Zurigo, le crono con Velo: il via dalla pista e poca sicurezza

05.04.2024
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ZURIGO (Svizzera) – La discesa che da Bermeilen riporterà i cronomen sulla riva del lago in località Meilen è una bestemmia tecnica. Immaginare atleti di 80-85 chili, sia pure dotati di super bici e freni a disco, infilarsi in quella picchiata ripidissima e poi sotto il piccolo ponte in pietra, per poi svoltare a sinistra e riprendere la pianura, dà i brividi anche ora che la percorriamo in auto. Nel furgone davanti, i tecnici della nazionale osservano la stessa cosa. In quel punto la sicurezza della crono è stata ritenuta un optional.

Il limite della prudenza

Ieri vi abbiamo raccontato del sopralluogo dei commissari tecnici sui percorsi iridati della strada, oggi con Marco Velo si parla della crono. Il bresciano alla fine della ricognizione si dice soddisfatto di quello che ha visto, ma quella discesa dà i brividi e chissà se ci sarà margine per qualche cambiamento.

«Sì, diciamo che quello non è proprio un passaggio da cronometro – ammette Velo – perché sarebbe una discesa impegnativa anche facendola con la bicicletta da strada, figurati con quella da crono. Sapendo che ci si gioca tutto per pochi secondi, sicuramente ci sarà chi azzarderà di più. Però bisogna sempre avere quel limite di prudenza che non ti fa uscire di strada, perché alla fine vai a compromettere il risultato finale».

Un luogo storico

Si parte dallo storico velodromo di Oerlikon che per anni fu la sede di arrivo della Zuri Metzegete (in apertura foto zuerich.com), il Campionato di Zurigo: pietra miliare della Coppa del mondo. Una di quelle corse di cui purtroppo si è persa anche la memoria, battezzata nel 1914 e che attraverso vincitori dai nomi pazzeschi, si è interrotta nel 2006 con la vittoria di Samuel Sanchez e dopo sette edizioni per under 23 è definitivamente sparita.

Si parte dal velodromo e sostanzialmente la crono sarà divisa in tre parti. Una velocissima lungo il lago. Una più impegnativa nella zona del Pfannenstiel: zona montuosa a contatto con la città, la cui vetta arriva a 853 metri. Sulla cima, l’omonima torre di avvistamento in acciaio è da anni il simbolo della zona. Poi la discesa sul lago (quella con il passaggio pericoloso). Infine la strada verso l’arrivo, nuovamente veloce, lungo il lago che ha la forma di una banana, lungo 42 chilometri e largo neppure 4. I numeri nel complesso parlano di 46,1 chilometri, e dislivello di 413 metri.

«La prima parte è molto molto veloce – dice Velo che mentre parla visualizza i ricordi – bisogna davvero frenare pochissimo. La strada tende a scendere fino al lago, poi lo costeggia tutto. La parte centrale è parecchio impegnativa, però non impossibile, con degli strappi duri. Quindi bisognerà stare molto attenti nelle due discese. La prima ha la strada molto ampia e veloce, porta fuori e ti spinge a prendere tanta velocità. La seconda è stretta e molto molto ripida e scende verso il lago, per affrontare gli ultimi chilometri completamente piatti che portano fino all’arrivo. Bisogna essere bravi a interpretarla, perché sicuramente questa crono si può perdere o vincere in qualsiasi momento. Soprattutto nella parte centrale, non bisogna distrarsi assolutamente, sia in salita ma soprattutto in discesa».

L’altimetria della crono degli uomini elite da cui si nota la suddivisione nei tre blocchi

Salita non banale

Il tratto in salita misura quasi 6 chilometri e non è affatto leggero. Certo parliamo di atleti con cilindrate molto importanti, ma il conto da fare sarà nel confronto fra la massa di un corridore come Ganna e i 21 chili in meno di Evenepoel. Molto meglio da questo punto di vista la crono di Parigi. Una salita del genere sarà infatti un pesante fardello per gli specialisti più potenti e diventerà vantaggio per quelli più leggeri e veloci, come il belga, ma anche Pogacar e Roglic, se saranno della partita.

«Sicuramente si userà la bici da crono – prosegue Velo – però con la massima attenzione. Con i miei ragazzi pretenderò che guardino il percorso più di una volta per avere le idee chiare. Poi ovviamente ci sarò io in macchina che gli darò tutte le indicazioni, anche se comunque nella discesa finale bisognerà essere dei bravi piloti per stargli dietro. Ci sono tre blocchi distinti e sicuramente li studieremo bene nei giorni prima con gli stessi atleti e con i loro preparatori, quindi decideremo la tattica da utilizzare. Questo è quello che facciamo solitamente, in avvicinamento ai grandi eventi. Rispetto a Parigi è una prova meno da specialisti, per tutte le categorie. Under 23 e donne elite fanno qualche chilometro meno rispetto ai professionisti, però più o meno il percorso ricalca la stessa strada».

Velo e Bennati si sono alternati alla guida con Amadori nel sopralluogo sui vari percorsi
Velo e Bennati si sono alternati alla guida con Amadori nel sopralluogo sui vari percorsi

Milesi bis?

Proprio dagli under 23, lo scorso anno a Stirling arrivò la vittoria di Milesi, che fa ancora parte della categoria e che Velo non vuole lasciarsi assolutamente scappare. In un conteggio a spanne fatto con Marino Amadori giusto la sera prima, nel gruppo WorldTour ci sono più di 60 corridori U23 e fra questi il 10 per cento è composto da italiani: Milesi è uno di loro.

«Lorenzo potrebbe far parte nuovamente della partita – conferma Velo – per come è andato l’anno scorso e per quello che ha dimostrato. Quindi valuteremo con il ragazzo, con la sua squadra e con la stessa Federazione se impegnarlo anche quest’anno nella prova under 23. A me piacerebbe. Quando si vede un percorso per la prima volta, si comincia anche ad immaginare i nomi. E così sta accadendo a me in queste prime ore. Come ho detto prima, per me resta un percorso da specialisti, quindi non mi discosto tanto dall’idea che avevo prima di venire. Quindi sicuramente correrà gente che sa andare a cronometro e che sa anche guidare la bici. Se invece posso dire ancora una cosa, non mi piace che il Mixed Team Relay si corra nel circuito delle prove su strada, che è troppo duro. Lì gli specialisti saranno penalizzati».

Pogacar ha già vinto il Giro? L’analisi (spietata) di Chiappucci

05.04.2024
5 min
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Cinque vittorie in nove giorni di corsa nel 2024 per Tadej Pogacar, se si allarga l’orizzonte ai primi tre posti siamo ad un conteggio di sette podi. Praticamente lo sloveno è uscito dalle prime tre posizioni soltanto quando la gara è terminata con una volata di gruppo. I numeri collezionati dal fuoriclasse del UAE Team Emirates fanno impressione. Alla Volta a Catalunya non c’è stato spazio per nessuno, Pogacar ha dominato la corsa dal primo all’ultimo giorno. Una fame che rischia di divorare il Giro d’Italia ancor prima di iniziare. Al via della corsa rosa manca un mese, ma con un predatore del genere i giochi sembrano praticamente chiusi. 

«Probabilmente – ci dice Claudio Chiappucci, interpellato per leggere con noi le prospettive di questo Giro – assisteremo a due gare: quella di Pogacar e quella degli altri, dei battuti. La prima tappa, da Venaria Reale a Torino, prevede già delle difficoltà altimetriche, se Pogacar vorrà potrà prendere la maglia al primo giorno». 

Pogacar al Catalunya ha scavato un solco tra sé e gli avversari ogni volta che la strada saliva
Pogacar al Catalunya ha scavato un solco tra sé e gli avversari ogni volta che la strada saliva

Un Giro già chiuso?

