Sharjah Tour 2026, MBH Bank-CSB, Lorenzo Nesppoli

Crono allo Sharjah Tour e Nespoli apre bene il 2026

27.01.2026
6 min
Salva

Due giorni dopo la vittoria di Scaroni a Mallorca, la prima italiana del 2026, sulle strade arabe del Golfo Persico è arrivata anche la prima stagionale per Lorenzo Nespoli. La cosa curiosa, per il ragazzo della MBH Bank-CSB che finora è sempre andato forte soprattutto in salita, è che il successo nello Sharjah Tour è venuto in una cronometro di 9,8 chilometri piatta come il mare lungo il quale si snodava.

E’ la corsa in cui davanti al podio mettono sempre gli sceicchi e che, per contro, in parallelo propone anche la gara dei paralimpici. Come antipasto del UAE Tour che si svolgerà più o meno sulle stesse strade dal 16 febbraio, Sharjah è una corsa di classe 2.2 con un parterre di continental, con la MBH Bank-CSB e la Solution Tech-Nippo come sole professional.

La profezia di Fusi

Classe 2004, Nespoli arriva da Carate Brianza e la prima volta che nel 2023 sentimmo parlare di lui fu per bocca di Antonio Fusi. Il cittì, che per un decennio dal 1995 guidò prima la nazionale U23 e poi quella dei pro’, lavorava come preparatore della squadra bergamasca. E passando in rassegna gli atleti e le loro attitudini, si sbilanciò proprio per Nespoli. 

Per questo la maglia degli scalatori al Giro Next Gen 2024, i due titoli italiani cronosquadre (2023-2024) e la vittoria al Palio del Recioto dello scorso anno furono le conferme che ancora mancavano. Il secondo posto di ieri alle spalle di Matteo Fabbro nell’unico arrivo in salita dello Sharjah Tour ha aggiunto un altro tassello.

«Sapevo che la condizione fosse buona – racconta Nespoli – perché ho passato un buon inverno. Sono stato in Spagna da novembre con Novak (il coridore ceko che dalla MBH Bank è passato al Movistar Team, ndr), in una casa che abbiamo preso insieme. Appena finisce questa corsa, tornerò lì, mentre Pavel andrà al UAE Tour. Io ci resto fino alla Ruta del Sol, quindi fino al 18 febbraio. Mi sono allenato bene seguito da Dario Giovine e avevo solo tempo per andare in bicicletta. Quindi ho fatto solo quello, come è giusto che sia. Rispetto all’anno scorso sono aumentati i chilometri, ma soprattutto sento che il corpo risponde bene».

La vittoria al Palio del Recioto 2025 ha svoltato la stagione di Nespoli (foto Lisa Paletti)
La vittoria al Palio del Recioto 2025 ha svoltato la stagione di Nespoli (foto Lisa Paletti)

I rulli (liberi) di un altro

Una cronometro di 9,9 chilometri con 22 metri di dislivello è quasi un esercizio di apnea, cercando di non calare mai. Si partiva e si arrivava ad Al Heera, lungo la spiaggia che faceva venire voglia di vacanze più che di fatica. E soprattutto, nonostante il percorso richiedesse un missile da crono, si è corso con la bici da strada, come accade nelle corse più esotiche di inizio stagione: qui negli Emirati come pure al Santos Tour Down Under.

«Ho fatto due conti – racconta Nespoli – e ho concluso che sarebbero stati 6 minuti ad andare e 6 minuti a tornare. Per cui sono partito a blocco su un viale dritto, ho fatto un’inversione attorno a un oggetto di cemento in mezzo alla strada, ho riposato due secondi e poi ho ricominciato a spingere per tornare indietro. Ho usato la bici da strada, quindi il massimo rapporto era il 54×11. Anche il manubrio era quello normale. E per il riscaldamento ho… rubato dei rulli liberi alle persone che c’erano di fianco e ho fatto quel che potevo».

La MBH Bank-CSB allo Sharjah Tour ha corso con Persico, Bagatin, Budzinski, Ambrosini, Nespoli e Peak. In ammiraglia c'è Zamparella
La MBH Bank-CSB allo Sharjah Tour ha corso con Persico, Bagatin, Budzinski, Ambrosini, Nespoli e Peak. In ammiraglia c’è Zamparella
La MBH Bank-CSB allo Sharjah Tour ha corso con Persico, Bagatin, Budzinski, Ambrosini, Nespoli e Peak. In ammiraglia c'è Zamparella
La MBH Bank-CSB allo Sharjah Tour ha corso con Persico, Bagatin, Budzinski, Ambrosini, Nespoli e Peak. In ammiraglia c’è Zamparella

Quasi record sui 12 chilometri

Oltre alla spiaggia c’erano il vento e una temperatura di 23 gradi. Tra i rivali anche qualche cronoman di spessore, come il giovane Luca Giaimi in maglia UAE Gen Z e il vecchio Rein Taraamae, leader della corsa dal secondo giorno, che per nove anni è stato campione estone di specialità.

«All’andata il vento era tutto contro – racconta Nespoli – al ritorno era un po’ a favore, però si sentiva meno che all’andata. Per cui nella prima parte ho fatto 46 di media, mentre al ritorno fra 55 e 56. Nelle crono cerco di tenere alta la velocità e basta. I watt li ho guardati per non scoppiare dopo un minuto, ma erano abbastanza alti e per questo non c’era da stare tanto tranquilli. Ugualmente mi sono detto di provare a tenerli e di andare a 50 di media.

«Sui 12 minuti di gara (in realtà 11’52”, ndr) ho fatto un watt meno del mio record in salita sullo stesso tempo. Alla fine ho anche aumentato un po’, ma sono stato abbastanza regolare. Sicuramente all’andata c’è voluta più potenza, proprio per il vento contrario, ma non tanta più che al ritorno».

Allo Sharjah Tour la MBH Bank-CSB ha portato in corsa la nuova Cinelli Aeroscoop
Allo Sharjah Tour la MBH Bank-CSB ha portato in corsa la nuova Cinelli Aeroscoop
Allo Sharjah Tour la MBH Bank-CSB ha portato in corsa la nuova Cinelli Aeroscoop
Allo Sharjah Tour la MBH Bank-CSB ha portato in corsa la nuova Cinelli Aeroscoop

Lo sforzo solitario

Le crono gli piacciono, come il fatto di essere da solo e gestire in pace il suo tempo. E’ la mentalità dei cronoman, ma anche quella degli scalatori.

«Nelle settimane in Spagna – prosegue Nespoli – mi sono allenato con Novak, ma spesso ero anche da solo, nel senso che uscivamo insieme e poi ognuno aveva i suoi lavori. Quando sono a casa in Italia, esco sempre con un mio amico. Quando faccio i lavori e magari prendo una salita, ascolto un po’ di musica o qualche podcast, quindi il tempo passa bene. Poi a me piace stare in giro da solo nella natura, problemi non ne ho. Sono uno che cerca sempre strade nuove, anche sterrate se capita, perché mi piace divertirmi in bicicletta. La casa che abbiamo preso in Spagna è a Benissa, sopra Calpe, in mezzo alla solita valle dove si allenano tutti».

Lorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro
Lorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro a Sharjah Fort, lungo la Al Heera Beach
Lorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro
Lorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro a Sharjah Fort, lungo la Al Heera Beach

Il duello con Fabbro

Il resto è parlare dell’aspettativa per il 2026, che è di andare forte. Del fatto che dopo aver vinto la crono più che festeggiare gli è toccato tornare in hotel con la bici, perché si era fatto tardi all’antidoping e i compagni erano andati via. E del fatto di non essere riuscito a battere Fabbro nell’arrivo in salita, perché era ripido e il friulano pesa tanto meno di lui.

«Siamo arrivati in volata – saluta Nespoli – c’era un tornantone e poi l’arrivo. Sarò partito ai 100 metri, però la pendenza era sopra al 10 per cento, ho perso un po’ di spinta e mi ha passato. Non sarei riuscito a staccarlo prima, perché andavamo più o meno alla stessa velocità e lui poi ha avuto il cambio di ritmo. Domani si arriva in volata (oggi per chi legge, con vittoria di Salby e Persico al 4° posto, ndr). L’ultima volta che l’ho detto, nella seconda tappa, ho perso otto minuti e la possibilità di fare classifica, perché comunque andavo forte. Questa è una certezza che mi porto a casa».

Novità e conferme, la stagione 2026 del grande ciclismo è qui

Novità e conferme, la stagione è davvero cominciata

27.01.2026
7 min
Salva

Prime corse stagionali e le novità non si fanno attendere. Alcune trovano semplicemente delle conferme dopo le ufficializzazione di fine 2025, altre lasciano sorpresi gli appassionati della tecnica.

Qualcosa lo avevamo visto (e lo avevamo anticipato già al Tour de France 2025) a conferma che la stagione appena iniziata si preannuncia frizzante e ricca di sorprese. Andiamo a vedere quello che abbiamo scovato.

Una nuova SuperSix Evo in arrivo?

Le Cannondale del Team EF-Easy-Post, compagine maschile e femminile, non sono le medesime della stagione scorsa. Se pur un accostamento è lecito, è altrettanto facile pensare che gli atleti (e le atlete) hanno in dotazione una rinnovata SuperSix Evo e sarebbe la generazione numero 5.

