore e tante potenzialità lo si è visto, ma che cosa potrà fare in più dopo questo cambio squadra?

In pochi mesi la Lidl-Trek ha perso due corridori giovani di grande prospetto: prima Tiberi e poi Baroncini, diretto alla UAE Emirates. Come lavorerà il team Bahrain e cosa hanno visto in questi primi mesi insieme al giovane Tiberi? Per capirci qualcosa in più siamo andati a bussare a due porte: quella del preparatore Andrea Fusaz e a quella del diesse Franco Pellizotti. 

La grande forza a cronometro di Tiberi è una buona base su cui lavorare
La grande forza a cronometro di Tiberi è una buona base su cui lavorare

La visione di Fusaz

Dal punto di vista atletico Tiberi ha fatto vedere buone prestazioni in questi tre anni da professionista. Un corridore in grado di fare bene a cronometro e in salita, tanto da aver conquistato la sua prima vittoria nel ciclismo che conta sulle rampe di Gyongyos-Kékesteto al Giro di Ungheria. 

«Antonio Tiberi – racconta il preparatore Fusaz – è il prototipo del buon corridore per le corse a tappe. E’ molto forte a cronometro e si difende bene in salita, in questi primi mesi con noi l’ho visto molto motivato e disponibile. Chiaramente essersi fermato a metà stagione ed aver perso giorni di allenamento non lo ha aiutato. Si è immerso bene nella nostra realtà capendo subito come lavoriamo. Alla prima gara si è messo subito a disposizione andando in fuga e dandosi tanto da fare per i compagni».

Tiberi non è uno scalatore puro: il ciociaro è un passista-scalatore che “gioca” molto sul passo
Tiberi non è uno scalatore puro: il ciociaro è un passista-scalatore

Metodo di lavoro

Ma come lavoreranno Tiberi e Fusaz per far crescere e sbocciare il talento del ciociaro? Arrivare a metà anno non aiuta, ma può essere un passaggio utile per gettare le prime basi in vista della stagione successiva. 

«E’ un ragazzo dotato – spiega ancora Fusaz – d’altronde non vinci un mondiale a  cronometro juniores per nulla. A livello fisico si nota una buona base per costruire. L’obiettivo principale potrebbe essere capire come cresce nei prossimi mesi e vedere se potrà correre un grande Giro con un approccio fisico e mentale di primo livello. Difficile capire cosa può migliorare perché i test che abbiamo sono influenzati dal fatto che sia stato fermo per un mese. Però c’è da crescere nell’endurance, fattore chiave per un corridore da corse a tappe. In salita la differenza è nella continuità, allenarsi tutto l’anno su determinate situazioni potrà portare grandi vantaggi. Sicuramente Tiberi non è un ragazzo formato, ha 22 anni e deve crescere e migliorare ancora. Strada facendo capiremo se potrà reggere carichi maggiori di allenamento e pressioni psicologiche».

Durante le tre settimane alla Vuelta Tiberi ha avuto come compagno di stanza Caruso
Durante le tre settimane alla Vuelta Tiberi ha avuto come compagno di stanza Caruso

Parola a Pellizotti

Una visione d’insieme la può dare Franco Pellizotti, diesse del team Bahrain Victorious. In questi mesi lo ha visto in corsa e ha avuto modo di farsi una prima idea di come gestire Tiberi, partendo dai punti deboli.

«Sono convinto – ci dice Pellizotti – che siamo riusciti ad accalappiare uno dei pezzi pregiati del ciclismo italiano. Ha ancora dei margini sui quali migliorare, soprattutto dal punto di vista tattico. Uno su tutti è il modo in cui si muove in corsa, spesso corre in fondo al gruppo. Questo lo si è visto al Lombardia quando sull’attacco di Pogacar si è fatto cogliere di sorpresa. Poco dopo lo abbiamo rivisto alla ruota di Roglic, ma per rientrare ha fatto sicuramente uno sforzo enorme. Si fosse piazzato meglio avrebbe potuto giocarsi una top 10. Per aiutarlo a migliorare questo aspetto, alla Vuelta lo abbiamo messo in camera con Caruso, uno che sa come insegnare ai giovani. Anche in Spagna spesso lo riprendevamo perché si perdeva all’interno del gruppo. 

«Non è un difetto inguaribile – continua – il solo fatto di correre con noi fin dall’inizio della prossima stagione ci dà modo di poterlo correggere. Si tratta di una cosa che gli può tornare utile anche per quello che è il suo futuro nei grandi Giri, correre davanti aiuta a risparmiare energie, cosa che in tre settimane di gara è fondamentale».

Tiberi deve imparare a correre più vicino ai suoi compagni, qualità che crescerà corsa dopo corsa
Tiberi deve imparare a correre più vicino ai suoi compagni, qualità che crescerà corsa dopo corsa

Possibile leader

Le parole di Pellizotti fanno capire come in lui ci credano tutti: la squadra, lo staff e i compagni. Il 2024 diventa quindi un anno importante, dove si dovranno anche tirare le prime somme. Nelle brevi corse a tappe Tiberi ha mostrato qualcosa, ora tocca fare un passo in più.

«Non mi sorprenderei – spiega il diesse – se nelle corse di una settimana dovesse togliersi qualche soddisfazione. E non lo sarei nemmeno se dovessimo portarlo al Giro d’Italia, il percorso prevede tanti chilometri a cronometro. Anche se lui non è propriamente uno scalatore, ma un passista-scalatore. In salita prende il suo passo e difficilmente lo si vedrà fare un cambio di ritmo. 

«Un primo spartiacque – conclude Pellizotti – potrebbe essere il mese di aprile con corse come la Tirreno-Adriatico o la Parigi-Nizza. A seconda dei percorsi vedremo dove potrebbe risultare più efficace la sua presenza. E’ chiaro però che se un corridore vuole fare bene il Giro d’Italia a questi appuntamenti deve essere pronto. Stiamo già lavorando con lui per il 2024, a livello fisico ha avuto qualche problema alla schiena e deve fare della ginnastica posturale per risolverli. E’ bene che si facciano prima dell’inizio della stagione perché una volta in bici tutto deve essere a posto. Lo sta facendo andando qualche volta in piscina. Vedo che è un ragazzo disponibile e volenteroso».

Riley Sheehan, un sorriso in casa Israel

20.10.2023
5 min
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Se qualcuno ha pensato che la sua vittoria alla Parigi-Tours sia stata un caso, è bastato guardare l’ordine di arrivo della Japan Cup della settimana successiva per capire che non è così. Riley Sheehan è un talento vero, una delle sorprese di questo 2023, soprattutto un regalo che il ciclismo si è fatto proprio agli sgoccioli della stagione, perché a differenza di tanti altri suoi coetanei, Sheehan è arrivato quasi dal nulla.

Tesserato per un team americano, i Denver Disruptors, dedito soprattutto a un’attività interna, Sheehan ha trovato un ingaggio all’Israel Premier Tech come stagista dal 1° agosto e ha sfruttato questa opportunità al massimo, trionfando in quella che è considerata una delle grandi classiche per i velocisti e poi mettendosi in luce anche dall’altra parte del mondo.