Il varesino nella sua lunga carriera si è trovato a lottare contro campioni come Lemond e contro l’inscalfibile Miguel Indurain, eppure nessuno di loro ha mai palesato la voracità di Pogacar. Se si guarda a quanto accaduto in Spagna, al Catalunya, non c’è spazio per altre interpretazioni: Pogacar arriva in Italia pronto a giganteggiare. In salita ha battuto tutti, vero che non si è confrontato con i migliori, ma non sembrano esserci vie di scampo. 

«Al Catalunya – replica Chiappucci – quelli forti c’erano: Bernal, Landa e alcuni altri. Non ho visto nessuno che potesse essere vagamente alla sua altezza. Ha dominato tutte le tappe, vincendo anche l’ultima in volata. Pogacar ha l’istinto di prendere tutto, non vedo chi potrà impensierirlo, al prossimo Giro d’Italia».

Anche perché nella seconda tappa si arriva a Oropa.

Praticamente dopo due giorni Pogacar può già aver messo una bella firma sul Giro d’Italia. Nella tappa di Torino screma, in quella di Oropa assesta un bel colpo. Il peggio, se vogliamo dirla così, è che ha anche una squadra fortissima. 

Secondo te può tenere la maglia per 21 tappe?

E’ un corridore di grande spessore, appena ha l’occasione prende tutto. Alla Volta a Catalunya è stato così. Vero che era una corsa di una settimana, qui si parla di tre, ma non vedo nessun altro che possa tenere la maglia al posto suo. Anzi, meglio, se la prendono altri corridori e la tengono è per una scelta di Pogacar. 

L’impressione, durante il Catalunya, è stata di una netta superiorità della UAE e dello sloveno
L’impressione, durante il Catalunya, è stata di una netta superiorità della UAE e dello sloveno
La superiorità è così netta?

Per me sì. La cosa che fa più impressione è che questi fenomeni (Van Der Poel, Pogacar, Vingegaard, ndr) attaccano da davanti. Non c’è più l’effetto sorpresa del partire dalle posizione di fondo. Loro stanno davanti a tutti e comunque se li tolgono di ruota. Il bello è che dichiarano anche cosa faranno, ad esempio Pogacar alla Strade Bianche

Si può pensare ad un’azione di gruppo contro Pogacar?

Difficile, perché per fare una cosa del genere bisogna rischiare e nel ciclismo moderno non è facile. Anche le posizioni di rincalzo contano molto, in termini di punti e sponsor. Dietro Pogacar sarà un tutti contro tutti, perché una posizione di rincalzo come un terzo o quarto posto, fa gola. 

Pogacar ha divorato il Catalunya con quattro successi in sette tappe
Pogacar ha divorato il Catalunya con quattro successi in sette tappe
Ci sono squadre, come la Bahrain che portano due capitani, Caruso e Tiberi, lì si può pensare a qualcosa…

Tiberi è giovane, si sta ritrovando e va forte, al Catalunya è andato bene, ma era comunque lontano da Pogacar (ha terminato con 6’ e 33’’ di ritardo dallo sloveno, ndr). E’ pretenzioso pensare che Tiberi possa fare un Giro al livello di Pogacar.

Per Caruso invece?

Per Caruso la cosa è diversa, bisogna vedere se sarà ai livelli del Giro del 2021. Se sarà così, la Bahrain può giocare con l’esperienza di Caruso e la freschezza di Tiberi. Anche se attaccare lo sloveno frontalmente diventa un’arma a doppio taglio. 

La Bahrain può giocare sulla coppia Caruso-Tiberi, l’esperienza del primo e la “spavalderia” del secondo
La Bahrain può giocare sulla coppia Caruso-Tiberi, l’esperienza del primo e la “spavalderia” del secondo
Spiegaci…

Con un Pogacar così forte, attaccare rischia di farti saltare in aria. Aspettare può essere la soluzione per capitalizzare. Il Giro per me è in mano a lui, gli altri corrono per il secondo posto. Pensare di attaccarlo e lasciarlo lì diventa difficile, se non impossibile. 

Non c’è qualcuno che può provare a far saltare il banco, come facevi tu?

Ora come ora mi immedesimo in questi corridori e dico di no. Non per superbia, ma perché serve essere davvero fortissimi per scalfire Pogacar. Solo i grandi campioni lo hanno battuto (Vingegaard su tutti, ndr). Ci sono sempre dei fattori esterni, come il meteo, una crisi o altro ancora, ma per ora, seguendo un ragionamento tecnico, Pogacar è imbattibile. 

Paesi Baschi, 36 chilometri all’arrivo: di colpo l’inferno

05.04.2024
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«Le strade tendenzialmente sono perfette – racconta Rota – e anche il grip è abbastanza buono. C’è molto nervosismo, il livello è altissimo. Se guardate la start list qui ai Baschi, è a livello Tour. Ovviamente ci sono quei 4-5 grossi team che hanno i loro leader migliori e hanno portato una squadra fortissima e tra di loro c’è sempre guerra, che inevitabilmente fa alzare il livello, il nervosismo, la velocità e tutto quello che ne consegue».

Ieri al Giro dei Paesi Baschi è successo un vero inferno. Una discesa prima dell’ultima salita, uno scolo dell’acqua, i primi della classifica tutti davanti e di colpo la caduta che ha riempito tutte le pagine social del mondo del ciclismo. L’apparenza dice che l’abbia innescata Tesfatsion, ma quando si va a quelle velocità basta una sbandata e tutto precipita. Sono giorni che all’Itzulia si continua a cadere, ma questa volta il bilancio è pesantissimo.

Roglic, il  leader della corsa, se l’è cavata con una scivolata e alla fine ha preferito ritirarsi. Evenepoel ha riportato la frattura di una clavicola e della scapola. Vingegaard è andato via in ambulanza, con la maschera dell’ossigeno e fratture della clavicola e di svariate costole. Jay Vine ha riportato la frattura di due vertebre cervicali e di due vertebre toraciche. E alla fine, per una decisione scombinata della Giuria, la fuga dei sei è stata lasciata andare al traguardo con la vittoria di Mejnties, mentre la corsa del gruppo è stata neutralizzata.

Poco da brindare

Rota è compagno di squadra del sudafricano. E pur riconoscendo la stranezza della giornata vissuta nei Paesi Baschi, ieri sera in casa Intermarché-Wanty hanno minimamente festeggiato.

«Un po’ abbiamo fatto festa – racconta il bergamasco – ma abbiamo tenuto un basso profilo, dopo una giornata come questa. Sicuramente se non ci fosse stato tutto quel casino, difficilmente sarebbe arrivata la fuga. Meglio per noi, la vittoria non ci fa schifo, ma certo mi rendo conto che sia venuta in modo un po’ strano.

«Il gruppo era abbastanza nervoso. C’era questa discesa molto tecnica e arrivavamo da una salita corta ma dura. Tutti volevano stare davanti, anche perché dopo la discesa tecnica c’era subito una salita dura di due chilometri e quindi avere la posizione giusta era fondamentale».

Reuben Thompson della Groupama-FDJ era nella fuga: il commissario della Giuria spiega
Reuben Thompson della Groupama-FDJ era nella fuga: il commissario della Giuria spiega
Pensi che fra i primi ci fosse in ballo la classifica?

Forse qualcuno avrebbe attaccato, anche perché l’ultima salita era veramente dura. E poi era a 5-6 chilometri dall’arrivo. Per questo la fase era concitata. Tutti volevano stare davanti e siamo arrivati a quella curva troppo forte e purtroppo sono andati dritti. Personalmente non conoscevo la discesa, qualcuno ha detto che una parte sia stata fatta in una delle prime tappe dell’ultimo Tour.