La versione 2026, al primo impatto estetico sembra più aggraziata e sono diversi nei volumi lo sterzo ed il piantone. Capiremo se quello che abbiamo visto dalle prime foto in action stagionali e dagli spoiler che circolano in rete corrisponde alla realtà. Una nuova Cannondale sarebbe una delle novità più “gustose” del 2026. Non solo, da sottolineare anche il passaggio da Shimano a Sram per quanto concerne trasmissioni ed impianti frenanti, da FSA a Quarq in merito ai power meter.

Le ruote Scope alla Ineos-Total Energie

La partnership tecnica è stata annunciata a dicembre 2025. Gli atleti del Team Ineos, che continueranno a pedalare sulle Pinarello Dogma, non avranno più le ruote Shimano Dura Ace per le corse in linea (per le crono già usavano le Princeton), ma le Scope.

L’azienda olandese è entrata a gamba tesa nel 2025, dotando molti team di spicco delle ruote lenticolari da crono. Ha equipaggiato (unofficial e solo per le frazioni con dislivello hors categorie) anche il giovane Onley allo scorso Tour, con il modello Artech con un valore dichiarato alla bilancia di soli 1.100 grammi la coppia. Vedremo dove arriverà questo binomio.

Van Rysel, Scott, Ridley e Pinarello con Sram

Altra novità interessante riguarda le bici Van Rysel del Team Decathlon-DMA-CGM non sono più equipaggiate con le trasmissioni Shimano Dura Ace, ma bensì con i gruppi Sram Red AXS. Nell’ambito del sodalizio francese resta la collaborazione tecnica con Swiss Side per le ruote e lo sviluppo dell’aerodinamica.

Sram sarà al fianco anche del Team Pinarello-Q36.5 (che non ha licenza World Tour), insieme alle ruote Zipp, che passa dalle bici Scott proprio alle Pinarello. Ma Scott resta nel World Tour e prende il posto di Factor al Team NSN, mentre Factor esce di fatto dal WorldTour maschile. Le bici saranno equipaggiate con Sram e Zipp. Un altro passaggio da Shimano a Sram è quello delle Ridley del Team Uno-X, che però conferma il binomio con DT Swiss per le ruote.

Una possibile chiave di lettura. La piattaforma Shimano a 12 velocità attuale ha fatto il suo corso e con tutta probabilità c’è da aspettarsi una novità legata al nuovo gruppo. Da qui la volontà di Shimano di ridurre le forniture ed i legami di supporto tecnico.

Novità Bianchi al posto di Merida

E’ stato di sicuro uno degli annunci più importanti di fine 2025, ovvero quello del sodalizio Bahrain Victorious-Bianchi. Alle prime corse in terra australiana i corridori hanno usato le Oltre RC (bellissima a nostro parere la livrea delle bici in dotazione ai corridori), ma nessuno vieta di immaginare anche un impiego della Specialissima RC nel prosieguo della stagione.

Resta la stretta collaborazione con Vision, Prologo e Shimano, anche se le guarniture (ed il power meter) saranno marchiate Elilee (uno spoiler arrivato proprio da noi nel corso del TDF 2025). Ad oggi Merida non compare invece nel WorldTour.

Novità e conferme, la stagione 2026 del grande ciclismo è qui
Novità Ursus Arya gommate (palesemente) Vittoria
Novità e conferme, la stagione 2026 del grande ciclismo è qui
Novità Ursus Arya gommate (palesemente) Vittoria

Novità Ursus, logo e ruote nuove

Prosegue la collaborazione tra gli olandesi del Team PicNic-PosteNL e la storica azienda italiana Ursus. Dopo aver dato forma alla piattaforma Proxima, Ursus lancia ufficialmente una nuova categoria di ruote ancora più performanti. Si chiamano Arya ed hanno i raggi in carbonio, dove si intravede un rinnovato schema di raggiatura.

Dovrebbero essere gommate Michelin, ma in queste primissime corse stagionali, gli atleti hanno usato i tubeless Vittoria (alla vista è palese) con le scritte mascherate/cancellate.

Nuova Giant Propel in vista?

Anche in questo caso ci rifacciamo ad uno spoiler fatto in occasione del Tour de France 2025, proprio in occasione della vittoria di O’Connor, primo al traguardo di Courchevel. La bici total black usata dall’australiano (e poi rivista anche in occasione del prologo in Australia), potrebbe essere una versione rinnovata della Propel SL, una delle bici aero concept più versatili del panorama.

Anche in questo caso, a nostro parere, se fosse confermata la release 2026 della bici, rappresenterebbe una gran bella novità da considerare per un approfondimento futuro.

Sempre più tecnologia cinese

Magene sbarca ufficialmente nel World Tour al fianco del Team XDS-Astana, altra importante novità del 2026. Magene è un’importante azienda cinese che sviluppa tecnologia (possiamo scrivere, tecnologia elettronica di qualità). E’ un esempio lampante di quanto il far-east di oggi sia in grado di fornire grandi numeri/volumi, al pari di tecnologie di qualità, il tutto a basso costo (o per lo meno con costi inferiori paragonati a quelli dell’occidente).

Gli atleti del team kazako hanno in dotazione il misuratore Magene Teo (quello con le pedivelle in carbonio), il bike device GPS ed i rulli smart. Crediamo che non dovremo aspettare molto per vedere in ambito WorldTour il primo pacchetto trasmissione al di fuori di Shimano, Sram e Campagnolo (a meno che, qualcuno non lo stia già usando in maniera non ufficiale).

Studente-atleta, un progetto utile, ma non è per tutti

Studente-atleta, un progetto utile, ma non è per tutti

26.01.2026
5 min
Salva

Quando si parla con i ragazzi (soprattutto della categoria juniores) a proposito della loro attività spesso si finisce per affrontare lo spinoso tema di come conciliare l’attività sportiva con la scuola. E’ vero che proprio per la struttura dell’anno scolastico, i nostri giovanissimi finiscono per emergere soprattutto dall’estate in poi tanto che gli stessi tecnici si sono quasi “assuefatti” a questo stato di cose, ma resta pur sempre il fatto che la stagione impone gare praticamente ogni fine settimana, trasferte in ogni parte d’Italia se non all’estero, e questo influisce anche sul rendimento scolastico. Un progetto viene però loro incontro.

Molti di loro possono infatti usufruire della certificazione “studente-atleta di primo livello”, istituita dal Ministero dell’Istruzione e del Merito in collaborazione con il Dipartimento per lo Sport della Presidenza del Consiglio dei ministri, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, il Comitato Italiano Paralimpico e Sport e Salute S.p.A. Ma come funziona questo strumento e quali effettivi vantaggi dà?

Silvia Epis, direttore tecnico del settore giovanile della FCI, indica l'iter per accedere alle agevolazioni governative
Silvia Epis, direttore tecnico del settore giovanile della FCI, indica l’iter per accedere alle agevolazioni governative
Silvia Epis, direttore tecnico del settore giovanile della FCI, indica l'iter per accedere alle agevolazioni governative
Silvia Epis, direttore tecnico del settore giovanile della FCI, indica l’iter per accedere alle agevolazioni governative

Domande scadute (per quest’anno)

A rispondere è Silvia Epis, responsabile del Settore Nazionale Giovanile della FCI: «Il progetto studente-atleta di alto livello è stato riconfermato anche per l’anno scolastico 2025-2026, ma il termine per presentare le domande è scaduto il 7 gennaio. Riguarda gli atleti d’alto livello che frequentano le scuole secondarie di secondo grado. L’iniziativa tende a creare un progetto formativo personalizzato, con l’obiettivo di andare ad agevolare questi studenti che fanno appunto attività a livello nazionale o internazionale con delle misure di deroga e particolari che riguardano le assenze da scuola, oppure la programmazione di interrogazioni, di verifiche, di tutto ciò che concerne l’attività scolastica».

Come si aderisce?

Ci sono dei requisiti minimi, certificati dalla Federazione di appartenenza, dal CONI o dal CIP, in base all’atleta naturalmente che fa domanda, domanda che poi va veicolata alla scuola di appartenenza dell’atleta tramite il suo insegnante di educazione fisica, che diventerà poi il suo tutor, una sorta di ponte per tutta questa progettualità. Entrando nello specifico, il progetto prevede l’ammissione degli atleti che abbiano ottenuto un piazzamento nei primi 5 ai campionati italiani (per specialità e categoria) e nei circuiti nazionali del settore Fuoristrada e BMX. Inoltre vengono considerati gli atleti d’interesse nazionale rappresentanti delle nazionali, coinvolti nella preparazione dei Giochi Olimpici, Paralimpici e Giovanili o comunque dichiarati tali dalla federazione di appartenenza.