Il clamoroso trionfo a Tours battendo il britannico Askey e il norvegese Johannessen
Il clamoroso trionfo a Tours battendo il britannico Askey e il norvegese Johannessen

E’ lì che lo abbiamo rintracciato, attraverso un inseguimento telefonico reso ancor più difficile dalla terribile situazione inerente tutto quel che riguarda Israele, che chiaramente ha influito anche sul team, con molti effettivi nazionali dello staff richiamati in patria e una gestione dei rapporti più problematica. Ma appena abbiamo avuto la possibilità di parlarci, Riley ha mostrato tutta la sua disponibilità per farsi conoscere un po’ di più.

Ti aspettavi di arrivare così in alto nella tua esperienza alla Israel?

Sapevo di avere buone gambe come avevo dimostrato alla Maryland Cycling Classic, poi è andato tutto di conseguenza. Sono arrivato molto motivato: senza grandi aspettative, ma con la voglia di giocare bene le mie carte. Non sono sorpreso, ma molto felice e sollevato di essere ad alto livello.

Riley Sheehan è nato a Boulder (USA) il 16 giugno 2000. In evidenza da junior, ha sofferto il cambio di categoria
Riley Sheehan è nato a Boulder (USA) il 16 giugno 2000. In evidenza da junior, ha sofferto il cambio di categoria
Che atmosfera c’è nel team, soprattutto dopo i tragici fatti del 7 ottobre?

E’ una situazione molto difficile. La notte prima della Parigi-Tours, ero nella camera d’albergo con Nadav Raisberg, il mio compagno di squadra e ho vissuto la sua angoscia per la difficoltà di comunicare con la famiglia, la sofferenza dettata dalla lontananza, il dolore profondo per quanto avvenuto. Tutti cercano di rimanere positivi e di supporto, si cerca di andare avanti, noi non israeliani abbiamo provato a stare il più possibile vicino a loro.

Alla partenza della Paris-Tours pensavi di poter vincere?

Onestamente no, ma sapevo che avrei potuto fare bene in gara. La forma era quella giusta, quindi sapevo che avrei potuto essere competitivo, ma non avrei mai immaginato di vincere davvero in un consesso così alto.

Per Sheehan la vittoria alla Joe Martin Stage Race è stata il viatico verso l’Europa (foto Instagram)
Per Sheehan la vittoria alla Joe Martin Stage Race è stata il viatico verso l’Europa (foto Instagram)
Raccontaci un po’ la tua storia…

Mio padre correva a livello professionistico (ora è diesse alla Human Powered Health, ndr) e io sono cresciuto andando in bicicletta a Boulder, in Colorado, località che è molto famosa per il ciclismo, molti professionisti americani hanno vissuto lì o sono venuti da lì. Intorno ai 14 anni ho iniziato a correre e ogni anno mi sono appassionato e innamorato sempre di più di questo sport. Da junior ero molto motivato, avevo vinto due volte il campionato nazionale a cronometro e una prova di Nation’s Cup.

E poi?

Nella categoria under 23 ho avuto molte difficoltà, ma ho continuato a credere in me stesso perché sapevo che avrei potuto essere ad alto livello. Quest’anno il lavoro ha dato i suoi frutti e ho vinto la Walmart Joe Martin Stage Race, prova UCI 2.2 negli Usa battendo di 16” Miguel Angel Lopez. I miei progressi sono stati davvero grandi, è incredibile vedere tutto il duro lavoro e la dedizione a che cosa mi hanno portato.

Tu corri nella squadra di Denver, che squadra è e come ti ci trovi?

Fa parte della NCL, una nuova lega ciclistica incentrata sui Criterium. Gare molto più brevi di quelle che sto facendo qui con la Israel. Lo staff di questa squadra è stato fenomenale. Reed Mcalvin è stato un grande supporto e ha creduto in me fin dal primo giorno. Anche Svein Tuft ha avuto un’ottima influenza come direttore del team.

L’americano si allena sulle strade della sua Boulder, sfruttando l’altitudine, anche insieme a Kuss, la maglia roja
L’americano si allena sulle strade della sua Boulder, sfruttando l’altitudine, anche insieme a Kuss, la maglia roja
Hai già fatto uno stage alla Rally Cycling due anni fa…

Solo sulla carta… Purtroppo non ho mai potuto correre una gara con loro a causa di un infortunio e di alcuni problemi di salute. E’ stato molto triste, un’opportunità che avevo e che mi è sfuggita di mano.

Che tipo di corridore sei, quali sono le gare dove vai meglio?

Sto ancora cercando di capirlo. Penso sempre di essere un buon corridore per tutte le gare. Se c’è un traguardo, sono molto motivato, ma penso ancora che dovrei provare a vincere altre gare per vedere che stile ho. Diciamo che le classiche mi sono piaciute e ho visto del buon potenziale.

C’è un corridore americano del passato che è il tuo idolo?

Essendo cresciuto a Boulder ho conosciuto molti professionisti del passato, ho avuto l’opportunità di allenarmi con corridori come Alex Howes e Taylor Phinney, persino Sepp Kuss quando viveva a Boulder. Ricordo di aver fatto un paio di giri con lui, è una grande ispirazione per gli altri americani vedere che cosa è possibile fare nel WorldTour.

Tutto il gruppo dei Denver Disruptors: c’è anche un’italiana, Valentina Scandolara (foto Instagram)
Tutto il gruppo dei Denver Disruptors: c’è anche un’italiana, Valentina Scandolara (foto Instagram)
Dopo la tua vittoria a Tours hai visto interesse per te da parte di team del WorldTour?

Finora ho avuto un po’ di interesse da parte di team importanti, ma aspetto che si concretizzi qualcosa.

Che cosa ti aspetti ora?

Oh cavolo, è una bella domanda. Sì, mi aspetto una buona stagione il prossimo anno e sono molto entusiasta all’idea di poter correre e vivere in Europa l’anno prossimo. E’ sempre stato il mio sogno. Sono molto motivato a dare il massimo, è ciò per cui ho sempre lavorato.

Bingoal WB sempre più italiana. Ora c’è anche Villa

20.10.2023
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La Bingoal WB è sempre più a trazione italiana e soprattutto ha deciso d’investire sui giovani corridori del nostro Paese in grado di trovare spazi importanti fra i pro’. Dopo l’arrivo di Davide Persico che ha già fatto molto bene come stagista, soprattutto al Tour of Britain, è la volta di Giacomo Villa che proprio nella squadra belga ha trovato l’approdo per la massima serie, completando il suo cammino di crescita.

Una promozione che arriva al termine di una stagione buona, anche se dopo il successo al Trofeo Piva d’inizio anno non sono più arrivate grandi vittorie (a parte il Trofeo Sportivi Briga di agosto), ma Villa è stato sempre lì sul pezzo, con piazzamenti e contributi importanti ai successi altrui, con un comportamento complessivo che faceva capire come fosse ormai maturo per passare.

«E’ vero, vittorie di quel livello non ne sono arrivate – ammette il ventunenne monzese – ma io sono soddisfatto di quel che ho fatto perché se guardate l’andamento della mia stagione, sono andato forte sempre, non ho avuto cali di condizione».