Quando avete visto quel mucchio di gente, avete capito che non sarebbe stata una giornata normale?

Sicuramente non normale, anche se negli ultimi giorni abbiamo fatto parecchi mucchi. Alla prima tappa siamo caduti in 20-25 corridori, mercoledì sono caduti due volte. Però si è capito che questa fosse una caduta abbastanza brutta. C’era uno scolo dell’acqua in cui sono scivolati, però non pensavamo che sarebbe finita così.

Durante l’attesa siete andati all’ammiraglia?

No, semplicemente siamo stati lì. Ci hanno portato un po’ d’acqua, quello di cui avevamo bisogno, anche perché inizialmente pensavamo che la gara sarebbe ripresa. Poi hanno deciso di neutralizzarla, ma eravamo tutti pronti per ricominciare.

Che cosa vi dicevano mentre aspettavate?

Praticamente niente. Non ripartivamo perché non c’era più l’ambulanza, non c’erano le condizioni di sicurezza, quindi ci hanno fermato. Ci hanno detto che probabilmente la corsa sarebbe stata neutralizzata e dopo un po’ abbiamo capito che non sarebbe stata una pausa breve. Hanno preso una decisione abbastanza strana, perché a quelli davanti hanno lasciato briglia sciolta, mentre al gruppo non è stata data la possibilità di giocarsi la tappa. Però non sono io la Giuria, quindi non so cosa dire. Per noi dell’Intermarché è stata una cosa buona, però in effetti non c’è stata proprio parità.

Vi siete resi conto che fossero finiti per terra tutti i big?

Io personalmente ero messo abbastanza bene e quando ho visto che sono caduti davanti, ho immaginato che potessero esserci uomini importanti. Ma che ci fossero tutti i big, sinceramente non me lo aspettavo. Anche perché in una fase così veloce, ero concentrato sul non cadere a mia volta.

Dopo l’arrivo, Kuss racconta la giornata in cui la Visma-Lease a Bike ha perso Vingegaard
Dopo l’arrivo, Kuss racconta la giornata in cui la Visma-Lease a Bike ha perso Vingegaard
Parliamo di te, come stai?

Sono tornato quattro giorni fa dall’altura e sono ancora in fase di rodaggio. Nella prima tappa stavo molto bene, ma sono caduto e per fortuna non mi sono fatto niente. Mercoledì stavo già un pochino meglio e sono arrivato settimo. Oggi, così e così. Però il mio focus è sulle Ardenne e sono fiducioso che sarò al 100 per cento.

Altura in Colombia o più vicino?

Questa volta sono stato a Sierra Nevada, anche se il tempo non è stato clemente. Ho optato per un’altura un po’ diversa quest’anno, anche perché l’anno scorso, la seconda volta che sono stato in Colombia, non ha funzionato molto bene. Così ho optato per un’altura europea, un po’ differente. Per cui speriamo di uscire bene da questa corsa e poi, un giorno per volta, cercheremo di arrivare bene alle Ardenne.

Skjelmose è il nuovo leader del Giro dei Paesi Baschi, ma non ha voglia di festeggiare
Skjelmose è il nuovo leader del Giro dei Paesi Baschi, ma non ha voglia di festeggiare

Nuovo leader

Purtroppo la Liegi non vedrà per l’ennesima volta il duello fra Pogacar ed Evenepoel. Il Giro dei Paesi Baschi ha davanti ancora due tappe, con Mattias Skjelmose che da ieri sera ha indossato la maglia di leader.

«Oggi è un giorno davvero triste – ha commentato – il mio pensiero va a tutti i ragazzi caduti oggi, a partire dal mio compagno di squadra (Tesfatsion, ndr). Ora sono il leader della corsa, ma ovviamente non c’è niente da festeggiare. Tutto è successo molto velocemente e all’improvviso. Natnael è caduto davanti a me, mi sento fortunato di non essere stato coinvolto. La strada era accidentata, stavamo tutti lottando per la posizione e sfortunatamente il gruppo è arrivato a quella curva un po’ troppo veloce. Quando il primo corridore è caduto, gli altri lo hanno seguito. Il livello della competizione è alto, così come il livello dello stress e del nervosismo. Questo è un dato di fatto, questo è il ciclismo in questo momento».

ESCLUSIVO / Zurigo, mondiale duro, non per scalatori

04.04.2024
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ZURIGO (Svizzera) – «Aveva ragione Alfredo Martini – dice Bennati con un sorriso ironico – i percorsi andrebbero visti di notte, in modo che i fari illuminano le salite e ti rendi conto delle pendenze. Comunque rispetto a ieri quando l’abbiamo fatto in macchina, oggi l’ho valutato diversamente. Finché il fisico un po’ mi sorregge, mi piace sempre provare i percorsi in bici, perché ti dà sempre tante indicazioni in più. E questo dei prossimi mondiali, rispetto ai due che ho già affrontato come cittì, è il tracciato che mi piace più di tutti. Anche quello in Australia era bello, però questo è disegnato molto bene. C’è un po’ di tutto. C’è salita impegnativa, una salita un po’ più lunga, ci sono le discese. E’ un percorso esigente…».

Le dieci del mattino di una giornata grigia sulle colline intorno alla città. Il lago è in basso, siamo quasi sul punto più alto del circuito di Zurigo su cui si assegneranno i prossimi titoli mondiali. Quando passa Demi Vollering e saluta, si capisce che le grandi manovre sono iniziate un po’ per tutti. I tecnici italiani della strada e della crono sono arrivati ieri, 3 aprile, per una due giorni di presa di contatto. Hanno alloggiato nello stesso hotel che ospiterà le squadre azzurre e il sopralluogo in bici di Bennati è l’atto conclusivo del viaggio. A breve riprenderanno l’autostrada verso Milano.

Mercoledì sul furgone

Il primo giorno è stato dedicato alla ricognizione dei tratti in linea e delle crono. I professionisti partiranno da Winthertur e proprio verso la cittadina a est di Zurigo si sono diretti i commissari tecnici sul furgone bianco della FCI. Il cielo era grigio anche ieri, il traffico ordinatissimo. Con Marco Velo al volante, Bennati sul sedile anteriore teneva in mano le stampate del percorso. Seduti dietro, Sangalli, Amadori e Salvoldi seguivano con lo sguardo.

Da Winterthur la strada esce in campagna. L’ordine non è un’imposizione, ma un’esigenza e un privilegio. All’uscita di scuola, i bambini intorno si muovevano in bicicletta e tutti rigorosamente col casco. Nessuno di loro metteva mai le ruote sulla strada perché i marciapiedi sono larghi e le corsie ciclabili non mancano. C’era una bambina così piccola che la testa le spariva nel casco e pedalava controvento sulla sua biciclettina, col cestino e lo zainetto.

Una pausa caffè dopo aver visto il tratto in linea dei pro’: ora sotto con gli U23
Una pausa caffè dopo aver visto il tratto in linea dei pro’: ora sotto con gli U23

Le prime salite

La prima salita l’hanno incontrata in prossimità di una casa con le persiane decorate. Una svolta a sinistra e la strada lascia abbastanza rapidamente la valle. Un campanile a Buch am Irkel, poi la salita va avanti a gradoni. Si è fatto una sorta di giro, infatti la discesa riporta su Winthertur e da lì la strada si stringe. Diventa un viottolo e alla fine spunta un antico ponticello di legno, con la copertura di assi. Sarà largo tre metri e, subito dopo, una curva a destra introduce a una salita ripidissima. Una sorta di Redoute, con il vuoto sulla destra e il bosco a sinistra, su fino a Kyburg.