La domanda dello studente-ciclista va presentata attraverso l'insegnante di educazione fisica che sarà il suo tutor
La domanda dello studente-ciclista va presentata attraverso l’insegnante di educazione fisica che sarà il suo tutor
La domanda dello studente-ciclista va presentata attraverso l'insegnante di educazione fisica che sarà il suo tutor
La domanda dello studente-ciclista va presentata attraverso l’insegnante di educazione fisica che sarà il suo tutor
Sono requisiti stringenti? Perché alcuni ragazzi coinvolti nell’attività internazionale dicono di non aver potuto accedere a questi vantaggi…

Bisogna vedere se hanno presentato la domanda. Magari non l’hanno fatto o non l’hanno fatto in tempo utile. La certificazione fornita dalla FCI per gli “atleti d’interesse nazionale” è abbastanza ampia per consentire l’usufrutto a tutti quei giovani che faranno attività anche all’estero. Si considera d’alto livello un atleta comunque agonista. Noi sappiamo che il ciclismo è uno sport impegnativo a livello di preparazione, di tempi per l’allenamento ma anche di trasferte e molto comunque dipende anche da dove un atleta proviene. Avere naturalmente un aiuto in termini di programmazione, di verifiche, di supporto da parte della scuola è fondamentale, soprattutto per determinate categorie.

La società non deve presentare nulla?

La società deve certificare che quel suo atleta è tesserato, che partecipa a un calendario di gare nazionale, è impegnato per tot ore negli allenamenti, mentre la federazione certifica i risultati che l’atleta ha. Se ha partecipato a degli stage nazionali, se ci sono delle convocazioni, è tutto materiale che si può allegare nella presentazione alla domanda.

Tanti juniores hanno avuto accesso alle agevolazioni per la scuola, fondamentali per conciliare studio e sport
Tanti juniores hanno avuto accesso alle agevolazioni per la scuola, fondamentali per conciliare studio e sport
Tanti juniores hanno avuto accesso alle agevolazioni per la scuola, fondamentali per conciliare studio e sport
Tanti juniores hanno avuto accesso alle agevolazioni per la scuola, fondamentali per conciliare studio e sport
L’accettazione della domanda da parte della scuola è obbligatoria o è a sua discrezione?

Deve essere concordata con chi poi fa il tutor scolastico, perché la scuola può magari dire che non ha a disposizione il tutor o non ha mai avviato questa progettualità. Posso dire che tutti gli atleti che hanno presentato domande, per i quali ho veicolato la certificazione, non hanno mai avuto problemi, cioè la domanda è sempre andata a buon fine.

I risultati che un ragazzo ottiene in ambito sportivo servono per l’ottenimento di crediti formativi?

Sì. Quando entrano nel triennio superiore, dove ci sono dei crediti extracurricolari per i ragazzi che fanno sport, il fare sport e attività a livello nazionale porta il credito formativo. Lì però entra in campo la discrezione del collegio docente, che può decidere se e quanti punti attribuire in base al rendimento sportivo del ragazzo. Ribadisco però che quel che conta è presentare tramite la società una carta che certifica che il ragazzo è tesserato e fa un’attività di tipo descritto, indicando il numero di gare all’anno, le trasferte per dove e così via. Quello alla fine dà il punto extracurricolare che poi va a sommarsi per il voto della maturità.

Il progetto è importante per garantire la presenza dei ragazzi alle gare, soprattutto all'estero
Il progetto è importante per garantire la presenza dei ragazzi alle gare, soprattutto all’estero
Il progetto è importante per garantire la presenza dei ragazzi alle gare, soprattutto all'estero
Il progetto è importante per garantire la presenza dei ragazzi alle gare, soprattutto all’estero
In base alla tua esperienza con i ragazzi, quanti ragazzi scelgono di dedicarsi a tempo pieno al ciclismo abbandonando del tutto la scuola?

E’ sicuramente un fenomeno che negli ultimi anni si sta osservando in maniera anche più frequente rispetto al passato, anche se c’è sempre stato. Andare a individuare le cause del perché questo succeda è un po’ difficile, nel senso che sono situazioni che andrebbero prese singolarmente. E’ chiaro che questo progetto aiuta, ma chi non può usufruirne si trova di fronte una montagna e in generale il sistema scolastico vigente non è agevole per chi vuole emergere nello sport. Sia in termini di distribuzione delle ore di scuola, sia del calendario stesso. Ma lasciare la scuola resta sempre un errore, che si ripercuoterà nella crescita del ragazzo e nella costruzione del suo futuro.

Novo Nordisk

Non solo squadroni, anche la Novo Nordisk è pronta a dire la sua

26.01.2026
4 min
Salva

Tra i vari team professional c’è anche la Novo Nordisk, la squadra la cui mission non è solo quella sportiva, ma anche divulgativa attorno allo sport di elite per atleti con diabete. Ma è una squadra a tutti gli effetti, inserita stabilmente nel ciclismo che conta (in apertura foto Novo Nordisk-Facebook). Una formazione che ha tra i suoi direttori sportivi Massimo Podenzana. E proprio a lui abbiamo chiesto che aria tiri in casa americana.

Abbiamo ficcanasato nel clan a stelle e strisce: 21 corridori, sei dei quali italiani. Più il devo team. L’ultimo di quei 21 corridori ad aggiungersi alla lista è un super giovane: Donovan Mackie, australiano classe 2007, un passista dal curriculum non eccelso, ma che ha colpito tantissimo il team manager Vassili Davidenko dopo il Talent ID Camp, che si è tenuto giusto in Italia la scorsa estate. Tra gli juniores era stato tra i migliori nella sua Nazione e l’hanno scorso, al primo anno tra gli U23, ha conquistato in Europa quattro corse, tra cui Kooigem e Torhout-Rozveld, entrambe in Belgio

Novo Nordisk
Massimo Podenzana (classe 1961) è sull’ammiraglia della Novo Nordisk dal 2011, quando la squadra si chiamava Team Type 1
Novo Nordisk
Massimo Podenzana (classe 1961) è sull’ammiraglia della Novo Nordisk dal 2011, quando la squadra si chiamava Team Type 1
Dunque, Massimo, che aria tira nella Novo Nordisk?

Sin qui ci siamo riuniti a novembre, però quello era un ritiro che facevamo più che altro per realizzare video, foto e materiale di comunicazione. Ora, a gennaio, è il primo vero ritiro tecnico che facciamo, il primo dedicato all’allenamento. Questo ovviamente non significa che non seguiamo i ragazzi durante l’anno.

Anche altri team hanno saltato il ritiro di dicembre: come stanno i vostri atleti?

Posso dire che al momento sono tutti abbastanza preparati. A parte un paio, sono ragazzi giovani e quindi cerchiamo di lavorare al meglio per poterci far notare nelle corse.

Novo Nordisk
Filippo Ridolfo è pro’ dal 2022. L’anno scorso per lui due top 10
Novo Nordisk
Filippo Ridolfo è pro’ dal 2022. L’anno scorso per lui due top 10
Il vostro è anche un progetto divulgativo: ma restiamo sul tecnico. Noti una crescita?

C’è voglia di crescere anche sotto quell’aspetto. Ammetto che mi è dispiaciuto vedere andare via Matyas Kopecky, che l’anno scorso ha fatto ottimi piazzamenti ed è passato alla Unibet. Con lui abbiamo lavorato bene, perché oltre alla Unibet l’avevano cercato anche altre squadre. Kopecky ha voluto fare il salto perché in quel team ha la possibilità di disputare corse come il Fiandre e la Roubaix, che sono molto adatte a lui. Se da una parte mi dispiace, dall’altra è una soddisfazione essere riusciti a portare un atleta con diabete a certi livelli e in squadre così importanti.

Quest’anno da chi ti aspetti qualcosa in più?

Abbiamo Filippo Ridolfo, un ragazzo giovane sul quale puntiamo molto. Ha 24 anni, ma è cresciuto parecchio negli ultimi due e il 2026 per noi dovrebbe essere la stagione della consacrazione. E’ un passista veloce, un combattente, uno che non ha paura di andare in fuga. E poi ce ne sono altri che possono fare bene, come Andrea Peron che è molto costante e serio.

Novo Nordisk
Nel nubifragio del Tour Poitou – Charentes, Andrea Peron guidava il gruppo. Con i suoi 37 anni è il più anziano della Novo Nordisk
Novo Nordisk
Nel nubifragio del Tour Poitou – Charentes, Andrea Peron guidava il gruppo. Con i suoi 37 anni è il più anziano della Novo Nordisk
Avete protocolli diversi durante i ritiri per la gestione del diabete?

No, tutto molto allineato agli altri team. Certo, sia nei ritiri sia nelle gare abbiamo sempre con noi i medici. E’ importante averli per controllare i valori, ascoltare i ragazzi e intervenire se necessario. Però i nostri atleti fanno una vita assolutamente normale.

Parliamo di calendario: quali corse farete?

Iniziamo con la Volta a la Comunitat Valenciana, poi faremo una gara a tappe in Francia, il Tour de Provence. Successivamente se arriverà l’invito, ma sembrerebbe di sì, saremo al Giro di Sardegna. In Italia dovremmo correre parecchio, un po’ più rispetto agli ultimi anni.

Novo Nordisk
La Novo Nordisk ha confermato i suoi materiali a partire dalla bici Argon 18 Nitrogen Pro (foto Facebook)
Novo Nordisk
La Novo Nordisk ha confermato i suoi materiali a partire dalla bici Argon 18 Nitrogen Pro (foto Facebook)
Dal punto di vista dei materiali ci sono novità?

Tutto confermato, a partire dalle bici: abbiamo sempre Argon 18 e anche gli altri materiali sono rimasti invariati. Lo stesso posso dire dello staff tecnico: siamo soprattutto io e Gennady Mikhaylov i tecnici di riferimento. Una cosa però è cambiata.