La vittoria di Villa al Trofeo Sportivi Briga, battendo Simone Piccolo e Manuel Oioli (foto Rodella)
La vittoria di Villa al Trofeo Sportivi Briga, battendo Simone Piccolo e Manuel Oioli (foto Rodella)
Hai ormai chiaro che tipo di corridore sei e quindi che ambizioni puoi avere nella categoria superiore?

Io so di essere un corridore che va forte sul passo, ma anche, anzi soprattutto, nei percorsi nervosi, con strappi veri ma non troppo lunghi. Credo di averlo dimostrato quest’anno, anche se certamente si poteva fare qualcosa di più.

Hai comunque fatto vedere di essere molto adatto a lavorare per gli altri, pensi che questo sia stato l’elemento che ha portato i dirigenti del team a investire su di te?

Sono un corridore che se ne ha la possibilità, cerca sempre di vincere, questo sia chiaro. Se però devo aiutare un compagno, perché quel dato percorso non è adatto a me o perché non sono nella giusta giornata non mi tiro certo indietro. Penso comunque che effettivamente questo particolare sia emerso durante la stagione. So che è un aspetto sul quale i direttori sportivi pongono l’accento, ma io ho comunque delle ambizioni, passo di categoria per farmi vedere il più possibile anche fra i grandi.

Villa impegnato al Tour de l’Avenir nella prima tappa, chiusa al secondo posto (foto Instagram)
Villa impegnato al Tour de l’Avenir nella prima tappa, chiusa al secondo posto (foto Instagram)
Se guardi indietro c’è qualche gara che ti è rimasta sul gozzo, nella quale potevi ottenere di più?

Di occasioni sfumate la mia stagione è stata abbastanza densa. Ad esempio ad agosto, quando ho vinto a Briga Novarese, era un periodo nel quale mi sentivo davvero bene e avrei sperato di continuare con altri successi, sono arrivato anche 2° a Poggiana. Era il periodo dei mondiali, sentivo che avrei potuto far bene anche lì. In fin dei conti, considerando che sono stato in nazionale all’Avenir e gli europei, mi è mancata solo quell’esperienza. Il percorso scozzese era nelle mie corde, con strappi brevi dove comunque non potevi risparmiarti mai. Avrei fatto la mia figura.

Quando è nato il contatto con la Bingoal?

Verso la fine dell’estate. C’era un’altra squadra che era interessata a me ma la tirava un po’ per le lunghe, invece con la Bingoal tutto si è svolto velocemente, prima degli Europei avevo siglato l’accordo. La squadra la conoscevo abbastanza, lì c’è Tizza che abita a una trentina di chilometri da me. So poi che il mio diesse Milesi aveva parlato con il suo collega del team al Giro Next Gen, eravamo nello stesso hotel.

Per il monzese l’esperienza di 3 anni alla Biesse Carrera è stata fondamentale (foto Instagram)
Per il monzese l’esperienza di 3 anni alla Biesse Carrera è stata fondamentale (foto Instagram)
Troverai altri corridori che parlano italiano…

Sarà utile, ma non è per questo che ho scelto la Bingoal. Parlo abbastanza bene inglese, quindi non avevo problemi da quel punto di vista. La cosa che mi incuriosisce di più e che ha influito sulla mia scelta è che lì c’è un ciclismo molto diverso dal nostro, si vede che da quelle parti è quasi una religione, te ne accorgi a ogni gara e fare quel calendario mi ispira molto.

Hai già gareggiato in Belgio?

La mia prima esperienza è stata alla Liegi-Bastogne-Liegi U23 di quest’anno (ha chiuso 17°, ndr). Era la mia prima con la nazionale, è stata un’esperienza esaltante sia per la maglia che portavo, sia per l’entusiasmo che si respirava. E’ stato davvero bello.

Potrai comunque allenarti a casa…

Sì, anche se mi hanno già avvertito che ci saranno periodi abbastanza lunghi in cui soggiornerò lassù, ad esempio per tutta la durata della stagione delle classiche. Bisogna invece ancora vedere che cosa fare come preparazione, se continuerò ad essere seguito qui o mi daranno un riferimento loro, ma è difficile perché non riescono a seguire tutti, soprattutto gli stranieri.

Il lombardo è stato spesso in nazionale. Qui agli europei, chiusi al 34° posto
Il lombardo è stato spesso in nazionale. Qui agli europei, chiusi al 34° posto
Che cosa ti proponi?

Spero di poter fare le gare più importanti già nella prima stagione, intanto per dare una mano agli altri, ma vorrei anche avere qualche opportunità per me, per mettermi in luce.

Alla Veneto Classic hai concluso la tua stagione, ma anche la tua esperienza alla Biesse Carrera: che cosa ti lasci indietro?

Tre anni davvero importanti, fondamentali per raggiungere il mio obiettivo. Mi dispiace soprattutto per i compagni, anche perché da giugno in poi ci siamo visti abbastanza poco, tra il ritiro al Sestriere e le trasferte con la nazionale. E’ un bel gruppo, dove tutti hanno la possibilità di emergere e di vincere. Se sono qui lo devo alla crescita che ho potuto fare con loro.

Fine stagione, il preparatore stila il report e inizia le sue analisi

20.10.2023
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Stagione alle spalle – resta giusto qualche gara in Estremo Oriente – ma di fatto molti corridori si sono appena fermati, mentre altri lo sono da un po’ più tempo. E poi ci sono gli allenatori, i quali però non vanno del tutto in vacanza, specie in questi giorni. Paolo Slongo per esempio, preparatore della Lidl-Trek, è negli Stati Uniti con grandissima parte del team, sia maschile che femminile, per delle riunioni, per scoprire i nuovi materiali (in apertura immagine Training Peaks)…

Ma se un coach non sta fermo, cosa fa dunque? Come gestisce questa sua fase dell’anno? Ne abbiamo parlato appunto con Slongo, che ci ha risposto da Chicago, dove ormai da tre anni la squadra si ritrova in autunno.

Paolo Slongo, coach della Lidl-Trek, ci ha spiegato il fine stagione del preparatore
Paolo Slongo, coach della Lidl-Trek, ci ha spiegato il fine stagione del preparatore
Paolo, oggi con tutte le piattaforme che ci sono, immaginiamo che il preparatore abbia accumulato una lunga serie di dati durante l’anno. Cosa ne fa?

Vero, abbiamo molti dati. Io per esempio, stilo un’analisi mensile degli atleti e delle atlete che seguo, e a fine anno faccio un report per ognuno di loro. E lo faccio secondo un programma che avevo messo a punto personalmente qualche anno fa.

Cosa c’è in questo report?

Quanti chilometri, quante ore ha passato in quella determinata zona, la critical power… e li confronto con gli anni precedenti. Per esempio, ormai sono parecchi anni che lavoro con Elisa Longo Borghini e di lei posso fare lunghi confronti. In base a questi inizio a pensare dove posso migliorare ancora, se ho sbagliato qualcosa… incrociando il dato numerico, ma anche ciò che mi ha detto l’atleta. Perché poi il confronto numerico resta importante, ma non vanno dimenticate le sensazioni del corridore. Per esempio nell’analisi generale c’è scritto anche se quell’atleta paga più o meno il fuso orario. In questo caso si cerca di non farlo allontanare troppo dall’Europa. O se soffre di sinusiti o raffreddori frequentemente, allora gli consigliamo di allenarsi maggiormente al caldo.