«Non credo che il tratto in linea serva a qualcosa – commenta ora Bennati – c’è questa salita di un chilometro, un chilometro e mezzo, che però serve come warm-up e per fare le foto (sorride, ndr). Non influisce sicuramente sull’andamento della corsa e sul risultato. A differenza di altri mondiali, questa volta si girerà sul circuito per più di 200 chilometri».

Sangalli e Amadori si prendono cura della bici di Bennati: «I settori collaborano», hanno scherzato
Sangalli e Amadori si prendono cura della bici di Bennati: «I settori collaborano», hanno scherzato

Il circuito di Zurigo

Nel tratto basso del circuito, si corre lungo il fiume con le rotaie del tram parallele al senso di marcia. Gli sguardi e i commenti fra i tecnici non hanno bisogno di didascalie: troveranno certo il modo di tapparle. Una frase che è un po’ certezza e un po’ anche auspicio.

Bennati è salito in bici davanti all’Università di Zurigo. La sua Pinarello per l’occasione è una macchina da presa. Oltre al Garmin in cui ha caricato la traccia del percorso, sul manubrio ci sono due GoPro con le quali il toscano ha ripreso i giri e le salite. Ieri in macchina non si è potuto fare del tutto lo strappo più duro, con la bici Daniele è riuscito a farlo pedalando sul marciapiede, dato che normalmente il senso di marcia è opposto.

La seconda salita

Dopo quel primo strappo, con pendenza del 14 per cento, il percorso piega a destra, scende per un tratto, rientra fra le case e poi ne esce per attaccare la seconda salita. Quella meno ripida, ma più lunga.

«Qui dove siamo adesso – dice Bennati – dopo 260 chilometri è il tratto in cui si può fare la differenza. Qui si spingerà il rapporto e farà male. Il primo strappo alla fine è quasi di un chilometro e si raggiungono pendenze in doppia cifra: se uno attacca lì, vuol dire che ha tante gambe. Questa seconda salita premierà i corridori che sapranno fare velocità. Siamo ancora lontani dall’arrivo, però in questi ultimi anni si è visto che aprono la corsa anche a 100 chilometri dall’arrivo, quindi non credo che a quei 3-4 faccia paura provare nel penultimo o terzultimo giro. Secondo me non è un percorso da scalatori puri, come ho letto in questi mesi, ma sicuramente servono doti da scalatore. Bisogna andare forte in salita, però anche avere doti di velocità, perché è un percorso in cui si fa a tanta velocità. Verrà fuori anche una bella media, secondo me».

Gli juniores torneranno

Quando Bennati si è fermato accanto agli altri tecnici, si è messo a spiegare con il gesticolare delle mani che descriveva i cambi di pendenza e l’uso dei rapporti. Mentre Daniele pedalava, gli altri con il furgone hanno girato sul percorso, facendo la rampa più dura nel verso della discesa.

«Un percorso che va rivisto – dice Salvoldi, tecnico degli juniores – mi piacerebbe tornarci a giugno con una rosa ampia di ragazzi. Credo che nella nostra categoria il primo giro nel circuito farà molta selezione. La prima parte della discesa è difficile, poi quando si arriva sul lungolago il percorso è veloce, fino a che si riprende nuovamente a salire. C’è quel primo strappo impegnativo e poi la salita più lunga tutta dritta, che non dà recupero né riferimenti. E’ sicuramente un percorso per atleti con caratteristiche di esplosività in salita e abilità di guida, non esclusivamente per corridori superleggeri».

La parte superiore della seconda salita richiede il rapportone: qui si può fare la differenza
La parte superiore della seconda salita richiede il rapportone: qui si può fare la differenza

A favore di chi attacca

Bennati ha finito di cambiarsi. Amadori ride e gli dice che sui questo percorso non lo avrebbe convocato. I cittì sono molto affiatati, scherzano, ma si capisce che avendo visto il percorso, hanno già iniziato a ragionare sui nomi. Sangalli li ha scritti nel telefono e ce li mostra con la promessa che li teniamo per noi. Amadori è più cogitabondo.

«La squadra sarà importante – dice Bennati – ma non ci sono grossi tratti in pianura, quindi a ruota si sta bene, a parte quando la corsa scoppierà. Da qui in cima e verso l’arrivo, ci sono tratti favorevoli e altri di strada tecnica e più stretta, per cui chi è davanti fa la stessa velocità di quelli dietro. Per questo, dando per scontato che in un mondiale non è mai facile organizzarsi, credo che chi sarà davanti avrà vantaggio. Quando poi si arriverà in basso, ci sono due o tre dentelli che potrebbero essere dei trampolini e poi la strada continua sempre a tirare un pochettino. C’è anche un tratto al 4-5 per cento, prima di girare a sinistra sul lago e da lì gli ultimi 3 chilometri saranno pianeggianti».

Ugualmente oggi, sul percorso abbiamo incontrato Demi Vollering, regina del Tour 2023
Ugualmente oggi, sul percorso abbiamo incontrato Demi Vollering, regina del Tour 2023

Demi Vollering nel frattempo è passata un’altra volta. La campionessa olandese, vincitrice del Tour 2023, abita a Basilea, quindi non perderà occasione per prendere confidenza con il percorso iridato. Nel frattempo il furgone con i tecnici azzurri ha imboccato la discesa. Le corse chiamano e la testa gradualmente sta tornando sulle Olimpiadi e le altre scelte da fare. Per chi ha il compito di schierare le migliori nazionali, il 2024 non sarà affatto un anno semplice.

Belletta cambia marcia: il primo obiettivo è la Roubaix

04.04.2024
4 min
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VILLA DI VILLA – Il meteo non ha risparmiato il Giro del Belvedere, che accoglie gli atleti sotto una pioggia torrenziale. Auto, camper, pulmini e ammiraglie si sparpagliano all’interno di questo paesino nella provincia di Treviso. La Visma Lease a Bike Development ha imbastito quello che sembra un campeggio, con tanto di tende a coprire le teste e le bici dei ragazzi. Al riparo dall’acqua e ben coperto contro il freddo spunta Dario Igor Belletta. Il corridore nato a Magenta è uno dei due ragazzi italiani del team olandese, l’altro è Pietro Mattio

Secondo tra i “calabroni”

Belletta è al secondo anno nel devo team dello squadrone olandese. Nel 2023, prima stagione da U23 ha messo insieme 32 giorni di corsa e buone esperienze. Tra queste una delle più incoraggianti è stato l’undicesimo posto alla Parigi-Roubaix Espoirs. Non sono mancati anche altri spunti interessanti, come il doppio podio al campionato italiano: prima a crono e poi in linea.

«Innanzitutto sto bene – racconta – ho passato un buon inverno, senza intoppi. Ho già fatto qualche giorno di corsa, in preparazione agli impegni che ci saranno più avanti nel corso dell’anno». 

Ultimo check alla bici prima della partenza del Giro del Belvedere
Ultimo check alla bici prima della partenza del Giro del Belvedere
Cosa vuol dire iniziare la seconda stagione in questa squadra?

C’è un pregresso, che vuol dire conoscere lo staff, il preparatore e tutto quello che mi circonda. Non c’è bisogno di ambientarsi o di imparare a vivere all’interno della squadra. E’ più bello, c’è molto meno stress e sono molto felice. 

Essere nel team più forte al mondo come ti fa sentire?

E’ fantastico, ovviamente richiede tanto impegno da parte di te stesso in primis. Mi sento parte di questo team e c’è quasi il dovere e la responsabilità di essere il migliore al mondo in tutto quello che fai. 

