Pasqualon e Caruso, riferimento per i giovani della Bahrain

28.10.2023
6 min
Salva

Ce lo aveva raccontato lo stesso Pellizotti nell’ultima intervista su Antonio Tiberi: Caruso e Pasqualon sono degli ottimi riferimenti per i giovani italiani della Bahrain Victorious. Nel 2023 i giovani erano 4: Milan, Tiberi, Zambanini e Buratti. La prossima stagione andrà via Milan e arriverà Bruttomesso. Tanti ragazzi all’inizio della propria carriera che si possono rapportare con chi ha una grande esperienza in gruppo. 

Pasqualon in questi giorni si trova in vacanza, il 35enne veneto è abituato da anni ad essere una figura di riferimento, ed esserlo anche per i giovani della sua squadra è stato quasi naturale.

«Caruso ed io – ci dice Pasqualon – diamo consigli perché i corridori giovani si fidano di noi. Spesso la sera li prendiamo e facciamo una passeggiata con loro, è capitato durante il ritiro al Foscagno. Li portiamo a fare il giro del lago, è un modo per farli evadere e far sì che entrino in contatto con noi».

Durante i ritiri Pasqualon e Caruso passano tanto tempo con i più giovani (foto Instagram)
Durante i ritiri Pasqualon e Caruso passano tanto tempo con i più giovani (foto Instagram)

Alimentazione e testa

Ma su cosa sono più curiosi questi giovani? Dove hanno maggiore bisogno di sostegno? E al contrario, in quali campi si sentono già pronti? Il mondo del ciclismo è cresciuto tanto e i corridori sono sempre più monitorati, ma non tutto passa da test e controlli.

«Si interessano molto sull’alimentazione – spiega Pasqualon – su come gestirla, se fare un recupero più lungo o qualche ora in più di allenamento. Rispetto a quando abbiamo iniziato noi, ora i ciclisti sono molto più seguiti. Abbiamo nutrizionista, preparatore, dietologo, meccanici… Una volta i corridori giovani ti chiedevano più cose, ora si rivolgono a chi di dovere. Però è aumentata la parte psicologica, ovvero come si vive la corsa. Ad esempio in Belgio nella nostra villa di squadra Mohoric ed io prendiamo i giovani e guardiamo le corse insieme: facciamo vedere loro dove sono i punti salienti, dove si può riposare e tutto il resto».

Tiberi nonostante la giovane età non vive le corse con ansia, ma con la giusta pressione
Tiberi nonostante la giovane età non vive le corse con ansia, ma con la giusta pressione
Tu hai corso con Tiberi, Buratti e Zambanini l’ultima Classica Monumento della stagione, com’è andata?

La sera prima del Lombardia ero in stanza con Tiberi, con lui ho condiviso anche la camera al Tour de Pologne. E’ uno molto sveglio, che chiede e ha la capacità di ascoltare. Ha un grande motore, secondo me per il futuro è uno dei prospetti più interessanti per le corse a tappe. Un aspetto che mi ha colpito in positivo è che prima del Lombardia era sereno, non ha dato troppo peso alla corsa, nonostante fosse uno dei corridori di punta. Tiberi io lo chiamo “cavallo pazzo”, è uno a cui piace divertirsi. A Livigno era il primo che sarebbe voluto uscire una sera in più. Ha tanta energia e lo capisco, ma da corridore bisogna imparare anche a dire dei no. 

La vita in ritiro per un corridore giovane può essere difficile…

Per questo ci siamo noi più esperti, per aiutarli a restare concentrati. A Tiberi ho fatto capire che una volta raggiunto un obiettivo, che nel caso del ritiro di Livigno sarebbe stata la Vuelta, poi può rilassarsi un attimo. Ora nel ciclismo tutto fa la differenza e fare la vita del corridore conta davvero molto ai fini del risultato finale. Però Tiberi ha l’atteggiamento giusto, quello del vero campione.

Nella villa della Bahrain in Belgio Pasqualon aiuta i giovani ad orientarsi nelle corse del Nord (foto Charly Lopez)
Nella villa della Bahrain in Belgio Pasqualon aiuta i giovani ad orientarsi nelle corse del Nord (foto Charly Lopez)
Cioè?

Il campione, uno come Pogacar per intenderci, lascia andare tutto: fa la vita da corridore, ma non si fa travolgere dalla cosa. Lo vedi sempre con il sorriso, anche dopo il secondo posto al Tour era sereno. E’ andato da Vingegaard e gli ha dato la mano, non si è mai arrabbiato. Però da queste sconfitte ne è sempre uscito con più grinta, tanto da aver vinto il terzo Lombardia consecutivo. 

Un atteggiamento, quello di essere più sereni, che Buratti e Zambanini non hanno? 

Zambanini è più quadrato di Tiberi e pensa tanto alla bici, forse troppo: si dedica davvero molto al ciclismo. Prima di una classica è molto più teso, ci pensa molto, è un ragazzo tanto emotivo rispetto agli altri due. Se una corsa non va come vorrebbe ci rimane male, anche oltre misura. Il compromesso giusto sarebbe una via di mezzo tra Zambanini e Tiberi. 

Buratti, che è arrivato a metà anno, come si è inserito?

Bene, molto bene. E’ un ragazzo sveglio che ascolta i consigli, quando gli dici qualcosa capisce subito. Anche lui è sereno e tranquillo, al Lombardia l’ho visto andare molto bene, ed anche in Belgio a inizio stagione si è fatto trovare pronto. La grande forza della Bahrain è il gruppo, siamo molto uniti e questo lo si è notato anche al Giro d’Italia.

In che senso?

Non c’erano Buratti e Tiberi, però avevamo altri giovani con noi: Zambanini, Milan e Buitrago. Parlando con Damiano ci siamo detti che è stato uno dei Giri d’Italia migliori, dove abbiamo creato un gruppo super unito. Infatti non è stato un caso che abbiamo vinto la classifica a squadre. 

Per la Bahrain la squadra conta tanto, infatti al Giro hanno vinto la classifica dedicata ai team
Per la Bahrain la squadra conta tanto, infatti al Giro hanno vinto la classifica dedicata ai team
Insomma, il neo arrivato Bruttomesso può stare sereno, la Bahrain è l’ambiente giusto?

Assolutamente. Lui l’ho visto qualche volta con la nazionale, l’ultima volta all’europeo. Avremo modo di conoscerci e di parlare, ma sono sicuro che si troverà benissimo. In squadra abbiamo l’ambiente giusto, con il mix tra giovani ed esperti difficilmente sbagli e questo si vede. 

Merito anche tuo e di Caruso.

Bisogna anche essere in grado di mettere davanti l’interesse della squadra e Damiano ed io siamo stati capaci di farlo. Lui durante la Vuelta è stato un punto di appoggio importante per tutti, come io lo sono stato al Giro. E’ giusto che corridori come noi insegnino ai giovani, ma non tutti hanno il carattere per farlo.