Voi per esempio siete in ritiro, e così altri team, è il cosiddetto ritiro senza bici: a cosa serve? E perché è importante farlo? E come ci “s’incastra” il lavoro del preparatore?

Il report e il ritiro sono importanti perché con la fine della stagione inevitabilmente si è già proiettati con la testa verso l’anno nuovo. E poi è un ciclismo veloce quello attuale, a gennaio si va a correre. Quindi s’imposta anche la preparazione, almeno i macrocicli, di carico e scarico, in base ai grandi obiettivi, tanto più che nel 2024 ci saranno anche le Olimpiadi. C’è un planning da individuare.

Incrociare i dati oggi è più facile da una parte, ma più difficile dall’altra, vista la mole d’informazioni che si accumula con i nuovi software
Incrociare i dati oggi è più facile da una parte, ma più difficile dall’altra vista la mole d’informazioni che si accumula con i nuovi software
Da cosa vedi i miglioramenti dei tuoi atleti?

Innanzitutto dai risultati e dalle prestazioni in gara: ciò che più conta. Poi dai dati legati principalmente alla soglia, alla forza… Ma c’è anche la valutazione tattica: come si è affrontata la corsa, se si è più o meno tranquilli, se si sono commessi errori.

Prima, Paolo, hai detto che stili un report, nel tuo caso va a finire “sulla scrivania” di Guercilena, il team manager, o comunque alla dirigenza?

No, il report è più una cosa mia personale, figlia di un mio metodo di lavoro affinato negli anni. Non è la squadra che me lo richiede. Poi chiaramente se individuo qualche aspetto o qualche dato particolare, lo condivido sia con l’atleta che con il capo della performance, Josu Larrazabal, e da lì con gli altri coach.

L’altro giorno parlando tra le righe con Michele Bartoli, anche lui preparatore, ci aveva detto che stava preparando le “schede dei consigli” per atleti per affrontare questo periodo di stacco. Anche per te è così?

Noi, anche se non abbiamo ancora tutto il calendario, sappiamo già chi correrà a gennaio. Ed è importante saperlo ora. Di solito questi atleti sono quelli che hanno smesso prima e pertanto faranno un percorso diverso. Magari lo stacco lo hanno già fatto e tutto s’imposta diversamente. Questo per dire che i consigli si danno, ma individualmente. Riprendo l’esempio della Longo, con tutto quello che le è successo quest’anno, abbiamo deciso di farle osservare uno stop un po’ più lungo per consentirle di recuperare meglio.

E cosa riguardano questi consigli? 

Sono consigli generali che riguardano soprattutto l’alimentazione e la gestione dell’attività. Lo stacco è importante soprattutto di testa. Quindi okay le attività alternative, ma senza stress. Non solo, ma gli consigliamo di fare eventuali interventi in questi giorni. Per esempio, se qualcuno deve fare qualche intervento ai denti, al naso… cose da non fare in corso d’opera per non perdere tempo prezioso. C’è ancora un’altra cosa sulla quale batto molto: la posizione in bici più dettagliata.

Nella progettazione delle lunghe trasferte vengono prese in considerazione anche le reazioni al fuso orario, qui la Lidl-Trek in Giappone
Nella progettazione delle lunghe trasferte vengono prese in considerazione anche le reazioni al fuso orario
Cioè?

Con i nuovi o se ho un atleta che aveva un problema più evidente, insisto perché si attivino nel fare i vari test biomeccanici, tanto più che il peso è ancora buono e la muscolatura è ben definita. Questo vale anche per il vestiario. Le misure per un body da crono meglio prenderle adesso che non fra due mesi quando magari il corridore ha due o tre chili in più.

Come condividi il tuo report?

Invio un’email all’atleta, ma preferisco accompagnarla da un colloquio, meglio ancora se di persona. Per esempio, prima di venire qui negli States mi sono appuntato alcune cose per parlare con alcuni atleti e gli do queste indicazioni.

Restiamo sul report: su quale aspetto si sofferma il preparatore? C’è un dato in particolare che analizza?

Un dato solo non c’è, ma se guardo un dato metto in relazione le critical power tra un anno e l’altro, tra mese e mese… E tra i periodi che m’interessano. A quel punto vedo se siamo arrivati all’appuntamento “X” con la forma giusta. Perché se i massimi valori sono stati espressi durante l’obiettivo, va bene. Ma se un mese prima i valori erano più alti che in gara, allora vuol dire che si poteva fare meglio. A quel punto, come dicevo prima, inizio a pensare: “Qui mancava questo”. “Qui potrei fare così”… e di conseguenza immagino come fare, che poi a me piace cambiare. Okay, alcuni concetti base sono intoccabili, ma poi mi piace dare nuovi stimoli: è importante sia per l’atleta che per me come preparatore.

“Nuovo ciclismo”: il punto di vista di Simon Pellaud

19.10.2023
4 min
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LECCO – Il ciclismo come lo viviamo oggi è sempre più veloce, ma è bello ed emoziona. Ci vuole equilibrio nel fare le cose e capire cosa ti chiede il tuo fisico. Abbiamo incontrato Simon Pellaud nella giornata che ha anticipato Il Lombardia, di ritorno dalla Malesia e pronto gettarsi nella mischia dell’ultima classica di stagione.

Con lui abbiamo affrontato il tema di questo ciclismo moderno, che è cambiato tanto e che evolve senza soluzione di continuità. Ritagliarsi un ruolo e capire cosa fare al momento opportuno, aspetti importanti per stare bene ed avere una carriera longeva.

Pellaud a sinistra è anche uomo squadra (foto BMC)
Pellaud a sinistra è anche uomo squadra (foto BMC)
In questi anni il ciclismo è cambiato?

Tantissimo. Il ciclismo è cambiato parecchio, nei materiali per via di una ricerca estrema, spesso anche noi atleti siamo coinvolti nello sviluppo delle nuove bici, ma anche da parte degli stessi corridori, soprattutto quelli più giovani. Ma sono cambiate anche le tattiche di gara, soprattutto nelle corse di un giorno. Prima era difficile trovare un corridore in fuga con la maglia di un team top level, ora invece è la normalità.

Sono i motivi principali delle medie orarie sempre più elevate?

Sicuro, perché tutte le squadre vogliono piazzare un uomo nel gruppo di testa ed il contachilometri va sempre più su. Ma al tempo stesso ogni gara è diventata come una lavatrice che gira fortissimo ed inevitabilmente, ad un certo punto ti sbatte fuori.

Un modo di evitare lo scontro direttO con i grandi protagonisti?

Penso che è un modo per farsi vedere e far vedere la maglia, come è sempre accaduto, ma si, è un modo che permette di azzardare qualcosa, aggirando lo scontro diretto. Avere a che fare con Roglic, Pogacar e altri di questo calibro, non è facile.

Pellaud al recente Giro di Lombardia, con la nuova BMC
Pellaud al recente Giro di Lombardia, con la nuova BMC
Hai 31 anni, ti senti vecchio?