Questa mentalità la senti sempre più tua?

Sì. In confronto al 2023 sto acquisendo il DNA della squadra ed è fondamentale per migliorare. 

Belvedere e Recioto sono servite a Belletta per puntellare la condizione in vista della Roubaix U23 del 7 aprile
Belvedere e Recioto sono servite a Belletta per puntellare la condizione in vista della Roubaix U23
Rispetto all’anno passato come ti senti?

Vedo dei miglioramenti, soprattutto in allenamento, il passo in più che sto cercando di fare è quello di ottenere risultati importanti in gara. Ad esempio la Roubaix che ci sarà questa domenica.

Quindi sei alla caccia di risultati?

Adesso sì. Dopo le prime corse di preparazione si punta a raccogliere qualche risultato e speriamo arrivino. La cosa che aiuta parecchio è il fatto di conoscere il calendario delle gare già dall’inverno. In questo modo sei libero di testa, nel senso che conosci già i tuoi obiettivi e ti concentri su quelli. 

Avete fatto qualche cambiamento nella preparazione?

No, la filosofia della squadra rimane sempre la stessa. Cambiano l’intensità e leggermente il volume. 

Belletta schierato alla partenza del Belvedere mentre parla con Pellizzari (al centro) e Pinarello (a destra)
Belletta a colloquio con Pellizzari (al centro) e Pinarello (a destra)
Qual è il tuo obiettivo all’interno del mondo Visma Lease a Bike?

Direi quello di arrivare nel team WorldTour. Chiaramente se non si cresce abbastanza, non è possibile cogliere le occasioni, sia da under che da pro’. Quindi sì, passare è possibile, ma bisogna anche adattarsi a quello che il team chiede; ovvero crescere e cercare anche dei risultati. 

E’ possibile pensare di passare nel WorldTour il prossimo anno?

La strada è ancora lunga, sicuramente le gare di inizio stagione faranno pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Con il team parleremo bene a giugno (a fine Belletta scadrà il contratto con il devo team, ndr). 

A chi piace il taglio dei budget? Agli agenti proprio no

04.04.2024
6 min
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Se ne parlerà dal 2026, ma ad ora il budget cap per i team resta una cosa scritta. Lo ha stabilito il Consiglio del ciclismo professionistico, senza averlo chiarito troppo nei dettagli. Forse perché avendo davanti del tempo, si sarà pensato di descriverlo successivamente nei dettagli. Ad esempio non si è capito se si stia parlando di un tetto per il budget delle squadre o di un salary cap, ovvero una limitazione del monte stipendi, che forse avrebbe più senso, se l’obiettivo è evitare la concentrazione di grossi corridori nelle stesse (poche) squadre.

Puoi spendere tutti i soldi che vuoi, ma puoi farlo in ricerca scientifica e materiali: il tetto degli ingaggi farà sì che i corridori che vogliono guadagnare di più passino a un’altra squadra. Lo scopo non è farli guadagnare meno, ma ritrovarli leader in altre formazioni e rendere il ciclismo un po’ più equilibrato. Esso viene applicato nello sport professionistico americano, sarebbe se non altro curioso vederne gli effetti sul ciclismo.

E’ stato Madiot lo scorso anno a sollevare per la prima volta il discorso di un tetto al monte ingaggi (foto Groupama-FDJ)
E’ stato Madiot lo scorso anno a sollevare per la prima volta il discorso di un tetto al monte ingaggi (foto Groupama-FDJ)

Fra Madiot e Gianetti

Quando iniziammo a parlarne, era poco più di una boutade. Nacque da uno sfogo di Marc Madiot, rammaricato per il fatto che la semplice differenza di regime fiscale tra la Francia e altri Paesi determini una notevole differenza fra il potere d’acquisto della sua Groupama-FDJ rispetto ad altri team. Al francese rispose Mauro Gianetti, re del mercato con la UAE Emirates, dicendo che non fosse il caso di parlarne nel momento in cui grossi sponsor hanno messo il naso nel ciclismo.

E’ vero che si parla di sport professionistico, ma non possono essere i soldi la prima discriminante di cui tenere conto. Perciò è altrettanto palese che l’imposizione di un tetto non trovi d’accordo chi ha più capacità di spesa e anche chi su essa può costruire la fortuna dei propri atleti. Come dire alla gallina che può fare un numero massimo di uova d’oro e poi basta.

La UAE Emirates dispone di un grande concentrato di leader molto ben pagati
La UAE Emirates dispone di un grande concentrato di leader molto ben pagati

Agenti contro

Alex Carera, che di mestiere fa l’agente dei corridori e con la A&J All Sports che ha fondato con suo fratello Johnny cura gli interessi di fior di atleti (per qualità e quantità), davanti alla novità ha storto il naso. In realtà non si parla di far guadagnare meno il singolo atleta, ma di farlo guadagnare altrove, ma è chiaro che il fantasma di una riduzione di budget possa preoccupare chi deve spuntare ogni volta il miglior contratto. E’ meglio essere fra i tanti leader ben pagati della stessa squadra o essere il leader meglio pagato di un’altra?

«L’ipotesi di mettere un tetto ai budget – dice Carera – è una delle più grandi stupidaggini che potrebbero fare. A mio avviso chi ha proposto questa idea non ha capito che non risolve il problema. Semmai quello che andrebbe fatto sarebbe dare la possibilità alle squadre che hanno un budget inferiore di trovare sponsor e risorse per crescere a loro volta. Per creare più interesse e competitività, si devono far crescere le altre, non limitare le cinque migliori. Non esiste che metti dei limiti, anche perché non stiamo parlando di budget di 500 milioni di euro, parliamo di 40 milioni».

Lo scorso anno la Jumbo-Visma si ritrovò con i vincitori di Giro, Tour e Vuelta. Poi Roglic decise di partire
Lo scorso anno la Jumbo-Visma si ritrovò con i vincitori di Giro, Tour e Vuelta. Poi Roglic decise di partire
Magari fosse così per tutti…

Se il ciclismo diventasse più appetibile, credo che più manager sarebbero in grado di trovare questi soldi. Seconda cosa: se un manager trova 40 milioni e un altro ne trova 20, vuol dire che il primo è più bravo. E se uno è più bravo, la meritocrazia deve sempre essere premiata. E’ come dire: se io sono più bravo a fare una salita e impiego 5 minuti meno di te, devo mettere un peso così arriviamo insieme sulla cima.

In realtà la salita non è uguale per tutti. 40 milioni in Francia o in Italia hanno meno potere di acquisto che in altri Paesi…

Ma quella è la tua scelta. Se la soluzione è che tutte le squadre devono affiliarsi in un unico Paese, per esempio la Svizzera, per avere gli stessi costi e gli stessi benefici, allora è un discorso. Ma non è il salary cap che risolve il problema, tutt’altro. Anche perché, fatta la regola, trovi la soluzione. Quel tipo di limitazione ha grossi effetti soltanto per i grandi campioni e per loro la soluzione la puoi trovare facilmente.

Come?

Anziché fare un contratto con il pay agent, cioè la società sportiva, lo fai con lo sponsor personale e allora cos’hai risolto? Ma non è quella la via da seguire per risolvere i problemi. Bisogna fare in modo che i manager possano trovare i 20-30 milioni di euro e questo si ottiene rendendo il ciclismo ancora più appetibile. Negli ultimi 12 mesi abbiamo avuto la grandissima fortuna di avere delle aziende a livello mondiale che si sono interessate. Finalmente ci sono Lidl, Decathlon, Red Bull… Finalmente entrano grandi marchi e tutti ne hanno beneficio. I ciclisti, lo staff, gli agenti, i direttori sportivi, gli organizzatori e anche i media, se le aziende vogliono investire in pubblicità. Ma voglio aggiungere una cosa…

Il team Sky, ora Ineos, dominò in lungo e in largo quando era il solo team ad avere un super budget
Il team Sky, ora Ineos, dominò in lungo e in largo quando era il solo team ad avere un super budget
Quale?