Fuglsang: «Anno sfortunato, ma ho ancora fame»

27.10.2023
5 min
Salva

Tosto, sfortunato, esperto: Jakob Fuglsang non si smentisce. Il danese della Israel–Premier Tech ci racconta della sua stagione e soprattutto di quella che verrà. Di questo ciclismo che cambia alla velocità della luce. Sembra passato un secolo da quando vinse la Liegi, invece è storia del 2019. E lo stesso vale per il Lombardia dell’anno successivo.

Quest’anno Jakob era partito benino. Discrete sensazioni e programmi importanti. Ma già la sua prima gara, il UAE Tour, era terminata con un ritiro. Fuglsang aveva avvertito dei dolori al soprassella. Fu costretto a fermarsi anticipatamente. Da lì il dolore è dilagato. Problemi ai testicoli. Mesi di stop. Alle fine il bilancio del suo 2023 agonistico ha detto: 33 giorni di gara e due sole top ten.

Jakob Fuglsang (classe 1985) in carriera vanta successi di prestigio e anche la medaglia d’argento olimpica a Rio 2016
Jakob Fuglsang (classe 1985) in carriera vanta successi di prestigio e anche la medaglia d’argento olimpica a Rio 2016
Jakob, una stagione difficile…

Sì, decisamente. Non è stato di certo il miglior anno. Ma non c’è niente da fare. Lo butto via e penso a quello prossimo. 

Dopo i tuoi problemi iniziali, alla ripresa questa estate hai avuto altri intoppi in Lussemburgo…

Ho avuto un virus intestinale. Lo aveva preso tutta la famiglia. All’inizio pensavo di averlo evitato, ma la mattina della prima tappa ho vomitato anche io. Davvero una stagione da buttare. Era difficile già ritrovare un buon livello dopo lo stop d’inizio anno, figuriamoci dopo. In più anche il calendario non mi favoriva (la Israel non ha fatto la Vuelta, ndr). Non avevamo moltissime gare da fare. Se ti alleni sempre devi ogni volta fare almeno la prima gara solo per ritrovare il ritmo. Anche questa poca continuità non mi ha aiutato. Il team ha corso molto nella prima parte della stagione. Ma dal Tour de Suisse in poi non c’era tanto da fare… se non facevi il Tour de France.

Come si fa a mantenere la concentrazione e i nervi saldi dopo un’annata del genere?

Posso dire che almeno in queste ultime settimane dell’anno ho corso un bel po’ e non mi sono dovuto allenare troppo. Per il resto, cosa si pensa? Che è il mio lavoro. E in qualche modo si cerca sempre di farlo al meglio in ogni condizione. 

La mente è già all’anno prossimo?

Sì, sì… Già sto pensando che voglio partire bene. E mostrare che quel che mi è successo quest’anno non è perché sono vecchio o non abbia voglia, ma solo perché sono stato davvero sfortunato.

Il danese ama la Strade Bianche anche in virtù delle sue doti di ex biker (iridato U23 nel 2007). Qui con Alaphilippe nel 2019
Il danese ama la Strade Bianche anche in virtù delle sue doti di ex biker (iridato U23 nel 2007). Qui con Alaphilippe nel 2019
Jakob, hai detto che comunque ti sei allenato molto, ma hai corso poco. Come ci si regola in queste situazioni? Continuerai a spingere ancora un po’, oppure osserverai il classico periodo di riposo?

No, riposo. Dopo l’ultima gara (la Veneto Classic, ndr) faccio almeno un paio di settimane di riposo assoluto. Poi riprendo a metà novembre. Magari nel mezzo farò qualcosa altro, non so, correre un po’ a piedi, andare in palestra. Provo sempre a lasciare la bici per un po’. Mi serve anche per la testa e per avere poi la fame di bici quando devo tornare ad allenarmi.

A proposito di palestra, dopo lo stop d’inizio anno quando hai ripreso l’hai fatta?

Assolutamente sì. Sono proprio dovuto ripartire da zero. Dovete pensare che per un mese intero non potevo, e non dovevo, toccare la bici, né fare alcuna attività fisica. Addirittura non potevo stare troppo in piedi. In più dovevo prendere gli antibiotici: cicli intensissimi. Quindi per forza sono dovuto ripartire dalla base.

Sagan ha detto di voler finire come ha iniziato, con la Mtb. Anche tu sei stato un grande biker. Farai la stessa cosa? Ci pensi a questa soluzione?

No, no – ride – io ho ancora un contratto per un anno e non è detto che il prossimo sia l’ultimo. Sto pensando di fare ancora una stagione, specie se andrà bene il 2024. Chiaro che se andrà come quest’anno non ha senso.

E questo ipotetico anno in più è legato alla sfortuna di questa stagione?

No, questa è andata. L’anno in più dipenderà da come andrà la prossima stagione. Ho voglia, voglia di finire ad un buon livello e con le gambe per essere competitivo.

Fuglsang è un ottimo discesista…
Fuglsang è un ottimo discesista…
Hai già in mente qualche obiettivo per il 2024?

Mi piacerebbe fare il Tour de France, anche perché parte dall’Italia, che mi piace tanto, ed è un po’ particolare. In più arriva vicino casa, a Nizza. E poi potrebbe essere il mio ultimo Tour. Per il resto l’obiettivo è quello di partire bene, come ho detto, trovare subito una buona condizione. Anche perché ad inizio anno ci sono classiche, una su tutte la Strade Bianche, in cui vorrei fare bene.

Sei ormai un veterano, i giovani ascoltano oggi? O sanno già tutto, come ci dicono molti?

Pensano di sapere tutto, ma alla fine non è così! Alla fine per me i corridori con esperienza servono ancora. Lo so che tante squadre guardano molto ai giovani e sono tutte alla ricerca del nuovo Remco o del nuovo Pogacar, ma anche ad atleti così servono vicino corridori di esperienza. Anche sotto questo punto di vista per esempio sento di avere ancora molto da dare. Ho anche corso come gregario in passato e so cosa vuol dire. Quindi spazio a noi vecchi!

Ultima domanda, abbiamo toccato il capitolo dei giovani. Nella tua squadra ce n’è uno, italiano, che promette molto bene: Marco Frigo. Cosa ci dici lui?

Marco è fortissimo. Sereno, sostanzioso. Per me può diventare un gran bel corridore e conquistare vittorie di peso. Come si sa, ha qualche problema in discesa, ma ci sta lavorando. Ed è già migliorato molto da quando è venuto da noi. 

Beh, tu ne sai qualcosa delle discese! Avete mai lavorato insieme in tal senso?

Un po’ sì, nei ritiri… 

Colleoni: il futuro all’Intermarché e un presente che lo fa tremare

27.10.2023
4 min
Salva

Kevin Colleoni è di ritorno dal primo ritiro, solamente conoscitivo, con la sua nuova squadra: la Intermarché-Circus-Wanty. Il corridore bergamasco lascia i colori della Jayco-AlUla e riparte dal Belgio. 

«Abbiamo fatto un ritiro di tre giorni – racconta Colleoni – un team building, una cena ed un’uscita leggera in bici. Ci sono stati degli incontri per parlare della stagione 2024, devo dire che l’ambiente mi ha fatto una bella impressione. E’ un po’ come se si ricominciasse da zero, alcune cose sono simili, altre diverse, però mi sono sentito fin da subito parte del gruppo, e questo è bello».