Ovvero?

Abbiamo cambiato la location del ritiro. Andiamo ad Alicante: di solito pensavamo ad Altea, però quest’anno abbiamo deciso di tornare un po’ più a sud. Eravamo già stati da quelle parti nel primo ritiro di diversi anni fa. La logistica è molto comoda, perché l’aeroporto di Alicante è davvero vicino, e i percorsi sono meno trafficati. Rispetto ad Altea e Calpe bisogna spostarsi un po’ più all’interno per trovare le salite, ma il clima è ideale: anche in questi giorni ci sono 17-18 gradi e ci si allena alla grande.

Tour de l'Avenir 2023, Isaac Del Toro, Messico

EDITORIALE / L’Avenir per club è la fine degli under 23?

26.01.2026
5 min
Salva

L’ultimo fu Anquetil nel 1961, che lo aveva già vinto nel 1957 e succedette a Gastone Nencini. Poi il Tour de France lasciò da parte le nazionali e si corse per squadre. A vincere per i tre anni successivi fu nuovamente il francese, la cui serie venne interrotta da Gimondi nel 1965. La Grande Boucle non ne uscì ridimensionata, ma certo si chiuse un’epoca. La stessa cosa sta per accadere al Tour de l’Avenir (curiosamente nato proprio nel 1961), in procinto di passare in mano ai devo team. Probabilmente la corsa non ne risentirà, ma il passaggio segnerà la fine di un certo modo di intendere il ciclismo delle espoirs, le speranze, per dirla coi francesi.

Isaac Del Toro era quasi un signor nessuno quando conquistò il Tour de l’Avenir nel 2023 e grazie a quel successo (foto di apertura) divenne uno dei prezzi pregiati del mercato che il UAE Team Emirates si tiene ora stretto con un contratto fino al 2029. Che cosa cambierà con la nuova formula? 

Orlen Grand Prix 2023: Busatto vince, Piganzoli e Pellizzari lo festeggiano: la Nations Cup ha permesso di valorizzare i talenti migliori (foto PT photos)
Orlen Grand Prix 2023: Busatto vince, Piganzoli e Pellizzari lo festeggiano: la Nations Cup ha permesso di valorizzare i talenti migliori (foto PT photos)

Under 23 in estinzione?

Il ciclismo ha intrapreso un cammino che potenzialmente potrebbe portare alla fine della vecchia categoria U23. Sarà meno facile scoprire talenti come quello del messicano: nel 2026 la formula sarà ancora mista, ma la presenza dei devo team riduce i posti delle nazionali.

Lo ha capito Philippe Colliou, l’organizzatore del Tour de l’Avenir. «Alcuni corridori – ha detto – possono passare inosservati, soprattutto al di fuori dell’Europa». Per questo esaminerà le candidature di diverse nazionali dopo il 31 gennaio, limite entro cui i devo team dovranno presentare la loro candidatura.

Nel frattempo, con i migliori azzurri impegnati al Tour de l’Avenir con la maglia dei rispettivi team, la nazionale italiana potrebbe essere a un passo dalla rinuncia. Guardando l’Italia dell’edizione 2025 (tolti Turconi che corre nella Bardiani e Mattio ormai salito nel WorldTour), Finn, Gualdi, Borgo e Donati corrono nei devo team: ha senso allestire una nazionale per andare in Francia? Sì, se alcuni ragazzi forti rimanessero fuori dai 6 nomi indicati dai club. Altrimenti probabilmente non varrebbe la pena e il cittì Amadori lo ha lasciato intuire anche piuttosto chiaramente.

Il cittì degli U23 (qui Amadori con Villa e Finn) è avviato verso un ruolo di selezionatore: una tendenza già evidente lo scorso anno
Il cittì degli U23 (qui Amadori con Villa e Finn) è avviato verso un ruolo di selezionatore: una tendenza già evidente lo scorso anno

La preparazione del mondiale

Ormai neppure con gli under 23 puoi andare a una corsa per fare esperienza: l’ingresso dei devo team ha cancellato questa modalità. E probabilmente non assisteremo più a una corsa aperta, come quella sfrontata fra Del Toro, Pellizzari e Piganzoli, ma ai meccanismi più bloccati tipici del professionismo. Per contro, gli accordi commerciali stretti dai team WorldTour al momento di accettare la partecipazione al Tour de l’Avenir offriranno ai suoi organizzatori le risorse e la visibilità che innegabilmente daranno stabilità economica alla corsa.

Se a ciò si somma la cancellazione della Nations Cup (la challenge UCI di corse a tappe riservata alle nazionali U23), si capisce che le federazioni non abbiano più grande interesse a investire sulla categoria. A cosa serve se non possono schierare i più forti? A cosa serve organizzare un ritiro in altura prima del mondiale, quando è ormai chiaro che i devo team preferiscano allenare in casa i propri atleti? 

Campionati del mondo Kigali 2025, GDavid Lappartient, conferenza stampa
Nella conferenza stampa di Kigali, il presidente dell’UCI Lappartient ribadì che l’Avenir si sarebbe corso per nazionali, dimenticando il riferimento ai devo team
Campionati del mondo Kigali 2025, GDavid Lappartient, conferenza stampa
Nella conferenza stampa di Kigali, il presidente dell’UCI Lappartient ribadì che l’Avenir si sarebbe corso per nazionali, dimenticando il riferimento ai devo team

Dalla parte degli juniores

Anche i tecnici di categoria francesi e spagnoli rivelano che nelle loro federazioni il budget riservato alle categorie giovanili pende ormai dalla parte della categoria under 19, in cui c’è ancora la possibilità di selezionare i talenti migliori. Resta da capire se faccia tutto parte di un disegno più ampio.

Lo scenario più plausibile al momento è quello che vede il professionismo fatto di WorldTour e professional, con il sistema di promozioni e retrocessioni a tenere banco. Subito sotto i devo team, squadre continental cui vengono riservate le migliori internazionali U23: il fatto che da queste siano state bandite le professional è il segno della volontà di comporre un gruppo omogeneo. Poi ci sono gli juniores, che nel tempo hanno perso la limitazione dei rapporti e magari potrebbero andare incontro all’aumento delle distanze di gara.

Finn ha partecipato ai campionati europei senza lo sponsor sulla maglia: così probabilmente sarebbe all’Avenir, se corresse con la nazionale
Finn ha partecipato ai campionati europei senza lo sponsor sulla maglia: così probabilmente sarebbe all’Avenir, se corresse con la nazionale

A queste condizione ha ancora senso prevedere un mondiale U23, con tutte le relative modalità di avvicinamento, per la possibilità di portare in giro la maglia iridata con i propri sponsor. Se per qualunque motivo Finn dovesse correre il Tour de l’Avenir con la nazionale, indosserebbe la maglia iridata, ma probabilmente senza alcun riferimento a Red Bull, come accaduto agli europei. Ma dato che correrà con la sua squadra, il simbolo iridato avrà le scritte giuste al posto giusto.

Ciò che forse disturba, in questo quadro di grande transizione, è l’ipocrisia dell’UCI, che probabilmente ha un progetto e lo svela in pillole. Nella conferenza stampa ai mondiali di Kigali, il presidente Lappartient disse che il Tour de l’Avenir 2026 avrebbe avuto ancora al via le nazionali, dimenticando di parlare dei devo team. In questo regime privo di contraddittorio, senza che le federazioni storiche abbiano gli attributi, le personalità e l’interesse a lottare per le proprie prerogative, non sarebbe meglio dire subito la verità, dando modo a tutti di organizzarsi?

Andrea Giorgi, test lattato

VLaMax: un dato da considerare, tra teoria e pratica

26.01.2026
4 min
Salva

Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un articolo dove con coach Giuseppe De Maria, preparatore del team Polti VisitMalta, avevamo parlato di giovani e Grandi Giri. Tra i vari parametri e attenzioni da avere nei confronti di questi atleti, prima di vederli impegnati nelle corse a tappe di tre settimane, è emerso quello del VLaMax (la massima potenza glicolitica). Incuriositi da cosa potesse rappresentare questo dato, e da come lo si può prendere in considerazione all’interno di un lavoro di preparazione a 360 gradi, siamo andati da Andrea Giorgi, medico facente parte del gruppo di valutazione e preparazione fisica del team Bardiani CSF 7 Saber.

«Il VLaMax nasce negli anni 80 come  sistema – spiega il dottor Giorgi – per determinare la capacità glicolitica dell’atleta. Cos’è la capacità glicolitica? E’ la capacità anaerobica lattacida, quindi si andava a vedere quali atleti fossero in grado di produrre maggior lattato, il quale rappresenta la capacità anaerobica del corridore. Il lattato deriva dalla degradazione del piruvato, un derivato del glicogeno prodotto internamente al mitocondrio della cellula del muscolo che per essere smaltito viene buttato nel circolo sanguigno. Questo processo ci permette di misurare il lattato, cosa che viene fatta prelevando una piccolissima quantità di sangue».

Bardiani CSF 7 Saber, ritiro 2026
Il test del VLaMax permette di capire con che tipologia di scalatore si sta lavorando
Bardiani CSF 7 Saber, ritiro 2026
Il test del VLaMax permette di capire con che tipologia di scalatore si sta lavorando
Nell’atleta in cosa si traduce questa misurazione?