Non mi sento vecchio, perché mi sento ancora capace e ho voglia di fare fatica. In alcuni momenti capisco il valore aggiunto dell’esperienza degli anni vissuti ed è un boost importante che mi aiuta ad andare avanti con serenità.

Questione di equilibrio?

Si, in un certo senso è così, è anche una questione di equilibri e capire fino a dove posso arrivare. Mi sono reso conto che non ho i numeri da extraterrestre di alcuni fenomeni di oggi, ma riesco a fare delle buone performance protratte nel tempo. Sono uno di quei corridori che vanno bene un po’ ovunque. Per la tipologia di atleta che sono le opportunità di vittoria, oggi come oggi, si riducono, ma è ancora possibile mettersi in mostra.

Prova di fuga alla Strade Bianche (foto Simona Bernardini)
Prova di fuga alla Strade Bianche (foto Simona Bernardini)
Capire quando è il momento giusto per la fuga?

Il momento giusto per la fuga e farsi vedere, il momento giusto per dare una tirata in testa al gruppo e lavorare per i compagni, o magari allungare in discesa. Il momento giusto per stare al coperto e vedere cosa succede davanti.

Ti piacerebbe tornare a fare le tue cavalcate al Giro, davanti a tutti?

Di sicuro se il prossimo anno farò il Giro d’Italia, mi vedrete la davanti. Sono cosciente che non potrò fare gli stessi numeri di quando ero alla Androni, come dicevo il ciclismo è cambiato e cambierà molto, ma andare all’attacco è qualcosa che mi appartiene.

Quanti giorni di gara hai nelle gambe?

Considera che noi come Tudor non abbiamo fatto i grandi Giri. Io sono il corridore che ha corso di più e chiuderò il 2023 con più di 70 giorni di gara, che è molto. Mi piace allenarmi, ma sono un corridore e mi piace di più competere. Io dico sempre ai miei direttori sportivi, se sto bene voglio correre e posso aiutare gli altri.

Il periodo di riposo quest’anno sarà in Europa (foto Cassandra Donne)
Il periodo di riposo quest’anno sarà in Europa (foto Cassandra Donne)
Come gestirai il riposo in vista del prossimo anno?

Di solito faccio un mese, ma non mi piace staccare completamente, preferisco rimanere attivo. Se faccio tre giorni consecutivi di spiaggia e senza fare nulla, divento matto. Esco in bici molto tranquillamente, senza watt e magari solo per prendere un caffè, qualche volta con la mtb in mezzo alla natura. Vado a camminare, l’importante è rimanere con la testa libera. Con tutta probabilità questo inverno rimarrò in Europa con mia moglie, negli ultimi anni ci spostavamo in Colombia.

Van Aert e Van der Poel: il bilancio di Bartoli un anno dopo

19.10.2023
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Wout Van Aert e Mathieu Van der Poel con Bartoli un anno dopo. Il grande ex toscano, oggi preparatore, aveva stilato un bilancio e un’analisi tra i due. Dopo una stagione tanto diversa per l’olandese e il belga non possiamo non riprendere il discorso.

Ma prima un rapidissimo sunto di cosa è stato il loro 2023. Van der Poel vince il mondiale di cross a gennaio in volata sul rivale, ma perdendo quasi tutti i duelli di avvicinamento con Van Aert. Segue un periodo di stacco molto simile, poi una primavera che si chiude per entrambi con la Roubaix. Il Tour, il mondiale (Van Aert ha fatto anche la crono, Van der Poel no) e poi un finale leggermente differente.

In totale 46 giorni di gara su strada per Van der Poel, 54 per Van Aert. I due quest’anno hanno gareggiato insieme 31 volte: in 17 occasioni è arrivato prima Van Aert, in 14 Van der Poel. Solo che il corridore della l’Alpecin-Deceuninck ha vinto alla Roubaix, alla Sanremo e al mondiale.

Michele, partiamo appunto dal quadro d’insieme della loro stagione. Che idea ti sei fatto?

Il rendimento è stato super per entrambi, il risultato super per uno solo, Van der Poel chiaramente. Io pendo per Van Aert, ma in quanto all’essere vincenti, se VdP continua così gli dà un bel distacco.

Mondiale di cross, VdP batte Van Aert e da quel momento l’annata prende la direzione in favore dell’olandese
Mondiale di cross, VdP batte Van Aert e da quel momento l’annata prende la direzione in favore dell’olandese
Come mai questa differenza?

Perché Van Aert è troppo generoso, è sempre preso anche nelle dinamiche di squadra. Lui è sempre protagonista anche nelle corse a tappe, grandi o piccole che siano. Mentre Van der Poel si stacca, recupera, non fa la stessa fatica e questo oltre che dargli un risparmio fisico, gli porta anche un risparmio di energie mentali. Lo fa essere più “cattivo”, più pronto nelle tappe in cui punta. Il che è fisiologico. 

Chiaro…

Accumuli voglia, desiderio, puoi fare un picco più marcato. Su 60 gare, Van Aert ne fa 55 a tutta, Van der Poel ne fa 20, ma quelle 20 le centra.

Ci avevi detto che prima o poi avrebbero dovuto scegliere se continuare con il ciclocross. Inizieranno a pensarci davvero? Van Aert ha detto che vorrebbe fare qualcosa di meno in tal senso…

Quella era ed è la mia idea. Anno dopo anno il non staccare diventa pesante sul piano psicologico. Poi magari loro hanno una grande convinzione e mentalmente sono ben predisposti, ma con l’andare avanti dell’età le cose cambiano. A me per esempio se a 27-28 anni avessero detto che a 33 non avrei più avuto la stessa voglia, li avrei presi per matti. Gli avrei risposto che avrei corso fino a 40 anni. Ma poi a un certo punto inizi ad avere più bisogno di recupero. E’ anche vero che loro di super hanno tanto e di umano poco!

Van der Poel al lavoro per Philipsen, l’olandese quest’anno è stato anche gregario
Van der Poel al lavoro per Philipsen, l’olandese quest’anno è stato anche gregario
Michele, quanto conta anche l’aspetto economico riguardo al cross? Oppure lo fanno per solo passione? O magari per abitudine?

Io dico passione. Chiaro che la parte economica ha importanza ma credo che loro non abbiano bisogno di quello.

E facendo un discorso di preparazione, se lo ritrovano o è un boomerang?

Gli serve, è un beneficio. Sono sforzi intensi che da giovane allenarli ha poca importanza, da grandicelli ne ha di più, da “vecchi” si dovrebbe fare solo quel tipo di sforzo, perché i fuorigiri si perdono più facilmente.

Ma questo non cozza un po’ col discorso che il cross li logora?

Ma conta anche la mente. Quel tipo di allenamento lo si può ricreare anche senza cross. Se lo fanno non è un danno. Non dico che gli faccia bene, ma dico che non gli fa male. Poi c’è un aspetto da valutare: la percezione della fatica non è sempre uguale. Ad una certa età ti sembra stare al 100 per cento, a tutta, e invece sei al 90 ed è lì che cala la prestazione. Tu magari potresti ancora rendere in quel modo, ma non sopporti più fatica allo stesso livello.