Francesco Busatto, Lorenzo Rota, Kevin Colleoni, Simone Petilli: ecco i quattro azzurri del team belga
Francesco Busatto, Lorenzo Rota, Kevin Colleoni, Simone Petilli: ecco i quattro azzurri del team belga

Obiettivo rosa

La carriera di Colleoni riparte dopo i tre anni trascorsi alla Jayco: con il team australiano è passato professionista ed ha avuto modo di prendere le misure con questo mondo. Cambiare squadra, per lui, vuol dire continuare il cammino e come ci ha già anticipato, assaporare qualche novità. 

«Una similitudine su tutte – ci spiega ancora Colleoni – è come sono organizzate le riunioni, l’approccio al calendario e al programma di allenamento. Una grande differenza, in positivo, è che a grosse linee ho già un programma di gare da qui a metà anno. Dovrei fare il Giro, e di conseguenza, correre la prima parte di calendario in preparazione a questo evento».

Colleoni a colloquio con Petilli, dalla prossima stagione saranno compagni di squadra
Colleoni a colloquio con Petilli, dalla prossima stagione saranno compagni di squadra
Sarebbe la tua prima grande corsa a tappe…

Ho parlato con l’Intermarché di questo mio obiettivo e ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d’onda. 

Nei tre anni in Jayco non hai mai fatto una corsa del genere, come mai?

Nella mia permanenza da loro ho fatto tante corse ed altrettante esperienze importanti, ma una cosa che mi mancava era proprio un grande Giro. Avrei potuto farlo nel 2023, ma un problema fisico mi ha stoppato e devo ammettere che questo non è stato un anno all’altezza.

Cosa è successo?

Una caduta alla Coppa Agostoni del 2022 mi ha causato un problema alla schiena/gamba destra che sto ancora risolvendo. Questo inverno starò fermo fino a quando non avrò le giuste risposte, ora sto facendo delle terapie che spero mi facciano ripartire al più presto. 

Di che problema si tratta?

Non abbiamo ancora trovato una causa, ma ho sempre dolore in quella zona, fino ad una certa intensità è ancora sopportabile, ma sopra soglia è come se avessi un blocco. Probabilmente io e la squadra abbiamo sottovalutato i danni della caduta, ma è anche vero che nel finale del 2022 ho corso come da programma. Il problema è sorto alla Tre Valli Varesine, ma non mi sono fermato. Ingenuamente abbiamo pensato che fossero delle botte. 

Giro dell’Emilia 2022, i segni della caduta dell’Agostoni sono ancora visibili
Giro dell’Emilia 2022, i segni della caduta dell’Agostoni sono ancora visibili
Un anno senza una diagnosi è tanto.

Lo so. Abbiamo fatto tanti controlli ed ho sentito tanti pareri da medici e fisioterapisti. Non abbiamo mai trovato una vera e propria causa, solo tante cose da vedere e sistemare. In primis le calcificazioni che sono uscite a livello osseo. Non avendo fatto esami subito dopo la caduta non possiamo sapere se sono dovute a microfratture o a infiammazioni. 

Con chi hai lavorato principalmente?

Con il mio fisioterapista, Maffioletti. Con lui abbiamo notato che ho il bacino ruotato ed un sovraccarico sulla gamba destra. Il problema è che con la fisioterapia mi sistemano, ma poi la sera sento di avere gli stessi problemi. Ho provato a cambiare anche posizione in bici ma nulla. Probabilmente è un meccanismo di difesa del corpo. Ho fatto tanti trattamenti: tecar, crioterapia, disinfiammazione…

Nel 2023 Colleoni ha collezionato solamente 39 giorni di corsa
Nel 2023 Colleoni ha collezionato solamente 39 giorni di corsa
E non hanno portato a nulla?

Sento di stare meglio al momento, ma poco dopo il problema torna. Questa cosa un po’ mi preoccupa, è il mio dubbio di tutti i giorni. Dopo aver visto cosa ho fatto nel 2023, posso dire che non potrei andare avanti così. Senza problemi fisici ho fatto vedere che posso fare bene, ora ho un limite, dovessi riuscire a superarlo sarei tranquillo perché sono convinto dei miei mezzi. 

Anche perché dopo i primi tre anni da professionista ora è tempo di dimostrare qualcosa in più.

Sono passato da under 23 a professionista, ma ho azzerato tutto, sono due categorie troppo diverse. Quelli fatti prima erano solo dei numeri. Nei primi due anni in Jayco ho fatto tanta esperienza e delle belle gare, vedevo tanti miglioramenti. Il 2023 ha rappresentato un anno di stop che ha bloccato un po’ tutto. Spero di ripartire al più presto.

Tanti piazzamenti per Epis e si apre la porta del WorldTour

27.10.2023
5 min
Salva

A prima vista si potrebbe pensare che la stagione di Giosuè Epis sia stata abbastanza anonima: 2 vittorie, alla Due Giorni Marchigiana (nella foto di apertura Instagram) e al GP Calvatone proprio a fine stagione, in luogo delle 5 dello scorso anno. Invece non è così, perché il bresciano ha portato a casa qualcosa come 20 piazzamenti nei primi 10, risultando l’under 23 italiano che ha ottenuto i migliori riscontri in assoluto nel calendario nazionale. E’ stato sul pezzo da inizio marzo fino alla conclusione di metà ottobre.

A ben guardare quindi c’è stato un progresso, un progresso anche marcato, che ha avuto in conclusione l’approdo di Epis nel team Devo dell’Arkea, quindi entrando sulla strada diretta che porta al WorldTour. Ed è indubitabile che questa costanza di rendimento, questi continui risultati sempre nelle parti altre della classifica abbiamo solleticato l’attenzione dei transalpini.

«Sicuramente – spiega Epis – è stato uno degli elementi che hanno spinto il team a stringere l’accordo con me. In Francia hanno un calendario molto ricco imperniato sulla Coppa nazionale, che porta molti punti Uci ma che è anche un ottimo banco di prova per i più giovani. Tengono che si faccia sempre risultato, che lo si cerchi ed è questa una delle mie caratteristiche».

Epis era al primo anno con la Zalf, dove ha ottenuto 2 vittorie e ben 14 presenze in top 10 nelle gare U23 italiane (foto Instagram)
Epis era al primo anno con la Zalf, dove ha ottenuto 2 vittorie e ben 14 presenze in top 10 nelle gare U23 italiane (foto Instagram)
Che cosa è cambiato per te rispetto allo scorso anno?

Alla mia età una stagione fa la differenza. Dal punto di vista fisico, ma anche della maturazione e della crescita tecnica. Sono sicuramente più pronto per correre. Poi è cambiata la tipologia di allenamento, cercando di programmare un po’ tutta la stagione.

Proprio a questo proposito però, tu non hai avuto pause di rendimento: non pensi che con un calendario diverso, più selezionato avresti avuto alla fine più vittorie in carniere?