A livello teorico un corridore con un VLaMax alto produce maggior lattato, di conseguenza degrada più glicogeno e quindi ha una maggiore capacità anaerobica, in termini stretti è più “rapido”. Per fare un esempio: un velocista dovrebbe avere un VLaMax più alto rispetto a uno scalatore. Questo perché in teoria VLaMax e VO2Max sono inversamente proporzionali, se ho un corridore con un’alta capacità di consumo d’ossigeno (uno scalatore, ndr) avrà una bassa capacità glicolitica. C’è un però.

Prego…

Negli anni io personalmente questo parametro l’ho usato pochissimo, perché quello del VLaMax è un test difficile da riprodurre in maniera ripetibile. Ci sono tanti fattori confondenti, per avere una misurazione perfetta della capacità glicolitica dovresti fare una biopsia muscolare, così da vedere il livello di glicogeno in quell’esatto momento.

Martin Marcellusi, Bardiani CSF 7 Saber
Il test del VLaMax prevederebbe uno sprint e poi una serie di misurazioni del lattato a riposo
Martin Marcellusi, Bardiani CSF 7 Saber
Il test del VLaMax prevederebbe uno sprint e poi una serie di misurazioni del lattato a riposo
Come si misura invece?

Si prende il livello di lattato a riposo, poi si fa un’altra misurazione dopo uno sprint e si ottiene il delta. Questo viene diviso per il tempo del test ridotto del tempo della capacità anaerobica alattacida, questa però non si può misurare e viene data per certa su un periodo tra i tre e i cinque secondi. In realtà è tutta una stima. 

Allora perché si tiene comunque conto di questo parametro?

Perché se si prende un campione omogeneo di scalatori, ad esempio, si presuppone che avranno un VO2Max elevato visto che la loro potenza aerobica deve essere alta. Fare un test sul VLaMax a questo gruppo di scalatori ci permette di trovare quello con un maggior spunto veloce.

Filippo Turconi, Bardiani CSF 7 Saber
Se uno scalatore ha una capacità anaerobica lattacida bassa vorrà dire che farà affidamento su un passo costante
Filippo Turconi, Bardiani CSF 7 Saber
Se uno scalatore ha una capacità anaerobica lattacida bassa vorrà dire che farà affidamento su un passo costante
E’ un dato che fa capire che scalatore si ha davanti?

Esatto, se ho un valore alto ho davanti uno scalatore in grado di resistere a diversi cambi di ritmo, o scatti. Al contrario se è basso mi devo confrontare con uno scalatore che ha nel passo la sua forza. Nel tempo si è cercato di sopperire al VLaMax con altri parametri più ripetibili. Però un conto è guardare le cose a livello scientifico, un altro è fare il lavoro sul campo. Il test richiede uno sprint e poi diversi prelievi di lattato a riposo fino a quando non raggiungi il picco, da lì vedi come questo decresce e hai una risposta. Ripeto, è difficile da utilizzare come test.

E’ possibile riuscire a trovare dei parametri che ti danno dei valori utilizzabili?

Sul campo con il VLaMax si possono trovare degli indici per vedere se ci sono stati dei miglioramenti per quanto riguarda la capacità glicolitica, anche se rimane un dato molto influenzabile.

Alessio Martinelli, Bardiani CSF 7 Saber
Uno scalatore per essere completo dovrà comunque avere una buona capacità glicolitica
Alessio Martinelli, Bardiani CSF 7 Saber
Uno scalatore per essere completo dovrà comunque avere una buona capacità glicolitica
Come si migliora la capacità glicolitica?

Tramite dei lavori di interval training o degli sprint. Sicuramente ci deve essere anche una base di consumo d’ossigeno perché comunque siamo in uno sport di endurance. Anche in uno velocista, che fa sprint sopra i quindici secondi, il VLaMax può essere utilizzato come parametro glicolitico. Il livello di capacità glicolitica rimane comunque un qualcosa con cui nasci. In generale, tornando agli scalatori, ho sempre visto che i corridori in grado di vincere i Grandi Giri avessero un’elevata capacità glicolitica. Il calcolo diventa difficile, però avere dei parametri è importante per capire che tipo di corridore si ha davanti. 

Davide Frigo, Ineos Grenadiers Racing Academy

Davide Frigo: primi passi nel devo team e nella mentalità Ineos

25.01.2026
5 min
Salva

Il Team Ineos Grenadiers ha messo nel mirino il suo prossimo futuro, e lo ha fatto anche con l’inserimento del devo team (Ineos Grenadiers Racing Academy) nel progetto. Una squadra di sviluppo, la formazione britannica era una delle poche a non averne ancora una interna. Inizialmente, come raccontato anche da Dario Cioni quando è stato presentato il progetto. Dodici atleti da ogni Continente, con una maggioranza di cinque corridori britannici. In questo gruppo c’è spazio anche per due italiani: Davide Frigo e Nicolas Milesi. 

Il più piccolo dei due fratelli Frigo arriva al suo primo anno da under 23 e lo affronterà proprio con il devo team Ineos Grenadiers. Un bel salto, come ci racconta anche lui, ma che al momento sta assorbendo nella maniera giusta. 

«Ci stiamo allenando bene in questo secondo ritiro – racconta Davide Frigo – siamo ad Oliva, a poche centinaia di metri dal mare. C’è molto vento ma per il resto va tutto alla grande, l’hotel è super attrezzato e inoltre il team ha portato lo chef e cura lui la cucina».

Ineos Grenadiers Racing Academy, 2026
Davide Frigo in questi giorni si sta allenando in Spagna insieme ai compagni del devo team Ineos
Ineos Grenadiers Racing Academy, 2026
Davide Frigo in questi giorni si sta allenando in Spagna insieme ai compagni del devo team Ineos
Non siete solo voi del devo team allora…

Della squadra under 23 siamo qui tutti tranne un ragazzo australiano che è rimasto a casa ad allenarsi. Poi insieme a noi ci sono altri dodici o tredici corridori della formazione WorldTour ma ci alleniamo separati. E’ capitato un paio di volte nel ritiro di dicembre di pedalare con loro, ma per il resto le attività rimangono divise. In questi giorni sono in stanza con un ragazzo africano, Milkias Maekele, che ha rotto il braccio ma è venuto comunque per fare delle visite di controllo. 

Ti sei ambientato?

Va sempre meglio, il primo ritiro è stato un qualcosa di enorme, di gigantesco. Arrivo da una squadra juniores in cui lo staff era composto da quattro o cinque membri e poi c’eravamo noi ragazzi. A dicembre nel primo ritiro eravamo in più di cento persone. 

Sei in un ambiente internazionale, si sente?

L’organizzazione, ogni persona ha un ruolo e un compito da svolgere. Siamo in tantissimi ma non c’è nessuno fermo. Ora piano piano sto migliorando anche l’inglese, arrivavo da un livello scolastico e il primo impatto è stato tosto. Per fortuna il mio diesse di riferimento è Cioni che mi sta aiutando tanto

Davide Frigo arriva dal Team Tiepolo, con il quale ha corso i due anni da juniores
Davide Frigo arriva dal Team Tiepolo, con il quale ha corso i due anni da juniores
Cosa ti ha colpito di più in questi primi mesi?

Il lato organizzativo e di gestione. Mi è capitato di parlare con un diesse e gli ho detto che avevo sbagliato a comunicare la taglia dei vestiti da riposo. Lui è andato a dirlo al responsabile del magazzino e ora al secondo ritiro mi sono trovato davanti alla stanza uno scatolone con i vestiti nuovi della taglia corretta. Ho proprio pensato: «Cavolo, qui non lasciano nulla al caso».

Stai trovando anche il ritmo negli allenamenti?

In questo secondo training camp ci stiamo concentrando di più nel pedalare e fare tante ore in sella. Invece a dicembre ci sono state più riunioni e incontri con i vari membri dello staff.

Che cosa dicono a voi del devo team?

Erano per lo più riunioni generali per parlare del team, poi abbiamo fatto un incontro con il medico e il nutrizionista che ci hanno dato qualche dritta. Nulla di grande, consigli base, però quando si hanno tanti ragazzi giovani è giusto partire quasi da zero

Il 2025 è stato l’anno in cui Frigo ha fatto un deciso passo in avanti trovando le prime vittorie, qui alla Coppa Montes (photors.it)
Il 2025 è stato l’anno in cui Frigo ha fatto un deciso passo in avanti trovando le prime vittorie, qui alla Coppa Montes (photors.it)
Si respira il clima Ineos?

E’ tornato David Brailsford e nel ritiro di dicembre c’era anche lui ovviamente. Ha una personalità molto forte, quando entra in una stanza si sente, lo si nota. Non che lo faccia apposta, ma ha un carisma unico che trascina. Ha preso in mano la squadra e ha detto che nel giro di tre o quattro anni vogliono tornare ai livelli che competono a un team come il nostro

Hai già parlato di quale sarà il tuo percorso nel team?

Qualcosa sì ma le riunioni individuali più specifiche arriveranno nei prossimi giorni. Quest’anno ho ancora la scuola, quindi fino a giugno dovrò gestire i due impegni. Il team è molto felice che non abbia lasciato gli studi e in questo mi supporta. Mi hanno detto di non preoccuparmi e che fino a quando non avrò fatto la maturità sfrutteremo le occasioni a disposizione.