All’europeo Van Aert è 2°: pochi “millimetri” che secondo Bartoli sono dovuti ad un maggior dispendio energetico
All’europeo Van Aert è 2°: pochi “millimetri” dovuti forse ad un maggior dispendio energetico
Nelle “non vittorie” di Van Aert, incidono gli ordini di scuderia? L’altro invece ha carta bianca…

Non so come siano organizzati in Jumbo-Visma e come gestiscano certe dinamiche, ma Van Aert ha più responsabilità e spesso le prende da solo… proprio perché è un generoso. Però devo dire che anche VdP si è messo nei panni dell’aiutante. E anche bene, ma solo per Philipsen. L’altro aveva Vingegaard, Roglic, Kooij, Kuss… VdP doveva lavorare nei finali in pianura, l’altro in salita.

Dopo questa stagione Van Aert lo patisce psicologicamente?

Un po’ credo di sì. Col carattere che avevo io, sapendo che in volata mi avrebbe battuto o che già era davanti, avrei dato una frenatina per fare quarto. Non sarei salito sul podio con quel tipo di rivale. Mi avrebbe dato fastidio.

Van Aert ha anche le crono, VdP la Mtb, ma l’ha gestita col contagocce…

Io infatti non sono sorpreso per i risultati, ma proprio per la sua gestione. VdP è stato bravo. Così come approvo che la sera finale del Tour se ne sia stato tranquillo e non sia andato alla cena con gli sponsor. In certi momenti, al termine di una gara di tre settimane e con un mondiale in testa, stare fuori anche solo due ore in più equivale ad un mese

Il Giappone rilancia Antonio Nibali, in cerca di un futuro

19.10.2023
5 min
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Il ritorno della “fase asiatica” della stagione come si è abbondantemente visto in queste settimane ha fornito molti motivi d’interesse, spesso raddrizzando l’annata di atleti che chiedevano un ultimo squillo prima di resettare tutto. Un esempio in tal senso è quello di Antonio Nibali, il portacolori dell’Astana Qazaqstan Team che dopo una stagione oggettivamente difficile, fatta di tanto lavoro ma senza alcun acuto, è emerso al Tour de Kyushu in Giappone con una notevole seconda piazza finale.

Per il “fratello d’arte” è stato un risultato importante, che gli consente di chiudere l’anno un po’ più tranquillo pensando a quel che sarà. Nibali è in cerca di un nuovo approdo e la tre giorni nipponica sicuramente costituisce una valida carta da giocare al tavolo delle trattative.

Nibali premiato per la sua seconda piazza in Giappone, a 25″ da Zeits
Nibali premiato per la sua seconda piazza in Giappone, a 25″ da Zeits

«Diciamo che questo risultato mi ha dato più morale in chiusura della stagione – racconta il messinese, già in vacanza – perché era una gara di qualità, 2.1 nel calendario Uci. L’Astana aveva avuto l’invito e l’abbiamo affrontata con il forte proposito di portare a casa un risultato importante. Erano tre tappe, ma quella decisiva è stata la seconda, con tanti saliscendi e un circuito di 4 chilometri da fare cinque volte, oltretutto sotto la pioggia che ha reso la frazione davvero dura. Lì il mio compagno di squadra Andrey Zeits ha guadagnato un buon vantaggio, io l’ho coperto agguantando poi la seconda piazza e nella terza abbiamo mantenuto le posizioni».

Che tipo di corsa e soprattutto di ambiente avete trovato?

Le differenze con il ciclismo che siamo abituati a vivere sono profonde. I chilometraggi intanto sono ridotti, la tappa decisiva ad esempio era di 107 chilometri. Poi si va sempre a tutta, sembra un po’ di tornare indietro nel tempo, all’attività dilettantistica. Quando ci sono squadre europee di peso tengono unita la corsa, lì invece non c’è legge, è anarchia completa, tutti contro tutti. E’ un modo di correre più difficile da interpretare e l’ultima tappa lo ha confermato.

Il siciliano con Zeits: la coppia ha lavorato benissimo cogliendo una doppietta che è oro per l’Astana
Il siciliano con Zeits: la coppia ha lavorato benissimo cogliendo una doppietta che è oro per l’Astana
Come?

Noi eravamo davanti in classifica e i compagni correvano in protezione. Gli altri ci attaccavano, ma quel che sembrava assurdo è che non facevano gioco di squadra. Magari si facevano la guerra anche corridori dello stesso team. Alla fine sono andati via tre corridori che non avevano peso nella classifica e noi abbiamo tenuto il gruppo per proteggere le nostre posizioni.

Che voto daresti alla tua stagione?

Diciamo che non andrei oltre il 6 e mezzo. Ho avuto alti e bassi per tutto l’anno, ma ho sempre fatto il mio dovere, lavorato per gli altri. Oltretutto ho affrontato una stagione fatta di gare di altissimo livello, quelle davvero difficili. I risultati non sempre arrivano e chiaramente pian piano ti senti erodere, per questo aver chiuso così bene è una boccata d’ossigeno che era necessaria.

Nibali e Zeits non hanno avuto rivali, per il messinese è stato il miglior risultato della stagione (foto Instagram)
Nibali e Zeits non hanno avuto rivali, per il messinese è stato il miglior risultato della stagione (foto Instagram)
Questo era il tuo primo anno senza Vincenzo al tuo fianco: ne hai sentito la mancanza?

Non molto, perché normalmente seguivamo calendari molto diversi, se andate a guardare gli annuari sono pochissime le volte che abbiamo corso insieme. Nel 2022 ad esempio abbiamo fatto una sola giornata di corsa in comune. Diciamo che ho notato come la sua assenza in questo ciclismo si senta, è mancato il tifo nei suoi confronti, questo sì.

Siete in contatto?

Sempre, ci sentiamo spesso e non mi fa mancare mai i suoi consigli. Quando vivi in questo ambiente ti accorgi però di come i valori cambino, è la squadra stessa che diventa la tua famiglia. Con i suoi corridori ma anche lo staff. Condividi giorni, esperienze, anche pensieri.

I fratelli Nibali, compagni di squadra ma raramente impegnati nella stessa gara
I fratelli Nibali, compagni di squadra ma raramente impegnati nella stessa gara
In Giappone avevate un leader conclamato?

No, abbiamo lasciato che la corsa stabilisse le gerarchie, la cosa importante era poter sfruttare quest’occasione per ottenere il massimo possibile, ognuno lavorava per le finalità di squadra. Poi le giornate di corsa hanno assestato la classifica premiando Zeits e me.

Che cosa chiedi alla prossima stagione, soprattutto a che cosa guardi nella scelta di un nuovo team, quali sono le tue richieste?

Io vorrei poter affrontare un calendario più ricco dal punto di vista quantitativo, visto che quest’anno ho affrontato 53 giorni di corsa senza particolari problemi fisici. Posso sicuramente fare di più, ma anche attraverso un calendario diversificato, con gare importanti e altre più alla mia portata, dove possa puntare a fare qualcosa. Ormai alla mia età mi sono inquadrato, ho ben chiare le mie possibilità, quello che posso garantire.

Antonio secondo nella seconda tappa disputata sotto l’acqua (foto Instagram)
Antonio secondo nella seconda tappa disputata sotto l’acqua (foto Instagram)
In quale ambiente hai vissuto, com’era l’atmosfera all’Astana?