Non ne abbiamo la riprova, ma è un’opzione plausibile. Io però non mi sono mai pentito di questa scelta, al di là del fatto che mi ha permesso di approdare all’Arkea. Quest’anno non avevo obiettivi specifici da preparare, quindi la tipologia di allenamento è stata impostata proprio su quel canovaccio: tenere una buona forma tutto l’anno. Correndo con la Zalf andavo incontro anche alle loro esigenze, è un team che tiene a far bene ogni volta che si presenta al via e con tutti i suoi effettivi.

Non sono mancati i momenti difficili, legati soprattutto al Giro Next Gen al di sotto delle aspettative (foto Instagram)
Non sono mancati i momenti difficili, legati soprattutto al Giro Next Gen al di sotto delle aspettative (foto Instagram)
Puoi però dire di aver avuto un picco di forma?

Direi di no, correndo tutto l’anno non sei mai al 100 per cento e nel ciclismo attuale se non sei al massimo puoi lottare per piazzarti, ma vincere diventa molto difficile. Se guardo indietro qualche vittoria è stata forse buttata via, con piccoli accorgimenti il mio bilancio poteva essere più ricco ma va bene così.

A quando risalgono i tuoi contatti con la squadra francese?

Un primo incontro lo abbiamo avuto a maggio. Parallelamente anche l’Astana mi aveva contattato, ma alla fine ho scelto l’Arkea. Come profilo di team, come proposta di attività mi è sembrata quella più adatta a far emergere le mie caratteristiche. E’ chiaro che il prossimo anno cambia tutto, avrò il preparatore della squadra francese, il calendario sarà molto più selezionato.

Il successo di fine stagione al GP Calvatone, battendo Manenti e Rizza (foto Bottom News)
Il successo di fine stagione al GP Calvatone, battendo Manenti e Rizza (foto Bottom News)
Ti ritroverai a correre con i pro’ con i quali quest’anno ti sei confrontato molto poco. Secondo te questo, ora che sei alle porte del ciclismo che conta, è uno svantaggio?

Ho corso con le squadre professionistiche al Giro di Sicilia e in qualche uscita con la nazionale. La mia risposta diciamo che può andare in entrambi i sensi: è chiaro che ho visto proprio in Sicilia come gareggiare contro gente molto più smaliziata ti dà qualcosa in più, vedi come si muovono, entri in un certo mood, ma è vero anche che le gare internazionali U23 hanno un livello talmente alto, come ritmi ma anche come qualità generale che rispetto alle prove professionistiche comuni non c’è poi questa gran differenza. Il discorso cambia se si sale ancora, a livello WorldTour ma questo lo dico da di fuori.

Parlavi di calendario: gareggerai molto più in Francia…

Sì, seguiremo il programma nazionale con qualche uscita fuori, qualcosa anche in Italia ma molto poco. A me non dispiace, quelle sono gare che ho già vissuto con la nazionale, ad esempio la Gand-Wevelgem, con percorsi più lunghi e un clima molto ostico. Ma quello è il ciclismo che piace a me, anche nelle poche esperienze che ho finora avuto mi sono trovato molto bene.

Il bresciano approda ora al team Devo dell’Arkea B&B, per lui un calendario quasi tutto francese
Il bresciano approda ora al team Devo dell’Arkea B&B, per lui un calendario quasi tutto francese
Quando comincia l’avventura?

Partiremo per il primo ritiro il 10 dicembre per la Spagna, ci saranno anche quelli della prima squadra e sarà una prima vera presa di contatto. Voglio farmi trovare pronto e apprendere tutto quel che posso prima possibile perché il mio grande obiettivo è riuscire già alla fine della prossima stagione a strappare il contratto per la prima squadra.

E come gare che target ti sei posto?

Diciamo che ne ho almeno 3: vorrei ottenere un grande risultato alla Liegi e alla Gand-Wevelgem, il terzo riguarda il ritorno al Giro Next Gen nel quale quest’anno non sono andato come volevo, ma questo è più un discorso personale, per rifarmi di quel che mi è mancato.

C’è in te anche un pizzico di rivalsa, con il contratto firmato, verso una stagione nella quale, a fronte della gran messe di risultati, ti sei ritrovato fuori dalla nazionale per le gare titolate?

Non ho particolari rimostranze, certo nella convocazione per i mondiali ci speravo, sentivo di essere fra quelli papabili, ma il cittì ha fatto altre scelte. Magari lo convincerò il prossimo anno a suon di risultati, d’altronde dovranno essere quelli a spianarmi la strada per il WorldTour…

Colbrelli sale in ammiraglia: ha vinto il richiamo della strada

27.10.2023
4 min
Salva

Al momento di salutare il ciclismo, Sonny Colbrelli fu categorico su un punto: non farò il direttore sportivo. Ma la vita, lui lo sa meglio di tanti altri, propone bivi inattesi, così la decisione di salire sull’ammiraglia del Team Bahrain Victorious un po’ stupisce e un po’ no. La squadra ha appena perso Alberto Volpi, ma soprattutto i dirigenti sono consapevoli del grande bagaglio di esperienze del bresciano e di quanto sarebbe utile ai loro corridori.

Rintracciamo Sonny mentre sta guidando alla volta di Milano, per un incontro promosso da Rudy Project sul tema della sicurezza. Volevamo sentirlo da qualche giorno per approfondire la sua scelta e capire che cosa potrebbe dare un atleta come lui, che con il duro lavoro era arrivato ai vertici mondiali, a ragazzi che combattono ogni giorno con il ritmo imposto da altri e una fatica sempre più grande.

«Non lo farò a tempo pieno – ride mettendo le mani avanti – perché ho tanti altri impegni, fra sponsor personali e sponsor del team. Però è giusto anche tenersi attivi. Per cui la settimana prossima andrò a fare l’esame da direttore sportivo e dal prossimo anno si comincia».

Colbrelli non sarà un diesse a tempo pieno: vuole passare più tempo in famiglia (foto Instagram)
Colbrelli non sarà un diesse a tempo pieno: vuole passare più tempo in famiglia (foto Instagram)
Te lo hanno proposto quando Volpi è andato via oppure è qualcosa cui già avevi pensato? 

Quest’anno ho fatto alcune gare e mi è piaciuto. Non voglio stare via troppo tempo perché già da corridore ho fatto tante rinunce per la famiglia e non voglio più veder crescere i miei figli dietro un telefono. Però dall’altra parte, questa avventura mi piace e penso sarà utile soprattutto per i giovani che intraprendono questa nuova esperienza del WorldTour. Che scoprono le classiche. Cercherò di portare loro un po’ della mia esperienza. 

Avete già stilato un calendario?

Non li abbiamo ancora definiti bene, ma credo che quasi sicuramente farò tutto il Belgio.

Come è fatto secondo te oggi il direttore sportivo ideale? 