Negli ultimi tre anni hanno obbligato le squadre ad avere il devo team che ti costa un milione e mezzo e la squadra delle donne che oggi ti costa tre milioni, quindi in totale fanno quattro milioni e mezzo. Quindi da una parte ti dicono di adeguarti e ti obbligano ad avere un budget più grande e poi adesso mettono un tetto? Lo capite che qualcosa non torna? E poi non è solo questo…

Stai per dire che i soldi non fanno la felicità?

Non basta avere i soldi per vincere. Ineos Grenadiers ha vinto tanto da quando si chiamava Team Sky e aveva il doppio del budget di tutti gli altri. C’era un netto squilibrio di forze. Però adesso che gli altri hanno un livello più simile, perché nessuno ha il budget di Ineos ma arrivano a un 10 per cento in meno, di colpo vincono meno. Visma, UAE, Lidl-Trek e Soudal nel ranking sono davanti alla Ineos, che da parte sua non ha il devo team e nenanche la squadra femminile. Hanno 50 milioni di budget contro i 40 di Visma e UAE, che però hanno il devo team e le donne.

Quindi?

Quindi se si vuole che tutti ragionino alla pari, facciamo che prima li mettiamo tutti nelle stesse condizioni, ma non con un budget cap. Oppure, se proprio devi metterlo, facciamo che tutti ce l’abbiano e che poi si ragioni veramente alla pari.

Alla scoperta di Van Gils, un altro giovane talento belga

04.04.2024
5 min
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E’ vero che in fin dei conti a vincere sono quasi sempre i “magnifici sei”, almeno nelle prove principali, ma c’è un ragazzo belga, di 24 anni, che sta letteralmente volando e che è atteso dalle Classiche delle Ardenne con enorme curiosità, perché davvero potrebbe far saltare il banco. Maxim Van Gils finora ha disputato 9 giorni di gara e in questi ha centrato una vittoria a cronometro, nella Vuelta a Andalucia e 5 presenze in top 10, tra cui il podio alla Strade Bianche e il 7° posto alla Sanremo, con un pizzico di rammarico per quel che poteva essere.

In un periodo difficile per la Lotto Dstny con i problemi fisici occorsi ad Arnaud De Lie, Van Gils si è preso sulle spalle le sorti del team riportandolo agli onori delle cronache. Lo scorso anno, illuminato dalla piazza d’onore nella tappa numero 13 del Tour, si era chiuso con buoni risultati nelle ultime uscite, ma è evidente il miglioramento di questo inizio 2024 e Van Gils lo ammette tranquillamente.

Van Gils è stato protagonista alla Strade Bianche, chiusa al terzo posto
Van Gils è stato protagonista alla Strade Bianche, chiusa al terzo posto

«Credo di essere migliorato – spiega – e questo mi ha fatto molto piacere. Ho lavorato bene durante l’inverno sfruttando anche quello che ho imparato nella stagione scorsa, ma spero sinceramente che ci siano altri miglioramenti in corso d’opera, soprattutto come risultati».

Ripensandoci ora, pensi che alla Milano-Sanremo potevi cambiare qualcosa per vincere?

Credo proprio di sì, perché sul Poggio, quando la corsa è esplosa, ero un po’ troppo lontano e ho speso energie che mi sarebbero state utili. Se iniziavo la salita in una posizione migliore, non dovevo accelerare così tanto. In discesa sarei rimasto attaccato ai primi e si poteva provare a trovare una posizione migliore nell’ultimo chilometro. Sì, ci sono cose da migliorare.

Van Gils si sta dimostrando uno dei corridori più arditi del momento, spesso all’offensiva
Van Gils si sta dimostrando uno dei corridori più arditi del momento, spesso all’offensiva
Anche tu come molti belgi sei arrivato alla strada partendo dal ciclocross: perché non fai più attività d’inverno?

Quando facevo ciclocross ero davvero molto giovane, adesso dopo una stagione così lunga e stressante preferisco sfruttare l’inverno per stare a casa. Inoltre cerco di non rischiare sia a livello fisico che di clima, magari faccio qualche uscita di allenamento, ma nulla di più.

Sei alla Lotto sin dal 2018, è raro trovare un corridore che per molti anni resta nello stesso team. Che cosa hai trovato in questo team?

Sì, sono un fedelissimo del team, mi piace essere qui. C’è una perfetta sinergia tra il loro modo di lavorare e come io intendo l’attività. Nel corso degli anni si è sviluppato un ottimo rapporto con i responsabili del team, sento questo ambiente come una famiglia. E non nascondo che di questo clima a volte ho bisogno, credo sia uno dei componenti di questo buon periodo. Sanno anche quando spingere un po’ sull’acceleratore, mettere pressione in maniera positiva. Ho un contratto fino al 2026 e anche questo mi fa stare tranquillo, posso pensare solo alle gare che devo fare.

Maxim ha un contratto con la Lotto Dstny fino al 2026, anche se persistono rumors di un interesse della Soudal su di lui
Maxim ha un contratto con la Lotto Dstny fino al 2026, anche se persistono rumors di un interesse della Soudal su di lui
Ora ti aspettano le classiche delle Ardenne, qual è quella che più si addice a te?

A me quella che piace di più è la Freccia Vallone, l’ho fatta lo scorso anno finendo ottavo ma credo che si possa fare molto meglio. Poi in questi 12 mesi, come detto prima, credo di essere migliorato notevolmente. Infatti sono molto impaziente di correrla.

Sei cresciuto molto negli ultimi anni, ma l’unica tua presenza in nazionale risale al 2017, ai mondiali juniores. Come mai non hai avuto occasioni?

Bella questione. Bisognerebbe chiederlo a chi in questi anni ha curato le selezioni del mio Paese nelle varie categorie. A volte mi pongo la stessa domanda…

Al Tour 2023, Van Gils ha chiuso 2° nella tappa di Grand Colombier, a 47″ da Kwiatkowski
Al Tour 2023, Van Gils ha chiuso 2° nella tappa di Grand Colombier, a 47″ da Kwiatkowski
Visti i tuoi risultati, speri di essere convocato per i Giochi Olimpici?

Non proprio. A Parigi si correrà su un percorso per classiche, ma non credo sia propriamente adatto alle mie caratteristiche. Certo sarebbe carino, un’opportunità che non capita tutti gli anni. Credo però che i mondiali di Zurigo di quest’anno siano più nelle mie corde e lì spero proprio di esserci e vestire, finalmente, la maglia della nazionale. Credo che sarebbe ora, no?

Tu hai vinto il Saudi Tour nel 2022. Pensi di poter ambire alla vittoria anche in corse a tappe brevi?

Sì, naturalmente. Le gare a tappe fino a una settimana sono corse che mi piacciono. Per ora non sono un mio obiettivo, nel senso che quando gareggio non guardo tanto alla classifica quanto alle singole tappe, ma più avanti vedremo. Infatti il piano per la seconda metà della stagione ricalca quello di questi giorni: puntare alle gare d’un giorno.

Il saluto con Pogacar. Il belga ammette che contro lui e gli altri fuoriclasse spesso c’è poco da fare…
Il saluto con Pogacar. Il belga ammette che contro lui e gli altri fuoriclasse spesso c’è poco da fare…
Nelle grandi corse si parla sempre di Van Der Poel, Pogacar, Evenepoel: tu hai dimostrato di poter essere alla loro altezza, il fatto che l’attenzione sia sempre tutta per loro lo reputi ingiusto?