Domanda non facile… E’ un team alle prese con molti cambiamenti in un ciclismo che è cresciuto tantissimo e che richiede budget sempre più alti. Un’evoluzione generale che ci ha un po’ penalizzato, in alcune cose come ad esempio gli allenamenti siamo rimasti un po’ indietro. Prima l’Astana era squadra per corridori da grandi Giri, ma ci si è giocoforza dovuti convertire alle corse d’un giorno o alle brevi corse a tappe.

Eppure i nomi ci sono…

Sì, ma secondo me non è normale che gente come Moscon, Ryabushenko, Felline non riescano più a entrare neanche nei primi 10, è gente con talento purissimo. Io credo che questa evoluzione, il lento retrocedere nelle gerarchie – magari anche per acciacchi, incidenti, mera sfortuna – abbia pesato un po’ moralmente, costituendo un fardello difficile da sopportare. Spero che ci sia un’inversione di tendenza perché a questo team sono affezionato, qualunque sia il mio destino.

A Trento con Roglic tra passato, presente e futuro

19.10.2023
5 min
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TRENTO – Un abbraccio rosa e sogni a tinte gialle. Dopo aver fatto da grande ospite alla presentazione del Giro d’Italia 2024, Primoz Roglic si è raccontato al Festival dello Sport di Trento, ripercorrendo la sfavillante carriera fino al trionfo sul Monte Lussari che gli ha consegnato la sua prima Corsa Rosa dopo le tre affermazioni alla Vuelta (in apertura, foto di Mattia Pistoia). Ora resta il Tour de France per chiudere il cerchio e, proprio perché l’ex campione mondiale juniores di salto con gli sci non è uno che si accontenta, ecco la nuova sfida con la Bora-Hansgrohe.

Il giorno dopo la presentazione del Giro d’Italia, Roglic ha incontrato il pubblico di Trento (foto Il Festival dello Sport/Mattia Pistoia)
Il giorno dopo la presentazione del Giro d’Italia, Roglic ha incontrato il pubblico di Trento (foto Il Festival dello Sport/Mattia Pistoia)
Comincia una nuova era: che cosa ti aspetti?

Le aspettative non devono mai essere troppo alte, perché altrimenti c’è il rischio di rimanere delusi. Diciamo che voglio rimanere sorpreso, non vedo l’ora di scoprire tutto. Voglio vedere come lavorano e come sono, ma dall’altro lato spero che ci stimoleremo a vicenda per essere i migliori.

Hai parlato con Jay Hindley alla presentazione del Giro?

Un pochino sì. Abbiamo già avuto qualche incontro informale con lo staff e questa settimana ci sarà il primo raduno tutti insieme, per cui sono davvero curioso di conoscere tutti.

Hai detto che hai cominciato a pensare al cambio di squadra a inizio 2023: perché?

Sono passato dal salto con gli sci al ciclismo, un cambiamento direi abbastanza marcato, mentre stavolta passo soltanto a un’altra squadra, per cui direi che le differenze sono minori. Sono una persona che ama le nuove sfide, provare cose differenti. Quando ti trovi ai piedi di una salita, devi arrivare in cima, ma per farlo ci vuole un percorso e non sai cosa troverai dopo, finché non l’hai raggiunta. Per me è così, andare a caccia di qualcosa di diverso.

Il 27 maggio Roglic vince la cronoscalata del Lussari davanti ai suoi tifosi: il Giro è conquistato
Il 27 maggio Roglic vince la cronoscalata del Lussari davanti ai suoi tifosi: il Giro è conquistato
Perché proprio la Bora?

Diciamo che è andato tutto così veloce, alla fine. Tante squadre erano interessate, ma poche diciamo che avrebbero potuto permettersi di avermi in squadra. Da quando abbiamo parlato con Bora, c’è stato subito entusiasmo e abbiamo trovato immediatamente un buon feeling, andando alla ricerca di una sfida comune. Vedremo come andrà nel corso della prossima stagione.

Come la lasci la Jumbo-Visma?

Diciamo che non è stata un’avventura passeggera. Abbiamo cominciato insieme nel 2016 e insieme siamo arrivati al vertice. Il ciclismo è cambiato molto e tante squadre ora lottano per la vittoria, per cui sarà divertente. Lascio la miglior squadra del 2023, quindi non mi aspetto di trovarne una ancora più forte, è chiaro, ma vedremo cosa porterà il futuro

Pensi mai al Tour che ti ha strappato Tadej Pogacar nel 2020?

Avrei potuto vincere quel Tour, è vero, ma forse poi non avrei ottenuto tanti altri successi: posso affermare che quel secondo posto mi abbia insegnato molto. Tutto dipende sempre da come guardi quello che ti capita nella vita. Puoi essere deluso, ma devi sempre prendere qualche aspetto positivo da cui ripartire per costruire il tuo futuro. 

Roglic ha avuto la conferma di essere uno dei beniamini dei tifosi italiani
Roglic ha avuto la conferma di essere uno dei beniamini dei tifosi italiani
Ci racconti qualche retroscena dell’ultima campagna spagnola?

Alla Vuelta ci siamo trovati in una nuova posizione, con tre compagni ai primi tre posti. Forse, se mi fossi spinto al limite, avrei potuto distruggere questo quadretto, ma non si può mai sapere quello che sarebbe potuto succedere. Il ciclismo è uno sport di squadra ed ero il primo a essere felice perché Sepp se l’è davvero meritata. E’ stato il migliore e non ha mostrato debolezze. E’ stato incredibile essere sul podio con i due ragazzi che sono cresciuti alle mie spalle e hanno imparato qualcosa anche da me, diventando campioni. E’ stato speciale essere parte di questa storia.

Pensi che avrai più libertà nella nuova squadra?

Direi soprattutto in alcune corse, in particolare al Tour de France. Ho sempre voluto avere il massimo supporto, con 7 compagni che lavorano soltanto per me e prima era impossibile. Voglio vincere ancora tanto, sono affamato, ma preferisco prendere una cosa alla volta e godermi quello che faccio, senza caricarmi di troppe pressioni. So quello che manca nel mio palmares e tutto quello che, invece, ho vinto: il Tour non è un’ossessione.

Che consiglio daresti ai giovani che sognano di seguire le tue orme?

Abbiate passione e godetevi quello che fate. Lottate sempre per quello che amate, non è mai facile, ma per ottenere le vittorie più dolci, dovete spingervi oltre i vostri limiti e superare ostacoli che a volte sembrano insormontabili.

Nel 2023 Roglic ha vinto il Giro d’Italia, in precedenza per tre volte la Vuelta (foto Il Festival dello Sport/Mattia Pistoia)
Nel 2023 Roglic ha vinto il Giro d’Italia, in precedenza per tre volte la Vuelta (foto Il Festival dello Sport/Mattia Pistoia)
Hai mai pensato a quanto ancora potremmo goderci le tue gesta in sella?

Ho cominciato tardi col ciclismo, per cui non mi metto a contare gli anni. Quando hai la possibilità di coronare i tuoi sogni, devi continuare a farlo finché ti piace. Continuerò a pedalare finché mi diverto, mi piace e sono felice di come mi colloco nel mondo del ciclismo. Quando capirò che è tempo di dedicarmi ad altro, darò spazio ai giovani che stanno emergendo velocemente.  