Chi ha provato il ciclismo di adesso, che è ben diverso da quello di 7-10 anni fa, sa quanto si vada forte ultimamente. Sa quante rinunce e sacrifici bisogna fare più di un tempo e io l’ho provato sulla mia pelle. Anche se mi impegnavo al 100 per cento, dovevo avere sempre qualcosa in più per stare al passo con certi campioni cui magari riesce tutto facile come Pogacar o Van der Poel. Contro quella gente, se ti manca qualcosa e non sei al 110 per cento, non vai da nessuna parte. Me ne sono reso conto nel 2021, quando ho fatto l’anno della vita, vivendo praticamente in altura e curando l’alimentazione in modo quasi maniacale. Se parlate con un corridore di 10-15 anni, fatevi dire quante volte andava in altura in un anno. Una, forse due oppure non ci andava nemmeno. Oppure fatevi dire come mangiava, come impostava la giornata. Adesso il corridore è come un robot, fa tutto in modo schematico. Ha la sua tabella per sapere cosa deve mangiare, in gara e in allenamento. Tu devi solo pedalare, pensare a quello che stai facendo in gara. Al resto ci pensa lo staff.

Per lottare contro i grandi campioni (qui con Van Aert alla Het Nieuwsblad 2022) essere al 100 per cento non basta
Per lottare contro i grandi campioni (qui con Van Aert alla Het Nieuwsblad 2022) essere al 100 per cento non basta
E il direttore sportivo a cosa serve?

E’ quello che capisce il corridore. Si rende conto che se anche si impegna al 100 per cento, il risultato può non essere immediato. Però bisogna supportarlo, non bisogna fargli perdere la concentrazione, perché adesso se vai via di testa, sei spacciato e comprometti la stagione anche se fisicamente sei al 100 per cento. In questo ciclismo a volte serve più la testa delle gambe.

Secondo te in questa fase il direttore sportivo è più utile durante la corsa o in tutto ciò che c’è intorno alla corsa?

E’ difficile prevedere come va una corsa. Puoi anche fare la tattica, però dico sempre che non ho la Play Station per gestire i corridori. Basta vedere come si corrono le classiche. Forse solo la Sanremo ha un andamento lineare, nonostante i colpi di scena che possono esserci scendendo dal Turchino. Però di base il gruppo si spacca 4-5 tronconi e dopo si ricompatta sui Capi. Negli altri casi, abbiamo visto un’Amstel corsa a mille all’ora, il Fiandre, la Roubaix e la Liegi fatte subito pancia a terra. Non mi ricordo di aver visto di recente una Roubaix lineare.

Colbrelli è ambassador di vari marchi fra cui Merida e Vision: la bici della Roubaix è ancora infangata
Colbrelli è ambassador di vari marchi fra cui Merida e Vision: la bici della Roubaix è ancora infangata
Tempo fa dicesti che quando andavi alle corse ti si riapriva un po’ la ferita dell’aver smesso in quel modo…

La ferita c’è sempre ed è sempre viva, anche quando guardo una corsa. Vedo il punto chiave, perché guardarla quando sei stato corridore è tutta un’altra cosa. Vedi tutti i particolari, magari anche gli sbagli, o come si muove una squadra. La mia ferita è sempre aperta, non so quando si rimarginerà. Ci vorrà tempo come ogni cosa che in qualche modo ha lasciato un segno profondo.

Taiwan Kom: sfida a 3.000 metri tra campioni (e costruttori)

27.10.2023
6 min
Salva

In questi primi giorni senza gare ha attirato attenzione la sfida che Simon Yates della Jayco-AlUla ha lanciato indirettamente a Vincenzo Nibali. Anche se sarebbe meglio dire che Giant ha lanciato a Merida. E probabilmente a quest’ora questa sfida a distanza, Simon potrebbe anche averla vinta. L’asso inglese infatti è impegnato nella Taiwan Kom Challenge (in apertura foto Taiwan Cyclist Federation).

Si tratta di una particolarissima gara amatoriale, una granfondo diremmo noi, appunto a Taiwan, laddove vi sono molte fabbriche di bici, su tutti Giant, primo costruttore al mondo.

Simon Yates contro Nibali a distanza. Ma si tratta più di una sfida fra Giant e Merida, primo e secondo costruttore al mondo (foto Instagram)
Simon Yates contro Nibali a distanza. Ma si tratta più di una sfida fra Giant e Merida, primo e secondo costruttore al mondo (foto Instagram)

Giant vs Merida

E’ news sempre di questi giorni il rinnovo della partnership fra il colosso Giant e la squadra del team manager Brent Copeland. In pratica Yates vuole battere il record stabilito da Vincenzo Nibali nel 2017, quando lo Squalo fu invitato da Merida a prendere parte a questo singolare evento.

Si parte dal livello del mare, da Hualien, sulla costa orientale dell’isola, e si arriva ai 3.275 metri di quota del Monte Hehuan, sulla catena del Kunyang, che divide in due Taiwan stessa. Un percorso di 103,5 chilometri, 87 dei quali in salita. La pendenza media della scalata è del 3,5 per cento e quella massima del 23.

Davvero una sfida particolare che in casa Jayco-AlUla hanno già ribattezzato Fight Gravity, vale a dire combattere la forza di gravità.

In sella con Nibali

A dirci qualcosa di più della Taiwan Kom è proprio Vincenzo Nibali, reduce guarda caso da un evento in quota, ma in mtb: la Popo Bike in Messico.

«La Taiwan KOM Challenge una gara amatoriale, tipo la Maratona delle Dolomiti. Si parte tutti insieme ed è aperta anche ai pro’. E’ tutta in salita! Io partecipai perché Merida ci fece questa richiesta. Venivo dalla vittoria dal Lombardia, ma l’affrontai con tutt’altro spirito. Avevamo fatto un grande tour tra le aziende locali. In corsa c’era anche mio cugino Cosimo!  E si può dire che l’abbia vinta anche grazie a lui. 

«Gli dissi: “Dai Cosimo, ma non mi posso mica mettere a rubare la gara agli amatori”. E lui: “No, no… siamo qui e devi vincere. Devi andare forte. E poi è l’unica corsa che faccio con te”. Passammo una settimana in quella parte del mondo, tra le aziende. Andammo anche in Giappone. Fu quasi una vacanza con questa Taiwan KOM Challenge nel mezzo».

«Ora – prosegue lo Squalo – Giant sta portando i suoi corridori migliori per battere il mio tempo di scalata. Brent (Copeland, ndr) ha chiesto a Slongo, che mi seguiva all’epoca, il file di quella scalata perché vogliono battere il mio record. E ci sta. Volevano avere dei dati di riferimento. Loro la imposteranno proprio per battere il mio tempo, correndo in un certo modo. Mentre a darmi una mano io avevo solo mio fratello Antonio. Lui si mise a tirare in salita».

Finale tosto

Il record di Nibali è di 3 ore 19’54”. Se Yates e David Peña, colombiano e abituato a certe quote, correranno con accortezza ce la possono fare. Salvo qualche outsider a sorpresa…

«La Taiwan KOM Challenge – ha detto Yates – è qualcosa di diverso da quello a cui siamo abituati. Si arriva oltre i 3.000 metri partendo dal mare: non ci sono molte salite del genere. Sarà una sfida davvero interessante. In più essere a Taiwan sarà speciale per noi come squadra: è la casa di Giant e sarà bello rappresentare il marchio, incontrare le persone che lavorano dietro le quinte».