No, perché dovrei? Non si può negare che questi ragazzi vengano da un altro pianeta. Ottengono tutti i grandi traguardi, sono sempre i soliti nomi perché sono campioni con la C maiuscola. Quindi è normale. I giornalisti parlano di loro perché sono i leader, io come altri cerco di lottare con loro sperando che qualche volta vada bene. L’importante è che ci siamo, ci facciamo vedere, onoriamo il nostro lavoro con i risultati.

Qual è il tuo sogno per questa stagione?

Vincere una tappa al Tour: quella dello scorso anno ancora non mi è andata giù…

Chiara Consonni c’è. E anche la squadra inizia a girare

04.04.2024
4 min
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OUDENAARDE (Belgio) – Il sorriso è quello di sempre, le unghie stavolta sono rosa e la gamba appare sempre più tirata. Chiara Consonni prosegue questa sua seconda stagione alla UAE Adq. Sin qui le cose sono andate abbastanza bene, anche se è mancata la vittoria.

Il Giro delle Fiandre l’ha vista nel pieno della gara, fino a quando poi nel finale la corsa non è scoppiata del tutto. Ma Consonni ce lo aveva detto, lo sapeva: «Il Fiandre forse è un po’ duro per me, ma conto di fare bene lo stesso». E comunque non è affatto naufragata.

Chiara Consonni (classe 1999) firmava autografi prima del via del Fiandre ad Oudenaarde
Chiara Consonni (classe 1999) firmava autografi prima del via del Fiandre ad Oudenaarde

Più gamba e più chilometri

«Io sto bene – dice Chiara – penso di aver recuperato bene dalla caduta (era finita a terra nella Omloop van het Hageland, ndr). Sono contenta dei risultati raccolti sin qui, anche se non sempre sono stati quel che speravo, ma in queste ultime tre gare, tra l’altro quelle che più mi piacciono, De Panne, Gand e Dwars door Vlaanderen ho sentito un’altra gamba». Chiaramente Fiandre escluso.

Le corse femminili, specie queste classiche importanti, si stanno allungando. E non poco. Si parla di un 10-15 per cento di chilometri in più. Per una sprinter, e pistard, tra l’altro giovane come Chiara non è semplice adeguarsi. Questo poteva essere un limite e lei lo sapeva. Con il nuovo preparatore, Luca Zenti, ci sta lavorando.

«All’inizio soffrivo di più le distanze maggiori, ma alla Gand, per esempio, che era di 170 chilometri, nel finale ero lì. Il lavoro in allenamento si è fatto sentire. 

«E conta anche l’alimentazione in tal senso. Due anni fa ricordo che alla Roubaix, nell’ultimo settore ero vuota e lo stesso in altre volate dopo distanze lunghe. Adesso invece mangiamo meglio, mangiamo di più. Gel, barrette e borracce con le malto aiutano molto.

«Ed è sempre tutto proporzionato. A De Panne che era lunga quasi come la Gand, ma meno dura, abbiamo mangiato meno. Tuttavia nel finale quando ho fatto la volata non ero vuota, anzi… In allenamento si lavora anche sull’aspetto alimentare, anche quella è un’abitudine quando devi fare dalle 4 ore in su in gara».

Chiara Consonni a tutta sui muri fiamminghi
Chiara Consonni a tutta sui muri fiamminghi

Da limare

Circa un mese e mezzo fa, Consonni ci aveva detto che alcuni dettagli del suo “treno”, o comunque del preparare le volate con la squadra dovevano essere messe a punto. Ci aveva visto lungo. La sensazione è che Chiara sia pronta, le sue compagne un filo meno.

«In effetti c’è tanto da migliorare – dice Consonni – però come già vi avevo detto l’altra volta si tratta di esperienza. Esperienza da fare e rifare in gara. Le altre sono insieme da più tempo. A De Panne per esempio non abbiamo fatto male. Forse eravamo un po’ indietro, ma ci siamo mosse bene. Si tratta di correre insieme sempre di più».

Chiara Consonni durante lo sprint della Gand, spalla a spalla con Wiebes
Chiara Consonni durante lo sprint della Gand, spalla a spalla con Wiebes

Quel finale a Gand

L’esempio forse più lampante è stato il finale della Gand-Wevelegem. Dopo l’ultimo muro la Sd Worx di Lotte Kopecky e la Lidl-Trek di Elisa Longo Borghini hanno immediatamente serrato i ranghi rispettivamente per Lorena Wiebes e Elisa Balsamo. La UAE Adq invece ci ha messo un po’ di più. 

Però è anche vero che per quel giorno Chiara e compagne avevano più di una scusante.

«Vero – spiega Consonni – quel giorno qualche incomprensione c’è stata, ma io ho avuto un problema con la radiolina. In pratica ho fatto gli ultimi 60 chilometri senza radio. E’ stato un incubo. Bruttissimo. Non capivo la situazione. Chi ci fosse davanti. Ed è stato complicato organizzarci.

«Dopo l’ultimo Kemmel ci siamo ritrovate tutte davanti, ma con quelle velocità non era facile organizzarci. Lidl-Trek e SD Worx erano unite, ma poi ci abbiamo provato anche noi. Solo che anche lì non vedevo più Silvia Persico».

Silvia aveva avuto un problema tecnico. Si era fermata. Davanti un’altra compagna era scattata poco prima. E così senza radio, Consonni stessa è stata costretta ad andare dietro all’ammiraglia. Il “Capo”, Davide Arzeni, le ha spiegato tutto e poi con urla concitate l’ha spronata.

«Capo è bravissimo ad incitarci e a tirarci su il morale. Ci ha detto di stare unite e così abbiamo fatto».

Della Vedova, un grido d’amore e d’allarme per il ciclismo giovanile

03.04.2024
7 min
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«Ho voluto gettare un sasso nello stagno e capire se si possono smuovere le acque». Il post su Instagram della settimana scorsa di Marco Della Vedova sul ciclismo giovanile ha immediatamente avuto una grande eco nel panorama delle relative categorie e non solo. La causa scatenante era stato accorgersi che, a causa del fine corsa troppo vicino ai vincitori, la maggior parte dei ragazzi venuti da molto lontano non erano riusciti a concludere la gara. Da qui e dalle reazioni ricevute, è nata una denuncia delle problematiche, in termini di sicurezza e sprechi, delle categorie giovanili.

Il concetto è piuttosto chiaro quanto semplice. La base va coltivata adeguatamente se si vogliono avere ancora talenti, ma il rischio di arrivare ad un punto di non ritorno è molto alto per il diesse della Bustese Olonia. C’è una serie di problematiche che riguardano da vicino esordienti ed allievi (in apertura foto Aimi), senza tralasciare gli stessi juniores, in ogni gara. Con Della Vedova abbiamo riavvolto il nastro riprendendo il suo accorato sfogo per provare a vedere se ci possono essere delle soluzioni attuabili o per lo meno mettere sul piatto tanti spunti da approfondire. E’ serenamente consapevole di non avere la verità in mano ed è aperto ad ogni tipo di confronto o suggerimento. Sentiamolo su un argomento a lui sensibile.

Marco Della Vedova, diesse degli juniores della Bustese Olonia. Ex pro’ per sette anni, da venti è anche ispettore di percorso per le gare RCS
Marco Della Vedova, diesse degli juniores della Bustese Olonia. Ex pro’ per sette anni, da venti è anche ispettore di percorso per le gare RCS
Marco, quanto ti è costato scrivere quelle parole?