Come lavorerai?

Sto approfittando dei giorni di ritiro, così come ho fatto con le vacanze di Natale, per allenarmi e mettere un po’ di fondo nelle gambe. Per il resto so che già di non poter correre il Giro Next Gen perché sarà in concomitanza con la maturità. Mi piacerebbe partecipare al Tour de l’Avenir, visto che nel 2026 è stato aperto ai devo team

Davide Frigo ha poi dimostrato di avere una buona attitudine anche nelle corse a tappe vincendo il Giro del Friuli (foto Bolgan)
Davide Frigo ha poi dimostrato di avere una buona attitudine anche nelle corse a tappe vincendo il Giro del Friuli (foto Bolgan)
Torniamo all’inizio, in che modo è nato il contatto con la Ineos?

Cioni aveva sentito mio fratello Marco poco dopo il campionato italiano a cronometro, era fine giugno. Gli aveva detto di essere interessato a me e gli aveva accennato che Ineos avrebbe aperto un devo team nella prossima stagione (il 2026, ndr). La cosa poi è andata un po’ per le lunghe ma ho sempre avuto fiducia.

Dopo il tuo ultimo anno da juniores ti saresti mai aspettato di entrare in un devo team?

E’ arrivato tutto molto in fretta. Fino al 2025 non avevo mai raccolto grandi risultati. Con la prima vittoria della stagione ho sentito crescere la consapevolezza nei miei mezzi e di poter pensare a un passo del genere. Ora sono qui e voglio fare del mio meglio per rimanerci e godermelo al massimo. 

Juniores e U23. Vincere una classica basta per un contratto da pro’?

Juniores e U23. Vincere una classica basta per un contratto da pro’?

25.01.2026
6 min
Salva

Quanto pesano realmente i risultati che si colgono negli juniores e gli U23? Il tema è sempre più d’attualità, con discussioni senza fine tra chi guarda all’immediato e chi teme che i ragazzi si spremano troppo per emergere pagando poi dazio quando si tratta di passare professionisti. Trovare una risposta univoca è obiettivamente impossibile, ma le statistiche possono darci segnali interessanti, oltre a mettere in evidenza alcune storie cadute nel dimenticatoio troppo presto.

Il podio della Roubaix espoirs 2025 con la doppietta Lidl-Trek firmata Philiposen e Soderqvist (foto Maheux)
Il podio della Roubaix Espoirs 2025 con la doppietta Lidl-Trek firmata Philipsen e Soderqvist (foto Maheux)
Il podio della Roubaix espoirs 2025 con la doppietta Lidl-Trek firmata Philipsen e Soderqvist (foto Maheux)
Il podio della Roubaix Espoirs 2025 con la doppietta Lidl-Trek firmata Philipsen e Soderqvist (foto Maheux)

Quattro classiche da studiare a fondo

Abbiamo preso in esame le classiche del Nord riservate a juniores e under 23, dal 2010 a oggi. Gand-Wevelgem e Roubaix (in apertura, foto Maheux) hanno un palmarés pressoché completo, ricordando che nel 2020 e 2021 il Covid impedì la loro effettuazione (il primo anno tutta l’attività giovanile venne fermata e gli effetti devastanti si sentono ancora oggi nella maturazione di quella generazione). Il Giro delle Fiandre U23 ha chiuso i battenti nel 2019, quasi preavvertendo la crisi della categoria sempre più subordinata a quella inferiore, mentre la Liegi-Bastogne-Liegi per juniores è in calendario solo dal 2022.

In totale abbiamo quindi 94 vincitori fra tutte le gare. Il primo dato che emerge è che sono davvero pochi coloro che sono riusciti a emergere in più gare. Anzi, per essere precisi si registrano solo alcune doppiette. Ad esempio di corridori come Mads Pedersen (sua la Roubaix 2013 juniores e la Gand 2016 da U23) o Thomas Pidcock (Roubaix 2017 e 2019, negli juniores e poi da U23), a dimostrazione che il loro talento era strabordante già da giovanissimi.

Due vittorie anche per Jarno Widar (Fiandre 2023 juniores e Liegi 2025 da U23), risultati che hanno contribuito a spianargli la strada verso il WorldTour con corposo anticipo e grandi aspettative. Una curiosità: Pogacar non c’è, né fra gli juniores e tantomeno fra gli U23…

Già da juniores Pidcock aveva mostrato la sua propensione per le classiche (foto Getty Images)
Già negli juniores Pidcock aveva mostrato la sua propensione per le classiche (foto Getty Images)
Già da juniores Pidcock aveva mostrato la sua propensione per le classiche (foto Getty Images)
Già negli juniores Pidcock aveva mostrato la sua propensione per le classiche (foto Getty Images)

Una percentuale altissima

Allarghiamo però il discorso per comprendere meglio la situazione generale. Su 94 vincitori tra juniores e U23 abbiamo 61 corridori che hanno raggiunto il professionismo, approdando a squadre WorldTour o formazioni che possiamo considerare assimilabili, come Tudor o la vecchia Israel. Una percentuale molto alta: significa che almeno due ciclisti su tre sfruttano il trampolino del grande successo per trovare spazio in un circolo che in fin dei conti è sempre molto ristretto.

Attenzione però, perché tanti di loro salgono con dei sogni nel cassetto che lì rimangono e diventano elementi fondamentali per i team, ma non dei leader. Chi è riuscito a emergere nelle classiche anche da pro’? Un esempio è Stuyven, il vincitore della Sanremo 2021 che aveva vinto la Roubaix juniores nel 2010 e che quest’anno è approdato alla Soudal proprio per riassaporare il gusto della caccia al grande risultato. Lo stesso dicasi per Jungels, il lussemburghese primo alla Roubaix U23 nel 2012 e che poi si è ripetuto nella massima serie.

Una foto preziosa: il trionfo di Ganna a Roubaix. 10 anni fa. Un buon auspicio? (foto DirectVelo)
Una foto preziosa: il trionfo di Ganna a Roubaix. 10 anni fa. Un buon auspicio? (foto DirectVelo)
Una foto preziosa: il trionfo di Ganna a Roubaix. 10 anni fa. Un buon auspicio? (foto DirectVelo)
Una foto preziosa: il trionfo di Ganna a Roubaix. 10 anni fa. Un buon auspicio? (foto DirectVelo)

I dolorosi casi di Myngheer e Lambrecht

A fronte di tanti professionisti c’è anche un numero copioso di corridori che non ce l’hanno fatta. Tra i 25 censiti ci sono ciclisti che sono arrivati ad avere una buona carriera nelle Continental ma nulla più e fra questi ci sono casi davvero particolari. Molto dolorosi, come quelli di Daan Myngheer e Bjorg Lambrecht. Due talenti belgi la cui vita si è interrotta troppo presto e che, nel consesso professionistico, ci sarebbero arrivati in pompa magna.

Myngheer si era aggiudicato la Gand-Wevelgem juniores nel 2011 e da “espoir” non aveva smesso di crescere, continuando a raccogliere piazzamenti proprio nelle classiche di casa ma anche fuori, come l’Eschborn-Frankfurt 2014. Nel 2015 aveva trovato spazio in una squadra continental come la Verandas Willems spesso invitata a prove di alto rango e l’anno successivo alla Roubaix Lille Metropole, ma il 24 marzo 2016, quand’era impegnato al Criterium International è stato vittima di un infarto, morendo due giorni dopo.

Lambrecht sul podio di Liegi. Campione nelle classiche e nelle corse a tappe, poteva sfondare (foto Getty Images)
Lambrecht sul podio di Liegi. Campione nelle classiche e nelle corse a tappe, poteva sfondare (foto Getty Images)
Lambrecht sul podio di Liegi. Campione nelle classiche e nelle corse a tappe, poteva sfondare (foto Getty Images)
Lambrecht sul podio di Liegi. Campione nelle classiche e nelle corse a tappe, poteva sfondare (foto Getty Images)

Un talento capace di tutto

Caso più noto quello di Lambrecht, la cui vittoria alla Liegi U23 del 2017 era solo l’anticipo di quel che avrebbe potuto essere. Vincitore della Corsa della Pace e secondo alle spalle di Bernal all’Avenir, Lambrecht sembrava l’uomo giusto per riportare il Belgio ai vertici anche nelle grandi corse a tappe viste soprattutto le sue capacità di saper emergere in ogni contesto. La Lotto Soudal lo stava curando con enorme cura: due anni nel devo team prima di promuoverlo nella prima squadra dove stava rapidamente salendo i ranghi e mettendosi in mostra, cogliendo piazze d’onore alla Vuelta 2018 e l’argento mondiale quand’era ancora U23.

Tutti i sogni, tutte le speranze sono svanite in un maledetto giorno dell’agosto 2019, al Giro di Polonia. Terza tappa, chilometro 48. Una discesa affrontata troppo velocemente, la curva quasi improvvisa e la bici che diventa un cavallo imbizzarrito. La botta sul marciapiede è terribile, non è possibile neanche elitrasportarlo verso il più vicino ospedale. Bjorg muore il giorno stesso e la corsa polacca da allora non lo ha mai dimenticato.