Insomma Giant vuol e riprendersi lo “scettro” in casa. E tutto sommato nell’epoca dei social potrebbe essere un colpo di teatro ben piazzato e forse anche simpatico.

«Ricordo che si partiva prestissimo al mattino – riprende Nibali – del tipo che avevamo le luci sulla bici per andare dall’hotel alla partenza. La prima parte era piatta. Si andava verso l’entroterra. Bisognava stare attenti perché, come ho detto, era buio e c’erano anche delle gallerie, ancora più buie. Non si vedeva nulla. Ed erano umide, bagnate.

«La prima parte della salita è regolare, abbastanza veloce direi. Poi la parte finale è dura. Ma proprio tanto dura, specie negli ultimi 3 chilometri. Al livello del Sormano. Poco prima c’era anche un discesetta, abbastanza pericolosa».

Sarà insomma interessante vedere come se la caverà Simon Yates oltre quota 3.000. E se abbasserà il record dello Squalo.

P.S. La gara, come avevamo accennato, si è conclusa più o meno in concomitanza con l’articolo, ed il record è stato battuto. Ma c’è stata una sorpresa. Non hanno vinto i due favoriti della Jayco ma l’australiano Benjamin Dyball, il quale sfruttando il passo che mirava al tempone ha chiuso la scalata in 3 ore 16’09”, tre minuti abbondanti meno di Nibali.

Dall’Asia torna un nuovo Dalla Valle, ma adesso cosa farà?

26.10.2023
5 min
Salva

Anni fa c’era una pubblicità che recitava “Una telefonata può salvarti la vita”. Ciclisticamente lo stesso discorso può valere per una vittoria ed è quello che si augura Nicolas Dalla Valle, tornato dall’Asia con un bottino di punti non trascurabile e la speranza che la sua avventura su due ruote nel mondo del professionismo possa andare avanti.

La vittoria alla quarta tappa del Tour of Hainan, un successo rincorso tutto l’anno (foto Instagram)
La vittoria alla quarta tappa del Tour of Hainan, un successo rincorso tutto l’anno (foto Instagram)

E’ stato un anno sulle montagne russe, quello vissuto dal corridore della Corratec, con tante gare disputate (66), il suo primo Giro d’Italia, ma quel traguardo che non sembrava voler mai arrivare, fino al Tour of Hainan, a quello sprint vincente che ha rasserenato il suo tumultuoso animo. Dalla Valle non ha ancora un contratto per il prossimo anno, il tempo scorre e ogni giorno senza che quel “famoso” telefono squilli (magari anche solo per un messaggio WhatsApp) accresce i dubbi, ma almeno Nicolas, o meglio chi lavora per lui, ha qualcosa di tangibile in mano da mettere sul piatto delle trattative.

«Effettivamente non è stato come lo scorso anno – ammette il ventiseienne di Cittadella – la prima parte dell’anno non ha portato grandi risultati, ma non mi preoccupavo perché era tutto finalizzato verso il Giro d’Italia. La corsa rosa non era semplice per il nostro che è un team piccolo, ma credo di aver dato qualcosa nell’arco delle tre settimane, anche se avrei voluto qualcosa di più. Ero comunque soddisfatto, ma poi sono andato in calando. Al Giro di Slovenia ero cotto e ci ho messo tempo a ritrovare la condizione, arrivata proprio in extremis».

Quest’anno il veneto ha esordito al Giro d’Italia, dove è anche giunto 5° a Salerno
Quest’anno il veneto ha esordito al Giro d’Italia, dove è anche giunto 5° a Salerno
Molti, anche fra coloro che affrontano un grande Giro per la prima volta, dicono che una corsa di tre settimane ti dà una gamba migliore, ma non è stato il tuo caso…

Un effetto è indubbio che ce l’abbia. Il Giro è stato l’apice della mia stagione, ma ci sono arrivato senza una preparazione specifica, ad esempio non ho fatto periodi di altura prima di esso. Alla fine ero contento proprio perché ero stato capace di finirlo, mi ha dato quella sicurezza che prima non avevo perché non sapevo come avrei reagito. E’ una base sulla quale lavorare, oggi saprei come gestirmi perché ho dimostrato di saper reggere i grandi carichi di lavoro e le tre settimane di gara continua.

La tua seconda parte di stagione è vissuta quasi tutta dall’altra parte del globo…

Ho iniziato con il Tour of Qinghai Lake a metà luglio, è una gara molto particolare: 8 giorni a oltre 2.500 metri di altitudine, una trasferta impegnativa. Non sono arrivati risultati eccezionali, ma ho ritrovato un buon feeling e mi accorgevo ogni giorno che passava che andavo sempre più forte. Due mesi dopo, al Taihu Lake era una corsa a tappe che univa vari circuiti, non è la mia formula di gara preferita perché non sono un velocista puro, ma mi adatto e alla fine è servita anche quella. Ad Hainan, dove ho ritrovato percorsi adatti alle mie caratteristiche, ho trovato la sintesi e il risultato è finalmente arrivato.

Dalla Valle con Roglic al Giro, commentato così su Instagram: «Lui Primoz, io ultimo»
Dalla Valle con Roglic al Giro, commentato così su Instagram: «Lui Primoz, io ultimo»
Che impressione hai tratto dopo un così lungo periodo in Cina, che cosa ti è rimasto impresso?

E’ un mondo completamente diverso dal nostro, dove regna una enorme fiscalità. Tutto pulito, tutto sempre nella norma, mai qualcosa fuori dalle righe. Alla lunga resti colpito, senti che manca qualcosa, che non c’è alcun tipo di flessibilità e io resto convinto che in certi casi possa aiutare. L’ordine prestabilito va bene, ma sempre con la lente del buon senso…

La trasferta asiatica è però importante per team come il vostro…

Direi fondamentale. Prima il calendario era ridotto per forza di cose, c’erano meno gare dove potersi esprimere, per portare a casa buoni risultati e soprattutto punti fondamentali anche per la stessa sussistenza del team. Ora invece ci sono blocchi di gare molto ricchi e intensi, che valgono la trasferta. Dove la trovi in Europa una gara a tappe di 8 giorni, che non sia del WorldTour?

La fila dei corridori Corratec in Cina, con un successo per Dalla Valle e Conti 5° nella generale (foto Instagram)
La fila dei corridori Corratec in Cina, con un successo per Dalla Valle e Conti 5° nella generale (foto Instagram)
Proprio le gare a tappe sembrano ormai il tuo teatro di gara principale, quest’anno le corse d’un giorno per te sono meno di una decina.

Le corse a tappe sono la mia dimensione ideale proprio per quel discorso di recupero e crescita giorno dopo giorno. Fisicamente sono corse dove ci sono più opportunità per emergere proprio per uno come me, veloce ma non specialista. In salita riesco spesso a tenere, quindi si profilano occasioni proficue quando gli sprinter puri rimangono attardati. Le gare d’un giorno mi piacciono, ma per certi versi sono più un terno al lotto.

E ora?