Ci ricordi che cosa ti ha portato dalla neve all’asfalto?

Quando avevo 22 anni e non ero ancora un campione olimpico e la mia carriera non stava andando secondo i piani, ho capito che forse era ora di cambiare sport. Mi sono reso conto che il ciclismo era fatto per me e così mi sono lanciato in questa sfida. Il salto con gli sci era una disciplina totalmente diversa e sono passato da fare uno sforzo di pochi secondi a uno di ore. Però, il background che avevo mi è servito, in particolare la meditazione e le tecniche di visualizzazione, mentre ho dovuto lavorare tanto sulla resistenza. La tenacia è stato sempre uno dei miei punti forti.

Merida Silex, molto oltre un vestito dipinto con l’iride

19.10.2023
7 min
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La nuova Merida Silex è la bici Campione del Mondo gravel, eppure la competizione è solo una delle tante interpretazioni che permette questa piattaforma di prodotti. Abbiamo chiesto a Mohorich di presentarcela nell'immediato post Mondiale

REGGIO EMILIA – La Merida Silex è campione del mondo gravel grazie a Matej Mohoric. Poco più di due settimane prima del suo lancio ufficiale, la nuova Silex ha tagliato per prima il traguardo del secondo mondiale gravel della storia. Di sicuro il migliore spot possibile.

La Merida Silex cambia pelle e vestito, ma senza stravolgere completamente il progetto originale, diventando così una bici che strizza l’occhio anche al gravel race. Sotto il profilo del design mutua alcune soluzioni della Scultura e della nuova Endurance GR (il layout del carbonio della Silex è diverso e specifico). Entriamo nel dettaglio.

Mohoric al traguardo di Pieve di Soligo
Mohoric al traguardo di Pieve di Soligo

Merida, il design e i dettagli

La tubazione dello sterzo con la nervatura nella sezione superiore. Il piantone, facilmente accostabile a quello della Scultura, come l’integrazione del blocchetto di chiusura del reggisella (con diametro da 27,2 millimetri). Ma anche il punto in cui si uniscono gli obliqui ai foderi bassi, che in parte ricorda quello della Reacto.

Sono molto più che semplici dettagli e rappresentano delle soluzioni tecniche che fanno parte del nuovo DNA dell’azienda taiwanese che progetta completamente in Germania.

Gravel prima di tutto

La nuova Silex è una bici gravel prima di tutto, con geometrie moderne (l’angolo dello sterzo a 69,5° comune a tutte le taglie) e con un concetto di sviluppo che punta alla versatilità. Proprio in quest’ottica sono una conferma la possibilità di montaggio delle borse sulla forcella (sopra l’orizzontale e anche nella zona a ridosso del nodo sella), il terzo portaborraccia sotto l’obliquo ed il dropper-post telescopico da 27,2 millimetri di diametro, ma anche i parafanghi (anteriori e posteriori).

Si può montare il deragliatore per la guarnitura con la doppia corona. Inoltre c’è anche il nuovo FeedLock sul tubo obliquo per il portaborraccia, che nell’eventualità può essere sostituito con il supporto tradizionale con le due viti (e i magneti FeedLock possono essere montati sulle viti del profilato verticale).

Nuove soluzioni per la Silex

Facendo un passo indietro e tornando ad argomentare le quote geometriche, ci troviamo una nuova Merida Silex più lunga (grazie ad un reach maggiorato) che permette di sfruttare attacchi manubri più corti. Una soluzione mutuata da diverse aziende che hanno un know-how importante in ambito mtb. La nuova Silex però ha accorciato lo sterzo ed allungato i foderi della forcella, nell’ottica di offrire tanta stabilità.

Si possono montare pneumatici fino a 45 millimetri di sezione (42 quando ci sono i parafanghi), una corona con un massimo di 46 denti (monocorona) e il plateau 50-34 (in caso di corona doppia). Molto importante è l’aspetto tecnico legato al diametro dei dischi freno, che arriva fino a 180 millimetri (buona parte delle gravel presenti sul mercato permettono una tolleranza massima di 160 millimetri).

Cuscinetti e manutenzione facilitata

La scatola del movimento centrale è una classica BSA con filettatura e larga 68 millimetri. Significa che i cuscinetti sono montati esternamente al telaio con le apposite calotte, non sono a pressione. Il design dei foderi bassi del carro in questo punto limita in parte il montaggio di power meter con sensore alla pedivella non-drive.

I telai disponibili sono due, uno in carbonio CF (il modulo di carbonio è comune a tutte le nuove Silex ed ha un valore dichiarato di 1.220 grammi) e quello in alluminio (1.900 grammi dichiarati). La forcella è full carbon (540 grammi) ed è comune a tutti gli allestimenti. La nuova Merida Silex è compatibile con la forcella ammortizzata Rock Shox Rudy.

Allestimenti e prezzi

Le taglie disponibili sono 5, dalla XS fino alla XL. Le versioni per la Silex in carbonio CF2 sono 3 (nei prossimi mesi ne arriverà una quarta): 10K, 7000 e 4000. Per la Lite con telaio in alluminio sono 3: 700, 400 e 200. Per ora non è prevista “la Team Replica” come quella di Mohoric.

Le Silex 10K sono quelle che prevedono il dropper-post (Sram Reverb Wireless), la trasmissione Sram Red eTap AXS (con deragliatore Eagle) e monocorona anteriore (power meter Quarq incluso), oltre alle ruote Reynolds in carbonio.

Merida Silex 7000, che si basa sulla nuova trasmissione meccanica Shimano GRX 12v e monocorona, ha le ruote Easton in alluminio e adotta il reggisella tradizionale (in carbonio). La 4000 ha la sempre la trasmissione Shimano GRX, ma con la configurazione a doppia corona e 10 rapporti posteriori.

In ambito alluminio, la configurazione 700 è molto versatile e strizza l’occhio anche ai bikers. La trasmissione GRX820 prevede la corona singola, ma la scala 10-51 per i pignoni. Le ruote sono Easton EA70 in alluminio. Gli allestimento 400 e 200 hanno le trasmissioni Shimano con la doppia corona anteriore. Dalla base del listino, fino all’apice il range di prezzo è compreso tra i 1.500 e 10.500 euro

Le prime pedalate sulla cresta appenninica dietro Reggio Emilia (foto Merida)
Le prime pedalate sulla cresta appenninica dietro Reggio Emilia (foto Merida)

Le prime impressioni

Quello che emerge fin dalle prime battute è la grande stabilità. La nuova Silex è estremamente stabile, lo è nella zona dell’avantreno e lo è anche nel retrotreno. Non è una bicicletta nervosa e perentoria nelle risposte, si percepisce anche una certa lunghezza dell’interasse, il tutto a vantaggio del comfort e della sicurezza anche quando si affrontano punti off-road particolarmente scassati.

E’ facile capire che questa bici nasce prima di tutto per essere una gravel versatile, ben equilibrata e che permette un approccio semplificato da diverse tipologie di utenza e quando si apre il gas è comunque gratificante perchè non è “comodona”. Abbiamo pedalato la versione 7000, senza il reggisella telescopico.

Merida