Alessandro Borgo, ultimo vincitore della Gand-Wevelgem U23. La Bahrain Victorious conta molto su di lui (foto Facebook)
Alessandro Borgo, ultimo vincitore della Gand-Wevelgem U23. La Bahrain Victorious conta molto su di lui (foto Facebook)
Alessandro Borgo, ultimo vincitore della Gand-Wevelgem U23. La Bahrain Victorious conta molto su di lui (foto Facebook)
Alessandro Borgo, ultimo vincitore della Gand-Wevelgem U23. La Bahrain Victorious conta molto su di lui (foto Facebook)

Italiani al vertice: pochissimi, ma buoni…

Dall’analisi emerge come emergere nelle classiche di categoria sia un ottimo biglietto da visita per trovare posto fra i “grandi”, una sorta di cambiale che i vari procuratori possono spendere alla ricerca di un ingaggio. E gli albi d’oro dicono anche come le difficoltà del ciclismo italiano non siano figlie di queste ultimissime stagioni, ma affondino le loro radici nel tempo. Dal 2010 sono stati solamente 6 i corridori che si sono aggiudicati una classica e tutti hanno poi trovato spazio fra i pro’, salvo lo sfortunato Samuele Manfredi, fermato da un grave incidente.

C’è chi come Salvatore Puccio ha costruito sul suo successo al Fiandre U23 2011 una lunghissima carriera da gregario e chi come Filippo Ganna, primo alla Roubaix 2016 è volato verso una carriera luminosa su strada e su pista. Ultimo in ordine di tempo, Alessandro Borgo, primo alla Gand-Wevelgem dello scorso anno. Sarà anche per lui la pietra angolare di una carriera importante?

Mapei Sport, laboratorio, Aldo Sassi, Claudio Pecci

Mapei Sport, 30 anni: viaggio nella storia del ciclismo

25.01.2026
10 min
Salva

Il Centro Mapei nacque trent’anni fa. Allo stesso modo in cui il Milan aveva Milanello e l’Inter si ritrovava ad Appiano Gentile, nel 1996 la squadra a cubetti del dottor Squinzi inaugurò un centro tutto suo e lo affidò ad Aldo Sassi (nella foto di apertura, proprio Aldo nel suo laboratorio).

La squadra usciva da un 1995 con 55 vittorie, vincitrice del Giro con Rominger, della Roubaix con Ballerini e del Fiandre con Museeuw. Indurain aveva vinto il quinto Tour, Jalabert la Sanremo e la Vuelta, Gianetti la Liegi. Il fatto che la Mapei si fosse dotata di un centro di preparazione ad uso esclusivo la proiettava verso l’elite del ciclismo mondiale.

Trent’anni dopo, abbiamo chiesto ad Andrea Morelli, che in Mapei Sport dirige il dipartimento del ciclismo, di guidarci in questo lungo viaggio cui prese parte sin dalle prime battute.

Andrea Morelli lavora in Mapei Sport dal 1995, chiamato da Aldo Sassi
Andrea Morelli lavora in Mapei Sport dal 1995, chiamato da Aldo Sassi
Andrea Morelli lavora in Mapei Sport dal 1995, chiamato da Aldo Sassi
Andrea Morelli lavora in Mapei Sport dal 1995, chiamato da Aldo Sassi
Da quanti anni sei un uomo Mapei?

Ho iniziato con Aldo Sassi a metà 1995, quando stava ancora nascendo il Centro a Castellanza. La ristrutturazione era appena iniziata, ma noi avevamo già cominciato a Busto Arsizio in alcuni locali dove avevamo messo i primi macchinari. Aldo l’ho conosciuto per caso, non avevo mai seguito il ciclismo. Avevo fatto atletica e pallacanestro e prima di uscire dall’ISEF avevo cominciato a lavorare in una palestra.

Come sei arrivato al ciclismo?

Era il periodo del primo Spin Trainer di Technogym e in palestra ne avevamo uno. Un ragazzo che faceva ciclismo aveva iniziato a farsi seguire. Gli davo le tabelle d’allenamento, gli facevo i test con le curve del lattato che a quei tempi erano un’impresa. Finché un giorno mi propose di andare a Rovigo a un convegno di Aldo Sassi. Ricordo di avergli chiesto chi fosse e lui mi spiegò che era il preparatore della Mapei. Così prendemmo la macchina e andammo.

Come andò?

Era pieno di amatori che gli facevano domande assurde, mentre lui parlava della soglia e di cose del genere. Finché mi venne di chiedergli una cosa. E gli dissi: «Lei ha spiegato che la soglia a 4 millimoli si può mantenere per un tempo ridotto. Io ho fatto dei test a questo mio amico in palestra ed è rimasto per un’ora a 6 milimoli. Gli feci altre domande e ci presentammo, ma nulla più. Una settimana dopo ero a casa, quando squillò il telefono: era Aldo, che aveva trovato il mio numero. Mi disse che stavano per aprire un centro di valutazione per una squadra professionistica e se mi interessasse.

E tu?

Gli dissi che il giorno dopo sarei andato giù. Volevo fare il preparatore, però non sapevo ancora bene in che ambito muovermi. Iniziai ad andare due o tre volte alla settimana, poi nel giro di due mesi lasciai la palestra ed entrai al Centro Mapei. Avevamo l’attrezzatura per fare la posizione, ma era tutta smontata. Avevamo un ergometro, che oggi è qui all’ingresso in una teca trasparente. La prima macchina per il consumo di ossigeno, che Aldo annotava. Poi facevamo la plicometria e a quel punto Aldo si siedeva alla scrivania e io (ride, ndr) facevo la parte del galoppino.

Il Centro Mapei è stato inaugurato nel 1996: il 28 marzo si festeggeranno i 30 anni
Il Centro Mapei è stato inaugurato nel 1996: il 28 marzo si festeggeranno i 30 anni
Il Centro Mapei è stato inaugurato nel 1996: il 28 marzo si festeggeranno i 30 anni
Il Centro Mapei è stato inaugurato nel 1996: il 28 marzo si festeggeranno i 30 anni
Cioè cosa facevi?

Preparavo la macchina, calibravo, seguivo il riscaldamento e poi quando arrivava Aldo, faceva il test e intanto parlava con l’atleta. Poi elaborava i dati, si metteva alla scrivania con il corridore seduto di fronte e gli spiegava il programma di allenamento per le varie settimane e alla fine glielo consegnava. Facevamo 3-4 test per volta.

Era tutto ad uso della squadra?

All’inizio sì e anche per gli altri team Mapei. Ai tempi quasi ogni rivenditore italiano aveva la sua squadra. La Grassi in Toscana, come pure la Trevigiani. C’erano circa 18 squadre sponsorizzate dai rivenditori Mapei e tutti loro potevano venire a fare i test da noi. Poi arrivò Luca Guercilena, che aveva fatto l’ISEF con me.

C’era bisogno di rinforzi?

Quando il numero degli atleti da seguire è aumentato, divenne necessario avere qualcuno che coordinasse i rapporti con i direttori sportivi. Così feci il suo nome. All’inizio però eravamo soltanto Sassi, io, qualcuno dell’amministrazione e il dottor Ruffini. All’inizio come direttore sanitario avevamo il professor Arcelli e dopo di lui arrivò Claudio Pecci.

Arcelli come eredità dell’Ora di Moser e dell’Equipe Enervit?

Aldo aveva rapporti con Enervit, è sempre stato in contatto con Sorbini (fondatore di Enervit, ndr), anche perché fornivano i prodotti alla squadra. In realtà il blocco belga usava sempre un integratore che si chiamava Extran, dolcissimo, che conteneva 40 grammi di carboidrati. Adesso li bruciano in un quarto d’ora, a quel tempo era una vera bomba. 

Cadel Evans ha corso in maglia Mapei soltanto nel 2002, ma è rimasto sempre legato al Centro di Castellanza
Cadel Evans ha corso in maglia Mapei soltanto nel 2002, ma è rimasto sempre legato al Centro di Castellanza
Cadel Evans ha corso in maglia Mapei soltanto nel 2002, ma è rimasto sempre legato al Centro di Castellanza
Cadel Evans ha corso in maglia Mapei soltanto nel 2002, ma è rimasto sempre legato al Centro di Castellanza
Quelli erano anche anni un po’ maledetti e più di una volta Sassi parlò contro il doping.

La situazione sicuramente non era delle più rosee. Il doping dilagava e il fatto di aver creato una struttura di questo tipo era il tentativo di centralizzare il controllo e di limitare le problematiche, soprattutto rispetto ai preparatori in auge in quel periodo. In Mapei si cercava di monitorare i ragazzi per vedere che non facessero stupidate. Il passo successivo fu cercare di limitare i rapporti con i preparatori esterni e qualcuno che non rispettava questa consegna fu allontanato.

Avere una squadra era un grosso vantaggio a livello di ricerca?

Uno dei dogmi del dottor Squinzi e di Aldo era la scienza applicata nell’azienda come pure nello sport. L’altra cosa importante era la scienza dei campioni a disposizione di tutti, per cui si faceva ricerca e si osservavano i risultati di quello che facevamo. Al tempo non c’erano tanti strumenti. C’era il cardiofrequenzimetro, siamo stati una delle prime squadre a trasferire i file dell’allenamento e analizzare i dati della frequenza cardiaca. Poi abbiamo lavorato con i primi SRM e abbiamo studiato il modo per interpretare tutti quei dati.

Si lavorava per obiettivi?