Ora spero che tutto il lavoro fatto porti qualche frutto. So che il mio procuratore ci sta lavorando, contatti ci sono e conto che entro un mese arrivi una risposta certa, anche perché il tempo scorre e c’è la nuova stagione da preparare. Io comunque mi farò trovare pronto per i primi ritiri, ovunque siano e con chiunque siano.

Quest’anno Dalla Valle ha corso per 66 giorni, conquistando 13 top 10 con il meglio arrivato alla fine
Quest’anno Dalla Valle ha corso per 66 giorni, conquistando 13 top 10 con il meglio arrivato alla fine
Qual è stato il momento più bello della stagione?

Non è semplice trovare una risposta, ma quando insegui a lungo una vittoria, soprattutto per chi non la raggiunge così spesso come i campionissimi attuali, se la raggiungi è qualcosa che ti resta dentro, nel profondo. A me comunque anche la chiusura del Giro ha regalato grandi sensazioni, perché era un traguardo affatto scontato alla vigilia.

Zappi, dall’alluvione alla rinascita. E adesso il futuro

26.10.2023
6 min
Salva

RIOLO TERME – Due giorni di pioggia hanno cambiato un intero territorio. Due notti di angoscia e paura hanno lacerato l’Emilia Romagna con un alluvione senza precedenti che ha deviato la vita di molte persone. Tra queste c’è Flavio Zappi e il suo omonimo Racing Team situato sulle colline romagnole, precisamente a Riolo Terme a pochi passi dall’iconica Gallisterna dei mondiali 2020. Nove mesi fa vi avevamo raccontato della sua accademia che aveva appena messo le radici nell’hotel che di lì a poco sarebbe diventata la casa dei ciclisti U23 provenienti da tutto il mondo.

A maggio la struttura è stata sommersa da acqua e fango come la maggior parte delle case della Romagna. Siamo andati sul posto a quattro mesi di distanza dal disastro e, in punta di piedi, ci siamo fatti raccontare cosa è successo e come Flavio e i suoi ragazzi hanno saputo rimboccarsi le maniche per ripartire.

L’alluvione

Siamo stati ospiti di Flavio Zappi a gennaio quando attraverso il racconto del suo sogno ci aiutava a riempire le stanze vuote del suo hotel con progetti e un’idea che va oltre ciò che si conosce già. Quando questo sembrava prendere forma ecco che l’alluvione ha fermato tutto in due assordanti giorni di pioggia torrenziale. 

«Ci sono voluti sei giorni – racconta Zappi – per cavare tutto il fango dall’hotel. Eravamo quasi pronti per partire con il nostro progetto del caffè dei ciclisti e avevamo appena aperto la struttura per i primi ospiti. In poche ore tutto si è azzerato. L’acqua ha iniziato a circondarci e dopo poco ci siamo ritrovati con tutte le stanze del piano terra allagate e piene di fango. Io e la mia compagna Maria Arroyo, insieme ai ragazzi non abbiamo perso tempo e abbiamo salvato tutto quello che si poteva portandolo ai piani alti. Eravamo talmente stremati che ci siamo addormentati in ufficio.

«Ci siamo mossi – prosegue Flavio – come una vera e propria squadra, i ragazzi erano spaventati ma allo stesso tempo non si sono persi d’animo e si sono rimboccati le maniche. Io non volevo che questo li traumatizzasse e interferisse con il loro obiettivo. Così dopo due giorni siamo andati a correre dimenticando di quanto era successo. Allo stesso modo volevo che si allenassero per far proseguire il loro percorso qui all’Accademy».

La ripartenza

Nelle parole di Flavio però si percepisce che nel suo carattere non ci sia la propensione a piangersi addosso. C’è chi giustamente dopo un evento così tragico avrebbe detto basta, ma per lui quella fase non è mai stata presa in considerazione.

«Il mio cuore è romagnolo – dice Zappi – credo nel progetto che abbiamo iniziato e non ho mai pensato di mollare nemmeno per un secondo. Siamo ripartiti da squadra, ci siamo aiutati l’uno con l’altro e oggi eccoci di nuovo pronti». Proprio così quale stanze vuote che abbiamo visto a gennaio, poi riempitesi di fango, oggi raccontano ciclismo in ogni centimetro quadrato. Merito anche di Maria Arroyo, colombiana Doc che vive il ciclismo con passione e si occupa per l’accademia di tutto quello che Flavio non fa.

I colori del ciclismo sono su ogni parete. «Siamo come una famiglia – spiega Maria Arroyo – i ragazzi vengono qua per un sogno e scoprono che c’è tanto altro. Noi gli facciamo conoscere la cultura italiana e di questo sport, e gli insegniamo a prendersi cura anche di questa struttura dando il loro contributo come possono».

Ci sono le maglie appese sui muri con la scritta Zappi, dipinta con le tonalità delle nazioni di ogni atleta. Una libreria con libri di ciclismo e poi una parete con le foto che ripercorrono tutta la storia del team Zappi, da Ben Healy, James Knox, Marc Donovan, Charlie Quarterman e tanti altri.

Marco Groppo davanti alla foto regalatagli da Gino Bartali
Marco Groppo davanti alla foto regalatagli da Gino Bartali

Maglia bianca

Insieme a Zappi c’è un signore che ci accoglie. «Lui è Marco Groppo – dice sorridendo Zappi – vincitore della maglia bianca del Giro d’Italia 1982 davanti ad un certo Laurent Fignon. Suo figlio Riccardo ha corso con noi quest’anno e adesso ha scelto di proseguire con gli studi universitari. Io e Marco abbiamo corso insieme fin da giovani e ora fa parte di questo progetto mettendo al servizio la sua esperienza».

«Non ho mai visto – dice Groppo – lavorare così tanto una persona come Flavio. Non si ferma mai. Mi ha chiesto di aiutarlo in questo suo progetto e dopo l’esperienza di mio figlio ho risposto presente. Avere ragazzi da tutto il mondo è qualcosa di speciale. Insegnare il ciclismo e conoscere tutte le culture è una fortuna. Qui a Riolo Terme, c’è il contesto ideale per loro, si può fare gravel, MTB, strada su percorsi allenanti e tranquilli».

Ci colpisce una foto, anzi la foto. Ogni appassionato, ma non solo, l’ha vista almeno una volta nella vita. Il passaggio di borraccia tra Coppi e Bartali.

«Questa me la regalò Gino in persona – racconta emozionato Groppo – durante la festa a casa mia per la maglia bianca dell’82. E’ autografata e voglio che sia d’ispirazione per i ragazzi. Una sera siamo stati qui seduti ad ammirarla con loro cercando di risolvere l’arcano mistero di quel passaggio di borraccia.

«I ragazzi di oggi conoscono poco la storia di questo sport. Sono troppo tempestati dai social e da questo mondo delle due ruote che va i tremila sotto un continuo stress. Quello che mi piace del progetto di Flavio è anche questo. Questa è una scuola di vita oltre che di ciclismo».