Tanto, ma mi sono venute spontanee. So che ci sono genitori che partono dalla Val Formazza con i propri figli per andare a correre a Brescia, raggiungendo la propria squadra. Oppure da Potenza Picena per andare in Emilia. Significa farsi 600 chilometri, più di sei ore di viaggio e quindi perdere una intera giornata per una gara di esordienti o allievi che sapete quanto durano. Sono sacrifici che in qualche modo andrebbero ripagati. Però se organizzatori, direttori di corsa e giuria non concedono a tutti i ragazzi di finire la propria gara, vuol dire che stiamo sbagliando qualcosa. E non da oggi.

Facendo gli avvocati del diavolo, sono situazioni che non si verificano sempre.

E’ vero che non è sempre così, per fortuna. Ma per me non dovrebbe capitare nemmeno una volta. So perfettamente che non si può trovare un rimedio istantaneo con delle parole sui social. So anche che non si possono far partire 280 esordienti e vederne classificati una quarantina tra primo e secondo anno perché li hanno fermati. Negli altri sport a quell’età tutti finiscono le proprie gare. Anzi, nella Mtb, ciclocross o pista si può, mentre non capisco perché nel ciclismo giovanile su strada non si possa.

Qual è il rischio principale?

Ripeto, c’è qualcosa che non va. Continuando a fare in questo modo, perderemo i ragazzi molto presto o sempre prima. La Federazione deve accorgersi che i numeri sono in picchiata. Già gli juniores sono ormai gestiti e considerati come se fossero in team continental e arrivano alla fine di quei due anni esasperati. Adesso questa estremizzazione c’è nei giovanissimi dove vedo tattiche surreali, bici con ruote ad alto profilo o freni a disco. Figuratevi negli esordienti o allievi. Invece a me interessa che dei ragazzini di tredici-quattordici anni finiscano la gara in sicurezza e soddisfatti di averlo fatto.

Radio-corsa è presente quasi ad ogni gara. Della Vedova trova superflua la moto-tv nelle gare giovanili (foto Aimi)
Radio-corsa è presente quasi ad ogni gara. Della Vedova trova superflua la moto-tv nelle gare giovanili (foto Aimi)
A proposito, la sicurezza è un altro tema importante.

Delicato direi, perché strettamente legato a quello del numero di partecipanti. Anche nell’ultimo weekend ho visto e ho saputo di gare con parecchi pericoli sulla strada per i ragazzi. Però non posso essere sempre io a fare casino (dice con un sorriso amaro, ndr). Qualcuno mi ha scritto in privato contestandomi e dicendo che non conosco l’argomento o che dovrei organizzare io se sono più bravo. Questo fa capire che non è stato capito il senso del mio sfogo.

Cos’hai risposto?

Devo dirvi che onestamente mi sono un po’ risentito. Sono nel ciclismo dal 1980, da quando ho iniziato da giovanissimo. Ho corso in bici per ventidue anni, ho fatto il pro’ per sette (con Brescialat, Lampre e Mercatone Uno, ndr), poi sono diventato diesse dei giovani e parallelamente sono vent’anni che lavoro per RCS Sport come ispettore di percorso delle loro gare. Tra tutto avrò più di tremila corse alle spalle vissute sotto ogni punto di vista, quindi, a costo di essere frainteso come un vanitoso, tutto quello che dico lo dico con cognizione di causa. E sono padre pure io. Poi certo, non ho la bacchetta magica per risolvere tutto, però non voglio nemmeno restare immobile davanti a certe cose.

Quali potrebbero essere le eventuali soluzioni?

Ce ne sono tante che si potrebbero valutare e provare a vedere se possono funzionare. Per prima cosa dovrebbero estendere il dispositivo del fine gara di ulteriori cinque minuti. Non possiamo vederlo fissato ad un minuto e mezzo dal vincitore, soprattutto nelle gare in circuito. Poi, laddove fosse possibile, bisognerebbe pensare a percorsi diversi, ma che possano essere completati da tutti. Dove c’è una folta partecipazione, come spesso accade in alcune gare, limitare il numero dei partecipanti oppure fare delle batterie per dorsali pari e dispari, dividendo le squadre equamente, come si fa nei meeting regionali o nazionali dei giovanissimi. L’organizzatore non deve voler fare a tutti i costi più categorie possibili in una giornata.

Per Della Vedova il dispositivo di fine gara dovrebbe essere esteso di ulteriori cinque minuti per concedere a tutti di finire la propria prova (foto Aimi)
Per Della Vedova il dispositivo di fine gara dovrebbe essere esteso di ulteriori cinque minuti per concedere a tutti di finire la propria prova (foto Aimi)
Cosa intendi?

Ad esempio se negli esordienti hai numeri alti, si fanno più partenze tra primo e secondo anno. Così tutti possono correre e finire la propria gara. Per me non è necessario che si corra per forza ogni weekend. Così come mi sento di dire che non tutte le società sono obbligate ad organizzare gare, anche perché si rischia di andare al risparmio per le cose fondamentali. Proviamo a vedere cosa fanno in altri Paesi, come la Svizzera, e prendere spunto. Da noi spesso ho visto e vedo delle contraddizioni.

Quali ad esempio?

Ci sono gare di esordienti con moto-tv, con radio-corsa da categoria elite e poi magari non hanno transenne adeguate oppure la gente necessaria per la sicurezza del percorso. Personalmente toglierei le premiazioni dai giovanissimi agli allievi o quantomeno non gli darei tutta questa importanza. Si rischia di creare aspettative inutili. Toglierei tutti quelli che sono i costi superflui, specialmente se un organizzatore o un comitato ha dimostrato di non sapere tenere un certo livello di sicurezza e valore sociale. Anche questo è un aspetto che va tenuto in considerazione.

Spiega pure.

Intanto a scuola non si insegna quasi più nulla ad educazione fisica. Si stanno riducendo le ore o sono le prime ad essere tagliate per certi programmi e comunque molti ragazzi le saltano. Non è un bel segnale. In questo senso il ciclismo, come il resto dello sport, deve tenere i ragazzi lontano da cattive situazioni o dalla sedentarietà psicofisica. Ma se il nostro sport non prova a cambiare mentalità a livello giovanile, non avremo più corridori fra qualche anno. Anche perché è faticoso e quando si cade ci si fa male. Oltre a non essere più sicuro per allenarsi. Adesso non mi stupisco se tutti tendono a scegliere tennis o nuoto. Possono praticarli al chiuso o all’aperto, ma in sicurezza. E tutti possono fare o completare le proprie gare.

Spesso ci sono giornate in cui corrono tre categorie con partecipazione alta. Sono pochi gli organizzatori bravi ad allestirle
Spesso ci sono giornate in cui corrono tre categorie con partecipazione alta. Sono pochi gli organizzatori bravi ad allestirle
Sono parole di un Marco Della Vedova pessimista o speranzoso?

Al momento dico pessimista, anche se dovrei dire realista. Guardo le cose come stanno andando e non vedo la voglia di cambiare. Il ciclismo giovanile dovrebbe provare a fare un paio di stagioni più austere come una volta, senza l’arrivismo attuale di certa gente. Venti-trenta anni fa si ambiva a raggiungere un certo tipo di servizi nelle gare giovanili con l’obiettivo comune di fare crescere dei corridori. Ora non è più così. Ora che avremmo tante possibilità di fare le cose fatte bene, abbiamo organizzatori che non si rendono conto di non essere all’altezza. Tutti vogliono fare quello che fa l’altro senza averne le credenziali. Per contro applaudo e faccio i complimenti a chi riesce ad allestire tutto alla perfezione o quasi. Di sicuro vedere il nostro amato sport con tali differenze nel settore giovanile mi fa molto male.