Uno dei filoni su cui Aldo ha sempre messo la testa è stato la sindrome di overtraining. Questo ha portato nel tempo a mettere a punto dei test di valutazioni sempre più precisi, per cercare di monitorare determinate caratteristiche e dei protocolli mirati. Li abbiamo applicati con alcuni nostri atleti e quelli che arrivavano in Mapei da altri team ed erano irriconoscibili dopo essere andati molto bene l’anno prima.

Cosa veniva fuori?

Che nelle stagioni precedenti avevano esagerato con i carichi di allenamento, per cui erano arrivati al punto da avere la parte ormonale alterata e non rispondevano più all’allenamento. L’esperienza con la squadra ci ha permesso di mettere a punto una serie di test di valutazione che usiamo tutt’oggi e che ai tempi erano sicuramente innovativi.

Ballerini portato in trionfo dopo la Roubaix 1995, una delle sue grandi imprese al Nord
La Mapei che a fine 1995 inizia la costruzione del Centro di Castellanza viene dalla vittoria di Ballerini a Roubaix
Ballerini portato in trionfo dopo la Roubaix 1995, una delle sue grandi imprese al Nord
La Mapei che a fine 1995 inizia la costruzione del Centro di Castellanza viene dalla vittoria di Ballerini a Roubaix
In 30 anni la preparazione del ciclismo è cambiata in maniera clamorosa. Quanta ricerca c’è da fare per stare appresso a tutti?

L’allenamento è cambiato, però la teoria alla base dello sport di endurance è sempre quella. Il problema più grosso è che quando esci dall’università hai tanta teoria, ma non hai la pratica e ti trovi a fare cose che vanno contro la teoria. Per cui devi imparare a gestire l’allenamento con l’esperienza, interpretando la letteratura scientifica per mettere a punto il miglior metodo di lavoro. Quindi sicuramente è importante tenersi aggiornati, sapere che cosa succede a livello scientifico, quali sono le nuove scoperte, quali le nuove possibilità.

Ad esempio negli anni 90 non si parlava quasi mai di altura.

Invece oggi si ragiona sulla quota, sulla tenda iperbarica, la blood flow restriction… Tante cose che sono importanti veicoli di marketing: basta guardare quanta gente voglia fare la tenda ipossica, pur non essendo atleti e non facendo un’attività così intensa. A volte si perde il focus sull’attività centrale del ciclista e gli si mettono intorno delle grandisisme perdite di tempo. Sicuramente la scienza fa passi da gigante, hai la possibilità di analizzare tutti i dati, ma quando gestisci una squadra con 20 professionisti uomini, 20 donne e il devo team, ti ritrovi con una marea di dati che da qualche parte vanno poi tenuti.

La malattia e poi l’uscita di scena di Aldo Sassi nel 2010 hanno cambiato molto nella vita del Centro Mapei?

Sicuramente è stata una grossa perdita a livello personale e poi anche a livello della struttura. C’è stata una fase acuta cui ha fatto seguito un avvicendamento. Io ho dovuto sostituire Aldo nei rapporti con gli atleti e quindi mi sono trovato a lavorare con Basso, Evans, Cunego, Scarponi, con Cioni, Calstrom. Mi sono trovato 10-12 atleti e ho iniziato a lavorare con loro. All’inizio non è stato facile subentrare, poi è andata migliorando. Cadel vinse il Tour de France, Ivan fece settimo. Dal punto di vista della struttura, sicuramente il fatto che mancasse Aldo ci aveva privato di una direzione che lui aveva dato e aveva continuato a portare avanti. Semplicemente abbiamo cercato di seguire i suoi passi.

Evans è sempre stato un fedele di Mapei Sport: qui si brinda con Sassi e Morelli al mondiale vinto nel 2009
Evans è sempre stato un fedele di Mapei Sport: qui si brinda con Sassi e Morelli al mondiale vinto nel 2009
Evans è sempre stato un fedele di Mapei Sport: qui si brinda con Sassi e Morelli al mondiale vinto nel 2009
Evans è sempre stato un fedele di Mapei Sport: qui si brinda con Sassi e Morelli al mondiale vinto nel 2009
Che cosa ha rappresentato per te Aldo Sassi?

E’ stato il mio maestro. Tutto quello che so l’ho imparato con lui. Eravamo sempre in macchina insieme. Lui parlava e io prendevo appunti, sulla gestione dell’allenamento, i volumi di carico, quanti minuti di soglia andrebbero fatti. Ho ancora in giro gli appunti e le cassette di quel primo convegno a Rovigo. All’inizio pendevo dalle sue labbra, poi anche io ho cominciato a trovare le risposte, altrimenti sarei restato un passacarte a vita. Ma le sue intuizioni sono state sempre illuminanti.

Ad esempio?

Il posizionamento in sella. All’inizio lavoravano tutti con le misure antropometriche, invece noi provammo un approccio diverso. Più che le lunghezze, iniziammo a misurare gli angoli di pedalata. Abbiamo iniziato a raccogliere tutti questi dati cinematici e a un certo punto abbiamo cominciato a metterli insieme. E abbiamo iniziato a dire che forse è meglio avere una posizione comoda, in cui non ho problemi, piuttosto che essere super performante e avere problemi.

Quale fu la conclusione?

Mettemmo a punto posizioni per la bici da strada che riducessero l’insorgenza di patologie. Allo stesso tempo, abbiamo messo in relazione le principali patologie con la posizione in bici e abbiamo identificato dei range di riferimento che utilizziamo tutt’oggi per ottimizzare la posizione. A cronometro invece altra storia: c’è mettere insieme un discorso ergonomico e aerodinamico con un discorso di prestazione e qui ci sono dei riferimenti leggermente diversi.

Nel frattempo il Centro si è aperto agli amatori, ai team giovanili e anche ad altri sport…

E’ entrato il calcio, abbiamo lavorato con la corsa a piedi. Siamo una struttura particolare rispetto alle altre, nel senso che una grossa parte continua sulla ricerca e una fa valutazione. Servizi e ricerca insieme: non è facile, anche perché la ricerca comporta dei costi esagerati, soprattutto per la parte di strumentazione. Ad esempio, abbiamo una certificazione ISO per quanto riguarda la calibrazione delle attrezzature, un’attenzione su cui Aldo ha sempre spinto.

Perché è importante?

Il fatto di avere strumentazioni certificate sulla precisione e la ripetibilità della misura ti consente di avere una serie di certezze quando misuri dei dati. Cosa che non sempre avviene, se ti appoggi a certe strutture che usano un ergometro di alto genere. Ci sarà una differenza fra chi usa un ergometro che costa 30-40 mila euro, rispetto a uno che, con tutto rispetto, costa mille euro?

Giorgio Squinzi e sua moglie Adriana Spazzoli sono stati le colonne dell'azienda milanese
Giorgio Squinzi e sua moglie Adriana Spazzoli sono stati le colonne dell’azienda milanese. Sono scomparsi entrambi nel 2019
Giorgio Squinzi e sua moglie Adriana Spazzoli sono stati le colonne dell'azienda milanese
Giorgio Squinzi e sua moglie Adriana Spazzoli sono stati le colonne dell’azienda milanese. Sono scomparsi entrambi nel 2019
Non siete più quattro gatti, ma più di dieci, solo che nel frattempo se ne sono andati Sassi, ma anche i signori Squinzi: come prosegue il Centro Mapei?

Mapei Sport è un’azienda con il suo Consiglio di amministrazione, in cui siedono Marco e Veronica, i due figli di Giorgio Squinzi e Adriana Spazzoli. C’è la famiglia Sassi, l’amministratore delegato che è il dottor Claudio Pecci, poi c’è Simona Giorgetta che è la figlia di Laura Squinzi, sorella del dottore. In famiglia ognuno ha il suo sport preferito. Per esempio Veronica è presidentessa del Sassuolo Calcio. A Marco piacciono gli sport motoristici. Giorgetta ama la vela.

Il ciclismo resiste?

Tutti hanno la passione per il ciclismo ereditata dal papà, dallo zio e dal nonno prima di loro. Continuano tutti a sposare il Centro, consapevoli che in qualsiasi campo lo sport ti permette di portare l’immagine in un certo modo. E il ciclismo sicuramente è stato lo sport che ha permesso a Mapei di essere conosciuta al livello superiore. E quella scuola prosegue. Ciò che Aldo ha fatto per me sono riuscito a farlo con Paolo Artuso che ha iniziato con noi e con Matteo Azzolini (ora alla Lidl-Trek).

Nel frattempo c’è sempre la Lidl-Trek…

Non so come andrà dall’anno prossimo, perché non si conoscono le decisioni della proprietà tedesca. Per cui ci sono loro e ci sono collaborazioni con squadre minori. Lavoriamo con la Beltrami. Poi la Legnanese e anche la Bustese Olonia, cui facciamo i test già da qualche anno. Al piano 1 abbiamo una palestra con attrezzature per la pesistica e macchinari, quindi gli juniores vengono due volte alla settimana, lavorano e prendono dimestichezza con la palestra che da professionisti frequenteranno più spesso. 

Ci sarà modo di festeggiare i trent’anni?

Certo che sì. Festeggeremo il 28 marzo al Museo della Scienza e della Tecnica, come per il decennale. State pronti, presto arriveranno tutte le informazioni.