Il murale con le foto di che raccontano la storia delle squadre di Zappi
Il murale con le foto di che raccontano la storia delle squadre di Zappi

Il team e i giovani

I minuti scorrono e tra un discorso e l’altro Marco e Flavio si beccano come da ragazzi, forse il segreto della loro passione deriva anche da qui. Per il 2024 c’è il progetto del team juniores che si affiancherà a quello U23. Lo scopo sarà quello di dare più continuità all’accademia, insegnando il ciclismo qui in Italia. Il Racing team di Zappi è l’unione di ragazzi provenienti da ogni angolo del pianeta. 

«A livello di nazionalità – spiega Zappi – quest’anno abbiamo due americani, un messicano, un colombiano forte, un irlandese, due neozelandesi, un australiano e infine gli inglese. Anche se con la Brexit quest’ultimi sono meno tutelati degli stranieri che godono di visti sportivi migliori. Per l’anno prossimo avremo anche il team juniores che ci permetterà di crescere i ragazzi e dargli una qualche garanzia in più su una crescita costante.

«Una cosa che ci sta a cuore – conclude Flavio – è cercare di insegnare i valori di questi sport senza che l’ambizione li corroda dentro. Non tutti passano professionisti e chi non ce la fa non deve viverlo come una sconfitta. Il nostro scopo è quello di dare tutti gli strumenti per farlo nel modo più sano possibile».

E’ arrivato il momento di salutare Flavio e gli lanciamo una provocazione: «Forse l’unico modo per comunicare quanto di bello state facendo sarebbe proprio vincere…».

La risposta di Flavio non si fa attendere: «Certo, ma a chi mi dice così chiedo sempre quanti corridori può dire di avere fatto passare in World Tour (alludendo a Ben Healy, James Knox, Marc Donovan, Charlie Quarterman, ndr)».

Arrighetti, un buon 2023 e già un bel nome per il futuro

26.10.2023
5 min
Salva

Sull’altopiano di Bossico, un balcone naturale che si affaccia sul Lago d’Iseo, ci vive Nicolò Arrighetti, uno dei migliori debuttanti tra gli U23. Il bergamasco ha disputato una buona stagione con la Biesse-Carrera senza accusare troppo il salto di categoria e i suoi due tecnici sono pronti a scommettere su di lui.

Le parole spese nelle settimane scorse da Milesi e Nicoletti rappresentano una bella investitura per il futuro di Arrighetti (in apertura foto Rodella) e lui per il 2024 non ha paura di continuare a confrontarsi nelle gare più dure, anche se non bisogna correre troppo. Ora arriva lo step della crescita graduale, quello tradizionalmente più complicato di percorsi come il suo. Il diciottenne quest’anno ha ottenuto subito una vittoria a marzo a Fubine nella Monsterrato Road, battendo De Pretto in uno sprint ristretto. Ha poi infilato due podi, quattro top 5 e otto top 10, arricchendo il suo ruolino con la maglia azzurra indossata alla Corsa della Pace. Valeva la pena approfondire la conoscenza di Nicolò.

Risultati a parte, com’è andata questa prima annata da U23?

E’ stata ottima, nonostante avessi la maturità (si è diplomato in elettrotecnica, ndr). Ho fatto tanta esperienza. Mi sono rivoluzionato e migliorato su tante competenze grazie ai miei compagni, ai miei diesse e alla squadra in generale. Qualche soddisfazione me la sono ritagliata e onestamente non mi aspettavo di vincere così presto, anche se stavo abbastanza bene.

Abbastanza?

In primavera ho sofferto per l’allergia, però ho comunque conquistato un bel quinto posto con la nazionale. Nella seconda parte di stagione sono cresciuto, per merito di un periodo in altura a Livigno assieme al mio compagno D’Amato. Mi sentivo più presente in gara.

Azzurro. Arrighetti ha vestito la maglia della nazionale alla Corsa della Pace ottenendo un quinto posto nella prima tappa
Azzurro. Arrighetti ha vestito la maglia della nazionale alla Corsa della Pace ottenendo un quinto posto nella prima tappa
Principalmente che differenze hai notato dall’anno scorso?

Tante. Considerate che da junior correvo in una formazione attrezzata ma piccola, dove ero abituato a fare il leader. Qui in Biesse-Carrera invece ho imparato a lavorare per i compagni e anche a girare l’Italia per le gare, stando tanti giorni lontano da casa. E’ stata una indicazione di com’è la vita del corridore. Poi naturalmente, la differenza maggiore è legata alle corse. Un ritmo maggiore, che diventa ancora più alto quando corri in mezzo ai pro’.

Appunto, per te in certe corse è stato un salto doppio. Come te la sei cavata?

La squadra mi ha sempre portato a gare di alto livello. Devo dire che ero abbastanza preparato a correre tra i pro’ perché i compagni erano stati bravi a spiegarmi come fare e cosa avrei trovato. Ovvio però che i valori sono davvero tanto differenti. Nelle gare pro’ per noi delle continental è molto difficile arrivare in testa al gruppo e restarci. Ci sono chiaramente anche delle gerarchie. In più si soffrono le cosiddette frustate date dalla velocità. L’ho visto proprio due settimane fa al Giro del Veneto…

Racconta pure.

Stavo bene e ho cercato di limare tutto il giorno per mantenere le prime venti-trenta posizioni, ma è stata dura. A sette chilometri dalla fine ho preso un buco perché ero ormai al gancio e stanco. Fortuna che nel mio gruppetto a chiudere il gap c’era De Marchi, altrimenti non sarei riuscito mai a rientrare davanti. Alla fine ho raccolto un buonissimo piazzamento (26° posto a 15” dal vincitore Godon, ndr) che per me vale tanto.

Quali sono le caratteristiche di Nicolò Arrighetti?

Sono alto 1,88 metri e peso circa 73 chilogrammi, quindi fisicamente mi riterrei un passista che tiene bene su strappi e alcuni tipi di salite. Al momento quelle con pendenze abbordabili riesco a superarle senza grossi problemi, però io vorrei migliorare tanto in generale e su quelle più lunghe e dure. Sono ancora molto giovane (compirà diciannove anni il prossimo 23 dicembre, ndr), pertanto credo di avere ancora ampi margini su tante cose.

Sulle strade del Giro del Veneto, Arrighetti (qui con Belleri e D’Amato) è riuscito a ben figurare tra i pro’ (foto Elisa Nicoletti)
Sulle strade del Giro del Veneto, Arrighetti (qui con Belleri e D’Amato) è riuscito a ben figurare tra i pro’ (foto Elisa Nicoletti)
Che obiettivi ti sei posto per il 2024?

Ce ne sono diversi, tutti con l’intento di proseguire nella crescita affidandomi sempre alle indicazioni di Marco e Dario (rispettivamente i diesse Milesi e Nicoletti, ndr). Non vorrei esagerare o sembrare presuntuoso, ma data l’esperienza maturata nel 2023 nelle gare internazionali, posso dire che il prossimo anno mi presenterò nelle stesse con la voglia di fare bene. Spero di poter correre il Giro NextGen e anche di potermi guadagnare ancora una convocazione in nazionale. Quello è sempre un grande onore. Invece al passaggio tra i pro’ ci penserò solamente più avanti, se riuscirò a cogliere dei risultati importanti.